sabato 13 giugno 2026

TRA GIUNTE E QUERELE. STORICHE ASSOCIAZIONI E NUOVI COLLATERALISMI. BARELLE INOPPORTUNE E RICERCA OSTINATA DI ARCOBALENI.

Mi ha davvero molto colpito la reazione rabbiosa e minacciosa di parti della Giunta Capecchi o meglio, soprattutto di parte della maggioranza (in senso ampio) che la sostiene (da cui si sono appena sfilati i Cinque Stelle, un po' malconci, per la verità, dopo la loro batosta elettorale).

Per davvero un nonnulla o una innocente battuta, figure del centrosinistra pistoiese, in maggioranza moderate, sono state insultate sui social e anche minacciate pubblicamente di querela, insieme alla libera stampa.

L'alzata indignata di scudi, in particolare verso alcuni articoli, e, addirittura, alcuni specifici giornalisti, sostanzialmente additati come traditori e prezzolati, o, infine, contro alcune testate locali, sempre in bilico tra conti e definitiva transizione digitale, mi ha, sinceramente, lasciato completamente basito.

C'è una grande confusione sotto il cielo: ad esempio, si confondono, a mio parere volutamente o, comunque, stupidamente, gli inaccettabili attacchi sessisti e omofobi nei confronti della neo assessora Elena Silimberghi, con critiche accettabilissime, rivolte anche a lei (ad esempio rispetto all'essere stata già assessora, e quindi in contraddizione con alcuni veti di Capecchi, ad es. Tina Nuti o all'essere subentrata davvero all'ultimo, dopo essersi impegnata politicamente probabilmente più nella Val di Nievole che non nel comune di Pistoia).

E' chiaro che c'è una differenza?

Scrive in maniera molto, molto aggressiva e, secondo me, non consona al suo ruolo la Presidente Provinciale dell'Arci Silvia Bini:

"Questa nuova era pistoiese dà proprio fastidio evidentemente.
Dall’elezione del sindaco si sono mosse profonde ondate di bile. Tentando di sminuire, svilire e ridicolizzare non le scelte politiche ma le persone. Gli attacchi indecenti e brutali all’assessore Sinimberghi, l’insinuare continuo di aver poca esperienza, di aver poca formazione ad altri. Fino ad arrivare allo squallido articolo di stamani sul Tirreno, fra l’altro impreciso, sgrammaticato nei contenuti, becero e populista. La giunta precedente si aumenta lo stipendio e gli avidi che hanno vinto la lotteria sono quelli che arrivano dopo.
Io inizierei la stagione delle querele."

E' interessante, ad esempio, come farebbe il buon Prof. Capecchi, analizzare il lessico della Bini.
La nuova Giunta e il ritorno del centrosinistra al potere viene definito: "una nuova era", per fortuna con la minuscola.
Via quindi i mostri precedenti, arriva il centrosinistra a fare pulizia, senza rendersi conto che si utilizza un lessico sostanzialmente fascista ("Era fascista" era il modo di Mussolini, sinceramente ridicolo, megalomane e anche un po' blasfemo, di affiancarsi al calendario cristiano).

"Dall'elezione del sindaco si sono mosse profonde ondate di bile" continua la Bini.
In realtà, a me pare, sono semplicemente venuti al pettine i nodi politici e programmatici che, dichiaratamente, Giovanni Capecchi non ha voluto e/o non è stato in grado di dirimere in campagna elettorale.
E ciò si è visto plasticamente con il grado di conflittualità nella creazione e nella comunicazione della nuova Giunta, il tutto al di là del giorno in più o in meno di preparazione, quello non è rilevante.

Prosegue, sinceramente in maniera esemplare Silvia Bini, ripeto, Presidente Provinciale Arci, spesso auto-osannatrice di se stessa (le gestioni precedenti vengono infatti ridicolizzate e attaccate pubblicamente senza problemi):
"L’insinuare continuo di aver poca esperienza, di aver poca formazione ad altri."

Qui siamo alla lectio magistralis dell'arroganza:
Il Tirreno, ma molti altri tra cui io, abbiamo sottolineato la non amplissima esperienza, in particolare, del neo Assessore al Bilancio e tante altre cose Mattia Nesti. Qualcuno, anche io, ma non solo io, ha anche affermato che tenere la contabilità all'Arci (con tutto il rispetto perchè è una grande associazione) non è proprio la stessa cosa che tenere in equilibrio il bilancio di una città media come Pistoia.
Anche di Matteo Giusti, si è sottolineato un certo profilo un po' "Bottegone centrico", quasi da sindacalista di luogo o di quartiere, peraltro evidentissimo nei contenuti iperlocali della sua personale campagna elettorale.


Sono critiche/osservazioni, anche un po' banali, scontate, che si possono condividere oppure no.

Si può pensare che Nesti non sia un funzionario di partito e di associazione un po' grigio, ma una sorta di, ancora per poco incompreso, novello Premio Nobel dell'Economia (quelli della Pace e della Letteratura, li lasciamo a Giovanni Capecchi...) e che Giusti, al contrario di quanto scritto, sia una specie di novello Garibaldi, eroe dei due Mondi che, insieme, risolleverà le periferie di Pistoia, ma anche quelle dell'America Latina.
Ma anche no.

Si arriva poi all'apoteosi, al climax incazzosissimo e, a mio parere, colmo sì di bile della Bini:
"Fino ad arrivare allo squallido articolo di stamani sul Tirreno, fra l’altro impreciso, sgrammaticato nei contenuti, becero e populista"

Al di là che le ho corretto io qui i refusi su cui è inciampata su Facebook, mi chiedo, può una Presidente dell'Arci, peraltro non coinvolta direttamente e come una fiancheggiatrice qualsiasi, rivolgersi così al secondo giornale della città?

