lunedì 9 marzo 2026

IL BUON LAVORO - NUOVA PUNTATA: "Il CCNL: LA GUIDA COMPLETA".

🧐 Pensi che il CCNL sia solo burocrazia? Ti sbagli.
Spesso ci lamentiamo delle regole, ma vi siete mai chiesti come sarebbe lavorare senza un contratto nazionale? In questo estratto della nostra ultima puntata, facciamo chiarezza sulla nascita e sullo scopo reale del CCNL.
Capire il passato è l'unico modo per difendere il futuro (e la nostra busta paga). 💸
🎥 Puntata: "Il CCNL: La Guida Completa" su Youtube:


🍿 Buona visione!

domenica 8 marzo 2026

L'AURORA (SOGNARE UN PO' DI PIU'...)

Islanda, 27 dicembre 2025. 

Babbo, ma quando arriva questa aurora boreale?

Non saprei, Jacopo, dobbiamo aspettare, come tutti.
L'Aurora è una Speranza, non una certezza.


Ma Babbo scusa, non abbiamo pagato?

Si, abbiamo pagato. 
Per essere qui con i piedi nella neve, al buio. 
A guardare le stelle.
Come ti senti?


Sinceramente ho un po' freddo.

Anche io ho freddo sai?
Chiudiamo gli occhi.
Pensiamo a qualcosa di bello.
Come va con quella ragazza?

Babbo, avevi promesso che non facevi domande!


Ci ho provato lo ammetto.
Se hai freddo, se vuoi ti abbraccio.

Non peggiorare le cose!


Va bene.
Facciamo silenzio.

Non come i giapponesi di là.
Non stanno zitti un attimo, con i loro cavalletti!


Sognare da svegli.
Sognarti.
Sentire le note salire.
Nella neve.


Ci sarà una luce.
There Will be a light.

Un'aurora inaspettata...


"Sarà, sarà l’aurora
Per me sarà così
Come uscire fuori
Come respirare un’aria nuova
Sempre di più"


Un sereno entorno se verá
Has oído bien
Puede que haya nuevos horizontes
¿Sabes por qué? ¿Sabes por qué no dejaré
De soñar un poco más?
Una y otra vez


Sarà, sarà l’aurora
Per me sarà così
Sarà, sarà di più ancora
Tutto il chiaro che farà"


Nella neve.
Nella notte.
A Mezzogiorno...

Musica!

L'Aurora (Eros Ramazzotti & Alicia Keys)

https://www.youtube.com/watch?v=3awbwyh8iy4&list=RD3awbwyh8iy4&start_radio=1


sabato 7 marzo 2026

"ALZARE LO SGUARDO E VEDERE LA VITA SBOCCIARE": L'ALBERO VIVO SPACCA LA ROCCIA (F. BENTIVOGLI - A. BRENNA).

Oggi, dopo aver riflettuto in anticipo sul significato laico della giornata dell'8 marzo (Festa della Donna) riprendo e semplifico un po' le riflessioni sulla terza domenica di Quaresima divulgate dal Monastero di Bose (qui la versione integrale del commento con il testo odierno del Vangelohttps://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/16938-adorare-in-spirito-e-verita ).

Proverò, nella seconda parte, a confrontare le Letture odierne con una figura importante del sindacato, un amico: Ambrogio Brenna.

Oggi ci accompagna il Vangelo di Giovanni che, fino alla settimana santa, subentra a quello di Matteo.

Giovanni ci narra dell’incontro di Gesù con la donna samaritana. 

Scrivono i fratelli e le sorelle a Bose: "In Matteo 4,10 Gesù rispondendo alla terza tentazione del diavolo cita Deuteronomio 6,13: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”, e nel testo di questa domenica Gesù dichiara alla donna samaritana: “Viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”

Ecco che proprio al centro della narrazione giovannea emerge il tema dell’adorazione.

Adorare Dio solo, adorarlo in spirito e verità: Gesù risveglia nella donna la sua sete profonda, sete di senso, sete di Dio, ricerca di Dio espressa in quella domanda che ella rivolge a Gesù dopo aver riconosciuto in lui un profeta: Dove va adorato Dio? 

