domenica 15 febbraio 2026

FERMARE IL DECLINO DEL SINDACATO, RIGENERARE LA DEMOCRAZIA (LORENZO FRANCHI sul numero 3 di SINISTRA SINDACALE)

Dopo il “caso Lauria” si è tenuto a Firenze un incontro nazionale su una nuova rappresentanza possibile.

Dove va il sindacato, in Italia e nel mondo? Perché si ha sempre più l’impressione che non sia più in grado né di rappresentare efficacemente il lavoro (o i lavori…) né di costituire un baluardo di partecipazione di fronte all’incombente declino, generale e generalizzato, della democrazia?

Come rigenerare meccanismi, processi, spazi e tempi per una necessaria e urgente inversione di rotta? 

Di tutto questo si è discusso lo scorso 31 gennaio a Firenze, in una sala posta sul percorso che, dal capoluogo toscano, porta a Fiesole e a Barbiana, a poche centinaia di metri dalla Badia Fiesolana dove ha operato padre Ernesto Balducci.

Una sfida: pochi, pochissimi passi dal Centro Studi Cisl di Fiesole, un tempo luogo di elaborazione, dibattito e formazione libera e che, in questi mesi, ha visto prima il procedimento disciplinare e poi il licenziamento (prontamente impugnato), voluto e firmato dalla leader Cisl, Daniela Fumarola, di Francesco Lauria, ricercatore e formatore, responsabile dei rapporti e dei progetti internazionali proprio del glorioso Centro Studi.

L’incontro è stato organizzato dalle associazioni ‘Prendere Parola’ (un nome che fa eco a don Lorenzo Milani e alla sua scuola), presieduta dall’ex segretario generale Cisl, Savino Pezzotta, e ‘Sognare da Svegli’ (realtà nascente che riprende nel nome un’espressione abituale dell’indimenticato segretario generale Cisl, Pierre Carniti).

L’iniziativa è stata strutturata in due sessioni: la prima dedicata alla crisi della democrazia e della partecipazione, al sempre più forte “patriarcato” imperante non solo nelle relazioni tra le persone ma nei meccanismi organizzativi, persino in quelli istituzionali; la seconda rivolta, più specificamente, al declino del sindacato, della contrattazione, della rappresentanza del lavoro, così evidente a partire dalle filiere del tessile e della logistica ma anche considerando il caporalato agricolo ed edilizio. E non solo.

Numerosi i relatori: dal docente dell’Università di Parma, Marco Deriu, all’ex leader del consiglio di fabbrica di Mirafiori, Adriano Serafino, ad una dirigente pubblica come la “pasionaria” Simona Laing, fino a Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara, sindacalista Cgil a livello nazionale e saggista, Simona Baldanzi, scrittrice e già sindacalista, a Mattia Scolari, leader di un sindacato di base, la Cub di Milano, che pur ispirandosi alla migliore tradizione della Fim e della Cisl degli anni ruggenti, sperimenta ogni giorno la difficoltà di rappresentare il lavoro di fronte a regole della rappresentanza inique, antidemocratiche e penalizzanti, a tutto vantaggio di un sindacalismo “istituzionale” spesso assente, talvolta complice.

Si legge nel documento che ha accompagnato l’incontro di Firenze: “la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma. 

La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo e l’economia di guerra, alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, strumento di pace, pur senza trascendere, senza minimamente archiviare il conflitto, quando necessario”.

Le due associazioni promotrici hanno poi sottolineato che “la diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato sono spesso messe in discussione più della sua utilità concreta”.

Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane, gesti di solidarietà informale e strategie silenziose, rappresentano micro-resistenze reali.

Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale e non solo, è uno degli obiettivi scaturiti dall’incontro: è necessario trasformare l’impegno dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.

Negli ultimi decenni, la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in strumento di carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale, ispirandosi ai modelli e ai “santi minori” del sindacalismo italiano: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, abolendo oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori.

Proprio per questo durante il convegno è stata ricordata la figura del sindacalista milanese Sandro Antoniazzi, uno dei leader della sinistra sindacale, scomparso lo scorso luglio, subito dopo aver dato alle stampe una splendida autobiografia intitolata, non a caso: “Combattere la bella battaglia. Il sindacato come soggetto di trasformazione della società”.

La decisione collettiva non può che nascere dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo contrattazione e coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.

Il futuro del sindacalismo (ma anche della politica e dell’associazionismo) non può essere la mera sopravvivenza. Per restare rilevante, per contribuire, più in generale alla rigenerazione della democrazia, il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. Solo così il sindacato – “fare, essere giustizia insieme” – potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.

Bisogna però essere disponibili a pagare dei “prezzi”. Ha ricordato la dirigente pistoiese Simona Laing nell’aprire i lavori: “Rigenerare significa ripartire, riconoscere il buono che c’è. Si rigenera attraverso il nutrimento e la cura del vivente. Il buono va visto e si rigenera attraverso il conflitto costruttivo”. “Edgar Morin – ha continuato Laing – ci invita a ‘rigenerare le menti’, a ricostruire una piattaforma valoriale. Fratellanza e solidarietà non sono parole fuori moda e la violenza non porta a nulla”. “Il cambiamento – ha infine affermato Laing – si genera rischiando un po’ di noi…”.

