martedì 16 giugno 2026

DELIO, SIMONE, ANTONELLA. DAI LICENZIAMENTI REPRESSIVI, AI DECRETI "SICUREZZA", AI RAPIMENTI, ALLE TORTURE IN MARE. TUTTO E' CONNESSO. TUTTO E' RIVOLTA.

In questi ultimi giorni ho smesso di muovermi disordinatamente come (vista la stazza raggiunta) un ippopotamo furioso (curando le ferite della vicenda, incredibile e scandalosa, che coinvolge, insieme a me, pezzi di centrosinistra pistoiese molto vicini al neosindaco Giovanni Capecchi) e ho ricominciato, per fortuna e per mia salute, a guardare fuori di me.

Devo tutto questo, principalmente, a tre persone, due delle quali fino a sabato non le conoscevo nemmeno, e che reputo tutte speciali.

Si tratta di Delio Fantasia, leader sindacale presso la Fiat di Cassino e per questo licenziato da Stellantis, come fossimo negli anni Cinquanta del Novecento, Lorenzo Vivoli, componente della segreteria nazionale dell'Flmu Cub, licenziato dopo più di trent'anni di lavoro da Tim perchè colpevole di aver supportato sindacalmente dei lavoratori in appalto (Fibercoop) usando qualche volta una mail aziendale, e Antonella Bundu, che è difficile descrivere in poche parole se non come leader di Toscana Rossa e consigliera a Firenze per Sinistra Progetto Comune e come lei stessa si propone: "donna nera, fiorentina e di sinistra".

Per chi volesse approfondire l'interessantissima biografia di Antonella è disponibile questo link: https://www.firenzecittaaperta.it/antonella-bundu-la-mia-storia/ che è lo stesso che mandai a tutti i miei amici e contatti quando decisi, un po' in extremis per la verità, di sostenerla e votarla alle ultime elezioni regionali dell'autunno 2025 (altro periodo per me più che turbolento, qualcuno mi avrà fatto il "malocchio"...).

Tornando a sabato scorso, sono davvero grato alla Cub nazionale per aver promosso a Firenze, e quindi in solidarietà all'ultimo, in ordine di tempo, dei licenziati, Simone, un convegno di altissimo livello e di importante partecipazione sul tema: libertà sindacale e licenziamenti repressivi.

Il convegno ha permesso di raccontare le storie personali: Delio, Simone, ma anche altri, tra cui io, ed è stato molto utile anche per gli interventi di tre giuslavoristi impegnati nella difesa dei lavoratori e delle lavoratrici insieme al sindacalismo di base e alla Cub in particolare: Simone Bisacca, Pino Marziale, Andrea Danilo Conte. (Qui il link ai lavori completi del convegno: https://www.youtube.com/live/Seajx3kmElY)

Ha colpito molto Antonella, che lo ha ripreso ieri sera a Pistoia al Circolo Arci della Fornaci, e ha colpito anche me, il racconto dello sciopero di solidarietà di Pinerolo di alcuni anni fa, rispetto al licenziamento di un delegato sindacale.

Si tratta del licenziamento di un esperto della Fiom in Fiat che aveva utilizzato la mail aziendale per la diffusione di un volantino (realizzato, peraltro, nei contenuti da lavoratori polacchi) ai tempi della vicenda di Pomigliano.

La Fiat provò a colpire un singolo e un simbolo, ma la risposta fu stupefacente e coinvolse per due settimane di scioperi e mobilitazioni tutte le aziende del territorio (Pinerolo) mentre in tutti e tre i gradi di giudizio si arrivò alla reintegra del lavoratore.

Si tratta di quindici anni fa: oggi non è possibile fare finta che alcune cose non siano cambiate, che non ci siano maggiore paura, minore solidarietà e tanti lavoratori e lavoratrici che, per timore, rinunciano alla tutela e alla giustizia.

Intendiamoci, nei confronti di Delio, Simone, ma anche mia, non sono mancate ampie e importanti manifestazioni di solidarietà, non solo dall'Italia, ma, a un certo punto, si sono, quasi inevitabilmente, fermate, affievolite, mentre, ad esempio nei confronti di Delio, venivano pronunciate sentenze del lavoro più che discutibili.

Torniamo a quanto hanno detto gli avvocati, invitando a tornare agli albori del movimento sindacale e alle casse di resistenza create, non occasionalmente, in occasione degli scioperi. Il lavoratore non deve avere solo l'avvocato gratis, ma anche il rischio di causa coperto perchè le condanne nei loro confronti al pagamento delle spese di giustizia sono sempre, purtroppo, più frequenti, in barba allo spirito originario del nuovo processo del lavoro, approvato nel 1973.

Nel mio intervento durante il convegno, dove mi è stata data l'attenzione di intervenire dopo Delio e Simone, sono tornato sulla terribile e "frantumante" vicenda del mio licenziamento dalla Cisl e dal Centro Studi Nazionale fiorentino della confederazione, dopo venti anni di impegno e passione (minuto 1.51.00 del filmato, ma per chi volesse un racconto più breve rimando, come sempre, alla mia sintetica intervista dell'epoca a Radio Onda d'Urto: "Licenziamento per ingiusta causa"https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw&t=209s )

Ciò che accomuna le nostre storie (ma anche altre raccontate con commozione, dolore, rivolta, durante i lavori) è la compressione dei diritti, come ha affermato giustamente la Cub, "dentro un processo di destrutturazione" ad opera del turbocapitalismo, un processo simbolico, giuridico, economico e politico.

Al convegno è intervenuta anche Antonella Bundu, assolutamente sul pezzo, dopo un'intera mattinata di ascolto, quaderni pieni di appunti, vero spirito di servizio e sinergia nella lotta.

Antonella ha anche parlato dell'impegno della sua lista comunale nello "stanare" Tim, azienda che ha licenziato scriteriatamente Simone Vivoli e che gode di appalti e affidamenti non indifferenti da parte del Comune di Firenze.

Un po' come degli ufo siamo poi planati alla stazione di Santa Maria Novella per il presidio di solidarietà nei confronti di Simone.

Era sabato pomeriggio e i turisti erano molti di più dei lavoratori, dei pendolari, ma i volantini sono stati tutti consegnati.

Tante mani ci hanno detto di no, ma non sono mancati i giovani, i lavoratori e le lavoratrici che si sono fermati ad ascoltare, perchè ribellarsi a licenziamenti ritorsivi e discriminatori è una lotta che riguarda la libertà di tutti e la democrazia per tutti e per tutte.

Prima di ascoltare ieri sera tutto di un fiato Antonella sulla vicenda incredibile, scandalosa della Flotilla, prima di ascoltare la sua composta emozione nel ricordare la paura, le torture, le violenze subite sia dall'esercito che dalla polizia israeliana, dopo i veri e propri rapimenti, non avevo, però, compreso tutto.

Mi sono fermato, senza fiato, mentre ci raccontava delle divise da carcerato più piccole, utilizzate per la attiviste della Flotilla più minute: sono le tute che, normalmente, vengono usate per i bambini palestinesi imprigionati, dai dodici anni in sù.

