domenica 27 settembre 2026

DOPO SAN DOMENICO: CENTO GIORNI DIFFICILI TRA PANE E POESIA, GENTILEZZA E DELEGITTIMAZIONI. I RAPPORTI CON I PARTITI E IL "CASO RAMINI-BIANCALANI" ALL'ORIZZONTE.

"(...) e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

i vostri anziani faranno sogni,

i vostri giovani avranno visioni."

(Gioele 3, 1).

Sabato pomeriggio, di fronte alla consueta folla di sostenitori e sostenitrici, con le sedie sapientemente messe in cerchio da alcuni suoi stimati e competenti collaboratori, il sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi è tornato a cento (e passa) giorni dall'insediamento della sua giunta, nella sua roccaforte del convento di San Domenico.

Lì si era svolta la famosa assemblea dei cinquecento (c'ero anche io ed intervenni, mettendomi nella lunga coda dei suoi sostenitori) lo scorso 28 febbraio che portò, con una vera azione di forza (fatta, per carità, con garbo e gentilezza) alla convocazione delle primarie del centrosinistra/campo largo pistoiese.

Continuo a ritenere che, in quella occasione Giovanni Capecchi e il suo entourage (Fragai, Sartori, Carradori etc.) abbiano comunque fatto la scelta giusta: non spaccare il campo largo e dare la parola alle cittadine e ai cittadini.

E' noto anche che le primarie mobilitarono, pur con una dura competizione, non tanto tra i due candidati, ma tra gli schieramenti dei rispettivi ultras, molte energie che poi sono state, quasi miracolosamente, messe a frutto nella vittoriosa e unitaria campagna elettorale vera e propria che ha scalzato, piuttosto facilmente, dopo nove anni, il centrodestra dal potere e dal governo della città.

Tornando alle primarie, il percorso democratico e partecipativo, incredibilmente, non riguardò tutti/e, perchè, come è noto, fu condizionato dall'intervento di Avs e Sinistra Civica Ecologista, guidate da Mattia Nesti e Francesco Branchetti, ma spalleggiate esternamente anche da Agostino Fragai e dai c.d. "civici per Capecchi", che imposero la sinceramente assurda, incoerente e solo pistoiese esclusione dal voto di giovanissimi (dai 16 anni ai 18 anni) e immigrati residenti, comprendendo illegittimamente nell'esclusione dal voto persino i comunitari.

Quella scelta che io contrastai fortemente e pubblicamente, una volta tanto amplificato da tutti i media locali e con un sostegno esplicito giunto fino alla candidata "riformista" alle primarie Stefania Nesi e al sottosegretario alla Regione Toscana Bernard Dika, ha, ancora oggi, dell'incredibile, soprattutto perchè portata avanti dai partiti in teoria più a sinistra della coalizione a dal candidato, in teoria, sempre più a sinistra.

Non si tratta di ostinarsi a rimestare nel passato, ma di farne tesoro per la progettazione del futuro.

Se i partiti funzionassero democraticamente, ci sarebbe stata, ad esempio, materia per il commissariamento dei Sinistra Italiana di Pistoia, mentre i Verdi di Pistoia, commissariati già lo erano.

Più o meno negli stessi giorni delle primarie di Pistoia si tennero quelle di Viareggio dove, ovviamente, giovani e immigrati residenti poterono tranquillamente e serenamente votare, come ovunque tranne che nella nostra città.

Come è altrettanto noto, il 4 maggio sera, in quel di Bonelle, a latere dell'incontro duro e difficile tra Giovanni Capecchi e il comitato in subbuglio dei cittadini e dei parrocchiani di Ramini, vittime di don Massimo Biancalani, il coordinatore della campagna di Capecchi Agostino Fragai ammise l'errore suo e del futuro sindaco, appunto rispetto all'esclusione (lo ripeto, caso unico di Pistoia nel mondo...) di giovani e immigrati dal voto per le primarie, per paura, aggiungo io, da un lato, delle studentesse di Stefania Nesi e, dall'altro, degli amici immigrati di Bernard Dika e Bruno Leka.

Io che, pur da (neo) sostenitore di Giovanni Capecchi, avevo contestato quella scelta del tutto strumentale alla necessità non solo di vincere, ma di stravincere le primarie del centrosinistra rimasi sinceramente a bocca aperta a Bonelle. 

A cose fatte e finite mi era stata, infatti, data la famosa: "ragione del fesso".

Inutile ricordare poi che il sostegno a Capecchi dell'allora segretario comunale Pd Massimo Vannuccini portò alle dimissioni dello stesso e all'elezione della brava, competente, unitaria Irene Bottacci.

Dopo le elezioni si giunse poi alla complicatissima e tesissima nomina, dopo la vittoria, della giunta comunale, arrivata dopo giorni di pesante braccio di ferro tra Capecchi, il Pd comunale e buona parte delle forze centriste, ma non senza, forse inevitabili, frizioni e ambizioni frustrate anche in Avs-Sinistra Civica Ecologista.

Una giunta che vide la rinuncia, generosa e volontaria, di Irene all'assessorato (sostituita all'ultimo istante da Elena Sininberghi) e la forzata esclusione di una figura di grande spessore politico e amministrativo come Tina Nuti che, dopo la vergognosa vicenda giudiziaria da cui è uscita immacolatissima come l'ex sindaco Samuele Bertinelli, avrebbe davvero meritato un pieno risarcimento umano, oltre che politico, da questa, a tratti disperante, a tratti opaca, a tratti paludosa, a tratti violenta, città.

Perchè scrivo tutto questo? 

Perchè la scelta di San Domenico dove, mi dicono, legittimamente, durante le messe domenicali si prega pubblicamente per Giovanni Capecchi e il suo pieno successo amministrativo, ha creato perplessità e divisioni, in particolare nel Partito Democratico di Pistoia (o meglio in quella parte di partito che è talvolta critica e non aprioristicamente sdraiata e accondiscendente nei suoi confronti).