Savino Pezzotta, già segretario generale Cisl, ha invece invocato un sindacato che “reimpari a disobbedire e a dire di no anche per ritornare soggetto politico”.

Simona Baldanzi, scrittrice ed ex sindacalista Cgil, ha raccontato la sua difficile esperienza nella piana pratese, a partire dai temi, delicati e violenti, della salute e sicurezza, spesso di fronte a dirigenti tesi a portare avanti soprattutto protocolli e tavoli, invece che organizzare, respirare i cancelli delle fabbriche, comprese quelle più piccole.

Mattia Scolari, segretario generale Cub Milano, ha allargato lo sguardo, raccontando la nuova linfa del sindacalismo negli Stati Uniti (a partire dal settore dell’automotive), ricordando anche il fatto che Tiziano Treu scriveva, negli anni Settanta, su come la nostra Costituzione riconosca il “diritto al conflitto”. Certo un conflitto pacifico e nonviolento, ma un conflitto che nasce da un sindacato partecipato e democratico al proprio interno. Ma quale sindacato, quale sindacalista e quale sindacalismo nel tempo della frammentazione assoluta e pervasiva del lavoro? Scolari ha raccontato la sua esperienza nei settori del commercio e del turismo, due ambiti in cui i diritti sono calpestati e la sindacalizzazione è difficile e scarsa.

Infine Francesco Lauria, nel suo intervento, ha incluso parole, considerazioni e speranze di diverse sindacaliste e diversi sindacalisti che ha incontrato in questi ultimi difficili mesi ed ha sottolineato: “Forse una transizione ecologica e democratica comincia anche da qui: dall’imparare ad ascoltare non solo le voci che parlano, ma i silenzi che ci interrogano. I silenzi dei territori feriti, delle generazioni future, dei viventi che non hanno linguaggio politico ma condividono il nostro stesso destino. Uno sguardo davvero democratico non è solo inclusivo: è responsabile anche verso ciò che non può difendersi, né rappresentarsi da sé”.

La relazione di Lauria si è sviluppata in tre parti: la prima dedicata a una nuova “armonia degli sguardi”; la seconda al rapporto tra “politica e potere”, senza dimenticare la dimensione della violenza; la terza e ultima, sempre accompagnata dalla metafora dello sguardo e del volto, relativa ad una desiderabile: “rivoluzione e rivolta della Speranza”.

E ora? Mentre prosegue, anche nei territori, l’attività dell’associazione ‘Prendere Parola’ è stata fissata (online) l’assemblea nazionale di lancio dell’associazione ‘Sognare da Svegli’. 

L’appuntamento, per una nuova “primavera sindacale” è previsto, non casualmente, dalle 10 alle 12 del prossimo sabato 21 marzo.

(I video degli interventi dell’incontro di Firenze sono reperibili sul canale Youtube: “Il Buon Lavoro”https://www.youtube.com/@IlBuonLavoro )

Per leggere il numero 3 di Sinistra Sindacale (si segnala, tra gli altri, un articolo di Mao Valpiana su Alexander Langer): https://www.sinistrasindacale.it/category/2026/numero-03-2026/

Per leggere questo articolo su Sinistra Sindacale:

https://www.sinistrasindacale.it/2026/02/15/fermare-il-declino-del-sindacato-rigenerare-la-democrazia-di-lorenzo-franchi/

venerdì 13 febbraio 2026

LA VIOLENZA DEL POTERE E IL PESO INGOMBRANTE DEL SILENZIO: "HANGAR ROJO", IL SINDACATO E NOI

“Ciao Federica, ma tu non pensi che nella vicenda di Simona, abbiamo davvero perso tutte? Che non abbiamo saputo ascoltare, dialogare, proteggere, tutelare?”

Le due donne si sono ritrovate a pranzo a discutere di un fatto che ha sconvolto e scompaginato, da diversi mesi, il sindacato della loro città. Ambito in cui, da molti anni, da quando erano giovanissime, entrambe operano, pur in settori diversi.

Il fallimento, comunque la si pensi sul caso specifico, è davvero di fronte agli occhi di tutte e di tutti, così come il paradosso di un luogo, uno spazio, una comunità che dovrebbe tutelare il lavoro e la persona e che, invece, almeno in quel caso, ha frantumato la vita.

“No Giovanna, risponde senza guardarla negli occhi Federica, non lo penso.

Io ho fatto semplicemente quello che mi è stato detto perché sono una donna di organizzazione. Non mi sono fatta e non ho fatto domande. Fai così anche tu, credimi, ti conviene. Siamo in regime di patriarcato, ricordalo”.

Non è facile buttare giù il pranzo, in quella pausa strappata alle incombenze quotidiane, nella tavola calda non proprio vicina alla sede, scelta di comune accordo, per non essere visibili agli occhi e alle orecchie del chiacchiericcio.

E dei capi.

Si perché è facile parlare e sparlare, più difficile è agire, vedere, interrogarsi, ascoltare e ascoltarsi davvero. Dialogare.

È molto semplice anche condannare, magari diffamare, prendere la strada più comoda, non approfondire, non fare domande. Appunto.

“Ma si dai - dice spietato il chiacchiericcio - alla fine magari se l’è cercata. Chissà quali altri fatti nascosti non conosciamo, perché farci domande, perché provare a vedere, a capire, a iniziare a risolvere prendendosi cura? Non conviene a nessuno/a…"

È un dialogo immaginario (anche se non troppo), in un luogo immaginario (anche se non troppo), in un sindacato immaginario (anche se non troppo).

