domenica 5 luglio 2026

CHE COSA RESTA OGGI DELLA CORAGGIOSA E PROFETICA FRAGILITA’ DI ALEXANDER LANGER?


Ventuno anni fa, in questi giorni di inizio estate, tragicamente, decidendo di porre volontariamente fine alla sua vita, da solo, dopo una camminata nelle prime colline fiorentine, ci lasciava Alexander Langer.

Ma chi era Langer?

Un politico?

Certamente. È stato il fondatore delle liste Verdi in Italia e in Europa, è stato capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo.

Ma se ci fermassimo qui, non comprenderemmo nulla della grandezza e della infinità attualità di Alex Langer.

Non dobbiamo, ovviamente, farne un santino, utile, con sempre maggiore franchezza e ritualità, solo per gli anniversari e, sempre più stanche, commemorazioni.

Ha scritto Chrsitine Stuffering, Presidente della Fondazione Alexander Langer, nella sua nota di presentazione al libro curato da Goffredo Fofi su Alex: “in questo mondo pieno di ferite, spesso molto profonde e ancora aperte, c’è stato un uomo che ha passato la propria vita a fare (“essere”) ponte e a cercare necessarie, nuove forme di convivenza tra le persone e con la natura”.

In un mondo fatto non più solo per “giudei” e “greci”, Alexander Langer travalica, trasforma, ma non abbandona il concetto di comunità. Non fu un transfuga, al limite Langer è stato un consapevole e ostinato “disertore” dei nazionalismi, macro o micro che siano. 

Un costruttore paziente di un’Europa e di un Mondo che, dal basso, da una sussidiarietà orizzontale, verticale e, diremmo oggi, circolare, tessono mosaici, non alimentano divisioni, autoritarismi, violenza.

È stato, avendo incontrato tanti suoi amici e stretti collaboratori posso affermarlo, un uomo di tenero, fragile, ma di ostinato, costante, coerente coraggio (anche nelle difficili, per la sua storia, scelte politiche di fronte alla complice pubblica inerzia durante la guerra nei Balcani).

Possiamo comprendere Langer se partiamo dal concetto profetico, quando lui lo ha coniato, di: “conversione ecologica”.

Un concetto che tanto ha ispirato, senza alcun dubbio, anche Papa Francesco nello scrivere l’enciclica Laudato sì.

Ma per entrare nel profondo di questa unica umanità rimane fondamentale, a mio parere, ripartire dalle celebri domande, risalenti al 4 marzo del 1990, trovate nel computer di Alex Langer.

Le riprendo:

Cosa ci può realmente motivare?

Cambiare il mondo o salvaguardarlo? Solidarietà come autocompiacimento?

Abbandonare la radicalità? Etica della rivoluzione? 

Conseguenze della rivoluzione nonviolenta all'est; Navigare a vista?

Esiste da qualche parte una linea di demarcazione tra amici e nemici? A chi ci si può affidare?

Esiste un'ascesi che uno aiuta e uno forgia? Negare sè stessi - credibile o pericoloso (disumano, burocratico, ipocrita)? Cosa ti dice il sud del mondo? Solo cattiva coscienza? Perché cercare la salvezza altrove (perché poi dover andare lontano...)?

Vivresti effettivamente come sostiene si dovrebbe vivere? Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà? Professionalità.

Potresti vivere anche senza politica? Ti sei davvero domandato cosa ti procura e ti ha procurato?

Altruismo/egoismo? Quali costanti? Quali sintesi (p. es. giustizia, pace, salvaguardia del creato)? Cosa faresti diversamente? Potenzialità della disobbedienza civile...

Tu che ormai fai "il militante" da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del '68 (già "da grande"), dell'estremismo degli anni '70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia - da dove prendi le energie per "fare" ancora?

Un mese prima della scrittura, intima, privata di questi interrogativi, nel febbraio del 1990, Langer scriveva uno dei suoi contributi più belli, ispirati e poetici: "Caro San Cristoforo".

In questa lettera aperta, l'attivista e politico altoatesino utilizzò la figura di San Cristoforo — il leggendario gigante traghettatore tradizionalmente affrescato sulle chiesette di montagna — come metafora del ruolo che l'umanità e i movimenti ecologisti avrebbero dovuto assumere per affrontare la crisi ambientale e sociale globale.

Nel testo, Langer si rivolgeva al santo ponendo una domanda centrale: qual è il fiume difficile da attraversare e quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo, da traghettare oggi?

Langer individuava la risposta nella transizione culturale ed ecologica: con il passaggio cruciale da una civiltà del "di più" a una civiltà del "può bastare" o del "forse è già troppo".

Celebre il suo motto, consegnato ad Assisi ai giovani: “Lentius, profundius, suavius”.

La critica di Alex sottolineava che per cambiare rotta non sarebbe bastata la semplice paura della catastrofe climatica o dei primi collassi della civiltà industriale.

Sarebbe stata soprattutto necessaria una spinta culturale e interiore in modo da rendere la conversione ecologica e la limitazione dei consumi desiderabili, piacevoli e socialmente accettate, anziché percepite come un sacrificio punitivo.

Oltre al significato ecologista, Langer si identificava profondamente con San Cristoforo anche per un'altra ragione: la sua attitudine a fare da ponte, diremmo traduttore.

