sabato 29 agosto 2026

"VIETATO STUPIRSI". GLI OPERAI DELL'ACCA HANNO VINTO: ANCHE PER NOI, PER UN SINDACATO VERO E AUTONOMO. VIVA I PICCHETTI!

Lo sciopero operaio e permanente dell'Acca (Seano-Prato) contro i soprusi e la violenza dei padroncini dei pronto moda della logistica ha vinto.

La mia gioia, nel ricevere ieri, mentre mi trovavo ad Assisi, il comunicato stampa del sindacato di base, è stata incontenibile, profonda, riconoscente.

E no, io non sono stato sorpreso del successo della mobilitazione dei lavoratori organizzati dal Sudd Cobas, perchè ne ho misurato le radici, i metodi, gli obiettivi, il percorso.

Ho immerso i miei occhi nei loro occhi, condiviso il loro sguardo, la loro rabbia, la loro paura, la loro rivolta, la loro speranza.

Ma ieri, non ho potuto, con gioia molto minore, ricordare anche una conversazione di circa un anno e mezzo fa, avvenuta sempre a Prato...

"Luca Toscano, quello dei Cobas?

No, ma lui non è un sindacalista, per noi a Prato lui e i suoi sono dei gangster..."

Un anno e mezzo fa, circa, era in cantiere la rinascita (online) della storica rivista di cultura del lavoro di area Cisl: "Il Progetto"

Era un mio sogno che si era miracolosamente realizzato, nato dalla lettura di decine di numeri della rivista, risalenti agli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ancora attualissimi, visionari.

Perni di un pensiero critico che non temeva mai di guardare più in là, di costruire ponti tra lavoro organizzato e sapere, senza elitarismi, ma anche lontanissimo dall'autoreferenzialità che spesso colpisce il sindacato e i sindacalisti come una malattia.

Ho curato, prima delle dimissioni di fine luglio 2025,  sette numeri della rivista e cinque dei sei podcast che sono stati pubblicati sul sito de Il Progetto (promosso nel 2025 non direttamente dalla Cisl, ma dalla Fondazione Ezio Tarantelli).

La storica testata era stata ideata e diretta da un grande sindacalista e intellettuale della Cisl, ("carnitiano anomalo"), scomparso prematuramente: Eraldo Crea.

Oggi la rivista è, di fatto, in mano a Comunione e Liberazione, ne suggerisco la lettura dell'ultimo numero per comprendere la distorsione etica (almeno questa è la mia soggettiva opinione) ancor prima che della più che discutibile scelta dei contenuti.

Tornando a Prato, avevo invitato a pranzo alcuni sindacalisti e sindacaliste della federazione di categoria di una grande confederazione che conoscevo e stimavo da tanti anni, per parlare di un'idea: un'inchiesta per la rivista nascente su come si rappresentava (o non si riusciva a rappresentare) il lavoro nella filiera del tessile e della logistica, nelle aziende italiane come in quelle cinesi.

Volevo partire anche dalla sconfitta conclamata del c.d. "Protocollo Luana", un progetto completamente fallito messo in piedi da Comune (poi commissariato anche per i presunti legami occulti e di sudditanza/dipendenza della sindaca con spezzoni anche imprenditoriali della massoneria locale), Prefettura, sindacati confederali, forze ispettive.

Dopo la tragica e colpevole morte della giovane Luana d'Orazio, a Oste di Montemurlo, tra Prato e Pistoia, falcidiata come nell'Ottocento da un orditoio cui, per accelerare il ciclo produttivo, erano stati volutamente tolti i blocchi di sicurezza,  forse anche per mettersi un po' a posto la coscienza. era stato creato un punto segnalazioni per le violazioni delle aziende, in particolare sulla salute e sicurezza.

Il risultato era stato non solo deludente, ma esemplificativo: nessuna, proprio nessuna segnalazione.

Eppure, mi dicevo, guardando in piazza gli operai nell'anniversario della morte di Luana, in buona parte pakistani, con i cartelli "8X5"  lo sfruttamento del lavoro non può non essere enormemente diffuso.

Per questo quegli operai rivendicavano collettivamente, con forza e in piazza, qualcosa che avrebbe dovuto essere un diritto consolidato, sicuro, tutelato, acquisito.

Se, infatti, una conquista consolidata da numerosi decenni: la 40 ore settimanali è ancora vista come una lontana (e in alcuni casi lontanissima) terra promessa dai lavoratori, più di qualcosa, proprio non va.

Non essendo persona remissiva provai ad insistere, ma mi sembrava quasi di disturbare i miei amici sindacalisti.

Mi dissero che non era cosa, che non c'erano per loro margini di intervento, soprattutto per la scarsità di risorse da mettere in campo, e che, però, come volontari pensavano di mettere in piedi un corso di italiano serale proprio per i lavoratori pachistani, già allora rappresentati e organizzati, in grande prevalenza, dal Sudd Cobas.

Tra me e me mi dissi che era sicuramente una buona idea, ma che non poteva diventare un alibi per non occuparsi, da sindacato dei lavoratori, del fulcro del problema.

Tornando verso Pistoia, lo ricordo ancora come fosse oggi, decisi di deviare su una strada secondaria e fermarmi proprio a Oste.

Lo promisi dentro di me a Luana, davanti alla fabbrichetta in cui aveva trovato tragicamente la morte, a quella stessa Luana che proprio in quel sindacato e proprio a Pistoia si era fatta con successo difendere in una vertenza individuale nell'ambito della ristorazione. Non avrei mollato. Mai.

Devo dire che, pur tra altri e bassi per carità, ho provato a tenere fede a quell'impegno e, nel farlo, ho incontrato alcune persone speciali.

Ne cito solo due: sono Deborah Lucchetti, ex operaia metalmeccanica e sindacalista Fim Cisl, leader sociale e femminista, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti ed Emanuele Leonardi, anch'egli di radici operaie, parmigiano come me, docente universitario a Bologna, dopo un lunghissimo precariato cognitivo vissuto in tutto il mondo, prezioso pensatore militante nell'ambito dell'ecologia sociale.