E' noto a tutti che, legittimamente, la Nazione, giornale principale, contrariamente alla sua linea regionale e nazionale, stia sostenendo a spada trattissima Capecchi e Trallori fin dalle primarie e che ci sono anche alcuni, palesi (immagino gestiti) conflitti di interessi in redazione. Anche Tvl, sinceramente, pur nell'equilibrio formale (anche se davvero ripetitivo) degli ospiti, sembra, specialmente con alcuni suoi conduttori, una specie di TeleCapecchi/TeleBiancalani.

Quindi se si hanno una stampa/media super amici, amicissimi, direi, bisogna pretendere che anche il Tirreno o, che ne so, Report non critichino mai la "nuova era pistoiese"?
Proprio perchè così epocale, non andrà, invece, cara Silvia Bini studiata a fondo?

Ma non è finita e qui, se fossi in Alessandro Tomasi e in tutti gli assessori della giunta precedente, non avrei remore a querelare io Silvia Bini che continua così nel suo post, in cui utilizza peraltro come immagine l'icona di un povero gorilla, specie in via di estinzione:
"La giunta precedente si aumenta lo stipendio e gli avidi che hanno vinto la lotteria sono quelli che arrivano dopo".

E' noto anche ai bambini che la giunta Tomasi non si è aumentata da sola proprio nulla.
E' stato il governo nazionale (sempre di centrodestra, per carità) a riparametrare Pistoia e altre città simili, ad un livello superiore, facendo scattare degli aumenti, graduali, che sono andati a regime completamente nel 2024.
Tomasi, da un punto di vista legislativo, ovviamente, non c'entra nulla, cara Bini, almeno direttamente e, secondo me, tu, che non sei nata ieri, lo sai anche.

Infine è normale, normalissimo come fa il Tirreno affermare che non tutti gli assessori, ma certamente i due provenienti dall'Arci "compagni di scrivania" abbiano fatto un notevole salto retributivo in meglio con i loro due nuovi incarichi.
E' illegittimo? E' amorale? Ovviamente no. Ma è vero.

Ci sarebbe poi la questione della promessa elettorale di Giovanni Capecchi di ridursi, da sindaco, l'indennità di stipendio, promessa subito messa in ombra e che dal destino e dai confini incerti.

Conclude la sua apoteosi Silvia Bini:
"Io inizierei la stagione delle querele."
Siamo addirittura alle minacce per interposta persona.
Ai consigli pubblici di attacco alla libera stampa e alle singole persone.
All'individuazione dei bersagli.

Passando le ore Bini ha attaccato altri, tra cui il sottoscritto, reo di averle spiegato meglio, con pacatezza e rispetto, le remore su Giusti e Nesti e i possibili, lapalissiani, magari anche involontari, conflitti di interesse, specialmente nelle deleghe di quest'ultimo, con l'impegno, radicato e radicale, che, sempre secondo Bini, ha sempre portato avanti nell'Arci provinciale.

Ho fatto alcuni esempi non positivi, ma non automatici, come Parma alla fine degli anni Novanta, dove lo strapotere comunale dell'Arci durante l'ultima giunta di centrosinistra, contribuì a oltre venti anni (venti) di opposizione perpetua.
Mi aspettavo una risposta, anche dura, nel merito.

E, invece, nuova urla di lesa maestà, minacce di querele e, addirittura, il pensiero, invero un po' paranoico, ma non isolato nella sinistra pistoiese, che il mio commento potesse venire cancellato (e via di screen shot etc...)

Sono metodi non trasparenti, cara Bini (Silvia), che, magari, vengono usati nel centrosinistra di Pistoia o, almeno in alcune sue parti, ma che non mi appartengono.

Lo ribadisco: l'Arci è una grande, storica associazione cui, come le Acli, sono orgogliosamente iscritto.

E' parte della democrazia e della sussidiarietà buona del nostro Paese.


Figure come il "lampadiere" storico Presidente Tom Benetollo, di cui, in questo tempo di guerra, sentiamo tutti e tutte la mancanza, ma penso anche a Raffaella Bolini, e al suo impegno che ho incrociato mille e mille volte nei social forum europei e mondiali, sono figure importantissime da cui i giovani anche di altre estrazioni politico-culturali possono e devono prendere esempio.

Rispetto alla mia Emilia, poi, dove il sistema delle case del Popolo è crollato circa trenta anni fa, ho sempre visto con ammirazione come, soprattutto a Pistoia, l'Arci abbia saputo resistere, innovare, coinvolgere, tutelare spazi di socialità nelle periferie come nei centri storici.

Questo non vuol dire che l'Arci e i suoi uomini e donne siano infallibili e Silvia Bini lo ammette ogni volta che interviene, anche perchè più o meno ogni volta attacca a testa bassa le gestioni dell'Arci di Pistoia precedenti alla sua (e la precedente più di tutte).

Non vado oltre, ma mi concedo una postilla a destra, così la gente ignorante e/o in malafede, smette, magari, di darmi del venduto, del traditore e del rancoroso/livoroso.

Mi ha colpito, in negativo, anche un recente comunicato dell'Mcl di Pistoia in cui rivendicava il proprio sostegno mirato e totale ad alcuni specifici candidati di centrodestra alle ultime elezioni amministrative.
E' noto che l'Mcl nasce all'inizio degli anni Settanta da una scissione a destra della Acli, promossa soprattutto da settori, diciamo non progressisti, della Democrazia Cristiana e che in Toscana, soprattutto in alcune province (Pistoia, Arezzo, Grosseto, Firenze stessa) ha un suo radicamento storico, direi concorrenziale alle stesse Acli.
Ma l'Mcl, certo espressione di quell'area, come l'Arci lo è del centrosinistra, non sempre è stato così nettamente, spudoratamente schierato a destra. E l'Mcl esprime, da pochi mesi peraltro, tramite il suo Presidente nazionale anche il portavoce del Forum del Terzo Settore.
Un po' troppo schierati, mi pare.

