"Secondo me Francesco, se vogliamo raccontare una storia di migrazione e impegno significativi e di successo dobbiamo coinvolgere Bruno, Bruno Leka.... E' politicamente parecchio diverso da me, ma è davvero bravo, una persona interessante. Lo conosci?"
No (ancora per poco) non lo conoscevo.
Avevo solo letto, anni prima, un trafiletto sul giornale con una piccola foto sfuocata: "Leka (Giovani Pd), eletto alla consulta degli studenti", o giù di lì.
Come per molti/e a Pistoia, io a differenza di Lavinia, non lo conoscevo direttamente, non avevo condiviso con lui lotte e battaglie, per me Bruno Leka, superficialmente, era una sorta di anagramma mal riuscito del ben più noto Bernard Dika, una operazione, come dicono nelle parti del Pd a lui avverse, a Pistoia, come a Quarrata, "degli albanesi".
Oggi, insieme, con Bruno, su questa stupida e ignorante definizione, ci scherziamo sopra (anche se è vero, che se digiti "Bruno Leka" su Google, una foto su tre che ti appare è di Bernard, ma vabbè, è anche vero che esiste la teoria che ci siano più Bernard Dika, contemporaneamente, ogni giorno, in giro per la Toscana :-) )
Con Lavinia, stavamo preparando l'evento sull'immigrazione che si sarebbe tenuto alla Libreria Lo Spazio di lì a tre settimane, in Via Curtatone e Montanara, a Pistoia.
Titolo: "La scelta della convivenza". echeggiante Alexander Langer, valicatore di confini, costruttore di ponti.
Obiettivo dell'iniziativa, peraltro idea più sua che mia, virare in positivo, anche con un intervento deciso del candidato del c.d. "campo largo" Giovanni Capecchi, fresco vincitore delle primarie, e di Lavinia stessa, anche lei candidata, l'involuta riflessione pistoiese su Ramini e Vicofaro, parliamo di accoglienza e integrazione dei migranti.
Non solo: sul tema delle migrazioni (rifugiati e migranti economici) mostrare modelli, esperienze, investimenti di comunità, storie personali e collettive importanti, con un ruolo di primo piano degli enti locali, territoriali.
Non modelli perfetti, buone prassi in assoluto, ma azioni concrete che, a livello di letteratura internazionale, vengono definite "meaningful", che significa: "meritevoli di attenzione", ma anche volte ad "apprendimento e comprensione reali".
Io avevo alle spalle circa trent'anni di impegno volontario e ventuno di impegno professionale (non esclusivo) sul tema dei migranti e in particolare della loro integrazione socio-lavorativa e sindacale.
Lavinia, oltre probabilmente a molto altro, penso all'impegno contro la marginalità dei senza dimora, anche a Pistoia, era da poco tornata da circa sei mesi passati nell'inferno greco.
Si, quell'inferno, vicino ai paradisi del turismo, che ho visto lateralmente anche io, oltre dieci anni fa, in viaggio di nozze, mentre l'Unione Europea, la nostra Unione Europea minacciava, ricattava il governo Tsipras di tagliare i fondi, persino i contanti nei bancomat.
Me lo ricordo bene quel ricatto, successivo al referendum dell'orgoglio, del popolo, della democrazia, della partecipazione che aveva ribaltato, purtroppo solo provvisoriamente, l'imposizione dell'austerità: 5 luglio 2015.
Pochi giorni più tardi il voto popolare, mentre a Kos e a Rodi io, Serena e il piccolo Jacopo, ci dirigevamo nei luoghi e nei villaggi turistici e incrociavamo, un po' di sfuggita, i naufraghi della notte, famiglie intere, anche minori soli, costretti a lunghe code e permanenze nelle gabbie delle stazioni di polizia, spesso sotto un sole rovente.
Noi li guardavamo da lontano, sui pullman turistici delle escursioni del villaggio, da privilegiati. Oserei dire, io in primis, da privilegiati distanti.
Era, appunto, l'anno 2015.
L'anno della morte sulla spiaggia di Alan Kurdi, di soli tre anni.
Alan era morto, e la sua foto, inerme sulla spiaggia,, aveva sensazionalisticamente, e purtroppo anche voyeuristicamente, fatto il giro del mondo, poco tempo dopo il nostro rientro dalla Grecia.
