martedì 20 ottobre 2026

"C'E' DI PIU'". LA PENNA E LE MANI TESE DI G. & G... IL FINE INTIMO E ULTIMO DEL SINDACATO: ESSERE INSIEME GIUSTIZIA (PREPARANDO L'UDIENZA A FIRENZE...)

Molti/e, anche giornalisti (non migliaia eh, sia chiaro...) si aspettano che io dica/scriva qualcosa in vista dell'udienza contro la Cisl nazionale, in programma domani mattina presso il Tribunale del Lavoro di Firenze.

Firenze, non Roma, visto che lo svolgimento delle mie mansioni è stato in ampia prevalenza, almeno negli ultimi tredici anni, non nei precedenti sette, proprio presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole.

A Roma, invece si discuteranno la quasi totalità delle reciproche doglianze di livello personale relative ad alcuni dirigenti (diversi, almeno tre, pur dirigenti apicali, incredibilmente risultati, dopo i miei ricorsi ai probiviri, NON iscritti alla Cisl: Danilo Battista, Roberta Roncone, Andrea Benvenuti. Una cosa, davvero degna di un film tragicomico...)

 Su Firenze so che, per chi le ha, deluderò, invece, le aspettative.

Sto terminando di realizzare le controdeduzioni alle centinaia e centinaia di affermazioni temerarie, imprecise, incredibili, strumentali, false, imbarazzanti, contraddittorie, che sono contenute nelle novantadue prolississime pagine di difese della Cisl rispetto ai miei ricorsi (il plurale non è casuale).

Molto meglio di me, soprattutto su due temi fondamentali non legati alla mia persona, ma generali, relativi al ruolo e alla postura del sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici nella società contemporanea, è stato scritto ieri sul benemerito blog il 9 marzo. 

Ecco qui il link: https://www.il9marzo.it/?p=11430 ("Due parti in commedia sono troppe").

Sfido, invece, ogni scongiuro, citando un altro articolo, ancora più bello, scritto dalla stessa inconfondibile penna di giornalista di razza, mesi fa.

G. (nome vero), scrisse quelle parole, delicatissime, bellissime, quando io decisi, con la morte nel cuore, di rinunciare, dopo i primi sette scandalosi lodi, agli ulteriori ricorsi ai probiviri Cisl (confederali, dei territori e delle categorie) dimettendomi da socio dell'organizzazione.

Eccolo qui: https://www.il9marzo.it/?p=10861

Il titolo sembra non portare bene, in vista di domani: "Le organizzazioni non perdono mai".

In realtà non si parla di cause perse, ma di sonno perduto, del "consumarsi in attesa di una notizia", della paura e dell'isolamento, del senso difficilissimo di responsabilità, in primis verso la propria famiglia, ma anche verso se stessi.

Del tremare di ogni passo.

Quella del 2026, dopo vent'anni, è, infatti, la prima tessera Cisl che non ho nel mio portafogli...

Ma oggi non sono io al centro.

Ci sono, nel mio cuore, nelle mie lacrime, nella mia paura, nella mia attesa insonne in vista di domani mattina, i tantissimi e le tantissime sindacalisti/e, lavoratori, lavoratrici licenziati/e perchè hanno deciso di non rinunciare alla dignità.

La dignità, infatti, non si da.

Si può solo riconoscere.

Oggi, al centro di questo articolo, più breve del solito, anche perchè sono stanco, esausto, frammentato, proprio come piace a qualcuna di super apicale, non ci sono io.

C'è anche un'altra G. (nome e iniziale di fantasia).

G. è una giovane donna che lavora nel commercio.

Una ragazza del sorriso, minuta e sempre efficiente, di solito entusiasta della vita.

Oggi, sarà che quando sei ferito, riesci a vedere meglio le ferite degli/delle altri/e, non le ignori, ho notato che il suo sorriso era spento.

Imprevisti duri in famiglia mi ha detto.

Immagino un genitore, magari due, un fratello o una sorella.

Non ho chiesto per rispetto.

G. ha poco più di venti anni.

Problemi conseguenti, anche economici.

Mentre mi serve il caffè, circondata, da sola, da tantissimi altri clienti, mi confida di aver chiesto, invano, di svolgere qualche ora di lavoro in più.

Come è noto, nel commercio, il part time involontario è diffusissimo, a partire dalle donne.

Uno strumento di conciliazione e di emancipazione è diventato una trappola, una gabbia.

Anche di genere.

La osservo sistemare file di tazzine, un po' troppo in alto per lei.

G. non è altissima, ma alla fine ci arriva sempre. Anche alla tazzina più lontana.

Non è certo l'unica, in quel luogo, a lamentarsi dei ritmi, degli orari e delle condizioni di lavoro.

Lo fa però sottovoce, si guarda intorno.

Mi dice che lei vorrebbe non dico protestare, ma farlo presente.

Ma ha paura di rimanere sola.

Aggiunge: "è già tanto che ci danno lo stipendio, non possiamo pretendere di più".

Provo, stimolato, a controbattere: "non è già tanto, è semplicemente giusto".

Sospira, vede, intelligente e sensibile, la dolcezza ferita nel mio sguardo, accenna un timido sorriso.

Allarga le mani.

In quel momento ci capiamo profondamente, uno negli occhi dell'altra, uno nella ferita dell'altra.

Giovedì, il giorno dopo mercoledì. 

Il giorno dopo l'udienza della "reciproca carneficina", dalle 14.30 alle 16.30 riapriamo, a Pistoia, una nuova sede sindacale.