Tutti e tre abbiamo avuto, peraltro, il "battesimo del fuoco" a Genova, nel 2001.

Con loro, nel marzo 2026  abbiamo curato una trasmissione intitolata: "Per una moda dei diritti" che si può recuperare qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Erano tempi terribili come oggi, di affossamento delle direttive europee sulla "due diligence" e di tentativi insidiosi e pericolosi di promozione di scudi penali per le aziende, con la scusa della concorrenza internazionale.

E, allora torniamo agli operai dell'Acca e al Sudd Cobas.

Ho avuto l'onore, a nome della Cub (Confederazione Unitaria di Base) di ricevere in Piazza a Prato il microfono dal Sudd Cobas, e, salendo su una panchina, di rivolgermi, direttamente agli operai, mentre un drappello di loro veniva ricevuto, grazie alla forza e alla trasversalità della mobilitazione, dal sindaco Biffoni in Comune.

Alcuni di loro si sostenevano fisicamente e avevano preso la parola prima di me, nella loro lingua, l'urdu, tradotti da una sindacalista.

Quegli operai e quel sindacato (insieme ovviamente alla Cub) mi hanno commosso e coinvolto, mi hanno fatto capire, davvero, che possiamo, ancora, tra mille difetti, mille imperfezioni, mille mancanze, essere fedeli all'etimologia della parola: "fare, essere giustizia insieme".

Nella filiera tessile e logistica tra Prato e Pistoia come in Bangladesh dopo il Rana Plaza, nell'economia dell'interdipendenza e dell'incultura dello scarto, senza nessuna contraddizione, senza nessuna timidezza.

Un sindacato, il Sudd Cobas, autonomo, nella migliore tradizione del sindacalismo italiano.

Ma cos'è l'autonomia per un sindacato di lavoratori? Che cos'è oggi di fronte alla sua erosione, tra individualismo, dumping contrattuale, subalternità alla politica e al potere?

Credo di aver trasmesso a centinaia, forse un migliaio di sindacalisti e sindacaliste una frase, proprio di Eraldo Crea, a un congresso nazionale dei lavoratori alimentaristi della Cisl, a cavallo dell'autunno caldo che, si tenne, guarda un po' a Montecatini Terme:

"L'autonomia è un fatto di costume, un fatto di cultura. Si vive nella classe operaia, essendo tutt'uno con essa".

Tutt'uno. E' un'espressione forte, impegnativa.

Un pensiero e una testimonianza che producono grande responsabilità e reciprocità, che costruiscono solidarietà riconoscendo dignità alle persone in quanto persone, e poi, ovviamente, anche in quanto lavoratori e lavoratrici.

Lo ha espresso altrettanto bene, pur in un ambito diverso, Emanuele Alecci, già storico Presidente del Movi, Movimento per il Volontariato Italiano. nel suo recente libro: "Il volontariato che nasce":

"L'autonomia non è il rifiuto di collaborare. Che cos'è allora?

L'autonomia è la titolarità del proprio sguardo. E' la capacità, per un'organizzazione, di decidere da sè quali sono le proprie priorità: dove guardare, di chi occuparsi, quale bisogno mettere al primo posto e quale al secondo.

Un soggetto autonomo è un soggetto che conserva il diritto di vedere il mondo con i propri occhi - e di non farsi dettare l'agenda da nessun altro".

Se ho imparato qualcosa, in oltre venti anni di sindacato, è che nulla, nessuna operosa subalternità, anche in buona fede, nessuno scambio politico, per usare un'espressione del secolo scorso, è in grado di rimpiazzare, nemmeno un po', questa libertà e responsabilità nello sguardo che poi si traduce in: associazione, organizzazione, ascolto, formazione, mobilitazione, contrattazione, visione e pensiero critici, partecipazione dei lavoratori dal basso, condivisione di un'utopia concreta.

E allora, con la stessa gioia e riconoscenza provata ieri alla notizia del successo del presidio operaio permanente dei lavoratori dell'Acca, riporto fedelmente e integralmente il comunicato del Sudd Cobas, i miei "gangster" preferiti, a partire da Luca Toscano e Sarah Caudiero:

"Lo sciopero degli operai ACCA ha vinto.

È una vittoria straordinaria, che arriva dopo una lotta straordinaria. L'accordo è stato raggiunto nella notte tra il 28 e il 29 agosto, dopo 70 giorni di sciopero che hanno visto 4 picchetti a oltranza presso i magazzini di Seano, Agliana, Campi Bisenzio e Osmannoro.

Dal 1° settembre torneranno a lavoro proprio nel magazzino di Campi Bisenzio, mantenendo contratti e diritti conquistati con le lotte degli scorsi anni.

Sembrava impossibile a molti, ma noi ci abbiamo sempre creduto.

Anche quando – con l'assalto al picchetto del 23 giugno – era chiaro che l'intero sistema del pronto moda aveva deciso di usare questa vertenza per regolare i conti con il sindacato e provare a «rimettere al proprio posto» la classe lavoratrice di questo distretto.


Anche quando ci siamo trovati contro la Procura e i reparti della polizia in assetto antisommossa. Anche sull'asfalto bollente dell'estate più calda di sempre.
Ci abbiamo creduto perchè siamo da sempre convinti che non esistano cause perse, ma lotte difficili che hanno bisogno di essere portate avanti con determinazione.

Da tanti anni facciamo sindacato coltivando la fede che un cambiamento non sia solo necessario ma anche possibile, e può venire solo dal basso, dalle persone comuni che fanno la classe operaia di oggi.
C'è un potere enorme nell'unità e la solidarietà tra lavoratori.

Questa fede non è mai stata tradita. E questa vittoria deve essere un’ulteriore iniezione di speranza per tutti.
Stiamo costruendo un modo di fare sindacato che ridà potere alle persone.

E alla fine una piccola comunità multinazionale, fatta di operai immigrati da diversi continenti, ha fatto fallire i piani di una multinazionale.
Abbiamo fatto bene a disobbedire quando ci veniva ordinato di cessare i picchetti. Perché non avremmo mai raggiunto questo risultato.