Io vedo un rischio: fatte salve le appartenenze culturali e, direi, anche ideali e politiche: siamo forse ai primi anni Cinquanta di Peppone e Don Camillo?
Siamo alla gara quasi scellerata tra parrocchia e casa del Popolo a Bottegone, per chi finiva prima di costruire nel 1955?
Devono venire Togliatti e Rumor a inaugurare i locali?

Ai tempi nostri bisogna accontentarsi, al massimo, di Fratoianni e di Gasparri.

Insomma NON pieghiamo, anche indirettamente, cara Silvia Bini, anche disinteressatamente, un associazionismo che è parte fondante del nostro Paese a logiche antiche che, settanta anni fa, avevano un senso, ma oggi lo hanno molto meno.

Ricorre quest'anno il centenario di Luciano Tavazza, padre del volontariato politico italiano e di importanti leggi di regolazione del volontariato stesso e del terzo settore, ben più ispirate delle ultime...
Faccio, immeritatamente parte, del Comitato Nazionale per il centenario e ho imparato questa frase di Tavazza che non mi esce più dalla mente:
"Noi, non siamo e non possiamo essere semplicemente i barellieri dello Stato".
La ripeto: "Noi non siamo i barellieri dello Stato".

Non siamo, uso il plurale, vale per l'Arci, per le Acli, per Legambiente, per l'Mcl, etc. non siamo i barellieri di una politica e, soprattutto di partiti che hanno inesorabilmente perso radicamento, partecipazione, capacità di inclusione, visione ideale.

Scriveva ancora Luciano Tavazza, pensando al volontariato organizzato:
"Noi siamo, invece, cercatori ostinati di arcobaleni".

Ecco, cara Silvia, cari/e amici e amiche dell'Mcl di Pistoia:
Invece che cercatori di querele, questa domenica fermiamoci, un attimo, di fronte all'arcobaleno.
L'arcobaleno della Pace e della Solidarietà.

Parole antiche dal pensiero nuovo che non sono proprietà di nessuno/a.
Che è bene sventolino e sorvolino nei e sui luoghi delle istituzioni, ma che sono anche un simbolo di cui ognuno di noi porta, ogni giorno e allo stesso tempo, il sogno e la responsabilità.

Francesco Lauria

venerdì 12 giugno 2026

SCIOPERO E LAVORO, SAPERE E' LIBERTA'. A FIRENZE E A MILANO CONTRO LA REPRESSIONE DEI DIRITTI E I LICENZIAMENTI ANTISINDACALI (ANCHE DEL SINDACATO...)

Ieri questa bella immagine di una giovane sindacalista e militante della Cub mi ha molto colpito nel suo contesto, ci trovavamo durante il primo, riuscitissimi, sciopero generale delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura, dopo cinquanta anni.

Come scrive la Cub Milano: "contro gli appalti selvaggi, i salari poveri, la precarietà..."

Nel capoluogo lombardo il presidio, con i suoi cori, con i suoi striscioni, con la sua rivolta, è entrato in corteo dentro il palazzo dell'arte della Triennale.

Sapere e lavoro, cultura e lotta, come nella grande stagione delle 150 ore per il diritto allo studio che ottennero, contrattualmente, una nuova e rivoluzionaria idee di sapere, di cultura, di revisione radicale dei meccanismi autoritari di trasmissione del sapere stesso.

Pane e rose, poesia e prosa, aspirazioni e bisogni concreti, desideri e concretezza: dall'ottenimento di un titolo di studio, all'assalto al cielo.
Dalle scuole elementari, alle medie, alle superiori, fino all'Università.
Discutendo di organizzazione del lavoro, ma anche di tempi di vita, di orizzonti di genere e salute e sicurezza fuori e dentro la fabbrica, di compiti a casa dei figli e di trasformazione radicale della società.
Tutto INSIEME.
Perchè un operaio, o un'operaia possono anche sognare di imparare a suonare il clavicembalo, e non c'è niente di male, niente di strano.

Questo è stato il movimento delle 150 ore del 1973, cui ho dedicato, credo, il più importante dei miei libri, fino al suo declino negli anni Ottanta, in cui si è trasformato da conquista operaia, in qualcosa di diverso, un diritto di cittadinanza, che la società sempre più frammentata e un sindacato sempre meno attento alla progettualità, si sono lasciati sfuggire di mano (e di testa) con le sue inevitabili trasformazioni nella postmodernità e nella società del riflusso.


Ma il 1973 è anche l'anno del nuovo processo del lavoro: inversione della prova, spese eque di giustizia, celerità nelle procedure: tutele speciali per colmare la grande asimmetria di potere tra lavoratori e padroni, tra chi licenzia, magari arbitrariamente, magari ritorsivamente, magari discriminatoriamente, e chi vede la propria vita sconvolta, spesso nella solitudine dell'essere fragile, debole, solo.

Se gli avvocati della potente Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, promossa unitariamente da Cgil Cisl e Uil a un certo punto, negli anni Settanta, decisero di mettere sotto accusa addirittura il Presidente Usa Nixon per temi inerenti il lavoro e la base di Bagnoli, e qualche eccesso forse ci fu, ciò che conta è preservare questa specificità del diritto del lavoro: che non è un diritto tra pari che stipulano contratti commerciali, è il diritto che regola i rapporti tra una parte debole, individuale o associata e una parte forte, spesso prepotente, spesso preponderante, certamente più sempre più ricca.

Oggi, per questo, dal mattino fino a sera saremo a Firenze. Prima per un convegno e poi per un presidio.
Contro la repressione al lavoro, contro l'attacco ai diritti sindacali, contro il licenziamento, operato dalla Tim, di Simone Vivoli, della segreteria nazionale della Flmu Cub, per ragioni risibili e fantasiose, volte solo alla frantumazione dei diritti, individuali e collettivi.


Appuntamento, dalla ore 10, a Firenze, in Piazza della Stazione 4/a (Sala Infopoint Comune di Firenze). Ci sarà anche Delio Fantasia, licenziato da Stellantis. Alle 15 il microfono sarò aperto a tutte e a tutti.