Timidamente, ci sarà tempo per le inaugurazioni.

Penso, però, chissà che, probabilmente, non riuscirò ad essere utile a G.

La sua paura è davvero tanta, troppa.

E io la rispetto profondamente. 

Non mi permetto di giudicare.

Conosco abbastanza della sua storia e so quanto retta, diritta sia questa ragazza.

Quanto sia capace. Onesta. Vera.

So anche che noi sindacalisti non abbiamo mai tutte le risposte.

L'ho imparato bene da un mio corsista bergamasco, di Nembro, durante il tempo lungo e sospeso del Covid.

Non ho dimenticato.

E' però oggi, almeno per un po'...

non compiango la mia ferita.

Penso a G. e alle tantissime ragazze, donne di ogni età come lei che, tra una tazzina e uno scaffale, sono vittime della cultura e dell'economia dello scarto.

Del predominio del capitale sul lavoro (il contrario dell'articolo 2 dello Statuto della Cisl, almeno di quella vera, che ho conosciuto e amato, per cui ho vissuto).

So anche, per ragione di gusti musicali, di giocarmi probabilmente l'amicizia di Alessandro e di Giulia, ma mi viene, arditamente, da citare una canzone di Nek.

Uscita nel 1996, esattamente trenta anni fa.

Lavoravo in nero, d'estate, a Parma, in un campo di cipolle. 

Mi feci anche molto male.

Una mia scelta, ho imparato dai miei errori.

Se abbiamo di fronte, cito Nek, decine di "mani arrese" (magari anche le nostre...)

non possiamo e non dobbiamo voltarci dall'altra parte.

Cercare luoghi più facili di sindacalizzazione, dove non si incontra la paura.

Perchè quella stessa paura può diventare speranza, se ci si riconosce nella dignità.

Non in teoria, nella prosa ostinata e tenace, generosa, di ogni giorno.

"Bisogna cominciare..."

Questo per me è il fine intimo e ultimo del sindacato: "essere insieme giustizia - sun dike".

Colmare, attraversare le asimmetrie di potere, essere compagni e compagne, fratelli e sorelle, spezzare, nel lavoro e nella vita, il "pane insieme": "cum panis".

Perchè noi "vogliamo il pane e le rose".

E, dopo la prosa, anche la poesia.

Domani nel mio cuore, di fronte ai miei sicuri "sicari" probabilmente ancora non iscritti, porterò le mani minute e belle di G.

E le mani e la penna dell'altro G. (quello vero...)

Mani non arrese.

Ma tese.

In attesa non di una elemosina, di un po' di paternalismo aziendale, di una pacca da qualche parte.

Mani tese.

Dignitose. Aperte. 

Mani viste.

Da stringere, perchè: "c'è di più", G. e G.

E Francesco.

Non, non facciamoci raccontare, definire, da chi ha perduto l'umanità, non solo il sindacato.

NOI SIAMO, di più della paura e della solitudine.

Di un "tempo violento".

Con la forza dolce e politica, sindacale dell'empatia e della cura.

Possiamo e vogliamo restare umani/e...

"Stiamoci accanto!"

Francesco Lauria, "sindacalista e formatore da marciapiede".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Tzffxkh5Dr0

Nek - Filippo Neviani 

Di più.

Non c'è tempo

Il tempo non aspetta mai
Cammina per i fatti suoi
Con dentro noi
E non so quali facce incontrerò
O se un fucile in faccia avrò
Con di dietro un uomo
Troppo facile dire, "Va così"
Fino a che son qui
Appartengo al mondo
Troppo facile dire, "Che ne so"
E restar nascosto dietro ad un no
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Ma stammi accanto
C'è molto di più della TV
Che appanna i pensieri ormai
Che pensa anche per noi
Sì, lo so
Non sempre tutto è come vuoi
E calci in bocca prendi e dai
Ma alla fine tu sei quello che fai
E non dire di dare, ma dai tu
Anche quando non ce n'è più
Per qualcuno è già importante
Oh noi, tra quelle cose che non vediamo mai
Decine di mani arrese
E tese verso noi
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Restiamoci accanto
C'è molto di più
E lo sai anche tu
Insieme si cade giù
Ma insieme si torna su
C'è di più
Del mantenerci vivi
C'è di più
Dell'essere aggressivi
C'è di più
Bisogna cominciare
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è molto di più e lo sai anche tu
E molto di più, di più, di più
E molto di più, di più, di più, di più, di più

lunedì 19 ottobre 2026

RISPOSTA A DON BIANCALANI: LA SICUREZZA DELLA CURA PER RICUCIRE PISTOIA. UN APPELLO ALLA RESPONSABILITA’ DELLA POLITICA E DEL SOCIALE

      

Abbiamo riscontrato con preoccupazione, senza volerci prestare a strumentalizzazioni, le aggressioni e i disagi che sono avvenuti in vari luoghi di Pistoia come piazza della Resistenza, Galleria Nazionale, Porta Carratica, Ramini.

Abbiamo anche letto, con incredulità, le missive pubbliche, ampiamente riprese dalla stampa, di don Massimo Biancalani ex parroco, ora rimosso, delle Chiese di Vicofaro e Ramini.

Biancalani commenta un problema reale: l’importanza e l’urgenza del rafforzamento di una rete di sostegno e inclusione per le persone più fragili: non solo immigrati, ma anche anziani soli, giovani in cerca di prima occupazione, coniugi separati, disoccupati di lunga durata, senza fissa dimora, disabili fisici e psichici, uomini e donne sole.