Pensiamoci quando riflettiamo sull'inerzia complice dei nostri governi e dell'Unione Europea, o sul fango, anche mediatico, che è stato riversato sulla spedizione internazionale (settanta paesi rappresentati dagli attivisti e dalle attiviste sulle navi), che i giornalacci di destra, anche italiani, hanno definito, senza vergogna: "Love boat".

Tutto è connesso.

E' connessa la repressione nei luoghi di lavoro, sono connessi i reiterati e sempre più duri decreti sicurezza (che, di fatto, impediscono le manifestazioni spontanee e che hanno portato a sanzioni pecuniarie assurde. Pensiamo ad esempio ai i fatti di Prato rispetto alla "remigrazione", che, anche in quel caso hanno coinvolto, con una sanzione di 10.000 euro, Antonella).

C'è un collegamento diretto con la repressione internazionale, la fine del diritto internazionale e una società, patriarcale e maschilista (dove non mancano, però, donne più patriarcali di Trump).

Una società che, fra poco, sarà dipendente dall'economia della guerra e del riarmo.

Dobbiamo forse "vivere" come nella peggiore delle caserme: disabituarci a pensare, avere terrore di disobbedire, smettere di pensare anche solo di poter avere diritti?

In questo mondo capovolto, i penultimi non devono guardare in cima alla piramide, ma competere, invece, con gli ultimi, senza appello e senza alcuna razionalità.

Ieri sera con Antonella ci siamo guardati, parlati, riconosciuti, lei ha ricordato, emozionandomi, il mio licenziamento davanti a tutti e a tutte all'inizio del suo intervento.

Due ore dopo, mentre io, andavo, esausto, a letto, mi ha colpito la sua capacità di passare in un attimo dalla testimonianza alla musica, dal dolore alla gioia, dalla fermezza alla dolcezza.

Anche con la musica si rompe il silenzio, anche con la musica si connettono, trasversalmente, le speranze e le lotte.

Ci sono tante, forse non abbastanza conosciute, esperienze di resistenza (Gkn, ma non solo) e di mobilitazione dal basso. 

Il lavoro che stanno facendo i Sudd Cobas a Prato, ma ormai anche in provincia di Pistoia, è egregio, sindacato vero, puro, duro, oserei dire scintillante.

I licenziamenti ritorsivi, le multe preventive, la repressione permanente, l'aggressione alla dignità nel lavoro, le macchine del fano incidono sulle nostre vite, ci rubano il futuro, ci terremotano il presente.

Se non capiamo che il nostro destino è strettamente collegato a quel bambino palestinese di dodici anni che veste la tuta da prigioniero nel sistema repressivo israeliano, se non capiamo che dobbiamo sostenere, con tutte le nostre forze e risorse, quelle parti di società in Israele che, coraggiosamente, si ribellano a tutto questo, di futuro non ne abbiamo e non ne avremo.

Anche di questo sono grato a Delio, Simone e Antonella.

Anche grazie a questo, dopo quasi un anno, in cui, ogni mattina, mi sono svegliato con le lacrime agli occhi, riesco a vivere il mio dolore sul lavoro, non come una tragedia privata, ma, con tutti i miei limiti, come un'ostinata, direi anche coraggiosa, resistente, aspirazione non estemporanea di volontà e di dignità 

Perchè, se ci sono tanti modi di arrivare alla verità, la Verità esiste.

E la si può declinare, comprendere, amare, urlare. INSIEME.

Francesco Lauria

lunedì 15 giugno 2026

PISTOIA - CRONACHE DAL CONSIGLIO: MINORANZE NELLA MAGGIORANZA, BERLINGUER A DESTRA, DIMENSIONI DI CURA E SOGNO, FUTURO INTERCULTURALE.

NOTA:
Tutte le foto pubblicate sono tratte dalla photogallery, molto ampia del consiglio comunale di ieri pubblicata da www.reporpistoia.com 

   

Ieri, per circa due ore e mezzo, ho partecipato in presenza, come peraltro tantissimi cittadini e cittadini e giornalisti, al
primo Consiglio comunale di Pistoia dell’era Capecchi (Giovanni).

Ero quasi pronto, per una volta, ad accontentarmi dell’ascolto, ma poi ho letto il resoconto di Tiziano Carradori, ovviamente molto sindaco-centrico e, mi sono detto: verifichiamo anche il resto.

Stiamo parlando di una seduta fiume, in cui ci sono stati, solo nella sessione delle comunicazioni dei consiglieri, circa venticinque interventi; si è scelto di far parlare tutti e non solo i capigruppo.

Ammetto, come Carradori, di aver ascoltato, anche on line, molte altre ore in streaming, ma confesso, come il portavoce naturale di Giovanni Capecchi, di non aver sentito integralmente proprio tutte le quasi sette ore di interventi.

Seguiamo la linea Carradori (Tiziano):

intanto per la sintesi (innamorata come sempre, ma direi completa) di quanto detto nell’intervento e nella replica dal sindaco faccio tranquillamente riferimento a lui che è, come detto, una fonte quasi ufficiale.

Ci sono poi due cattivi, scovati da Carradori stesso: Alvaro Alberti (del Pd, lato Stefania Nesi, ovviamente) e Francesca Capecchi, capogruppo di Fratelli d’Italia.

Ho ascoltato i due interventi che mi sono parsi, invece, entrambi di buon livello certo, nessuno dei due scontato, perfettamente in linea, privo di scomodità.

Alberti da perugino-pistoiese ha parlato della negatività di Pistoia, ha ammesso, essendo stato organizzatore del Blues, che occorra recuperare l’identità di quella che si potrebbe oggi chiamare più correttamente: “Pistoia musica”. Ha parlato di lavoro da fare ambizioso, ma anche difficile per la Giunta.

Francesca Capecchi, che interveniva dopo Tina Nuti e Francesco Branchetti, ha goduto (lo spiegherò fra poco) di un’autostrada a otto corsie con l’asfalto appena rifatto.

Infatti ha esordito così: “Sindaco, noto che probabilmente c’è un po’ di minoranza nella sua maggioranza!”. 

Ha poi stupito la platea affermando di essersi preparata al consiglio comunale leggendo Enrico Berlinguer sulla questione morale. Seguendo il grande leader del Pci, ma anche e soprattutto la propria storia politica, ha sottolineato quanto non sia disposta a rinunciare alle proprie idee e a scendere a compromessi. “Non rinnego, ha detto con forza, il nostro modo di governare la città in questi anni”.

Secondo me, con una squadra molto giovane, e con altre figure significative e nuove (non solo di Fdi) Francesca Capecchi è già la leader dell’opposizione in consiglio, non me ne voglia Annamaria Celesti che, a me pare, sempre, troppo forzatamente istituzionale. 

Mi ha stupito, ad esempio, la scelta, per me incomprensibile, di votare alla terza chiama Paolo Tosi come Presidente del Consiglio Comunale, nonostante non fosse sostenuto nemmeno da tutta la maggioranza…)

Dicevamo dell’autostrada a otto corsie che Tina Nuti e Francesco Branchetti, con due bellissimi interventi, hanno predisposto a Francesca Capecchi.