Ma il pensiero, soprattutto il mio, non può non andare a Milano.
Alla Fisascat Cisl di Milano e ad Alessandro Ingrosso, sindacalista Cisl da oltre trent'anni, messo alla porta violentemente da quella che, decenni e decenni fa, era la confederazione più plurale e democratica d'Europa e che accoglieva sindacalisti e dirigenti che andavano da Democrazia Proletaria alla Democrazia Cristiana.

Oggi non è più così.
Il 21 ottobre prossimo, sempre a Firenze, ci sarà la prima udienza del mio infame, illegittimo, illegale, discriminatorio licenziamento, dopo oltre vent'anni di impegno e passione, certo con la schiena dritta, certo salvaguardando l'autonomia da tutti, ma in primis dagli eredi del fascismo, seguendo l'esempio di Giulio Pastore che, dal Governo Tambroni, nel 1960, una volta appreso che si reggeva con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, si dimise, immediatamente.

Così come con la schiena dritta, a Milano, lo sono stati Alessandro Ingrosso e gli oltre settanta iscritti, militanti, delegati, dirigenti della Fisascat Cisl meneghina che sono stati violentemente accompagnati alla porta e che hanno provato ad occupare simbolicamente la sede della Cisl di Milano.

La loro colpa? Quello di pensare con la propria testa e di non chiudere gli occhi su quello (tanto) che non va. Quello di volere un sindacato al servizio dei lavoratori e delle lavoratrici e non dei sindacalisti.

La repressione, nel più puro stile padronale, è stata assicurata, fulminea: commissariamento, proposte tombali, demansionamenti, cancellazione dei distacchi sindacali, impossibilità, come a lungo è avvenuto anche a me a Firenze, presso il Centro Studi Nazionale della Cisl, di recuperare negli uffici, persino gli effetti personali.

Il sindacato così diventa una cosa diversa. Tradisce la sua anima, il suo esistere concreto nella società, il suo ruolo di tutela e organizzazione a partire dai più deboli.

Ma non è la prima volta che la sede della Cisl di Milano (anche se nel frattempo l'indirizzo è cambiato...), viene occupata.

Successe a Milano, nella storica sede di Via Tadino, all'inizio degli anni '90 con il brutale commissariamento della mitica Fim di Milano, guidata da Piergiorgio Tiboni.


Duecento delegati, pronti a decurtarsi lo stipendio, a perdere il posto di lavoro, il distacco sindacale, per difendere un'idea di sindacato che affondava la propria anima e il proprio agire nel vero spirito contrattualista portato avanti da Pierre Carniti, sempre a Milano trent'anni prima.

Oltre parole spesso vuote come: "concertazione", "scambio politico", "austerità".

Come si vede dall'articolo l'accusa, alla Fim di Milano (che, a dicembre 1991, diventerà Flmu Cub), non era e non fu mai di linea politica, ma di aver investito troppo in cultura, pensiero, sapere, progettualità, a partire da due grandi esperienze, come Radio Popolare e una rivista sindacale, la stupenda, Azimut.

Giorgio La Pira, indimenticabile sindaco di Firenze, molto vicino ai deboli, al sindacato e alle lotte operaie, affermava che gli uomini sono: "chiamati a costruire una città nuova intorno alla fontana antica".

Dobbiamo costruire, dal basso, un sindacato nuovo.
Uno spazio di azione e pensiero, tutela e lotta, creatività e impegno, cammino e carovana, a partire dai luoghi di lavoro, anche quelli più poveri, informali, invisibili.

Se l'impegno nelle fabbriche continua, esso non può più rappresentare da solo, da molti anni, l'ambito centrale del lavoro organizzato.

Occorre rinfrescarsi alla fontana antica, alle radici, alla memoria delle lotte.
Ma per costruire una città nuova, occorrono nuove idee, nuove parole, nuovo ascolto, ostinato coraggio.

Sulla linea Milano-Firenze, ma anche altrove noi ci siamo e ci saremo.

"Sortirne da soli è avarizia", ci ammoniva Don Lorenzo Milani, ed è anche poco efficace, "sortire insieme è politica", ma soprattutto, sindacato.

Quello vero!

Francesco Lauria

"NOI SIAMO CONFINE": UNA MATTINATA IN ASCOLTO, TRA RAMINI E BELFAST

https://www.reportpistoia.com/noi-siamo-confine-una-mattina-in-ascolto-tra-ramini-e-belfast/

Questa mattina ho visionato alcune immagini terribili di Belfast, in Irlanda del Nord, dove, dopo l’accoltellamento di un radiologo di un ospedale pubblico da parte di un rifugiato sudanese, si è scatenata per moltissime ore una terribile e violentissima caccia al migrante, con disordini estremamente estesi.

Inutile dire che la politica, fino ad Elon Musk, ha soffiato malignamente sul fuoco di un episodio, in sé molto grave, ma del tutto circoscritto.

Sapevo bene che, recandomi a Ramini, non mi sarei trovato a Belfast, ma mi è venuto in mente che un luogo apparentemente tranquillo e privo di segnali evidenti potrebbe non certo esplodere come la capitale nordirlandese, ma evolvere progressivamente verso un disagio sempre più manifesto e marcato.

Così, mentre guidavo tra i vivai, dovendo anche schivare la chiusura temporanea di Via San Pantaleo, mi chiedevo che cosa avrei trovato nella frazione, anche perché, tutte le volte che mi ero confrontato con i cittadini e i parrocchiani, esausti ed esasperati di Ramini, lo avevo fatto “all’estero”, sotto la Curia o presso il circolo Arci di Bonelle, in un incontro di campagna elettorale.

Supero una serie di aziende agricole e parcheggio l’auto dietro la chiesa parrocchiale intitolata a San Niccolò. che, pur ricostruita nel Settecento, è davvero antichissima, documentata già nel 1035, circa cento anni dopo il primo documento che cita la località di Ramini, con la donazione di una sorta di corte al Vescovo di Pistoia da parte di un conte, dall’originale nome di Teudicio.