Va poi ricordato che, ad esempio, sono quasi sei anni che il Partito Democratico di Pistoia (comunale e provinciale) non celebra un congresso e il quadro degli organismi dirigenti, a partire da quello provinciale, il comunale almeno ha visto voti e scelte trasparenti, a maggioranza, appare davvero delegittimato.

Chi si è permesso, persino nel fine settimana, di esprimere qualche flebile perplessità su una scelta personalmente a me cara, ma per tantissimi/e davvero divisiva, di parte,  come quella della location di San Domenico, è stato randellato con estrema, per nulla gentile, violenza.

Siamo ad azioni pesantissime, di totale e obliqua delegittimazione di chi critica, con trasparenza e lealtà, alcune delle scelte del primo cittadino e del suo entourage di strateghi e di fedelissimi.

E' noto, perchè pubblico, su tutti i social, che nei massimi organismi dirigenti del Pd di Pistoia ci siano poi state recenti dimissioni eccellenti, qualunque ne siano stati i motivi politici.

Esprimere, ad esempio, qualche perplessità non sui gemellaggi o sul gemellaggio con Gerico, ma su alcune modalità solo simboliche e poco concrete (il Comune di Pistoia ha lisciato, clamorosamente, il bando gemellaggi della Commissione Europea scaduto lo scorso 15 settembre...) o, che ne so, sul contestatissimo e, si spera archiviato, semaforo nella strettoia di Bonelle, è pubblicamente o nei corridoi e nelle chat, tacciato di tradimento e su di lui/lei/loro si preparano esposti, delegittimazioni, ricorsi ai probiviri, diffamazioni più o meno velate, vere e proprie gentili randellate.

Tutto questo, come ho già raccontato nei dettagli qualche settimana fa, si riverbera anche in associazioni e movimenti più o meno collaterali, peraltro in alcuni casi proprio al governo della città, dove chi non è allineato/a viene allontanato da organismi e presidenze e, talvolta, non da ora, peraltro, anche umanamente massacrato/a.

Alcuni atti come la discutibilissima (in tutte le fasi) gestione dei finanziamenti e dei risultati del bando per le associazioni di Pistoia Capitale del Libro o la davvero incredibile, per me deleteria, forzatissima, composizione dello staff del sindaco, su cui, immagino, si dovrà pronunciare la Corte dei Conti (e i precedenti rispetto al Comune di Pistoia, vedi giunta Berti, fanno rabbrividire...) hanno, a mio parere indubitabilmente, reso meno credibile l'azione amministrativa, peraltro contrassegnata da consigli comunali curiosamente convocati, di fatto, senza punti effettivi all'ordine del giorno.

Silenzio assoluto sulla vicenda Ramini dove il neo-ricorrente ex parroco Biancalani, tra un insulto al nuovo Vescovo e un intervista a tutto campo su Radio Radicale, prospetta la possibile rivolta dei sessanta ospiti nel caso si dia seguito a quanto già esecutivamente deciso dai dispositivi vaticani sulla sua rimozione in considerazione del noto, e palesissimo a chiunque sia minimamente in buona fede, '"annientamento" della vita pastorale e comunitaria.

Se Giovanni Capecchi e la sua giunta nulla possono e devono fare rispetto alle vicende canonico-ecclesiali molto devono, invece, operare, certo in collaborazione con la Caritas, la Regione Toscana etc. sulla presa reale in carico dei migranti tuttora ammassati, in condizioni molto pesanti, nella canonica, parzialmente abusiva, di Ramini.

Io diversi migranti li conosco personalmente, conosco i locali, ci sono stato, ho dialogato, ho, persino, pregato con loro.

Non è affatto vero, come afferma Massimo Biancalani, che sono tutti fragilissimi, ci sono anche alcune persone che lavorano, parlano benissimo l'italiano e, con un minimo di aiuto e sostegno, potrebbero lasciare la struttura, ovviamente con un progetto di accompagnamento, diminuendo la pressione, il sovraffollamento, gli evidentissimi problemi di salute e sicurezza.

Di tutto questo, al di là dei contorni e di vacui e inutili scontri ideologico-religiosi, non si discute in consiglio comunale e, soprattutto, non ci si prende carico concretamente, almeno per ora.

Al di là dei nostri rapporti personali, dopo tanta passata stima e non banale collaborazione, sapendo bene che i nostri riferimenti politici, culturali, ecclesiali non sono solo simili, ma proprio identici, un consiglio, non richiesto, al sindaco di Pistoia mi sento di darlo:

Caro Giovanni, lascia stare gli ultras, gli appassionati/abbonati del potere, gli incoerenti cronici, i violenti che si sono anche nel tuo ristretto entourage.

Riparti non solo dalle scelte identitarie come San Domenico (che a me personalmente è carissimo, sia dal punto di vista religioso che civile, e con cui ho collaborato dal 2012 in avanti...) cerca un profilo non tanto istituzionale, burocratico, ma realmente inclusivo, privo di paraocchi e di estremismi intolleranti.

Guarda alla città per intero, da Bottegone a Orsigna, dai bambini ai vecchi, alle sue energie positive, non alla questua interessata di molti tuoi sostenitori/sostenitrici, siano esse persone singole o dinamiche associative/imprenditoriali.

Mantieni, va benissimo, un profilo antifascista, radicalmente pacifico e pacifista, lotta, davvero, non solo simbolicamente, per una vera "democrazia ecologica ed ecosistemica": si tratta solo di essere fedele al mandato che hai ricevuto e alla nostra Costituzione che, come hai detto tu, durante la ricorrenza della Liberazione di Pistoia, non va solo letta, ma attuata, vissuta, incarnata.

E come hanno detto i Gang, nel bellissimo concerto sotto a Palazzo di Giano, anche cantata, danzata, narrata, letta comunitariamente, ad alta voce, senza estremismi, ma con consapevolezza e disarmato orgoglio.

E  da credenti, non clericali, pienamente laici, nel senso più bello e forse poco conosciuto di questa parola che ci è stato insegnato, possiamo e vogliamo provare ad essere, cito Don Giuseppe Dossetti, all'indomani della beatificazione dei tre sacerdoti martiri del piombo nazifascista di Montesole,  "Vangelo nella storia".

