giovedì 22 ottobre 2026

"NON UNA DI MENO". LA VIOLENZA (POLITICA?) E IL PROCESSO (DEL LAVORO). "MANIFESTO". Prima parte...

Esattamente a un anno (23 ottobre 2015), dal mio licenziamento subito dalla Cisl nazionale, peraltro con carattere incomprensibilmente retroattivo, dopo circa venti di anni di impegno, lavoro e passione, mi sono chiesto che cosa potessi scrivere ancora, senza ripetermi e senza risultare autoreferenziale.

Mi sono detto, intanto, che occorre guardarsi non i piedi, ma essere attenti, vigili, empatici rispetto a quanto avviene intorno a noi, in questi furiosi e roventi anni Venti del Duemila, nel tempo della c.d. "psicopolitica".

E allora ripartiamo, ahimè, dalla (mai giustificabile) violenza e dalla risposta repressiva da parte delle istituzioni di questi giorni e di queste ore.

Consiglio, su questo, di ascoltare, attentamente e senza pregiudizi, il video di Giacomo Poretti, il componente con i baffi del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo, sugli scontri violenti in piazza a Milano di questi giorni.

È bene ascoltare direttamente la sua voce, ma, in sintesi, che cosa ci vuole comunicare Giacomo?

Il comico milanese non esprime alcun giudizio sommario sui giovani e sui fatti convulsi e gravi che sono avvenuti; non è, per fortuna, un Bruno Vespa qualsiasi.

Poretti, dopo i fatti di Milano, ovviamente nello sconcerto per i bambini, per i giovanissimi adolescenti coinvolti e fermati, racconta, invece, la sua esperienza, anche lui da adolescente, nei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e del suo rapporto personale e vissuto collettivo rispetto alla violenza.

Ci parla, poi, del rapimento di Aldo Moro e del suo accorgersi che proprio la violenza politica che, in alcuni gruppi, veniva teorizzata e praticata, a sinistra come a destra, non avrebbe portato da nessuna parte.

Perché colpire il “nemico” non porta a nulla.

“Allora e anche adesso - ci dice Giacomo - mi sono convinto e accorto che siano necessari il dialogo, l’approfondimento, la fatica del confronto anche aspro, ma che la violenza ne porta solamente dell’altra e basta”.

Eco qui il link diretto del filmato, tratto dal canale Youtube e Facebook di Famiglia Cristiana: https://www.facebook.com/reel/1515647780394759

Sembra che non c’entri nulla (ma non è così…), ma in decine, dal minuto uno della fine dell’udienza del Tribunale del Lavoro di Firenze dello scorso 21 ottobre, mi hanno chiesto notizie, anche con insistenza, su come sia andata e che prospettive abbia la mia triplice causa di lavoro contro la Cisl nazionale.

Un procedimento, quello contro la Cisl oggi guidata da Daniela Fumarola, che, paradossalmente, indirettamente, ma obbligatoriamente, è un po’ come una causa “contro” metà della mia vita, o quasi…

Cosa che non mi succedeva più dalle scuole medie inferiori (e peraltro per ben altri motivi...), il 21 ottobre scorso ho trovato persino un bigliettino cartaceo e anonimo (per fortuna di incoraggiamento e sostegno) nella mia cassetta della posta...

L'articolo "C'è di più" che ha raccontato e re-introdotto la mia vicenda, di cui ho parlato poco e molto meno negli ultimi sei mesi rispetto a prima, ha avuto davvero tante visite sul mio blog, oltre ai social o altri siti che lo hanno, in toto o in parte, ripreso…

Chi volesse, con tanto di omonima canzone di Nek, lo ritrova a questo link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/10/ce-di-piu-le-mani-tese-di-g-e-il-fine.html

A un anno esatto dal mio infame, gravatorio, illegittimo, politico, discriminatorio, direi incredibile e paradossale licenziamento (più o meno come da impugnazione) per “ingiusta causa”, provo a rispondere, in maniera non autoreferenziale, ma generale, alle curiosità (o al sincero interesse sindacale e civile), senza essere elusivo, ma rispettando alcuni miei liberi impegni di riservatezza.

Sono passati quasi ormai diciotto anni da quando, con il Dipartimento delle Politiche Mercato del Lavoro della Cisl nazionale (segretario confederale Giorgio Santini) e l'omologo Dipartimento Politiche Organizzative (segretario confederale Paolo Mezzio) lanciammo un seminario nazionale sul tema della riforma del processo del lavoro, introdotto in Italia, con la “stagione dei diritti”, nel 1973 (in contemporanea con le 150 ore per il diritto allo studio che, però, lo ricordo non furono normate da una legge ad hoc, ma costituirono una conquista contrattuale, partita dai metalmeccanici e velocemente estesa a tutto il mondo del lavoro, privato e pubblico…)

Era il novembre del 2008 e il seminario si sarebbe, di lì a poco, tenuto a Roma, presso l'Auditorium di Via Rieti, il 9 dicembre dello stesso anno.

Gli atti, riveduti, rivisti ed ampliati, sono stati pubblicati, dalla Cisl e da Edizioni Lavoro, in un volumetto, credo ancora utile e prezioso, a cura mia e di Marilena Sias, intitolato: “Il processo del lavoro. Spunti di riflessione su una possibile riforma”.

Non si trattava di un'iniziativa estemporanea, proprio come si leggeva nell’intervento di apertura del segretario confederale Giorgio Santini (cui ovviamente avevo fortemente contribuito), intitolato: “Regole nuove per contrastare la deregulation”.

Il tema, sottolineava Santini, e io con lui e per lui nelle aule di formazione e nelle sedi sindacali in molti luoghi d’Italia, era trovare un equilibrio avanzato tra: “diritti ed efficacia”.

Il quarto Governo Berlusconi, memore dell'insuccesso del suo precedente attacco frontale all'articolo 18 della stagione 2001-2003, del più di un milione di cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici in piazza a seguito della sola Cgil di Sergio Cofferati, ma anche del successivo ricompattamento sindacale che si era realizzato con la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti, con tanto di scioperi generali comuni, aveva deciso di intraprendere una strada diversa, più complessa, ma potenzialmente politicamente più accorta, per ottenere i propri scopi di indebolimento della parte già debole nel rapporto di lavoro (il lavoratore ovviamente…)

Il tema della riduzione del contenzioso in materia di lavoro (anche per la questione dei tempi e delle spese di giustizia) e della valorizzazione delle azioni extragiudiziali, c'era tutto, non era inventato, ma solo utilizzato strumentalmente dal Governo e dalla maggioranza di centrodestra.

Spese e tempi della giustizia del lavoro, insieme, ovviamente, all’inversione dell’onere della prova che è, almeno su alcuni temi, a carico del datore di lavoro, non del lavoratore, sono tra i capisaldi, non solo in Italia, della giustizia del lavoro, insieme ai percorsi extragiudiziali, come conciliazione e, soprattutto nei paesi anglosassoni, arbitrato, compreso il delicato giudizio “per equità”.