Me lo ha ispirato la recente lettura della recensione su un quotidiano del film, opera prima di Juan Pablo Sallato, intitolato: “Hangar Rojo”.

Un film, sul Cile del golpe del 1973 e sulla violenza del potere, che è stato presentato nella sezione “Perspectives” che la Berlinale ha voluto dedicare proprio alle opere prime.

Un film in bianco e nero, come il dialogo che ho immaginato (ma non troppo) e che si sviluppa appunto nel momento del colpo di stato e dell’assassinio di Salvador Allende.

Il protagonista è un ex capo dei servizi segreti dell’aeronautica militare al quale viene chiesto di trasformare l’accademia dei giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura.

Si tratta proprio dell’Hangar Rojo del titolo.

Come è scritto nella recensione, di fronte a una scelta che di fatto è impossibile, perché la sua condizione è obbedire agli ordini, l’uomo evita inizialmente il confronto con quanto accade, anche perché la situazione peggiora con l’arrivo di un suo antico rivale.

Ma per quanto si può sostenere ciò che accade lì dentro?

Mentre i camion continuano ad arrivare pieni di prigionieri e il regime mette in atto i suoi massacri il capitano (Nicolas Zarate) deve prendere una decisione sulle sue scelte e responsabilità.

Il film, è questo il suo principale pregio, prova a rimanere, nella sua narrazione, all’interno della macchina del potere.

Il protagonista è ispirato a una figura reale che ha collaborato all’opera fino alla sua morte, avvenuta nel 2024 mentre il lungometraggio, peraltro co-prodotto in Italia, si ispira anche al libro di Fernando Villagran Disparen a la Bandada, volume che si concentra sulle contraddizioni all’interno dell’esercito cileno (molti militari finirono in carcere, torturati o in esilio).

Dove sta nel racconto la realtà? Dove si colloca la verità nella sua sostanza profonda?

Ma soprattutto, quali sono le conseguenze di “eseguire gli ordini”, magari di essere, uso il lessico sindacale, non militare, “donne e uomini di organizzazione?”

Sono stato pesantemente criticato per questo, ma non ho alcun problema a ripeterlo, è scritto anche nella recensione del film, si tratta di frasi in cui risuonano gli echi sinistri degli Eichmann e della "banalità del male" di ogni tempo.

E ciò è valido soprattutto quando c’è la consapevolezza dell’orrore.

Scrive il regista nelle note alla sua opera: “Mentre il Paese crolla sotto il peso del colpo di Stato militare, il film osserva quel momento fondante di orrore, quando l’apparato repressivo non ha ancora preso pienamente forma. Qui non ci sono eroi, solo uomini intrappolati tra la logica del potere e il peso della colpa, e uno spettatore invitato a guardarsi allo specchio e a chiedersi quale ruolo avrebbe svolto”.

Già, ma noi, sinceramente, onestamente, quale ruolo avremmo svolto?

Soprattutto, quale ruolo svolgiamo, qui ed ora, nelle nostre vite?

Che ruolo giochiamo “nei silenzi dei non detti”, “nelle complicità ambigue”, “nelle posizioni scomode”?

Il film pone più domande delle risposte che dà.

Per un’opera cinematografica, pur ispirata ad un periodo reale e ad una storia vera, è un bene.

Ma le domande precedenti rimangono ad interrogarci nella nostra storia. La nostra storia di vita, il nostro presente, l’immaginazione del nostro futuro.

Personalmente, in questi mesi, ho sperimentato la violenza cieca del potere, pur trovandomi in un’apparente democrazia, non nel Cile di Pinochet.

Ho sperimentato il silenzio complice, la macchina del fango, la scelta dello stare comodi, del non ascoltare, soprattutto, anche da posizioni differenti, del non dialogare.

Tutto questo l’ho visto, l’ho vissuto su di me, proprio sopra di me, schiacciato, annientato, frantumato, ma l’ho visto realizzato anche su altre e su altri che si trovavano nelle mie stesse, o simili, condizioni.

Sono abbastanza certo che il “vedere la ferita dell’altro o dell’altra” molto più che il subire la mia, mi abbia, spero non provvisoriamente, aperto gli occhi, il cuore, la mente.

È vero, spesso siamo immersi in sistemi di potere (il capitalismo è il più ampio, poi ci sono le organizzazioni) che sembrano, davvero, senza via di uscita, senza vie di fuga.

Ogni risposta, peraltro, non è semplice, né banalmente moralistica.

Quante volte, infatti, non abbiamo visto, o meglio, non abbiamo voluto vedere?

Cominciare a riflettere è un punto di partenza che deve aiutarci a iniziare a convertire il nostro sguardo.

La paura si può superare se impariamo a non rimanere soli. E, ad esempio, sindacato significa: "fare, essere giustizia insieme".

Almeno possiamo provarci, ricordandoci che l’eresia, che in greco antico significa principalmente “scelta”, è sempre un’opzione possibile. Non solo per gli eroi, ma per tutte/i le donne e gli uomini che: "ci credono ancora".

Francesco Lauria

giovedì 12 febbraio 2026

UN ANNO DI FUMAROLA. 8 MESI DI SBARRA NEL GOVERNO MELONI. DERIVA CISL, QUALE BILANCIO?