Grazie alla profetica intuizione di don Giuseppe, Montesole, oggi, è un luogo di memoria, di preghiera, ma anche di impegno attivo per la Pace e la nonviolenza, ed è stata una bellissima notizia il fatto che il Comune di Pistoia abbia, recentemente, dato adesione e sostegno al cammino storico tra Montesole e Sant'Anna di Stazzema.

Uno dei simboli della "Scuola di Pace" di Montesole è proprio la pisside forata dai proiettili nazifascisti.

Una pisside, custodia del corpo di Cristo, cui Don Ubaldo Marchioni, uno dei tre sacerdoti beatificati ieri, nella cerimonia presieduta a Bologna dal cardinale Zuppi, fece scudo con il proprio corpo e che fu ritrovata solo nei primi anni Ottanta del Novecento, quando don Dossetti ebbe il permesso dal cardinale Giacomo Biffi (uno strano binomio nella fede...) di insediare le sue due comunità di monaci e di monache proprio nei luoghi, abbandonati e disperati, della strage.

Da quella pisside forata, segno di sacrificio universale e non di parte, possiamo imparare molto.

Senza pretendere di essere perfetti, con tutti i nostri limiti, i nostri difetti, le nostre paure, le nostre omissioni, la nostra perenne incapacità di prenderci cura della ferita dell'altro/a, di esserci nella Vigna, nella "Città dell'Uomo, e per il mondo, a qualsiasi ora, se necessario.

Cercando di essere degni, imparando dagli ultimi/e, dai crocifissi e alle crocifisse del nostro tempo, di portare la Croce.

Ma anche, come ci ha insegnato ostinatamente Papa Francesco, sorridendo, con la "gioia condivisa dell'impegno", magari a termine, in cui la politica diviene progetto di concreta speranza e ricucitura, sogno fatto da svegli, occasione, organizzata, di una mano aperta e condivisa nel mondo.

Una mano che non da la dignità (penso ai migranti di Vicofaro e Ramini), ma semplicemente, naturalmente la riconosce, senza infantilizzazioni, paternalismi, patriarcalismi, clericalismi.

Accompagnando i soggetti, a partire da quelli più fragili, emarginati, vittimizzati, o anche colpevoli, cominciando proprio, come hai detto tu Giovanni, uscendovi turbato e commosso, dal carcere.

Così si costruiscono, con pazienza e volontà generativa, costituente, un potere e un governo che non devono e non vogliono essere dominio, possesso, ma sguardo, sguardi.

Che possono e devono essere, anche, "rivolta senza armi", rispetto alla società dello scarto e delle diseguaglianze, quando è necessario.

Restiamo, resistiamo, negli occhi dell'altro/a.

Anche l'altro/a difficile, lontano/a da noi.

Solo così caro Giovanni e dico caro, questa volta, senza nessuna ironia, possiamo essere, allo stesso tempo, e in rapporto, scommessa con le nuove e le future generazioni, discepoli e testimoni, ali e radici, prosa e poesia, cura e dolcezza.

Come affermava Simone Weil, e tanto più in un tempo strappato e rovente come quello di oggi, che purtroppo inizia a ricordare pericolosamente quei primi anni Quaranta del Novecento in cui lei scriveva queste parole, comunque intrise di opportuna speranza...

"Il popolo ha bisogno di poesia, proprio come del pane".

Questi, laicamente e nello spirito del profeta Gioele, citato all'inizio di questo scritto, potrebbero essere il programma, la visione e il sogno dei prossimi cento (e passa) giorni:

Utopia concreta e quotidiana: una città nuova in un mondo nuovo, con uno sguardo nuovo.

Al lavoro, Giovanni, sindaco Capecchi, alla lotta e... alla poesia!

Francesco Lauria

sabato 26 settembre 2026

SI PUO' ESSERE POETI, AGITATORI, ORGANIZZATORI SOCIALI? LA PAROLA, LA POLITICA E LE FERITE (RICUCITE?) NELLA LUCE DI CASTELLO DI CIREGLIO (terza puntata).

"Ma davvero tu credi in G.?

Sei proprio un illuso. Anzi, se continui così, mi sa che non ti faranno più nemmeno scrivere sul "giornale" online.

E avranno ragione, sei troppo schierato. Non va bene.

Pensa che quando c'è stato da indignarsi, da fare qualcosa per ridare bellezza all'illuminazione del centro del nostro borgo, noi G. non l'abbiamo mai visto, nè sentito.

Per mesi.

L'abbiamo cercato più volte, ma è sempre sparito. Quando serviva, quando c'era da prendere parola, non c'era mai. Disperso. 

Penserai che impegnarsi contro l'illuminazione totalmente sbagliata che, con la scusa dell'introduzione dei Led e del risparmio energetico, era stata realizzata dall'amministrazione di destra a Castello sia stata una piccola cosa, una lotta secondaria.

E, invece, per me e per molti/e del paese non lo è mai stata: noi crediamo nella bellezza, nella cultura e non pensiamo che difendere le "tradizioni", certo, guardando al futuro, sia qualcosa di conservatore, ma di conservativo che è cosa ben diversa.

Il nostro è il borgo di Policarpo Petrocchi che, oltre che un letterato e un poeta, era un agitatore sociale, anzi, soprattutto un organizzatore sociale.

A partire dalle condizioni concrete delle persone, dal lavoro sfruttato, dello scarto diremmo oggi, delle miniere, magari, Policarpo ha saputo costruire e favorire percorsi operosi, quelle società di mutuo soccorso che davano "Onore" all'essere e nell'essere comunità.

Pur in un piccolo centro di quasi montagna come il nostro.

Per questo, in quei mesi, difendevamo la bellezza, senza, ovviamente, rinunciare all'ecologia.

Ma G., che magari pensava già di candidarsi e che comunque presiedeva, ormai da tempo, il Parco Letterario di Castello, noi in quei mesi, non lo abbiamo proprio mai visto.

Peraltro l'amministrazione di centrodestra, dopo le proteste e le petizioni, ci mise poi una pezza, di fatto riconoscendo l'errore e sistemando le cose peggiori, ricucendo la ferita provocata nell'ecosistema del borgo.