Alla luce di questo risultato straordinario, è proprio il caso di dirlo: viva i picchetti!"

Francesco Lauria

venerdì 28 agosto 2026

SARA E FRANCESCO: LA FERITA E LA CURA. LIBERANDOCI DEL MANTELLO, OTTOCENTO ANNI DOPO.

"Buongiorno Francesco!

Come sei mattiniero... Ti devo dire una cosa: purtroppo oggi don Tonio Dell'Olio non potrà partecipare alla nostra Route per un impegno improvviso sulla Pace in Regione Umbria, ma ci ha assicurato che ci manderà una sua... sostituta".

Questa inattesa notizia, arrivata non dico a motore ancora acceso, ma quasi, mi aveva un po' rattristato.

Devo dire che avevo affrontato, in gran parte con il buio, i circa 210 km che separano Pistoia da Assisi davvero contento di rivedere don Tonio, già coordinatore nazionale di Pax Christi, Presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, direttore di Mosaico di Pace, giornalista, e vero e proprio punto di riferimento per tutti i pacifisti e i nonviolenti, italiani e non solo.

Uno, tra l'altro, che, ormai parecchi anni fa, si era fatto inopinatamente e davvero pazientemente riempire lo zaino da me, con alcuni dei libri che avevo scritto, quasi all'inizio di un'assolata (e non brevissima, come si sa...) marcia per la Pace Perugia Assisi... (sì, ci arrivo sempre dopo...)

Dopo aver sistemato la valigie nello spartano alloggio condiviso e aver gustato un buon caffè preparato dal cambusiere campano (una garanzia...), ho salutato i nuovi compagni di avventura del cammino sulle orme di Francesco e mi sono messo in attesa, come tutti e tutte i partecipanti della Route 2026 del Movi.

Ci siamo ritrovati, a ottocento anni dalla scomparsa di San Francesco d'Assisi, sulle sue orme, ma anche stimolati, accompagnati dal centenario della scomparsa di una importante, e ancora troppo poco conosciuta ulteriore figura, il "padre" del moderno volontariato italiano: Luciano Tavazza.

Ed eravamo tutti e tutte lì, nella bella sala riunioni, tra sedie e panche, ad aspettarla questa "sostituta" di Padre dell'Olio.

Una consacrata, ci avevano anticipato e, soprattutto, siamo pur sempre ad Assisi, una restauratrice professionista di opere d'arte.

Ed è così che Sara Panzino, "la sostituta", insieme all'arte che include, alle ferite, alla cura, al mantello, al restauro e al suo avvolgente e accogliente sorriso, è entrata, in punta di piedi, ma con grande forza ed empatie, nelle nostre vite, nella nostra storia, nel nostro percorso...

Sara ci ha mostrato degli affreschi distrutti, apparentemente devastati, a una prima vista irrecuperabili...

E ha proiettato di fronte a noi San Francesco che si disfa del suo prezioso mantello da cavaliere, deciso a donare con esso tutto se stesso, a "uscire fuori da sè", e a iniziare un'inedita e indimenticabile, indimenticata Vita.

Ci ha parlato della sua professione, che appare molto più: il restauro dell'arte.

Ci ha accompagnato nella prima, propedeutica azione da compiere: "la pulizia".

Un'operazione complessa, delicata che, ci ha detto Sara, punta a riportare l'opera d'arte alla propria autentica "verità".

Ci ha anche detto due cose, a mio parere, importantissime: il restauro non è mai definitivo (ma è volutamente leggero e reversibile) e, spesso, non è, non può essere perfetto.

Per non "tradire la verità", infatti, alcune parti, alcune "ferite" dell'opera d'arte, come delle nostre vite, possono anche non essere toccate. Permanere.

Tutto questo non uccide l'arte e non uccide la Vita: si può rimanere e restare con una o più ferite, senza per questo che la figura intera, l'affresco, la persona ne rimanga uccisa, lacerata, irrimediabilmente offesa.

Non occorre concentrarsi, ha continuato Sara, la "sostituta", solo su ciò che manca, dobbiamo, possiamo vedere quello che c'è, anche nel divenire...

Ci siamo noi e la nostra ferita, è vero, non scadiamo nel buonismo.

E' lì, ce la portiamo sulle spalle, ci pesa, rende più faticoso il nostro cammino, fa sanguinare le nostre ginocchia, molto spesso ci urla in faccia anche la nostra, spesso apparente, qualche volta tragicamente reale, solitudine, frequentemente non priva di rabbia.

Molto spesso, è successo a lungo, ce lo ha confidato, anche a Sara, vediamo solo noi stessi e la nostra ferita, ciò che ci manca, ciò che non è più.

Non è nemmeno più la verità dell'intero.

A volte, come su un affresco, su una vita, per restaurarla nella verità, farla tornare a se stessa, occorrono uno sguardo esterno e attento, una mano disponibile e forgiata dall'esperienza, un incontro, un'attesa che si immergono in una relazione e in una reciprocità, mai materialista, mai soppesata, mai calcolata.

Una reciprocità, per citare il "cantiere dei sogni possibili", di questa nostra giornata alla Route, che si manifesta, si sviluppa, volontariamente, tra: "gratuità e libertà".

Ma Sara, sempre meno la "sostituta" non si è fermata qui. 

Ha abitato, ci ha proposto, con un concreto racconto di vita, sincero, personale, non privo di salite e di curve, il ponte necessario tra queste due sponde.

Un ponte esigente, un obiettivo, un divenire nel presente, che si raggiunge sempre con il "Noi", certo, dopo aver risvegliato anche il nostro: "Io".

Il ponte tra "gratuità e libertà", ci ha raccontato Sara, condividendo l'accompagnamento complesso, il "fare, essere famiglia" con una madre e una figlia giunte dall'Africa con una malattia rarissima della piccola, è, non può che essere, la "giustizia".

La giustizia è anche un limite che ci fa scoprire lo spazio dell'altro/a, specialmente se più fragile, senza mai dimenticare la sua soggettività, senza mai smettere di riconoscere e di riconoscerci, con responsabilità, una reciproca, gratuita, libertà.