E' passato un anno esatto dalla due giorni romana che prima l'11 febbraio con la mega assemblea di omaggio alla premier Giorgia Meloni officiata da Gigi Sbarra, e poi il giorno successivo con il consiglio generale di elezione della segretaria generale Daniela Fumarola (98,4% dei voti, poi trasformati nel 100% dei voti al congresso del luglio 2025).

Come direttore responsabile della rivista il Progetto, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, pubblicai immediatamente sul numero della rivista di febbraio 2025 i due discorsi al Consiglio Generale Cisl di Sbarra e Fumarola.

Era il secondo numero della rivista che curavo, il primo, di "rinascita," aveva avuto un grande successo anche perchè era tantissimo che mancava un periodico nazionale confederale (pur digitale) di area Cisl.

Scrissi io anche l'editoriale,  in questo caso firmato, con piccole modifiche, dall'altro direttore Emmanuele Massagli, scegliendone anche il titolo: "Cambiamento".

Rimettere in moto la testata "Il Progetto" dopo trent'anni non rappresentava certo una piccola responsabilità.

Il numero fu corposo, 90 pagine, era per me importante offrire tanti punti di vista sul sindacato, non solo le mere relazioni dei segretari generali.

Trattammo, ad esempio, di tutela e rappresentanza dei rider,  di pensiero strategico applicato al sindacato, di regolamentazione europea legata ai tirocini, ma anche di Don Lorenzo Milani e Giubileo, solo per fare alcuni esempi.

Tutto è recuperabile a questo link: https://ilprogetto.fondazionetarantelli.it/rivista/rivista-il-progetto-anno-1-numero-2-febbraio-2025/

Ho provato a rileggere, a un anno di distanza, i due interventi al Consiglio Generale Cisl, quello di Sbarra e quello di Fumarola.

Anche per la curiosità di vedere l'effetto che, dopo sette mesi orribili e di distacco, mi facesse.

Il punto più debole dell'intervento di commiato di Sbarra, ad esempio, mi pare l'excusatio non petita rispetto ai rapporti con la politica:

Affermava Sbarra, con toni trionfalistici (e a mio parere ampiamente contestabili): 

"E fatemi dire: al di là degli straordinari dati numerici, c’è un elemento tutto “politico”. Di “politica sindacale”. Perché altra noi non ne conosciamo. E non ci interessa conoscerla e frequentarla. Se siamo cresciuti in modo così poderoso, vuol dire che le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, vogliono e apprezzano un “sindacato che fa il sindacato”. E noi questo abbiamo fatto. Sempre e in ogni momento. Abbiamo fatto il nostro mestiere. Senza alcuna collateralità con la politica. Senza pregiudizi ideologici. Senza simpatie o antipatie rispetto a questo o quel governo. Siamo stati sempre e solo “sindacalisti”.

Sappiamo tutti che la gran parte (certo c'è anche chi ha condiviso in pieno) dei dirigenti della Cisl, almeno nei corridoi, era rimasta quasi sconvolta (ancorchè, come al solito, in silenzio) dall'abbraccio stringente e convinto del giorno precedente, con l'ovazione tributata alla premier del Governo di destra Giorgia Meloni, lo scambio di fiori come a San Remo e a Miss Italia e con una conseguente "figuraccia" a livello europeo che lasciò basiti anche gli interlocutori storici della Cisl, non certo i Tupac Amaru, ma, ad esempio la Cfdt francese (storica confederazione sorella fin dagli anni Sessanta) e il sindacato cristiano belga.

C'è chi mi disse mentre tornavo in treno: "Beh, è normale che un premier riceva le ovazioni in un'assemblea di quadri sindacali: succede ad esempio in Russia, in Corea del Nord, in alcuni paesi africani..."

Non fu un brutto intervento quello di Daniela Fumarola, qualche commentatore ci vide qualche minima apertura "a sinistra" come sui temi dell'immigrazione, ma fu, ovviamente, un'illusione.

Soprattutto, almeno dal mio punto di vista di oggi, stridono i tanti richiami alla coesione amorosa della comunità della Cisl (e non fatemeli commentare in profondità se no rischio una nuova querela).

E' noto che di lì a quattro mesi Gigi Sbarra entrerà in pompa magna nel Governo di destra di Giorgia Meloni con un dipartimento per il Sud ad hoc, frutto, peraltro, di una riorganizzazione ministeriale contestata, nel metodo, dalle opposizioni.

Nell'intervento di Daniela Fumarola (lo ripeto, da me pubblicato e impaginato con cura, d'altronde dirigevo una rivista di area Cisl non dei centri sociali...) si citava fin da subito San Tommaso d'Aquino e si preannunciavano (come è stato) nuove "corse solitarie", prendendo a baluardo (forse senza nemmeno leggerla accuratamente) la "solitudine del riformista" di Federico Caffè e, ovviamente, magnificando la grande legge sulla partecipazione frutto della raccolta firme della Cisl e, soprattutto, dell'accordo blindatissimo con la maggioranza di centro destra (trasfuso anche al Cnel sul tema del salario minimo...)

