domenica 22 febbraio 2026

23 FEBBRAIO: UNIVERSITA' DI BOLOGNA, DALLE 150 ORE A UN ALTRO MONDO E SINDACATO POSSIBILI! (E NECESSARI).

"Lauria non dovrebbe più scrivere libri. Si occupa solo di sindacalisti di estrema sinistra, e poi i suoi libri non vendono nemmeno".

E' noto che questa conversazione sia avvenuta il 14 luglio scorso, il giorno del mio compleanno, in una importante sede sindacale, a due giorni dal congresso nazionale della Cisl, e che l'autore di queste frasi sia uno degli "esecutori" della svolta a destra (destra, destra si intende) della Cisl.

Coerente con questo atteggiamento quando, a fine settembre 2025, venne dall'Università di Bologna la richiesta di presentare e discutere la terza (terza) edizione del mio volume sulle 150 ore per il diritto allo studio, il direttore del Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, Marco Lai, mio superiore diretto, non rispose nemmeno all'ateneo, non autorizzò, nè negò la trasferta: semplicemente la boicottò con il suo ingombrante silenzio.

Siccome, ovviamente, avevo rivendicato di voler far rispettare i miei diritti come lavoratore e come cittadino. venne, a tirarlo fuori di impaccio, la mia incredibile, vergognosa, ritorsiva e, sinceramente, ridicola sospensione cautelativa dal lavoro.

Alle 24 dell'8 ottobre terminavo paradossalmente a Copenhagen la mia terza missione internazionale di seguito per conto della Cisl (e prima anche a nome di Cgil e Uil, penso al Consiglio di Amministrazione del Cedefop a Salonicco pochi giorni prima) e pochissime ore dopo mi trovavo, nonostante avessi risposto punto per punto per ore alle pretestuose e penose contestazioni disciplinari, addirittura in regime di sospensione cautelativa, istituto peraltro nemmeno previsto dal contratto dei dipendenti Cisl di cui ero stato, peraltro, rappresentante eletto fino a pochi mesi prima, per quasi quattro anni.

Si scoprirà che a firmare questa infame sospensione (cosa che si rifila di solito a chi è sospettato di "danneggiare" gli impianti, io operavo principalmente in regime di smart working con mezzi miei) fu tra l'altro il sig. Danilo Battista, dirigente Cisl, già Presidente del Caf  Cisl Nazionale, che, da me deferito ai probiviri, risulterà incredibilmente NON ISCRITTO all'organizzazione.

Grazie all'invito reiterato dell'ateneo e alla caparbietà del prof. Emanuele Leonardi il 13 ottobre svolgevo presso palazzo Hercolani a Bologna la mia lezione in un contesto doppiamente surreale, ovviamente da privato cittadino.

La situazione "originale" era duplice: avevo, ovviamente, dovuto togliere dalle slide tutti i riferimenti alla Cisl e al fondo 150 ore conservato presso il Centro Studi Nazionale Cisl a San Domenico, ma soprattutto, in solidarietà al popolo palestinese, la notte prima tutto il palazzo dell'ateneo era stato occupato dalle studentesse e dagli studenti.

Tutte le lezioni (anche loro :-) ) quindi erano state sospese.

Già dalla mattina presto, inizia così prima in solitaria, poi con Emanuele Leonardi il dialogo con gli studenti che, nel frattempo, organizzavano attività alternative a quelle previste ufficialmente dall'ateneo.

Il palazzo dell'Università era pieno di colori, di musica, di pensiero e di pensieri.

Mi trovavo, lo ammetto, non a disagio, anzi.

Provo a spiegare alla "delegazione trattante" i contenuti della lezione e, convinti gli studenti, mi viene chiesto un titolo da scrivere sulla lavagna all'ingresso.

Mi torna in mente una definizione dello "zio" Bruno Manghi: "Il sapere non ha padrone".

Il titolo è convincente, viene approvato dai ragazzi, scritto subito sulla lavagna.

L'aula è ampia e anche alcuni amici sindacalisti di Bologna della Cisl vengono a portarmi la loro solidarietà (e, segnalati, la pagheranno ovviamente cara...)

Dentro di me c'è un grande dolore, ma anche una grande determinazione, cerco di onorare quel contesto, quella mobilitazione, quella Speranza e quella giusta Rabbia contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza.

Non sta a me dirlo, ma credo di aver fatto una bella lezione, in cui ho messo dentro tutto: la storia contrattuale di una conquista operaia divenuta progressivamente diritto di cittadinanza (anche nel suo declino...), i fondamenti culturali e ideali, gli ispiratori e le ispiratrici della scommessa del diritto allo studio, l'intreccio tra radicalità e riformismo, le diverse sfaccettature delle 150 ore: poesia, prosa, bisogni concreti e ideali, pane e rose.

Lunedì 23 febbraio ritorno quindi a Bologna, sempre con il Prof. Emanuele Leonardi, in un altro corso universitario, di nuovo a raccontare e a discutere la straordinaria vicenda delle 150 ore per il diritto allo studio, uno strumento che ha portato un titolo a quasi due milioni di lavoratori e di lavoratrici, ma che ha rappresentato molto, molto di più.

Racconterò di come non ci fosse niente di male, per un operario senza la terza media, di aspirare ad imparare ad esempio a: "suonare il clavicembalo", di un sindacato potente, a partire dai metalmeccanici, che non si limita a negoziare il salario, ma che creativamente mette in campo la risorsa, tempo, la risorsa Vita, la risorsa Orizzonte di Senso.

Racconterò anche di come fosse importante comprendere l'organizzazione del lavoro, i meccanismi dello sfruttamento, le filiere globali della produzione.

Fabrizio De Andrè, come è noto, affermava che l'uomo privato dell'orizzonte di senso è come "un cinghiale che fa solo equazioni".

Domani approfondirò più specificamente il nesso tra le 150 ore e la mobilitazione fondamentale per la salute e la sicurezza, che porterà, nella prima metà degli anni Settanta, anche alla nascita di Medicina Democratica.

Un primordiale possibile, non del tutto consapevole ed esplicito, approccio di "ecologia operaia", visione e tutela primaria, concreta della Vita, del futuro.

Nel frattempo, come è noto, la Cisl mi ha licenziato per "ingiusta" causa.

Un licenziamento ritorsivo, gravatorio, discriminatorio, nullo, politico, un po' come quello della maschera alla Scala, licenziata in tronco solo per aver pronunciato le parole: "Palestina Libera!"

Un licenziamento, il mio, peraltro reso retroattivo, perchè, violando leggi e contratti, (ovviamente anche questo aspetto è già stato impugnato) la Cisl mi ha tolto lo stipendio che mi doveva dal 9 al 23 ottobre.

