mercoledì 18 marzo 2026

QUEL "BENEDETTO" NO SUL DIVORZIO NEL 1974 E I CATTOLICI ALLA PRESE OGGI CON IL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA

 
Una fotografia alla cassa in una trattoria di Trastevere, Roma, 17 marzo 2026.

Quarantadue anni fa esatti un referendum spaccava e faceva discutere il Paese.

Non si trattava, come oggi, del tema della riforma della giustizia e, soprattutto, della magistratura, ma di un quesito etico: il mantenimento o meno della legislazione del 1970 che aveva introdotto, anche in Italia, il divorzio.

Il Vaticano, la Cei e la Democrazia Cristiana, guidata allora da Amintore Fanfani, si impegnarono a testa bassa, uno slogan, molto esemplificativo del clima che venne diffuso da committenti ecclesiastici fu: "Sì, come il giorno delle nozze!" 

Il 17 febbraio 1974 fu, in senso contrario, promulgato l'Appello dei cattolici democratici per il No al referendum. 

75 furono i primi firmatari, capitanati dallo storico Pietro Scoppola e guidati anche dai leader Cisl Luigi Macario (pur democristiano) e Pierre Carniti oltre che dall'ex Presidente Nazionale delle Acli Emilio Gabaglio, "dimissionato" da Vaticano e Cei solo due anni prima a causa dell'opzione/scelta socialista intrapresa proprio dalle Acli che, in quel momento, fronteggiavano anche un'insidiosa scissione alla loro destra con la nascita del Movimento Cristiano Lavoratori (McL).

Colpisce il fatto che tra i primi 75 firmatari dell'Appello dei c.d. "cattolici del no" su 75 firmatari figurino solo tre donnePaola GorlaPaola Gagliardi e Adriana Zarri.

Emilio Gabaglio ebbe un ruolo significativo anche nell'organizzare i rapporti con la stampa del Comitato dei Cattolici del No e dichiarò, senza peli sulla lingua, ad Adista: "Non è possibile nascondersi che una vittoria dello schieramento abrogazionista aprirebbe la strada ad una grave involuzione politica  e che su questa eventualità hanno scommesso le forze integraliste, reazionarie, gli stessi fascisti e tutti coloro che puntano alla divisione della classe operaia e delle masse popolari e a soluzioni autoritarie". 

Su una linea simile si schierarono Gioventù Aclista e alcune Acli regionali, mentre, nonostante la presa di posizione di Luigi Borroni, della Presidenza Nazionale, anche a seguito delle turbolenze interne ancora non sopite, le Acli nazionali si allinearono, sostanzialmente, alle posizioni della Cei, pur rigettando, per usare le parole di Borroni, un: "ruolo propagandistico".

A sostegno delle tesi del referendum la Cei promulgò, la settimana successiva alla diffusione dell'Appello, una notificazione mentre si mobilitarono alcune personalità (si pensi a Luigi Gedda) e movimenti come la neonata Comunione e Liberazione, insieme ovviamente alla Democrazia Cristiana e al Movimento Sociale Italiano (con un, sinceramente, davvero imbarazzante e paradossale ruolo di Giorgio Almirante, divorziato all'estero e risposato che sosteneva, con grande faccia tosta, anche in televisione, le ragioni del sì al referendum...)

La notificazione della Cei sosteneva che: «Il cristiano, come cittadino, ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia». 

Si oppose in modo argomentato a questa presa di posizione dei vertici della Cei  Giovanni Franzoni, ex abate della basilica Ostiense, dimessosi da quella carica – a causa delle pressioni vaticane – nel luglio del ’73. 

Come ha ricordato la rivista Confronti, il 14 aprile ’74 l’allora monaco benedettino pubblicò Il mio regno non è di questo mondo. Una risposta alla Notificazione della Cei sul referendum: un libro nel quale demoliva le argomentazioni teologiche accampate dai vescovi e proclamava il diritto di tutti, cattolici compresi, alla libertà di scelta nell’incombente referendum. 

Pochi giorni dopo fu proibito a Franzoni di andare a parlare del divorzio; egli, pur ritenendo ingiusto l’ordine, obbedì, ma egualmente il 27 aprile fu sospeso a divinis. Il tutto senza alcun processo canonico. 