Scriveva Santini (e io con lui…): “Le trasformazioni della società e dell’economia, nella regolazione del mercato del lavoro, nei modelli industriali e nell’organizzazione stessa del lavoro, sono l’elemento cardine per analizzare le conseguenze che tali trasformazioni hanno comportato nell’intero sistema delle relazioni di lavoro, di cui il processo e le controversie di lavoro sono un aspetto e un indicatore importante”.

Continuava il contributo programmatico e progettuale: “L’evoluzione del lavoro e della sua organizzazione è un percorso complesso: oggi assistiamo alla diluzione delle grandi identità collettive, mentre i conflitti e la rappresentanza tendono a frammentarsi insieme alle imprese. Questa evoluzione e queste nuove contraddizioni non devono annullare il percorso e le conquiste del processo di modernizzazione”.

Il tema, come sempre, era l’effettività e non la mera forma e consistenza solamente teorica dei diritti e delle tutele.

C’era un ulteriore punto della relazione che avevo preparato con Giorgio Santini che mi preme ricordare ed è quello finale (e non mi ero ancora sposato, pur provvisoriamente, con una espertissima responsabile di Uffici Vertenze Cisl...)

“Gli Uffici Vertenze della Cisl sono un punto di riferimento importante per queste e per tutte le altre problematiche emergenti dal multiforme sistema dei lavori nel quale oggi si esprime la potenzialità e il cambiamento del nostro apparato economico. È del tutto evidente che il problema della vertenza e del contenzioso individuale, nel rapporto di lavoro, sta diventando, se non è già diventato, un tema non più residuale nell’attività del sindacato”.

C’è, in nuce, nella frase finale, presentata anche come documento nel congresso confederale nazionale del 2009, il percorso di ricerca, soprattutto internazionale relativo ai c.d. “servizi collettivizzanti” che ha caratterizzato successivamente il mio operare scientifico nella Cisl e non solo, negli ultimi otto anni, in particolare con il progetto europeo Breakback, realizzato insieme a numerose Università internazionali e Centri di ricerca europei.

Le (pur provvisorie) conclusioni del progetto sono riscontrabili su pubblicazioni scientifiche anche internazionali (ad esempio la rivista Transfer, promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati) e, in italiano e in inglese, sul sito www.breackback.cisl.it . Senza dimenticare i contributi sempre scientifici (come ricordo sempre a una delle mie avvocatesse pistoiesi, sono un ricercatore non un saggista!) in diversi libri collettivi e sulla rivista della Fondazione Giacomo Brodolini: “Economia & Lavoro”.

Credo, senza autocelebrarmi, di aver influenzato su questo tema, almeno un po', diversi ricercatori e formatori sindacali, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze e non solo in ambito Cisl.

Affermavamo sia al seminario nazionale che in occasione del congresso confederale Cisl del 2009 svoltosi, come di consueto, al Palazzo dei Congressi dell’Eur:

“Bisogna dunque operare attivamente per far crescere e rafforzare il rapporto diretto tra sindacato e lavoratore, non solo per precisare e definire l’ambito del contenzioso nei rapporti di lavoro, ma soprattutto per estendere l’ambito del proselitismo con la pratica delle politiche sociali e di servizio di cui il sindacato deve diventare sempre di più il promotore e l’organizzatore”.

In realtà non inventavamo nulla di nuovo: nella nascita e nel rafforzarsi del sindacato libero negli anni Cinquanta, come ho spiegato forse mille volte (magari anche di più) nelle aule di formazione sindacale italiane ed europee (e in qualche caso anche extraeuropee, penso all’Ilo e all’Etf a Torino…) il ruolo degli uffici vertenze individuali era risultato fondamentale non solo per la tutela dei diritti, ma anche per i progressivi processi di sindacalizzazione di massa.

Il sindacato libero e progressivamente autonomo (l’autonomia anche formalizzata del sindacalismo italiano dai partiti si ottiene non con il Secondo Dopoguerra, ma solo a partire dal famoso congresso nazionale Cisl del luglio del 1969, noto, un po’ sommariamente, come quello del: “Potere contro potere”, tenutosi alla vigilia dell’autunno caldo e prima dell’adozione dello Statuto dei Lavoratori) si fondava, infatti, nella debolezza e frammentarietà della legislazione sul lavoro e sulla rappresentanza, nella non completa applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, su due pilastri iniziali.

Parliamo  della tutela, in particolare attraverso gli uffici vertenze sindacali, dei diritti individuali e della contrattazione collettiva, ovviamente prima nazionale e, solo in alcuni settori, territoriale e poi, solo dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento, anche aziendale.

Nel libretto di riflessione sulle possibili riforme del processo del lavoro che, unico tra le mie pubblicazioni, ho brandito e citato durante l’udienza del 21 ottobre scorso (ho ovviamente ancora tantissime frecce intellettuali nel mio arco e nei miei borsoni…potremmo vederne davvero delle belle nelle prossime udienze in aula…) c’è anche uno specifico contributo solo a mia firma.

In quel testo, intitolato: “Un percorso legislativo complesso”, ho affrontato, anche in chiave storica, sulla scia del giuslavorista De Luca Tamajo, la questione della valorizzazione dell’autonomia collettiva di fronte all’innegabile processo di flessibilizzazione del rapporto e del mercato del lavoro, sia in ambito privato che pubblico.

Ricordavo, ovviamente e ancora una volta, i sempre validi principi cardine della Legge 533/73 che ha introdotto l’allora “nuovo” processo del lavoro in Italia: celerità, concentrazione e riconoscimento al giudice di ampi poteri istruttori, inversione dell’onere della prova, esecutorietà delle condanne a carico del datore di lavoro, etc.…

Ho sempre pensato che la memoria, senza nostalgie ed ingessature, le "radici", siano davvero fondamentali per il divenire e le "ali" delle giovani e future generazioni...

Citavo inevitabilmente la “crisi” del processo del lavoro nel nostro Paese e i risultati della “Commissione Parlamentare Foglia” (2001), mettendo in evidenza la sofferenza del processo del lavoro nel contesto più generale della sofferenza del processo civile e l’insoddisfacente resa della conciliazione e dell’arbitrato, con, sul tavolo, anche la questione della conciliazione endogiudiziale (tentata dal giudice o dal conciliatore individuato tra quelli iscritti ad un apposito albo).

C’era poi, come noto, il tema del rafforzamento dell’arbitrato attraverso la possibilità di affidare il mandato arbitrale allo stesso conciliatore e la possibile creazione di un’azione sommaria tipica per tutte le ipotesi di tutela obbligatoria, con conseguente modifica del termine per l’impugnazione (che in diversi casi, anche in disegni di legge parlamentari, si voleva elevato a 120 giorni).

Il punto dirimente, almeno per me (che su questo ero, forse immeritatamente, referente nazionale), e, almeno in quella fase, anche per la Cisl, era quello di manutenere, non certo di smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, facendo però fronte, come scrivevo nel mio personale contributo, anche alla: “scarsa effettività dell’ordine di reintegrazione e all’eccessiva durata del processo che rende sempre più difficile il reinserimento, dilatando enormemente l’entità del risarcimento del licenziamento illegittimo”.

