Lo sciopero operaio e permanente dell'Acca (Seano-Prato) contro i soprusi e la violenza dei padroncini dei pronto moda della logistica ha vinto.
La mia gioia, nel ricevere ieri, mentre mi trovavo ad Assisi, il comunicato stampa del sindacato di base, è stata incontenibile, profonda, riconoscente.
E no, io non sono stato sorpreso del successo della mobilitazione dei lavoratori organizzati dal Sudd Cobas, perchè ne ho misurato le radici, i metodi, gli obiettivi, il percorso.
Ho immerso i miei occhi nei loro occhi, condiviso il loro sguardo, la loro rabbia, la loro paura, la loro rivolta, la loro speranza.
Ma ieri, non ho potuto, con gioia molto minore, ricordare anche una conversazione di circa un anno e mezzo fa, avvenuta sempre a Prato...
"Luca Toscano, quello dei Cobas?
No, ma lui non è un sindacalista, per noi a Prato lui e i suoi sono dei gangster..."
Un anno e mezzo fa, circa, era in cantiere la rinascita (online) della storica rivista di cultura del lavoro di area Cisl: "Il Progetto".
Era un mio sogno che si era miracolosamente realizzato, nato dalla lettura di decine di numeri della rivista, risalenti agli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ancora attualissimi, visionari.
Perni di un pensiero critico che non temeva mai di guardare più in là, di costruire ponti tra lavoro organizzato e sapere, senza elitarismi, ma anche lontanissimo dall'autoreferenzialità che spesso colpisce il sindacato e i sindacalisti come una malattia.
Ho curato, prima delle dimissioni di fine luglio 2025, sette numeri della rivista e cinque dei sei podcast che sono stati pubblicati sul sito de Il Progetto (promosso nel 2025 non direttamente dalla Cisl, ma dalla Fondazione Ezio Tarantelli).
La storica testata era stata ideata e diretta da un grande sindacalista e intellettuale della Cisl, ("carnitiano anomalo"), scomparso prematuramente: Eraldo Crea.
Oggi la rivista è, di fatto, in mano a Comunione e Liberazione, ne suggerisco la lettura dell'ultimo numero per comprendere la distorsione etica (almeno questa è la mia soggettiva opinione) ancor prima che della più che discutibile scelta dei contenuti.
Tornando a Prato, avevo invitato a pranzo alcuni sindacalisti e sindacaliste della federazione di categoria di una grande confederazione che conoscevo e stimavo da tanti anni, per parlare di un'idea: un'inchiesta per la rivista nascente su come si rappresentava (o non si riusciva a rappresentare) il lavoro nella filiera del tessile e della logistica, nelle aziende italiane come in quelle cinesi.
Volevo partire anche dalla sconfitta conclamata del c.d. "Protocollo Luana", un progetto completamente fallito messo in piedi da Comune (poi commissariato anche per i presunti legami occulti e di sudditanza/dipendenza della sindaca con spezzoni anche imprenditoriali della massoneria locale), Prefettura, sindacati confederali, forze ispettive.
Dopo la tragica e colpevole morte della giovane Luana d'Orazio, a Oste di Montemurlo, tra Prato e Pistoia, falcidiata come nell'Ottocento da un orditoio cui, per accelerare il ciclo produttivo, erano stati volutamente tolti i blocchi di sicurezza, forse anche per mettersi un po' a posto la coscienza. era stato creato un punto segnalazioni per le violazioni delle aziende, in particolare sulla salute e sicurezza.
Il risultato era stato non solo deludente, ma esemplificativo: nessuna, proprio nessuna segnalazione.
Eppure, mi dicevo, guardando in piazza gli operai nell'anniversario della morte di Luana, in buona parte pakistani, con i cartelli "8X5" lo sfruttamento del lavoro non può non essere enormemente diffuso.
Per questo quegli operai rivendicavano collettivamente, con forza e in piazza, qualcosa che avrebbe dovuto essere un diritto consolidato, sicuro, tutelato, acquisito.
Se, infatti, una conquista consolidata da numerosi decenni: la 40 ore settimanali è ancora vista come una lontana (e in alcuni casi lontanissima) terra promessa dai lavoratori, più di qualcosa, proprio non va.
Non essendo persona remissiva provai ad insistere, ma mi sembrava quasi di disturbare i miei amici sindacalisti.
Mi dissero che non era cosa, che non c'erano per loro margini di intervento, soprattutto per la scarsità di risorse da mettere in campo, e che, però, come volontari pensavano di mettere in piedi un corso di italiano serale proprio per i lavoratori pachistani, già allora rappresentati e organizzati, in grande prevalenza, dal Sudd Cobas.
Tra me e me mi dissi che era sicuramente una buona idea, ma che non poteva diventare un alibi per non occuparsi, da sindacato dei lavoratori, del fulcro del problema.
Tornando verso Pistoia, lo ricordo ancora come fosse oggi, decisi di deviare su una strada secondaria e fermarmi proprio a Oste.
Lo promisi dentro di me a Luana, davanti alla fabbrichetta in cui aveva trovato tragicamente la morte, a quella stessa Luana che proprio in quel sindacato e proprio a Pistoia si era fatta con successo difendere in una vertenza individuale nell'ambito della ristorazione. Non avrei mollato. Mai.