Anche alcune decine di preti «divorzisti» furono variamente puniti dai rispettivi superiori. Ma anche «laici» furono puniti: a Venezia il patriarca Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I, sciolse la Fuci, gli universitari cattolici che si erano espressi per il No.

Il Referendum sul divorzio ebbe luogo il 12 e 13 maggio 1974, il responso fu davvero inequivocabile: Sì 40,7%, No 59,3%. 

Anche nelle regioni dove vinse il Sì – Veneto, Trentino-Alto Adige, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Molise – esso prevalse comunque di pochissimo.

Le gerarchie, sconvolte, ma anche la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale, scoprirono un paese laico, secolarizzato e con il gusto per la libertà di coscienza.

Tornando all'oggi, ovviamente appare forzato paragonare i due referendum, quello del 1974 e quello del 2026, in particolare perchè il primo era, certamente, maggiormente "eticamente sensibile" da un punto di vista confessionale.

Ha scatenato, a mio parere, giuste polemiche il fatto che, a Roma, lo scorso gennaio, sia stato "ruinianamente" organizzato e certificato con atto notarile un "Comitato di cattolici per il sì, al referendum sulla magistratura".

Ha ben spiegato a Famiglia Cristiana il cattolico Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato della Società Civile per il No al referendum sulla giustizia: «Sotto lo schiaffo dell’azione disciplinare mi chiedo se i magistrati potranno fare inchieste come quella sulla P2, sulle stragi di mafia, sulla corruzione. E da cattolico, ribadisco: «Impegnàti in prima persona, non per appartenenza religiosa»

Qui il link all'intervista: urly.it/31f5r0

Anche il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, a differenza di quanto successe nel 1974, ha preso, a nome di tutta la sua organizzazione, una posizione inequivocabile a favore del No, ben espressa al quotidiano: Domani: urly.it/31f5rb

Chi volesse approfondire ulteriormente il percorso del referendum sul divorzio può leggere l'intero articolo della rivista Confronti a questo link:

 https://confronti.net/2014/04/1974-quel-benedetto-referendum-sul-divorzio/

Di seguito, sempre tornando al 1974, il testo completo dell'Appello dei cattolici per il NO, ancora attualissimo rispetto ai temi della laicità della politica e della convivenza civile.

Francesco Lauria

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APPELLO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI PER IL NO NEL REFERENDUM

17 febbraio 1974

Uniti da una comune adesione ai valori della democrazia, pure nella diversità di orientamenti politici e di esperienze individuali, crediamo di dover portare un contributo al dibattito in corso nel Paese nell'imminenza del referendum.

La scelta proposta agli elettori italiani nella scheda è all'apparenza semplice e chiara: "sì" all'abrogazione e il divorzio sarà cancellato; "no" e il divorzio resterà.

Si tratta in realtà di una scelta sommaria e astratta: nulla dice sulle condizioni di vita che realmente contano per l'unione o la disunione delle famiglie, nè si preoccupa di che cosa accada quando un matrimonio è fallito. I promotori del referendum si curano solo che nella legge italiana stia scritto che il matrimonio è indissolubile: vogliono un "modello" e solo su questo chiamano l'elettorato a decidere, come se un modello giuridico determinasse, per sè solo, la realtà.

Il modello di matrimonio in vigore dino al dicembre 1970, quando fu approvata la legge Fortuna, non ha ispirato una politica capace di rispondere alle esigenze della famiglia, nè ha impedito profonde trasformazioni di costume. Ripristare ora quel modello giuridico non rappresenta una risposta costruttiva ai problemi della famiglia; potrebbe anzi essere un alibi, per credere di aver tutto risolto.

Per la vita familiare in senso stretto non ci aspettiamo gran che di bene, nè grandi mali, dall'esito del referendum. Ben più gravi sono invece le nostre preoccupazioni per il significato politico generale di questo referendum. Il successo della iniziativa abrogazionista potrebbe dare infatti spazio a operazioni politiche pericolose per le libertà civili e per lo sviluppo della democrazia italiana.