La grande malattia di oggi, anche a Pistoia, di fronte alla parcellizzazione delle relazioni sociali e del lavoro, è proprio la solitudine.

Una solitudine, tante solitudini diverse e convergenti, che possono trasformarsi, da un lato, in disperazione, oblio o paura, dall’altro, lo vediamo anche nelle strade e nelle piazze d’Italia, in rabbia, a tratti anche in ribellione, rivolta.

I preoccupanti dati della Caritas, al di là di ogni allarmismo, richiamano alla responsabilità la politica e le istituzioni ad ogni livello e, se il ruolo del volontariato e del terzo settore è importante, fondamentale, esso non può trasformarsi in “barelliere” dello Stato o del Comune.

Occorre un intervento capillare, un investimento in politiche di inclusione, contrasto alla paura, anche di controllo democratico e di contrasto, laddove emergano responsabilità che nessuno può, vuole, deve tollerare.

La violenza, il degrado, le solitudini si combattono con la formazione e il rafforzamento delle forze dell’ordine, che vanno sostenute qualitativamente e quantitativamente, ma anche con pazienti politiche di inclusione, emancipazione, coscientizzazione.

Se i disagi sono reali e i furti, le violenze, le molestie accadono e vanno combattuti, esiste anche la percezione della paura, del diverso da noi, di chi non conosciamo e, magari, non ci conosce.

Non riteniamo che la risposta sia riproporre i fallimentari esempi di Vicofaro e di Ramini: luoghi che hanno annientato le comunità, reso impossibile non solo la convivenza, ma persino la conoscenza, ammassato persone e corpi, senza dignità, senza progetto, senza responsabilità.

Allora, proprio al contrario di quanto sostiene don Massimo Biancalani, noi affermiamo: mai più Vicofaro, mai più Ramini!

Questo non significa abbandonare le persone, le fragilità, non intervenire creando disagi che possono non solo alimentare paura, ma degrado concreto, sia per le persone fragili che per tutta la cittadinanza.

La politica non si può limitare a discutere i problemi, ma deve pensare, delineare, costruire le soluzioni, a partire dall’emergenza abitativa che, anche a Pistoia, si sta aggravando, con conseguenze sociali, economiche, esistenziali.

La politica non deve guardare il proprio ombelico, deve posare uno sguardo intelligente e di cura sulla città e il suo territorio, periferie comprese.

Proprio per questo richiamiamo la politica, il mondo del volontariato, i partiti, le associazioni, i cittadini e le cittadine a ritrovare uno spazio rispettoso di discussione e confronto, al fine di agire con responsabilità per il bene comune.

Se Vicofaro e Ramini sono stati e sono uno dei problemi, non la soluzione, tutto questo non può rappresentare un alibi: a partire dal Comune di Pistoia bisogna fare bene e fare presto.

Oltre le solitudini, la paura, il disagio.

Proponiamo alle diverse forze politiche e istituzionali, al terzo settore un dibattito pubblico, non urlato, autentico, non episodico.

Ci faremo sentire presto.

Luca Cipriani, Segretario Provinciale Libertà e Democrazia

Francesco Lauria Presidente Associazione Sognare da Svegli

Info: sognaredasvegli@gmail.com

domenica 18 ottobre 2026

"DETONAZIONE": "LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO". UN TESTO ANCORA ATTUALE DI FRONTE ALLA VIOLENZA E AL POTERE.

"Il sapere che finora possediamo ci dice che

abbiamo bisogno di cose che cambiano,

ma abbiamo anche bisogno di cose che restano".

Giorgio Abraham

Pur avendo contrastato personalmente e con vigore, in decenni di impegno e di attivismo politico e sociale, anche con il mio corpo, tutte le politiche repressive dei Governi (di ogni colore) e delle forze militari e di polizia, non ho mai, mai giustificato la violenza in piazza, in qualsiasi luogo e tempo.

Mai. Radicalmente, senza se e senza ma. Senza balbettare.

Oltre ai motivi etico-morali e, aggiungerei, spirituali anche per un motivo molto semplice e pratico: la violenza quando la realizzano, magari anche gratuitamente, i manifestanti è funzionale, direbbe Michel Foucault, alle politiche repressive e securitarie del potere (di turno), alla cancellazione, anche mediatica, delle giuste ragioni delle proteste.

La violenza di piazza è assurdamente funzionale ad allontanare le moltitudini pacifiche che, purtroppo, trovano così l'alibi per non impegnarsi, per smobilitare, per lasciare il campo all'indifferenza o, peggio, al fastidio, al giudizio.

In questo senso il "battesimo del fuoco", i lacrimogeni, le manganellate, la paura, i black block, il sangue e la ferita di Genova 2001 sono stati e sono tuttora per me indelebili. 

Tutto ciò vale per gran parte della mia generazione mobilitante e mobilitata, che a Genova c'era e c'era stata, ad esempio, nella bellissima, gioiosa, colorata manifestazione dei migranti del giovedì, che aveva poi sofferto per la morte violenta subita da Carlo Giuliani e per gli scontri e la successiva gravissima repressione militare e di polizia nel weekend di quel rovente luglio 2001.

La mia è anche la generazione della scuola Diaz, di manifestanti, attivisti, giornalisti nonviolenti, massacrati e denigrati, vilipesi attraverso una "macelleria messicana" e la messa in atto (è dimostrato da sentenze definitive) di false prove da parte delle forze dell'ordine.