Cresciuto in una realtà di confine come il Sudtirolo, Alex ha dedicato la vita a tradurre concetti, culture e istanze tra il mondo tedesco e quello italiano, cercando di favorire la convivenza interetnica e la risoluzione pacifica dei conflitti, anche andando contro, disobbedendo a certezze inossidabili come la proporzionale e la concordata “spartizione” etnica tra tedeschi, italiani e ladini nella sua terra.

Per aver rifiutato di indicare, da persona dall’identità molteplice, la propria nazionalità nel censimento gli fu, ignobilmente, vietato di presentare la propria candidatura a sindaco di Bolzano nel 1995, cosa che gli procurerà, anche per le incomprensioni e i pregiudizi subiti, molto dolore.

Ha scritto Alex Langer nel suo biglietto di addio, il 3 luglio 1995, anch’esso espresso in più lingue/dialetti:

“I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi e oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

In questo tragico biglietto, ritrovato in occasione della sua scomparsa nella periferia fiorentina, c’è tutta la contraddizione voluta e irrisolta dell’esistere non solo di Langer, ma di ogni uomo, ogni donna.

Una contraddizione, un dolore sanguinante che, paradossalmente, ci cura, si prende cura del nostro presente, ci prende in spalla come San Cristoforo con il Bambino.

Anche se quello di Alex, ha sottolineato giustamente Giorgio Mezzalira, è stato un: “modo di stare al mondo”, non “il modo di stare al mondo”.

Langer, che si chiedeva provocatoriamente e intimamente: “passeresti del tempo con coloro che dici di voler aiutare”, ci lascia un ulteriore compito, decisivo nello sfrangiato mondo rovente e in guerra permanente di oggi:

“È tempo di essere piccoli. Non abbiate fretta. Vi invito a sostare, a coltivare il dubbio, a praticare l’ascolto, a custodire il fragile”...

E, forse non è un caso che il Vangelo di Matteo, nella domenica che segna l’anniversario della morte di Alex, ci consegni questa Parola: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero”.

Ad Alex Langer, con l’Associazione Amici della Politica, abbiamo dedicato a Pistoia un evento pubblico nel settembre del 2025, incontro in cui intervennero il “sociologo della decrescita e della rigenerazione” Marco Deriu e Uwe Staffler, amico di Langer e suo ultimo assistente al Parlamento Europeo.

È importante che quest’anno, a Pistoia, nell’ambito del festival Farestoria, organizzato da numerose realtà, sia stata programmata una serata dedicata a Langer e al concetto di “coesistenza”.

L’incontro, in cui interverranno Giorgio Mezzalira e Maria Chiara Rioli, si svolgerà martedì 7 luglio alle ore 21 presso il Giardino Puccini Gatteschi.

Sarà davvero importante partecipare: anche per ritrovare, in questo tempo, nuova forza, individuale e collettiva, grazie alla profetica e coraggiosa fragilità di Alex.

Pensando a lui, al pieno e al vuoto che ha lasciato in tanti di noi, forse è proprio vero quanto affermava Gilbert K. Chesterton: “Solo quando si naufraga veramente, si trova quello che si vuole davvero.”

Francesco Lauria

venerdì 3 luglio 2026

AMORE E RIVOLUZIONE. RADICI, FERITA, POTERE. SCUSATE RAGAZZI/E SE PARLIAMO, ANCORA, DEL G8 DI GENOVA...

Entrano nel vivo oggi, a Genova, gli eventi di commemorazione, memoria attiva, riappropriazione del futuro che si svolgeranno a venticinque anni dal G8 e dalla grande mobilitazione globale repressa dalle mille armi del potere turbocapitalista transnazionale.

L'incontro di oggi ha un titolo molto esemplificativo e azzeccato: "Dal mito della globalizzazione alla terza guerra mondiale".

Per chi fosse interessato ecco il link completo alle iniziative: https://www.genovatoday.it/eventi/g8-anniversario-25-anni-tutti-eventi.html

Ho ancora negli occhi lo sgombero infame subito ieri dal presidio sindacale a Seano (Prato) ieri mentre mi torna alla memoria il mio sguardo di venticinque anni fa: lo sgomento e la paura, ma anche il totale disorientamento sul lungomare di una città amata e stupenda, la città dei cantautori, della musica, della poesia.

Come ha scritto uno dei miei autori preferiti Javier Cercas, nel suo splendido: "Anatomia di un istante", libro in cui descriveva un momento davvero simbolico nella storia del suo paese (l'irruzione armata, nel 1981, del del nostalgico fascista-franchista tenente-colonnello Tejero nel parlamento spagnolo e la scelta di tre soli uomini di disobbedire all'ordine, accompagnato dagli spari, di gettarsi a terra) ci sono momenti che rimangono scolpiti, immobili e "restanti" nella memoria.

Se la coraggiosa (incosciente?) scelta dei tre di fronte al pittoresco ufficiale e ai suoi uomini è ferma nella memoria collettiva, almeno spagnola, (anche perchè i tre "resistenti" erano di estrazione politica molto variegata) io mantengo, invece, un'immagine individuale di Genova che, per me, è del tutto indelebile.

Non il sangue e la paura; le cariche, i lacrimogeni e i manganelli della polizia, il senso di disprezzo provato per i black block che agivano indisturbati a pochi metri da una moltitudine di manifestanti nonviolenti.

Non la carrozzina di Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano di Parma come me, non le mani alzate, bianche di fronte al volo basso degli elicotteri.

Nemmeno il giovedì, precedente alla grande manifestazione, la giornata dei migranti, allegra, fiera, multicolore, multilingue, multiculturale. Piena di gioia, danza e musica. Ritmo.