Era l'inizio di settembre: eravamo tornati in Italia, a Pistoia, ma ci trovavamo, inesorabilmente, con il pensiero, ancora di fronte a quelle coste turche, a Bodrum, che videro il suo naufragio, la sua morte solitaria e disperante e la nostra orrenda, consueta, pressochè silente complicità.
Complicità personale e politica.
Su questi temi io e Lavinia, che su molto altro siamo parecchio diversi, forse antitetici, un po' come lei e Bruno Leka (invece, secondo me io e Bruno differiamo solo per la "fede" calcistica...) ci capivamo con uno sguardo, non serviva una sola parola.
Quando, come me, in una notte, accogli a Gorizia, quarantacinque curdi, bambini compresi, al confine di Schengen o, come Lavinia, vedi con i tuoi occhi l'orrore di un bambino in un naufragio, nella tua testa, nel tuo cuore, nel tuo cervello, non c'è spazio per la teoria, l'ideologia, la filosofia.
C'è solo un'idea, ricorrente e costante: mai più frontiere, mai più naufragi e naufraghi, mai più persone definite illegali solo perchè persone, mai più morte, mai più silenzio.
Tanta, tantissima rabbia, tante urla nel petto.
Sul blog dell'Associazione Sognare da Svegli: http://sognaredasvegli.blogspot.com si trovano tante delle idee e proposte sorte prima, durante e dopo l'iniziativa del 13 di maggio scorso.
Perchè sull'immigrazione, sulla "convivenza", per citare Alex Langer, sulla "co-esistenza", per usare un termine ancora più vicino, deve tornare la politica.
Basta paura, basta sensazionalismi, basta opportunismo, basta distorsioni mediatiche.
A parlarmi di Bruno Leka, in un primaverile pomeriggio di metà aprile, come molti/e avranno già compreso, era stata Lavinia Ferrari, futura consigliera comunale a Pistoia per Sinistra Italiana, e un'esperienza significativa sul campo, in Grecia, nel soccorso umanitario ai migranti che giungono esausti dopo migliaia e migliaia di chilometri, per terra e per mare.
Dalla Turchia, ma anche dalle carceri libiche.
Un racconto di questo faticosissimo, lunghissimo itinerario che poi prosegue spesso con la c.d. "rotta balcanica" si trova in molti libri.
Un volume che davvero consiglio, edito dalla casa editrice anarchica Eleuthera (che, a proposito di greco antico e moderno, significa: "libertà") e si intitola: "Io sono confine", scritto, raccontando la sua incredibile vita, fino in Svezia, dall'iraniano Shahram Khosravi.
Non voglio sintetizzarlo, dico solo che è uno di quei libri che, dopo averlo letto, non ti lascia uguale. Ti cambia. Ti cambia lo sguardo.
Ed è una definizione più che positiva che ho condiviso con Mauro Pompei, fondatore della Libreria Lo Spazio.
Ci sono tante, infinite cose, bruttissime e terribili, spesso anche molto sbagliate. che io e Lavinia ci siamo scambiati in questi difficili, tormentati, violenti mesi.
E pure io, per alcuni aspetti, davvero paradossalmente, le sono riconoscente.
Per avermi fatto conoscere, indirettamente, Bruno Leka.
Di fronte alla becera propaganda di Giorgia Meloni e dello sbagliato Ministro Valditara sui tetti ai bambini stranieri in classe (problema, in parte, reale, soluzioni del tutto irreali...) Bruno, oggi anche lui consigliere comunale e, poi, ha voluto esagerare, anche provinciale, (il primo """straniero""") ci ha opportunamente raccontato la sua storia di bambino migrante.
Mentre sul tema politico generale, suggerisco questo approfondimento della rivista Il Mulino: https://www.rivistailmulino.it/a/di-studenti-stranieri-e-segregazione-scolastica ; sulla sua bella, commovente, autentica storia (proprio come diceva Lavinia) ci sono i suoi post sui social e questo servizio di Tvl: https://tvl.it/notizie/qualche-anno-fa-ero-il-bambino-straniero/
Ma ringrazio Lavinia, per avermi aperto gli occhi, non solo, in positivo, su Bruno, ma indirettamente anche sull'ipocrisia disperante di buona parte della sinistra pistoiese.
Ma anche perchè, questo l'ho sempre pensato, oltre a dipingere davvero bene, ad avere una cultura ampia e multiforme, ad avere una creatività ammirevole, Lavinia scrive come pochi.
Forse così bene come nessuno/a.