Ovviamente questa era l’impostazione del centrosinistra e di Tiziano Treu mentre quella del centrodestra e di Maurizio Sacconi, un vero demonizzatore del conflitto, era, direi opposta, pur partendo dalle stesse innegabili problematiche oggettive.

Il centrodestra puntava, poi, un po’ ossessivamente, sulla certificazione dei contratti di lavoro e sullo spostare sui lavoratori, almeno in alcuni casi, le spese della lite.

Si proponeva poi l’incentivazione dell’arbitrato individuale con una questione delicatissima: l’introduzione per legge e/o tramite contrattazione collettiva, di clausole individuali (le famigerate clausole compromissorie) con cui, di fatto, il lavoratore rinunciava a parti importanti dei propri riconosciuti diritti, come quello di poter ricorrere pienamente in giudizio, accettando, sempre individualmente, una sorta di obbligatorietà dell’arbitrato, compresa la decisione secondo equità.

Sullo sfondo c’era, ovviamente, non solo l’arbitrato, ma anche il tema della obbligatorietà (o meno) e dell’effettività del tentativo di conciliazione, con del tutto aperta la questione del ruolo e del “potere” dei rappresentanti e dei conciliatori sindacali.

La cosa curiosa è che ero solo all’inizio del mio, anche personale, percorso su questi temi.

Il disegno di legge sull’arbitrato, il c.d. “Collegato Lavoro” cominciava allora il suo quasi infinito e controverso iter parlamentare.

Come è abbastanza noto, la vera pietra dello scandalo che causerà il rinvio alle Camere della Legge, da parte di un indignatissimo (e, in verità, prima di allora, sempre moderatissimo, riformistissimo) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sarà la clausola compromissoria al momento dell’assunzione.

Rinunciare individualmente a molti dei propri diritti, articolo 18 compreso, in uno dei momenti di maggiore debolezza del lavoratore (appena prima dell’assunzione appunto) equivaleva di fatto, più o meno, alla pratica delle dimissioni in bianco, solo legalizzata e/o contrattualizzata.

Io, sempre sul filo del ruolo tra tecnico e politico, mi sarei opposto come un leone, ma non senza qualche inevitabile contraddizione organizzativa, alle successive tentazioni presenti anche in alcune parti della Cisl di smontare, a pezzi, l’articolo 18 (dove qualcuno, anche a livello apicale, ovviamente non Giorgio Santini, confondeva la sacrosanta e identitaria, storica preferenza dell’organizzazione per promozione di conciliazione ed arbitrato, con lo smantellamento, proprio a pezzetti e a macchia di leopardo, dei cardini e dei principi fondanti del processo e della legislazione del lavoro in Italia).

La vera questione, poi, come correttamente notava, sempre nel volume citato, il noto giuslavorista cislino Carmine Russo, grande esperto di lavoro pubblico, era quello non di mettere in competizione legge e contrattazione collettiva, ma come era avvenuto positivamente per lo Statuto dei Lavoratori del 1970, di farle quotidianamente cooperare, nei diversi ruoli e nelle diverse e intrecciate funzioni.

Arriveranno poi altre e complesse stagioni, altre e complesse risposte.

Ci sarà la famigeratissima lettera della Banca Centrale Europea (a firma Mario Draghi) che si occuperà sia dei licenziamenti collettivi che di quelli individuali.

Una lettera che io e Giorgio Santini, un po’ casualmente e non del tutto consapevoli, almeno in quel preciso momento, dell’importanza e della rilevanza politica di quel documento (era la fine di settembre del 2011, mio figlio Jacopo era nato a Pistoia da dieci giorni...), leggemmo insieme e in diretta, in forma cartacea, prima di una cena, dopo che lui era tornato, di corsa, da Palazzo Chigi.

Cose reali, ma da film…

Arriveranno, poi, Mario Monti e Matteo Renzi… (centrosinistra ricordalo!)

Ma questa è un’altra storia che, se lo vorrò, racconterò in seguito…

Intanto ritorno al 1973, anno, in Italia, dell'introduzione delle 150 ore e del nuovo processo del lavoro, ma, in Cile, purtroppo, del terribile golpe fascista del generale Augusto Pinochet.

Come feci nel 2020, all'interno del mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli, riprendo, debitore e riconoscente, Victor Jara e la sua canzone, Manifesto, pubblicata proprio nel 1973.

Una canzone scritta da Jara poco prima di essere assassinato dalle infami, vigliacche pallottole del potere fascista, appena insediatosi, del generale Pinochet.

Perchè...

"Là dove tutto giunge,

e dove tutto ha inizio

un canto che sia stato coraggioso,

sarà sempre una canzone nuova".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Xyyu5AN_H0g

Francesco Lauria (fine prima parte...)

ANGELO, IL SINDACATO, LA CISL, CARNITI, I FUTURI, LA SINISTRA E LE TIGRI TAMIL. E DANIELA...

Devo dire che ho letto la notizia, sui social, per puro, purissimo caso.

Non sapevo nemmeno, come è anche comprensibile, che ieri, proprio mentre si svolgeva a Firenze la prima udienza del processo del lavoro da me intentato contro la Cisl nazionale, era in corso di svolgimento il consiglio generale nazionale della confederazione a Roma.

Alla fine, nella vita, e forse anche nel sindacato, bisogna girare pagina, concentrarsi a costruire bene il bene, il nuovo, l'inedito.

La sorpresa, l'incanto che, ovviamente, non prescindono mai, almeno per me, da una lotta nonviolenta, da un conflitto generativo e generatore.

La notizia è questa: Angello Marinelli, ieri a Roma è stato eletto segretario confederale nazionale della Cisl.

Romano, 54 anni, come ricorda la confederazione, è stato per molti anni coordinatore del Dipartimento Nazionale Democrazia Economica Fisco e Previdenza (di cui anche io nella terza delle mie cinque vite sindacali ho fatto parte...), successivamente dirigente nazionale della Cisl Funzione Pubblica, di cui era, da circa un anno, segretario generale aggiunto.

Questo ufficialmente è Angelo Marinelli.

Mi sono riletto i nostri scambi del 19 ottobre 2017 quando fu eletto nella segreteria nazionale della Cisl Funzione Pubblica, un percorso non inedito, ma abbastanza particolare per un tecnico quasi puro, pur di altissimo livello, come lui.

Angelo mi parlava, ovviamente, di contentezza (era stato il più votato), ma anche dell'essere frastornati, perchè una pagina nuova che si apre è anche un'altra pagina del quaderno della vita (e del sindacato, della Cisl) che si chiude.

Nello scorrere i nostri reciproci messaggi mi sono anche accorto che, a detta sua, da oltre nove anni, mi deve ancora una pizza, ma, sinceramente, non credo che ci sarà occasione, per ovvi motivi, di ottemperare a questa sua promessa.