Devo dire che, pur tra altri e bassi per carità, ho provato a tenere fede a quell'impegno e, nel farlo, ho incontrato alcune persone speciali.
Ne cito solo due: sono Deborah Lucchetti, ex operaia metalmeccanica e sindacalista Fim Cisl, leader sociale e femminista, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti ed Emanuele Leonardi, anch'egli di radici operaie, parmigiano come me, docente universitario a Bologna, dopo un lunghissimo precariato cognitivo vissuto in tutto il mondo, prezioso pensatore militante nell'ambito dell'ecologia sociale.
Tutti e tre abbiamo avuto, peraltro, il "battesimo del fuoco" a Genova, nel 2001.
Con loro, nel marzo 2026 abbiamo curato una trasmissione intitolata: "Per una moda dei diritti" che si può recuperare qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec
Erano tempi terribili come oggi, di affossamento delle direttive europee sulla "due diligence" e di tentativi insidiosi e pericolosi di promozione di scudi penali per le aziende, con la scusa della concorrenza internazionale.
E, allora torniamo agli operai dell'Acca e al Sudd Cobas.
Ho avuto l'onore, a nome della Cub (Confederazione Unitaria di Base) di ricevere in Piazza a Prato il microfono dal Sudd Cobas, e, salendo su una panchina, di rivolgermi, direttamente agli operai, mentre un drappello di loro veniva ricevuto, grazie alla forza e alla trasversalità della mobilitazione, dal sindaco Biffoni in Comune.
Alcuni di loro si sostenevano fisicamente e avevano preso la parola prima di me, nella loro lingua, l'urdu, tradotti da una sindacalista.
Quegli operai e quel sindacato (insieme ovviamente alla Cub) mi hanno commosso e coinvolto, mi hanno fatto capire, davvero, che possiamo, ancora, tra mille difetti, mille imperfezioni, mille mancanze, essere fedeli all'etimologia della parola: "fare, essere giustizia insieme".
Nella filiera tessile e logistica tra Prato e Pistoia come in Bangladesh dopo il Rana Plaza, nell'economia dell'interdipendenza e dell'incultura dello scarto, senza nessuna contraddizione, senza nessuna timidezza.
Un sindacato, il Sudd Cobas, autonomo, nella migliore tradizione del sindacalismo italiano.
Ma cos'è l'autonomia per un sindacato di lavoratori? Che cos'è oggi di fronte alla sua erosione, tra individualismo, dumping contrattuale, subalternità alla politica e al potere?
Credo di aver trasmesso a centinaia, forse un migliaio di sindacalisti e sindacaliste una frase, proprio di Eraldo Crea, a un congresso nazionale dei lavoratori alimentaristi della Cisl, a cavallo dell'autunno caldo che, si tenne, guarda un po' a Montecatini Terme:
"L'autonomia è un fatto di costume, un fatto di cultura. Si vive nella classe operaia, essendo tutt'uno con essa".
Tutt'uno. E' un'espressione forte, impegnativa.
Un pensiero e una testimonianza che producono grande responsabilità e reciprocità, che costruiscono solidarietà riconoscendo dignità alle persone in quanto persone, e poi, ovviamente, anche in quanto lavoratori e lavoratrici.
Lo ha espresso altrettanto bene, pur in un ambito diverso, Emanuele Alecci, già storico Presidente del Movi, Movimento per il Volontariato Italiano. nel suo recente libro: "Il volontariato che nasce":
"L'autonomia non è il rifiuto di collaborare. Che cos'è allora?
L'autonomia è la titolarità del proprio sguardo. E' la capacità, per un'organizzazione, di decidere da sè quali sono le proprie priorità: dove guardare, di chi occuparsi, quale bisogno mettere al primo posto e quale al secondo.
Un soggetto autonomo è un soggetto che conserva il diritto di vedere il mondo con i propri occhi - e di non farsi dettare l'agenda da nessun altro".
Se ho imparato qualcosa, in oltre venti anni di sindacato, è che nulla, nessuna operosa subalternità, anche in buona fede, nessuno scambio politico, per usare un'espressione del secolo scorso, è in grado di rimpiazzare, nemmeno un po', questa libertà e responsabilità nello sguardo che poi si traduce in: associazione, organizzazione, ascolto, formazione, mobilitazione, contrattazione, visione e pensiero critici, partecipazione dei lavoratori dal basso, condivisione di un'utopia concreta.
E allora, con la stessa gioia e riconoscenza provata ieri alla notizia del successo del presidio operaio permanente dei lavoratori dell'Acca, riporto fedelmente e integralmente il comunicato del Sudd Cobas, i miei "gangster" preferiti, a partire da Luca Toscano e Sarah Caudiero:
"Lo sciopero degli operai ACCA ha vinto.
È una vittoria straordinaria, che arriva dopo una lotta straordinaria. L'accordo è stato raggiunto nella notte tra il 28 e il 29 agosto, dopo 70 giorni di sciopero che hanno visto 4 picchetti a oltranza presso i magazzini di Seano, Agliana, Campi Bisenzio e Osmannoro.
Dal 1° settembre torneranno a lavoro proprio nel magazzino di Campi Bisenzio, mantenendo contratti e diritti conquistati con le lotte degli scorsi anni.






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