Riteniamo perchè necessario rivolgere un duplice appello:

A tutti i democratici di fede cristiana, affinchè rifiutino colo loro voto la proposta abrogazionista, affermando così valori di convivenza civile e di libertà religiosa essenziali in una società pluralista e democratica. Sentiamo tutta la responsabilità di questa scelta, ma nella nostra coscienza, riteniamo di doverla compiere e proporre per concorrere al bene comune.

Il principio morale e religioso dell'unità della famiglia e dell'indissolubilità del matrimonio può e deve essere custodito e rafforzato con valore, ma non può essere assunto in maniera intransigente dalla legge civile così da escludere che la legge stessa possa prevedere casi di scioglimento allorchè il matrimonio, di fatto, è fallito.

Il rifiuto dell'abrogazione servirà a sbarrare la strada ad ogni utilizzazione del referendum in senso conservatore e autoritario e al tentativo dei fascisti di reinserirsi nella vita politica del paese.

Alle forze politiche divorziste, affinchè confermino e chiariscano l'impegno a promuovere domani in parlamento, vinta civilmente la prova del referendum, una politica sociale e un diritto di famiglia che meglio tutelino, insieme al coniuge più debole e ai figli minori, esigenze di coscienza oggi trascurate e che hanno bisogno di un solido fondamento anchenella tradizione religiosa del popolo italiano.

Il miglioramento della legislazione divorzista, che già si sarebbe ottenuto senza la rigidità che il referendum ha introdotto nella dialettica politica e parlamentare, è di fatto largamente maturo nelle coscienze più responsabili dei vari settori di opinione.

Esso sarà possibile domani senza traumi e umiliazioni per nessuno: nella Repubblica italiana è possibile attuare una politica della famiglia, una politica socile e un rapporto fra Stato e Chiesa, complessivamente e coerentemente degni della nostra Costituzione e della Chiesa dopo il Concilio.

A quanti condividono la nostra proposta chiediamo un contributo di idee e di iniziativa per una scelta democratica nel referendum e oltre il referendum.

Tra i primi firmatari dell'appello figurano: 

Sabino Samuele Acquaviva, Franco Bassanini, Paolo Brezzi, Piergiorgio Camaiani, Luigi Frey, Giancarlo Lizzeri, Giancarlo Mazzocchi, Pietro Paolo Onida, Valerio Onida, Ettore Passerin d'Entreves, Luigi Pedrazzi, Paolo Prodi, Pasquale Saraceno, Pietro Scoppola, Tuttlio Tentori, Francesco Traniello, Tiziano Treu, docenti universitari; Enzo Bertuccelli, Lino Bracchi, Pierre Carniti, Mario Colombo, Eraldo Crea, Cesare Del Piano, Luigi Macario, Mario Manfredda, Idolo Marcone, Vittorio Meraviglia, Luigi Paganelli, Nino Pagani, Guido Pasqua, Marcello Ponzi, Stelvio Ravizza, Manlio Spadonaro, sindacalisti della CISL; Piergiorio Agnelli, Geo Brenna, Angelo Cozzarini, Emilio Gabaglio, Gabriele Gherardi, Michele Giacomantonio, Paola Gorla, Renato Morandina, Giuseppe Reburdo, dirigenti delle ACLI; Nuccio Fava, Laberto Furno, Raniero La Valle, Dina Luce, Ettore Masina, Francesco Mattioli, Ruggero Orfei, Mario Pastore, Pietro Pratesi, Giancarlo Zizola, giornalisti; e inoltre: Giuseppe Alberigo, Giorgio Battistacci, Franco Briatico, Pasquale Colella, Benedetto De Cesaris, Angelo Detragiache, Nando Fabro, Giuseppe Farias, Paola Gagliardi, Angelo Gennari, Sandro Magister, Sergio Mariani, Gian Paolo Meucci, Stefani Minelli, Gino Montesanto, Italo Moscati, Franco Pasinello, Alfonso Prandi, Ezio Raimondi, Angelo Romanò, Sandro Zambetti, Andriana Zarri.

martedì 17 marzo 2026

CASO TEATRO DUE E CULTURA DELLO STUPRO. "ANTIGONE E L'IMPERO", IL PATRIARCATO PROVINCIALE, BEATRICE SACCHI E 10 DONNE CORAGGIOSE...

Molestie/violenze o amichevoli confidenze? Una questione di potere.