Quello, però, che mi sento di dire è che sono contento, per lui e per la Cisl, per il sindacato in generale.

Anche se, ovviamente, non sento Angelo Marinelli da oltre un anno e, senza alcun dubbio, non lo sentirò nei prossimi di anni, io non posso dimenticare quello che imparato da lui e come, disinteressatamente, si è speso per me, cambiando, parlo di questioni lavorativo-familiari, in maniera importante e positiva, non posso ometterlo, insieme a Maurizio Petriccioli, ovviamente sulla scia di Giorgio Santini, la mia vita.

Ma, al di là della riconoscenza per fatti che risalgono esattamente a quattordici anni fa (settembre-ottobre 2012) quello che può essere rilevante pubblicamente è che, da ieri, la Cisl confederale ha un dirigente, tornato a casa, in Via Po 21, che, in particolare, ma non solo, su previdenza, responsabilità sociale delle imprese, fisco, democrazia economica, pubblico impiego non ha pari.

Sia da un punto di vista prettamente contrattuale, tecnico che, lo abbiamo visto negli ultimi nove anni, organizzativo e politico (al di là che, ovviamente, da un punto di vista sindacale, alcune scelte, come la firma di alcuni contratti pubblici, io non le abbia tecnicamente condivise).

Ricordo un aspetto notorio: Angelo Marinelli come me, affonda le radici nella sinistra cislina carnitiana (io lato Giorgio Santini, lui Pierpaolo Baretta, ovviamente le sinistre MAI sono unite! :-) e quindi credo di non sorprendere nessuno/a nel ricordare che abbiamo valori, radici, culture sindacali, idee forza, simili, anche se non identiche.

Questo senza settarismi inutilmente nostalgici e senza pensare, come magari facevo in passato, che le sinistre, sindacali e politiche, avessero sempre ragione a prescindere e che lo stesso Pierre Carniti, cui mi ha legato un affetto viscerale e una stima infinita e manifestamente da lui ricambiata, avesse, sempre, pure lui, ragione a prescindere.

Se si studia, se si entra nel profondo, si analizzano i contesti storici e sindacali si comprende, ad esempio, che esistono più Carniti nel fluire della storia, non solo della Cisl, non solo del sindacato, ma del nostro Paese.

E che anche il sindacato degli anni Cinquanta e Sessanta non era lo stesso degli anni Settanta, dei decenni successivi, degli anni Duemila, di oggi...

Se si è prima vissuti, per citare un libro di Piere nel "tempo della Speranza", poi bisogna affrontare, come sottolineava lucidamente Aldo Moro, anche il nostro tempo, con tutte le sue difficoltà.

E' stato un anno burrascoso, di grandi cambiamenti anche per Angelo Marinelli, non solo per me.

Mi dicono che, dopo una scelta, immaginio molto dolorosa, soprattutto sul piano personale, non solo politico-sindacale, lui sia stato davvero irreprensibile, corretto, mai ambizioso oltremisura, anche se è noto che i numeri, per la successione a Maurizio Petriccioli nella Cisl Funzione Pubblica, dopo le avvenute dimissioni del dirigente toscano che era stato, invece, riconfermato al congresso nazionale di Firenze, erano, non di poco, dalla sua parte.

Soprattutto io so che Angelo, che ha anche dei difetti (per esempio, magari è migliorato, ho visto poche persone ipocondriache come lui...) è una persona seria.

Da tutti i punti di vista.

Uno cui affiderei le chiavi di casa mia per quindici anni. Anche venti.

E' facile per me, è stato lui l'unico sindacalista invitato e presente al mio matrimonio,

E' anche stato quello che, quando mio figlio era piccolissimo e io lavoravo ancora a Roma, alla Cisl nazionale, mi ha ospitato, proprio quando vivevo in condizioni abbastanza precarie da alcuni preti di periferia.

Il neo segretario confederale Cisl mi ha accolto, allora, nel cuore della notte, a casa sua, dopo che gli avevo telefonato.

I preti si erano scordati di avvertirmi che avevano dovuto cambiare per un furto la serratura di un cancello ed erano, poi, andati presto a dormire.

Io ero rimasto fuori, tipo Calimero.

Sapevo bene che Angelo anche di sera tardi lo potevo chiamare, lui si addormenta non prestissimo, a differenza mia.

E che, nonostante allora russassi come un trattore, il divano di casa sua era a disposizione.

Per me, come per altri.

La vita, direi la Cisl, ci ha professionalmente separato e non scrivo queste cose belle per recuperare alcunchè, c'è stato anche molto silenzio in questi ultimi dodici mesi (domani è l'anniversario del mio ingiusto e ingiustificabile licenziamento).

Scrivo perchè ho imparato, anche soffrendo, che non servono vendette, non bisogna mai provare invidia o rancore.

E, sindacalmente, non faccio fatica a riconoscere che la Cisl, cui, per scelta, non appartengo più, nemmeno da iscritto, da oggi, in primissima fila, ha una figura di grandissimo valore sindacale.

Per capacità tecnica, affidabilità, passione e anche visione politica.

Non lo dico io, Angelo Marinelli lo ha, da trent'anni almeno, dimostrato sul campo, in ogni situazione, anche difficilissima, anche da posizioni interne di evidente minoranza (perchè la sinistra, anche nella Cisl, non certo per responsabilità di Angelo, è stata un po' come le Tigri Tamil nello Sri Lanka, un tempo forte, si è poi ridotta alle dimensioni di un campo da calcetto nella giungla...)

E quindi, sapendo bene che, questa volta, a differenza del 2017, non ci sentiremo io ad Angelo Marinelli faccio il mio in bocca al lupo.

Disarmato, autentico, direi anche ovvio.

E, lo devo, a denti strettissimi, riconoscere...

Daniela Fumarola fa ANCHE cose buone.

Mi fermo :-)

Francesco Lauria

martedì 20 ottobre 2026

"C'E' DI PIU'". LA PENNA E LE MANI TESE DI G. & G... IL FINE INTIMO E ULTIMO DEL SINDACATO: ESSERE INSIEME GIUSTIZIA (PREPARANDO L'UDIENZA A FIRENZE...)

«Il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita»

Simone Weil, "La prima radice".

Molti/e, anche giornalisti (non migliaia eh, sia chiaro...) si aspettano che io dica/scriva qualcosa in vista dell'udienza contro la Cisl nazionale, in programma domani mattina presso il Tribunale del Lavoro di Firenze.

Firenze, non Roma, visto che lo svolgimento delle mie mansioni è stato in ampia prevalenza, almeno negli ultimi tredici anni, non nei precedenti sette, proprio presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole.

A Roma, invece si discuteranno la quasi totalità delle reciproche doglianze di livello personale relative ad alcuni dirigenti (diversi, almeno tre, pur dirigenti apicali, incredibilmente risultati, dopo i miei ricorsi ai probiviri, NON iscritti alla Cisl: Danilo Battista, Roberta Roncone, Andrea Benvenuti. Una cosa, davvero degna di un film tragicomico...)