E Gesù gli risponde spostando l’accento dal dove al come: in spirito e verità, che certamente vuol dire nel cuore, ma un cuore come quello di Gesù, colmo di Spirito e di Parola di Dio, abitato dallo Spirito e dalla Verità, un cuore capace di far spazio allo Spirito e alla Parola e per questo capace di vincere le tentazioni.

Tentazioni che colpiscono i credenti di ogni epoca come narra anche la prima lettura di oggi, Esodo 17,1-7, dove i figli d’Israele provati dal cammino nel deserto, provati dalla sete, mormorano e mettono in dubbio la promessa di Dio di condurli verso la libertà e la vita, mettono in dubbio la presenza di Dio stesso

“Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” dicono a Mosè. “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” è la domanda che abita come una prova il loro cuore.

La tentazione è sempre un mettere alla prova il Signore, un cedere agli idoli, un non riconoscere che “i campi già biondeggiano per la mietitura” come dice Gesù ai discepoli, un voler stabilire noi il dove della presenza del Signore e quindi dell’incontro con lui (sul monte Garizim o in Gerusalemme), un essere attaccati ai nostri mezzi di sussistenza (l’anfora per attingere acqua della donna), o ai nostri pregiudizi (i discepoli che si stupiscono che Gesù parli con una donna e… per di più samaritana!).

Adorare Dio in spirito e verità significa liberarsi di tutto questo, saper lasciare la brocca, come fa la donna, per correre ad annunciare agli altri la novità, la bellezza di quell’incontro con il Signore, incontro che poi loro stessi gusteranno e di cui si sazieranno al punto di non aver più bisogno di mediazioni umane per credere che Gesù è il Salvatore del mondo.

Adorare Dio in spirito e verità - scrivono a Bose - significa anche imparare ad alzare lo sguardo e vedere la vita sbocciare, scorgere i segni del futuro raccolto e saper gioire di quella che è sì una fatica, ma una fatica condivisa e abbondantemente ricompensata.

Adorare Dio in spirito e verità significa ricevere dal Figlio un’acqua viva e lasciarla zampillare in eterno, un’acqua che è dono nell’arsura del deserto e nella quotidianità del vivere e del camminare. (...)

Adorare Dio in spirito e verità in definitiva significa essere uomini e donne liberi dai pregiudizi e dalle logiche di potere (il diavolo che aveva tentato Gesù offrendogli i regni di questo mondo e la loro gloria), liberi di vivere del dono di Dio, il suo Spirito, che è fonte di pace e di speranza salda, come dice Paolo nella seconda lettura di questa domenica, tratta dalla lettera ai cristiani di Roma.

Allora “teniamo salda la professione della nostra speranza perché è fedele colui che ha promesso” (Eb 10,23) e camminiamo svelti incontro al Signore, stiamo in dialogo con lui per scoprire il suo dono, l’acqua viva della sua Parola, il pane del suo corpo offerto per noi mentre noi eravamo ancora nemici e peccatori (cf. Rom 5,8-10), così non avremo più fame né sete perché il Signore sarà per noi cibo e bevanda di vita eterna.

Non so per quale assonanza, ma le Letture di oggi, non solo il Vangelo, ma anche il testo tratto dall'Esodo mi hanno fatto venire in mente un libro: "L'albero vivo spacca la roccia". 

Peraltro Brenna, che è persona laicissima, proveniente da famiglia fortemente anticlericale, racconta del sindacato quasi come di un: "ordine religioso" e quindi un po' mi incoraggia... E poi, il Vangelo di oggi, parla anche di: "giusto salario"...

Il libro racconta il processo di crescita individuale, culturale e sociale di Ambrogio Brenna, segretario nazionale della Fim-Cisl dal 1986 al 2000 ( e successivamente anche Assessore presso la Regione Toscana), dovuto alla sua militanza nel sindacato.

Il titolo del volume riprende una frase dello storico leader nazionale del sindacato dei metalmeccanici cislini, succeduto, a Pierre Carniti: Franco Bentivogli.

E' un libro che parla certamente, attraverso una biografia personale, di una storia di emancipazione individuale e collettiva (in cui la vicenda delle 150 ore per il diritto allo studio non è secondaria), che si sviluppa, proprio come nell'odierno Vangelo di Giovanni, attraverso la ricerca dell'acqua viva, della fonte, dell'orizzonte di senso.