E oggi, chi può, ed è in grado di salire a Castello, cittadino o turista che sia, è nelle condizioni di apprezzare la bellezza della natura, il parco letterario, le fontanelle, l'intelligenza del bosco, l'armonia delle case.

Quando scende la sera, all'arrivo del tramonto, può di nuovo anche cogliere, nel progredire del buio, la bellezza della luce, delle luci.

I fari da campo sportivo o da torre di controllo di un aeroporto cargo, del tutto fuori posto in un borgo medioevale del primo Appennino tosco-emiliano che aveva piazzato l'amministrazione Tomasi, avrebbero magari spinto che, ne so, a scriverci una canzone di scherno e di protesta, quel cantautore, quel "poeta sociale", di cui oggi tutti/e sentiamo la mancanza.

Ma no, noi G. lo abbiamo rivisto riapparire solo a problemi risolti. 

Speriamo almeno che, se diventa sindaco, come è probabile, riesca a farci arrivare il metano a Castello di Cireglio. Non c'è tempo di raccontarla, ma quella è, davvero, una storia infinita.

Comunque, per favore, Francesco, non farti illusioni. Io G. lo voterò, è comunque credo il meno peggio, ma non perdo tempo a seguirlo in campagna elettorale come fai tu.

Non gli credo. Non gli credere. Non credere in lui.

G. non è un "poeta sociale" come sembra apparire e come ti sei bevuto tu, è un bravo ed efficace, all'inizio convincente, piazzista di se stesso. 

Nella vita come nella politica".

Quando ascoltai telefonicamente queste parole, il 10 maggio scorso, mancavano esattamente due settimane alle elezioni amministrative di Pistoia e mi trovavo, comodamente seduto, all'aeroporto di Bilbao, di ritorno da un bellissimo cammino di fatica e di fede, ma anche di opportuno silenzio attraverso alcune, stupende tappe del Cammino di Santiago del Nord, prevalentemente attraverso i Paesi Baschi.

Un cammino che è probabilmente il più duro, ma anche il meno battuto, dove puoi perderti da solo nel bosco durante una tempesta di vento e di pioggia, cadere rovinosamente nel fango, come è successo a me, ma alla fine ritrovare un aiuto, una guida e un letto caldo, non lontano dall'Oceano.

Di quella telefonata, giunta alla fine del cammino e prima di una nuova, figurata, ben più terribile, rivelatoria e ancora non terminata tempesta, tutta pistoiese, ricordo persino il divano verde pallido dove ero seduto e il sapore dolciastro della macedonia di frutta che avevo ordinato, impaziente per le circa due ore di ritardo del mio volo.

Ma, tempeste a parte, come essere davvero, anche sulle orme sapienti di Policarpo Petrocchi, poeti, agitatori, organizzatori sociali?

E' una domanda che proverà ad essere non solo risolta, ma vissuta a Verona, dal 21 al 25 ottobre prossimi, proprio durante il Festival dei "Poeti Sociali" (quelli/e veri/e).

Il titolo/tema di quest'anno è assolutamente centrale: "Pace, volto dell'umano" e tutto il programma della rassegna multiculturale, dai molti linguaggi e dalle "molte fedi", può essere recuperato a questo link: www.poetisociali.it 

Oltre ogni tempesta, come ci ha insegnato Luciano Tavazza, padre del "volontariato politico" italiano, sappiamo che "l'autentico volontario (ma potremmo scrivere anche poeta sociale) è (...) colui/colei che fa complessivamente della sua vita un servizio. Che sceglie da che parte stare".

E questa scelta, cantiere dei sogni possibili, non è qualcosa da prendere a cuor leggero, da improvvisare estemporaneamente.

Come ci ha insegnato un ragazzo, un poeta sociale autentico di questa strappata Pistoia, Lorenzo Andreotti, scomparso prematuramente in un istante, a soli diciotto anni: "per cambiare, bisogna esserci per il mondo, a partire dalla grandezza delle piccole cose".

Sono tre le parole che, nel dialogo tra Parola e Politica, possono guidarci:

Riconoscere

Mettere in crisi

E, solo dopo:

Scegliere.

Chiediamocelo: dove sentiamo che la nostra parola, ma soprattutto la nostra voce, la nostra testimonianza di Vita conta davvero? E risuona nella complessità dell'incontro di Pace con l'altro/a?

Fratel Arturo Paoli ci ha insegnato che "camminando s'apre il cammino" e che talvolta occorrere arrendersi, abbracciando: "la pazienza del nulla" nel deserto che ci parla. Che ci chiama.

Se viviamo la crisi dell'orizzonte, ma anche della quotidianità della politica, se ne siamo feriti, offesi, violentati, frantumati, noi non possiamo perdere nè la Speranza, nè la Radicalità, nè la Gioia dell'impegno, come diceva sempre Papa Francesco.

Oggi, che sembra avvinarsi, davvero, l'Apocalisse e non dobbiamo averne paura, ma essere pronti, senza tiepidezza, con umiltà, senza superficiale e improvvisata arroganza.

Risuonano le parole del testo di Giovanni, proprio nell'Apocalisse:

"Conosco le tue opere: tu non se nè freddo nè caldo (...) poichè sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici "Sono ricco, mi sento arricchito; non ho bisogno di nulla", ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.

Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco (...) e vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò con lui, cenerò con lui, ed egli con me" (Ap, 3, 15-20).

Ora qualcuno penserà che queste siano parole per G. 

Sia io che lui siamo credenti e sappiamo bene che i cristiani non sono esentati dalla responsabilità storica; al tempo stesso, però, tutti i loro progetti, le loro mediazioni, i loro tentativi di presenza devono essere portati davanti alla croce per essere giudicati.

Ma no, non sono così presuntuoso.

Come ci ricorda correttamente don Luigi Epicoco commentando il Vangelo di questa domenica, (giorno 104 dell'era di G.) Matteo 21, 26-32, ci offre una parabola che, come sempre, non parla a noi, parla di noi.