Quattro mesi esatti sono passati dal quel giorno infame.

Sarei falso se negassi la rabbia, l'indignazione, il dolore profondissimi che vivono dentro di me.

Non tanto rispetto alle persone, ma nei confronti, ovviamente, all'organizzazione.

Un'organizzazione che si ostina, a sprezzo del ridicolo, a definirsi sindacato.

Ma anche una realtà in cui ho militato, prima che lavorato, per circa venti anni.

Una vita, o quasi.

A latere della mia prima lezione sulle 150 ore sono stato anche accusato pubblicamente da qualche dirigente zelante di: "deriva estremista" solo perchè avevo affrontato questo bellissimo argomento.

Chi, somaro, non conosce la propria storia, non costruirà, non vivrà il proprio futuro, perchè galleggia immobile in un presente privo di senso, orizzonte, prospettiva, dignità, umanità.

Privo di Speranza, sogno che si fa da svegli, come ci ricordava Pierre Carniti, indimenticabile segretario generale di una vera Cisl e, prima di una vera Fim.

Appuntamento a Bologna, per chi vuole, Lunedì 23 febbraio alle ore 15, questa volta non a Palazzo Hercolani, ma in via Zamboni 38 (Aula Tibiletti, secondo piano) nell'ambito del corso universitario: "Ecologia Politica e Filosofia del Lavoro".

IL SAPERE CONTINUA A NON AVERE PADRONE!

OLTRE L'INDIFFERENZA COSTRUIAMO  INSIEME NUOVI PERCORSI DI STUDIO, IMPEGNO, CONSAPEVOLEZZA.

NUOVI ORIZZONTI DI LOTTA E DI MOBILITAZIONE.

PER UN ALTRO MONDO E PER UN ALTRO SINDACATO POSSIBILI.

E NECESSARI...

Francesco Lauria

sabato 21 febbraio 2026

“E NON PECCARE PIU'". LA VERITA' E LA GRAZIA (di Jessica Todaro - La Barca e il Mare).


La prima domenica di Quaresima non può che aprirsi con riflessioni su tentazioni e peccato.

Don Umberto Cocconi, commentando Matteo 4, 1-11, ci chiede: "se il tentatore si accostasse a noi, che cosa ci proporrebbe? Su che cosa ci provocherebbe?

Io so che uno dei miei grandi punti deboli, delle mie grandi tentazioni è il giudizio sull'altro/a.

Una serie di fortunate circostanze mi hanno fatto imbattere in Jessica Todaro, una dirigente della Cub, Confederazione Unitaria di Base, dai mille colori, vissuti e interessi, che ha scritto importanti e opportune riflessioni sul peccato nell'ambito del rapporto tra verità, grazia e perdono, pubblicandole sulla sua rubrica in un sito davvero prezioso: "La Barca e il Mare".

“E NON PECCARE PIU'. LA VERITA' E LA GRAZIA (di Jessica Todaro)

L’incontro tra l’adultera e Gesù con il mirabile congedo di Gesù alla donna: Va’ e non peccare più, offre lo spunto a Jessica Todaro per riflettere sul rapporto tra la verità - il peccato dell’adultera - e il perdono - totalmente gratuito, che Gesù le dona. 

E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. 

Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Giovanni, 8, 7-11)

“Neanch’io ti condanno" 

Nel Vangelo di Giovanni troviamo una frase di Gesù che vibra come una corda tesa tra due poli: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. 

È una delle scene più potenti delle Scritture. 

Una donna colpevole di adulterio, una folla pronta ad aggredirla, una tensione morale che si taglia con il coltello. 

Mentre la dirigenza politica e spirituale ebraica rumoreggia per lapidarla, Gesù non scaglia pietre, non umilia e non espone al pubblico ludibrio. 

Questa è la Grazia: il perdono concesso per amore anche quando immeritato, la sospensione della condanna, la possibilità di rinnovarsi e ricominciare. 

 “Va’ e non peccare più” 

La frase, però, non finisce lì, ma prosegue inequivocabilmente: “Va’ e non peccare più.” 

Questa è la Verità: la richiesta di cambiamento, la chiamata alla responsabilità, l’affermazione che ciò che è stato fatto non è semplicemente “una scelta personale”, ma un peccato, cioè un atto che ferisce se stessi e gli altri e che devia inevitabilmente dalla pienezza per cui siamo stati creati. 

Grazia e Verità sono come due ali: senza una, non si vola. 

Coesistono e si equilibrano nella complessità del fallace agire umano. 

Forse per comodità, forse per educazione, si fa spesso una curiosa scelta di campo, per cui si sceglie di favorire la prima metà della frase e si mette in sordina la seconda. 

È facile appoggiarsi alla meravigliosa gratuità della Grazia, di un Gesù sempre sorridente, accogliente, che non giudica mai, che convalida ogni scelta in nome dell’autenticità individuale. 

L’idea di dire a qualcuno “stai sbagliando, non farlo più” appare socialmente inaccettabile, quasi violenta. 

Parlare di peccato suona arcaico, oppressivo e offensivo. 

Eppure, senza Verità, la Grazia si svuota 

Se non esiste più il peccato, che senso ha il perdono? 

Se tutto è giustificabile, se ogni desiderio è sacro in quanto “mio”, allora la Grazia diventa semplice approvazione - un abbraccio che non chiede nulla. 

L’amore che non chiede nulla, però, non trasforma, ma conferma. 

Sull'onda della cultura moderna del positive mindset, in questo contesto si inserisce anche il mantra del “segui il tuo cuore”. 

È il cuore, si dice, a sapere cosa è giusto per te! 

Ed ecco che le emozioni diventano bussola morale, il sentirsi bene diventa il bene, e la scomodità diventa il male. Cristo, invece, dice: crocifiggi la tua carne e i tuoi desideri, lascia tutto e segui me. 

Il cristiano è chiamato a dire: non io, Signore, ma tu; non la mia volontà, ma la tua. 

Il cuore, meraviglioso e fragile 

Il problema è che il cuore umano non è un oracolo infallibile. 

È meraviglioso, ma anche fragile e incline all’autoinganno. 

Le emozioni sono importantissimi indicatori, ma non giudici supremi, perché possono condurci tanto alla generosità, quanto all’egoismo. 

Possono ispirare il sacrificio, ma anche giustificare la vanità. 

Seguendo solo ciò che “sentiamo”, rischiamo di legittimare qualsiasi impulso, positivo o negativo. 

Siamo tutte, tutti fallaci e imperfetti. 

Tutti abbiamo bisogno tanto del Perdono, quanto del Bene a cui aspirare. 

La Grazia, privata della Verità, diventa mollezza. 

Una carezza pietosa che evita la ferita, ma anche la chirurgia necessaria. 