Siamo davvero a poche curve dal comune di Serravalle Pistoiese, Ramini, prima che nel 1877 venisse creato il Comune di Pistoia, faceva non a caso parte del comune di Porta Lucchese, uno dei quattro in cui era diviso il territorio di Pistoia.

Il retro della chiesa, pur non in condizioni drammatiche, è parecchio in disordine, ci sono sacchi di rifiuti qua e là, mobili mal messi, mentre un migrante africano dorme su un materasso, avvolto nelle coperte delle logge nel cortile, di fronte all’ingresso del luogo sacro.

Provo a entrare da entrambe le porte, ma la Chiesa è sbarrata.

Non è una sorpresa, pregare in Chiesa, mi avevano detto i parrocchiani di Ramini è, oggi, assolutamente impossibile.

Ci sono alcuni ospiti che su sedie di metallo prendono il sole nel giardino sul retro, ma per il momento decido di parlare con i cittadini e non posso che entrare nella bottega locale, di fianco al circolo Arci (che apre solo la sera) e alla Chiesa di cui, scrive ufficialmente la Diocesi di Pistoia, è parroco don Massimo Biancalani.

Mi chiedo, mentre ordino a un caffè e non so resistere ad un fiammante bombolone alla crema, come approcciare l’argomento con i diversi avventori del bar-alimentari: è sempre facile, parlando di Vicofaro, Ramini, rifugiati, essere inesorabilmente etichettati.

Non ho bisogno di ulteriori riflessioni, al bancone si parla già dell’argomento.

“Non ne possiamo più, speriamo qualcuno venga a prenderli sti neri. Basta!”

La riporto così, come la ho ascoltata, senza edulcorarla, la battuta ascoltata al bar, mentre purtroppo uno schizzo della crema del bombolone si assestava preciso, preciso sulla manica della mia camicia.

Decido di ascoltare. Ma allora è vero, mi chiedo, ha ragione Biancalani, qui a Ramini sono razzisti!

La conversazione prosegue. Scopro dall’accento, ma poi anche lo verificherò, che uno dei due che dialogano non è italiano, ma è un nordafricano impiegato in un vivaio vicino.

“Io non ce l’ho con loro, prosegue l’italiano - abitante a Ramini da generazioni e generazioni - ma la situazione è insostenibile, di degrado. Non si sa mai quanti sono, le condizioni igieniche sono iperprecarie e molti di loro, non tutti, sono semplicemente abbandonati a loro stessi”.

A quel punto mi smaschero, dico che anche io sono immigrato a Pistoia e a Ramini e che mi interessa approfondire l’argomento, sono lì per quello.

Il mio interlocutore prosegue: “tra gli ospiti di Biancalani ci sono alcune persone che sono qui da anni, hanno un lavoro regolare, anche nei nostri vivai o vicino, sono ineccepibili, ci conosciamo ormai. Ma anche loro in quello schifo, mi creda, non ce la fanno più. Rimangono perché gli stipendi non permettono loro di pagarsi un affitto…!”

Su quest’ultimo aspetto, così come sull’emergenza e la pressione abitativa si dovrebbe aprire una riflessione, uno spazio di azione concreto per la politica.

Interviene una signora: “Una volta, anzi fino a pochi anni fa, venivano fino a cento bambini e bambine alla volta per il catechismo. La domenica, la bottega rimaneva aperta anche per loro. Era una festa di tutta la comunità”.

L’attività di catechesi è completamente distrutta, non esiste più.

Rimane la messa domenicale, frequentata solo da alcuni, pochissimi, volontari legati a Don Biancalani, nessun abitante del paese, tra i 2500 e oltre che vi sono insediati, vi partecipa più, soprattutto dopo che il sacerdote ha pubblicamente bollato come squadristi, razzisti e fascisti coloro che gli muovevano critiche.

Interviene un anziano: “Io non sono contro l’accoglienza, anzi. Ma non può essere indiscriminata, senza regole, senza controllo, senza sicurezza. Se Don Massimo avesse accolto, a rotazione, una decina di persone, quante ne possono accogliere gli spazi, al di là della Chiesa, noi saremmo stati subito con lui, lo avremmo aiutato, anzi ci abbiamo proprio provato, offrendo alcuni lavori regolari ai migranti. E poi, scusa, la Chiesa deve rimanere una Chiesa, non può diventare un orinatoio o giù di lì!”.

Chiedo se in paese qualcuno non la pensa come loro.

“Pochissimi, ma qualcuno al circolo Arci c’è, anche se la maggior parte di chi decide lì è di Bonelle…”"

Un'altra persona delinea il quadro con onestà: “se fino a pochi mesi fa abbiamo avuto anche paura e alcune ragazze, inseguite, sono dovute andare a denunciare i fatti in Questura a Pistoia, oggi, che da un po’ non accadono più questi episodi, riscontriamo soprattutto il degrado, una parrocchia che non è più una parrocchia e una chiesa che non è più un luogo di culto, se non per pochi adepti, quasi fossero una setta”.

“Ma – aggiungono – non è solo questione di Chiesa. Tenga presente che molte frazioni come Ramini una piazza non la hanno. Molte frazioni sono costituite solo da una strada e dai vivai. La nostra piazza, che una volta era frequentatissima, è sempre deserta, ovviamente soprattutto la sera, quando peraltro Don Biancalani non c’è quasi mai, perché a Ramini, come è noto, nemmeno ci abita”.

Chiedo qual è stato il rapporto con le istituzioni in questi anni e mi si risponde, in coro, con un sorriso amaro vicino al settore panificio della bottega.