Io, all'epoca, ero un giovane studente lavoratore che, da allora, non ha mai dimenticato.

Perchè lo stato repressivo, quando vuole fare davvero male, lo ha dimostrato, nel nostro Paese, la neofascista strategia della tensione con le sue stragi violente, non si fa remore e non rispetta, purtroppo, è gravissimo, nemmeno le proprie regole, le proprie leggi, i diritti umani fondamentali.

Poi è chiaro, occorre anche contestualizzare storicamente e geograficamente, altrimenti, sbagliando, prenderemmo anche le distanze dalla Resistenza partigiana tra il 1943 ed il 1945.

Su tutto questo, su questa "Detonazione", a venticinque anni da Genova 2001, abbiamo riflettuto e discusso sulla rivista "Le parole e le cose", con il filosofo dell'educazione e della pace Aluisi Tosolini e con Lotta, musicista e attivista contro la crisi climatica, nata nel 2002, che quindi, a differenza nostra, a Genova 2001 non ha proprio potuto esserci!

Qui il link al testo della rivista: https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/  e qui il link alla versione internazionale in lingua inglese della conversazione, pubblicata dal portale di ecologia politica e sociale "Undisciplined Environments": https://undisciplinedenvironments.org/2026/08/06/genoa-2001-2026-detonation/

Quanto ho scritto, però, non giustifica mai, e sottolineo mai, almeno per me, alcuna violenza, nemmeno dimostrativa.

Ieri, non comprendendo la cautela di alcuni leader politici e sociali nel condannare le cieche violenze di piazza, ancor più gravi, inquietanti e interroganti perchè spesso realizzate da giovanissimi, mi è venuta in mente una mia lettera aperta che fece abbastanza scalpore nel c.d. mondo "No Global" cui appartenevo e in cui rivendico, ancora oggi, il mio pieno coinvolgimento.

2005, Gorizia-Gradisca d'Isonzo, Nord Est, vicino al confine orientale, allora il confine di Schengen, dell'Europa fortezza.

Avevo da poco terminato l'Università e mi ero laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, con una tesi sull'impegno nonviolento e popolare nella guerra civile e nella successiva "pace fredda" dei Balcani, da parte dell'"Europa minore", quella degli enti locali, della società civile, del volontariato, del Consiglio d'Europa.

Quella che, anche sotto le bombe e tra le mine antiuomo, costruiva, ostinata e coraggiosa, Ambasciate, poi Agenzie della Democrazia Locale.

Avevo anche contribuito in maniera importante, insieme a tanti amici e compagni universitari e universitarie, alla carovana della Pace dei missionari comboniani partita, nel 2004, proprio da Gorizia e da Gradisca d'Isonzo, uno dei borghi più belli d'Italia, in cui era stato aperto un famigerato Cpt (Centro di Permanenza Temporanea per Migranti, ora Cpr).

Un luogo di "stato di eccezione", di sospensione del diritto, cui fare, civilmente e nonviolentemente resistenza, disobbedienza.

Un luogo istituito, nel 1998, dal Governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema, attraverso la c.d. "Legge Turco Napolitano" sull'immigrazione, poi emendata, ma neanche tanto, nella altrettanto celebre e famigerata: "Legge Bossi Fini".

A cavallo dei fatti di Genova 2001, Luca Casarini e i suoi disobbedienti (le "tute bianche"), spesso funzionali al potere dominante, cercavano di egemonizzare, soprattutto mediaticamente, il movimento "per un altro mondo possibile e necessario".

Erano forti soprattutto nel Nord Est, ma anche a Napoli e si appoggiavano alla politica dei partiti, "infiltrando" i Verdi, nel Triveneto e la bertinottiana Rifondazione Comunista nel centro sud.

Nel centro sud, Università di Pisa compresa, i disobbedienti facevano allora riferimento proprio a quel Francesco Caruso, autore, da parlamentare Prc di dichiarazioni davvero geniali nel loro delirio che misero in molto in imbarazzo anche Fausto Bertinotti che lo dovette sospendere dal gruppo parlamentare per affermazioni infami come: "Marco Biagi e Tiziano Treu assassini..." 

Francesco Caruso cui, mi risulta (ma spero di essere da lei smentito), faceva pieno riferimento politico anche la leader studentesca di Rifondazione Comunista presso l'Università di Pisa, l'attuale assessora alla cultura del Comune di Pistoia Marica Setaro, proprio oggi (nel senso del 19 ottobre 2026...) sproloquia sulle pagine nazionali de la Nazione, affermando più o meno, senza vergogna (e, ahimè, senza alcuna mia sorpresa) che la violenza, la rivolta vanno bene, ma, rispetto alle sue, oggi, manca un po' troppo l'ideologia...

Per carità Setaro, ognuno si tiene i "maestri" e i riferimenti che vuole, io mi limito ad apprezzare (davvero) come utilizzi oggi il termine "disobbediente" nelle tue stesse pubblicazioni scientifiche sulla psichiatria e l'etnopsichiatria (in particolare in saggi su bambine in manicomio etichettate, condannate, ahimè, come "disubbidienti" o "incorreggibili"...) 

Memore di Genova 2001, mi opponevo all'idolatria di subdolamente affascinanti "cattivi (e sopravvalutati) maestri", come Toni Negri, fin dall'inizio del 2002, rischiando più volte e in prima persona, tra Gorizia e Trieste, di subire atti di violenza politica.