La Verità introduce una parola scomoda: la responsabilità. 

Ci rende responsabili non solo di fronte ai nostri errori, ma anche (e soprattutto) della riparazione degli stessi, del rinnovamento di sé, del cambiamento. 

Ammettere l'esistenza della Verità implica riconoscere che non tutto ciò che desidero è buono per me o per gli altri, e che esiste un bene oggettivo verso cui tendere, anche quando non coincide con il mio egoismo. 

Dire a qualcuno “non peccare più” oggi sembra impensabile, perché viene percepito come una lesione della libertà individuale. 

Presuppone che la libertà sia capacità di orientarsi verso il bene, e non semplice espressione del desiderio. 

Eppure, paradossalmente, è proprio la Verità a rendere la Grazia potente. 

Se Gesù avesse detto solo “non ti condanno”, la donna sarebbe rimasta prigioniera del suo passato. 

Il “va’ e non peccare più” apre un futuro migliore; è la fiducia che il cambiamento sia possibile. 

Abbiamo un’altra possibilità 

Una società che parla solo di accettazione rischia di produrre individui fragili, incapaci di tollerare la critica, allergici al sacrificio. 

Una società che parla solo di verità senza grazia, al contrario, diventa crudele, giudicante, spietata. Il cristianesimo sa tenere insieme entrambe. 

Grazia: siamo perdonati, abbiamo un'altra possibilità. 

Verità: siamo chiamati a cambiare, ad assumerci la responsabilità di fare buon uso della possibilità offerta. 

Tra queste due parole si gioca la maturità della persona, spiritualmente, socialmente e psicologicamente. 

È un equilibrio difficile, una tensione dinamica, come quella tra il cuore e la ragione, tra la compassione e la giustizia. 

Eppure, è proprio in questa tensione che l’essere umano cresce, smette di essere schiavo delle proprie pulsioni e inizia a diventare davvero libero. 

"Non io, Signore, ma tu. Sia fatta la tua volontà, non la mia". 


Jessica Todaro, classe 1993, laureata in scienze giuridiche, ha conseguito un master in sicurezza informatica. Sposata. Da oltre dieci anni attiva nella cooperazione internazionale, ha collaborato in progetti tra Africa, Kurdistan, Ucraina e Palestina. Si interessa dei movimenti sociali e lavora come sindacalista per la CUB a Milano.

venerdì 20 febbraio 2026

SIMONA LAING: RI-GENERARE PISTOIA CON IL SORRISO (e con competenza, ostinazione, coinvolgimento, visione, Speranza... che libera talenti ed energie!).

Una delle critiche fondate che vengono fatte al centrosinistra (in senso larghissimo) pistoiese è l'essersi mobilitato per le raccolte firme, lasciando troppo sullo sfondo i programmi, le idee, le aspirazioni, gli obiettivi e la Speranza.

Certo, a mio parere, non si può per nessun motivo paragonare una raccolta firme che voleva chiudere, peraltro da fuori, la scelta del candidato sindaco (al di là della valutazione sulla persona che può essere articolata) e una raccolta firme che è stata ed è un'operazione di servizio alla città, alle cittadine e ai cittadini per ridare loro voce, parola, ascolto.

Con Simona Laing ci siamo detti che, al di là della gara tutta maschilista "a chi ce l'ha più lungo" (inteso come foglio di firme) con Giovanni Capecchi, sarebbe bello ascoltare la voce e dare la parola ai bambini e agli adolescenti, ma anche ai migranti, quelli che nel 2026, fra qualche mese non voteranno, ma che, anche per questioni demografiche e amministrative, sono i veri protagonisti di queste elezioni che devono guardare alla Pistoia del 2036, non solo a quella del 2026.Bisogna pensare, peraltro, anche a coloro che, per scelta o sfiducia, non votano più.

Simona ha risposto da "gigante". 

Questa intervista con Luciano Pallini apparsa un paio di giorni sul sito SOLORIFORMISTI.IT fa delinea proprio quell'idea di RIGENERAZIONE VIVENTE di PISTOIA (al 2036, almeno...) di cui c'è assoluto bisogno.

Sarebbe interessante ascoltare, leggere anche le idee di Giovanni Capecchi e di altri possibili candidati/movimenti/partiti, ben sapendo che arrivati ad ora, non conta lo sponsor più illustre (esterno o interno alla città e al suo territorio), ma la capacità di convincimento e mobilitazione delle persone, non solo quelle che vivono di politica o per la politica, ma di quelle che abitano la città e il suo vasto e complesso territorio comunale.

Vi invito a leggere l'intervista di Simona Laing a Luciano Pallini, in fondo, solo in fondo, perchè non sia una scelta di schieramento, ma di convincimento troverete il link per sostenere (e ce ne è bisogno!) la candidatura a sindaco di una persona speciale, che non si scoraggia di fronte alle sfide difficili e che le affronta sempre allo stesso modo: con impegno, competenza, un po' di sana ostinazione e... sorriso!

Francesco Lauria

PISTOIA: PRESENTE & FUTURO: - SIMONA LAING

Leggi direttamente l'intervista sulla rivista online "Solo Riformisti" all'indirizzo: 

https://url-shortener.me/DRAN

Le opinioni di alcune personalità pistoiesi: SIMONA LAING intervistata da Luciano Pallini.

 di Simona Laing | 20 Febbraio 2026

Un programma chiaro, con obiettivi verificabili nel loro avanzamento per una nuova idea di città. Altrettanto sul metodo: “ …partire da un programma chiaro e condiviso per Pistoia, con le misure essenziali che rispondono ai bisogni reali della città, e poi costruire la coalizione attorno a quei contenuti. Ovviamente il Sindaco deve contribuire con tematiche proprie. No a puzzle di compromessi ma al centro sempre il cittadino”

1.      In una Toscana che arretra in un Paese che è fermo, che lettura dai della situazione economica e sociale del Comune? Quale futuro per le attività economiche nel panorama di una galoppante deindustrializzazione? E quale futuro lavoro, in particolare per i giovani e le donne? In uno scenario che sarà dominato dalla diffusione delle applicazioni della Intelligenza artificiale

“Pistoia deve fare Pistoia” Ritrovare la sua identità più profonda e coniugarla con un piano strategico coraggioso riconoscendo il bello che c’è. Aprire un nuovo sguardo sulla città.

Con un approccio speranzoso e competente, partecipativo e determinato, deve saper guardare ai suoi stakeholder interni (cittadini, anziani, bambini, commercianti, artigiani imprese associazioni di categoria, volontariato, la fondazione bancaria…) e a quelli esterni (turisti, pendolari, multinazionali (es Hitachi Rail), azienda con sede altrove ma operative in città…).  Tutti questi soggetti sono attori determinanti per la riuscita di un progetto di ampio respiro. Aprire tavoli di ascolto e mediazioni per trovare una sintesi no di stallo ma di slancio.

