giovedì 23 aprile 2026

"SE E' NOTTE, PRESTO IL GIORNO ARRIVERA'". IL RUMORE DEGLI ANNI E LA PIETAS DELL'AVVOCATO CHITON.

(...) "Ma vengono pagati come falegnami, come autisti o come facchini?", chiese Chiton.

"Come addetti alle pulizie", rispose Enzo.

(...)

"Quante ore al giorno?" Questa volta il silenzio fu più lungo.

Fu Raid a parlare , come se dovesse affrontare una salita.

"Vedi avvocato, noi non abbiamo un vero orario di lavoro. Il padrone ci dice che se non finiamo non possiamo tornare a casa. La mattina carichiamo tutti i mobili che ci viene ordinato di caricare. Il nostro compito è consegnarli e montarli tutti, se non li montiamo tutti non possiamo rientrare.

Di solito lavoriamo quattordici, sedici ore al giorno, a seconda del traffico, di quanto ci vuole per montare. Se non completiamo il lavoro quel giorno non veniamo pagati.

Il padrone ci mette assenti ingiustificati".

A Chiton fremevano le gambe che avevano iniziato a scalpitare sotto la scrivania.

"Quattordici, sedici ore al giorno" ripetè." Per quanti giorni la settimana? Cinque, sei?"

Raid tacque abbassando la testa. Fu un ragazzo di vent'anni a parlare, si chiamava Bilal. "Sette!", disse a voce molto alta, come se dovesse emergere dal fondo per darsi coraggio, pentendosi subito dopo di quello che era sembrato un grido (...)"

Siamo tra Firenze e Prato. Azienda logistica, in appalto, nel settore del mobile.

Giovani pakistani: direi polivalenti perchè, insieme, autisti, facchini, falegnami. Assunti (più o meno) come addetti alle pulizie.

Italia 2026.

Italia 1995.

Qui ci sono io ed è l'inizio dell'estate.

Campagne di Parma, prendo la bicicletta e pedalo verso le colline (e davvero non ricordo perchè, guidavo già la Vespa amaranto di mio padre...)

Di campo in campo, con i caseifici del Parmigiano Reggiano sullo sfondo.

Ho quasi sedici anni, li compirò di lì a poco (sono nato il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia e ne vado molto orgoglioso).

Non è in vigore il pacchetto Treu, c'è ancora il collocamento obbligatorio nel nostro paese.

Ma a me non importa, il primo libretto di lavoro, al collocamento pubblico, lo riceverò l'anno dopo, quando verrò assunto per l'estate alla Motta-Antica Gelateria del Corso, assorbita dalla multinazionale Nestlè. Una fabbrica di gelati storica di Parma (si chiamava Tanara) che oggi non c'è più.

Io, per ora, il libretto di lavoro, dall'alto dei miei quasi sedici anni, non lo voglio proprio.

Voglio guadagnare il più possibile e subito per pagarmi le vacanze estive di agosto.

Di campo in campo chiedo: quanto date per la raccolta delle cipolle?

Ovviamente la risposta è in lire ed in paga oraria. L'unica unità di misura se si lavora in nero.

Alla fine trovo una paga che mi soddisfa e, questa volta motorizzato, comincio a partire, ogni giorno, alle cinque e mezza del mattino da casa per i campi.

Non la dimenticherò mai l'immagine della padrona che ci osserva da lontano sul suo pick up, con il binocolo.

Manco fossimo in una piantagione di cotone ai tempi di Via col Vento...

Sono concessi pochi viaggi verso la canna, dove sgorga un po' d'acqua nemmeno fredda, non so nemmeno se potabile.

Ma quando hai sete, tanta sete, non ti fai queste domande. Bevi e basta.

I bancali sono pesanti, molti dei compagni di lavoro sono albanesi, fanno molto gruppo tra loro, c'è anche qualche ragazza. Una mi piace subito, ricordo ancora il suo sguardo, ma non la mettono mai a caricare i bancali con me. E' mingherlina ed io non sono certo il compagno di lavoro più affidabile e in forze.

Ma c'è un'altra persona che non dimenticherò mai, anche se non ne ricordo più il nome.

Lui sì che è forzuto, alto più di me, nero come la pece.

Viene dal Senegal.

Chiacchieriamo, mangiando un panino sotto al sole padano di fine giugno.

Scopro che dopo le dieci, undici, dodici ore nei campi, lui torna a Parma.

E...

Va a lavorare altre tre-quattro ore in un bar. Ovviamente sempre senza contratto.

Non scorderò mai la mia domanda e la mia bocca che si ferma di fronte al panino alla frittata preparato con cura da mia madre, alla sua risposta.

"Dormire? Io, credo, dormirò a dicembre, in inverno".

Non scherzava, anche se non ho mai, mai dimenticato il suo amaro sorriso.

Lui non lavora per pagarsi, come me, le vacanze in riviera ligure. 

Lavora per sopravvivere e, magari, per inviare qualche cosa alla famiglia in Senegal.