Non ho mai avuto paura reverenziale, ieri come oggi, di sfidare i poteri, fossero essi politici, militari, accademici o di movimento.

Provammo, all'inizio del 2005 (io collaboravo, dopo la laurea, con l'insegnamento di Scienze della Politica presso l'Università di Trieste) ad opporci all'utilizzo della violenza in piazza, agli scontri organizzati e mediatici con le forze dell'ordine.

Provammo, provai, esponendomi molto durante le riunioni preparatorie della manifestazione "anti Cpt" organizzata da un movimento complesso e davvero plurale, molteplice, a far togliere ai disobbedienti, alle tute bianche di Luca Casarini, la testa del corteo.

Volevamo depotenziare la voglia, il desiderio perverso di scontri, di violenza.

Purtroppo non ci riuscimmo, se non all'inizio della manifestazione.

Fu un disastro.

Ricordo Gradisca d'Isonzo blindata, tutti i negozi chiusi, la popolazione che ci guardava di nascosto dalle finestre e dalle saracinesche abbassate.

Un grande, enorme errore, da noi pagato duramente per anni.

E io, risalendo, solo e arrabbiato, il corteo dopo gli scontri, ne pagai il prezzo, come racconta la mia (per nulla tenera) lettera aperta di allora, cui, peraltro, rispose non Luca Casarini, ma, in maniera stupenda, uno storico grande pacifista italiano come Enrico Peyretti.

Ma voglio scrivere un'ultima cosa. 

Quest'anno a Milano, epicentro degli scontri di piazza di questi giorni, al convegno del quarantesimo anniversario di Ipsia, la Ong delle Acli nazionali presieduta dal mio amico Marco Calvetto, ancora oggi molto attiva nei Balcani e in Bosnia in particolare, ho reincontrato Luca Casarini.

E' molto cambiato. 

Ha capito tante cose; ha vissuto un profondo e sincero percorso di conversione accompagnato, a suo tempo, da Papa Francesco che ha anche curato la prefazione ad un suo libro.

Non so, non credo che Luca Casarini, dopo tanti anni, mi abbia riconosciuto.

Ma ci siamo comunque scambiati un sorriso e, siccome doveva scappare, gli ho pure ceduto il microfono, facendo in modo che lasciasse ad Ipsia il suo messaggio di "buon compleanno" proprio prima del mio.

I casi, belli, della Vita. 

La Speranza che non si arrende mai. (F.L.)

LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO (27 Febbraio 2005).

https://liste.peacelink.it/pace/2005/02/msg00323.html

LA STORIA APPARTIENE A CHI AMA, NON A CHI GRIDA PIU'
FORTE.

Egregi disobbedienti,
scusate, ma non riesco ad essere ipocrita.

E rivolgermi a voi in maniera più amichevole.

Siete calati, in centinaia su Gradisca d'Isonzo.

Per la manifestazione unitaria contro l'apertura del
Centro di Detenzione/Permanenza per Migranti.

Dal Piemonte, dall'Emilia, dal Veneto, dal Friuli
Venezia Giulia.

Come dicono ossessivamente i vostri capi : una
moltitudine.

Avete preso treni, contrattando di non pagare
biglietti (solo voi, però, i comuni mortali, il
biglietto sullo stesso treno lo hanno pagato, magari
controvoglia...), siete giunti con potenti mezzi,
aveti zittito tutti con i vostri watt.

Avete finto uno scontro patetico con la polizia.

Due tre manganellatine di fronte alle telecamere,
giusto il minimo necessario per "egemonizzare giornali
e telegiornali", e poi ...

Poi nulla.

Io queste cose le avete denunciate prima, le sapevo.

Succede a Gorizia, quando ci siete di mezzo voi sempre
così.

I vostri capi, i Casarini e gli Olivieri (il capetto
locale di Trieste) erano scuri in volto.

Quelle persone che vanno avanti per la loro strada,
senza curarsi di nulla di quello che hanno attorno, di
nulla e di nessuno.

Avete violato i patti con tutti, non tanto con gli
"sbirri"(chi se ne...), ma quelli con tutte le altre
moltitudini di cui a voi non frega nulla.

Poi a Gradisca d'Isonzo era finito tutto.

In silenzio i compostissimi e numerosi anarchici
(compostissimi, silenziosi, veramente, non ci sono più
gli anarchici di una volta...), silenziosi i giovani
comunisti, impauriti i confederali.

Io raggiungevo i pochi cattolici di base presenti.

Ero solo.

Nella vostra moltitudine.

Poi, accerchiato, ho subito una aggressione fisica
(una testata sul volto), sono strattonato da una
decina di voi e mi è stato detto che siccome avevo
offeso i vostri fratelli (cioè il capetto bulletto di
periferia Andrea Olivieri, di Trieste)se non me ne
andavo mi avreste ammazzato.

Non era un esagitato, nè un conflitto, era una
precisa, intimidazione collettiva di stampo mafioso.

Tra voi e i boss della camorra di Scampia non c'è
nessuna differenza.

Tra voi e le squadracce fasciste di ogni età e
latitudine non c'è alcuna differenza.

Poi, guardavo i vostri capoccia.

Tutti maschi.

Siete anche pedine del potere.

Utili, finanziati, foraggiati, coccolati.

In particolare nel Nord-Est, un anno fa avete potuto
girare con mazze nel pieno centro di Gorizia, in una
città in cui anche starnutire forte viene sanzionato,
segnalato.