Che devo dire, in una Toscana che arretra e in un Paese sostanzialmente fermo dal punto di vista della crescita, anche il Comune di Pistoia vive una fase di transizione delicata. La nostra realtà soffre di un rallentamento strutturale: meno investimenti industriali, difficoltà per le piccole e medie imprese, contrazione del potere d’acquisto delle famiglie e un progressivo indebolimento del tessuto produttivo. La deindustrializzazione non è solo un fenomeno economico: è un fatto sociale. Quando si riduce la presenza manifatturiera, si impoverisce la qualità del lavoro, si frammentano le filiere locali e aumenta la precarietà. Pistoia deve necessariamente interrogarsi su come riposizionarsi in modo competitivo senza perdere identità.

In merito all’IA non deve essere subita, ma governata. Può rappresentare un’opportunità straordinaria di crescita e produttività se accompagnata da: formazione continua, riqualificazione professionale, investimenti pubblici e privati.

La sfida non è difendere il passato, ma costruire una nuova fase di sviluppo sostenibile, inclusiva e tecnologicamente avanzata. Un Comune non può risolvere da solo dinamiche globali, ma può creare condizioni favorevoli, fare rete con il territorio, semplificare procedure, investire in competenze e mettere al centro la qualità del lavoro.

2.      Nessuno, o quasi, parla più o, peggio, pensa più in termini di area metropolitana Firenze Prato Pistoia. È stato un tema, che qualche decennio anni fa agitava Pistoia, quando si parlava della sua marginalità in questa area. Su quali interventi, non solo di infrastrutture fisiche, Pistoia dovrebbe puntare per rientrare in questa partita e sviluppare le sue potenzialità? E come dovrebbe atteggiarsi Pistoia di fronte lo sviluppo dell’aeroporto di Firenze-Peretola, per dirne una?

Per anni Pistoia ha assistito in silenzio alle scelte dell’area metropolitana, subendole più che guidandole. Si è parlato molto di centralità fiorentina e poco di equilibrio territoriale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: investimenti concentrati, decisioni strategiche prese altrove, mentre Pistoia rimane ai margini.

Il tema dell’area Firenze–Prato–Pistoia non può essere una formula vuota. O è un progetto politico reale, oppure è un sistema sbilanciato che accentua le disuguaglianze territoriali.

Pistoia deve smettere di inseguire e iniziare a pretendere un ruolo. Ma lei stessa deve avere consapevolezza di chi è. Non possiamo limitarci a chiedere infrastrutture: dobbiamo reclamare investimenti in innovazione, formazione e sviluppo produttivo. Se l’area metropolitana è davvero tale, allora le funzioni strategiche devono essere distribuite, non concentrate. Essere nell’area metropolitana non significa essere periferia. Significa essere protagonisti. Rafforzamento dei collegamenti ferroviari e della mobilità integrata. Valorizzazione delle vocazioni territoriali: economia verde, vivaismo, cultura, artigianato evoluto. Collaborazione strutturata con università, ITS e centri di ricerca dell’area vasta. Presenza attiva nei tavoli decisionali metropolitani.

3.       Un tema ineludibile è quello del rapporto con il privato per la gestione dei servizi (acqua, rifiuti): c’è nella sinistra un evidente ritorno al passato sia la gestione pubblica dell’acqua che per la quotazione in borsa della multiutiliy, su base esclusivamente ideologiche, per dire qualcosa di sinistra, ma non per migliorare il servizio ai cittadini. Cosa ne pensi?

Premettendo che io mi sono schierata a favore dell’acqua pubblica, il tema del rapporto tra pubblico e privato nella gestione dei servizi essenziali – acqua e rifiuti in particolare – non può essere affrontato in modo ideologico. È una questione che riguarda la qualità della vita delle persone, l’efficienza, gli investimenti e la sostenibilità ambientale.

Negli ultimi anni si è riaperto un dibattito che tende a riproporre la gestione interamente pubblica come soluzione che io condivido a pieno e ne comprendo le ragioni storiche e culturali di questa posizione, ma dopo aver gestito per anni aziende pubbliche e miste credo che oggi il punto non sia “pubblico contro privato”. Il punto è: quale modello garantisce servizi migliori, tariffe eque, investimenti adeguati e trasparenza?

L’acqua è un bene comune, e questo principio non è in discussione. Ma la natura pubblica del bene non coincide automaticamente con l’efficienza della gestione. Servono capacità industriale, competenze tecniche, solidità finanziaria e programmi di investimento di lungo periodo. Lo stesso vale per il ciclo dei rifiuti, dove la sfida ambientale impone innovazione e infrastrutture moderne.

La vera domanda che dobbiamo porci è: il servizio funziona meglio? Le perdite idriche si riducono? Le tariffe sono sostenibili? La raccolta differenziata migliora? Gli impianti sono adeguati alla transizione ecologica?

Il cittadino è soddisfatto del servizio?

4. Cosa metteresti al centro del programma come impegno prioritario e prevalente, come asse strategico principale per la nuova amministrazione: la casa piuttosto che la cultura? Servizi per la natalità ed i bambini o servizi per l’assistenza agli anziani (i bambini non votano, gli anziani si…? Il sostegno alle attività economiche o l’ambiente?  Oppure la scuola, per adeguarla alle nuove sfide?  Per non dire delle sfide per la nuova medicina territoriale.

La scelta non può essere tra casa o cultura, tra anziani o bambini, tra economia o ambiente. Un programma serio deve individuare un asse strategico unico, capace di tenere insieme le priorità dentro una visione coerente.

5. Uno dei temi più avvertiti dai cittadini è la questione dell’abitare, affrontata spesso senza tener conto del cambiamento profondo della domanda. Quali proposte potrebbero venire dagli enti pubblici in collaborazione con i privati, profit e non profit, con il supporto delle aziende del credito e le Fondazioni bancarie per elaborare un programma a medio-lungo termine e curarne la realizzazione? Anche per evitare la (s)vendita del patrimonio immobiliare del Comune, storico e di recente donazione (es. Villini Desii)

Il tema dell’abitare oggi non è più solo “case popolari” o “emergenza sfratti”. La domanda è cambiata profondamente: più nuclei monopersonali, giovani lavoratori precari, famiglie monogenitoriali, anziani soli, lavoratori temporanei e nuove fragilità sociali

Serve quindi una politica abitativa strutturale di medio-lungo periodo, non interventi spot.

Se dovessi delineare una proposta concreta per il Comune di Pistoia, la imposterei su cinque pilastri operativi.