Non esiste, se non al Pentagono, ancora internet. Pochi i cellulari. Il Senegal è lontano. Così come il tramonto.

Riprendiamo a lavorare. Il binocolo incombe.

Qualche giorno dopo un bancale marcio mi si sfascerà addosso e mi procurerò una frattura scomposta e una ingessatura che mi durerà tutta l'estate, fino alla ripresa della scuola, a settembre.

Niente vacanze al mare con gli amici, ma tanti insegnamenti quell'estate...

Mentre l'avvocato del lavoro e romanziere pugliese-fiorentino Danilo Conte (l'avvocato Chiton...) presentava ieri il suo libro, intitolato: "Il rumore degli anni", non riuscivo nemmeno a stare fermo sulla sedia.

Tanti ricordi si affastellavano nella mente. Gli altri lavori (sempre in fabbrica o negli autogrill, mai più nei campi) e, soprattutto il sindacato.

Credo che sia stato per quell'esperienza che nel sindacato, in varie forme, mi è sempre piaciuto/mi ha sempre appassionato occuparmi di orario di lavoro e di lotta al lavoro sommerso, al distacco illecito di manodopera, e poi di cooperazione con le attività ispettive, anche a livello internazionale.

Una volta con un libro collettivo su questo abbiamo anche vinto un premio europeo.

Ma i premi servono a poco se non cambiano effettivamente le cose.

Danilo Conte ha raccontato ieri magistralmente altre storie, accompagnato da attrici e musiciste d'eccezione.

Dopo Bilal ha accennato ad Elvira e ad un altro caso del suo "social legal thriller",  e, in quel momento, io ho pensato che. dopo il mio licenziamento illegittimo, illegale, gravatorio, infame, discriminatorio dal sindacato, mi sono trovato (quasi) solo.

Per paura, colleghi e colleghe che avevo rappresentato come delegato eletto proprio alla sede nazionale del sindacato, che magari mi chiamavano la sera di tardi o il sabato mattina, ora non mi rispondono più, sono scomparsi, svaniti nel nulla.

Il mio dito vaga sulla rubrica del telefono e, ormai, rinuncia.

Chi mi parla lo fa di nascosto, implorandomi un silenzio assoluto e desolante.

Sai Francesco: "io ho il mutuo". "Devo mandare mia figlia all'università". "Chi glielo dice a mia moglie, se mi succede quello che è successo a te?"

Poi un classico: "Francesco hai sbagliato. Bisogna attaccare l'asino dove vuole il padrone, tacere, subire. Avallare, chiudere gli occhi. E andare avanti".

Il romanzo di Danilo Conte, dopo la dedica, si apre con una citazione di una canzone del 1988 di Francesco Guccini:

Io non credo davvero

che quel tempo ritorni

ma ricordo quei giorni

ma ricordo quei giorni

Ho pensato mentre chiedevo in libreria all'avvocato Conte del perchè avesse scelto questo Guccini malinconico, quasi sfiduciato, certamente nostalgico, non di lotta, ad un altro piccolo libro/saggio collettivo che ho contribuito a scrivere una quindicina di anni fa.

Il titolo: "Il Processo del Lavoro".

Già il processo del lavoro. Chi lo avrebbe mai detto che ci sarei finito dentro!

Solo in pochi, sbagliando, lo ricordano tra le grandi conquiste degli anni Settanta.

Il nuovo processo del lavoro, in Italia, molto più tutelante (se applicato davvero...) per i lavoratori e le lavoratrici entra in vigore, infatti, nell'agosto del 1973.

Pochi mesi dopo l'inquadramento unico tra impiegati e operai e le 150 ore per il diritto allo studio nel contratto dei metalmeccanici, meno di un anno prima del divorzio e di lì a poco del nuovo diritto di famiglia che porterà le donne italiane al di fuori dal Medio Evo (un po' almeno...)

Danilo Conte mi guarda e ci da una chiave fondamentale di lettura del suo romanzo.

Senza anticipare troppo (questo libro, agile, bello, a tratti ironico, compratelo!) la storia di Bilal è una storia sostanzialmente di successo.

Quella di Elvira, drammaticamente no.

C'è una differenza sostanziale: la prima vicenda ha una dimensione solidale collettiva, la seconda sprofonda nella solitudine.

Ed Elvira perde.

Torno a casa con il libro tra le mani.

Penso al fatto che trent'anni fa promisi solennemente a me stesso, dopo l'infortunio: "Mai più lavorare in nero!".

Qualche settimana fa mi è stato proposto un buon lavoro (intellettuale) senza contratto.

Ho risposto di No, che piuttosto mi sarei tagliato il compenso.

Il lavoro è svanito, l'ho saputo definitivamente un'ora prima della presentazione in libreria.

Mentre torno verso casa, respiro profondamente, tengo il libro in mano.

Sono frantumato dentro e sento il "rumore degli anni" e dei ricordi.

Le lacrime bagnano il mio viso. Sono solo. Cammino, barcollo un po'.