Siete, pedine della strategia della tensione di questo
governo.

I vostri leader sono rivoluzionari di professione, nel
senso che per organizzare le vostre recite (quanto
diverso è il conflitto sociale vero!) sono finanziati,
e sostenuti.

Beh, io sono proprio stufo.

Non starò in silenzio di fronte alle vostre botte e
alle vostre minacce ed intimidazioni.

So bene di essere solo l'ultimo di una lunga serie,
anche al vostro interno i dissidi li regolate così,
branco altro che moltitudine...

Lo faccio senza rancore, alle vostre mazze e alla
vostra collusione, funzionalità al potere e ai potere
non posso che opporre questa frase di Albert Camus che
in un periodo di grandi lotte affermava:

"Non essere amati è soltanto cattiva sorte; non amare
è una tragedia. Tutti noi oggi stiamo morendo di
questa tragedia. La violenza e l'odio infatti
disseccano il cuore nel profondo; la lunga lotta per
giustizia e l'amore che pure l'aveva ispirata. Nel
clamore in cui viviamo, l'amore è impossibile e la
giustizia non basta".  (A. CAMUS, Les justes, 1950).

Ecco cari disobbedienti.

Imparate un po' ad amare.

Io non è che ce l'abbia con voi.

Solo, non sopporto i prepotenti.

Si chiamino Bush, Putin, De Gennaro, Fini, Sharon, Al
Sistani, Casarini, Caruso od Olivieri. - e non dite
visto con chi vi ho messo in compagnia che non vi dò
peso :-) ...

Francesco Lauria
(aggredito a Gradisca d'Isonzo sabato 26 febbraio, nel
pressi del muro del CPT in costruzione, da un folto
gruppo di disobbedienti, dopo una fatwa emessa il
giorno prima dal capo locale Andrea Olivieri.
Aggredito negli unici dieci minuti in cui ero solo.)

Ecco diciamo anche che oltre che prepotenti siete un
pochino vigliacchi.

Ma quindi potete anche (solo) migliorare... 

P.S. 2026: E, almeno Luca Casarini, parecchio migliorato lo è!

sabato 17 ottobre 2026

STORIE CHE SI FANNO STORIA, NON "CINGHIALI CHE FANNO EQUAZIONI"... RACCONTO DI UN AMORE GRANDE E INTERROTTO.

"Il nostro non è mio" (Proverbio Africano; Silvia, Forum Sociale Mondiale, Nairobi 2007).

No, nell'articolo di ieri non ho raccontato tutto sulla mia (parziale) giornata bolognese.

Ho omesso qualcosa che, per un po', mi ha suscitato imbarazzo, mi sono sentito un debole.

Uscito, arricchito ed ispirato dalla cooperativa sociale Accaparlante, nella periferia del capoluogo della mia Regione,  mi trovavo sempre più in ansia, visto che tutti gli autobus erano bloccati, non si trovavano taxi (pur perdendo tantissimo tempo con le app surreali di intelligenza artificiale che nelle cooperative di taxisti hanno già sostanzialmente sostituito gli essere umani...) e mi trovavo a molto più di un'ora a piedi della stazione centrale di Bologna.

Dovevo infatti tornare il prima possibile a Pistoia, venticinque bambini e bambine del doposcuola rischiavano di rimanere con una sola volontaria e io, nonostante avessi predisposto tutto con largo anticipo e margini di tempo, dovevo far fronte all'imprevisto di una città militarizzata e bloccata a seguito della reazione alle manifestazioni studentesche per il clima e contro la guerra.

Alla fine, per una volta, sono stato davvero fortunato, ho acciuffato il treno per Prato delle 14.05 davvero per i capelli (o per i binari...), con un margine inferiore ai venti secondi e tanto, tanto fiatone.

Prima, da solo, avevo pianto. A dirotto.

No, nessuna aggressione, nessun furto, nessuna caduta, nessuna notizia inaspettata e terribile.

Ma mentre dialogavo con Alice o Alexia le tassiste artificiali, non cantanti pop degli Anni Ottanta e Novanta, mentre, contemporaneamente, ordinavo, pranzavo, prendevo il caffè e digerivo, ho visto, prima di sfuggita e poi con più attenzione, un ufficio nel centro commerciale di Viale Pirandello.

Tra una pasticceria e un supermarket, tra un fondo sfitto e un vetro rotto.

Si trattava, inaspettatamente, di un piccolo ufficio, un presidio sindacale di periferia.

Di quelli che stanno resistenti nelle aree disagiate, vivono soprattutto di servizi individuali: Caf, Patronati, Uffici Vertenze (diciamocela tutta) e, quando va bene, ospitano una sparuta Lega di pensionati (che si occupano dei servizi e dell'accoglienza ecc., ecc.).

Di fronte alle inaspettate bandiere che ho servito per oltre vent'anni, che ho portato in tutta Italia, in Europa e, un po', anche nel mondo, mi si è fermato il cuore.

Non è un'esagerazione, sarà che tutto mi aspettavo tranne che una, pur piccola, sede sindacale in quel contesto, sarà che si avvicina inesorabile la prima udienza del mio processo del lavoro intentato contro la Cisl nazionale. 21 ottobre, mercoledì mattina, tribunale di Firenze.

Ho pensato a tutta la sofferenza, al deserto degli ultimi quattordici mesi, al fatto che l'udienza si terrà in un inesorabile, quasi perfetto, anniversario della vergogna, di quanto subito, di quanto sopportato.