Sono rimasto letteralmente sconvolto dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo.
Non abito più stabilmente nella mia città da molti anni, ma sto seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condanato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.
Una figura, direi da decenni, assolutamente apicale nel Teatro, dove, a lungo, hanno peraltro lavorato anche componenti della sua famiglia.

La Casa delle donne di Parma ha giustamente fatto notare che, domenica 15 marzo, per la prima volta da quando la questione di TeatroDue è balzata agli onori della cronaca, il giornale ha "osato" pubblicare il nome del regista Walter Le Moli.
Non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta e passa anni risulta aver commesso manipolazioni, abusi e violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sta subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

Scrive la Casa delle Donne di Parma: "A raccontarlo così a un giornalista compiacente è il suo avvocato che si dice convinto di ribaltare presto le sentenze del Tribunale del Lavoro, restituendoci un Le Moli immacolato. Come se sei anni di processi e tre sentenze fossero carta straccia.
Come se fosse possibile - continua indignata la Casa delle donne di Parma -leggere in altro modo l’agire predatorio di un uomo che, per decenni, si è sentito onnipotente e ha abusato del suo potere in ogni modo, andando ben oltre il possibile e il pensabile".

Ciò che mi ha lasciato basito nell'articolo della Gazzetta di Parma, non è il richiamo alla presenuzione di innocenza fino alla Cassazione (e oltre?) ma l'approccio inaccettabile di un giornalista e di un giornale che, in maniera direi sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.

La vicenda principale, quella di due attrici coinvolte, è abilmente distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, hanno delineato 30 anni (trenta) di stupri, abusi, molestie.
Come alla Casa delle Donne l'articolo della Gazzetta di Parma, ma anche l'ampio silenzio omertoso provinciale che ha caratterizzato la vicenda "Teatro Due", anche a me sono sembrati agenti normalizzatori della violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che anziché di conclamati atti di violenza stiamo forse parlando di relazioni sentimentali.

Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive.
Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoci della sola difesa del "potente" senza apportare alcun dubbio.
Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.

Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?
Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro?

Come ha sottolineato il sociologo parmigiano Marco Deriu, coordinatore dell'Associazione "Maschi che si immischiano", in numerosi articoli e in una recente intervista a Francesco Dradi per il sito internet Parmaparallela (si veda: https://parmaparallela.it/occorre-uno-scatto-di-coraggio/ ) occorre uno scatto di coraggio: nelle persone, nei cittadini e nelle cittadine, ma anche nel contesto sociale, civico, istituzionale.
Nella comunità.

Non dimentichiamo poi i rischi connessi con il c.d. DDL Bongiorno.

Come spiega benissimo Deriu: "parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. 
È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna - conclude il sociologo parmigiano - che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio."

Non dimentichiamo, a Parma come ovunque, che se assecondiamo non solo la norma, ma la "cultura" sottesa al Ddl Bongiorno rischiamo di rafforzare contro le vittime, gravissime forme di vittimizzazione secondaria, perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce.

I toni liquidanti dell'Avvocato di Walter Le Moli (immagino con pieno consenso del suo assistito) e del quotidiano di proprietà degli industriali parmensi, mi hanno fatto tornare indietro di più di 120 anni e venire in mente l'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.

Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.

Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.
Tutte queste iscrizioni furono respinte. Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".

In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".

Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi.

Parma, non solo per il Teatro Due, ma anche per altre vicende avvenuta in questi anni e che descrivono un contesto omertoso, complice, sempre pronto alla vittimizzazione secondaria delle donne che hanno coraggio, ci fa tornare indietro, almeno di dodici decenni.

E dire che, proprio da una giovane e valente regista e autrice parmigiana, pur nata in Germania, venti anni fa è stato scritto per Rai Cinema il documentario "Antigone e l'Impero" dove, a partire dall'Antigone di Sofocle, i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono, come consuetudine, due tesi politiche e filosofiche opposte.
Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".


Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze, ma noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire".

Perchè dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.
Che, come ha affermato Gino Cecchettin, non sono mai generativi di dominio e violenza (anche in ipotetiche relazioni, persino coniugali), ma un sogno vissuto insieme. 
L'Amore, infatti, "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro.

Il potere, il patriarcato, il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. Mai più. Nemmeno a mezzo stampa.