Primo passo: mappatura completa e aggiornata di: patrimonio pubblico disponibile o recuperabile, immobili dismessi o sottoutilizzati, domanda abitativa per fasce di reddito e tipologia familiare. Senza dati, non si governa il fenomeno. Il piano dovrebbe definire: quota ERP (edilizia residenziale pubblica), quota housing sociale, quota locazione calmierata, quota cohousing e soluzioni innovative.

Partenariato pubblico–privato regolato. Non basta il Comune da solo. Servono: investitori istituzionali, cooperative, soggetti del terzo settore, fondazioni bancarie, sistema del credito.

Strumento possibile: fondi immobiliari etici o territoriali, società di scopo pubblico-privata con controllo pubblico, accordi di programma per rigenerazione urbana. Il principio deve essere chiaro: il privato investe, ma dentro vincoli di destinazione sociale e durata pluriennale.

Rigenerazione invece che vendita. La vendita del patrimonio immobiliare comunale è spesso una soluzione finanziaria di breve periodo che impoverisce il futuro.

Immobili storici o di recente donazione (come i Villini Desii) possono diventare: residenze per giovani lavoratori, housing intergenerazionale, spazi misti abitare–servizi, residenzialità temporanea legata a formazione o lavoro, micronido.

Il patrimonio pubblico va valorizzato, non alienato per coprire spese correnti. Senza politiche abitative: i giovani non restano, le imprese non trovano lavoratori, il centro storico si svuota, aumenta la fragilità sociale.

La vera alternativa non è tra vendere o non vendere il patrimonio. La vera scelta è tra: fare cassa oggi oppure, costruire una strategia urbana per i prossimi vent’anni.

6.  Il rapporto con i privati per gli investimenti: si afferma, si invoca ma poi nella pratica non riesce a decollare perché si pretende di imporre obblighi e adempimenti del pubblico e perché scattano sempre, regolarmente, le pregiudiziali ideologiche, dimenticando la lezione di un dirigente che ha fatto il suo paese grande, forse anche troppo: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi». Come metterlo in pratica, ad esempio, per il recupero e la riqualificazione urbana? Le ex Breda non sono un esempio incoraggiante…

Ovvio che non possiamo pretendere di trasferire al privato tutti gli obblighi e adempimenti del pubblico, ma deve prevalere il giusto equilibrio. Dobbiamo evitare tassativamente progetti bloccati, come purtroppo è accaduto con le ex Breda, che non sono diventate un esempio positivo di rigenerazione urbana o le Ville Sbertoli.

Il Comune individua immobili o aree dismesse. Il privato realizza la riqualificazione con investimenti propri, assumendosi rischi industriali.

Il Comune mantiene controllo sulla destinazione d’uso, accessibilità e qualità.

Però è chiaro che dobbiamo essere attrattivi rispetto a partner privati solidi, dobbiamo pensare ad eventuali sgravi fiscali locali, contributi per ristrutturazione, scuole di formazione mirate rispetto alle esigenze di know how.

Bisogna stabilire obiettivi chiari, misurabili e condivisi. In questo modo Pistoia può fare decollare partenariati pubblico–privato funzionali, trasformando aree dismesse in spazi vivi, senza svendere patrimonio e senza fermarsi sulle pregiudiziali ideologiche.

7.      I sindaci, di fronte a problemi quali la sicurezza ed il contrasto della criminalità, in campagna elettorale tendono ad atteggiarsi a Superman, promettendo l’impossibile su temi dove hanno competenze residuali, ma, una volta eletti, ridiventano il timido Clark Kent schiacciato da ostacoli burocratici ed impossibilitato a mantenere. Cosa si dovrebbe fare per il contrasto alla criminalità e per la sicurezza ed il decoro della città?

Hai ragione: la questione sicurezza urbana e contrasto alla criminalità non può ridursi alle promesse elettorali di “super‑eroi” oppure a slogan di facciata. Per il Comune di Pistoia serve un approccio realistico, strategico e coordinato, che sappia tenere insieme: la legislazione vigente (dove il sindaco ha competenze limitate), la collaborazione con Prefettura, forze dell’ordine, Polizia locale, magistratura, politiche sociali di prevenzione e coesione, decoro urbano e controllo del territorio, indicatori chiari per misurare risultati.  

Azioni pratiche: Patti per la sicurezza urbana con Prefettura, forze dell’ordine, Polizia Municipale, associazioni di categoria e cittadini. Intensificazione dei controlli in sinergia tra Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Municipale in aree critiche. Joint patrols e protocolli di scambio informazioni (anche con istituti di vigilanza privata secondo modelli come “Mille occhi sulla città”).

Indicatore utile: numero di pattugliamenti coordinati mensili. 2. Potenziamento e modernizzazione della Polizia Municipale. La Polizia Municipale non è solo agente accertatore di violazioni stradali: può agire anche nel monitoraggio di fenomeni di degrado, sicurezza stradale e segnalazioni tempestive.

Presenza diffusa nei quartieri con sedi decentrate o “punti di ascolto urbano”. Formazione e tecnologie (body cam, app di segnalazione civica).

Coordinamento con servizi sociali per situazioni di marginalità.

Un sindaco non è Superman, ma può essere un regista efficace di un sistema di sicurezza che: si basa su cooperazione reale con Prefettura e forze dell’ordine, integra polizia locale, decoro urbano e politiche sociali, usa dati, indicatori e rendicontazione pubblica, non lascia spazio a slogan elettorali fine a sé stessi.

Questo approccio, se ben strutturato, permette di aumentare la sicurezza effettiva e la percezione di sicurezza di chi vive e lavora a Pistoia, con effetti positivi sul benessere collettivo e sulla qualità della vita urbana.

8.      Sulla questione migranti infuria lo scontro politico in tutto il mondo occidentale (nessun si domanda perché non vogliono andare in Russia o in Cina o perché scappano da Cuba): l’estrema destra raccoglie consensi sempre più ampi, in Europa governi a guida liberale e progressista tendono a restringere l’accoglienza. A Pistoia in questi anni si è consumata la vicenda di Vicofaro che ha diviso la comunità pistoiese e lacerato la Chiesa locale. Quale potrebbe essere una politica di sinistra per l’accoglienza a Pistoia che possa fare dei migranti una risorsa?

«Una politica di accoglienza di sinistra a Pistoia deve essere pragmatica e integrata. Non basta dare un tetto: servono percorsi di inserimento abitativo, formazione e lavoro, inclusione sociale e sicurezza urbana. I migranti possono diventare una risorsa se li aiutiamo a partecipare alla vita della città, collaborando con associazioni, scuole e imprese. Così l’accoglienza non divide, ma rafforza la comunità, produce opportunità economiche e costruisce coesione sociale.»