Stoicamente direi.

E allora, guardando le bandiere della Cisl, i cappellini nella vetrina trasparente del sindacato mi sono sentito come in una relazione d'amore ventennale interrotta, con buone probabilità finita.

Sepolta dalle menzogne e dallo scontro, dal silenzio e dall'ipocrisia, dal conformismo complice, dall'incomunicabilità, forse reciproca.

E però, come in un amore profondo che ti ha preso la vita e l'anima, la terra e il cielo, non riesci a cancellarle le emozioni, i tanti volti incontrati, le forse migliaia di persone formate, le sveglie alle quattro del mattino per dirigerti in chissà quale posto d'Italia o d'Europa e provare a rappresentare, a testimoniare, come mestiere e missione, tra mille limiti, quella "giustizia insieme" che è l'etimologia della parola sindacato.

Tra "profezia e innovazione", sapendo bene di non avere tutte le risposte a tutte le domande.

E non li puoi dimenticare i volti dei braccianti agricoli in nero, i lavoratori fintamente distaccati dalla Macedonia, così tanto non si deve rispettare nessuna regola comunitaria, non te la scordi quella volta in cui ti sei fermato, inginocchiato a Oste, di fronte alla fabbrichetta, in cui una giovane lavoratrice, Luana D'Orazio, a un millimetro dalla provincia di Pistoia, ha trovato la morte in un orditoio cui erano stati volutamente tolti i sigilli di sicurezza, giusto per diabolicamente produrre un po' più in fretta.

Economia dello scarto e dell'appalto, potere della moda, sfruttamento della logistica.

Capi a pochi euro, quelli che tutti e tutte (o quasi) ordiniamo su internet, in qualche piattaforma.

Quella stessa lavoratrice, con il padre, era stata nei corridoi della Cisl a Pistoia forse un anno prima o poco più, perchè sfruttata in tutto un altro settore, il commercio, un ristorante.

Sempre di più, di fronte al franare della dimensione collettiva, il sindacato si trova a difendere e rappresentare i lavoratori e le lavoratrici ad uno ad uno, ad una ad una. Vertenze individuali, tentativi di conciliazione e di accordo.

Il sindacato, spesso quando il lavoro cessa di essere un fatto "sociale e relazionale" (Pierre Carniti) si reinventa a gestire e provare a riequilibrare, molto spesso con la giurisprudenza del lavoro, asimmetrie di potere sempre più inintellegibili, perchè dall'altra parte ci sta spesso un'impresa fantasma, una "letter box company" o, in contesti più grandi, un lontanissimo gelido, quasi anonimo fondo d'investimento, magari speculativo, internazionale.

Lo storico conflitto tra capitale e lavoro si trasforma quindi in un confronto disorientante e disorientato, dove, nel tempo dell'Ia, è persino  difficile capire chi sei, cosa fai, chi chi lo fai, che cosa e come produci.

E se non sai chi sei, difficilmente puoi capire da dove vieni, anche quali gloriose radici hai, ma soprattutto chi puoi e vuoi essere nel costruire il tuo futuro, individuale e collettivo.

E allora, portando come un macigno la mia ferita, il mio dolore, il mio silenzio, la mia solitudine, ieri, a Bologna, ho pensato alle ferite degli altri.

Alle decine di sindacalisti e sindacaliste (non solo della Cisl!) che mi hanno contattato in questi mesi perchè epurati, violentati nell'animo, perchè non allineati e rimasti/e fedeli ai lavoratori e alle lavoratrici, non al potente dirigente di turno.

Ai lavoratori e alle lavoratrici, spesso in appalto, esternalizzati, non visti, molto, troppo faticosamente rappresentati dal sindacato tradizionale, soprattutto confederale.

Ai lavoratori dell'Acca a Seano (Provincia di Prato, Diocesi di Pistoia...) trascinati sull'asfalto rovente dalla polizia mentre i padroncini distruggevano, frantumavano il loro presidio sindacale.

Ma ho pensato anche all'accordo collettivo che è stato successivamente da loro firmato dopo settanta giorni di presidi ininterrotti, durante l'estate più calda del secolo, che ha riconosciuto non solo i contratti, non solo i diritti, ma soprattutto la dignità.

Perchè la dignità non la si da, non la si concede.

Si vede, si riconosce, anche grazie ad un "sindacato libero", anche nella lotta alle violenze e alle molestie sul lavoro...

E allora, proprio pensando a questi lavoratori fragili, tutelati da un sindacato con una sigla strana Sudd Cobas, presente quasi solo a Prato e nell'area fiorentina, ho pensato che in una relazione d'amore come è stata la mia con la Cisl e con il sindacato, anche quando si rompe, rimangono dentro, tra fratture e ferite, anche le cose buone, gli istanti belli, il bene provato, ricevuto e vissuto, il bene donato.

Quegli istanti che dentro di te e dentro tanti sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici durano una vita.

Perchè fare, essere un sindacalista, come diceva Pierre Carniti è una scelta di vita e per la vita. Non si smette mai di essere un sindacalista, nemmeno in pensione.

Perchè fare, essere un sindacalista, non solo nel Novecento, ancora di più in questi tempi strappati, individualisti, violenti e precari, ma anche opportuni, possibili vuol dire, proprio come affermava Don Lorenzo Milani con i "suoi" ragazzi e le "sue" ragazze in Lettera a una professoressa: "praticare l'amore, dare un senso alla vita, cercare un fine".