In realtà, sia chiaro, hanno fatto molto di più, con due interventi di altissimo profilo, certo molto critici verso il neo sindaco (non me ne voglia l’innamoratissimo Carradori che mi invita spesso, con una certa arroganza, vista la sua posizione, al forzato silenzio e poi parla e scrive, quasi, più di me…).

Tina Nuti che ha una capacità magistrale (che a me, ad esempio, manca completamente) di essere durissima nei contenuti e garbatissima nei toni, ha parlato della necessità di non ascoltare le insistenti voci sul ruolo di pressioni, capibastone, e gigli fiorentini. E si è schierata con immane durezza contro la neo assessora “riformista” Olimpia Banci, preferita alla rosa proposta dalla sua lista, ma soprattutto rea di aver a lungo simpatizzato con forze politiche che, secondo Nuti, faticano, ancora oggi, a prendere le distanze dal fascismo. 

Ha rincarato la dose con riferimenti a Giacomo Matteotti (padre spirituale della Lista riformista) e a un giovane partigiano Sandro Pertini che respinge con forza la richiesta che sua madre fa a Mussolini.

Non avrei voluto essere nei panni di Banci (Olimpia) e Capecchi (Giovanni) in quel momento.

Ha preso, poi la parola Francesco Branchetti. Il più votato di Avs-Sce-Possibile e il candidato sindaco che ho sostenuto, convintissimamente, nel 2022.

Candidato, tra i primissimi sostenitori di Capecchi (Giovanni) e lasciato a piedi prima dalla Giunta e poi dalla Presidenza del Consiglio comunale su cui, sinceramente, siccome non si è pesatori all’ingrosso di preferenze, il suo profilo appariva molto più indicato di quello di Paolo Tosi (e anche, sinceramente, di Samuela Breschi, vicepresidente, per la sua storia no vax, altrettanto divisiva…)

Branchetti che, appena presentate le liste avevo annunciato che avrei votato, insieme alla giovane Lavinia Ferrari, è stato, come lui spesso sa fare, davvero eccezionale.

Mi ha ricordato quando, un po’ scherzando e un po’ no, a latere di uno degli incontri più ispirati del futuro sindaco, gli dissi, davanti a Francesco, “Giovanni, sei davvero bravo negli interventi, quasi quanto Branchetti!”

Lo psicologo pistoiese ha parlato, nel suo intervento, completo, concreto e ispirato, di un passato che ci riguarda e  di non dimenticare la progettualità dei quattro anni di opposizione. 

E’ intervenuto sulle parole, non pellegrine eteree, ma espressioni di concretezza.

 Ha subito punzecchiato Mattia Nesti, interloquendo con colui che: “vorrei poter chiamare nostro assessore…”  

La rottura tra i due è nota, netta e risalente già alla campagna elettorale. 

Quando, dai banchi della minoranza, gli chiedono provocatori: “Già lo disconosci?”, Branchetti, con esperienza risponde con una sorridente e velata “minaccia”: “ce ne prenderemo cura”.

Mi sono immaginato il solito sorrisetto silenziosissimo di Nesti, ma ammetto di non averlo visto.

Branchetti ha così continuato: “Dobbiamo evitare ipocrisie e coni d’ombra anche nella maggioranza. La nostra volontà è l’unità vera del centrosinistra, ma crediamo in una politica espressa maggiormente fuori che dentro i palazzi. Certo, come ha detto Giovanni Capecchi, a una politica del fare. Ma non solo".

Caro sindaco ha detto Branchetti: “le propongo come metodo un percorso a ritroso: dove la politica del fare è un risultato di idee. Prima del fare ci devono essere le idee che rendono evidenti i ragionamenti alla loro base. Così si evita anche che la “politica del fare” sia discontinua e a macchia di leopardo che è un rischio reale".

Qui, poi verrà ripreso  molto bene anche da Irene Bottacci, Branchetti aggiunge: “le idee dovrebbero andare a pescare in quello che è il sognare: è dentro i sogni che crescono le idee. Se io non sogno una città, quel sogno non si potrà mai avverare.” 

Sono parole, immagini, visioni che, una volta, usava anche Capecchi che ora pare sempre più realista, riformista.

Continua Branchetti che mi sembra tornato quello di quattro anni fa: “Osiamo sognare e rendiamolo evidente!” Dentro i sogni, ,ma anche nella politica del fare, si dovranno trovare delle priorità.”

Branchetti ha chiesto la massima radicalità, perchè: "non c’è centrosinistra senza coraggiosa radicalità". 

Seguire un percorso, difendere quell’idea, un sogno perentorio.

Francesco, capo scout, educatore, di partenza infermiere e poi tre lauree, ha lanciato la sua di priorità: il principio di fragilità.

“Se la fragilità è la mia priorità la declinerò – ha detto Branchetti - sulle persone e sui territori (dobbiamo cercare le povertà)".

Non basta il dossier povertà della Caritas, pur importantissimo. Il 10 per centro dei lavoratori a tempo pieno a Pistoia e in Italia, sono a rischio povertà.

Ancora Branchetti: "E’ questo che vuol dire stare sui territori. Il mio sogno riguarda questa gente: i più poveri, persone deboli che ci sono e vanno stanate per essere ascoltate e incluse".

C’è poi un punto che, con l’Associazione Sognare da Svegli e, soprattutto, l’Associazione Il Delfino, in assenza di Capecchi (ma si confida in un suo recupero), abbiamo affrontato il 13 maggio anche in rapporto alla quedstione immigrazione: “un’altra grande fragilità che è il carcere"

"A Pistoia - ha sottolineato l'ex candidato - riscontriamo il doppio di persone rispetto alla capienza. Lo sapete che, se diminuiscono i metri quadri si va contro la arta dei diritti universali dell’uomo?”

Il carcere della città è, anche per tipologia, meno problematico, aggiungo io, di Prato o Sollicciano, ma vive comunque una situazione grave.

Branchetti ha poi detto una cosa sacrosanta, cruciale: “I diritti per propria natura sono tutti fragili, sono costati forza, energia, lacrime e sangue. Proprio per questo dobbiamo difendere anche i diritti consolidati. Nel mio sogno di città perfetta, si perfetta: ci si deve esprimere in questa maniera”.

Il leader di Sinistra Civica Ecologista, in una sorta di extra-relazione rispetto al sindaco, ha parlato anche di servizi socio-sanitari e degli indicatori di Pistoia non positivi per la qualità di vita per gli over 65, con la necessità di un patto esigente con l’Asl.

L'ex candidato sindaco ha parlato poi di un sogno che ha a che fare con il linguaggio della cura.

Non basta, infatti, parlare genericamente di cura.

"Occorre – ha detto preciso - scavare un po’: ci sono diversi tipi di cura, di filosofia della cura.

Non basta, anche se è necessaria, la merimna, la preoccupazione quotidiana, il salvaguardare la sopravvivenza.

Viene poi la therapeia, la cura delle ferite, il servizio, l’attento accudimento, l’eudaimonia, con il far fiorire la possibilità di vivere bene.