E certe cose, più di me, ce le raccontano, "Maremma cane" (è il titolo della newsletter da cui è tratto il testo che segue), con autenticità, con verità proprio le sue: "Lettere a nessuno", pubblicate, all'inizio di marzo scorso, quando era appena tornata a Pistoia dalla Grecia.
Proprio come me in quella estate nuziale del 2015, quando lei aveva solo 13 anni...
Le parole, ma soprattutto gli occhi di Lavinia, non meritano solo di essere lette, meritano di essere viste, visti...
Altrimenti, davvero, di fronte alle Persone, che "passeranno anche questa notte", siamo solo dei ciechi egoisti.
Bastardi.
Scrive, con splendido, umano, consapevole dolore, Lavinia Ferrari:
https://farinalevvari.substack.com/p/lettere-a-nessuno
"Ho lasciato i miei casi alle altre ragazze, me ne sono andata. Li ho messi in fila tutti, otto pagine di fogli word. Un numero telefonico dopo l’altro, un numero di caso registrato, per quelli che sono riuscita a registrare. Poi un nome, di solito, ma non sempre. I nomi non servono. Servono nel logorarti, nel dare una faccia a dei numeri. Tremendo. Poi una, due frasi, per spiegare brevemente cosa ho fatto in questi mesi per queste persone. Due, tre parole per spiegare quali erano le loro richieste. Sei sezioni: i casi attivi, divisi per i nomi delle nuove ragazze, i casi chiusi, i casi dormienti. Poi: sezione casi chiusi di cui non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer, e i casi dormienti di cui, ancora, non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer. Perchè ci sono troppe chat attive, whatsapp smette di funzionare. Il conto totale fa 150 casi. 25 persone al mese, se fosse una media perfetta. Ma io questo lavoro ho dovuto imparare a farlo, quindi possiamo pure dirci che i mesi passati a lavorare sono stati 5, non 6. La media sale, 30. Un giorno a persona, ma non bastano i giorni lavorativi in un mese; nel caso di Febbraio nemmeno quelli reali, ne fa 28 di giorni. Ma a cosa serve dirsi queste cose? A niente, a rimuginare, a vomitare, avrei voglia di vomitare.
Non ho salutato nessuno andandomene. Non ho detto a Khaled che non mi avrebbe più vista, non ho avvisato nessuna delle persone con cui ho parlato tutti i giorni per sei mesi. Perchè l’ho fatto? Forse anche io, come Hussein, non sono brava con gli addii. Anche io mi sono alzata dal tavolo e me ne sono andata a pagare senza dire niente a nessuno. Sono a pagare qua, in Italia. Sapessi cosa pago, poi. Pago le parole, pago i lamenti, pago gli occhi lucidi e i fazzoletti regalati per asciugare le lacrime. Pago la colpa che sento, tutta mia, tutta su di me. La colpa di aver visto e aver fatto poco. Mariangela — l’assistente sociale che ci ha formato e con cui abbiamo lavorato in questa metà anno — dice che non sappiamo mai quello che facciamo per gli altri, che una volta un collega ha convinto a parlare un uomo senza saperlo. Che quest’uomo portava tante persone al community center, le accompagnava, ma non si fidava di nessuno. Faceva gli esami medici venti volte per ogni esame, diciannove volte di troppo, che sembrerebbe una follia, ma so che è possibile. La quantità di cose, l’estensione delle cose che posso credere, si è ampliata. So che è possibile che un uomo abbia lavorato per pagarsi esami medici non una, ma venti volte, decidendo se mangiare o meno. È una speciale forma di follia che coglie nella miseria: non riuscire a mettere più i pensieri in fila, fare scelte insensate per il resto del mondo, perchè sei stato tradito tante volte che non ti fidi più nemmeno dei risultati dei tuoi esami del sangue. Divago: vorrei sapere che vi fidate di quello che racconto.