Nemmeno, pensando a poche ore prima di tutto quanto, la scelta, vigliacca e misera di diversi partiti e sindacati della pseudosinistra di fermare i pullman, tornare indietro perchè: "c'era stato il morto e non si sa mai..."

Io, uscito a mezzanotte dalla fabbrica metalmeccanica tra Parma e Reggio Emilia in cui avevo fatto un turno piuttosto duro, al caldo, avevo acceso la radio della mia Punto verde quando ancora si parlava della morte di un ragazzo "svizzero o spagnolo". Il nome di Carlo Giuliani non era ancora stato reso noto.

Ero ancora nel piazzale della fabbrica, al buio, quando tra me e me mi dissi che, se avevo ancora qualche dubbio, ci dovevo proprio andare, tornare, dopo la giornata del giovedì, a Genova.

Mi dissi, nel mio piccolo, che aveva davvero ragione Tina Anselmi nel raccontare il suo impegno diretto di staffetta partigiana: "capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci" , la reazione contraria, insomma, a quella dei leader del Pds e della Cgil.

Tutto questo, anche nel suo dolore, trauma, ferita, è dentro di me e dentro tutta la "generazione Genova", ovviamente.

Lo abbiamo raccontato, credo bene, io e Ilaria Lani (che dei giovani della Cgil è stata poi creativa e disobbediente coordinatrice nazionale) cinque anni fa in un articolo per la rivista Passione & Linguaggi, intitolato, credo significativamente, "Genova, radici, ferite e futuro", dove ferite, non è un termine secondario, ma centrale. Per chi vuole, può essere riletto qui: https://www.passionelinguaggi.it/2021/09/01/genova-radici-ferite-futuro/

Dentro di me, individualmente, lo ripeto, ho ferma, indelebile, un'altra immagine.

Quella di una chiesa, sul lungomare di Genova, a Boccadasse.

Piena, infinita di colore e di colori.

Una chiesa che, nel salutare la mobilitazione del G8, ricordava la campagna internazionale per la remissione del debito, strangolatore e ricattatore dei paesi del c.d. "Sud del Mondo".

Ricordo che rallentai il passo, memore dell'impegno universitario a Gorizia, città situata allora ai confini dell'Unione Europea, proprio su quel tema.

Ricordo, netta, chiara, la sensazione emotiva, dentro di me, di essere nel posto giusto, al momento giusto, che la storia si potesse davvero cambiare, il mondo, pur con estrema fatica, raddrizzare e che rivoluzione e amore potessero davvero fondersi.

"L'amore e la rivoluzione - scrive, affrontando altre epoche storiche, Chiara Francini, in un suo recente romanzo: "Le querce non fanno limoni", sono fatti della stessa materia: passione, urgenza, sacrificio. Ma vanno curati, concimati, e ascoltati. Sennò ti scoppiano in mano".

Ma prima dello scoppio e del disastro, io ricordo il sole di Genova in quel momento perfetto, ricordo il profumo del mare, e il mio respiro ancora non affannato per il lancio dei lacrimogeni e ancora non aiutato dai limoni che ci eravamo previdentemente portati.

Forse per questo, perchè non è solo con la ferita di un potere multiforme, avvolgente e spietato, che ricordo Genova.

C'era, c'è anche il sogno, ferito e non svanito, che resta resiliente ancora oggi, pur tra le macerie di un mondo incendiato e profondamente cambiato, direi, persino, peggiorato.

Scrive bene Lorenzo Guadagnucci nel suo recentissimo libro: "Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova"

"ci troviamo a vivere un quarto di secolo dopo i fatti del luglio 2001, in un mondo anche peggiore di allora, più ingiusto, più insicuro, e in preda a una crisi esistenziale più che profonda (è in crisi l'idea stessa di futuro); un mondo letteralmente in fiamme, per il clima surriscaldato e fuori controllo, e perchè la guerra è tornata a essere il mezzo principale per affrontare (senza risolvere e anzi aggravare) le controversie internazionali, in un contesto di degrado morale, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia globale o, almeno, in quella dell'Occidente."

E allora, di fronte ai media che riconoscono l'abbaglio di venticinque anni fa (si veda il Mensile del Fatto "Millenium" che si intitola, molto significativamente: "Scusate avevate ragione voi") che facciamo?

Se le ragioni postume servono, sinceramente a poco, scrive bene ancora il fiorentino Guadagnucci, uno che di fronte alla barbarie del potere, con la strategia della tensione nella scuola Diaz, con i finti ritrovamenti di armi e bombe artigianali, si è scoperto, orchestrati e simulati dalle forze dell'ordine, c'era, eccome:

"Un altro mondo, diverso, da quello attuale, non solo è, ma deve essere possibile, se vogliamo ancora considerarci persone rispettose dell'altro, ferme nella pretesa di giustizia, capaci di guardare alle future generazioni con il riguardo che si deve ai propri figli e nipoti". 

Un altro mondo è possibile, allora. La scritta che compariva su manifesti, bandiere, striscioni, chiese al tempo del G8 di Genova non era solo uno slogan, ma molto di più.

Cito, sempre aiutato da Guadagnucci, solo alcuni temi, alcuni davvero sventuratamente derubricati nella miserevole politica istituzionale del solo presente di oggi: neoliberismo e movimenti sociali, decrescita e nuovi modelli di sviluppo, capitalismo finanziario e commercio equo e solidale, tortura e violenze della polizia. 