Francesco Lauria
Associazione Sognare da Svegli

lunedì 16 marzo 2026

STEFANIA, GIOVANNI E PAUL RICOEUR: IDENTITA' FRAGILI E RISPETTO DELL'ALTRO/A (NON SOLO PRIMARIE...)

Ho riflettuto a lungo su quanto avvenuto ieri rispetto, apparentemente, a un tema capzioso e locale: le regole delle primarie del c.d. "campo largo" in programma per il prossimo 12 aprile, a Pistoia.

Se la "gente" si interessa poco della legge elettorale (anche perchè, sempre di più, tra listini bloccati, annientamento delle preferenze, partiti non democratici e, spesso, personali, soglie di sbarramento inique, fagocitamento del potere legislativo da parte di quello esecutivo, è facile disamorarsene) figuriamoci se può appassionarsi a regolamenti pattizi di un campo sempre più litigioso e, almeno a Pistoia, almeno negli ultimi nove anni, popolarmente ristretto ed elettoralmente perdente.

In realtà ieri ho visto il filo della mia vita recente degli ultimi dieci mesi, dipanarsi chiaramente: ho, infatti, coordinato anche un dibattito online sulle regole della rappresentanza sindacale e sulla democrazia nei luoghi di lavoro.

Rigenerare Democrazia, a partire dai corpi intermedi, con una visione circolare della sussidiarietà e un'attenzione particolare al futuro, forzatamente di minoranza, delle giovani generazioni, non è un esercizio teorico e, nemmeno, una riorganizzazione del potere: rappresenta una opportuna re-distribuzione del potere.

Ho già spiegato, ampiamente e nel merito, perchè escludere giovani e immigrati dalle primarie di un campo che si presumerebbe inclusivo (si chiama: "largo"...) sia stato un errore profondo: ( https://www.reportpistoia.com/le-primarie-ristrette-del-12-aprile-rischiano-di-rappresentare-unoccasione-persa-a-partire-dai-giovani/ ) e ho anche lanciato un conseguente appello ai due contendenti: Stefania Nesi (lei lo ha raccolto ieri sera) e Giovanni Capecchi (per ora non pervenuto), per cambiare una decisione sbagliata. (https://www.reportpistoia.com/raccolta-di-firme-per-il-voto-di-sedicenni-e-immigrati-alla-primarie/ )

Mi sono impegnato in prima persona, mettendoci la faccia, perchè ritengo che "cambiare" il potere e distribuirlo significa, innanzitutto, ricostruire fiducia e giustizia e inclusione, il tutto da una serie articolata di punti di vista: da quello generazionale, a quello ecologico, da quello relazionale, a quello interculturale, e così via...

Ieri il quotidiano Avvenire ha pubblicato  ampi stralci di un discorso inedito in Italia del filosofo francese Paul Ricœur dal titolo: “Una fragile identità e il rispetto dell’altro”.

Fu pronunciato a Praga nell’ottobre del 2000 al congresso della Federazione internazionale dell’Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura. 

La questione dell’identità abbinata a quella del riconoscimento dell’altro ci pone, secondo il grande filosofo francese - di fronte a una grande perplessità che si esprime in forma interrogativa: chi siamo? 

Chi siamo, diremmo noi a Pistoia, "popolo" del centrosinstra, da nove anni all'opposizione in questa città, ma anche cittadini e cittadine in generale? 

Qual è la nostra identità presente? Quale la nostra memoria? Quale il nostro desiderio e progetto di futuro?

"Più seriamente - continua Ricoeur - ci troviamo a confrontarci in maniera diretta con il carattere presunto, addotto, preteso delle rivendicazioni di identità. Tale presunzione si annida nelle risposte tese a mascherare l’ansia della domanda. 

Alla domanda chi? – Chi sono io? – opponiamo risposte su che cosa. 

Del tipo: ecco cosa siamo, noi altri. Siamo questi, così e non altrimenti. La fragilità dell’identità si mostra - conclude Paul Ricoeur - nella fragilità di queste risposte su “cosa?” che pretendono di dare la ricetta dell’identità stessa (...)".

Quindi il tema, prima che sulle regole, verte sull'identità del chi siamo.