Quest’uomo portava tante persone in cerca d’aiuto e non chiedeva mai niente per sé. Per mesi, per anni, inseguendo la sua follia e offrendo razionalità agli altri. Il collega di Mariangela lo incontra per qualcosa di burocratico, una minuzia di fronte al resto. Gli spiega cosa è possibile fare, molto chiaro su quello che invece non è possibile fare. Qualche tempo dopo quest’uomo chiede un colloquio privato a Mariangela, e dice cose brutte, cose bruttissime. Dice delle torture nelle carceri libiche, di quanto tempo ci abbia passato, e di tutto il resto che Mariangela non riesce a dire perchè le si rompe la voce. Chissà cos’era, per non riuscire a ripeterlo. Non io, io sono debole, ma Mariangela, che fa questo lavoro da vent’anni. Chissà lui, quest’uomo, che violenza si è fatto, per raccontarlo dopo così tanto tempo, e che bisogno di dire aveva. Ma perchè lo ha raccontato a lei, e in quel momento? Perchè non prima? Questo Mariangela glielo ha chiesto. Cos’è cambiato? È cambiato che il collega di Mariangela, che era strato molto chiaro su cosa fosse possibile fare e cosa no, aveva fatto quel poco che aveva detto. Mariangela allora era andata da lui per complimentarsi. Il collega non aveva idea di chi fosse questa persona che aveva aiutato. Il collega non ricordava né il nome, né il volto. Nemmeno la nazionalità, nemmeno cosa aveva fatto per questa persona. Una come tante, una come tutte, l’ennesima, per cui fai le cose che fai per tutti, niente di più e niente di meno. Mariangela allora ci dice: non sapete mai quando cambia la vita di una persona, le cose succedono mentre ne pianifichi altre.
È bello, probabilmente è vero. Non mi basta, come non mi è mai bastato niente. Non so cosa farmene di questo accontentarsi continuo a cui le persone sono costrette. Non so come fare a accontentarmi, anche volessi farlo: mi inseguono gli occhi di tutti, mi insegue la rabbia che non vedo in quegli occhi. Mi sento di aver contratto un debito con queste vite: averle viste e doverle raccontare, condannata a non trovare pace fino a che tutti non le conosceranno. Fino a quando non saremo in debito tutti, non solo io, al di là di questo mare. Il debito di questo mondo, che vive mangiandosi quell’altro: quello in cui veder morire una persona non è cosa strana. Non dico la Libia, dico la Grecia, dico i confini meridionali dei nostri Stati, in cui diventiamo tutti cannibali.
Non so dove cominciare a raccontare, mi scappa il filo. Le immagini si sovrappoingono, vogliono uscire tutte insieme. Ma io non ho una bocca abbastanza grande, nemmeno gli occhi: la bocca si tappa, gli occhi, strato su strato, mescolano figure e colori. Diventa tutto nero. Un nero denso, fitto, in cui è difficile addentrarsi. Vorrei saper dare un ordine, ma non c’è ordine. L’ordine non mi appartiene, lo ha preso tutto il Sistema, e io non sono il Sistema. Non voglio avere niente in comune con il Sistema. Voglio essere il resto, ogni spazio che rimane. Ma ne rimane di spazio? O il buio ha occupato tutto? Mi sembra di vivere queste vite per tramite. Come fossi la protesi del braccio mancante. Del braccio di Ahmad, perso in guerra, o la protesi inesistente dei due moncherini — un pensiero di braccia, un’idea formatasi troppo velocemente, di fretta — con cui l’uomo basso e sempre sorridente sulla porta del community center maneggia il telefono. Penseranno, le protesi? A me sembra di pensare troppo, mi aggroviglio. Che pace che c’è qui. Che pace la mattina, con gli uccellini che cinguettano fuori dalla finestra. Ma cosa cinguettano? Non si accorgono di cos’è il mondo? Che pace la sera, quando cala il sole, e non c’è nessuno a dormire sotto la porta di casa. Perchè sono tutti sotto la porta della mia casa precedente, ad Atene.
Che pace, quando tornando a casa a notte, non devo pensare a guardarmi i piedi, per evitare di pestare un braccio sul marciapiede piuttosto che una radice. Come si descrive una pace fatta di fantasmi? I corpi dei morti girano per le nostre città.
Dormono fuori dai nostri esercizi commerciali, spiriti che non hanno fatto pace con il loro modo di vivere e morire: sono anche qui, in italia, a Pistoia, tra noi, non li vedete? Se non li vedete siete ciechi. Se non li vedete, forse aveva ragione Abe nel sogno dello Sfo, quello che mi ha raccontato l’altro giorno, quello che ha fatto lo stesso giorno in cui anche io ho sognato Abe, a mangiare insieme a tutte le persone che conosco. Ecco, finalmente cos’era! Non riuscivo a capire, mancava qualcosa. Ho sognato tutti, è vero, ma tutti quelli che appartengono al di qua e non al di là del confine in cui mangiamo gli uomini. Strana la testa, ma insomma, nel mio sogno siamo tutti e tutti insieme, io arrivo tardi e abbraccio qualcuno, dico, Scusate, siete già tutti qua! E poi mi siedo, mangiamo e ridiamo e beviamo, e c’è anche Abe che è morto, e invece a tavola con noi è vivo, e ride. Finisce.