Di me. Di te che leggi. Di tutti/e e di ciascuno/a.

Scrive Don Luigi Maria, illuminante come sempre, persino più delle nuove luci di Castello di Cireglio...

"Gesù ha sempre una maniera efficace di coinvolgere i suoi ascoltatori attraverso il racconto delle parabole. L’errore che a volte noi facciamo è quello di pensare di essere solo degli spettatori che guardano la storia pronti a cavarne fuori solo una morale.

La verità però è un’altra: ogni parabola in realtà non solo parla a noi, ma parla di noi.

Noi non siamo solo uno dei personaggi, ma siamo tutti i personaggi di quel racconto. In noi ci sono vari aspetti che Gesù mette in scena tirando in ballo figure apparentemente diverse e contrastanti fra di loro, ma non è forse vero che tutti noi siamo abitati da atteggiamenti contrastanti?

Esattamente come il racconto della breve parabola di oggi: “«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»”.

Il racconto è semplice: il secondo figlio dice di no, si ribella esplicitamente al Padre, ma ad un certo punto accade dentro di lui un cambiamento, un pentimento che gli cambia prospettiva e scelte.

Il primo, invece, risponde subito di si. Egli sembra voler compiacere il padre, ma in fondo al cuore non ha nessuna voglia nemmeno lui di andare a lavorare nella vigna. Infatti alla fine, pur avendo detto di si non ci va.

Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Domanda Gesù. Ovviamente tutti rispondono prontamente il secondo. Ma Gesù non si accontenta della risposta esatta, svela invece le carte:

“E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”. 

Essere religiosi - conclude Epicoco - può essere solo un’apparenza per compiacere Dio, ma ciò che conta è quello che scegliamo nel cuore al di là dell’apparenza".

G. ascoltiamo e scegliamo insieme, provando ad esserlo davvero poeti sociali, la "Pace, volto dell'umano".

La verità, molteplice come la vita, le vite, ma concreta.

Non la vacuità, semplice ma bestemmia, dell'apparenza.

Proviamo a ricucire le ferite. 

Nella luce di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo.

Non serve, per ora, salire di nuovo a Castello di Cireglio.

Francesco Lauria

"Prima che gridino le pietre. Il popolo ha bisogno di poesia come il pane" Prima Parte: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/prima-che-gridino-le-pietre-poesia-vita.html

"Dunque, dove eravamo rimasti?" Seconda Parte: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/dunque-dove-eravamo-rimasti-impegno-e.html

venerdì 25 settembre 2026

“DUNQUE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?” “IMPEGNO E GENTILIZZA” O OPACITA’ E OMISSIONI? UN MIO PROFILO DEL SINDACO GIOVANNI CAPECCHI TRA PISTOIA, PERUGIA E CASTELLO DI CIREGLIO (seconda puntata…)

L’Università per stranieri di Perugia, l’ateneo dove insegna, ormai da molto tempo, l’attuale sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi è stata periodicamente (quasi) travolta da gravissimi scandali e inchieste giudiziarie negli ultimi anni.

Sottolineo subito, però, che, essendo un ex bambino che rimase molto compito dal ritorno sullo schermo di Enzo Tortora nella trasmissione Portobello, dopo arresti spettacolo in manette a favore di giornali e telecamere, finti pentiti, incredibili e inventate accuse di affiliazione alla camorra, minacce reali in carcere, etc. io non posso che rimanere, come sempre, un garantista coerente con la nostra Costituzione.

Quell’indimenticabile e indelebile: “Dunque, dove eravamo rimasti”, pronunciato da un signore, grande professionista ferito, violato, frantumato dalla calunnia, che portava i capelli consumati e bianchi, appariva gentile e triste, inequivocabilmente segnato dalla durezza della vita e dalla cattiveria interessata del prossimo, mi entrò dentro, così come la spiegazione asciutta, inappellabile che mi diede mio padre su di lui e a supporto di lui e di quella frase.

Ero passato apposta, fulmineo, dalla sala alla cucina di casa dove c’era il secondo televisore, in bianco e nero, l’apparecchio a cui la sera relegavo spesso i miei genitori, da buon figlio unico viziato.

Enzo Tortora non si era certo, per questo, votato alla vendetta, ma alla ricerca di verità e giustizia; purtroppo il conduttore televisivo morirà 1 anno, 2 mesi e 28 giorni (esattamente 453 giorni) dopo la sua celebre ricomparsa in televisione che tanto, pur da bambino di nemmeno otto anni, mi aveva colpito.

Il suo storico ritorno sul piccolo schermo, aperto con la commovente frase che ho ricordato, era, infatti, avvenuto il 20 febbraio 1987, in seguito alla sua assoluzione definitiva.

Enzo Tortora si sarebbe poi spento a Milano il 18 maggio 1988, all'età di 59 anni, a causa di un tumore polmonare sul quale, senza alcun dubbio, le immani e ingiuste sofferenze cui era stato sottoposto, insieme al tradimento, all’indifferenza, all’incuria, alla cattiveria di tanti/e, avevano fortemente inciso.

Gli anni tra il 1987 e 1988 erano anche il tempo in cui svaniva progressivamente la forza della Juventus (di cui io ero piccolo tifoso e che non ho mai “tradito”), il “re” Michel Platini appendeva le scarpette al chiodo, si faceva, avanti, in Italia e in Europa, prorompente il Milan di Silvio Berlusconi, con il celebre e indimenticabile tridente olandese: Gullit, Van Basten, Rijkaard,.

Arrigo Sacchi, dalla mia Parma e dalla mia scuola elementare, frequentata con me da sua figlia, era passato, con il suo modulo di gioco e di allenamento innovativi, alla corte del Cavaliere meneghino dell’edilizia e della Tv privata, ex tessera della loggia massonica eversiva P2 dei pistoiesi Licio Gelli e Ilvo Capecchi.

Oltre trent’anni dopo saranno, invece, l’Università per stranieri di Perugia, la Juventus e un altro campione del calcio che conta, l’attaccante Luis Suarez, ad entrare, come Tortora (certo non quanto Tortora e non ingiustamente) nell’occhio del ciclone.