Come gli obiettivi e l'iter di questa legge abbiano cambiato, anzi stravolto, il Dna di autonomia della Cisl è stato spiegato benissimo l'altro ieri da Roberto Mania durante l'incontro promosso dalle Acli nazionali all'interno del ciclo seminariale: "Leggere il mondo" organizzato ad un anno dalla pubblicazione del volume: "La questione salariale" scritto a quattro mani da Mania con l'economista Ocse Andrea Garnero.

E' utile, nell'ultima parte in particolare, ascoltare la registrazione dell'iniziativa perchè Mania, da buon giornalista, nell'incontro moderato dalla vice Presidente vicaria delle Acli Raffaella Dispienza, è stato davvero perfetto nel descrivere la deriva e il tradimento delle proprie radici della Cisl.

Ecco il link: https://www.facebook.com/share/v/1Ac4Z9hWbH/

Lo so, a questo punto, sorge spontanea una domanda.

Ma tu, Francesco di questa deriva non te ne eri accorto?

La risposta è articolata: certamente sì e operavo, fedelmente al mio mandato di formatore, cercando di riaffermare ogni giorno, in coerenza, i valori per cui mi ero innamorato della Cisl.

I valori di Pastore e Romani, non solo quelli, prevengo subito l'obiezione, di Pierre Carniti, Pippo Morelli, Alberto Tridente e Sandro Antoniazzi.

Ma c'è un ma.

Bisogna "guarire" per vedere.

E io, anche con una certa dose di mancanza di responsabilità. non vedevo tutto, non potevo vedere tutto, magari, inconsciamente, non volevo vedere tutto.

Nello stesso mese di febbraio 2025 avvenivano a Parma, nella mia città, in una categoria della Cisl, fatti, a mio parere gravissimi, 

Non parlo di fatti giudiziari, ma proprio di accadimenti politico-sindacali.

Io non sapevo. Ma è anche vero che: "non guardavo".

Così, e mi sono anche accorto di aver scritto nel numero 3 de il Progetto (marzo 2025) un editoriale proprio sullo "sguardo", mi rendo conto, fanno in tanti e tante, tantissimi, tantissime.

Non giudico, registro, osservo.

E' facile non guardare, rimanere in silenzio, curare, come certamente ho fatto anche io in diverse circostanze, solo il proprio orticello.

Don Lorenzo Milani, se lo leggiamo davvero e non solo in pillole, diceva una cosa potentissima, fortissima e anche molto difficile da attuare, da vivere: "Ciascuno è responsabile di tutto".

Tutto significa tutto. Non solo quello che ci è comodo, ci fa stare bene, sentire a casa.

Proprio per questo, il mio appello, dopo un anno di Fumarola, ed esattamente otto mesi di transito di Gigi Sbarra nel Governo Meloni (12 giugno 2025...), è di vedere e non tacere più.

Di rischiare.

Perchè per il cambiamento, quello vero, non si può non rischiare.

E', infatti, sempre meglio essere, in questo caso essere Cisl per davvero, che, molto più facilmente, sterilmente, tristemente apparire.

Francesco Lauria

P.S. Mi è stato fatto giustamente notare, a commento del mio articolo sull'anniversario Fumaroliano (E.F. significa in questo tempo: "Era Fumarola"), che il 10 febbraio, con la leader massima presente ed officiante, il consiglio generale della Cisl Roma e Rieti si è riunito in pompa magna nella sala consiliare del Comune di Roma, con ospite d'onore il sindaco Pd Roberto Gualtieri.

Niente di strano, è chiaro che di fronte ad un prevalente e prevaricante inginocchiamento acritico al centrodestra di potere, a qualsiasi latitudine, ci sia anche un minoritario genuflettersi al centrosinistra, ovviamente ormai solo laddove il potere del centrosinistra sia parecchio saldo.

Il fenomeno è quindi comune: tendenzialmente corporativi con le aziende, sudditi e subalterni rispetto al potere politico-istituzionale di qualsiasi colore esso sia (ma con prevalenti e crescenti simpatie e azioni organiche con la destra).

Sbarra, peraltro, non è stato il primo a passare direttamente dalla segreteria generale Cisl al Governo, il precedente di scuola è quello di Raffaele Morese, segretario generale aggiunto Cisl, dimessosi nel 1998 per entrare direttamente, come sottosegretario al lavoro nel Governo Dalema. 

E si potrebbero dire tante, tante cose, a partire, un paio di anni dopo, dalla gestazione e dalla nascita della dantoniana "Democrazia Europea".

Alla prossima puntata...

mercoledì 11 febbraio 2026

LA DEMOCRAZIA DEL “DIODO”: CRISI DELLA POLITICA, DELLA RAPPRESENTANZA, DEL SINDACATO (ADRIANO SERAFINO, 31 Gennaio, Firenze)

17 milioni di cittadini e cittadine hanno voltato le spalle alle urne, durante le elezioni politiche e amministrative comprese.

Venendo al sindacato e alla rappresentanza: qual è il livello di partecipazione nelle votazioni dei congressi, quanto sono diffuse in Italia, nel settore privato, le Rsu?

E’ una democrazia delegata senza fine. L’iscritto l’organizzazione, quasi non la vede e l’organizzazione stessa non va a cercarlo.

Sostanzialmente mai.