E Sara, insieme ai volontari e alle volontarie del progetto "Arte che include", disabili e non, fragili e non, giovani e non, ci ha anche accompagnato, nel pomeriggio, alla visita del bellissimo ciclo pittorico di Giotto, presso la Basilica Superiore di Assisi.

Ci ha accompagnati nell'incontro con San Francesco, con la sua stupefacente e generativa vita, al suo "sogno da svegli", al suo continuo camminare domandando, costruendo, favorendo, abitando incontri, relazioni di Pace, anche con i mussulmani, in Egitto, nonostante la quinta crociata,

Al suo cercare e vivere la Parola, cercandola nel silenzio e nel dialogo, oltre che nell'autenticità di una povertà che prima che regola è la condivisione, la messa in gioco della vita stessa.

Un Francesco fin da subito normalizzato, reso beffardamente comodo, persino rassicurante, da chi ha voluto tradire i suoi opportuni e profondi segni di contraddizione per la Chiesa, come per la società. 

Per la violenza dell'Occidente cristiano.

Un Francesco che dobbiamo riscoprire, "restaurare" nella sua autentica radicalità evangelica.

Ma qual è, dov'è il nostro mantello? Ci siamo chiesti.

Quali sono, dove sono i nostri sogni, le nostre stelle, ci hanno chiesto i ragazzi immergendoci nell'"Arte che include?"

Dove si curano le nostre ferite e le nostre paure, il nostro "non essere pronti, non sentirci adatti" se non in una "condivisione fraterna", assolutamente non clericale, posto che Sara lavora soprattutto con atei...?

Come educhiamo, come "tiriamo fuori" e mettiamo in gioco veramente il nostro "Io" più vero e autentico, prezioso e singolare, in un "Noi" plurale, unità nella differenza, che include, non esclude, non separa, non uccide?

Un Noi di Pace e di Arte, di Sogno e di Imperfezione, un Noi che è Spazio, proprio perchè conosce anche la dimensione del vuoto, della ferita e del divenire, di un'identità che si nutre, che si contamina positivamente dell'incontro con l'altro/a.

Non un'identità millenaria e immobile, e spesso violenta, autoritaria, patriarcale, maledetta. 

Possiamo ritrovare un Noi che, come il restauro, come il volontariato, almeno nella concezione gratuita, libera ed equa, di Luciano Tavazza, conosce la dimensione politica, oltre che umana, della cura.

Un volontariato che non è, ci hanno insegnato camminando, facendo, essendo, tessendo, la barella o la stampella dello Stato o dei partiti, nemmeno delle istituzioni, ma è, invece, "fraternità (e sorellanza) gratuita e libera nella giustizia".

Un volontariato che, nel guardare oltre noi, oltre l'io, non per forza lontanissimo, anche nella prossimità, può rappresentare una stella.

E "nella vita, la bellezza di una stella illumina il buio".

Ce lo siamo detti con gli occhi e con il cuore, senza bisogno di parole, anche oggi, di primissima mattina, quasi all'aurora, recitando insieme le Lodi all'Eremo delle carceri.

Foschia, brezza intensa che ti accarezza e ti sveglia, fiori, uccelli.

Falchi pellegrini e greppi sulle alture del Monte Subasio.

Grazie Francesco e grazie Sara, ex sostituta (non ce ne voglia Don Tonio...)

Grazie Sara anche per la Parola del Profeta Isaia che ci hai consegnato come lascito nel salutarci alla fine del nostro incontro:

(...) Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?" Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore?
Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia.
Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai ed egli dirà: "Eccomi!" Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna, se tu supplisci ai bisogni dell'affamato e sazi l'afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.
I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età e sarai chiamato il riparatore delle brecce, il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese" (...)

Camminando, ascoltando la Parola, domandando, sulle orme di Francesco, nel ricordo di Luciano e insieme a Sara la "sostituta", guardando verso l'alto come il santo di Assisi, "s'apre il cammino..."

L'Aurora lascia spazio al giorno (e al caffè..); si scende dal monte.

Ogni mattino è un'incredibile occasione d'Amore se, insieme alla nostra ferita, sappiamo, pur strani, inadatti, magari un po' poeti, guardare con occhi diversi, abbracciare, benedire l'altro/a che ritroviamo di fronte a noi.

Francesco Lauria

mercoledì 26 agosto 2026

"DA UNA PARTE C'E' IL NEOLIBERISMO, DALL'ALTRA L'UMANITA'". LA PREZIOSA ATTUALITA' DEL SUBCOMANDANTE MARCOS, TRENTA ANNI DOPO.

“Da una parte c’è il neoliberismo, dall’altra l’umanità”. 

Dobbiamo essere grati al progetto editoriale "Cronache Ribelli", per averci riproposto un importante ed evocativo video, tratto da un documentario curato anche dal compianto Gianni Minà.

Il filmato, esattamente trenta anni dopo, riporta un parte del discorso del Subcomandante Marcos durante il primo “Encuentro Intercontinental por la Humanidad y contra el Neoliberalismo”, che si svolse in Chiapas tra il 27 luglio e il 3 agosto 1996

Erano passati pochi mesi dagli storici accordi di San Andrés sull'autonomia e i diritti dei popoli indigeni, successivi all'insurrezione zapatista del 1 gennaio 1994 e in cui aveva avuto un ruolo fondamentale Samuel Ruiz García, vescovo di San Cristóbal de las Casas, chiamato dagli indigeni Tatic ("padre") per la sua strenua difesa dei diritti umani e della dignità delle popolazioni maya.

Come racconta Cronache Ribelli, il discorso di Marcos del luglio-agosto 1996: "fu uno degli appuntamenti fondativi della dimensione internazionale dello zapatismo: l'obiettivo era mettere in relazione esperienze di resistenza molto diverse, costruendo una rete globale contro il capitalismo neoliberista. 

Una rete senza una struttura gerarchica o un centro dirigente. 

Marcos ci spiega come il neoliberismo trasforma ogni Paese, città, campagna, casa e persona in un possibile campo di battaglia e contrappone alla sua potenza l'essere umano che resiste ovunque nel mondo. 