“Istituzioni? Ma sta scherzando? Abbiamo fatto tantissime denunce, che sono state in gran parte archiviate. Don Massimo ha uno stuolo di avvocati che lo segue gratis è come andare contro una multinazionale. Di fianco alla Misericordia, utilizzando uno spazio dismesso che è davanti a tutti, con uno spudorato abuso edilizio evidente a tutti, ha aperto un altro dormitorio sempre sovraffollato, anche se più dignitoso degli altri spazi per carità. E senza che nessuno dicesse nulla. Lui a Pistoia può fare ciò che vuole e figuriamoci ora che è amico del nuovo sindaco!”

Ecco entra la politica nella conversazione. Provo a pungolare.

“Ma voi del comitato e cittadini siete di destra? In fin dei conti qui è praticamente l’unico posto in cui ha vinto Annamaria Celesti…”

La risposta si fa concitata: “Nooooo! Io non tollero, non tollero quando la politica si mette in mezzo alla vita e ai problemi delle persone, invece che risolverli. Qui non c’è destra e non c’è sinistra, c’è degrado, mancanza di controllo, sovraffollamento, dispregio delle regole. Le regole non sono di destra o di sinistra. Dovrebbero valere per tutti. Altrimenti è il Far West…”

Mentre un po’ di vento si alza e un po’ di terra, effettivamente proveniendo da un vivaio vicino ci sfiora di fronte alla bottega, come fossimo all’ultimo paese prima della ricerca dell’oro, ringrazio i miei tanti intervistati, un campione casuale e variegato.

Anche il bimbo che si mangia un dolcetto in bottega e corre tra i tavoli è biondo, ha un accento toscano, ma una madre che, invece, mi appare ucraina, o comunque dell’Est Europa, ma potrei anche sbagliarmi.

Capisco chiaramente che, al di là di qualche scivolone deprecabile, il razzismo a Ramini non c’è. Non siamo, per fortuna, a Belfast, nemmeno per sogno.

Ci sono, però, stanchezza, esasperazione, senso di ingiustizia, silenzio inopportuno, disorientamento, anche un po’ di rabbia.

Torno verso la piazza. Un ragazzo africano è da tempo seduto su una panchina, sotto il sole, con lo sguardo nel vuoto.

Mi avvicino, con cura e rispetto, gli chiedo se posso parlare con lui.

Mi fa cenno di sì. Parla italiano, anche se non bene.

“Ciao, io sono Francesco, tu di dove sei?"

Il ragazzo che avrà venti anni, non di più, mi risponde: “Senegal, ma non Dakar… T.”

Inutile dire che le mie conoscenze sulle città del Senegal si fermano alla capitale e non comprendo il nome della sua cittadina, a parte per l’iniziale.

Entriamo un po’ più in confidenza, mi accorgo che è disorientato, parla lentamente e non solo per i problemi di lingua.

Sembra sotto effetto di psicofarmaci, oppure è solamente molto triste.

“Sono Italia da prima, ma qui a Ramini da due settimane”.

Gli chiedo: “Come ti trovi?”.

“Io bene, ma tu parli con Massimo”.

Faccio finta di non capire. E gli chiedo, “come ti accolgono qua, cosa fai?”

“Parla con Massimo”.

Piano piano un muro di incomunicabilità si alza tra noi e decido di non forzare. Gli do la mano e gli faccio i miei auguri, ci scambiamo uno sguardo occhi negli occhi, ma mi arrendo. Peraltro non è giusto entrare nell’intimità di una persona che, certamente, dal Senegal a qui, ne ha probabilmente viste e vissute di ogni tipo.

Riprendo la macchina. Il migrante che dormiva fuori è ancora lì, sotto le coperte. Mi hanno spiegato che lo fa da tre anni, anche quando c’è posto dentro. È abituato a dormire fuori, tranne proprio quando non fa davvero freddo.

Noto una cosa strana. In mezzo al disordine, ai calzini e ai vestiti, ai mobiletti mezzi rotti, ai materassi sfondati per Alia, c’è su una sedia, proprio di fianco a dove lui dorme. Sopra la sedia scorgo un quadro, davvero bello che, in quel contesto, fa ancora più contrasto.

Prima di partire chiedo a quello che mi sembra una sorta di portavoce informale del paese, ma voi a Biancalani, alla politica che cosa chiedete?

“Rivogliamo la nostra parrocchia e la nostra Chiesa. Un posto sicuro e accogliente per i nostri bambini, per tutti i bambini. E poi, con un numero sostenibile di migranti, noi siamo anche pronti a ricominciare a dare una mano. Magari non tutti, perché c’è chi è davvero molto arrabbiato con il prete…

Mentre mi allontano leggo il manifesto che don Biancalani ha affisso di fronte all’ingresso, sbarrato, della chiesa di San Niccolò.

Parla di una festa.

“Domenica 14 giugno, i volontari e i sostenitori dei Centri di accoglienza di Vicofaro e di Ramini organizzano una festa per ricordare che da dieci anni nelle due parrocchie, per scelta pastorale di don Massimo Biancalani, si svolge un’iniziativa che ha segnato profondamente le coscienze, costituendo un presidio solidale e critico per una società aperta a orizzonti di senso e di autentica umanità. 

La festa vuole svolgersi nella massima apertura alla partecipazione, alla riflessione e al dialogo con la popolazione del territorio sulla linea della responsabilità condivisa verso chi cerca speranza e ha bisogno di attenzione e di cura, incontrando invece spesso solo ostilità e indifferenza, mentre la politica manca di concreta progettualità verso il fenomeno epocale dell’emigrazione”.

Sarà. Ma i dubbi, forti, rimangono.

Salgo in macchina, prima di mettere in moto penso ad una recente alba nei Paesi Baschi, quasi all’inizio del Cammino del Nord, verso Santiago.

Un golfo, le prime luci, alcune barche che tornano. E un anziano pescatore che mi dice, indicando la costa e poi il mare: “Guarda pellegrino, qui è Spagna, ma appena di là è Francia. Ma per noi baschi, è tutto un unico paese”.