La piramide delle deleghe si è trasformata: il flusso avviene dal vertice della piramide alla base, spesso saltando anche dirigenti, operatori a pieno tempo e Rsu: è la democrazia del “diodo” (con un flusso in una sola direzione…)

Tutto questo non coglie le nuove domande del lavoro, le nuove domande del pianeta: pesano solo logiche che possiamo, tranquillamente (e terribilmente) definire feudali.

Che cosa possiamo fare?

Ne ha parlato Adriano Serafino (Sindacalmente – Prendere Parola) nel suo intervento tenutosi il 31 gennaio a Firenze nell’ambito del seminario: “Rigenerare Democrazia” 

Guarda l'intervento di Serafino sul Canale Youtube: "Il Buon Lavoro":

                                https://www.youtube.com/watch?v=0l6jnSJJqXI

martedì 10 febbraio 2026

LE 7 PAROLE CHIAVE DI GAETANO SATERIALE PER UNA RIFLESSIONE SULLA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA E DEI CORPI INTERMEDI (Firenze 31 Gennaio)


 Le sette (in realtà sono anche di più...) parole chiave pronunciate da Gaetano Sateriale, già dirigente nazionale della Cgil, direttore editoriale della casa editrice Ediesse e sindaco di Ferrara, in occasione dell'apertura della tavola rotonda del pomeriggio del 31 Gennaio 2026, nell'ambito del convegno nazionale: "Rigenerare Democrazia".

L'intervento di Gaetano Sateriale a Firenze:

1.      RAPPRESENTANZA. La crisi del sistema delle rappresentanze: non solo sindacali ma anche politiche, economiche, istituzionali: insomma una epidemia piuttosto che un morbo limitato ad alcuni (meno votanti: un effetto della crisi delle rappresentanze e un problema di DEMOCRAZIA)

2.      SINDACATO. La crisi sindacale è mondiale e non di ieri: Rapporto ILO del 2018 già la descrive e ne indica alcune tendenze: politica, corporativa, selettiva. ecc.

3.      INNOVAZIONE. Dalla fine degli anni ’90 il pensiero economico liberista (la scuola di Chicago) è dominante: niente Stato, solo mercato. Ma anche fattori reali che cambiano economia e lavoro: globalizzazione finanziaria, SVALUTAZIONE del lavoro, la personalizzazione del lavoro, la polarizzazione tra alte e basse competenze, il lavoro “usa e getta” (come affermava Papa Francesco): LAVORO, PRECARI, OPERAI

4.      SINDACATO CONFEDERALE ITALIANO. La forma della crisi in Italia oggi? Schizofrenia tra le confederazioni nazionali e le categorie: le Confederazioni più politiche e meno unitarie, le categorie più unitarie, più contrattuali, più sindacali

5.      CRISI (crisi, crinale… scelta, decisione). Come rafforzare la rappresentanza sindacale? Secondo me ricomponendo il lavoro nelle sue diversità (LAVORO) rappresentandone i bisogni con la contrattazione, una contrattazione più territoriale che di luogo di lavoro perché il lavoro è diventato più “liquido” e i bisogni più sociali (come mai non si sono contrattati i fondi del PNRR?)

6.      STAGNAZIONE. Se ristagnano produttività e salari, se c’è un abbassamento diritti, è necessario ripartire da qui: crescita produttività, salari e maggiori garanzie di sicurezza e welfare: SALARIO, SICUREZZA SALUTE.

7.      PARTECIPAZIONE. Infine una considerazione sulla bella discussione della mattina: la partecipazione è indispensabile per rafforzare la democrazia (come diceva Giorgio Gaber), ma deve essere “attiva” e “costante” per produrre risultati tangibili, altrimenti dura poco.

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lunedì 9 febbraio 2026

IL 10 FEBBRAIO E IL 28 GIUGNO: I PROIETTILI, LA PIZZERIA. LA FRONTIERA FERITA. RICORDARE NELLA COMPLESSITA'

Pubblicato da Report Pistoia: https://www.reportpistoia.com/la-frontiera-ferita-ricordare-nella-complessita/

"Li vedi Francesco, tutti quei segni di proiettile sul muro della pizzeria del valico della Casa Rossa?"

In quel tempo, sette anni prima, nella frontiera ferita, la guerra era sconfinata a Gorizia. 

Non si trattava di un giorno qualunque, ma del 28 giugno.

Siamo nel 1991, meno di un anno dopo Italia '90, Totò Schillaci e Roberto Baggio, le "notti magiche", Bennato e la Nannini, un'estate che nessuno può dimenticare, anche se non si concluse con l'agognata conquista del campionato del mondo di calcio.

Ricorderò sempre come solo un anno prima di quel 28 giugno 1991, aveva colpito la mia fantasia di undicenne tifoso un servizio del Tg1 in cui il giornalista si era intrufolato proprio in un quartiere di lingua slovena a Gorizia, dove, diceva, si tifa da sempre Jugoslavia, non Italia.

In realtà, già nell'estate del 1990, sulla frontiera ferita le cose stavano cambiando in fretta, o meglio, forse erano già cambiate.

Il blocco comunista dell'Est era crollato, frantumandosi, l'anno prima, con un atto finale tragico e perverso, il processo televisivo di Natale al dittatore rumeno Ceaucescu e alla moglie, tiranni sanguinari certo, ma fucilati da burocrati totalmente loro complici e che ne avrebbero preso beffardamente il posto.