E ancora: la remissione del debito (appunto), l'accesso ai farmaci (pensiamo, venti anni dopo al Covid...), l'agricoltura contadina, la democrazia partecipativa, il tema del ruolo dei media, allora nuovi, nell'attivismo e nelle mobilitazioni.

Proprio per questo, provo a rivolgermi, idealmente, a tutti i/le giovani attivisti/e che nel 2001 non erano ancora nati. 

Se posso, mi rivolgo, in particolare, a una giovane attivista della mia provincia, Parma, che ha scelto un nome davvero contro corrente: "Lotta" nella sua battaglia musicale e politica contro il cambiamento climatico e l'inerzia del potere.

Ti ascolto Lotta, mentre con il tuo contrabbasso, ma anche senza, canti, passando dalla musica classica alla techno: 

"Sono anni che aspetto questo momento cambiare il silenzio in movimento"

 E ancora ti ascolto, canto insieme a te, insieme a voi:

"Ho solo queste ossa fragili, ho solo queste gambe stanche, ma sanno ancora andare avanti, sanno ancora fare passi.

Sento la rabbia che ribolle e questo peso folle se lo porto insieme a te mi fa un po' meno male".

Proprio per questo, Lotta, ragazzi e ragazze, insieme a Lorenzo Guadagnucci, oggi, vi chiedo scusa se parlo ancora del G8.

Delle radici, della ferita, del potere.

Ma anche del sogno, della certezza che non è per nulla vero, come affermavano, invece, falsamente, già negli anni Ottanta del Novecento, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che: "non ci sono alternative", al neoliberismo o, peggio, che: "la società non esiste, esistono solo gli individui".

Il sogno, individuale e collettivo, di Genova 2001 è, invece, un sogno, fatto da svegli, come la Speranza, un sogno, nonostante tutto, che resta.

Proprio come l'immagine, indelebile nella memoria, di quella chiesa colorata e festante contro il debito, sul lungomare.

Un sogno reale e pragmatico, se questo mondo lo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, un sogno che è, davvero, più forte della violenza di ogni potere, se lo decliniamo insieme, in dialogo tra generazioni, tra radici, presente e futuro.

"Un altro mondo - come abbiamo gridato insieme negli anni a Genova, a Firenze, a Porto Alegre, a Nairobi, come lo gridiamo ora, ad esempio di fronte allo straripante sfruttamento globale e locale del lavoro e del pianeta - non solo è possibile, ma è necessario!"

E, aggiungerei oggi, nel rovente 2026, mentre Papa Leone a Lampedusa sfida Trump, è, soprattutto, urgente.

Francesco Lauria

giovedì 2 luglio 2026

IL CAMBIO (EPOCALE?) DELLA CONSIGLIERA DI PARITA' A PISTOIA. TRA REGOLE, OPPORTUNITA' E BUON SENSO.

Mi si dirà che, in questo periodo, spesso sono particolarmente arrabbiato, soprattutto con una certa sinistra da salotto, pistoiese, fiorentina e, in alcuni casi, persino romana.

Non posso negarlo.

Da quando mi sono permesso, ad esempio, di rinnovare le mie critiche alla gestione, per me folle e controproducente oltre che pericolosa, in primis per gli ospiti, di Don Massimo Biancalani, sono stato ricoperto di insulti e minacce (anche fisiche).
Non essendo nato a Pistoia i custodi dell'ortodossia di certa pseudosinistra cittadina sull'immigrazione hanno infatti proposto: "vomitiamolo fuori dalla città" e altre, tantissime, cose amene che evito di riportare.

Io non pretendo, ovviamente, che tutti la pensino come me, ma ritengo anche che le leggi, a meno che non siano palesemente inique (ma devono esserlo davvero, non si può trattare la questione con furbizia/opportunismo) vadano rispettate.

Nella vicenda Vicofaro e Ramini, comunque, la prima vittima è stata il buonsenso, in particolare quando si sono riscontrati gravissimi ritardi nella cura della tubercolosi rispetto ad alcuni ospiti di Vicofaro che, in particolare in un caso, sono arrivati a un millimetro dalla morte.

Quando manca il senso di responsabilità, manca la cittadinanza condivisa e si ledono democrazia e dignità della persona.

Ieri ci siamo trovati di fronte ad un profluvio di articoli acritici e asettici che sancivano, dopo 14 anni, (quattordici) il cambio al vertice della consigliera di parità nella provincia di Pistoia.
Negli articoli venivano solo riportate le dichiarazioni della uscente Avv. Chiara Mazzeo e della consigliera entrante, Maria Anna Abbondanza.

Mi sono permesso quindi, pacatamente, qualche riflessione, ben sapendo che (ci mancherebbe in tutto questo tempo) attività meritorie si sono svolte, in particolare in collaborazione con le scuole (meno, a mio parere, ed è stato un errore di approccio generale, con il sistema delle parti sociali e delle imprese in particolare).

L'articolo 14 del Codice delle pari opportunità (Decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198) disciplina il mandato delle consigliere e dei consiglieri di parità. Il mandato ha una durata di 4 anni ed è rinnovabile per una sola volta (Art. 14).

E' importantissimo che una nomina che si basa, certo, su candidature e requisiti, ma che ovviamente è una pura nomina politica preveda, su temi delicatissimi, una rotazione.
Qui a Pistoia non è avvenuto, credo stabilendo un record, ma questo va verificato.