 Su Firenze so che, per chi le ha, deluderò, invece, le aspettative.

Sto terminando di realizzare le controdeduzioni alle centinaia e centinaia di affermazioni temerarie, imprecise, incredibili, strumentali, false, imbarazzanti, contraddittorie, che sono contenute nelle novantadue prolississime pagine di difese della Cisl rispetto ai miei ricorsi (il plurale non è casuale).

Molto meglio di me, soprattutto su due temi fondamentali non legati alla mia persona, ma generali, relativi al ruolo e alla postura del sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici nella società contemporanea, è stato scritto ieri sul benemerito blog il 9 marzo. 

Ecco qui il link: https://www.il9marzo.it/?p=11430 ("Due parti in commedia sono troppe").

Sfido, invece, ogni scongiuro, citando un altro articolo, ancora più bello, scritto dalla stessa inconfondibile penna di giornalista di razza, mesi fa.

G. (nome vero), scrisse quelle parole, delicatissime, bellissime, quando io decisi, con la morte nel cuore, di rinunciare, dopo i primi sette scandalosi lodi, agli ulteriori ricorsi ai probiviri Cisl (confederali, dei territori e delle categorie) dimettendomi da socio dell'organizzazione.

Eccolo qui: https://www.il9marzo.it/?p=10861

Il titolo sembra non portare bene, in vista di domani: "Le organizzazioni non perdono mai".

In realtà non si parla di cause perse, ma di sonno perduto, del "consumarsi in attesa di una notizia", della paura e dell'isolamento, del senso difficilissimo di responsabilità, in primis verso la propria famiglia, ma anche verso se stessi.

Del tremare di ogni passo.

Quella del 2026, dopo vent'anni, è, infatti, la prima tessera Cisl che non ho nel mio portafogli...

Ma oggi non sono io al centro.

Ci sono, nel mio cuore, nelle mie lacrime, nella mia paura, nella mia attesa insonne in vista di domani mattina, i tantissimi e le tantissime sindacalisti/e, lavoratori, lavoratrici licenziati/e perchè hanno deciso di non rinunciare alla dignità.

La dignità, infatti, non si da.

Si può solo riconoscere.

Oggi, al centro di questo articolo, più breve del solito, anche perchè sono stanco, esausto, frammentato, proprio come piace a qualcuna di super apicale, non ci sono io.

C'è anche un'altra G. (nome e iniziale di fantasia).

G. è una giovane donna che lavora nel commercio.

Una ragazza del sorriso, minuta e sempre efficiente, di solito entusiasta della vita.

Oggi, sarà che quando sei ferito, riesci a vedere meglio le ferite degli/delle altri/e, non le ignori, ho notato che il suo sorriso era spento.

Imprevisti duri in famiglia mi ha detto.

Immagino un genitore, magari due, un fratello o una sorella.

Non ho chiesto per rispetto.

G. ha poco più di venti anni.

Problemi conseguenti, anche economici.

Mentre mi serve il caffè, circondata, da sola, da tantissimi altri clienti, mi confida di aver chiesto, invano, di svolgere qualche ora di lavoro in più.

Come è noto, nel commercio, il part time involontario è diffusissimo, a partire dalle donne.

Uno strumento di conciliazione e di emancipazione è diventato una trappola, una gabbia.

Anche di genere.

La osservo sistemare file di tazzine, un po' troppo in alto per lei.

G. non è altissima, ma alla fine ci arriva sempre. Anche alla tazzina più lontana.

Non è certo l'unica, in quel luogo, a lamentarsi dei ritmi, degli orari e delle condizioni di lavoro.

Lo fa però sottovoce, si guarda intorno.

Mi dice che lei vorrebbe non dico protestare, ma farlo presente.

Ma ha paura di rimanere sola.

Aggiunge: "è già tanto che ci danno lo stipendio, non possiamo pretendere di più".

Provo, stimolato, a controbattere: "non è già tanto, è semplicemente giusto".

Sospira, vede, intelligente e sensibile, la dolcezza ferita nel mio sguardo, accenna un timido sorriso.

Allarga le mani.

In quel momento ci capiamo profondamente, uno negli occhi dell'altra, uno nella ferita dell'altra.

Giovedì, il giorno dopo mercoledì. 

Il giorno dopo l'udienza della "reciproca carneficina", dalle 14.30 alle 16.30 riapriamo, a Pistoia, una nuova sede sindacale.

Timidamente, ci sarà tempo per le inaugurazioni.

Penso, però, chissà che, probabilmente, non riuscirò ad essere utile a G.

La sua paura è davvero tanta, troppa.

E io la rispetto profondamente. 

Non mi permetto di giudicare.

Conosco abbastanza della sua storia e so quanto retta, diritta sia questa ragazza.

Quanto sia capace. Onesta. Vera.

So anche che noi sindacalisti non abbiamo mai tutte le risposte.

L'ho imparato bene da un mio corsista bergamasco, di Nembro, durante il tempo lungo e sospeso del Covid.

Non ho dimenticato.

E' però oggi, almeno per un po'...

non compiango la mia ferita.

Penso a G. e alle tantissime ragazze, donne di ogni età come lei che, tra una tazzina e uno scaffale, sono vittime della cultura e dell'economia dello scarto.

Del predominio del capitale sul lavoro (il contrario dell'articolo 2 dello Statuto della Cisl, almeno di quella vera, che ho conosciuto e amato, per cui ho vissuto).

So anche, per ragione di gusti musicali, di giocarmi probabilmente l'amicizia di Alessandro e di Giulia, ma mi viene, arditamente, da citare una canzone di Nek.

Uscita nel 1996, esattamente trenta anni fa.

Lavoravo in nero, d'estate, a Parma, in un campo di cipolle. 

Mi feci anche molto male.

Una mia scelta, ho imparato dai miei errori.

Se abbiamo di fronte, cito Nek, decine di "mani arrese" (magari anche le nostre...)

non possiamo e non dobbiamo voltarci dall'altra parte.

Cercare luoghi più facili di sindacalizzazione, dove non si incontra la paura.

Perchè quella stessa paura può diventare speranza, se ci si riconosce nella dignità.

Non in teoria, nella prosa ostinata e tenace, generosa, di ogni giorno.

"Bisogna cominciare..."

Questo per me è il fine intimo e ultimo del sindacato: "essere insieme giustizia - sun dike".

Colmare, attraversare le asimmetrie di potere, essere compagni e compagne, fratelli e sorelle, spezzare, nel lavoro e nella vita, il "pane insieme": "cum panis".

Perchè noi "vogliamo il pane e le rose".

E, dopo la prosa, anche la poesia.

Domani nel mio cuore, di fronte ai miei sicuri "sicari" probabilmente ancora non iscritti, porterò le mani minute e belle di G.

E le mani e la penna dell'altro G. (quello vero...)

Mani non arrese.

Ma tese.

In attesa non di una elemosina, di un po' di paternalismo aziendale, di una pacca da qualche parte.

Mani tese.

Dignitose. Aperte. 

Mani viste.

