“Forse questa mia giornata terrena potrebbe non vedere l’alba di domani. Non mi spaventa la morte. (…) Nell’istante prima del mio tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa: l’odio non è mai stato ospite della mia casa.
Ho creduto in Dio, perché la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto” (9 agosto 1947, dal diario di Giorgio Morelli, partigiano cristiano, nome di battaglia “Il Solitario”, primo liberatore della città di Reggio Emilia dal nazifascismo. La riflessione risale a due giorni prima della sua morte, a seguito delle conseguenze di un attentato da parte di militanti comunisti che non furono mai personalmente individuati).
Mi tremavano il cuore, la voce e le gambe quando, alcuni giorni fa, all'Istituto Luigi Sturzo, sono intervenuto, a Roma, al congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (Anpc).
Nella tasca della mia giacca e poi nelle mie mani, fra le mie dita tenevo stretta la medaglia dedicata alla memoria di nonno Anesio Finardi, consegnata nel 1970, al Passo della Cisa, confine e attraversamento naturale tra Emilia, Toscana e Liguria, a dieci anni dalla sua prematura scomparsa, a venticinque anni dalla Liberazione dal nazifascismo.
Ho letto e riletto, fin da quando ero piccolo quella sobria frase incisa nella medaglia: "Alla memoria di Anesio Finardi. Valoroso partigiano cristiano".
Crescendo mi sono fatto, sempre, cinque domande scaturite, direi naturalmente, da quella frase incisa nel metallo:
La prima: "che cosa significa fare, rendere memoria?"
Come "ricordare, fare, appunto, memoria, senza meramente celebrare, come tradurre opportunamente una scelta nel presente, senza tradirla con futili idealizzazioni o illusioni di perfezione"?
La seconda: "Chi era nonno Anesio Finardi, che cosa ha fatto nella sua vita, come ha vissuto la sua prematura e dolorosissima malattia? Perchè, credente e certamente nonviolento, ha scelto di diventare partigiano cristiano? Di prendere le armi contro la Repubblica Sociale Italiana e le truppe di occupazione nazista? Di voler essere, proprio come Giorgio Morelli, a pochi chilometri di distanza, proprio come Teresio Olivelli a Brescia, e tanti altri/e ribelle per amore?
E poi: "che cosa significa essere valorosi? Come si è santi ed eroi? Ma poi è necessario davvero diventare degli eroi per essere valorosi, o forse basta non tradire la nostra essenziale, magnifica umanità?
La quarta: "chi è il partigiano?" E' colui che rappresenta una sola parte, o colui che prende parte e, pur con tutti i propri limiti, le proprie paure, sta con chi soffre, difende i fragili, i deboli, vive con loro, in mezzo a loro e li aiuta ad uscire dai margini, a prendere parola? E' colui che, semplicemente imbraccia il fucile, asseconda la terribile naturalezza della guerra, o colui che sogna di spezzarlo il prima possibile il suo fucile, costruire la Pace, e considera la patria, non una fortezza identitaria, ma un sogno aperto, a partire dall'Europa?
E' un "irregolare da guerriglia terrorista", colui che considera i propri nemici come "assoluti", semplificando la teoria di Carl Schmitt, o, invece, avvicinandoci opportunamente a Michel Foucault e alle sue critiche all'eroismo e al sovranismo di Schmitt, un artigiano di una pace e di una convivenza future possibili, pur senza negare l'esistenza dei conflitti e dei rapporti di forza?
Infine: "che cosa significa, davvero, essere cristiani? Laici cristiani?"
Era ed è la domanda, per me, più difficile e complessa, ma credo che non lasciasse indifferente nemmeno mio nonno, avendo avuto, negli anni Novanta del Novecento, qualche racconto diretto di lui, anche dai suoi compagni di battaglia, nella vecchia sede dell'APC (allora la declinavamo senza la "n") a Parma, presso i Giardini di San Paolo.
Mi immagino quella scelta di nonno Anesio che era nato nel 1920 e quindi cresciuto integralmente nel fascismo, i suoi vent'anni o poco più, la nebbia della pianura, il Po, Mezzani, Colorno, il confine tra l'Emilia e la Lombardia e poi, ovviamente, anche la montagna, l'Appennino, con i suoi boschi e i suoi rifugi, i suoi silenzi, i suoi lanci, i suoi spari.
Nonno Anesio è stato educato, dopo i Patti Lateranensi, il compromesso tra la Chiesa e il regime fascista (peraltro non disconosciuto, a maggioranza, dall'Assemblea costituente repubblicana) e aveva quindi anche visto e vissuto, almeno indirettamente, la religione come strumento di potere e come spazio di identificazione politica.