Tutto ciò avviene in primis attraverso il lavoro (negli anni Sessanta a Milano quando: "non erano pochi i bambini che lavoravano") e poi in quella grande esperienza novecentesca, in quella grande comunità educante che è stato il sindacato.

Di tutto questo preferisco non parlare io, ma far parlare direttamente Ambrogio Brenna, sottolineando solo la bellezza di cui quando lui stesso parla di: "senso del limite".

Il filmato è tratto da un incontro della formazione sindacale che ho svolto su incarico della Cisl di Pisa ed è inserito nel canale Youtube del Centro Studi Nazionale Cisl che io stesso ho creato (luogo che, ora, mi bandisce a vita, e la cosa fa anche un po' ridere...)

Ecco il link: https://www.youtube.com/watch?v=PqRyCd4aIn4


Francesco Lauria

"CAPITANA". MENO SAL E PIU' FRANCESCO. PIU' CAROLA, ANTIGONE, MENO CREONTE. SOPRATTUTTO.

 

Pur senza voler lanciar crociate eccessive (ho scritto anche, echeggiando un articolo della rivista Rolling Stone, che dobbiamo fare i conti, come maschi con: "il Sal Da Vinci che è in noi...") reputo davvero che il testo della canzone vincitrice di Sanremo di quest'anno ("Sarà per sempre sì") ci riporti indietro di decenni (non che la musica sia poi molto più innovativa...)

L'immagine del re "dal cuore innamorato" che costruisce e "lega" la vita alla "sua" regina promettendo davanti a Dio di renderla felice e di vivere per Lei, con tanti figli in una "casa grande", difficilmente, anche se Sal Da Vinci timidamente si è smarcato da questa lettura, non può non ricordare, il concetto patriarcale, tradizionalissimo, di: "Dio, Patria e Famiglia".

L'ex senatore leghista Simone Pillon (uno troppo conservatore anche per Salvini e Vannacci) si è, infatti, precipitato ad complimentarsi con il vincitore di Sanremo, sorvolando anche sul fatto che non fosse proprio: "padano".

Mentre rimuginavo su tutto questo mi è apparso come un genio della lampada quasi magro (ma pur sempre pelato) il cantautore parmigiano Francesco Camattini che, in vista dell'8 marzo, ha rilanciato sui social, una sua bella canzone di sette anni fa: "Capitana".

Scrive della sua opera Camattini:

"Questa canzone e questo video sono dedicati a chi, davanti ad una contraddizione sociale o personale che pone in discussione i valori per i quali vale la pena vivere, non si volta dall’altra parte ma, al contrario, riafferma con forza il proprio sentire anche attraverso l’azione: Carola Rackete, Antigone contemporanea, donna libera e coraggiosa ed esempio per noi tutti, ha scelto di “restare umana” e resistere alla tentazione di farsi strumento di deportazione – come vorrebbe l’autorità con una continua mistificazione del linguaggio e delle regole (come se non stessimo parlando di “noi stessi”, uomini, donne e bimbi che cercano un luogo dove vivere).

La Capitana ha scelto di obbedire a sé stessa optando per il linguaggio della comprensione piuttosto che quello dell’odio, dell’accoglienza piuttosto che a quello del rifiuto, della pace, piuttosto che a quello del conflitto.
Altrimenti per cosa vale la pena vivere?"

Con questa cruciale e non semplice domanda di Francesco Camattini, rivolgo il mio pensiero alle manifestazioni di Prato di oggi contro la "remigrazione" e la "riconquista" (chissà, potenziali idee terribili per il Sanremo dell'anno prossimo?)

Rivolgo il pensiero a chi già da ore, con lo strumento (ho imparato anche io a non scrivere "arma") della nonviolenza, ha messo il proprio corpo di fronte ai vari decreti sicurezza, decidendo di esserci, di non voltarsi dall'altra parte.

Un modello di leadership collettiva e di umanità che affonda Creonte e ripropone a tutti e a tutte Antigone.

Restiamo umani. Buon ascolto di "Capitana".