9.      Che giudizio dai della sanità pistoiese nel contesto di una super ASL dove Pistoia è il vaso di coccio? Ed i tanti, troppi progetti di medicina territoriale, perfetti sulla carta ma spesso destinati a naufragare per mancanza di risorse, finanziarie ed umane? Su cosa il Comune dovrebbe focalizzare il suo impegno? e come superare la ritrosia che si avverte, nonostante apprezzamenti formali, nei confronti del Terzo Settore che può dare un contributo importante nell’ambito della programmazione dei servii da parte del soggetto pubblico? 

«La sanità pistoiese si trova oggi in una posizione delicata: all’interno di una super ASL. Pistoia è spesso il “vaso di coccio”, con risorse limitate e progetti di medicina territoriale che sulla carta sembrano perfetti, ma nella pratica rischiano di naufragare per mancanza di personale e fondi. Tuttavia, credo che la questione non risieda nel fatto che non esista più la ASL 3 ma bensì nell’incapacità di svolgere un ruolo all’interno del tavolo di trattativa regionale sulla Sanità. Non sappiamo cosa vogliamo pertanto come possiamo chiederlo.

Il Comune può fare la differenza concentrandosi su coordinamento, integrazione e semplificazione: facilitare la collaborazione tra ospedale, medicina di base, servizi sociali e Terzo Settore; dare priorità a interventi che hanno impatto concreto per i cittadini; sostenere le strutture che già funzionano e potenziare quelle carenti.

È fondamentale superare la ritrosia verso il Terzo Settore, riconoscendone il valore come partner nella programmazione e nell’erogazione dei servizi. Questo significa passare da apprezzamenti formali a accordi operativi chiari, con ruoli definiti, risorse dedicate e monitoraggio dei risultati. Solo così Pistoia può costruire una sanità territoriale efficace, sostenibile e vicina ai cittadini.»

10   Indicami tre interventi prioritari, chiari e definiti oltre che monitorabili nel loro avanzamento, che inseriresti nel programma per la città, le periferie, la montagna.

Gli interventi prioritari sono molteplici ma provo a elencarne quattro:

INTERVENTO SULLA GESTIONE DEI RIFIUTI, togliere il Porta a Porta introdurre i cassonetti intelligenti affinché il cittadino abbia un servizio continuo e non sia costretto a trasformare la propria abitazione in una discarica.

INTERVENTI A FAVORE CENTRO STORICO. Un centro senza abitanti diventa solo vetrina.

Interventi concreti: Incentivi IMU/TARI per affitti a canone concordato. Contributi per ristrutturazione di fondi trasformabili in abitazioni. Regolamento per limitare eccesso di affitti brevi.

Indicatore monitorabile: +5% residenti in 5 anni.

Commercio di qualità (non desertificazione). Serve differenziare rispetto ai centri commerciali.

Azioni: Bando “Fondo Sfitto Zero” con contributi per nuove attività artigiane.

Canone calmierato per botteghe storiche. Stop a eccessiva concentrazione di attività tutte uguali.

Indicatore: –20% fondi sfitti in 3 anni.

Cultura continua, non solo eventi spot. Dopo l’esperienza di Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017 serve continuità.

Proposte: Calendario annuale stabile (musica, teatro, festival diffusi).

Aperture serali coordinate dei musei. Collaborazione con scuole e associazioni.

Indicatore: +25% presenze culturali annuali.

Accessibilità intelligente. Centro vivo sì, ma raggiungibile.

Parcheggi scambiatori con navette elettriche. Abbonamenti residenti agevolati. Logistica urbana per consegne in fasce dedicate.

Indicatore: Riduzione traffico di attraversamento –15%.

QUARTIERI SICURI E CONNESSI

Piano straordinario per periferie vivibili entro 36 mesi

Quartieri coinvolti prioritariamente: Bonelle, Bottegone, Sant’Agostino, Le Fornaci Candeglia e zone precollinari come Valdibure. Obiettivo politico chiaro

Ridurre il degrado percepito e reale, migliorare sicurezza, qualità urbana e collegamenti tra quartieri e centro. Interventi concreti:

1. Illuminazione 100% LED. Sostituzione di tutti i punti luce obsoleti. Nuovi pali nelle zone carenti. Riduzione consumi energetici del 40%. Target: completamento entro 24 mesi.

2. Piano Marciapiedi e Strade Sicure 5 km l’anno di marciapiedi rifatti. Eliminazione barriere architettoniche. Rifacimento segnaletica e attraversamenti illuminati. Target: 15 km riqualificati in 3 anni.

 3. Verde pubblico curato e presidiato Rigenerazione di 3 parchi degradati.

Zone dedicate agli animali. Installazione giochi inclusivi. Patto con associazioni per gestione condivisa. Target: 3 aree completate entro 30 mesi.

4. Sicurezza intelligente. Videosorveglianza mirata nei punti critici. Pattugliamenti coordinati.

Numero verde di quartiere per segnalazioni rapide. Target: -30% segnalazioni di degrado entro fine mandato.

MONTAGNA PISTOIESE

“Montagna tutto l’anno” – Economia 4 stagioni

Area di riferimento: Montagna Pistoiese

Obiettivo Contrastare spopolamento e stagionalità economica. Azioni concrete. Incentivi per coworking e smart working in montagna. Contributi a giovani imprenditori turistici e agricoli.

Piano sentieristica e bike tourism. Accordi con operatori per eventi sportivi estivi.

11. Se ti dico Università a Pistoia che reazione hai?

Pistoia può diventare una città universitaria diffusa: non serve un grande ateneo tradizionale, ma poli tematici e corsi professionalizzanti legati alle imprese locali, laboratori e master specialistici, spazi di coworking e residenze per studenti. Così tratteniamo i giovani, favoriamo innovazione e occupazione, valorizziamo il territorio e rendiamo Pistoia più viva e attrattiva.

12.  Come ha lavorato l’amministrazione Tomasi? Ha usato al meglio gli strumenti e le risorse che ha avuto a disposizione? Dove ha fatto meglio e quali le carenze che risultano più evidenti?

Ci sono due cose che mi sono piaciute del mandato Tomasi, la prima è che ha tolto il lampione della luce alla barriera ridonando armonia all’architettura di quel pezzo di città, la seconda è l’illuminazione natalizia in Piazza del Duomo.

Criticità serie le abbiamo sull’area ex Breda che in nove anni è bloccata, le Ville Sbertoli che cadono a pezzi, i servizi per le famiglie carenti, l’investimento per formazione dei giovani e attrattività delle imprese è a zero. Smania di cementificazione e desertificazioni di idee e talenti. Per poi passare all’infelice scelta del Porta a Porta che vede le case inondate di rifiuti.