Fu, infatti, delicatissimo il periodo vissuto dall'Università per Stranieri di Perugia nell'autunno del 2020, quando esplose mediaticamente il cosiddetto "caso Suarez" (l'esame farsa di lingua italiana del calciatore Luis Suarez, volto ad agevolarne l’utilizzabilità a seguito delle regole del reclutamento dei calciatori non comunitari, avvenuto a settembre di quell'anno proprio nell’ateneo umbro).

Ai primi di dicembre 2020, la delicata e controversa situazione era la seguente:

·       - il 4 dicembre 2020, il Giudice per le indagini preliminari di Perugia aveva disposto la sospensione cautelare per 8 mesi dell'allora rettrice Giuliana Grego Bolli e dei vertici dell'ateneo.;

·        

·       - nei giorni immediatamente successivi (a ridosso del 7 dicembre 2020), un nutrito gruppo di docenti, ricercatori e personale dell'ateneo aveva formalizzato una durissima lettera di contestazione interna e pubblica. 

     Nella missiva, pubblicata quasi integralmente dal quotidiano La Nazione, veniva contestata radicalmente la gestione politica e amministrativa degli ultimi anni, definita "accentratrice" e lesiva dell'immagine storica dell'istituzione, richiedendo un passo indietro immediato e definitivo dei vertici per permettere una totale discontinuità.

·        

·       L'esito: Questa fortissima pressione interna da parte del corpo docente, cui non mi risulta abbia partecipato il docente e attuale sindaco Giovanni Capecchi, unita al provvedimento giudiziario, portò, pochi giorni dopo, – esattamente il 14 dicembre 2020 – alle dimissioni ufficiali della rettrice Giuliana Grego Bolli, rassegnate con una lettera inviata al Ministro dell'Università Gaetano Manfredi.

·

     Come già accennato, sul quotidiano La Nazione di Perugia del 7 dicembre 2020, un ampio articolo, che faceva anche riferimento allo scandalo Suarez, riassumeva proprio i passaggi di questa mozione/lettera di sfiducia sottoscritta dai professori contro la gestione della governance travolta dall'inchiesta, muovendo anche precise, circostanziate, durissime accuse (ovviamente da dimostrare) al docente di ateneo Giovanni Capecchi.


Il nome di Giovanni Capecchi, infatti, non figurava affatto tra i promotori del dissenso pubblico del 7 dicembre; al contrario, il suo operato e la sua posizione erano oggetto di contestazione all'interno dell'ateneo.

Nel dicembre 2020 Giovanni Capecchi era (come ora…) Professore Associato di Letteratura Italiana presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali e ricopriva anche il ruolo di Rappresentante dei professori di seconda fascia nel Senato Accademico dell'Università per Stranieri di Perugia.

Il suo operato e la sua figura erano finiti al centro delle durissime polemiche interne (e successivamente, pur non come indagato diretto, dei filoni d'indagine della Procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone) per via dei meccanismi di gestione dei concorsi dell’Ateneo.

Nello specifico, secondo gli atti d'indagine e le contestazioni mosse anche dal personale e dai docenti critici con la governance:

·       - La rettrice Giuliana Grego Bolli era accusata di aver esercitato forti pressioni per favorire il passaggio di ruolo e la chiamata in servizio di Giovanni Capecchi come candidato interno.

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·       Per agevolare Capecchi, la governance dell'ateneo avrebbe agito, secondo le accuse, per congelare o bloccare la chiamata in servizio della legittima vincitrice di un concorso (una candidata esterna).  


     Questo modus operandi, definito dalla procura come un sistema di "amichettismo accademico" (così simile, peraltro, al sistema di “amichettismo e familismo amorale”, delineato nel contesto politico e amministrativo di Pistoia dai critici della nuova amministrazione Capecchi) e concorsi pilotati tramite commissari compiacenti, rappresentava esattamente uno dei punti centrali di rottura morale e amministrativa che i docenti firmatari della lettera del 7 dicembre 2020 avevano precedentemente contestato alla gestione Grego Bolli. 

Di conseguenza, la mozione e la lettera dei docenti del dicembre 2020, rispetto a Giovanni Capecchi, non lo vedevano come portavoce della trasparenza, ma includevano la sua vicenda tra gli esempi della gestione opaca dell'ateneo da azzerare immediatamente.

Siamo, mi pare, perfettamente nella linea dei "tre tradimenti" nell'Università descritta nel libro di Raffaele Simone e di cui ho parlato ieri, insieme al mio orami venticinquennale impegno per un'Università di Pace, anche rispetto alla sempre crescente militarizzazione dei saperi e della cultura. 

Tutto è recuperabile qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/prima-che-gridino-le-pietre-poesia-vita.html

Il testo della lettera che si può leggere integralmente nella foto di questo articolo era durissimo con Capecchi e il suo presunto ruolo, tutto ovviamente da dimostrare, di “raccomandatore”, “aggiustatore” e, poi "raccomandato", "aggiustato".

Tutto questo, pur in forme in parte diverse, è al centro del nuovo procedimento giudiziario una cui udienza, a Perugia, si è tenuta lo scorso 21 settembre, e che proseguirà nel mese di ottobre e in quelli successivi.

Un procedimento dove Giovanni Capecchi, è giusto ricordarlo, non appare ad oggi indagato, ma solo centrale e coinvolto rispetto ai tentativi opachi (nel suo caso, peraltro, nemmeno riusciti) di aggiustare nomine, progressioni di carriera e di potere a scapito del merito, della trasparenza e delle competenze riconosciute e certificate.

Non sono certo io, in una fase, per più ragioni, molto delicata della mia vita, della mia esperienza professionale e della mia condizione di cittadino, a volermi/potermi ergere a giudice.

Ma il clima idilliaco descritto dallo stesso Giovanni Capecchi durante la campagna per le primarie e quella per la vittoriosa che lo ha portato alla conquista del ruolo di primo cittadino, sinceramente non mi torna.

Capecchi ci ha sempre narrato il suo operare presso l’ateneo per stranieri Perugia come quasi “bucolico”, stile novello Aristotele/Socrate.