Nel sogno di Sfo siamo sempre a tavola, ma siamo meno, e ci sono anch’io e c’è anche Abe, e Sfo gli chiede, Ma tu che ci fai qua, che sei morto? E Abe dice, Sfo, siamo tutti morti.
Davvero non vi accorgete, negli spostamenti d’aria, che accanto a voi c’è qualcuno che non vedete? Mangiato dai pesci, mangiato dalla droga presa per dormire, per addormentarsi per strada un anno a fila. Se non li vedete ha ragione Abe, siete tutti morti. Morti che camminano, morti ciechi, morti che lascieranno questo mondo senza traccia. Gli altri, invece, che tracce lasciano! Pesanti, corpi troppo pesanti per volare. Potrei scommetterci, anche per arrivare a Pistoia hanno dovuto attraversare i Balcani. Qualcuno magari è morto congelato, e poi trovandosi ancora lì, ha deciso di continuare questo sporco pellegrinaggio fino a qua. Pistoia, la via Jacopina. Pellergini arrivati da morti. Forse trovano almeno ora spazio nelle chiese, che di solito per loro non si aprono. Per quelli morti prima, non dubito che esistano trafficanti di morti, Caronti contemporanei, che chiedono pegno come quelli per i vivi.
Nella morte, gli spiriti delle persone in movimento possono finalmente attraversare i confini, la polizia di frontiera è più morta di voi, cieca di odio, più di voi. Non li vede, eppure vorrebbe. L’odio cieco — quello che non vede — li protegge da morti, ma li ha ammazzati da vivi.
Chissà come sta Ramadan, se ha smesso con la droga, o se si approssima alla morte il più possibile.
Dormire se ho capito bene è la radice quadrata di quando si muore, lo cantava Giorgio Poi.
Ramadan ha comprato un mese fa una dose di fronte a casa mia, e io l’ho visto. E sono entrata in casa, mentre Ramadan mi guardava. Mi sono fermata a fumare una sigaretta sul terrazzo, per guardarlo. Non l’avrei fatto, a dire la verità, perchè ero stanca, perchè non volevo guardare. Volevo chiudere gli occhi e correre veloce fino al giorno successivo. Ma Bea voleva controllare che fosse tutto apposto, dolce Bea. È sempre questione di qualche minuto in più in cui non chiudi gli occhi. Ramadan è caduto, spento, di colpo, la macchina lo ha nascosto. Si vedevano solo i piedi dal terrazzo, i piedi dei morti all’obitorio. Siamo volate giù in ciabatte, piedi vivi, veloci. Ramadan era tra la ruota della macchina e il marciapiede, incastrato, un uomo incastrato tra le ruote della macchina e la strada. L’ho scosso, l’ho schiaffeggiato, abbiamo cercato di metterlo su: gli abbiamo urlato. Il suo nome, il suo nome e poi Alzati, e poi Apri gli occhi, e ancora Se non ti svegli dobbiamo chiamare l’ambulanza, se l’ambulanza arriva viene anche la polizia, ti portano dentro, Per favore Ramadan svegliati, che i tuoi documenti Libanesi te li hanno rubati, quelli Greci anche, sei un senza niente, sei un nessuno, e tu là dentro ci muori. L’ultima parte l’ho pensata, mi sembrava pericoloso dirla.
Ramadan non si è alzato, è stato a terra senza sensi per quindici minuti, mentre io e Bea ci parlavamo l’un l’altra senza finire le frasi.
— Aspettiamo cinque minuti,
— Non voglio un morto sulla cosienza,
— Lo portano dentro,
— È troppo tempo,
— Due minuti,
— Prendo l’acqua,
— Chiamo,
— Lo portano dentro,
— Chiamo io.
Ramadan si è svegliato dopo venti minuti, mentre cercavo di non dare i suoi dati personali all’ambulanza. Al centralino mi hanno detto, Se è sveglio è meglio che attacchi ora. Ho attaccato. Ramadan ha aperto gli occhi e mi ha chiesto quando era l’appuntamento. Appuntamento? È notte, non hai un appuntamento. E lui, cercando di tirarsi su dal buco in cui era finito, Domattina, domattina, quando è? Non ho l’orologio, non ho il telefono, mi hanno rubato tutto, me lo hai detto tu dell’appuntamento domani, quando è? Muhami, muhami.