È un passaggio particolarmente significativo perché condensa una delle idee centrali dello zapatismo: il vero conflitto non è quello tra gli Stati, ma quello tra le oligarchie globali neoliberiste e l'umanità che cerca di autodeterminarsi

Il conflitto esplode quando “in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi momento, un uomo o una donna si ribellano e alla fine si strappano di dosso gli abiti che il conformismo ha tessuto per loro e che il cinismo ha tinto di grigio

Un uomo o una donna, di qualsiasi colore e in qualsiasi lingua, dice e ripete a se stesso: Basta!”.  

Marcos è stato per la mia generazione, fino al suo ritiro nel 2014, un punto di riferimento fondamentale, insieme alla storia collettiva del movimento zapatista in Chiapas.

Pochi ricordano che, prima di lui, gli zapatisti avevano avuto, per parecchi anni, una subcomandante donna: la subcomandante Elisa (pseudonimo di María Gloria Benavides Guevara) e che la rivoluzione zapatista è stata spesso anche definita la rivoluzione dei bambini e, soprattutto, delle bambine senza paura.

Conosco più di una coppia di miei/mie coetanei/coetanee o poco più grandi, che, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, ha realizzato il proprio viaggio di nozze in Chiapas, nelle zone occupate dalla guerriglia zapatista, indigena e libertaria dell'EZLN.

Noi, chiedendoci, camminando, quale fosse, nel momento presente, il "significato della rivoluzione", aspiravamo, con lui, e con tutti gli zapatisti e le zapatiste a: "cambiare il mondo senza prendere il potere".

Anche se, in realtà, la riflessione politica e filosofica, debitrice al sociologo John Holloway, è sempre stata più complessa di questo affascinante titolo relativo a un saggio che tutti, davvero tutti e tutte, tenevamo, custodivamo nei nostri zaini, insieme ai nostri taccuini e ai nostri sogni.

Le nostre pagine, nell'Occidente delle "passioni tristi", si riempivano, si entusiasmavano, si coloravano delle "Istruzioni per cambiare il mondo" scritte dal subcomandante: dalle definizioni, alle istruzioni per "dimenticare e ricordare", "andare avanti",  "non piangere", "scrivere una canzone", per "la morte", "innamorarsi", "provare compassione", "avere successo scrivendo un libro", "accomiatarsi", "misurare il silenzio", per "le lacrime", "cadere e risollevarsi", per "misurare la vita"...

Peraltro Marcos parlava a tanti mondi differenti: nel 1995, un anno prima del filmato riportato da Cronache Ribelli, era stata Edizioni Lavoro, allora casa editrice interamente della Cisl (che aveva tra i propri autori anche Andrè Gorz e Serge Latouche) a pubblicare un testo importante del subcomandante, intitolato: "Dalle montagne del sud-est messicano".

Il volume raccoglieva comunicati, lettere e messaggi inviati dal portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) alle autorità messicane, alla stampa e alla popolazione.

Non va dimenticato che Marcos usava spesso per comunicare racconti, poesie e favole.

Una sua raccolta ha come titolo, bellissimo a mio parere, "Racconti per una solitudine insonne"; si tratta di un davvero irripetibile, intreccio di impegno rivoluzionario e narrazione fantastica che, nei racconti del subcomandante, vedeva spesso come protagonista il coleottero Don Durito de la Lacandona o un vecchio di nome Antonio.

Il manifesto con il subcomandante Marcos e la sua firma, realizzato dalla casa editrice della Cisl in occasione dell'uscita del libro, era stato affisso in diverse sedi sindacali in tutta Italia.

Io lo ricordo, a Bologna, anni dopo (e in tempi sindacalmente più difficili per il pluralismo nella confederazione che era sta guidata in anni ormai lontani da Pierre Carniti...) ancora orgogliosamente al centro della parete, nell'ufficio di Nicola Bagnoli, allora segretario generale regionale emiliano-romagnolo dell'Alai Cisl, il sindacato dei lavoratori "atipici" e interinali.

Con un po' di sana nostalgia, ma anche con la consapevolezza che non c'è una sillaba di Marcos e degli zapatisti a non essere ancora di assoluta attualità, lasciamo la parola a lui (e a loro...), dalla selva Lacandona...

Immagini e audio del video sono tratti dal documentario/intervista di Gianni Minà “Aqui Estamos”.

Link al VIDEO del SUBCOMANDANTE MARCOS: https://www.facebook.com/watch/?v=2039993106621602

Francesco Lauria

LEGAMBIENTE (PISTOIA) HA BATTUTO UN COLPO: VERSO LA CHIUSURA DELL'INCENERITORE DI MONTALE (E DI TUTTI GLI INCENERITORI).

Una settimana fa avevo realizzato un'ampia riflessione e rassegna di posizioni politiche e associative sul tema del c.d. "raddoppio" dell'inceneritore di Montale, impianto di smaltimento dei rifiuti, situato nella piana tra Prato e Pistoia, di cui da anni è prevista la chiusura.

Per chi volesse riprendere le mie parole (come al solito non proprio sintetiche...) qui il link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/montale-perche-nel-tempo-del.html

La pluridecennale vicenda dell'inceneritore di Montale rappresenta questione di dimensione almeno regionale, non solo locale, esempio direi lampante di mancanza di visione strategica, tradimento delle promesse fatte e scippo della giustizia geografica, da parte di un'intera classe politica, peraltro confusa, contraddittoria, drammaticamente incerta tra la tutela e la promozione della salute pubblica e il business, anche finanziario, dello smaltimento dei rifiuti.

Una classe politica, ovviamente, sia di centrosinistra che di centrodestra.

Ultimamente, anche professionalmente, mi sto occupando, a livello locale, nazionale ed europeo, della VIG (Valutazione di Impatto Generazionale) formula un po' burocratica e bruxellese per definire politiche che, a partire dai territori per giungere al pianeta, non possono che dare piena priorità alla tutela e alla promozione delle nuove e delle future generazioni.