Da stringere, perchè: "c'è di più", G. e G.

E Francesco.

Non, non facciamoci raccontare, definire, da chi ha perduto l'umanità, non solo il sindacato.

NOI SIAMO, di più della paura e della solitudine.

Di un "tempo violento".

Con la forza dolce e politica, sindacale dell'empatia e della cura.

Possiamo e vogliamo restare umani/e...

"Stiamoci accanto!"

Francesco Lauria, "sindacalista e formatore da marciapiede".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Tzffxkh5Dr0

Nek - Filippo Neviani 

Di più.

Non c'è tempo

Il tempo non aspetta mai
Cammina per i fatti suoi
Con dentro noi
E non so quali facce incontrerò
O se un fucile in faccia avrò
Con di dietro un uomo
Troppo facile dire, "Va così"
Fino a che son qui
Appartengo al mondo
Troppo facile dire, "Che ne so"
E restar nascosto dietro ad un no
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Ma stammi accanto
C'è molto di più della TV
Che appanna i pensieri ormai
Che pensa anche per noi
Sì, lo so
Non sempre tutto è come vuoi
E calci in bocca prendi e dai
Ma alla fine tu sei quello che fai
E non dire di dare, ma dai tu
Anche quando non ce n'è più
Per qualcuno è già importante
Oh noi, tra quelle cose che non vediamo mai
Decine di mani arrese
E tese verso noi
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Restiamoci accanto
C'è molto di più
E lo sai anche tu
Insieme si cade giù
Ma insieme si torna su
C'è di più
Del mantenerci vivi
C'è di più
Dell'essere aggressivi
C'è di più
Bisogna cominciare
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è molto di più e lo sai anche tu
E molto di più, di più, di più
E molto di più, di più, di più, di più, di più

lunedì 19 ottobre 2026

RISPOSTA A DON BIANCALANI: LA SICUREZZA DELLA CURA PER RICUCIRE PISTOIA. UN APPELLO ALLA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA E DEL SOCIALE

      

Abbiamo riscontrato con preoccupazione, senza volerci prestare a strumentalizzazioni, le aggressioni e i disagi che sono avvenuti in vari luoghi di Pistoia come piazza della Resistenza, Galleria Nazionale, Porta Carratica, Ramini.

Abbiamo anche letto, con incredulità, le missive pubbliche, ampiamente riprese dalla stampa, di don Massimo Biancalani ex parroco, ora rimosso, delle Chiese di Vicofaro e Ramini.

Biancalani commenta un problema reale: l’importanza e l’urgenza del rafforzamento di una rete di sostegno e inclusione per le persone più fragili: non solo immigrati, ma anche anziani soli, giovani in cerca di prima occupazione, coniugi separati, disoccupati di lunga durata, senza fissa dimora, disabili fisici e psichici, uomini e donne sole.

La grande malattia di oggi, anche a Pistoia, di fronte alla parcellizzazione delle relazioni sociali e del lavoro, è proprio la solitudine.

Una solitudine, tante solitudini diverse e convergenti, che possono trasformarsi, da un lato, in disperazione, oblio o paura, dall’altro, lo vediamo anche nelle strade e nelle piazze d’Italia, in rabbia, a tratti anche in ribellione, rivolta.

I preoccupanti dati della Caritas, al di là di ogni allarmismo, richiamano alla responsabilità la politica e le istituzioni ad ogni livello e, se il ruolo del volontariato e del terzo settore è importante, fondamentale, esso non può trasformarsi in “barelliere” dello Stato o del Comune.

Occorre un intervento capillare, un investimento in politiche di inclusione, contrasto alla paura, anche di controllo democratico e di contrasto, laddove emergano responsabilità che nessuno può, vuole, deve tollerare.

La violenza, il degrado, le solitudini si combattono con la formazione e il rafforzamento delle forze dell’ordine, che vanno sostenute qualitativamente e quantitativamente, ma anche con pazienti politiche di inclusione, emancipazione, coscientizzazione.

Se i disagi sono reali e i furti, le violenze, le molestie accadono e vanno combattuti, esiste anche la percezione della paura, del diverso da noi, di chi non conosciamo e, magari, non ci conosce.

Non riteniamo che la risposta sia riproporre i fallimentari esempi di Vicofaro e di Ramini: luoghi che hanno annientato le comunità, reso impossibile non solo la convivenza, ma persino la conoscenza, ammassato persone e corpi, senza dignità, senza progetto, senza responsabilità.

Allora, proprio al contrario di quanto sostiene don Massimo Biancalani, noi affermiamo: mai più Vicofaro, mai più Ramini!

Questo non significa abbandonare le persone, le fragilità, non intervenire creando disagi che possono non solo alimentare paura, ma degrado concreto, sia per le persone fragili che per tutta la cittadinanza.

La politica non si può limitare a discutere i problemi, ma deve pensare, delineare, costruire le soluzioni, a partire dall’emergenza abitativa che, anche a Pistoia, si sta aggravando, con conseguenze sociali, economiche, esistenziali.

La politica non deve guardare il proprio ombelico, deve posare uno sguardo intelligente e di cura sulla città e il suo territorio, periferie comprese.

Proprio per questo richiamiamo la politica, il mondo del volontariato, i partiti, le associazioni, i cittadini e le cittadine a ritrovare uno spazio rispettoso di discussione e confronto, al fine di agire con responsabilità per il bene comune.

Se Vicofaro e Ramini sono stati e sono uno dei problemi, non la soluzione, tutto questo non può rappresentare un alibi: a partire dal Comune di Pistoia bisogna fare bene e fare presto.

Oltre le solitudini, la paura, il disagio.

Proponiamo alle diverse forze politiche e istituzionali, al terzo settore un dibattito pubblico, non urlato, autentico, non episodico.

Ci faremo sentire presto.

Luca Cipriani, Segretario Provinciale Libertà e Democrazia

Francesco Lauria Presidente Associazione Sognare da Svegli

Info: sognaredasvegli@gmail.com

domenica 18 ottobre 2026

"DETONAZIONE": "LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO". UN TESTO ANCORA ATTUALE DI FRONTE ALLA VIOLENZA E AL POTERE.

"Il sapere che finora possediamo ci dice che

abbiamo bisogno di cose che cambiano,

ma abbiamo anche bisogno di cose che restano".

Giorgio Abraham

Pur avendo contrastato personalmente e con vigore, in decenni di impegno e di attivismo politico e sociale, anche con il mio corpo, tutte le politiche repressive dei Governi (di ogni colore) e delle forze militari e di polizia, non ho mai, mai giustificato la violenza in piazza, in qualsiasi luogo e tempo.

Mai. Radicalmente, senza se e senza ma. Senza balbettare.

Oltre ai motivi etico-morali e, aggiungerei, spirituali anche per un motivo molto semplice e pratico: la violenza quando la realizzano, magari anche gratuitamente, i manifestanti è funzionale, direbbe Michel Foucault, alle politiche repressive e securitarie del potere (di turno), alla cancellazione, anche mediatica, delle giuste ragioni delle proteste.