Sono state violate le leggi? No, una serie di eventi, direi quasi irripetibili e concatenati, ha portato a questo filotto di mandati monster (quasi quattro) dell'avvocato Chiara Mazzeo.

Il ruolo della consigliera di parità, peraltro a fronte di dieci anni ormai di pieno riassetto del sistema delle Province italiane, falcidiate dalla pessima riforma Renzi-Delrio, deve, però, essere assolutamente privo di connotazioni partitiche.
E' un ruolo politico, perchè la lotta a tutte le discriminazioni (ora non solo quelle di genere) è certamente fondamentale nella nostra società sempre più violenta e iniqua.

Ha poi fatto discutere, per luci e ombre, la recentissima riforma governativa, anche in ottemperanza ad alcuni rilievi europei, del sistema delle Consigliere di Parità (D.Lgs. 91/2026) che andrà a pieno regime l'anno prossimo.

Anche io ero perplesso, ma credo prevalgano le luci: bene che le consigliere o i consiglieri si occupino di tutte le discriminazioni (si pensi, ad esempio, alla disabilità o, appunto, alle migrazioni) e che ci sia un coordinamento nazionale più forte.

Troppo spesso, infatti, il ruolo di consigliera di parità è stato interpretato con eccessiva "creatività" a livello locale.

Ormai più di quindici anni fa, poco dopo la riforma del 2006, ho formato in tutta Italia, sui temi del lavoro, con il Cesos, proprio le consigliere di parità, su incarico, vinto con regolare bando, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Ne ho incontrate tante, anche se non sempre i seminari, a dir la verità, erano particolarmente partecipati, e ho tastato con mano quando eterogenea fosse la loro provenienza/esperienza (non di rado era, peraltro, non senza un certo "manuale Cencelli", di matrice sindacale, non giuridica come quella, invece, di Chiara Mazzeo).

Ci sarebbe poi da riflettere su quanto sia cambiato il ruolo della consigliera a Pistoia dopo l'improvvida cancellazione tra 2016 e 2017 del Centro Antidiscriminazioni della Provincia, struttura che era riconosciuta all'avanguardia a livello europeo e che, fin dal 2005, ho studiato a fondo.
A Prato, ad esempio, un centro simile ha resistito alla catastrofe populista renziana.

Posso anche qui sbagliarmi, ma non ho trovato, tra le tante dichiarazioni dell'epoca, prese di posizione dell'Avv. Mazzeo. Non dimentichiamo che addirittura si organizzò, con amara ironia, una sorta di funerale pubblico al Centro Antidiscrminazioni (scritto così, al plurale), con tanto di simil-fiaccolata alla Biblioteca San Giorgio,

Infine: ritengo che la candidatura nella Lista Capecchi Sindaco da consigliera di parità in carica di Mazzeo (pur in proroga e con all'orizzonte il passaggio di consegne) sia stata discutibile.
Non ho scritto illegittima, ma discutibile.

E' vero che la consigliera (di parità) non è stata sorprendentemente eletta in consiglio comunale (già si parlava, nei corridoi della sinistra pistoiese, di possibili incarichi di Giunta), ma ciò non toglie nulla sul piano dell'opportunità.

Quindi, per fare chiarezza: nessuna norma violata, nemmeno con il filotto dei quattordici anni, solo l'auspicio che, per il futuro, rotazione, indipendenza, e coordinamento con i livelli regionali e nazionali, siano, non di poco, rafforzati.

Alla fine non è che si può fare sempre tutto come si vuole, come piacerebbe, da quello che ho visto, torniamo a bomba, a Don Massimo Biancalani.

Siamo, infatti, a Pistoia-Toscana-Italia, non nel Far West.

E ai diritti, per fortuna, si affiancano i doveri. Oltre che l'opportunità e il buon senso.
Come insegnava Don Lorenzo Milani nella scuola di Barbiana.
Francesco Lauria

mercoledì 1 luglio 2026

"I TOPI MORDONO I BAMBINI". IL DISASTRO DI GAZA NELLE PAROLE DEL CARD. PIZZABALLA. E UN SEGNO (SOGNO) DI SPERANZA DA SOSTENERE ORA.

https://www.youtube.com/watch?v=zZY7i3YGXFI

Mentre il mondo, soprattutto per folclore e dopo un, anche eccessivamente comprensivo appello di Papa Leone, dava ampio spazio alla riunione scismatica tra le ricche montagne svizzere, di alcune migliaia di fanatici tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebre, un altra voce, importante, troppo solitaria, si levava dalla Chiesa.

Una voce non gridata, ma ferma, sofferente: quella del cardinal Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.

Il dialogo con Lucio Caracciolo è più ampio: ma le parole del cardinale, il "cardinale di Gaza", hanno colpito (non abbastanza) tutto il mondo.

Una settimana fa Pizzaballa entrava a Gaza potendo vederla tutta da Sud a Nord: "è un disastro. Ci sono alcune città che non esistono più, livellate nel senso letterale della parola. Quando si entra dentro si viaggia su strade fortuite in mezzo alle tende in mezzo alle fognature, dove i topi mordono frequentamente i bambini".

Cosa possiamo fare?

Intanto sostenere chi, palestinese o israeliano non ci sta.

In questi giorni è nato il partito misto Makom Lekulanu (Un posto per tutti noi) dall'esperienza del movimento pacifista della società civile "Standing together".

Queste persone, coraggiosissime, sono un segno, resistente, tenacissimo di Speranza.