Conosco già le spuntate (e sputate...) obiezioni: basta con i nimby, quali sono le alternative, i rifiuti li portiamo a casa tua in cucina, che male c'è a guadagnarci dallo smaltimento, c'è un inceneritore nel centro di Copenhagen, etc, etc....

Prima di commentare compulsivamente o di criticare con ignorante veemenza, suggerisco, pertanto, la lettura attenta dell'articolo dove, ovviamente, posto le riflessioni e le proposte alternative di chi, da decenni, si occupa del tema, non tanto le mie.

Infine, diamo a Cesare ciò che è di Cesare.

O meglio, a Legambiente di Pistoia, ciò che è di Legambiente di Pistoia.

Avevo scritto dell'apparente afasia dell'associazione ambientalista (unica tra le associazioni ambientaliste del territorio, che io sappia), ipotizzando la possibilità che essa fosse dovuta ad uno storico collateralismo con i partiti di centrosinistra (Pd in particolare).

Legambiente ha realizzato, sia chiaro, tante azioni e attività significative, ed ha avuto certamente un'evoluzione importante in più di quarantasei anni di vita (è nata il 20 maggio 1980), ma non va dimenticato che la "Lega per l'Ambiente" (così si chiamava in origine) nacque come mera "costola" dell'Arci (realtà associativa costituitasi nel 1957, a seguito dell'impetuoso sviluppo del movimento di costruzione di Case del Popolo in tutto il paese, promosso dal Partito Comunista Italiano allora guidato da Palmiro Togliatti). 

L'Arci, è noto, fu, a sua volta, "costola" del Pci, così, più nel piccolo, come la Libertas, lo fu della Democrazia Cristiana, l'Aics del Partito Socialista Italiano, l'Endas del Partito Repubblicano Italiano, il CNS Fiamma, del Movimento Sociale Italiano, etc.

Si trattava del sistema complesso e variegato (che comprendeva, ad esempio, anche il mondo della cooperazione c.d. "rossa", "bianca" e, in alcune zone del paese, anche "verde" per quel che riguarda i Repubblicani e "nera", ad esempio nel basso Lazio) della c.d. "Repubblica dei Partiti", realtà importanti, imponenti e di massa.

Partiti, però, nel corso dei decenni, sempre più involuti e strumenti, macchine del potere, quando, negli anni Novanta del Novecento, lo storico cattolico Pietro Scoppola, coniò la precedente definizione, in parte dispregiativa, che accompagnava la sua attenta ricostruzione dell'evoluzione e della crisi del sistema politico italiano.

Tornando a noi e al tema della raccolta, gestione e smaltimento relativi al ciclo dei rifiuti, in questi giorni, oserei dire finalmente, Legambiente Pistoia ha battuto un colpo e ha diramato un comunicato in cui, abbastanza chiaramente, prende posizione contro il raddoppio dell'inceneritore di Montale.

Non solo, l'aspetto che a me pare più importante e significativo è che l'associazione ambientalista abbia preso pubblicamente posizione, a partire dal caso specifico di Montale e coerentemente con gli orientamenti nazionali, contro gli inceneritori in generale nell'ambito del ciclo di smaltimento dei rifiuti e a favore di un processo decisionale democratico e partecipato (il contrario di quanto avvenuto, fino ad ora, a Montale e non solo).

Qui il link: https://www.ecodallecitta.it/legambiente-chiusura-riconversione-inceneritore-montale/

Che dire?

Meno male e... meglio tardi che mai!

Benvenuti/bentornati.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli

lunedì 24 agosto 2026

VALERIA CITTADIN vs TINA ANSELMI E ANNA KULISCIOFF. L'IMPRESSIONANTE METAMORFOSI DI UNA (EX) SINDACALISTA: DALLA GUIDA DELLA CISL ALLA DESTRA PIU' ESTREMA

Ci sono parabole personali (e, almeno in parte, purtroppo, collettive), legittime per carità, ma pubbliche e che, come tali, possono essere vagliate, commentate e criticate, poichè riescono a rivestire i connotati più grotteschi.

Sono parabole, ovviamente, di potere che annientano una vita precedente, ammainano i propri ideali, la propria esperienza, le proprie (vecchie) relazioni, per abbracciare nuovi orizzonti di dominio e di conquista del potere.

Queste parabole non sono, sia chiaro, appannaggio della sola destra razzista e xenofoba o dei sindacati concertativi, ce ne sono di molto subdole anche nella sinistra, persino nella sinistra c.d. "radicale" (ed io le ho dovute sperimentare, mio malgrado, nella recente campagna elettorale per le elezioni amministrative a Pistoia, ad esempio in Alleanza Verdi Sinistra (anche rispetto a figure molto giovani, pur con qualche sparuta, lodevole, eccezione).

Ce ne sono, purtroppo, anche nel frammentatissimo sindacalismo di base.

La ricerca del potere per il potere che, femministicamente viene definito, da un collettivo peraltro veneto: Diotima, ricerca ostinata e perversa del dominio, di quel cosiddetto "potere su" e non "poter per" e/o "potere con" è una caratteristica antica di quella politica che il dirigente socialista craxiano, Rino Fornica, definiva, con ostentata assuefazione: "sangue e merda".

Venendo a noi, fece scalpore, una decina di mesi fa, la scelta di Valeria Cittadin, neosindaca/o di Rovigo, eletta con Fratelli d'Italia e, sino ad un attimo prima della campagna elettorale, esponente apicale (la numero due...) della più grande Cisl d'Italia, la Cisl del Veneto, quasi 500.000 iscritti, di cui era segretaria organizzativa, ma in cui ricopriva, tra l'altro, le deleghe all'immigrazione, alla cooperazione internazionale e alle politiche di genere.

La decisione della neosindaca/o era stata quella di rinunciare deliberatamente e sorprendentemente a cospicui fondi del Pnrr, già deliberati e stanziati a favore del Comune di Rovigo, pur di non doversi occupare di integrazione degli immigrati, e dei richiedenti asilo in particolare, mettendo la parola fine a progetti ventennali dell'amministrazione locale, peraltro da lei ampiamente sostenuti quando, in passato, aveva svolto il ruolo di sindacalista nella sua città.