Alcuni progetti pubblici, come quelli legati al quartiere di San Lorenzo o al parcheggio scambiatore della stazione ferroviaria, hanno subito ritardi o aumenti di costo che hanno alimentato critiche sulla capacità di gestione e supervisione dell’amministrazione. Il centro storico ha continuato a soffrire per la chiusura di molte attività commerciali, sollevando domande su misure efficaci di rilancio economico e attrattività urbana.

Una Pistoia che non sa più chi è.

13.   Quale il percorso che preferisci per arrivare all’appuntamento elettorale: prima la coalizione con il candidato sindaco e poi un programma tagliato sulla coalizione con infinite mediazioni? Oppure prima un programma di misure essenziali per il futuro di Pistoia, su quale si costruisce la coalizione che lo condivide e che esprime il sindaco?

La seconda strada è decisamente più solida e coerente: partire da un programma chiaro e condiviso per Pistoia, con le misure essenziali che rispondono ai bisogni reali della città, e poi costruire la coalizione attorno a quei contenuti. Ovviamente il Sindaco deve contribuire con tematiche proprie. No a puzzle di compromessi ma al centro sempre il cittadino.

Simona Laing: attualmente direttore generale Farmacie Comunali di Grosseto. Precedentemente Amministratore unico Farmà S.r.l. Napoli; Direttore generale Farmacie Comunali di Roma Capitale; Amministratore delegato Farmacie Comunali di Pistoia S.p.A.; Collaboratore Amministrativo a tempo indeterminato Azienda Ospedaliera Universitaria Meyer di Firenze; Presso SDA Bocconi School Management Crisis Management in Sanità e nella PA; SDA Bocconi di Milano. Corso di formazione in “Progettazione organizzativa”; Laurea Magistrale. Università degli studi di Firenze. Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri. Indirizzo storico politico.

🖊 Io sostengo Simona Laing come candidata Sindaca del centrosinistra! Facciamolo insieme! 
1️⃣ Puoi scrivere una mail a persimonalaingsindaca@gmail.com indicando il tuo nome e cognome, età e professione; 
2️⃣ oppure compilare il modulo google a questo link: 

L'ORGIA DEL POTERE SUPREMATISTA. EPSTEIN, IL CORPO DELLE DONNE, LA FINE DELLA DEMOCRAZIA E TUTTI/E NOI. (F. COIN)

Riporto questo articolo della, come sempre, bravissima, documentatissima e illuminante Francesca Coin, pubblicato (con titolo leggermente diverso) nell'edizione odierna de Il Manifesto (e fruibile gratuitamente online).

L’orda del potere suprematista. Violenza sistemica.
di Francesca Coin


II verdetto più severo è arrivato dagli esperti dell’Onu, secondo i quali gli Epstein Files contengono prove credibili di abusi sessuali sistematici e su larga scala.

«Questi crimini sono stati commessi in un contesto caratterizzato da ideologie suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e dalla mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo», hanno scritto.

Includono «schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio», e parlano «di un’impresa criminale globale», protetta da un senso generale di impunità. 

«La scala, la natura, il carattere sistematico e la portata transnazionale di queste atrocità contro donne e ragazze sono così gravi che alcune di esse possono ragionevolmente soddisfare la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».

La dichiarazione degli esperti delle Nazioni Unite restituisce le dimensioni di uno scandalo che toglie il fiato e non accenna a placarsi, arrivando persino ad arrestare un principe.

Qualche giorno fa, Melinda Cooper, brillante politologa australiana, ha tentato di ricomporre il quadro di queste violenze mettendo in relazione due aspetti della questione che spesso rimangono separati. Da un lato, gli abusi ripetuti e sistemici su donne e minori e dall’altro la seduzione della “classe Epstein” per l’eugenetica e la supremazia bianca, un aspetto di questa vicenda che è stato trascurato.

Ne troviamo tracce nella corrispondenza tra Epstein e Noam Chomsky, nella quale il primo, riprendendo articoli tratti da The Right Stuff, un forum di discussione neonazista, alludeva alla “scienza della razza”, una teoria di origine coloniale riportata nel dibattito mainstream da Charles Murray e Richard Harrnstein in The Bell Curve (1994), un testo controverso che sosteneva che vi fossero ineludibili differenze nelle capacità cognitive di neri e bianchi. 

Per salvare la specie umana dal declino cognitivo, sostenevano gli autori, bisogna scoraggiare le politiche di welfare per le donne a basso reddito, perché «spingono ad avere figli le donne sbagliate». Trent’anni dopo, l’idea di mondo che pervade la corrispondenza di Epstein pare nascere nello stesso contesto culturale.

Di fatto, è da tempo che idee di questo tipo dominano Silicon Valley, diffondendo teorie in base alle quali il modo migliore per assicurare il futuro della specie umana a lungo termine è permettere alle persone superiori di farlo. Il caso più eclatante è quello di Elon Musk, intenzionato a servirsi di Space X per trasportare il proprio seme su Marte e creare una legione di figli prima dell’apocalisse. 

Lo stesso Epstein, dal suo canto, voleva che il proprio seme fecondasse almeno venti donne al giorno. Il famigerato file EFTA02731395, diario di una minorenne a cui è stato brutalmente strappato il figlio appena partorito dalle mani, racconta questo: di bambine usate come incubatrici per assicurare una discendenza al seme di Epstein in una specie di fabbrica della stirpe situata nel suo ranch del Nuovo Messico.

Nel 2019, il New York Times aveva messo in luce la seduzione di Epstein per queste teorie in un articolo che ricostruiva i suoi generosi finanziamenti a centri di ricerca che studiano il controllo della popolazione e la rete di scienziati e accademici a lui vicini, spesso noti per le loro idee razziste.


Secondo Cooper, bisogna tornare a Freud per capire tutto questo. In Totem e Taboo, Freud sosteneva che l’inconscio collettivo fosse abitato dall’idea di orda. L’orda è la fantasia primordiale di un ordine tribale in cui i patriarchi si servono del possesso della donna per creare una propria stirpe e ottenere l’immortalità. Per la politologa, in questa vicenda, la pedofilia e la riproduzione della stirpe sono indissolubilmente legate. 

La lettura di Cooper è interessante, perché permette di scorgere l’idea di mondo che è ispira la vita psichica del potere. 

Per Cooper, dietro a questa rete di abusi esiste un’idea di società interamente regolata sulla relazione tra servo e padrone, in cui la relazione di dominio si fonda tanto sulla violenza economica quanto sulla violenza sessuale. E lo scopo dei magnati dell’ordine economico è estendere il regime di padrone e servo all’intera società, celebrando un’idea di mondo anti-democratica, tribale e allergica all’idea di eguaglianza.