Tutto questo, immerso nella vicenda ex Jugoslava, è stato raccontato magistralmente lo scrittore triestino Paolo Rumiz in un libro cardine per la mia formazione: "Maschere per un massacro".

Ma torniamo al 28 giugno 1991.

Il 28 giugno è una data simbolicamente centrale per i popoli dell’ex Jugoslavia. Si tratta infatti del giorno di Vidovdan, che segna la sconfitta serba contro i turchi sulla Piana dei Merli (Kosovo Polje) nel 1389, così come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 (che sancì l l'inizio della Prima guerra mondiale), fino al giorno in cui, nel 1989, il leader serbo jugoslavo Slobodan Milošević tenne (non a caso) l'incendiario discorso di Gazimestan in Kosovo in difesa della popolazione serba locale.

Questa data si accompagna a un ulteriore evento del passato recente, sostanzialmente dimenticato, rimosso. Proprio ciò che, al mio arrivo a Gorizia, nell'autunno del 1998, mi veniva mostrato da un amico locale, testimone diretto dei fatti narrati e che ho riportato all'inizio del mio scritto.

il 28 giugno 1991 fu una data spartiacque, per la "frontiera ferita", una data che segnò  l’immaginario del confine orientale fra Italia ed ex Jugoslavia: fu il giorno infatti in cui, trentacinque anni fa, la guerra indipendentista slovena giunse letteralmente alle porte di Gorizia, in Italia, al valico internazionale della Casa Rossa, proprio sotto l'Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche in Via Alviano che avrei frequentato anche io qualche anno dopo.

Come ricorda il giornale web Eastjournal.net, la “guerra dei dieci giorni” era cominciata ufficialmente il 26 giugno (di fatto, però, tutto fu anticipato al 25 per spiazzare le autorità di Belgrado), in seguito alla dichiarazione d’indipendenza adottata dal parlamento sloveno il giorno precedente che aveva segnato l’inizio della fine della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ). Il conflitto provocò un totale di 65 morti, per la maggior parte giovani soldati dell’esercito jugoslavo, ma anche civili e dieci cittadini stranieri (tra cui due giornalisti austriaci e alcuni camionisti bulgari).

Il 23 dicembre 1990 si era tenuto un referendum sull’indipendenza slovena dalla Jugoslavia. 

I risultati del plebiscito, resi pubblici qualche giorno dopo, confermarono ciò che tutti si aspettavano: l’88,5% dell’elettorato sloveno si era espresso a favore della trasformazione del piccolo paese di nemmeno 2 milioni di abitanti in una nazione sovrana. 

Tuttavia, il programma indipendentista non si concretizzò fino a sei mesi dopo, il 21 giugno 1991, quando, in una conferenza stampa, il ministro dell’informazione Jelko Kacin ebbe a dichiarare che la Slovenia si sarebbe resa indipendente di lì a pochi giorni, ovvero il 26 giugno.

I carri armati dell’esercito jugoslavo raggiunsero già nella giornata del 26 giugno alcuni dei valichi di confine con l’Italia, occupando i posti di blocco, e fu ufficialmente a Divača, vicino al confine italo-sloveno, che il primo colpo di arma da fuoco della guerra venne sparato dall’esercito jugoslavo nel pomeriggio del 27 giugno. 

Importante rimarcare come molti soldati jugoslavi, e in particolare i giovani militari di leva, furono mandati ai valichi di confine esterni della Slovenia (Italia, Ungheria ed Austria) senza sapere contro chi si dovesse combattere, non essendo stati informati dagli ufficiali dell’esercito della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e pensando che il nemico ed il pericolo fossero “esterni”, e non “interni”.

In quei giorni concitati di 35 anni fa, la popolazione della "frontiera ferita" visse con angoscia il susseguirsi degli eventi bellici. Nella serata del 28 giugno, intensi combattimenti scoppiarono fra l’esercito federale jugoslavo e le forze speciali slovene proprio al confine internazionale di Rožna Dolina – Casa rossa, il principale valico di frontiera fra le città di Gorizia e Nova Gorica

Furono gli sloveni ad avere la meglio, riuscendo a distruggere due carri armati federali T-55 e prendendo possesso di altri tre. 

La battaglia fra le due parti, che proseguì fino a tarda notte, lasciò a terra quattro vittime: i tre occupanti di un carro armato dell’esercito federale ed un altro militare jugoslavo. Una cinquantina di militari si consegnò all’unità di difesa territoriale slovena e diverse decine furono i feriti fra l’esercito federale, alcuni dei quali vennero curati all’ospedale di Gorizia (all'epoca alla frontiera di secondo livello di San Peter, ma questa è un'altra lunga e complessa storia...). 

Questa battaglia viene considerata come decisiva per le sorti della fugace guerra d’indipendenza slovena.

Un video girato dal lato italiano del confine testimonia il susseguirsi drammatico degli eventi in quella serata del 28 giugno. Si sentono i carri armati dell’esercito jugoslavo, a cui segue l’annuncio concitato della polizia di frontiera italiana con cui viene intimato ai civili di allontanarsi dalla piazza a causa del pericolo costituito dal conflitto a fuoco. 

Quella sera, alcuni colpi di kalashnikov raggiunsero appunto anche gli edifici dal lato italiano, ed alcuni proiettili andarono a conficcarsi sulla parete della pizzeria-bar “Casa rossa” situata a pochi metri dal valico, lasciando visibili i fori dei proiettili, come mi fu mostrato, nella mia ingenua incredulità, anni dopo.