Un chi siamo, ovviamente, non immobile nel divenire del tempo, sia esso considerato in forma lineare, il kronos, che in forma circolare, il kairos.

Tralasciando, per brevità, molte riflessioni interessanti di Ricoeur, ma rimando qui per la lettura integrale (https://short.do/zJ59MM ) ciò che mi interessa riportare e proporre è la riflessione del filosofo sul rapporto tra identità e fragilità, cui lui aggiunge, opportunamente, appunto, la dimensione del tempo.

Afferma: "Come prima causa della fragilità dell’identità bisogna citare il suo difficile rapporto con il tempo: difficoltà primaria che giustifica il ricorso alla memoria in quanto componente temporale dell’identità, congiuntamente con la valutazione del presente e la proiezione del futuro. 

Ebbene, il rapporto con il tempo fa difficoltà a motivo del carattere equivoco del concetto dello stesso, implicito in quello dell’identità. Che cosa significa restare gli stessi attraverso il tempo?"

E', a mio parere, una domanda difficile, articolata e bellissima.

Ricoeur, semplifico, si oppone alla "rigidità inflessibile di un carattere", di cui ci da proprio l'immagine metaforica della tipogragia e del tema. 

E' proprio quello che è avvenuto plasticamente a Pistoia con le regole delle primarie (e su molto altro...) dell'"altro avvertito come una minaccia".

Non stiamo, aggiungo, parlando dell'avversario, magari del "nemico", del naturale competitore: no, stiamo parlando del fratello, della sorella, di chi ci sta accanto, di chi sogna un cambiamento insieme a noi.

Continua il pensatore: "La nostra identità dev’essere dunque fragile al punto da non poter sopportare, non poter tollerare, che altri abbiano modi diversi da noi di condurre la loro vita, di comprendersi, d’iscrivere la propria identità nella trama del vivere insieme?"

Ricoeur continua magistralmente: "Hannah Arendt afferma da qualche parte che il racconto dice il “chi” dell’azione. Ebbene, il racconto contribuisce facilmente all’avvitamento dell’identità di una memoria su se stessa; i miei ricordi non sono i vostri; se necessario, escludono i vostri. 

A complicare le cose, alla sensazione di minaccia risultante da un’alterità mal tollerata si aggiunge la relazione di invidia che non è meno di ostacolo al riconoscimento dell’altro; l’invidia, dice un dizionario, consiste in un sentimento di tristezza, irritazione e odio verso chi possiede un bene che non abbiamo. L’invidia rende intollerabile la felicità degli altri. 

Alla difficoltà di condividere l’infelicità si aggiunge il rifiuto di condividere la felicità."

Ricoeur continua e compie una riflessione molto anticipatrice sul rapporto tra fragilità e totalitarismi, ma, per fortuna, questo, almeno per ora, non riguarda Pistoia.

Come mi ha insegnato, indelebilmente, con l'esempio, non con le sole parole, una giovane sindacalista: la ferita dell'altro/a, peraltro non si racconta, non si cuce, non si cancella per procura.

La ferita dell'altro/a, invece, si deve prima vedere e poi, soprattutto, lentamente, si ascolta. 

Con rispetto infinito e solo dopo un opportuno silenzio, questa ferita la si può provare a trasformare insieme, ad attraversare insieme.

Come ci insegna, ad esempio, la giustizia riparativa, ma senza mai rinunciare alla giustizia, senza mai, quando ci sono, confondere vittima e colpevole.

Insomma: non si tratta di cambiare una regola tecnica: si tratta, di ricominciare, a Pistoia, a vedere l'altro, nella sua ferita, ma anche nelle sue aspirazioni, nei suoi talenti, ascoltarlo, chiedersi cosa pensa, come vive, cosa sogna, perchè soffre, cosa possiamo fare insieme, come possiamo essere insieme.

Tutto ciò soprattutto se parliamo di adolescenti e giovani, soprattutto se parliamo di immigrati residenti (e io non mi fermo, sinceramente, a quelli provenienti da paesi interni all'Unione Europea, lo dico anche a Stefania Nesi).

Sta qui la scommessa dell'inclusione e di quella che Alexander Langer chiamava: "La scelta della convivenza".