Infine si raggiunge, ha sottolineato Branchetti, l’epimeleia che, pur con la necessaria sollecitudine, i greci intendevano come un progetto di cura davvero compiuto".

Dovrei completare il mio resoconto con l’altra figura a cui con Branchetti avevo promesso (per poi cambiare idea) il mio voto: la giovane consigliera Lavinia Ferrari.

Non ho, sinceramente, ora, la serenità interiore e politica per farlo, anche se la ho ascoltata attentamente e rifletterò a tempo debito sui temi, importanti, che Lavinia ha toccato, meritandosi, insieme a Lorenzo Scalise, un, probabilmente eccessivo, rimbrotto finale di Annamaria Celesti, coordinatrice dell’opposizione.

A Lavinia, voglio riconoscere un merito. È stata la prima persona a parlarmi politicamente, mentre preparavamo insieme e su sua iniziativa un’iniziativa su immigrazione e accoglienza, di Bruno Leka. “Culturalmente diverso da me - mi disse Lavinia - ma dalla storia e dai contenuti davvero interessanti”.

Bruno, e non mi stupisce, perché nel frattempo l’ho conosciuto molto meglio, ha pronunciato ieri in consiglio comunale un intervento di altissimo profilo. Non ha sbagliato proprio nulla, nonostante all’inizio abbia citato l’esordio, in una lontana notte romana, di Papa Giovanni Paolo II° (“Se sbaglio, mi corriggerete”).

Devo dire che il suo intervento, da “semplice cristiano”, mi ha emozionato, così come mi ha emozionato la sua storia personale, che ha molto, moltissimo da insegnarci, senza per questo distinguerlo, farne uno “un po’ diverso anche se bravo.”

Bruno è uno di noi, oserei dire, da immigrato interno, è Noi.

Anche se presto non sarà solo, è il primo consigliere comunale di Pistoia con background migratorio, arrivato qui piccolissimo.

Tornerò, come su quello di Lavinia, anche sul suo intervento. Ma mi soffermo solo sulle conclusioni: “basta, basta, basta, per favore parlare di integrazione”.

Il futuro (Valditara permettendo) passa, invece, proprio dalla conoscenza di altre culture, nel dialogo come straordinario strumento, musica universale di Pace (e Giustizia).

“Dobbiamo parlare, invece, - ha sottolineato Bruno Leka, persona che sono assolutamente orgoglioso mi rappresenti in questa città, pur non essendo un suo diretto elettore - di intercultura.  Non esiste, infatti, più una cultura da sola.”

L’identità, me lo hanno insegnato nel sindacato (quello vero), è qualcosa che è in continuo divenire.

Su questo ci ho scritto, perfino un intero libro, insieme alla ricercatrice e formatrice, Adriana Coppola: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo".

L'identità si nutre di realtà e di incontri, di positiva contaminazione. Non di esclusione e di prevaricazione. Men che meno di superiorità.

E i gemellaggi che verranno promossi dal Comune di Pistoia, ha notato giustamente il neoconsigliere, costituiranno un primo, concreto, banco di prova.

Francesco Lauria (Fine prima parte…)

domenica 14 giugno 2026

LA SAGGEZZA DEGLI UCCELLI NELL'"ERA CAPECCHI". 23 GRAMMI DECISIVI TRA ANIMA, CADUTE e VOLO.

Con la nomina del Presidente e del Vice Presidente del Consiglio Comunale, il giuramento del Sindaco e l'esposizione delle linee programmatiche del mandato, inizia, diciamo anche operativamente, a Pistoia quella che i suoi seguaci più fedeli hanno iniziato a chiamare: "Era Capecchi".

Come è noto, l'ampio successo al primo turno del Professore di letteratura italiana presso l'Università per stranieri di Perugia aveva fatto parlare di Pistoia come laboratorio nazionale, positivo, quasi miracoloso, intreccio tra l'alchimia tra i partiti del campo larghissimo, e le forze civiche progressiste messe insieme dal candidato sindaco.

Le significative difficoltà nella composizione della Giunta, con tanto di assessora ai servizi educativi chiamata all'ultimo istante, senza alcun preavviso, dopo il rifiuto, alla Celestino V, di Irene Bottacci, segretaria comunale del Partito Democratico pistoiese, hanno mostrato la verità: un matrimonio piuttosto a freddo, con realtà scarsamente amalgamate tra di loro e con radicati personalismi e correnti interne (anche alle stesse liste e partiti).

Conformemente alla Legge, lo stallo è stato risolto da un colpo di mano del sindaco, il famoso ultimatum delle 18.30 (chi è dentro e dentro e chi è fuori è fuori), ma è chiarissimo che gli incidenti potranno, senza contromisure, essere tanti, quasi strutturali.

Si pensi alla Lista Civica, dove molti candidati nemmeno si conoscevano; ad Avs divisa almeno in quattro parti che a fatica, ormai, si parlano tra loro: Sinistra Italiana (Nesti), Verdi (Beneforti), Sinistra Civica Ecologista (quel che resta del credito politicodi Francesco Branchetti) e Possibile (Vannucci, non in consiglio) o alla Casa Riformista, orfana della leadership non voluta dal sindaco di Tina Nuti, e trasformatasi in un condominio stretto ed iperlitigioso. 

Una casa abitata faticosamente dalle varie anime centriste di cui Capecchi ha ritenuto di premiare solo quella di Italia Viva, con la nomina di una ex supporter del sindaco di destra Alessandro Tomasi, nella figura di Olimpia Banci, che si dice molto apprezzata a Firenze nei residui salotti renziani esistenti.

Direi non pervenuti i Cinque Stelle (prima si liberano di una leadership egoista e meglio è), ma anche Rifondazione Comunista, delusa dal risultato elettorale che, nonostante la vittoria di Capecchi, l'ha tenuta fuori dal consiglio comunale.

Un discorso a parte meriterebbe il Partito Democratico, sempre più diviso in tre tronconi: gli iperschleiniani serravallini, da Simona Querci ad Alessio Dolfi (tutto in famiglia...) che esprimono il rampante e pluridelegato funzionario dell'Arci Matteo Giusti, i riformisti (in senso ampio, ci sono anche gli ex cuperliani, bertinelliani) da sempre scetticissimi sulla figura del nuovo sindaco, e i. c.d. "tralloriani", vera e propria corrente personale ottocentesca, non priva di meriti, radicamento e competenze (guardate come è rinato, ad esempio, il circolo di Capostrada), ma flessibile come un trattore senza benzina a lato strada.

Non sta meglio, ovviamente il centrodestra.

In attesa delle funamboliche performance del non più eletto, il quasi eterno Alessio Bartolomei, ora approdato alla corte del generale Vannacci in Futuro Nazionale, il dilemma, sinceramente è uno solo, ma fondamentale.

Andare avanti imperterriti e fino a settantasette anni (non me ne voglia) con Annamaria Celesti o accettare la leadership naturale e brillante (ma non accettata da tutti/e) di Francesca Capecchi?