L’avvocato. Ramadan si era svegliato dopo venti minuti in cui aveva perso i sensi e l’unica cosa a cui sapeva pensare era l’appuntamento con gli avvocati, per fare denuncia di smarrimento dei documenti. Mi ci vogliono vari minuti per capirlo. Pensavo dicesse cose senza senso, è pericoloso perdere i sensi così a lungo, il cervello non torna intero, muore un po’ alla volta. Pensavo fosse confuso, ed era lucido, maledettamente lucido, più di me, più di Bea. Non conosciamo, noi due, bisogni così impellenti e necessari. Che ti vogliono lucido.
Alla polizia non la fanno denuncia di smarrimento, ci avevo provato proprio con lui due giorni prima. In qualunque paese europeo in cui Ramadan entri, gli controlleranno le impronte, e lo rimanderanno in Grecia, primo paese UE in cui ha fatto richiesta d’asilo. Deportato. Ma in Grecia, dove ha avuto e poi perso i documenti, senza una foto del permesso di soggiorno non gliela fanno la denuncia di smarrimento. Dicono che non hanno il macchinario per controllare le impronte. Allora serve passare dagli avvocati, trovare una NGO che non te li faccia pagare, Ramadan non ha soldi, mangia un pasto al giorno dal Lunedì al Giovedì nella nostra mensa, serve prendere appuntamento, aspettare settimane. Mettersi in coda la mattina presto, scoprire se riescono a vederti.
Se altra polizia, in un controllo come tanti, o in una retata come quelle che giornalmente vengono fatte in Viktoria, lo trova senza documenti, lo mette in carcere. Quanto ci vuole prima di capire che è stato un errore del Sistema? Troppo. Ramadan ha paura, una paura che solo i disperati conoscono. Ramadan piange, si scusa, dice che ora se ne va. Dove vai? Non lo so, cammino. Devi stare attento con il Bonzai, ti fa male. Lo sa, ma dice che è un anno che dorme per strada. Non riesce più a dormire, ma deve dormire, deve. E deve farlo per strada, non c’è altro. Non trova lavoro senza documenti. Non può pagarsi 250 euro per una stanza condivisa con altre quattro persone. Ma che ne sappiamo noi? No, scusate, voi siete buone. Noi non siamo buone Ramadan, siamo preoccupate. Anche io lo sono, sono vecchio, ma non dormo. Solo il Bonzai mi fa dormire. Ma non lo fa dormire, gli fa perdere i sensi. Marjiuana sintetica, che si compra per pochi spicci, e dopo averla comprata, la fumi, poi collassi. Gli spacciatori ti scippano. Rimani in terra, da solo, con meno di quello che avevi, il mondo della miseria è cattivo, non conosce rispetto. Il Bonzai da dipendenza tanto quanto il crack, veloce come il crack, ma costa meno del crack. Basta una volta, e poi è questione di tempo prima di morire con il cervello sbrindellato, dal colpo che hai battuto per terra o dalle lesioni interne che ha causato, le connessioni neuronali che si spengono, una a una, per venti minuti, mentre sei per terra e ti scordi di respirare.
Gli abbiamo comprato le sigarette. Ci benedice, dice che con questo pacchetto va avanti due giorni, non uno, che le conta le cicche lui. Chiede di fumarne una insieme, me la offre. Non ho voglia, ma insiste, prendo un po’ di questo pane, Gesù Cristo con Giuda, fumiamo.
Ramadan cerca di alzarsi, non ce la fa, stringe le mie mani. Lo tiro su, dice Grazie, scusatemi, ci vediamo domani, andate a casa bambine. Gli si spengono gli occhi tristi, se ne va, noi rientriamo in casa. Scriviamo un messaggio sul gruppo di lavoro, prendiamo la mattina libera.
Perchè noi siamo, libere. Di fare e di non fare, di guardare e non vedere, di prendere una pausa, di fumare una sigaretta in più perchè possiamo permettercelo. Giuda, che ha casa, tradisce.
Lettere a nessuno: della rabbia che mi appesta.