Un operare, peraltro, vissuto tra studenti e studentesse con i quali/le quali non credo potesse comunicare agevolmente se non nella lingua di Dante.

Tutto questo a causa del suo stentato inglese, dimostrato a tutti e a tutte all’apertura a Pistoia della manifestazione internazionale Eurogym, e che a me è parso ben di poco migliore dell’inesistente padronanza della lingua italiana da parte del calciatore juventino Luis Suarez.

Altro che "impegno e gentilezza" come recita lo slogan che sarà utilizzato oggi, con grande faccia tosta, per i cento(tre) giorni della Giunta Capecchi nella roccaforte di San Domenico a Pistoia.

Siamo solo all’inizio e da Perugia e poi nella “palude” della piana di Pistoia, si possono prendere le curve verso la collina e la montagna (tanto sempre Comune di Pistoia è…) e raggiungere, ad esempio, Castello di Cireglio, dove Giovanni Capecchi, fino a pochissimo tempo fa presiedeva il Parco Letterario (istituito peraltro da amministrazione di diversissimo colore politico) dedicato al poeta e agitatore sociale Policarpo Petrocchi…

Ma questa è, solo in parte, un’altra storia che non avrò alcun timore di raccontare con dovizia di particolari e precisi elementi di sostegno e di contesto…

Francesco Lauria

(continua, sempre che qualcuno/a, in senso spero figurato, per carità, non mi “faccia fuori” 😊… )

giovedì 24 settembre 2026

"PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE". POESIA, VITA E POLITICA: I "TRE TRADIMENTI" DI GIOVANNI CAPECCHI (prima parte).

C'è una frase di Simone Weil, richiamata ieri dalla teologa Lucia Vantini, durante l'incontro nazionale di studi delle Acli, in corso di svolgimento a Verona, che mi ha, da sempre, colpito: 

«Il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di alcun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.»

Simone Weil scrisse questa frase all'interno del testo: "Condition première d'un travail non servile" ("Condizione prima di un lavoro non servile"), pubblicato nella temperie bellica del 1941 e successivamente confluito nella raccolta "La Condition ouvrière" ("La condizione operaia"). 

C'è anche una versione forse meno nota, ma davvero bellissima della frase che ho citato, contenuta.in un capitolo che si intitola, significativamente: «Mystique du travail» ("Mistica del lavoro)" che si trova all'interno della raccolta postuma degli scritti della Weil: "La pesanteur et la grâce" ("La pesantezza e la grazia", titolo tradotto più liberamente nel 1951 da Franco Fortini con: "L'ombra e la grazia"),

«I lavoratori hanno bisogno di poesia più che di pane. Hanno bisogno che la loro vita sia poesia. Hanno bisogno di una luce d’eternità.»

Sul finire dell'estate del 2004 o forse già con un autunno appena arrivato, come oggi, non ricordo bene sono passati ventidue anni, mi trovavo alle soglie della mia laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, presso la sede dell'Università di Trieste, situata sul confine di Gorizia, nell'ex seminario asburgico di Via Alviano.

Avevo ormai terminato la mia tesi di ricerca sul campo, ma anche di ricostruzione storica, sulla "Diplomazia dell'Europa minore" e il ruolo degli enti locali e della società civile, con una visione europea e il supporto del Consiglio d'Europa, nel "mettersi in mezzo", insieme alle popolazioni e a supporto delle comunità locali durante la guerra civile balcanica degli anni Novanta.

Quello di "Europa minore", concetto non mio, ma suggeritomi dal sociologo di fama internazionale e relatore della mia tesi prof. Alberto Gasperini, ambiva a significare, contemporaneamente, due cose: da un lato la dimensione territoriale, piccola, degli enti locali e, dall'altro, la fragilità, ma anche la forza, la molteplicità di un "potere disperso" e per questo più facilmente meno condizionabile, meno lento nel prendersi cura, meno indifferente, meno nazionalista.

Non parliamo, quindi, di semplici gemellaggi perchè, nel pieno del fuoco del conflitto e poi nei difficili dopoguerra di "paci fredde", si provava davvero, tra milioni di difficoltà tutt'ora irrisolte (basti guardare ai terribili, recentissimi funerali del generale genocida Radko Mladic a Belgrado...) a cambiarla la storia.

Si provava, con la dimensione del pensiero/azione delle istituzioni locali, della società civile sia "occidentale", quanto "balcanica" e di un'autentica visione di un'Europa democratica e di Pace a "darsi il tempo", superare l'inerzia, l'indifferenza degli Stati nazionali, ma anche l'inefficacia, drammatica, delle Nazioni Unite.

Era questa la storia delle "Ambasciate (poi Agenzie) della Democrazia Locale".

Si provava, nella ricerca della verità e della giustizia, ad evitare di "bollare" come meramente etnico un conflitto che aveva molte e diverse dimensioni e cause, tra cui quella etnico-religiosa che non era, però, certamente, la sola.

Ho toccato con mano nelle mie missioni di ricerca in Bosnia, sia nella "famigerata" e "canaglia" Repubblica Srpska di Prijedor e Banja Luka (e di Mladic...), che nella federazione croato-musulmana, entrambe figlie dei discutibili compromessi della "pace" di Dayton, gli enormi interessi economici e geopolitici in gioco e messi in "palio", fin dal 1991 (e anche prima...), con la definitiva dissoluzione dell'ex Jugoslavia, in particolare nel cruento, complesso, sanguinoso, spietato conflitto bosniaco, dove lo "stupro etnico" era sostanzialmente la norma per tutte le parti in causa, come avvenne con l'uccisione e lo stupro di migliaia di bosniaci/che musulmani/e a Srebrenica.

In quei mesi la mia Università, in particolare a Trieste, ma coinvolgendo poi anche la sede decentrata e ancor più di confine di Gorizia, aveva dato corso ad un chiacchieratissimo e contestatissimo accordo con l'Esercito italiano.