Francesco Lauria

venerdì 6 marzo 2026

PRATO, 7 MARZO 1944: OPERAI RASTRELLATI. PRATO: 7 MARZO 2026 MIGRANTI DEPORTATI? UNA MOBILITAZIONE RADICALMENTE ALTERNATIVA

Marceranno per sostenere la “remigrazione”, che è una parola farlocca per non dire quella vera: deportazione di tutte le persone migranti. E lo faranno nello stesso giorno e nella stessa città dove, il 7 marzo 1944, i nazifascisti rastrellarono 133 lavoratori pratesi dalle fabbriche, dalle case, dalle strade.

La mobilitazione a Prato contro tutto ciò e per un'idea diversa di città e di società è stata splendidamente plurale: dal Sudd Cobas (sindacato cui va il merito, mi pare, di essersi mosso per primo) al Vescovo. 

Benissimo ha fatto Giovanni Capecchi, candidato sindaco nelle primarie di coalizione del centrosinistra a Pistoia, a ricordare, in questa occasione, le comuni radici antifasciste e resistenziali delle due città (e dei due territori montani che le sfiorano).

Le ho cercate, ma non ho trovato affermazioni e prese di posizioni analoghe dell'altra candidata alle primarie pistoiesi la "moderata" Stefania Nesi.

Oggi, alle 15.30 a Prato, in Piazza Duomo (e alle 16 in Piazza delle Carceri), pur in una città, ovviamente particolarissima se prendiamo i temi del lavoro, dell'immigrazione, della multiculturalità, si svolgerà una manifestazione per le dignità di tutte e di tutti che nulla ha di locale.

Non possiamo, infatti, rimanere indifferenti sia di fronte allo "stupro" della storia e della memoria sia di fronte a idee pericolosissime come "remigrazione" e "riconquista" che, ha ragione il vescovo di Prato, sono semplicemente sbagliate e aggressive.

Non possiamo, poi, dimenticare la cultura istituzionale di cui si imbevono, quella dei "decreti sicurezza" e della repressione del dissenso, a partire dai giovani, persino degli studenti medi.

E' una cultura patriarcale, predatoria, autoritaria, di guerra, priva di Speranza e di visione.

Proprio per questo Prato e Pistoia, Pistoia e Prato devono continuare ad essere, seguendo l'esempio di Giorgio La Pira, città, municipalità di Pace.

Mobilitarsi oggi, in qualsiasi forma, per cambiare queste parole dissennate, significa: "esserci", per parafrasare una bellissima espressione di Tina Anselmi, partigiana, sindacalista e, esattamente cinquanta anni fa,  prima Ministra della Repubblica.

L'economia della guerra e dello scarto, il turbocapitalismo nichilista sono, come ci ricordava Papa Francesco, l'esempio di un sistema di sfruttamento locale e globale in cui si prova a mettere i poveri e i più deboli gli uni contro gli altri, in una logica in cui il potere (economico e politico) si trasforma in dominio.

Proprio per questo, con nelle mani la cultura della nonviolenza, che è tutto tranne rassegnazione, dobbiamo mobilitarci, non solo oggi, ma ogni giorno.

Città diverse e un mondo diverso sono possibili.

E, pensando anche alle generazioni future, urgentemente necessari.

Francesco Lauria

UNA VITTORIA STORICA.

Ovviamente in Italia se ne è parlato pochissimo. 

Ma ci sono, nelle tenebre globali, anche segnali di Speranza

Leggete che cosa è successo in Brasile. Davide ha sconfitto Golia (ma teniamo alta l'attenzione...)

https://www.avvenire.it/rubriche/effetto-terra/una-vittoria-storica-gli-indigeni-bloccano-la-privatizzazione-del-fiume-tapajos-in-amazzonia_105364

Una vittoria storica. Gli indigeni bloccano la privatizzazione del fiume Tapajós, in Amazzonia

di Chiara Vitali






Avevano protestato alla Cop30. E nelle ultime settimane hanno occupato un terminal commerciale, sfidando una grande multinazionale. 

I popoli indigeni del Pará hanno ottenuto il ritiro di un decreto che avrebbe sottomesso il fiume Tapajós a logiche di privatizzazione, distruzione e commercializzazione.