Non ci sono solo questi dolori, ad esempio: il mondo civico moderato, organizzato da varie figure tra cui in questi anni è emerso soprattutto l'assessore jacopeo Alessandro Sabella, si polverizzerà?

Ma soprattutto, quando realizzeranno a destra che occorre fare opposizione, oltre che tirare calci in bocca (e non a porta vuota) ad Alessandro Tomasi?

Come si muoveranno i nuovi giovani arrivati a suon di preferenze (e nel secondo caso anche posti nei Cda che contano...) Matteo Pomposi, quasi da Ramini e Dario Baldassarri, erede di una dinastia berlusconian-pistoiese in Forza Italia? Infine, al di là delle dichiarazioni di rito, il principe decaduto Gabriele Sgueglia, lascerà la politica per l'alta sartoria?

Rimane poi Pistoia Rossa ,che ha patito, a mio parere, il suo essere residuale e scollegata dal progetto ben più ambizioso e ampio di Toscana Rossa, guidato dalla bravissima Antonella Bundu, oltre che sondaggi, volutamente pompati, che, con il ricatto del voto utile, le hanno tarpato le ali.

Antonella Bundu sarà a Pistoia domani sera, al circolo delle Fornaci; andatela a sentire, ci vada anche Fabrizio Mancinelli, il prof. di fisica che in campagna elettorale, oggettivamente, ha fatto il meglio possibile, e si provi a ripartire.

Con un centrodestra così timido, provato, confuso e privo, almeno per ora, di una guida sicura e lungimirante, Pistoia ha bisogno anche di un'opposizione di sinistra, non estremista, che sappia vigilare, monitorare, mobilitare, comunicare, approfondire.

Farlo da fuori del consiglio comunale è moto difficile, ma non è impossibile.

Infine, siamo nell'era Capecchi, parliamo di Giovanni Capecchi (e sì, facciamola sta riforma, più cognomi per i pistoiesi, perchè qui, con tutti sti Capecchi, si perde il conto...)

Ho ritrovato, in questi giorni, un libro che un mio docente universitario, lo splendido ambasciatore Pasquale Antonio Baldocci, mi regalò il giorno della mia laurea a Gorizia, presso l'Università di Trieste, in Scienze Internazionali e Diplomatiche: era il 27 ottobre 2004  e il libretto, ad opera di Erik Sablè, si intitolava: "La saggezza degli uccelli".

Pensando ai grandi entusiasmi che, soprattutto all'inizio, Capecchi (Giovanni) ha saputo largamente suscitare (anche in me), più volte avevo paragonato il suo percorso, non tanto ad una cavalcata trionfale (lui su questo è fortunatamente non macho-maschilista), ma a un volo.

Come scrive Sablè nel primo capitolo introduttivo del suo gustosissimo libretto, in molte tradizioni religiose, credenze popolari e mitologie, l'anima è un uccello.

Se il corpo appartiene alla terra, l'anima è legata al cielo. E' un principio alato - scrive il letterato francese - una coscienza ascendente, fluida, libera, che risiede in profondità, imprigionata nell'"argilla del corpo" come: "un uccello in gabbia".

E spesso, in queste ultime settimane, al di là dei suoi colpi di coda, come nell'ultimatum stile Trump per la Giunta, il neo sindaco mi è sembrato proprio un "uccello in gabbia".

Il mistico curdo Barhram Elahi parla dello: "stato dell'anima quando penetra nel corpo, simile ad un uccello esiliato dal nido e imprigionato in una gabbia stretta e buia" (La via della perfezione).

Il grande poeta sufi Farid al-Din Attar - scrive ancora Sablè - la paragona ad un "uccello celeste imprigionato nella trappola del corpo". 

D'altronde lo stesso Platone parlava, già nel Timeo, di "quest'anima che ci solleva dalla terra verso la parentela con il cielo, perchè noi siamo una pianta celeste, non terrena".

E' proprio l'anima che alcuni studiosi hanno provato a misurare pesando un corpo prima in vita e poi subito dopo la morte.

La differenza di peso, come immortalata anche in diverse canzoni, penso ad esempio ad Ermal Meta, era esattamente di 23 grammi.

Immaginavo, almeno durante la prima parte della campagna elettorale, il volo e l'anima di Giovanni come fragile, minuscola, infreddolita, una piccola massa di piume colorate, delicata, leggere e quindi INDISTRUTTIBILE.

Per il poeta sufi, l'anima uccello ha nostalgia dell'azzurro del cielo. Aspira ad innalzarsi in volo.

Vuole segretamente la luce delle altitudini trasparenti.

E, ne sono sicuro, certamente vi aspira anche il neo-sindaco.

L'anima è, quindi, sentita come una spinta ascendente, una volontà di sfuggire alla pesantezza, alla "gravità".

Conclude la sua introduzione Sablè: Esiste infatti una maledizione della gravitazione. Per questo l'uomo del mito si immagina sempre "caduto" da qualche paradiso su una terra maledetta perchè pesante.

Il sogno segreto dell'uomo così si rivela:

Diventare uccello e vivere con la saggezza di quella che Sablè, ma prima di lui possiamo intravedere anche la grandezza umile di San Francesco d'Assisi, chiama proprio: "l'Anima-Uccello".

Nonostante tutto quello che di male ho pensato di lui, nonostante tutto quello che ho detto (a volte sbagliando parecchio nei toni) in queste settimane di caduta, quantomeno del nostro acerbo rapporto personale, io a Giovanni Capecchi quei 23 grammi indistruttibili di anima e di volo auguro di trovarli o, magari, di ritrovarli.

Il volo ci permette, dall'alto di valutare le cose, magari l'evolvere di una città, appunto con saggezza.

L'anima ci regala, invece, quella spinta ascendente, quella capacità di non accettare le cose così come sono che, anche da calabroni, non perfettamente in linea come l'uccello Capecchi, ci permette, paradossalmente, di volare.

E allora che volino anche i grassi, gli sgraziati, quelli che non sperano più.

Ritrovare la "Grazia e il Volo", come cantava Francesco Guccini, nella sua stupenda e poco conosciuta "Vorrei" può diventare, così, un obiettivo personale e collettivo, politico.

Un sogno condotto da svegli. E non da soli.

In bocca al... insomma, lasciando in tranquilli i lupi, una volta tanto, francescanamente, Pace e Bene.

E... buon lavoro!

Francesco Lauria

sabato 13 giugno 2026

TRA GIUNTE E QUERELE. STORICHE ASSOCIAZIONI E NUOVI COLLATERALISMI. BARELLE INOPPORTUNE E RICERCA OSTINATA DI ARCOBALENI.

Mi ha davvero molto colpito la reazione rabbiosa e minacciosa di parti della Giunta Capecchi o meglio, soprattutto di parte della maggioranza (in senso ampio) che la sostiene (da cui si sono appena sfilati i Cinque Stelle, un po' malconci, per la verità, dopo la loro batosta elettorale).

Per davvero un nonnulla o una innocente battuta, figure del centrosinistra pistoiese, in maggioranza moderate, sono state insultate sui social e anche minacciate pubblicamente di querela, insieme alla libera stampa.