Da qui, dallo spalancare porte e finestre, dal costruire percorsi e orizzonti di fiducia, sta la strada, stretta, per carità, di sognare una città e un territorio se non felici, incamminati verso il desiderio e il diritto alla felicità.

Francesco Lauria

Associazione Sognare da Svegli

PISTOIA 12 APRILE 2026: APPELLO PER IL VOTO ALLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA A SEDICENNI E IMMIGRATI RESIDENTI (COMUNITARI E NON...)



Alcuni manifesti di + Europa ed Europa Verde (aderente ad Avs) dalla Campagna Voto 16 e una trasmissione su primarie Pd e voto a sedicenni ed immigrati.

Il 12 aprile 2026, in tutto il Comune di Pistoia, gli elettori/le elettrici del centrosinistra ("campo largo") saranno chiamate/e a scegliere, con elezioni primarie, chi, tra GIOVANNI CAPECCHI e STEFANIA NESI, sarà il candidato o la candidata della coalizione progressista alle elezioni amministrative comunali di Maggio.

Siamo assolutamente contrari alla decisione di escludere dagli elettori/dalle elettrici i/le sedicenni e gli/le immigrati/e residenti nel Comune.

Ci appelliamo, quindi, a Giovanni Capecchi e a Stefania Nesi e a tutte le forze promotrici delle primarie, affinchè questa decisione, sbagliata e del tutto incoerente con i programmi e le prassi precedenti del centrosinistra, in particolare in Toscana, sia urgentemente e completamente modificata.

FIRMA L'APPELLO!

sabato 14 marzo 2026

L'ANGELO DEL FOCOLARE. NELLA NOTTE A PISTOIA. E' "VIETATO MORIRE"!

Dedicato alle donne che,
dopo essere state gettate violentemente a terra
da chi fingeva di amarle,
si sono rialzate, più e più volte,
con coraggio.
Dedicato a chi non ce l'ha fatta
e ha attraversato, con il proprio sangue,
 le nostre vite distratte.
Dedicato a chi non si volta da un'altra parte,
a chi si immischia.
Senza, per questo, sentirsi un eroe-salvatore.
Ogni notte possiamo, insieme,
cambiare il finale.
VIETATO MORIRE.

Due ciabatte, spaiate, sul palco.

Silenzio.

Qualcosa è già accaduto, accade e accadrà. Se stiamo attenti, lo possiamo intuire.

Lei appare vestita di chiaro sulla scena, il sangue sulla fronte, quasi come se non se ne accorgesse, cicatrice radicata.

Lei, l’Angelo del focolare, è inseguita da una sagoma nera, che, in pugliese strettissimo, la insulta in un vortice di parole.

È ’ l’anziana madre di lui.

Suona, infinita e molesta, una sveglia, finchè lei, la moglie, madre, nuora, non la ferma con le mani.

E mentre cerca, con grande fatica, di far alzare dal letto il pigro e fragile figlio, spunta lui.

Seminudo, barba incolta, scansa la moglie come un rifiuto. Le piscia praticamente in faccia.

Rutto. Caffè.

Il figlio, ora che c’è il padre, obbedisce, si alza, sembra quasi fuggire dalla scena.

C’è la casa da sistemare, ci sono i panni da stirare, una colazione da preparare ai maschi.

Lui, il padre, marito, non lavora, chiede venti euro alla madre, ruba gli spiccioli.

Non ci sono chiaroscuri sul palco, almeno nella coppia.

Ci sono, però, i ricordi.

Un vestito colorato, delle scarpe da ballo luccicanti. Lei, la pizzica, la musica, fugace felicità.

Tanto tempo fa, Una luna turchese, un mazzo di sogni, una giovane ragazza, una notte blu.

Una notte che cambia la vita, un matrimonio non voluto, un figlio amatissimo che non sa però chi è o, forse, non sa essere chi deve essere. E’già stato scelto tutto per lui.

“Sai cantare figlio mio, canta!” “Ma, ma a cosa serve cantare?”

All’improvviso, il ragazzo dimentica le cavernicole lezioni di seduzione del padre e indossa, come in una magia, prima le ballerine luccicanti e poi il vestito colorato di tanti anni prima, infine una coroncina d’argento.

E balla e canta, con la madre, persino con la nonna. Le parole e le note sono bellissime, vere e, finalmente, sincere.