Attraverso gli avvenimenti che ebbero luogo al valico di Casa rossa-Rožna dolina, uno dei cuori pulsanti della vitale attività transfrontaliera fra i due paesi, Gorizia e Nova Gorica, città divise eppure simbioticamente interdipendenti, specchio ognuna dell’altra, si ritrovarono a condividere i momenti fra i più drammatici della guerra d’indipendenza slovena. 

Io ho incontrato la frontiera ferita quando ci trovavamo ancora nel Novecento.

Ancora non esistevano mezzi di trasporto pubblici tra Gorizia e Nova Gorica e quando andavo a trovare la mia fidanzata in un'altra zona di frontiera, il Monte Santo, essendo anche lei studentessa fuori sede priva di "prepusnica" (lasciapassare per i residenti) insieme dovevamo fare chilometri a piedi o in bicicletta.

La stazione austroungarica dei treni di Nova Gorica ci guardava al di là del reticolato della Piazza alla Transalpina, allora ferita (aggettivo ricorrente), divisa quasi come fossimo a Berlino e osservata dall'alto dalla grande stella rossa.

Gorizia, Trieste, Pola, Zara, Capodistria, Pirano, Verteneglio, Muggia, San Dorligo.

A cavallo tra Novecento e nuovo secolo avrei attraversato tante volte quella frontiera, meglio quelle frontiere (perchè vanno considerate anche la Croazia e Schengen, destino subito dell'Europa fortezza di fronte ai migranti).

Avrei scoperto la storia e l'oblio dell'esilio e dell'esodo. Delle foibe.

Ma anche la storia delle violenze antislave fasciste e non solo e dei nostri campi di concentramento, vergogna della storia e della memoria.

Avrei salito con gli amici e le amiche slovene il Monte Sabotino da entrambi i versanti, mentre avrei visto sfiorire la scritta sul monto vicino, inneggiante al "grande" Tito.

Dalla Casa Rossa sarei partito nel 2000 per il vertice Bush Putin di Lubiana (corsi e ricorsi storici...), ma soprattutto per la mia Bosnia, per Prijedor e Zavidovici, "mangiando, on the road, in un'altra pizzeria rispetto a quella della Casa Rossa, una margherita nella polvere di Knin", facendo luce su un altro disastro realizzato, nel 1995, con le armi della Nato, la riconquista della Krajina croata.

Mi sarei emozionato alla riapertura dello Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar, toccando con mano la follia di una guerra asimmetrica e di croci e minareti l'un contro l'altro armati. Senza pietà.

Tra l'Isonzo-Soca e la Neretva avrei riflettuto sulla democrazia dell'acqua come bene pubblico e comune, un bene che non sempre delinea, attraverso i fiumi i confini, ma che li sa anche travalicare, come può insegnarci un rafting proprio sull'Isonzo.

Sarei tornato, finalmente a Trieste, in uno scampolo finale del 2025, sedendo a cena a fianco di Raul Pupo, lo studioso che meglio di chiunque altro, ha saputo fare luce sulle foibe, sull'esodo, ma anche su quello (che non giustifica nulla) che è avvenuto prima per vigliacca mano istituzionale fascista.

A distanza di 35 anni da quel giorno le cui scene ci sembrano così distanti e quasi surreali, a trenta chilometri da Trieste, Gorizia e Nova Gorica, le due città un tempo (anche il mio) divise hanno ricordato assieme gli eventi di allora e sono apparse ora più che mai unite, grazie alla scelta comune di Capitale Europea della cultura 2025.

Surreali e lontani appaiamo anche noi, studenti fuorisede che prendevano il pullmino gratuito del Grande Casinò Perla, per ascoltare i concerti, magari salendo senza portafogli per non essere invogliati dalla tentazione dei tavoli da gioco.

E che, romanticamente, inforcavano le biciclette, da Montesanto per andare alla Casa Rossa e tornare a Montesanto per prendere un vecchio treno ex juvoslavo a gasolio.

E raggiungere Bled, il lago, una piccola barca a remi, disorientati d'azzurro, tra le nuvole.

La guerra, nella frontiera ferita, allora nei nostri occhi era un ricordo, una sensazione lontana.

Ma la lontananza di quel ricordo, vista con gli occhi dell'Amore, era purtroppo anche un'illusione.

Per questo il 10 febbraio, Giorno del Ricordo della frontiera ferita, depurato da ogni strumentalizzazione e vissuto dalle genti dell'Adriatico, "il mare dell'intimità", solcato dal piroscafo dell'esilio, può rappresentare un'occasione importante.

Se rispetta la "complessità" di quel confine, di quei confini e di quella ferita, di quelle ferite.

La complessità di questa giornata, come ha saputo ben fare con il suo prezioso piccolo libro, intitolato proprio: "La frontiera ferita", il triestino Gianni Cuperlo.

Tra generazioni di proiettili che meritano oggi un respiro mittleuropeo e non solo, un tamburo italiano, asburgico e balcanico.

Un ritmo che scandisca la danza della Pace (mai priva di ferite) e non il tragico 'inciampo nazionalistico e opportunistico della Guerra (mai rivelatrice di futuro).

Francesco Lauria