«Il decreto di morte non è passato. Il fiume vive». 

Le parole spiccano su un cartellone verde. 



È tra le mani di una donna. 

Ha lo sguardo fermo e sta festeggiando.




Accanto a lei altri esultano, battono le mani.

 







Sono attivisti di alcune comunità indigene di Santarém, in piena Amazzonia brasiliana (stato del Pará). 


Sono riuniti perché hanno appena saputo di avere vinto, e che la loro è una vittoria storica.






Sono gli stessi che a novembre 2025 bloccarono la Cop30 per farsi ascoltare dall’opinione pubblica internazionale, per chiedere di bloccare lo sfruttamento delle loro terre e per parlare anche di un fiume, il Tapajós, le cui acque rischiavano di essere sottomesse a nuove logiche di privatizzazione, commerciali e distruttive. 

Gli stessi che hanno occupato terminal fluviali e chiatte di trasporto merci nelle ultime settimane per protesta. Ma, ora, il pericolo è scampato.

A inizio febbraio il governo brasiliano ha infatti deciso di ritirare un decreto, il n. 12.600, pubblicato l’anno scorso, che avrebbe concesso tratti di fiume agli investimenti privati all’interno di un ampio Programma Nazione di Privatizzazione e, di fatto, aperto le porte per la trasformazione del corso d’acqua in un’idrovia per il commercio. 

L'annuncio è stato dato dal segretario generale della Presidenza, Guilherme Boulos, al termine di un confronto con le comunità interessate. 

Già oggi dal fiume passano 41 milioni di tonnellate di merci ogni anno: interessi economici che viaggiano sull’acqua insieme a diversi prodotti, tra cui, in modo preponderante, soia e mais. 

Sul Tapajós sono già presenti terminal fluviali dove i raccolti vengono caricati su chiatte che ne permettono il movimento a valle, verso strutture più grandi, sino ad arrivare a navi oceaniche. 
Per costruire le infrastrutture, l’alveo del fiume viene di solito stravolto: si portano via detriti, terra; l’habitat naturale viene danneggiato.

Una maggiore industrializzazione era nei piani di governo, investitori privati e multinazionali. Come il colosso statunitense Cargill, tra i principali operatori delle infrastrutture per il trasporto della soia e del mais in quella zona amazzonica. 

L’azienda di Minneapolis permette il collegamento tra i campi dove i cereali vengono coltivati, in Brasile, e uno dei maggiori importatori: la Cina. 

Ed è proprio uno dei suoi terminal che gli attivisti indigeni hanno occupato nelle ultime settimane, con azioni via acqua che ne hanno temporaneamente interrotto le attività. 

Poche settimane prima avevano abbordato una chiatta carica di cereali e diretta verso un altro porto. 
Dimostrazioni che hanno avuto il loro successo. «Le nostre azioni non nascono dall’improvvisazione. Sono il risultato di una lunga storia di resistenza a progetti imposti senza ascoltare» hanno scritto le comunità impegnate nelle azioni di protesta.

Il decreto che è stato ritirato dal governo brasiliano avrebbe riguardato la possibilità di privatizzare 3.000 chilometri di fiumi (non solo il Tapajós ma anche il Madeira e il Tocantins), incrementando un processo di trasformazione dei corsi d’acqua che è già in corso. 

Fino a dieci anni fa, il fiume Tapajós aveva acqua cristallina. 
Oggi è inquinato sia da materiali che derivano dalle miniere, sia dal gasolio che permette lo spostamento delle merci. Un’ulteriore industrializzazione avrebbe rappresentato un pericolo per la vita delle comunità locali. 

«La trasformazione dei fiumi dell’Amazzonia in vie di sfruttamento economico minaccia direttamente i territori indigeni, i modi di vita tradizionali, la sicurezza alimentare, la biodiversità e l’equilibrio ambientale dell’intera regione» hanno detto i rappresentanti della Federazione dei popoli indigeni del Pará. 

La loro è stata soprattutto una richiesta di essere ascoltati. 
La decisione del governo di Luiz Inácio Lula da Silva, che per una volta ha preso una posizione coerente con i suoi proclami ambientalisti, rimarrà come una buona notizia per tutti i movimenti di difesa della Terra, dal basso.