Una buona ed equilibrata, sobria, sintesi di tutto ciò può essere ritrovata in questo articolo de Il Posthttps://www.ilpost.it/2025/10/29/migranti-sicurezza-rovigo-valeria-cittadin/

La traiettoria verso la destra politica e sindacale della Cisl, nazionale, ma anche del Veneto, è arcinota, evidente a tutti e a tutte.

Essa è stata sancita anche dall'ingresso nel Governo Meloni  del calabrese Gigi Sbarra (peraltro oggi quasi invisibile da un punto di vista dei contenuti politici), ex leader maximo del sindacato che fu, tra gli altri, di Pastore, Carniti e Marini, ma anche, pensiamo al Veneto, della partigiana e sindacalista Tina Anselmi (proveniente dal sindacato della scuola, proprio come la/il neosindaca/o di Rovigo).

Un ingresso nel Governo più a destra della storia repubblicana, sia chiaro, pubblicamente benedetto e lodato dall'attuale segretaria generale nazionale della Cisl, la tarantina Daniela Fumarola.

Ma, anche in questo doloroso contesto, il percorso di Valeria Cittadin merita un'attenzione e una menzione peculiari.

La battuta perfida che gira in Regione e a Rovigo, dove, bisogna riconoscerlo, alle ultime elezioni ha preso tantissimi voti, è che la Cittadin, intuita, per ragioni di regolamenti di conti interni alla Cisl del Veneto e nazionale, a lei abbastanza indipendenti, la fine prossima della propria ambiziosa carriera sindacale,  sarebbe stata pronta e disponibile a candidarsi con chiunque, adeguando i propri programmi e il proprio profilo politico a qualsiasi partito e coalizione, purchè potenzialmente vincenti.

Ad essere sinceri c'è un precedente interessante e premonitore e anche abbastanza antico (a testimonianza che il percorso verso destra della Cisl è almeno ventennale...) in cui Valeria Cittadin, allora segretaria provinciale generale della Cisl di Rovigo, nel commentare esultante una sentenza avversa agli ambientalisti sulla centrale di Porto Tolle, si espresse così, ben consapevole e anzi rivendicandone l'utilizzo, con una famosa frase di Benito Mussolini: "Molti nemici, molto onore...!"

Da persona pragmatica e operativa quale è, Cittadin, una volta eletta sindaco/a, non ha perso tempo: ad esempio, ottenendo l'effetto contrario, e cioè di trasformare un piccolo, piccolissimo gay Pride in un occasione di rilievo nazionale, la/il sindaca/o Valeria Cittadin ha definito l'evento, per usare solo una delle sue affermazioni più delicate e gentili, una: "manifestazione tribale".

Anche qui, andando in contraddizione piena con la sua precedente esperienza sindacale, anche recente, in una confederazione che, ancorchè spesso definita con un errore da matita rossa (o nera...) cattolica, è, invece, da sempre, un sindacato pienamente laico ed aconfessionale, dove il leader e fondatore Giulio Pastore, l'ho riportato anche in un mio libro a lui dedicato, voleva con forza che mai: "fosse mortificata la concezione di vita di qualsiasi lavoratore o lavoratrice".

E' chiaro che Valeria Cittadin questa lezione di vita, di sindacato, ma anche di politica, ad opera di Giulio Pastore, che volutamente, negli anni Cinquanta del Novecento, dismise, insieme al suo storico collaboratore Mario Romani, la cappella religiosa presso il Centro Studi Nazionale del sindacato a Fiesole,  l'abbia (volutamente?) drammaticamente dimenticata.

Quello stesso Giulio Pastore che, ricordiamolo, lasciata la Cisl anche lui per l'impegno politico (ma con ben altra postura e ben altri obiettivi) ci mise un secondo, insieme ad altri due altri ministri della sinistra democristiana, a dimettersi, nel 1960, dal Governo presieduto da Fernando Tambroni (altro grande camaleonte della politica...), con i voti, determinanti, della destra del Movimento Sociale Italiano.

Tornando all'oggi, quello che appare più grave è che Valeria Cittadin, dopo le sue gravissime dichiarazioni, in cui si diceva anche sostanzialmente rammaricata che le regole costituzionali le impedissero di far vietare la manifestazione per i diritti civili, sia stata pubblicamente omaggiata da quella che più che una successora, sembra il suo clone: la nuova segretaria organizzativa della Cisl del Veneto, Stefania Botton, rodigina come lei e proveniente (sic, ahimè...) dalla Cisl Scuola ancora come lei.

Nessuno vuole permettersi, per carità, di giudicare un'amicizia, peraltro antica, ma il selfie condiviso da entrambe, proprio nel pieno delle polemiche per le oggettivamente incredibili dichiarazioni di Valeria Cittadin che hanno offeso non solo la comunità Lgbt, ma tutte le persone minimamente attente ai diritti (non solo civili...), ha assunto il significato, anche, di una (ulteriore...) benedizione politica e sindacale.

E' vero, siamo nel pieno della polemica, orchestrata magistralmente da Repubblica in pieno agosto, sulla c.d. "sinistra woke" e sui suoi eccessi.

Chi scrive, sin da tempi non sospetti, sperimentatolo sulla propria pelle e sulla propria carne, ha preso le distanze da un crescente femminismo estremo, separatista, inutilmente aggressivo nei confronti degli uomini e delle donne non ad esso allineate, denunciandone gli eccessi e, soprattutto, gli aspetti paradossali, violenti e controproducenti.

Ma, in questo davvero singolare dibattito sulla inventata e strumentale contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili, tra diritti al lavoro e diritti di cittadinanza, mi sono venute in mente due figure femminili particolarmente importanti: la prima, inevitabilmente e per ovvie ragioni, non può che essere la veneta Tina Anselmi, nominata solo nel 1976 (ed è sinceramente incredibile ci sia voluto tanto...) prima Ministra donna della nostra Repubblica (al lavoro, peraltro...) , la seconda è la grande socialista (e medico ginecologo) nata in Crimea, ma naturalizzata italiana, Anna Kuliscioff, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Se le battaglie di Tina Anselmi, nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento, per la parità nel lavoro tra uomo e donna e per la sanità pubblica e di dimensione nazionale, non possono, in alcun modo, essere messe in contrapposizione, anche l'impegno militante e riformisticamente rivoluzionario della Kuliscioff ha, da sempre e molto prima, messo insieme diritti sociali e diritti civili.