Della rabbia che appesta me, perchè non riesce con gli altri, che sono troppo occupati a sopravvivere per guardare un passo indietro le vite a cui sono costretti. Della violenza e della vendetta che spero, per queste vite che nessuno conosce.
Non ci sono parole per dire la violenza di questo sistema. Ho trovato quello che cercavo. Un punto fermo, una fine, un punto di non ritorno. Eccolo: tra le mie mani. Come le tante vite che tra le mie dita e la tastiera di un computer sono passate, una dietro l’altra. Un nodo stretto, come quello che mi corre lungo la gola. Una trachea fatta di nodi che si sciolgono solo con l’urlo che ho tirato dal terrazzo con Beatrice. Ma quante urla dovrei tirare per spianare tutto. Non si può. Servirebbe un urlo collettivo, non solo mio e di Bea, ma anche di Batoul, di Balkis, di Mohamad, di Souleymane, di tutti. Un urlo per ogni corpo martoriato, ma non abbiamo abbastanza voce. Alcuni di quei corpi hanno perso le corde vocali. Tante di quelle gole non sanno articolare sillabe nelle lingue che conosciamo. Queste bocche non sanno parlarci, non possono. Abbiamo infilato loro colpe giù per la trachea, fino alla pancia. Finiscono tutte per appartenegli, e a me rimbombano nelle orecchie, come le parole dell’uomo ubriaco di fronte al Community Center, L’unico modo di salvarsi è da soli. Rimbombano, senza che possa farci niente. Aveva ragione Chiara, il cuore non si spezza; è davvero un muscolo. Aveva ragione mamma, il mio è allenato bene. Quanta rabbia che mi fa poter passare oltre. Quanto odio che provo, per l’idea che dimenticherò la maggior parte dei nomi, che già li ho dimenticati. Sapere di aver visto e poter scordare. Che privilegio infame. Che orrore abbandonare per preservarsi. Che male che fa questo cuore che si ricompone, che torna al suo posto una volta dietro l’altra, e che arroganza ha nel dire, Andrai avanti.
Non si va avanti, voglio che la mia gola urli abbastanza per tutti, o che per tutte le voci si faccia rifugio: e smetta di parlare. Per la sposa bambina che mi ha chiesto se sono sposata, guardandomi giocare con i suoi figli, esausta. Per lei, che ha due anni meno di me e, silenziosa nel suo terrore, ha chiamato la polizia a casa. Solo dopo che il marito è scappato è venuta a cercarci, per dire Ha lui paura adesso, non io. Che rabbia per questo coraggio, che le è stato strappato fuori dalle mani, fino al telefono, con la forza cieca della sopravvivenza. Tra vivere e sopravvivere esiste troppo spazio. Sei lettere che si allungano all’infinito. Sei lettere che non hanno fine, maledette come chi le allunga.
Maledette come il nostro mondo, in cui non sappiamo più niente, niente di niente, né del coraggio, né della perdita, né dello sforzo costante e immane a cui costringiamo gli altri. Cosa mi trattiene ancora? Quale ordine così ben imparato mi dice di fermarmi? Vorrei saper odiare meglio, di più, vorrei che il mio odio uscisse fuori e inondasse tutto. I padroni di questo Sistema infame, per primi, vorrei avere la forza di Dio e fare giustizia. Gli uomini, per secondi. Una giustizia privata, come lo sono tutte. E poi vorrei rifugiarmi in un angolino, spaventata dalle conseguenze del mio vomito acido, e stringere forte a me tutte le persone che l’odio degli altri lo hanno già visto, quelle che sono state costrette a prenderlo e a costruirci una casa dentro. Vorrei stringere forte e avere la capacità di proteggere. Ci sono altre parole per dire di questa rabbia? Non ci sono, andrebbero inventate. Forse ci sono e io non le so, forse devo imparare una lingua nuova, ancora. Sogno di fare cose mostruose. Odio chiama odio, ma a volte non c’è scampo".
E' vero, penso ad Alan, a volte non c'è scampo.
Rimane solo la rabbia.
Ha ragione Lavinia.
Ma, sarà il mio pallido essere cattolico, moralista e bacchettone, profondamente, ripetutamente incoerente...
Penso, davvero e per fortuna, che sia vero anche che:
..."Amore chiama Amore".
E che, cattolici o non cattolici, atei o non atei, non abbiamo diritto, MAI, anche per Alan, di perdere la Speranza.
MAI.
Francesco Lauria












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