Non sembrava, sinceramente un ex terrorista nazionalista dell’Eta, anzi, un semplice artigiano, un anziano pescatore di pace.

Tornato a casa, a Pistoia centro, superati mille e mille vivai, riprendo in mano un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto, è di Sharam Khosravi, iraniano uscito per Eleuthera, storica casa editrice anarchica, nel 2019, appena prima del Covid.

Il titolo ci dice tutto: “Io sono confine”. 

Un libro che parla di frontiere, ma soprattutto di coloro che le violano. Nostri fratelli e sorelle.

Ma non è quella la prospettiva. L’autore è davvero grande persona, un rifugiato che ha attraversato a piedi Afghanistan, Pakistan, India, Turchia, fino a raggiungere la sua destinazione finale, la Svezia, dove è poi divenuto docente di Antropologia presso l’Università di Stoccolma.

Sharam Khosravi ci pone, alla fine del suo incredibile racconto di vita, con urgenza, questa domanda:

“Che cosa vedremmo se il confine lo guardassimo stando dall’altra parte?”

Noi siamo confine. E non è questione di legalità o illegalità. Almeno non è il tema principale, perché qualsiasi persona è più importante di qualsiasi legge.

È una questione di una scelta condivisa nella convivenza.

Una scelta che non si costruisce con i muri, con le etichette, con gli insulti, con un senso di superiorità che porta solo a steccati più alti, stereotipi più profondi, paure sempre più percepite, ma inesorabilmente anche reali.

Quando parla troppo spesso uno solo, il dialogo non si potrà mai aprire.

E il dialogo può essere, anche a Ramini, uno straordinario strumento, una straordinaria e necessaria musica universale di Pace.

L’alternativa, speriamo per fortuna ancora abbastanza lontana, è Belfast.

Meglio di no.

Francesco Lauria

giovedì 11 giugno 2026

CHIAMATI A CAMBIARE LO SGUARDO, RIPRENDIAMO LA PAROLA. DEMOCRAZIA IN CAMMINO: 25 GIUGNO 2026, ORE 21.


Sono contento, nell'ambito del ciclo di incontri: "Democrazia in cammino - Comprendere il mutamento per ritrovare la fiducia", di ritrovare, l'amico Savino Pezzotta, già segretario generale della Cisl Presidente della Fondazione con il Sud e del Consiglio Italiano per i rifugiati e parlamentare.

ll tema che affronteremo insieme Lunedì 25 giugno alle 21, sul canale Youtube dell'Azione Cattolica di Lucca sarà: "I corpi intermedi alla prova del presente" con particolare attenzione alla rappresentanza e alla tutela nel mondo del lavoro.

E' un tema che con Savino e altri amici e amiche abbiamo affrontato insieme il 31 gennaio 2026 a Fiesole, con le Associazioni, da noi pro tempore presiedute: "Sognare da Svegli" e "Prendere Parola", in occasione del convegno nazionale intitolato: "Rigenerare Democrazia".


Ecco alcuni materiali scelti di quella bella e intensa giornata:

CHIAMATI A CAMBIARE LO SGUARDO:

Rigenerare Democrazia: Intervento di Savino Pezzotta: 

Rigenerare Democrazia: Intervento di Francesco Lauria: 

Rigenerare Democrazia: Intervento di Marco Deriu: 

Altri materiali sulla giornata del 31 gennaio e, in generale, sulla rappresentanza e la tutela del lavoro sono disponibili sul canale Youtube Il Buon Lavoro

Iscrivetevi al Canale!:

mercoledì 10 giugno 2026

DI NUOVE GIUNTE E DELLO STUPIRSI IN SILENZIO. AMARE PISTOIA, PER QUESTO, FUGGIRE.

Ieri, proprio mentre Giovanni Capecchi, con qualche fibrillazione, varava la sua Giunta, usciva un breve e davvero molto bello articolo sulla città di Pistoia.

L'occasione era l'arrivo, dall'Abetone, della celeberrima corsa Mille Miglia in città, di cui ho avuto sentore anche io nella notte, mentre un po' provato, devo ammetterlo, accompagnavo mio figlio e un suo amico in discoteca a Montecatini, superando un paio di "Balilla" e di "Topolino".

L'articolo, davvero ispirato, era stato pubblicato, cartaceo ed online, su Il Resto del Carlino, sulla pagine dei "motori", appunto, quindi fuori dalla confort zone dei media pistoiesi, una sorta di pieno riconoscimento pervenuto dalla vicina Emilia, la mia.

Il titolo: "Pistoia, la città che sa stupire in silenzio". 

Il testo, invece, è recuperabile qui: https://www.ilrestodelcarlino.it/speciali/motori/pistoia-la-citta-che-riesce-a-stupire-in-silenzio-f201fd6a

Invito chi ha a cuore questa città a leggerlo, peraltro è molto più breve dei miei prolissi scritti.

Il giornale ci propone una: "mappa di tesori nascosti, in cui è possibile toccare la bellezza".

Mentre ascoltavo i "nuovi" nomi della Giunta e dello staff di Giovanni Capecchi (e pensavo: "questa città è proprio piccola..."), stimolato dalla lettura del quotidiano bolognese, sono, di nuovo, ritornato con la mente al mio primo incontro con questa città, "la più emiliana delle città toscane", come ha spesso affermato, tra note e bicchieri di vino, l'uomo del confine appenninico: Francesco Guccini.

Era un pomeriggio di primo autunno del 2005 e iniziavo, proprio da Pistoia, la mia ricerca, in Toscana e Veneto, sull'integrazione sociolavorativa degli immigrati e la lotta alle discriminazioni, anche doppie e triple, ma a partire dai luoghi di lavoro.

Era, pur iperprecario, il mio primo impiego, incarico importante, nell'ambito di un progetto nazionale ed europeo, molto ampio che andava dalla Cisl all'Arci, dalla Cgil al mondo del terzo settore ed era guidato dall'Imed, il defunto, ma benemerito Istituto per il Mediterraneo, originariamente promosso da Cgil, Cisl e Uil.