L'alzata indignata di scudi, in particolare verso alcuni articoli, e, addirittura, alcuni specifici giornalisti, sostanzialmente additati come traditori e prezzolati, o, infine, contro alcune testate locali, sempre in bilico tra conti e definitiva transizione digitale, mi ha, sinceramente, lasciato completamente basito.

C'è una grande confusione sotto il cielo: ad esempio, si confondono, a mio parere volutamente o, comunque, stupidamente, gli inaccettabili attacchi sessisti e omofobi nei confronti della neo assessora Elena Silimberghi, con critiche accettabilissime, rivolte anche a lei (ad esempio rispetto all'essere stata già assessora, e quindi in contraddizione con alcuni veti di Capecchi, ad es. Tina Nuti o all'essere subentrata davvero all'ultimo, dopo essersi impegnata politicamente probabilmente più nella Val di Nievole che non nel comune di Pistoia).

E' chiaro che c'è una differenza?

Scrive in maniera molto, molto aggressiva e, secondo me, non consona al suo ruolo la Presidente Provinciale dell'Arci Silvia Bini:

"Questa nuova era pistoiese dà proprio fastidio evidentemente.
Dall’elezione del sindaco si sono mosse profonde ondate di bile. Tentando di sminuire, svilire e ridicolizzare non le scelte politiche ma le persone. Gli attacchi indecenti e brutali all’assessore Sinimberghi, l’insinuare continuo di aver poca esperienza, di aver poca formazione ad altri. Fino ad arrivare allo squallido articolo di stamani sul Tirreno, fra l’altro impreciso, sgrammaticato nei contenuti, becero e populista. La giunta precedente si aumenta lo stipendio e gli avidi che hanno vinto la lotteria sono quelli che arrivano dopo.
Io inizierei la stagione delle querele."

E' interessante, ad esempio, come farebbe il buon Prof. Capecchi, analizzare il lessico della Bini.
La nuova Giunta e il ritorno del centrosinistra al potere viene definito: "una nuova era", per fortuna con la minuscola.
Via quindi i mostri precedenti, arriva il centrosinistra a fare pulizia, senza rendersi conto che si utilizza un lessico sostanzialmente fascista ("Era fascista" era il modo di Mussolini, sinceramente ridicolo, megalomane e anche un po' blasfemo, di affiancarsi al calendario cristiano).

"Dall'elezione del sindaco si sono mosse profonde ondate di bile" continua la Bini.
In realtà, a me pare, sono semplicemente venuti al pettine i nodi politici e programmatici che, dichiaratamente, Giovanni Capecchi non ha voluto e/o non è stato in grado di dirimere in campagna elettorale.
E ciò si è visto plasticamente con il grado di conflittualità nella creazione e nella comunicazione della nuova Giunta, il tutto al di là del giorno in più o in meno di preparazione, quello non è rilevante.

Prosegue, sinceramente in maniera esemplare Silvia Bini, ripeto, Presidente Provinciale Arci, spesso auto-osannatrice di se stessa (le gestioni precedenti vengono infatti ridicolizzate e attaccate pubblicamente senza problemi):
"L’insinuare continuo di aver poca esperienza, di aver poca formazione ad altri."

Qui siamo alla lectio magistralis dell'arroganza:
Il Tirreno, ma molti altri tra cui io, abbiamo sottolineato la non amplissima esperienza, in particolare, del neo Assessore al Bilancio e tante altre cose Mattia Nesti. Qualcuno, anche io, ma non solo io, ha anche affermato che tenere la contabilità all'Arci (con tutto il rispetto perchè è una grande associazione) non è proprio la stessa cosa che tenere in equilibrio il bilancio di una città media come Pistoia.
Anche di Matteo Giusti, si è sottolineato un certo profilo un po' "Bottegone centrico", quasi da sindacalista di luogo o di quartiere, peraltro evidentissimo nei contenuti iperlocali della sua personale campagna elettorale.


Sono critiche/osservazioni, anche un po' banali, scontate, che si possono condividere oppure no.

Si può pensare che Nesti non sia un funzionario di partito e di associazione un po' grigio, ma una sorta di, ancora per poco incompreso, novello Premio Nobel dell'Economia (quelli della Pace e della Letteratura, li lasciamo a Giovanni Capecchi...) e che Giusti, al contrario di quanto scritto, sia una specie di novello Garibaldi, eroe dei due Mondi che, insieme, risolleverà le periferie di Pistoia, ma anche quelle dell'America Latina.
Ma anche no.

Si arriva poi all'apoteosi, al climax incazzosissimo e, a mio parere, colmo sì di bile della Bini:
"Fino ad arrivare allo squallido articolo di stamani sul Tirreno, fra l’altro impreciso, sgrammaticato nei contenuti, becero e populista"

Al di là che le ho corretto io qui i refusi su cui è inciampata su Facebook, mi chiedo, può una Presidente dell'Arci, peraltro non coinvolta direttamente e come una fiancheggiatrice qualsiasi, rivolgersi così al secondo giornale della città?

E' noto a tutti che, legittimamente, la Nazione, giornale principale, contrariamente alla sua linea regionale e nazionale, stia sostenendo a spada trattissima Capecchi e Trallori fin dalle primarie e che ci sono anche alcuni, palesi (immagino gestiti) conflitti di interessi in redazione. Anche Tvl, sinceramente, pur nell'equilibrio formale (anche se davvero ripetitivo) degli ospiti, sembra, specialmente con alcuni suoi conduttori, una specie di TeleCapecchi/TeleBiancalani.

Quindi se si hanno una stampa/media super amici, amicissimi, direi, bisogna pretendere che anche il Tirreno o, che ne so, Report non critichino mai la "nuova era pistoiese"?
Proprio perchè così epocale, non andrà, invece, cara Silvia Bini studiata a fondo?

Ma non è finita e qui, se fossi in Alessandro Tomasi e in tutti gli assessori della giunta precedente, non avrei remore a querelare io Silvia Bini che continua così nel suo post, in cui utilizza peraltro come immagine l'icona di un povero gorilla, specie in via di estinzione:
"La giunta precedente si aumenta lo stipendio e gli avidi che hanno vinto la lotteria sono quelli che arrivano dopo".

E' noto anche ai bambini che la giunta Tomasi non si è aumentata da sola proprio nulla.
E' stato il governo nazionale (sempre di centrodestra, per carità) a riparametrare Pistoia e altre città simili, ad un livello superiore, facendo scattare degli aumenti, graduali, che sono andati a regime completamente nel 2024.
Tomasi, da un punto di vista legislativo, ovviamente, non c'entra nulla, cara Bini, almeno direttamente e, secondo me, tu, che non sei nata ieri, lo sai anche.

Infine è normale, normalissimo come fa il Tirreno affermare che non tutti gli assessori, ma certamente i due provenienti dall'Arci "compagni di scrivania" abbiano fatto un notevole salto retributivo in meglio con i loro due nuovi incarichi.
E' illegittimo? E' amorale? Ovviamente no. Ma è vero.