Mi immagino il suo risveglio e quello dei suoi compagni e le sue compagne, non solo di chi ha preso, costretto, le armi, ma anche di chi ha nascosto un partigiano nel fienile, chi ha portato messaggi, chi ha semplicemente pregato per loro.
Ha scritto Kahil Gibran: "il risveglio spirituale è la cosa più essenziale nella vita dell'uomo, è l'unico scopo dell'Esistenza".
Ho immaginato mille e mille volte nonno Anesio, al buio, sotto le stelle, con il fucile, solo o con altri, nella terra di mezzo tra la paura e la speranza e ho ritrovato recentemente queste parole di padre Guidalberto Bormolini, monaco Ricostruttore, oggi, di Vita, tra gli Appennini, laddove prima c'erano il buio e l'assenza della vita stessa:
"Nella letteratura mistica si trova una bella espressione, il santo desiderio di cui deve essere animato il ricercatore cioè sentire letteralmente la mancanza delle stelle, tendere verso di esse. Questo è fare meditazione, chiudere gli occhi e accorgersi che mancano le stelle e chi le anima, chi le muove".
Aggiungo io, sulla scia di Pierre Carniti: "Questa è la Speranza, un sogno fatto da svegli".
So, poi, che posso anche farmi tutte le migliori domande, anzi tutte le domande perfette.
Ma sono consapevole che non troverò tutte le risposte, sicuramente non le troverò solo in me stesso, ma forse, più probabilmente nell'armonia dello sguardo condiviso con l'altro/a.
Scriveva Pierre Teilhard de Chardin, non senza avere qualche problema con le gerarchie ecclesiastiche: "Noi non siamo esseri umani che vivono un'esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un'esperienza umana".
Infine, Claude Levi-Strauss: "Lo scienziato non è l'uomo che fornisce le vere risposte, è quello che pone le vere domande".
Qual è, quindi, il nostro vero "diario di viaggio", cito l'indimenticato Paolo Giuntella, "povero laico cristiano"?
Come imbocchiamo il "sentiero della felicità, alla ricerca dell'Incontro?"
Scriveva Paolo nel suo lascito, il libro: "L'aratro, l'Ipod e le stelle", rifiutando con forza i: "cristiani devoti", ma, cosa meno scontata, anche i "cristiani progressisti a ogni costo e per partito preso"...:
"La strada che vi propongo di intraprendere è quella di un viaggio che nelle mie intenzioni imperfette dovrebbe arrivare alla conclusione del bel racconto dei chassidim citato da Bruno Forte nelle prime pagine della sua Piccola introduzione alla fede:
"Mio nonno era paralitico. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro, il grande Baal Schem. Allora raccontò come Baal Schem avesse l'abitudine di saltare e ballare sempre mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò; la storia lo eccitò a tal punto da mostrare, saltando e ballando, come avesse agito il maestro. Da quel momento egli fu guarito".
Chissà, se nelle freddi notte di quel terribile inverno del 1944, l'inverno delle stragi nazifasciste, nonno Anesio, per riscaldare il corpo, il cuore e l'anima ha provato a danzare e ballare il Vangelo?
Chissà se è riuscito a cantare, intonare l'alleluja nella canoa sulle acque del grande fiume?
No, io non l'ho conosciuto nonno Anesio, è morto, tra atroci sofferenze, divorato dalle sanguisughe che si pensava potessero salvarlo, a soli quaranta anni, circa venti anni prima che io nascessi, quando mia madre aveva poco più di dieci anni.
Ma ho conosciuto, anzi mi ha cresciuto la sua sposa, nonna Corina, classe 1923, scomparsa l'ultimo giorno dell'anno 2001.
Mia nonna ha combattuto per circa dieci anni con un Alzheimer precoce e inesorabile che l'ha privata prima del senso dell'orientamento, poi del pensiero, poi del riconoscere i propri cari, infine, solo alla fine, dell'uso delle gambe.
Perchè mia nonna, rimasta vedova a trentasette anni, era una tosta, aveva iniziato a lavorare a nove, nelle risaie del vercellese, come mondina.
E poi aveva fatto l'operaia, andando al lavoro con una piccola moto.
Ha vissuto in casa con noi, tra mille problemi, quasi fino alla fine.
Solo negli ultimissimi anni, davvero ingestibile, ha vissuto nel "nucleo Alzheimer-Speranza" in una casa di riposo nelle campagne che ormai si fondono nella città del consumo di suolo, vicinissimo a casa nostra.