Sono quel pensiero critico, quei corpi, quelle intelligenze che provano ad andare in "direzione ostinata e contraria", magari isolati nelle loro stesse comunità sempre più polarizzate dall'odio.

Se non sosterremo quelle parti nelle società israeliana che rifiutano la barbarie del governo Netanyau, opponendosi alla polverizzazione di Gaza e alla colonizzazione spudorata dalla Cisgiordania (territorio dove, per i palestinesi, dice Pizzaballa: "non esiste più la legge"...) non faremo mai passi avanti.

Se non sosterremo chi, nella società palestinese, porta avanti la storia, calpestata dall'Anp del dinosauro corrotto e non più credibile Abu Mazen, delle parti più laiche, autentiche e nonviolente del movimento di liberazione, non faremo mai passi avanti.

E' questo il vero gemellaggio da compiere a partire dagli enti locali e dalla società civile.

Un gemellaggio simile a quello realizzato, durante e dopo la guerra nei Balcani, attraverso le "Ambasciate della democrazia locale". 

All'epoca istituzioni locali, società civile, associazioni, in quel caso sotto il cappello del Consiglio d'Europa, qui dovrebbero agire le Nazioni Unite, furono un segno tangibile e duraturo di impegno per la pace e la ricostruzione di comunità, oltre l'inerzia e l'inedia degli Stati nazionali.

Il tempo di agire, di "alzarsi insieme", è ora. 

Come ha detto il cardinale Pizzaballa in conclusione: "C'è bisogno di empatia e di dialogo (pur mantenendo posizioni e valori) e non di costruire nuove barriere. Tiriamoci fuori dal pozzo!"

Oggi. Non domani.

Francesco Lauria

lunedì 29 giugno 2026

SINDACATO DI STRADA, SUSSIDIARIETÀ CIRCOLARE, SERVIZI COLLETTIVIZZANTI: RADICI E SFIDE PER LA RAPPRESENTANZA DEL LAVORO NEL FUTURO (SAGGIO PER ECONOMIA & LAVORO 1/2026)

E' (finalmente) uscito il numero 1/2026 della Rivista Economia & Lavoro che, in un volume prezioso, prevalentemente dedicato al tema della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, contiene anche un mio saggio, su cui ho lavorato parecchi mesi, intitolato: "Sindacato di strada, sussidiarietà circolare, servizi collettivizzanti: radici e sfide per la rappresentanza del lavoro nel futuro. ("Street Unionism, Circular Subsidiarity, Collectivising Services: Roots and Challenges for Labour Representation in the Future").

Al di là della soddisfazione di tornare a scrivere per una rivista scientifica di fascia A per le materie di cui mi occupo da anni come ricercatore (in prevalenza: "scienze politiche e sociali") spero che questo saggio, che nasce a valle di studi pluriennali anche internazionali, svolti con amici e colleghi di numerose università e centri di ricerca, possa stimolare, nel suo piccolo, l'attuale asfittico dibattito sul ruolo, le trasformazioni e il futuro del sindacato.

Il saggio propone una riflessione sulla presente dimensione organizzativa e strategica del sindacato nel contesto del mercato del lavoro e delle relazioni industriali. 

Vengono affrontate la recente suggestione del “sindacato di strada"; il tema, antico, dell’organizzazione dei “senza potere” e la questione della sussidiarietà, in particolare circolare, in rapporto alle evoluzioni del welfare e dell’evoluzione del ruolo degli attori sociali e di rappresentanza. 

Ho poi scritto, curiosamente proprio mentre abbandonavo l'organizzazione dopo venti anni di impegno e di passione, un paragrafo di approfondimento sull’evoluzione del modello organizzativo della CISL, in rapporto all’evoluzione delle dimensioni e delle forme della rappresentanza sindacale. 

Infine, facendo tesoro degli insegnamenti del progetto di ricerca europeo BreakBack, da me coordinato negli anni scorsi, ho analizzato il tema delle sfide della rappresentanza del lavoro, con particolare attenzione alla questione dei cosiddetti “servizi collettivizzanti”, strumenti di tutela individuale, ma anche di dimensione associativa che tengono presente la frammentazione del lavoro e della vita nel nostro tempo. 

Non manca, infine, un riferimento alle nuove tendenze del sindacalismo nordamericano, in particolare rispetto alla sindacalizzazione c.d. "worker-to-worker".

Chi fosse interessato/a ad acquistare la rivista può farlo qui: https://www.carocci.it/prodotto/1-2026-economia-lavoro?srsltid=AfmBOopY0eTwQObEFO1FRA5oSWOTWXUY2WhZokHyfWSYv70aU4f9Fygi oltre che in praticamente tutti gli store digitali delle librerie italiane.

Francesco Lauria

domenica 28 giugno 2026

CHIARA FRANCINI E LA LEZIONE ALLA PSEUDOSINISTRA: "LIBERI PERCHE' LIBERATI". PAROLA. NON SILENZIO.

In questo video Chiara Francini ci spiega magistralmente, da donna veramente di sinistra, cosa è la libertà.

https://www.facebook.com/reel/1041908298493419

Quella vera, non quella finta dei salotti e dei clan degli assessori.

Ma cosa è successo?

Tra le polemiche l'attrice e scrittrice toscana ha risposto ieri affermativamente ad un invito di Matteo Salvini per un intervento sulla libertà di espressione, ovviamente da donna libera e di sinistra, da tenersi, pur da remoto, in una scuola di formazione di giovani leghisti, denominata NexUS.