Benissimo ha fatto la casa editrice Cronache Ribelli a pubblicare un agile e opportuno volumetto di Anna Kuliscioff (intitolato: "Il monopolio dell'uomo e altri scritti") dove questa grande ed incredibile donna ha analizzato il tema della condizione femminile legandolo direttamente alla "questione sociale". (di lei, da poco scomparsa, scrisse Carlo Rosselli in "Quarto Stato": "eternamente giovane, indescrivibile il fascino e la suggestione che esercitava. Il Suo dono più prezioso fu quello di poter capire tutto e tutti").

Infatti, partendo dalle trasformazioni economiche dovute all'industrializzazione e dalla crescente partecipazione femminile al lavoro retribuito, Anna Kuliscioff mise in luce come la subordinazione delle donne non fosse un fatto naturale, ma il risultato di un monopolio del potere maschile consolidato da norme sociali, culturali e giuridiche.

Per lei, e siamo nel 1890, solo l'indipendenza tanto sul piano economico che su quello dei diritti, poteva consentire alle donne di emanciparsi dal dominio maschile e partecipare pienamente alla vita collettiva.

Ma, qui sta il punto, già nel pensiero della socialista nata in Crimea, ovviamente in stato embrionale, si poteva scorgere una saggia e visionaria prospettiva intersezionale, tra i diritti civili e la lotta per la giustizia sociale per tutti e tutte.

Ora, con pochi, ulteriori commenti, ma avvertendo tutti e tutte che si tratta di "roba" davvero forte, inadatta a chi avesse qualsiasi minima, anche moderatissima, sensibilità sociale e civile, posto il link, segnalatomi dal Veneto da alcuni increduli e costernati amici, alle ultime riflessioni della/del sindaca/o Valeria Cittadin, a partire proprio dal rifiuto dell'accoglienza e dell'impegno del sostegno istituzionale ai più fragili (oggi solo in quanto immigrati e rifugiati, ma domani, chissà...)

Il punto più amaro è che queste parole, per me dissolute, della ex numero due della Cisl regionale del Veneto, sono state accompagnate da migliaia di like.

Ho già scritto più volte di come, condividendo le riflessioni di Laura Pennacchi nel suo ultimo libro, non credo che la politica, oggi, sia destinata a seguire inevitabilmente nè Machiavelli,Hobbes... (link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/nonostante-hobbes-e-machiavelli-lavoro.html   ).

Ma ho scritto anche di come, tra gli altri, Rosanna Virgili, Francesco Guccini e Michel Foucault ci indichino strade e speranze alternative, link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/non-innamoratevi-del-potere-patriarcato.html e successivi...) 

Nel frattempo, ripeto, allontanando tassativamente i bambini e le persone particolarmente sensibili e non per forza di sinistra, proviamo ad ascoltare, come esempio paradigmatico di assoluta negazione, ad ogni livello, del senso e della missione della politica, Valeria Cittadin, a questo, almeno per me, terribile link:

https://www.facebook.com/share/v/1GDyHa7qS1/

Qualora ci fossero problemi di visualizzazione è disponibile anche questo (sempre terribile) ulteriore link: https://www.facebook.com/reel/1432281728790248

Un filmato, destinato prioritariamente da Valeria Cittadin ai suoi non pochi follower, in cui questa rappresentante delle istituzioni si vanta, con ordinaria "banalità del male", di aver impedito l'accoglienza a Rovigo (integralmente già finanziata con fondi comunitari) non di trecento, non di tremila richiedenti asilo, ma di trenta.

Trenta e sarebbe facile, evangelicamente, compiere considerazioni sul rapporto tra questo numero e il denaro, i denari...

C'è un punto che mi rammarica, mi addolora più di altri: ed è il lucrare politico (nel senso più basso, infimo, del termine) sulla competizione sociale tra ultimi e penultimi.

Tra poveri italiani e poveri immigrati. Tra persone. Tra lavoratori, lavoratrici.

Anzi nel respingerli, nel "mettere loro fine", Valeria Cittadin definisce negativamente queste persone, a me pare con agghiacciante disprezzo: "i bisognosi dei bisognosi", esseri umani che "deturpano" con la loro presenza...

Non aggiungo nulla, per carità cristiana nei suoi confronti, anche come ex sindacalista, rispetto alla rinuncia da parte di Valeria Cittadin e del Comune di Rovigo ai fondi pronti e stanziati per la costruzione di una casa per le vittime del caporalato. 

Il sindacato, non per forza quello rivoluzionario e conflittuale, ma anche quello concertativo, avrebbe dovuto insegnare, invece, a Valeria Cittadin, ex numero due della Cisl regionale più grande d'Italia, che: "fare, essere giustizia insieme", come ci hanno spiegato l'etimologia della parola e Papa Francesco, è esattamente il contrario di quello che lei fa quotidianamente.

E' costruire, insieme e dal basso, percorsi di liberazione attraverso la dignità della vita e del lavoro a partire dalle e con le soggettività più fragili, emarginate, sfruttate, scartate.

Tutto questo, peraltro,in piena coerenza anche con il troppo spesso dimenticato, bellissimo Articolo 2 dello Statuto della Cisl, 

Invito, infine, tutte e tutti a seguire, nel visionare questo orribile video, le tre fasi proposte proprio da Papa Francesco ai movimenti popolari: "vedere, giudicare, agire".

Perchè sarebbe davvero folle ed incosciente, socialmente e politicamente, a partire da Rovigo e dal Veneto, terre di antica emigrazione di massa, non costruire un'alternativa radicale a tutto questo, salvaguardando, ovviamente e in maniera strenua, il valore dell'autonomia del sociale dalla politica dei partiti...

Tutti.

Francesco Lauria (affranto e radicalmente, esistenzialmente, da un'altra parte...)