Cercare un fine. 

Anche nelle emozioni, nel volto e nei volti dell'altro/a, attraverso la vita e il lavoro.

Cercare nuove soluzioni, anche contrattuali, negoziare a schiena dritta e con mandato chiaro "anche con il diavolo", riscoprire il dialogo senza cancellare mai il conflitto, passando, un po' come nella Piana toscana, e non solo, dalla "violenza all'incontro".

E' questo il frutto di una vera cultura sindacale, una cultura molteplice e sempre in divenire, come ho provato a raccontare (mentre mi arrivavano le prime bordate da Via Po e intorni) in una bella (e lunga) intervista in una trasmissione sociale che si può ritrovare qui: https://www.youtube.com/watch?v=djnH30U_yDA&t=97s

Perchè, come ci diceva ormai dieci anni fa Papa Francesco, ammonendoci di non scadere nell'ovvio, nel già visto e, soprattutto nella burocrazia e nella corruzione, c'è ancora tanto, tantissimo bisogno di sindacato e di sindacalisti/e, specialmente ai "margini della città del lavoro".

Nelle periferie del caporalato, sia esso agricolo, commerciale o edilizio, come nelle piattaforme digitali.

Nelle fabbriche in cui si muore ogni giorno, nei cantieri in cui si cade dall'alto.

Ma anche nelle aziende in cui si può scommettere nella partecipazione e in una organizzazione del lavoro condivisa, oserei dire paritaria, in cui ascolto, eguaglianza, solidarietà, cooperazione non sono più parole proibite o desuete.

Ma "abiti puliti" da indossare insieme, nuovamente, ogni giorno.

Perchè nel lavoro (e attraverso il sindacato, quello vero...) si possono ritrovare, ricostruire, reindossare la libertà e la cittadinanza, la Costituzione, soprattutto se sei un immigrato o una immigrata a cui, magari dopo dieci anni, la cittadinanza italiana ancora viene stupidamente, ostinatamente negata.

E come ci dice da sessanta anni il sociologo Bruno Manghi, nel lavoro e nel sindacato, noi possiamo ritrovare e condividere ("cum panis" - compagni e compagne, coloro che spezzano il pane insieme...) proprio il pane e le rose, la poesia e la prosa, i desideri e i bisogni, le aspirazioni e i sogni.

"Dobbiamo creare tutto dal nuovo", proprio come ci indicava, in un contesto molto diverso, all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, il grande leader sindacale Giulio Pastore.

Perchè il sindacato, riprendo il titolo del volume pubblicato in occasione degli ottant'anni di Pierre Carniti è, soprattutto: "Pensiero, azione, autonomia".

Ma il sindacato, ci diceva sempre lo stesso Carniti è anche "cosa impossibile da dire", lo devi vivere, lo devi essere, non puoi solo raccontarlo, teorizzarlo.

Il sindacato è sogno e orizzonte di senso, perchè, senza orizzonte di senso, come diceva Fabrizio De Andrè, l'uomo è come "un cinghiale che fa le equazioni".

Non so se è vero (lo spero!) quanto, "con affetto e rispetto",  mi ha recentemente scritto in una lunga e bellissima, commovente lettera Savino Pezzotta, già segretario nazionale generale della Cisl che custodisco per me e di cui riporto qui solo un piccolo stralcio: 

"Francesco, ho letto le tue parole una volta, poi una seconda. E confesso che, più che le situazioni che racconti, mi è arrivata addosso la fatica che le attraversa e che mi hanno ricordato le mie vicende personali e l’ostracismo che nella Cisl dura nei miei confronti

Ti ho sentito stanco. Profondamente stanco.

Non la stanchezza di una discussione, di una polemica o di una battaglia sindacale. Quella passa. Mi è sembrata la stanchezza di chi per molto tempo ha provato a reggere contemporaneamente il peso delle proprie ferite, delle proprie responsabilità e delle sofferenze degli altri, fino a sentirsi consumato.

Non credo di avere le parole giuste per rispondere a tutto quello che hai scritto. Sarebbe presuntuoso. Posso però dirti che dietro la tua lettera ho riconosciuto una persona che sta soffrendo e che, nonostante tutto, continua a preoccuparsi più degli altri che di sé stesso (...)"

Riaprendo gli scatoloni del mio ufficio di Fiesole mi è capitato, recentemente, un libro, per me molto importante in passato: "La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane", pubblicato da Luigino Bruni, per la casa editrice Il Margine.

Parlando kantianamente dell'"insocievole socievolezza" dell'umanità, Bruni sceglie, quasi come monito, che indirizzo in primis a me stesso, una citazione non notissima di Salvatore Quasimodo:

"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo ...

Quell'eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata..."

E però, Bruni, e qui provo a chiudere con "nuovi desideri", asciugando le lacrime e la rabbia e riscoprendo gioa, amore, gratitudine, sguardo verso l'alto e l'altro, ci riscatta attraverso questo passo della Genesi:

"Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò... e passò il guado dello Iabbok.. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: "Lasciamo andare perchè è spuntata l'aurora". Gli domandò: "Come ti chiami?" Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perchè hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!" 

Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perchè mi chiedi il nome?" E qui lo benedisse". (Gen 32, 23-30).

"Ma che Film la Vita!" https://www.youtube.com/watch?v=dxLfLjU0nYY&list=OLAK5uy_kzVXG4svCc_H4o8V6FMXZcfSuCwmGo6Qk&index=3

Francesco Lauria