Il partenariato di ricerca, denominato "L'Arco della legalità", raggiungeva anche istituzioni comunali di Francia e Spagna, come Digione e Girona.

In quei viaggi avrei conosciuto, fatta mia l'umanità: non dimenticherò mai, ad esempio, l'incontro con i conciatori indiani e africani di Arzignano in Veneto e un'Italia già profondissimamente trasformata, già di fronte ad una scelta: integrazione e convivenza, nuova cittadinanza o razzismo, ghetti e, in Veneto, tanta, tanta Lega, allora quella originale, delle micropatrie regionali, quella che: "ce l'aveva duro", anche se il leader Umberto Bossi era stato colpito, da circa un anno, da un grave ictus celebrale.

Tornando a Pistoia, come ho già raccontato, io andavo a visitare la Provincia, allora guidata già da un po' da Federica Fratoni, per incontrare e conoscere un fiore all'occhiello del territorio, il "Centro antidiscriminazioni".

Lo abbiamo ricordato durante la campagna elettorale, il 13 maggio scorso, presso la libreria Lo Spazio, grazie all'Associazione Sognare da Svegli e a Barbara Beneforti, una delle anime di quella, purtroppo cancellata, preziosa realtà. 

Il Centro antiscriminazioni aveva due caratteristiche importanti: era, innanzitutto una struttura pubblica, con le istituzioni che si facevano carico dei problemi e delle soluzioni, ma rappresentava anche un grande, innovativo, partecipativo strumento della sussidiarietà verticale ed orizzontale, con i comuni del territorio provinciale, a partire dal capoluogo, e con il mondo del volontariato e dell'attivismo politico per l'inclusione pienamente coinvolti e partecipi, pur nella chiarezza dei ruoli.

Aveva fatto allora scalpore il, per l'epoca davvero rivoluzionario, riconoscimento di status rifugiato di un giovane uomo albanese omosessuale, vittima, da uomo, di doppia discriminazione.

Ricordo che mi aveva colpito l'impegno positivo, di prevenzione di discriminazioni e razzismo, ad esempio, nella montagna pistoiese, possibile terra di approdo di nuova immigrazione, anche a causa dell'allora già ben avviato spopolamento di area interna.

Quel giorno, che non scorderò mai, quel giorno in cui mai avrei pensato che per, ormai quindici anni, mi sarei trasferito in questa città, Pistoia, effettivamente, seppe "stupirmi in silenzio".

Dopo gli incontri istituzionali, le interviste, etc. proprio come nell'articolo del Carlino, mi colpì: "l'eleganza geometrica del romanico pistoiese". Mi colpì, insomma, Pistoia con il suo essere una: "delle gemme più preziose ed ingiustamente timide della Toscana".

Mi persi con il naso in sù nella Cattedrale di San Zeno con la sua torre (e che tanti, anche pistoiesi credono dedicata a San Jacopo...) e incontrai, davvero in ammirato silenzio, i colori del fregio in terracotta che contraddistingue l'allora ancora in attività antico Ospedale del Ceppo, con l'opera del Della Robbia.

Un conto era averlo visto e studiato nei libri di storia dell'Arte, al mio liceo classico emiliano, un conto era trovarsi lì, e, sempre come scrive il Resto del Carlino, toccare, quasi con mano, proprio la bellezza.

Mentre un paio di nomi, per me davvero eticamente indigesti, direi indigeribili, risuonavano nella Sala Maggiore del Comune e il sindaco attaccava al balcone la bandiera della Pace (chissà che fine avrà fatto fare alla borsa con la colomba che gli ho portato da Guernica in campagna elettorale...) ho provato a calmare la mia rabbia profonda, profondissima, con il silenzio.

Sono uscito e ho guardato quella Piazza, quasi vuota (la città, almeno quella che aveva "vinto", era ancora tutta dentro il Palazzo Comunale) un po' come era quasi vuota, nel primissimo pomeriggio, la Piazza Duomo di Pistoia di oltre venti anni fa.

Mi affacciavo nel 2005, al sindacato e alla ricerca sociale. Venivo da un'indimenticabile ricerca sul campo in Bosnia, nelle Bosnie, per la mia tesi di laurea, alla ricerca, ostinata di nuova umanità, nuovo sole, nuova pace.

Una pace "non fredda" come quella che, purtroppo, gli accordi e gli irrisolti di Dayton hanno regalato a quei luoghi martoriati, oggi di proprietà di un turbocapitalismo globalizzato (occidentale, ma anche arabo, cinese e indiano), e ancora preda a un micronazionalismo maledetto che farebbe impallidire, fosse ancora vivo, persino Umberto Bossi.

La Giunta è fatta e la timida Pistoia ha un nuovo Governo (chi detiene il Potere), dopo un po' di, tutto sommato fisiologici, tentennamenti.

Non riesco ad essere felice, nemmeno un po', peraltro al Potere, fin troppo, sono allergico.

Non riesco più, e davvero mi sforzo tantissimo, a crederci.

La contraddizione tra "fatti reali" e "valori proclamati" è, davvero, troppo, troppo forte.

Ci sono sorrisi sguaiati che mi si conficcano dolorosi nella carne, senza alcuna invidia, anzi con un po' di commiserazione, direi di disperata pietà.

Me ne vado in silenzio.

Uscendo mi tocca pure circumnavigare Don Massimo Biancalani... giunto a metterci la firma sul potere.

Mi placo.

Osservo ancora una volta, lasciando Piazza Duomo, quella bellezza che mi aveva così colpito positivamente e silenziosamente ventuno anni fa.

Ma ho solo voglia di fuggire, scappare, teletrasportarmi altrove.

Magari di farmi una doccia o uno "shampoo", come direbbe Giorgio Gaber.

E pensare ad altro.

Francesco Lauria