La Francini è stata subito chiarissima sui suoi orientamenti politici e ha risposto da donna "venuta da un libro che racconta gli anni della Resistenza", ma che non ha paura di "contaminazione".

Quando parla di libertà di espressione Chiara Francini è davvero perfetta, ci racconta anche dei prezzi da pagare, delle solitudini da scontare.

Anche quando riprende, non a caso, le lettere di due giovani condannati a morte della Resistenza: Franco Balbis e Paolo Braccini.

Ovviamente il suo intervento ha scatenato critiche e sberleffi.

Ma Lei risponde guardando dritto negli occhi: "diffido dei nostri quando diventano recinto. La coscienza non ha capigruppo".

"La democrazia è il luogo in cui si può stare nello stesso spazio senza volersi cancellare."

"Viviamo in un'epoca in cui il nuovo fascismo è la semplificazione autoritaria del pensiero".

Mi è venuto da piangere ascoltando Chiara, che racconta come rifiutare le libertà piccole, per amare una libertà grande.

"La libertà non è stare al sicuro. E' avere il coraggio, difficilissimo, di non appartenere interamente."

"Una parola libera non chiede mai scusa. Sta, resta.... Brucia se serve. Illumina se può".

"Non siamo servi/e del branco."

"Non serve urlare, ma guardare chi ami e scegliere cosa lasciargli in eredità."

"I puri sono quelli che prima o poi accendono il fuoco, per bruciare prima le cose e poi le persone".

"La libertà muore una prudenza alla volta, un silenzio alla volta".

"Proviamo ad essere all'altezza di chi ci ha reso liberi, perchè liberati."

Ma chi sono i nostri/le nostre?

Chiara Francini rivendica il suo essere "intera", ed è proprio per questo una donna più grande, di fronte alle piccolezze dei vari branchi di una sinistra prona al potere, priva di libertà, spesso serva di se stessa.

"La parola non ha paura dei luoghi in cui entra, ha paura dei luoghi che evita".

Inutile dire che ho rivisto, in tutte le sue parole, in ogni suo respiro, in ogni sua idea, il mio ultimo mese e mezzo di distanza e distanze nella c.d. "sinistra" pistoiese.
Ma oggi non voglio parlare di me.

Chiara continua:
"Quando la parola si paralizza un corpo democratico non sente più dolore"

Ecco, a partire da Pistoia e da tutto il residuale socialismo appenninico tosco emiliano, io auguro al "popolo (ma anche alle elites) delle cause giuste", come perfettamente lo chiama Chiara Francini, di uscire dal torpore, uscire dal silenzio, uscire da una vigliacca prudenza.

Auguro di ritornare ad essere in grado di provare dolore: per una società che vive il pensiero: "come se fosse una malattia".

E in cui gli ultimi/le ultime, in realtà, oltre parole parolaie, non vengono mai al primo posto.

Viene prima il clan. Viene prima il branco. Viene prima il partito. Viene prima, primissima, in realtà, il proprio posticino personale.

Un posticino individuale, narcisista, miserevole, quasi sempre privo di reale rappresentanza.


Francesco Lauria

DISONORARE LA GUERRA (E AMARE OLTRE I LEGAMI DI SANGUE). INCONTRO ONLINE CON MARCO DERIU E MASCHILE PLURALE IL 12 LUGLIO ALLE 18.00


"Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace", curato da Marco Deriu e da Maschile Plurale, è un libro importante.

Perchè, come scrivono gli autori e le autrici: "contrastare la cultura bellica non significa solamente opporsi all'effettivo impiego delle bombe, dei missili, alla mobilitazione, ma contestare l'intero orientamento di una società verso la militarizzazione e la normalizzazione della guerra come strumento di gestione dei conflitti. (...)

L'obiezione di coscienza nel nostro tempo, si sottolinea nel volume collettivo, non è solo alla leva militare, ma anche alla militarizzazione dell'uomo, della società, del pianeta.

Avremmo dovuto presentare questo libro a Pistoia, il 20 maggio scorso in un'orizzonte di pace e militanza condivisa.

Non è stato possibile per una molteplicità di ragioni (anche molto dolorose), a partire dal ritardo della pubblicazione del volume, edito da Multimage.

Ci riproveremo anche perchè i tempi ci chiamano a una riflessione di pensiero e azione, non rimandabile: non vogliamo diventare inconsapevoli soldati-macchina, proni ad adeguarci, magari nostro malgrado, a un immaginario maschile autoritario e neo patriarcale, e privo dell'orizzonte della cura, della sensibilità, dell'alterità, dell'empatia, dell'accoglienza.

L'appuntamento con la presentazione del libro è fissato per il 12 luglio dalle ore 18,  è online (a meno che non ci si trovi in Capitanata...) a questo link:  

Aggiungo un'ulteriore riflessione, solo in parte personale, e scaturita dalla lettura e dall'ascolto del Vangelo di oggi, domenica 28 giugno: Matteo 10, 37-42.

Di commenti online ne ho letti diversi (sono anche andato fisicamente a Messa, ma sono arrivato in ritardo perchè bloccato dal passaggio dei partecipanti della ultramaratona Pistoia-Abetone, sinceramente, in un giorno così caldo, realizzata o da eroi o da incoscienti...).

Un commento però, distaccandosi da tutti quanti, mi ha molto colpito e mi permette un parallelo con l'incontro sul volume curato da Marco Deriu e da Maschile Plurale.

