Era domenica mattina.
Proprio come oggi.
Mesi e mesi. Stagioni fa.
Decisi di superare ogni paura, ogni pregiudizio, ogni comodità,
ogni indifferenza.
Non lo avvertii. Mandai solo un messaggio.
Se vuoi parliamo, caro X. Se vuoi ci vediamo in Piazza, una
piazza famosa, pienamente emiliana, ritratta mille volte al cinema e vista, in bianco
e nero, diecimila volte in televisione.
Mi dissi: gli parlerò dei suoi occhi, delle sue lacrime, del
suo sguardo e anche del suo Amore per lui.
Dentro di me sentivo già un grande subbuglio dentro. Quelle lacrime, la ferita, ma anche il suo
sguardo dolce su ricordi, sogni passati e fede presente, non mi erano stati,
invero, indifferenti.
Contraddizione.
E poi lei è bellissima. Di una bellezza che ti lascia senza
respiro, a bocca aperta, che non può che renderti grato a Dio. Che ti regala la
musica sinfonica dentro al cuore.
Ma come ha fatto a rinunciare a lei? A cacciarla via,
proprio nel momento di massima fatica e difficoltà?
Attendo, nessuna risposta. No, non chiamo. Aspetto il
destino.
Passano un paio di ore.
Silenzio. Prego per entrambi, accendo in Chiesa due candele,
per lei e per lui.
E lui mi chiama.
Arrivo alla casa mezza vuota, svuotata, di ricordi, di
amore, di sogni, di tenerezza.
Lui è in vestaglia, mi parla come una mitraglietta,
distrugge ogni frammento, ogni speranza, ogni dubbio, ogni silenzio, ogni
ricordo.
Mentre mi parla penso però che io non gli crederò. La
abbraccio con tutta la mia forza, anche se è a chilometri di distanza.
Muri bianchi e vuoti, una porta bianca nella casa dove, stagioni
fa, erano fioriti i sogni.
Un dipinto appeso: il volo di Icaro, Matisse.
Lui mi guarda, mi ferma quasi sull’uscio.
Mi dice, con tutta la sua forza e intensità:
“Lei, Francesco, ti brucerà. Proprio come il Sole ha
bruciato Icaro. Ti renderà cenere, come tutti coloro che le hanno voluto bene.
Non rimarrà nulla di te. Ricordalo, ricordalo!”.
Le parole, come pietre arrivano in faccia e al cuore.
Mi aspetta un lungo viaggio verso Siena, verso la mia famiglia,
mio figlio.
Ricordo quanto mi aveva detto lei:
“Goditi ogni sua bracciata. Ogni istante. Ogni vostro
momento. Sono queste le cose che contano...”.
Me le godrò. Tutte le bracciate. Gli 800 metri stile libero.
Una gara in cui non conta toccare subito per primo.
In cui bisogna conoscere i propri limiti, il percorso, saper
misurare il proprio battito.
Ogni battito. Vasca dopo vasca.
No, non serve toccare per primi. Serve avere la forza di misurare
l’attesa.
E, poi, certo quando è il momento, occorre dare tutto.
Io spesso, mi dico, con le persone, corro i 50 metri. Brucio
le tappe, non misuro le bracciate, non cadenzo il respiro e lo sforzo.
Non sono capace.
Jacopo no, parte un po’ troppo forte, poi resiste e finisce in
crescendo.
Non conta vincere, non conta granchè.
Conta dare tutto noi stessi, con intelligenza, senza
risparmiarsi, ma anche senza buttarsi via.
Lo abbraccio forte.
“Gli dico grazie. Ho imparato tanto, dai tuoi 800 metri”. Guardo Ylenia, l’allenatrice, ci sorridiamo. Lei sa.
Torniamo a casa.
Mi studio quel dipinto blu di Matisse, ricordo antico di
scuola.
Una figura nera slanciata con un rosso fuoco dentro di sé.
Certo un volo, verso l’alto, l’infinito.
Intorno stelle, esplosioni.
Scopro che Matisse ha dipinto il suo volo di Icaro alla fine
della vita, in sedia a rotelle, con una tecnica particolare.
Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, con l’eco
delle bombe nel pennello.
Capisco che Icaro nel dipinto di Matisse non si brucia.
Non va in cenere, cambia la storia. A partire dalla sua.
Quel rosso cuore lo sospinge in alto, sempre più in alto.
Gli fa schivare le bombe, abbracciare le stelle, cavalcare
il cielo.
Energia, fuoco, passione, Speranza che vola, non muore.
No, non si brucia.
Dentro di me abbraccio lei. Ormai l’Amore prevale su ogni
cosa.
Ma abbraccio anche lui, perché rinunciare “alla grazia e al
volo” significa dolore, ferita, tenebra.
Solitudine.
Penso che il mio cuore ora è acceso.
Non ha paura di bombe ed esplosioni.
Non ho paura di bruciarmi.
Non ho paura dell’Amore.
Quello vissuto con rispetto e ascolto dell’altro.
Tra mille cadute e mille salite, mano nella mano, occhi
negli occhi, passo dopo passo, bracciata dopo bracciata.
Non il dominio di una sull’altro o uno sull’altra.
Soprattutto, l’Amore non è mai, non può essere mai violenza.
E io, alla fine, non avrò il suo di Amore.
Nemmeno un frammento. Nemmeno un pezzetto.
Ma non importa, ci abbracciamo comunque.
Si può amare lo stesso, senza avere nulla in cambio.
A volte è faticoso, in salita, ma è bello lo stesso.
E’ comunque un volo. E’ comunque coraggio.
E’ un fallimento che ti accarezza lo stesso.
“Ogni angelo, in fondo, è un uomo normale”.
Tra soglia e varco,
piccole crepe sul dorso del cielo.
Tra ali leggere, chili in più e tentativi di imparare a
volare…
Proprio come spiega Icaro a suo padre,
senza sapere dove si giunge realmente,
separando la luce dal buio,
nella canzone del grande Francesco Camattini…
“Piccole crepe sul dorso del volo.
Oltre il confine del sole.
Nella doppiezza del mondo.
Vastissima luce.
Senza cedere all’abisso.
Con ali leggere.
La voce risale.
Dagli abissi del mare…”
Gridando in silenzio una preghiera.
“Sai bene il coraggio a me, poi,
non manca”.
Nel mare azzurro, infinito orizzonte.
D’Amore.
https://www.youtube.com/watch?v=dBXKYR1EpLg
F.
.jpg)

Nessun commento:
Posta un commento