Io l'andavo spessissimo a trovare e qualche volta anche non da solo, con un gruppo musicale cantavamo e danzavamo insieme agli anziani e soprattutto alle anziane del gruppo Alzheimer, a Porporano.
Ricordo, ad esempio, Ines e la forza, la "Resistenza e la Resa", nei suoi occhi.
Sopra il letto di mia nonna era scritto: "Corina Temilli, operaia".
E a me, che in tutte le estati, fin dalla mia adolescenza, lavoravo nelle fabbriche alimentari, chimiche e metalmeccaniche del parmense o del reggiano, come l'ultimo degli operai, quella parola, mi risuonava, piena di fatica e di concreta verità, ma anche di poesia.
Ma c'è una cosa, un lungo, infinito, poetico istante che non scorderò mai. Che mi porterò dentro. Per sempre.
Mia nonna non mi riconosceva più, non riconosceva più nemmeno mia madre, sua figlia.
Ma io sapevo che, in gioventù, con nonno Anesio, era stata una grande ballerina, danzatrice.
Me li sono immaginati nelle feste e nelle sagre di paese, ballare il valzer.
E così, una volta, non tanto lontano dalla fine terrena, ma quando ancora le reggevano le gambe e non era costretta in una carrozzina, io ebbi un'intuizione di bellezza:
Accesi lo stereo e feci fluire la musica.
Fu come veder accadere un miracolo in diretta, mia nonna, inaspettata Baal Schem, una fragile, ma esperta farfalla, iniziò a danzare il valzer insieme a me, guidando me, che a ballare sono poco più di un tronco sostanzialmente immobile.
Il miracolo della musica, invece, ci fece volare insieme, e in quella danza, in quell'abbraccio, in quelle note, intime e miracolose, c'erano anche mia madre e, naturalmente, nonno Anesio.
Senza fucile.
Soltanto pieno di gioia e di amore, con il suo sorriso composto, il suo sguardo buono, che ho imparato a immaginare attraverso alcune vecchie fotografie.
Nonno Anesio che, quaranta anni dopo una morte, "che non avrà mai l'ultima parola", danzava il Vangelo e il Valzer con me e con la sua sposa, con la sua amatissima, unica figlia Liviana, mia madre.
Guarito dalle sanguisughe, "Kumbaja, my Lord".
La felicità, mi ha insegnato, ancora Paolo Giuntella, non vuol dire "chiedere di scendere dalla croce".
E allora, in questa destinazione, in questa imperfetta "strada verso la libertà" ciò che conta davvero è il tentare ostinato di essere, di esistere, davvero in una fede, che non è certezza, ma "santa inquietudine". Non è solo risposte, ma soprattutto domande.
Come scrisse Tina Anselmi, la partigiana Gabriella, insegnante, sindacalista, prima donna Ministro della Repubblica, in quell'istante, con di fronte gli occhi verdi bellissimi e poetici, anche perchè feriti e malati, di mia nonna Corina, ho capito che cosa significasse quella frase di Tina che, con la nipote Valentina Magrin, abbiamo ricordato proprio al congresso nazionale dell'Associazione dei Partigiani cristiani riunito a Roma:
"Mi accorsi che per cambiare il mondo bisognava esserci".
In una casa di riposo, ma anche di fronte ai giovani partigiani impiccati ed esposti in un paese, come è successo a Tina Anselmi; o di fronte al proprio tramonto, senza perdere la dolcezza della fede, come Giorgio Morelli, il partigiano "Solitario".
Nella normalità di un miracolo di un ballo imperfetto, ma stretto nel corpo, nel cuore e nell'anima, come tra me e mia nonna.
Perchè, se è pur vero che: "le querce non fanno limoni", siamo tutti/e crisalidi e farfalle, già e non ancora.
Siamo anche tutti/e calabroni, che, come mi hanno insegnato nel sindacato, non hanno paura del paradosso di volare, dell'utopia concreta di "essere insieme giustizia", consapevoli della propria imperfezione.
E che hanno, ogni giorno, il privilegio della felicità e la gioia di voler provare a danzare.
Non sappiamo: "nè il giorno, nè l'ora" (Mt, 25, 13).
L'Amore, come l'olio delle lampade, non si può comprare, si può custodire.
"Sogniamo da svegli"...
Francesco Lauria
P.S. A mia nonna Corina, mondina bambina e alle sue compagne, al loro sogno di un "lavoro nella libertà", voglio dedicare, con la voce indimenticabile di Giovanna Marini, "Bella ciao" delle mondine, che poi è la "madre" della canzone partigiana, che tutto il mondo conosce e intona...
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