La violenza di piazza è assurdamente funzionale ad allontanare le moltitudini pacifiche che, purtroppo, trovano così l'alibi per non impegnarsi, per smobilitare, per lasciare il campo all'indifferenza o, peggio, al fastidio, al giudizio.

In questo senso il "battesimo del fuoco", i lacrimogeni, le manganellate, la paura, i black block, il sangue e la ferita di Genova 2001 sono stati e sono tuttora per me indelebili. 

Tutto ciò vale per gran parte della mia generazione mobilitante e mobilitata, che a Genova c'era e c'era stata, ad esempio, nella bellissima, gioiosa, colorata manifestazione dei migranti del giovedì, che aveva poi sofferto per la morte violenta subita da Carlo Giuliani e per gli scontri e la successiva gravissima repressione militare e di polizia nel weekend di quel rovente luglio 2001.

La mia è anche la generazione della scuola Diaz, di manifestanti, attivisti, giornalisti nonviolenti, massacrati e denigrati, vilipesi attraverso una "macelleria messicana" e la messa in atto (è dimostrato da sentenze definitive) di false prove da parte delle forze dell'ordine.

Io, all'epoca, ero un giovane studente lavoratore che, da allora, non ha mai dimenticato.

Perchè lo stato repressivo, quando vuole fare davvero male, lo ha dimostrato, nel nostro Paese, la neofascista strategia della tensione con le sue stragi violente, non si fa remore e non rispetta, purtroppo, è gravissimo, nemmeno le proprie regole, le proprie leggi, i diritti umani fondamentali.

Poi è chiaro, occorre anche contestualizzare storicamente e geograficamente, altrimenti, sbagliando, prenderemmo anche le distanze dalla Resistenza partigiana tra il 1943 ed il 1945.

Su tutto questo, su questa "Detonazione", a venticinque anni da Genova 2001, abbiamo riflettuto e discusso sulla rivista "Le parole e le cose", con il filosofo dell'educazione e della pace Aluisi Tosolini e con Lotta, musicista e attivista contro la crisi climatica, nata nel 2002, che quindi, a differenza nostra, a Genova 2001 non ha proprio potuto esserci!

Qui il link al testo della rivista: https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/  e qui il link alla versione internazionale in lingua inglese della conversazione, pubblicata dal portale di ecologia politica e sociale "Undisciplined Environments": https://undisciplinedenvironments.org/2026/08/06/genoa-2001-2026-detonation/

Quanto ho scritto, però, non giustifica mai, e sottolineo mai, almeno per me, alcuna violenza, nemmeno dimostrativa.

Ieri, non comprendendo la cautela di alcuni leader politici e sociali nel condannare le cieche violenze di piazza, ancor più gravi, inquietanti e interroganti perchè spesso realizzate da giovanissimi, mi è venuta in mente una mia lettera aperta che fece abbastanza scalpore nel c.d. mondo "No Global" cui appartenevo e in cui rivendico, ancora oggi, il mio pieno coinvolgimento.

2005, Gorizia-Gradisca d'Isonzo, Nord Est, vicino al confine orientale, allora il confine di Schengen, dell'Europa fortezza.

Avevo da poco terminato l'Università e mi ero laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, con una tesi sull'impegno nonviolento e popolare nella guerra civile e nella successiva "pace fredda" dei Balcani, da parte dell'"Europa minore", quella degli enti locali, della società civile, del volontariato, del Consiglio d'Europa.

Quella che, anche sotto le bombe e tra le mine antiuomo, costruiva, ostinata e coraggiosa, Ambasciate, poi Agenzie della Democrazia Locale.

Avevo anche contribuito in maniera importante, insieme a tanti amici e compagni universitari e universitarie, alla carovana della Pace dei missionari comboniani partita, nel 2004, proprio da Gorizia e da Gradisca d'Isonzo, uno dei borghi più belli d'Italia, in cui era stato aperto un famigerato Cpt (Centro di Permanenza Temporanea per Migranti, ora Cpr).

Un luogo di "stato di eccezione", di sospensione del diritto, cui fare, civilmente e nonviolentemente resistenza, disobbedienza.

Un luogo istituito, nel 1998, dal Governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema, attraverso la c.d. "Legge Turco Napolitano" sull'immigrazione, poi emendata, ma neanche tanto, nella altrettanto celebre e famigerata: "Legge Bossi Fini".

A cavallo dei fatti di Genova 2001, Luca Casarini e i suoi disobbedienti (le "tute bianche"), spesso funzionali al potere dominante, cercavano di egemonizzare, soprattutto mediaticamente, il movimento "per un altro mondo possibile e necessario".

Erano forti soprattutto nel Nord Est, ma anche a Napoli e si appoggiavano alla politica dei partiti, "infiltrando" i Verdi, nel Triveneto e la bertinottiana Rifondazione Comunista nel centro sud.

Nel centro sud, Università di Pisa compresa, i disobbedienti facevano allora riferimento proprio a quel Francesco Caruso, autore, da parlamentare Prc di dichiarazioni davvero geniali nel loro delirio che misero in molto in imbarazzo anche Fausto Bertinotti che lo dovette sospendere dal gruppo parlamentare per affermazioni infami come: "Marco Biagi e Tiziano Treu assassini..." 

Francesco Caruso cui, mi risulta (ma spero di essere da lei smentito), faceva pieno riferimento politico anche la leader studentesca di Rifondazione Comunista presso l'Università di Pisa, l'attuale assessora alla cultura del Comune di Pistoia Marica Setaro, proprio oggi (nel senso del 19 ottobre 2026...) sproloquia sulle pagine nazionali de la Nazione, affermando più o meno, senza vergogna (e, ahimè, senza alcuna mia sorpresa) che la violenza, la rivolta vanno bene, ma, rispetto alle sue, oggi, manca un po' troppo l'ideologia...

Per carità Setaro, ognuno si tiene i "maestri" e i riferimenti che vuole, io mi limito ad apprezzare (davvero) come utilizzi oggi il termine "disobbediente" nelle tue stesse pubblicazioni scientifiche sulla psichiatria e l'etnopsichiatria (in particolare in saggi su bambine in manicomio etichettate, condannate, ahimè, come "disubbidienti" o "incorreggibili"...) 

Memore di Genova 2001, mi opponevo all'idolatria di subdolamente affascinanti "cattivi (e sopravvalutati) maestri", come Toni Negri, fin dall'inizio del 2002, rischiando più volte e in prima persona, tra Gorizia e Trieste, di subire atti di violenza politica.

Non ho mai avuto paura reverenziale, ieri come oggi, di sfidare i poteri, fossero essi politici, militari, accademici o di movimento.

Provammo, all'inizio del 2005 (io collaboravo, dopo la laurea, con l'insegnamento di Scienze della Politica presso l'Università di Trieste) ad opporci all'utilizzo della violenza in piazza, agli scontri organizzati e mediatici con le forze dell'ordine.