Ci sarebbe poi la questione della promessa elettorale di Giovanni Capecchi di ridursi, da sindaco, l'indennità di stipendio, promessa subito messa in ombra e che dal destino e dai confini incerti.

Conclude la sua apoteosi Silvia Bini:
"Io inizierei la stagione delle querele."
Siamo addirittura alle minacce per interposta persona.
Ai consigli pubblici di attacco alla libera stampa e alle singole persone.
All'individuazione dei bersagli.

Passando le ore Bini ha attaccato altri, tra cui il sottoscritto, reo di averle spiegato meglio, con pacatezza e rispetto, le remore su Giusti e Nesti e i possibili, lapalissiani, magari anche involontari, conflitti di interesse, specialmente nelle deleghe di quest'ultimo, con l'impegno, radicato e radicale, che, sempre secondo Bini, ha sempre portato avanti nell'Arci provinciale.

Ho fatto alcuni esempi non positivi, ma non automatici, come Parma alla fine degli anni Novanta, dove lo strapotere comunale dell'Arci durante l'ultima giunta di centrosinistra, contribuì a oltre venti anni (venti) di opposizione perpetua.
Mi aspettavo una risposta, anche dura, nel merito.

E, invece, nuova urla di lesa maestà, minacce di querele e, addirittura, il pensiero, invero un po' paranoico, ma non isolato nella sinistra pistoiese, che il mio commento potesse venire cancellato (e via di screen shot etc...)

Sono metodi non trasparenti, cara Bini (Silvia), che, magari, vengono usati nel centrosinistra di Pistoia o, almeno in alcune sue parti, ma che non mi appartengono.

Lo ribadisco: l'Arci è una grande, storica associazione cui, come le Acli, sono orgogliosamente iscritto.

E' parte della democrazia e della sussidiarietà buona del nostro Paese.


Figure come il "lampadiere" storico Presidente Tom Benetollo, di cui, in questo tempo di guerra, sentiamo tutti e tutte la mancanza, ma penso anche a Raffaella Bolini, e al suo impegno che ho incrociato mille e mille volte nei social forum europei e mondiali, sono figure importantissime da cui i giovani anche di altre estrazioni politico-culturali possono e devono prendere esempio.

Rispetto alla mia Emilia, poi, dove il sistema delle case del Popolo è crollato circa trenta anni fa, ho sempre visto con ammirazione come, soprattutto a Pistoia, l'Arci abbia saputo resistere, innovare, coinvolgere, tutelare spazi di socialità nelle periferie come nei centri storici.

Questo non vuol dire che l'Arci e i suoi uomini e donne siano infallibili e Silvia Bini lo ammette ogni volta che interviene, anche perchè più o meno ogni volta attacca a testa bassa le gestioni dell'Arci di Pistoia precedenti alla sua (e la precedente più di tutte).

Non vado oltre, ma mi concedo una postilla a destra, così la gente ignorante e/o in malafede, smette, magari, di darmi del venduto, del traditore e del rancoroso/livoroso.

Mi ha colpito, in negativo, anche un recente comunicato dell'Mcl di Pistoia in cui rivendicava il proprio sostegno mirato e totale ad alcuni specifici candidati di centrodestra alle ultime elezioni amministrative.
E' noto che l'Mcl nasce all'inizio degli anni Settanta da una scissione a destra della Acli, promossa soprattutto da settori, diciamo non progressisti, della Democrazia Cristiana e che in Toscana, soprattutto in alcune province (Pistoia, Arezzo, Grosseto, Firenze stessa) ha un suo radicamento storico, direi concorrenziale alle stesse Acli.
Ma l'Mcl, certo espressione di quell'area, come l'Arci lo è del centrosinistra, non sempre è stato così nettamente, spudoratamente schierato a destra. E l'Mcl esprime, da pochi mesi peraltro, tramite il suo Presidente nazionale anche il portavoce del Forum del Terzo Settore.
Un po' troppo schierati, mi pare.

Io vedo un rischio: fatte salve le appartenenze culturali e, direi, anche ideali e politiche: siamo forse ai primi anni Cinquanta di Peppone e Don Camillo?
Siamo alla gara quasi scellerata tra parrocchia e casa del Popolo a Bottegone, per chi finiva prima di costruire nel 1955?
Devono venire Togliatti e Rumor a inaugurare i locali?

Ai tempi nostri bisogna accontentarsi, al massimo, di Fratoianni e di Gasparri.

Insomma NON pieghiamo, anche indirettamente, cara Silvia Bini, anche disinteressatamente, un associazionismo che è parte fondante del nostro Paese a logiche antiche che, settanta anni fa, avevano un senso, ma oggi lo hanno molto meno.

Ricorre quest'anno il centenario di Luciano Tavazza, padre del volontariato politico italiano e di importanti leggi di regolazione del volontariato stesso e del terzo settore, ben più ispirate delle ultime...
Faccio, immeritatamente parte, del Comitato Nazionale per il centenario e ho imparato questa frase di Tavazza che non mi esce più dalla mente:
"Noi, non siamo e non possiamo essere semplicemente i barellieri dello Stato".
La ripeto: "Noi non siamo i barellieri dello Stato".

Non siamo, uso il plurale, vale per l'Arci, per le Acli, per Legambiente, per l'Mcl, etc. non siamo i barellieri di una politica e, soprattutto di partiti che hanno inesorabilmente perso radicamento, partecipazione, capacità di inclusione, visione ideale.

Scriveva ancora Luciano Tavazza, pensando al volontariato organizzato:
"Noi siamo, invece, cercatori ostinati di arcobaleni".

Ecco, cara Silvia, cari/e amici e amiche dell'Mcl di Pistoia:
Invece che cercatori di querele, questa domenica fermiamoci, un attimo, di fronte all'arcobaleno.
L'arcobaleno della Pace e della Solidarietà.

Parole antiche dal pensiero nuovo che non sono proprietà di nessuno/a.
Che è bene sventolino e sorvolino nei e sui luoghi delle istituzioni, ma che sono anche un simbolo di cui ognuno di noi porta, ogni giorno e allo stesso tempo, il sogno e la responsabilità.

Francesco Lauria

venerdì 12 giugno 2026

SCIOPERO E LAVORO, SAPERE E' LIBERTA'. A FIRENZE E A MILANO CONTRO LA REPRESSIONE DEI DIRITTI E I LICENZIAMENTI ANTISINDACALI (ANCHE DEL SINDACATO...)

Ieri questa bella immagine di una giovane sindacalista e militante della Cub mi ha molto colpito nel suo contesto, ci trovavamo durante il primo, riuscitissimi, sciopero generale delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura, dopo cinquanta anni.

Come scrive la Cub Milano: "contro gli appalti selvaggi, i salari poveri, la precarietà..."

Nel capoluogo lombardo il presidio, con i suoi cori, con i suoi striscioni, con la sua rivolta, è entrato in corteo dentro il palazzo dell'arte della Triennale.

Sapere e lavoro, cultura e lotta, come nella grande stagione delle 150 ore per il diritto allo studio che ottennero, contrattualmente, una nuova e rivoluzionaria idee di sapere, di cultura, di revisione radicale dei meccanismi autoritari di trasmissione del sapere stesso.