Dobbiamo essere grate alle superstiti di questo traffico internazionale per avere avuto il coraggio di denunciare. E alle protagoniste del #metoo, per essere state le prime a riconoscere il mondo che stava nascendo e a smascherarlo.

mercoledì 18 febbraio 2026

TRA RICONCILIAZIONE E VERITA'. RIPARARE IL LEGAME INSIEME ALL'ALTRO/A. PERSINO CON LE PERSONE DELLA CISL?

«Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Matteo 5,23-24).

Questo brano, tratto dal Vangelo di Matteo, è stato letto nelle Chiese la scorsa domenica, l'ultima del tempo ordinario prima dell'inizio della Quaresima.

Il testo, come ha ricordato don Umberto Cocconi a Parma, è un ordine preciso che non ammette compromessi, una priorità assoluta: prima la riconciliazione, poi il resto.

Ha continuato don Umberto nella sua omelia, pubblicata anche dalla Gazzetta di Parma: 

"Perché? Perché tra noi e il nostro prossimo si è creato un muro. Il problema non è nemmeno che io abbia qualcosa contro di lui.

Il testo dice una cosa ancora più scomoda: «se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te». Non basta sentirsi innocenti e dire: “Io non ho fatto niente”. 

Se agli occhi dell’altro io sono diventato un nemico, ho ferito, ho deluso, oppure ho creato una distanza, allora la mia preghiera non può essere tranquilla. Prima devo cercare il suo perdono. 

Questa pagina del Vangelo non parla di teorie astratte, ma di vita quotidiana. Parla di: litigi in famiglia, silenzi che durano anni, parole che non si riescono a ritirare, tradimenti, piccole o grandi ferite, amicizie spezzate.

Gesù non dice: “Prega e tutto si sistemerà”. Dice: «Va’». Cioè: alzati, esci, fai il primo passo, senza aspettarti che l’altro venga da te.

Questo capovolge - ha concluso Don Cocconi - la logica dell’orgoglio. Perché quasi sempre pensiamo: “Se vuole, venga lui a chiedere scusa”. “È lui che ha sbagliato”. “Io non ho niente da farmi perdonare”.

Ha ammonito Don Umberto nella sua predica: "il Vangelo non entra in discussioni. Non fa processi. Non stabilisce chi ha torto e chi ragione. Dice soltanto che la relazione vale più del rito."

Domenica scorsa, dopo tanti giorni di pioggia, a Parma c'era un bellissimo sole.

Alla Chiesa di San Pellegrino la Messa domenicale si svolge piuttosto tardi, alle 11.15, e io, dopo una lunga camminata con un amico, ci sono arrivato passando, deviando volutamente, dall'Oltretorrente, il quartiere storico e oggi multiculturale e multietnico della mia città (ricordate la barricate antifasciste del 1922 e le scritte sui muri dedicate al trasvolatore mussoliniano Italo Balbo: "Hai attraversato l'oceano, ma il torrente Parma no!?").

Mentre attendevo altre persone che avrebbero raggiunto la Chiesa in macchina, avendo un po' di anticipo, mi sono seduto all'aperto, su una panchina del giardino della parrocchia.

Don Umberto non c'era, stava terminando di celebrare l'Eucarestia a San Giacomo, ormai i preti sono così pochi, che non possono certo adagiarsi...

Ma c'era Adam, il cane di don Umberto, che già mi conosceva, e che ha meritato persino un ampio articolo sul quotidiano della mia città:


Adam è un pitbull, lasciato a Don Umberto, da una delle tantissime persone in ricerca di aiuto, che, da sempre, si rivolgono a lui.

Una razza "maledetta", si direbbe. Invece, come tutti sanno a San Pellegrino e non solo, Adam è il cane più affettuoso del mondo.

Mi ha subito distolto dalle mie austere letture e ha cominciato a leccarmi la mano, senza aspettarsi nulla in cambio, nessun croccantino, solo sorrisi e carezze.

Un cane fragile, lasciato da una persona fragile, eppure così pieno di esuberante e gratuita gioia che non può non allargarti il cuore e aiutarti a trascinare via il dolore, il risentimento, la rabbia, il silenzio, l'asserita e assoluta sensazione di avere ragione.

E' con questo intendimento, con questa Gioia e Speranza che inizio la Quaresima, cammino paziente non di espiazione, ma di vera liberazione, verso la Rigenerazione, la Resurrezione.

Questi ultimi otto mesi di conflitto all'arma bianca con la Cisl hanno portato, volenti o nolenti, alla distruzione, disintegrazione di tantissime, anche consolidate, antiche relazioni.


Certo, ci sono stati anche nuovi incontri, nuove speranze, nuove ferite condivise, nuovi sogni sognati da svegli.

E' chiaro, lo voglio dire chiaramente, che la riconciliazione non può prescindere dalla Verità e dalla Giustizia.

Ma, ho imparato studiando la "giustizia riparativa" e anche quella "trasformativa" (ancora più difficile e complessa) che, anche in un rapporto di conflitto, non può mancare la ricerca della relazione.


So che non riuscirò a scalfire del tutto il muro assordante del silenzio.

So anche che non bastano, non sono sufficienti, le parole.

Però, senza assolutamente rinunciare, anzi impegnandomi ancora di più ogni giorno, quotidianamente, per la ricerca della Verità e della Giustizia (non della Vendetta) io sono disponibile, anzi mi sento proprio alla ricerca di riprendere la relazione.

Sono pronto a comprendere il silenzio, le paure, le fatiche, il disagio, le ragioni dell'altro/a.

Non tanto dell'organizzazione, sinceramente, ma delle persone sì.

Ho, infatti, girato decisamente pagina, anche sindacalmente.

Ha concluso così Don Umberto Cocconi la sua omelia, domenica scorsa:

"Perché quando tra noi regna la Pace: il mondo cambia, il cuore si alleggerisce, l’anima si libera. Il rancore, invece, ci imprigiona. Il non perdono consuma le energie, avvelena i pensieri, rovina le giornate. 
Gesù non chiede la riconciliazione per farci sentire in colpa. La chiede per renderci liberi. Forse, alla fine, l’altare più importante non è quello di pietra nelle chiese, ma quello invisibile delle nostre relazioni."

Queste parole, almeno per me, sono state come un farmaco del cuore, mi hanno reso, se non felice (no, non sono felice), contento.

L'orizzonte, infatti, non sono più io con la mia ferita.

Ma l'altro/a, con tutto quello che ha dentro. O meglio l'altro/a insieme a me, reciprocamente: "negli occhi".

Noi.

Nella piena consapevolezza che è possibile scoprire, vivere tutto questo, solo con una relazione che crei legami non tossici, ma che rappresentino, in una Verità ostinatamente condivisa, straordinari strumenti, orizzonti e compimenti di Dialogo e di Pace.

Francesco Lauria