La frase della Weil richiamata ieri alle Acli mi risuonava dentro come contrappiunto robusto e radicale all'idea dell'università come istituzione che dovrebbe dare non soltanto sapere, titoli, lavoro, ma anche dignità, senso e possibilità di realizzazione a chi la abita, a chi la vive, la costruisce ogni giorno.

Fu così che decisi, davvero temerariamente, pochissime settimane prima della discussione della mia tesi a Gorizia, di organizzare una tappa della Carovana della Pace organizzata dai missionari comboniani (stasera saremo a cena da loro a Verona...) e, in particolare da padre Alex Zanotelli e Padre Dario Bossi (promotori in questi giorni dei "preti in cammino contro il genocidio palestinese"..) proprio nella mia Università, ma anche nella sede decentrata dell'Università di Udine, altro ateneo presente nella città di Gorizia.

Le accoglienze, pur entrambe fugaci, furono diverse: gelo e assenza nel mio ateneo, benvenuto e ascolto in quello "friulano".

Scrissi anche un breve e prudentemente non firmato articolo sul quotidiano Il Manifesto che, complice la mia vanagloria e un contesto universitario piccolissimo come quello di Gorizia, dopo tre minuti tre dalla pubblicazione sul giornale, tutti/e, ma proprio tutti/e sapevano lo avessi scritto io.

Nell'articolo citavo un testo pubblicato una decina di anni prima, all'inizio deli Anni Novanta da Raffaele Simone e intitolato: "L'università dei tre tradimenti".

Questo volume rappresenta davvero, ancora oggi, una delle analisi più severe e puntuali dell’università italiana. 

Il linguista e saggista vi individua, appunto, tre tradimenti: verso lo Stato, che finanzia l’istituzione senza riuscire sempre a governarne efficacemente i meccanismi; verso la ricerca, quando logiche corporative e di cooptazione prendono il posto della qualità scientifica; e verso gli studenti, che finiscono per pagare il prezzo delle inefficienze del sistema. 

Al centro del saggio c’è quindi una critica a un’università che rischia di diventare meramente autoreferenziale e più attenta alla propria riproduzione interna che alla sua funzione pubblica.

Rileggere oggi "L’università dei tre tradimenti" di Raffaele Simone, a più di trent’anni dalla sua prima pubblicazione, offre una chiave di lettura interessante per interrogarsi su alcune vicende più recenti dell’università italiana. 

Il punto interessante, almeno con gli occhi del 2026, appare chiedersi che cosa succede quando le regole formali di un sistema meritocratico entrano in tensione con i suoi meccanismi informali di potere.

Vale, con sfumature diverse, per l'Università, come per un Comune, un'associazione, un sindacato, un partito, lo Stato.

Una selezione accademica,  una commissione, una valutazione scientifica, una progressione di carriera, o più semplicemente una scelta ufficiale, come fu il creare una sorta di corsia preferenziale e di modalità semplificate ad hoc per offrire, dietro il pagamento di finanziamenti dedicati, lauree in Scienze Politiche ai militari dell'esercito italiano, sono infatti procedure formalmente regolate. 

Ma la loro credibilità dipende anche da elementi meno visibili: l'indipendenza di chi giudica, l'assenza di conflitti di interesse, la trasparenza dei criteri, la coerenza delle decisioni e, soprattutto, la possibilità di verificare dall'esterno che il risultato non sia stato determinato da rapporti personali o da logiche di appartenenza, di potere, financo di corruzione.

È precisamente su questo terreno che una vicenda individuale può diventare una questione più generale. 

Non perché un singolo caso dimostri da solo l'esistenza di un sistema malato, ma perché consente di verificare concretamente quanto le garanzie previste sulla carta funzionino nella realtà.

La domanda posta da Raffaele Simone, in fondo, rimane allora semplice e scomoda: l'università (ma anche la politica) riesce davvero a proteggere la ricerca e il merito dalle proprie dinamiche di potere, oppure talvolta finisce per proteggere soprattutto se stessa?

E quel rapporto con il mondo militare (senza criminalizzare ovviamente nessuna categoria) ci rapporta al mondo di oggi: in cui si è passati, tristemente, dalla riconversione del lavoro e della produzione dal militare al civile, all'esatto opposto.

La mia domanda che non richiede anticipazioni di giudizio o imputati. 

Richiede piuttosto di ricostruire i fatti, seguire le responsabilità e mettere a confronto ciò che le regole prevedono con ciò che, concretamente, è accaduto.

Cercherò di fare tutto questo "disarmando le parole", avendo a mente un bell'articolo sulla rivista della Federazione Acli Internazionali: "Mondo", ad opera del portavoce nazionale dei Giovani delle Acli, Simone Romagnoli e, ovviamente Papa Leone XIV.

"Le parole - come scrive Simone (in questo caso Romagnoli..) - cambiano il mondo prima che lo facciano le armi. Lo anticipano, lo giustificano, a volte lo nascondono. E' la lezione più antica della storia, quella che ogni generazione dimentica. Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato; prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso "nemico" con una parola".

Nel mio caso personale, sinceramente, non ci si è limitati alle parole, ma sono state compiute azioni gravi, così assurde da sembrare quasi uno scherzo di pessimo gusto.

Cosa che, purtroppo, non è.

Anche nell'ottobre 2004, accettai di pagare il prezzo, normale, nulla di eroico, di non venirmi riconosciuta la lode e che la mia Preside di Corso di Laurea, Maria Paola Pagnini, si autoespellesse dalla commissione di tesi (cosa mai vista in quasi quindici anni) per non dover laureare: "quello ... che ci ha portato Zanotelli in Università".

E pensare che a quella stessa donna di immenso potere, accademico e politico, avevo velleitariamente, ma sinceramente regalato, come segno di distensione tra noi, un'agenda della Pace, predisposta, in quel caso, non dai missionari comboniani, ma da quelli saveriani che hanno sede mondiale nella mia città, a Parma.

Non potevo regalarle, perchè non era ancora uscito, il bel libro di Padre Alex: "Prima che gridino le pietre".

E ancora, in vita mia, anche se di lì a pochi mesi pochi mesi cambiò tutto, mai avevo ancora messo piede in una città come Pistoia...

Francesco Lauria

(continua...)