Pane e rose, poesia e prosa, aspirazioni e bisogni concreti, desideri e concretezza: dall'ottenimento di un titolo di studio, all'assalto al cielo.
Dalle scuole elementari, alle medie, alle superiori, fino all'Università.
Discutendo di organizzazione del lavoro, ma anche di tempi di vita, di orizzonti di genere e salute e sicurezza fuori e dentro la fabbrica, di compiti a casa dei figli e di trasformazione radicale della società.
Tutto INSIEME.
Perchè un operaio, o un'operaia possono anche sognare di imparare a suonare il clavicembalo, e non c'è niente di male, niente di strano.

Questo è stato il movimento delle 150 ore del 1973, cui ho dedicato, credo, il più importante dei miei libri, fino al suo declino negli anni Ottanta, in cui si è trasformato da conquista operaia, in qualcosa di diverso, un diritto di cittadinanza, che la società sempre più frammentata e un sindacato sempre meno attento alla progettualità, si sono lasciati sfuggire di mano (e di testa) con le sue inevitabili trasformazioni nella postmodernità e nella società del riflusso.


Ma il 1973 è anche l'anno del nuovo processo del lavoro: inversione della prova, spese eque di giustizia, celerità nelle procedure: tutele speciali per colmare la grande asimmetria di potere tra lavoratori e padroni, tra chi licenzia, magari arbitrariamente, magari ritorsivamente, magari discriminatoriamente, e chi vede la propria vita sconvolta, spesso nella solitudine dell'essere fragile, debole, solo.

Se gli avvocati della potente Federazione dei Lavoratori Metalmeccanici, promossa unitariamente da Cgil Cisl e Uil a un certo punto, negli anni Settanta, decisero di mettere sotto accusa addirittura il Presidente Usa Nixon per temi inerenti il lavoro e la base di Bagnoli, e qualche eccesso forse ci fu, ciò che conta è preservare questa specificità del diritto del lavoro: che non è un diritto tra pari che stipulano contratti commerciali, è il diritto che regola i rapporti tra una parte debole, individuale o associata e una parte forte, spesso prepotente, spesso preponderante, certamente più sempre più ricca.

Oggi, per questo, dal mattino fino a sera saremo a Firenze. Prima per un convegno e poi per un presidio.
Contro la repressione al lavoro, contro l'attacco ai diritti sindacali, contro il licenziamento, operato dalla Tim, di Simone Vivoli, della segreteria nazionale della Flmu Cub, per ragioni risibili e fantasiose, volte solo alla frantumazione dei diritti, individuali e collettivi.


Appuntamento, dalla ore 10, a Firenze, in Piazza della Stazione 4/a (Sala Infopoint Comune di Firenze). Ci sarà anche Delio Fantasia, licenziato da Stellantis. Alle 15 il microfono sarò aperto a tutte e a tutti.

Ma il pensiero, soprattutto il mio, non può non andare a Milano.
Alla Fisascat Cisl di Milano e ad Alessandro Ingrosso, sindacalista Cisl da oltre trent'anni, messo alla porta violentemente da quella che, decenni e decenni fa, era la confederazione più plurale e democratica d'Europa e che accoglieva sindacalisti e dirigenti che andavano da Democrazia Proletaria alla Democrazia Cristiana.

Oggi non è più così.
Il 21 ottobre prossimo, sempre a Firenze, ci sarà la prima udienza del mio infame, illegittimo, illegale, discriminatorio licenziamento, dopo oltre vent'anni di impegno e passione, certo con la schiena dritta, certo salvaguardando l'autonomia da tutti, ma in primis dagli eredi del fascismo, seguendo l'esempio di Giulio Pastore che, dal Governo Tambroni, nel 1960, una volta appreso che si reggeva con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, si dimise, immediatamente.

Così come con la schiena dritta, a Milano, lo sono stati Alessandro Ingrosso e gli oltre settanta iscritti, militanti, delegati, dirigenti della Fisascat Cisl meneghina che sono stati violentemente accompagnati alla porta e che hanno provato ad occupare simbolicamente la sede della Cisl di Milano.

La loro colpa? Quello di pensare con la propria testa e di non chiudere gli occhi su quello (tanto) che non va. Quello di volere un sindacato al servizio dei lavoratori e delle lavoratrici e non dei sindacalisti.

La repressione, nel più puro stile padronale, è stata assicurata, fulminea: commissariamento, proposte tombali, demansionamenti, cancellazione dei distacchi sindacali, impossibilità, come a lungo è avvenuto anche a me a Firenze, presso il Centro Studi Nazionale della Cisl, di recuperare negli uffici, persino gli effetti personali.

Il sindacato così diventa una cosa diversa. Tradisce la sua anima, il suo esistere concreto nella società, il suo ruolo di tutela e organizzazione a partire dai più deboli.

Ma non è la prima volta che la sede della Cisl di Milano (anche se nel frattempo l'indirizzo è cambiato...), viene occupata.

Successe a Milano, nella storica sede di Via Tadino, all'inizio degli anni '90 con il brutale commissariamento della mitica Fim di Milano, guidata da Piergiorgio Tiboni.


Duecento delegati, pronti a decurtarsi lo stipendio, a perdere il posto di lavoro, il distacco sindacale, per difendere un'idea di sindacato che affondava la propria anima e il proprio agire nel vero spirito contrattualista portato avanti da Pierre Carniti, sempre a Milano trent'anni prima.

Oltre parole spesso vuote come: "concertazione", "scambio politico", "austerità".

Come si vede dall'articolo l'accusa, alla Fim di Milano (che, a dicembre 1991, diventerà Flmu Cub), non era e non fu mai di linea politica, ma di aver investito troppo in cultura, pensiero, sapere, progettualità, a partire da due grandi esperienze, come Radio Popolare e una rivista sindacale, la stupenda, Azimut.

Giorgio La Pira, indimenticabile sindaco di Firenze, molto vicino ai deboli, al sindacato e alle lotte operaie, affermava che gli uomini sono: "chiamati a costruire una città nuova intorno alla fontana antica".

Dobbiamo costruire, dal basso, un sindacato nuovo.
Uno spazio di azione e pensiero, tutela e lotta, creatività e impegno, cammino e carovana, a partire dai luoghi di lavoro, anche quelli più poveri, informali, invisibili.

Se l'impegno nelle fabbriche continua, esso non può più rappresentare da solo, da molti anni, l'ambito centrale del lavoro organizzato.

Occorre rinfrescarsi alla fontana antica, alle radici, alla memoria delle lotte.
Ma per costruire una città nuova, occorrono nuove idee, nuove parole, nuovo ascolto, ostinato coraggio.

Sulla linea Milano-Firenze, ma anche altrove noi ci siamo e ci saremo.

"Sortirne da soli è avarizia", ci ammoniva Don Lorenzo Milani, ed è anche poco efficace, "sortire insieme è politica", ma soprattutto, sindacato.

Quello vero!

Francesco Lauria