Si tratta della riflessione di Don Dario Viganò, trasmessa questa mattina (proprio mentre aspettavo gli ultimi ritardatari della manifestazione sportiva) da Rtl 102, 5 e recuperabile a questo link: https://play.rtl.it/rubriche/1/il-pensiero-della-domenica/amare-oltre-i-legami-di-sangue/

Nella sua rubrica: "Il pensiero della domenica", il suo commento ci ha invitato, coerentemente con la Parola, a mettere Cristo al centro dei propri affetti.
E fin qui tutto normale.
Poi Viganò ha articolato la sua riflessione su alcuni ulteriori punti chiave.

Gesù non ci chiede di amare meno la nostra famiglia, ma di fissare i nostri sentimenti a un "centro" solido anche se non immobile.

Per fare ciò, ci spiega don Viganò, commentando il Vangelo di Matteo, dobbiamo "andare oltre i legami di sangue" e vivere allargando lo spettro, non solo di noi stessi, ma anche di "clan", associazioni, ideologie, famiglie "acquisite", pregiudizi condivisi.

Sviluppando personalmente il commento del sacerdote, aggiungerei che restare umani in tempi di "corpi-arma" e di "soldati-,macchina" significa sapersi introdurre in un nuovo ordine di relazioni. 
Più libero e magari anche più rischioso. 
Un ordine dove, appunto, consapevoli del nostro Credo (o, laicamente, del nostro bagaglio di valori e di esperienza) possiamo, finalmente, rischiare l'alterità, contaminarci, incontrare.

L'identità diventa in questo modo una valigia aperta, non un bagaglio chiuso, egoista e fine a se stesso.

Il dialogo con gli altri diventa strumento, musica di Pace, nella scoperta piena di se stessi e nel confronto esterno, sotto la guida di una logica che non può che essere di dono.

Chi cerca (individualmente o collettivamente) di difendere egoisticamente la propria vita la perde, mentre chi la dona, per amore (di Dio, dell'altro/a da sè...) la trova veramente. 
E anche i gesti piccoli possono svelare un valore immenso... disonorando la guerra.

Appuntamento al 12 Luglio, ore 18.00:  

Francesco Lauria

venerdì 26 giugno 2026

NASCE DEL BASSO CLIMATE.US: MUSK E TRUMP NON POSSONO PRENDERE IN OSTAGGIO LA SCIENZA.

Un gruppo di ex dipendenti della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), licenziati a opera del DOGE (Dipartimento per l'Efficienza e il Governo) di Elon Musk, ha lanciato un nuovo sito web sulla scienza del clima che documenta i cambiamenti climatici globali.

Il nuovo sito, www.climate.us, è di fatto una copia di climate.gov, il sito web chiuso dall'amministrazione Trump circa un anno fa..

Climate.us sarà uno spazio degli scienziati per condividere le proprie conoscenze.

giovedì 25 giugno 2026

CONVERSAZIONI NOTTURNE... IL SENSO E IL FUTURO DEL SINDACATO: DIALOGO CON SAVINO PEZZOTTA, FRANCESCO LAURIA E L'AZIONE CATTOLICA DI LUCCA

 La registrazione è online: https://www.youtube.com/watch?v=Yvr8kHgUmzk

I corpi intermedi alla prova del presente. 

Registrazione della conversazione nell'ambito del percorso: DEMOCRAZIA IN CAMMINO, promosso dall'Azione Cattolica di Lucca, giovedì 25 giugno 2026 con Gabriele Viviani, Lorenzo Banducci, Savino Pezzotta e Francesco Lauria

I temi trattati

1) Crisi della rappresentanza — Vivere il sindacato come luogo di partecipazione reale. Da dove nasce la crisi di rappresentanza che oggi molti lavoratori percepiscono?
2) Giovani e sindacato — Che cosa chiedono, anche nella formazione, i giovani oggi al sindacato? E cosa non riconoscono più?
3) Corpi intermedi — Paolo in 1Cor ci dice che nel corpo nessun membro può dire all’altro: «Non ho bisogno di te». Il sindacato italiano riesce ancora a essere questo corpo? Cosa dovrebbe cambiare?
4) Partecipazione inclusiva — Gesù ci parla di una comunità in cui “voi siete tutti fratelli”. Come si traduce questo principio nella pratica quotidiana di un corpo intermedio?
5) Nuove grammatiche — In un mondo del lavoro frammentato e digitalizzato, quale potrebbe essere la nuova grammatica della partecipazione sindacale?
6) Competenze civiche — Quali competenze – umane, culturali, relazionali – servono oggi per formare cittadini e lavoratori capaci di partecipare davvero?
7) Leadership di servizio — Gesù ci parla di un’autorità che è servizio. Che cosa significa, oggi, esercitare una leadership sindacale che sia davvero “di servizio”?
8) Formazione sindacale — La formazione è spesso il primo luogo in cui nasce la partecipazione. Quali innovazioni vede necessarie per renderla più efficace?
9) Futuro dei corpi intermedi — Guardando ai prossimi dieci anni, quale ruolo immagina per i corpi intermedi nella tenuta democratica del Paese?
10) Territori e prossimità — Il sindacato è nato nei territori. Come si può ricostruire oggi un rapporto di prossimità reale con le comunità locali?
11) Dibattito libero e considerazioni finali.

Buon ascolto, scrivete, se vi va,le vostre considerazioni, commenti, riflessioni, domande sul canale: https://www.youtube.com/watch?v=Yvr8kHgUmzk