Provammo, provai, esponendomi molto durante le riunioni preparatorie della manifestazione "anti Cpt" organizzata da un movimento complesso e davvero plurale, molteplice, a far togliere ai disobbedienti, alle tute bianche di Luca Casarini, la testa del corteo.

Volevamo depotenziare la voglia, il desiderio perverso di scontri, di violenza.

Purtroppo non ci riuscimmo, se non all'inizio della manifestazione.

Fu un disastro.

Ricordo Gradisca d'Isonzo blindata, tutti i negozi chiusi, la popolazione che ci guardava di nascosto dalle finestre e dalle saracinesche abbassate.

Un grande, enorme errore, da noi pagato duramente per anni.

E io, risalendo, solo e arrabbiato, il corteo dopo gli scontri, ne pagai il prezzo, come racconta la mia (per nulla tenera) lettera aperta di allora, cui, peraltro, rispose non Luca Casarini, ma, in maniera stupenda, uno storico grande pacifista italiano come Enrico Peyretti.

Ma voglio scrivere un'ultima cosa. 

Quest'anno a Milano, epicentro degli scontri di piazza di questi giorni, al convegno del quarantesimo anniversario di Ipsia, la Ong delle Acli nazionali presieduta dal mio amico Marco Calvetto, ancora oggi molto attiva nei Balcani e in Bosnia in particolare, ho reincontrato Luca Casarini.

E' molto cambiato. 

Ha capito tante cose; ha vissuto un profondo e sincero percorso di conversione accompagnato, a suo tempo, da Papa Francesco che ha anche curato la prefazione ad un suo libro.

Non so, non credo che Luca Casarini, dopo tanti anni, mi abbia riconosciuto.

Ma ci siamo comunque scambiati un sorriso e, siccome doveva scappare, gli ho pure ceduto il microfono, facendo in modo che lasciasse ad Ipsia il suo messaggio di "buon compleanno" proprio prima del mio.

I casi, belli, della Vita. 

La Speranza che non si arrende mai. (F.L.)

LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO (27 Febbraio 2005).

https://liste.peacelink.it/pace/2005/02/msg00323.html

LA STORIA APPARTIENE A CHI AMA, NON A CHI GRIDA PIU'
FORTE.

Egregi disobbedienti,
scusate, ma non riesco ad essere ipocrita.

E rivolgermi a voi in maniera più amichevole.

Siete calati, in centinaia su Gradisca d'Isonzo.

Per la manifestazione unitaria contro l'apertura del
Centro di Detenzione/Permanenza per Migranti.

Dal Piemonte, dall'Emilia, dal Veneto, dal Friuli
Venezia Giulia.

Come dicono ossessivamente i vostri capi : una
moltitudine.

Avete preso treni, contrattando di non pagare
biglietti (solo voi, però, i comuni mortali, il
biglietto sullo stesso treno lo hanno pagato, magari
controvoglia...), siete giunti con potenti mezzi,
aveti zittito tutti con i vostri watt.

Avete finto uno scontro patetico con la polizia.

Due tre manganellatine di fronte alle telecamere,
giusto il minimo necessario per "egemonizzare giornali
e telegiornali", e poi ...

Poi nulla.

Io queste cose le avete denunciate prima, le sapevo.

Succede a Gorizia, quando ci siete di mezzo voi sempre
così.

I vostri capi, i Casarini e gli Olivieri (il capetto
locale di Trieste) erano scuri in volto.

Quelle persone che vanno avanti per la loro strada,
senza curarsi di nulla di quello che hanno attorno, di
nulla e di nessuno.

Avete violato i patti con tutti, non tanto con gli
"sbirri"(chi se ne...), ma quelli con tutte le altre
moltitudini di cui a voi non frega nulla.

Poi a Gradisca d'Isonzo era finito tutto.

In silenzio i compostissimi e numerosi anarchici
(compostissimi, silenziosi, veramente, non ci sono più
gli anarchici di una volta...), silenziosi i giovani
comunisti, impauriti i confederali.

Io raggiungevo i pochi cattolici di base presenti.

Ero solo.

Nella vostra moltitudine.

Poi, accerchiato, ho subito una aggressione fisica
(una testata sul volto), sono strattonato da una
decina di voi e mi è stato detto che siccome avevo
offeso i vostri fratelli (cioè il capetto bulletto di
periferia Andrea Olivieri, di Trieste)se non me ne
andavo mi avreste ammazzato.

Non era un esagitato, nè un conflitto, era una
precisa, intimidazione collettiva di stampo mafioso.

Tra voi e i boss della camorra di Scampia non c'è
nessuna differenza.

Tra voi e le squadracce fasciste di ogni età e
latitudine non c'è alcuna differenza.

Poi, guardavo i vostri capoccia.

Tutti maschi.

Siete anche pedine del potere.

Utili, finanziati, foraggiati, coccolati.

In particolare nel Nord-Est, un anno fa avete potuto
girare con mazze nel pieno centro di Gorizia, in una
città in cui anche starnutire forte viene sanzionato,
segnalato.

Siete, pedine della strategia della tensione di questo
governo.

I vostri leader sono rivoluzionari di professione, nel
senso che per organizzare le vostre recite (quanto
diverso è il conflitto sociale vero!) sono finanziati,
e sostenuti.

Beh, io sono proprio stufo.

Non starò in silenzio di fronte alle vostre botte e
alle vostre minacce ed intimidazioni.

So bene di essere solo l'ultimo di una lunga serie,
anche al vostro interno i dissidi li regolate così,
branco altro che moltitudine...

Lo faccio senza rancore, alle vostre mazze e alla
vostra collusione, funzionalità al potere e ai potere
non posso che opporre questa frase di Albert Camus che
in un periodo di grandi lotte affermava:

"Non essere amati è soltanto cattiva sorte; non amare
è una tragedia. Tutti noi oggi stiamo morendo di
questa tragedia. La violenza e l'odio infatti
disseccano il cuore nel profondo; la lunga lotta per
giustizia e l'amore che pure l'aveva ispirata. Nel
clamore in cui viviamo, l'amore è impossibile e la
giustizia non basta".  (A. CAMUS, Les justes, 1950).

Ecco cari disobbedienti.

Imparate un po' ad amare.

Io non è che ce l'abbia con voi.

Solo, non sopporto i prepotenti.

Si chiamino Bush, Putin, De Gennaro, Fini, Sharon, Al
Sistani, Casarini, Caruso od Olivieri. - e non dite
visto con chi vi ho messo in compagnia che non vi dò
peso :-) ...

Francesco Lauria
(aggredito a Gradisca d'Isonzo sabato 26 febbraio, nel
pressi del muro del CPT in costruzione, da un folto
gruppo di disobbedienti, dopo una fatwa emessa il
giorno prima dal capo locale Andrea Olivieri.
Aggredito negli unici dieci minuti in cui ero solo.)

Ecco diciamo anche che oltre che prepotenti siete un
pochino vigliacchi.

Ma quindi potete anche (solo) migliorare... 

P.S. 2026: E, almeno Luca Casarini, parecchio migliorato lo è!