Poi torna lui.

Il ragazzo piange e fugge.

Si sveste, torna nel letto. Scompare.

Lui gli urla addosso: “Tua madre, una sola cosa voleva da me. Diventare femmina!”

Risuonano le antiche parole di lui: “Lo so che ti piace, lo so che lo vuoi!”.

Campagna, stupro. Fine dei ricordi. Fine dei sogni.

Ora, oggi, ci sono di nuovo solo loro due sul palco della vita. Lui e lei.

“Tu non sei nulla! Tu hai rovinato nostro figlio!” Tu non sai fare un cazzo, tu non sei un cazzo. Senza di me, una nullità!” “Tu devi solo sparire!”

Un primo schiaffo, poi un altro e poi un altro ancora.

Lei cade, si rialza, prova, invano, a fuggire, reagire.

Sul tavolo il ferro da stiro e il pigiama bianco di lui, già piegato.

Un filo che la soffoca, lei reagisce di nuovo, lo morde, scappa ancora, gli urla e ci urla addosso.

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

Nessuno la ascolta.

Il ferro, da sempre nelle mani di lei, è ora nelle mani di lui.

Cazzo e muscoli, dice.

Una volta, due volte, tre volte, infinite volte.

Ecco perché.

La tempia è rossa, da sempre e forse per sempre. Rossa di sangue.

Il suono è sordo, pesante. Si ripete e, in un attimo, il teatro Manzoni rabbrividisce, sobbalza insieme a lei.

L’angelo del focolare che, ogni mattina, si alza e sveglia gli altri, sistema la casa, pulisce piegata i pavimenti, ascolta gli insulti, prepara il caffè, il latte caldo.

E muore, ogni mattina, ogni giorno, ogni notte. Una danza macabra. Poi si rialza.

Davanti a lui. Davanti a noi.

Ma noi, noi dove siamo? Dove cazzo siamo?

Surreale ci risponde la musica, Branduardi.

Siamo alla “Fiera dell’Est”.

Arriva anche l’Angelo della morte, in un ballo grottesco che coinvolge tutti e quattro, ora tutti bianchi, come fantasmi danzanti.

Smarrimento.

Silenzio.

Le luci si riaccendono.

L’applauso è forte, lunghissimo, lacerato. Lacerante.

Esco, cammino, fatico a respirare.

Le luci e i ragazzi e le ragazze del sabato sera pistoiese sembrano circondarmi.

Proseguo, cammino, oltrepasso volutamente la mia macchina, trovo un po’ di notte, un po’ di silenzio, finalmente un po’ di buio.

Non ci sono stelle a Pistoia, questa notte. Sembrano non esserci né parole, né note.

Eppure, piano piano, io ascolto e continuo a camminare.

Ora riesco a comprendere le parole:

“Ricordo quegli occhi pieni di vita

E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia.

Ricordo la notte con poche luci

Ma almeno là fuori non c’erano i lupi (…)

E la fatica che hai dovuto fare

Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore.

Hai smesso di sognare per farmi sognare

Le tue parole sono adesso una canzone

Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai,

E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai

Figlio mio ricorda

L’uomo che tu diventerai

Non sarà mai più grande dell’amore che dai…”

Nel video di questa canzone, Vietato Morire,

Ermal Meta inizia a camminare da solo, in bianco e nero.

Ha occhi pesti, è graffiato di sangue.

Piano piano il grigio si trasforma in colore.

La solitudine, in moltitudine.

Le stelle cambiano.

I finali cambiano. Possono cambiare.

Possiamo, insieme, cambiarli.

“Una ferita si chiude. E dentro non si vede.”

Non è tardi Angelo. Per ricominciare.

Non è tardi per disobbedire.

Perché… “E’ Vietato Morire!”.


Ma anche perché l’Amore non è dominio/possesso dell’altro/a.

L’Amore, quello vero, lo ha sussurrato, proprio a Sanremo quest’anno, Gino Cecchettin:

“L’Amore, Libera la Vita!”.

E può fare la differenza.

Cambiare i finali, scovare i sogni.

Far tornare le stelle, la pizzica.

E la musica.

https://www.youtube.com/watch?v=4WMejmcT9ZY

Francesco Lauria