Ma dentro ho, ancora, tutta la mia dignità, la mia rabbia, la volontà, che ho imparato, appreso proprio nel sindacato, di "continuare a lottare per una società più giusta". Pagando in prima persona tutti i prezzi che ci sono da pagare. Sempre.

A partire da noi stessi, ma non per noi stessi. Non solo, almeno.

Nella quarta di copertina del libro di Danilo Conte c'è scritto che l'avvocato del lavoro Chiton tratta tutti i suoi casi con una pietas degna.

Non perdiamo la Speranza. Restiamo Umani.

"E se è notte", come dicevano, in dialetto, i miei partigiani emiliani - siamo alla vigilia del 25 aprile - "Presto arriverà il giorno!".

Per rialzarsi bisogna prima cadere. 

Vero avvocato Chiton?

Francesco Lauria

STORIE CHE SI FANNO STORIA: IL RIVOLUZIONARIO E LA MAESTRA

"I nomi degli amici che sono stati interrati con me: Mauricio, Pepe, Henry, Jorge, Raùl, Julio, Eleuterio, Jorge. Nove eravamo, spero che lo siamo ancora, ma temo che lo resteremo per poco, perchè a me non resta molto da vivere. Nonostante la mia malattia, i dodici anni di torture e sradicamenti da un calabozo all'altro, ricordo i nomi dei miei amici".

Se il nome, ad esempio del dittatore argentino Videla, o, ovviamente, di quello cileno Pinochet, sono ancora oggi presenti nell'immaginario popolare, almeno di quello più avveduto, poco si ricorda di altre dittature sudamericane: non molto si sa, ad esempio del Brasile prima del ritorno alla democrazia, quasi nulla della dittatura da guinnes dei primati in Paraguay del generale Stroessner (al potere, addirittura, dal 1954 al 1989) e, forse, ancor meno della dittatura militare in Uruguay che, nel 1973, precedette quella cilena di un paio di mesi e terminò il primo di marzo 1985.

Strano per un paese, pur piccolo come l'Uruguay, ma in cui il quaranta per cento della popolazione è di origine italiana.

Io, in realtà, dell'Urugay, negli anni Ottanta del Novecento, ero piccolissimo, ammiravo tanto un calciatore: Enzo Francescoli, detto "El principe", una specie di Michel Platinì sudamericano, fortissimo anche se un po' fragile. 

Sapevo che il paese aveva ospitato e vinto il primo mondiale di calcio nel 1930 e, decenni dopo, avrei scoperto il Rio Negro, il fiume che attraversa il Paese e che la mia amica, scrittrice mugellana Simona Baldanzi, ha, con un certo coraggio, accostato all'Arno, nel suo bellissimo romanzo: "Maldifiume".

Insomma, fino a ieri pomeriggio, quando ho varcato la pesante porta di vetro della libreria Lo Spazio a Pistoia, magistralmente diretta dai mitici Mauro e Mario, i nomi di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, due importanti oppositori del regime uruguayano, marito e moglie, non li conoscevo proprio.

Non sapevo nemmeno cosa fosse un "calabozo", cella di isolamento dove non si può stare nè in piedi e nè completamente sdraiati e dove fu rinchiuso e torturato, in particolare Wasem, come tanti oppositori al regime.

Il regime uruguayano non voleva, infatti, ingombranti martiri (anche se Wasem, con il suo sciopero della fame, che aggravò definitivamente un tumore al cervello, lo diventò), ma semplicemente oppositori impazziti, annientati, "frantumati", direbbe una dirigente "sindacale" italiana.

Certo, come tutti, ho amato la parabola del Presidente povero Pepe Mujica (uno degli amici ricordati nella citazione iniziale proprio dal morente Wasem) e conoscevo, a grandi linee, la storia dei Tupamaros, il gruppo clandestino di opposizione.

Wasem morì nel 1984, alla vigilia della fine del regime militare, la moglie Sonia Mosquera sopravvisse alle immani torture ed è scomparsa solo pochi mesi fa, dopo una brillante carriera di docente universitaria.

La loro vicenda è raccontata da Gaja Cenciarelli, nel suo recente romanzo, edito da Marsilio: "Il rivoluzionario e la maestra" 

Come le ho detto, il suo volume, mi ha rapito, colpito nel profondo.

Ma il romanzo della scrittrice romana non si esaurisce in Uruguay, arriva fino a noi, nel tempo e nello spazio.

Privati della casa e del loro rapporto coniugale Wasem e Mosquera sembrano lontani anni luce dalla periferia di Roma e da una giovane maestra precaria.

Ma scopriamo, piano piano, che non è così.

Passano quaranta anni, arriviamo ai giorni nostri. 

Durante l'ennesimo trasloco, segno che la precarietà della vita viaggia insieme a quelle lavorativa e abitativa, la maestra romana trova, per caso, un libro che racconta la storia, eroica e terribile, proprio di Adolfo Wasem.

La storia del perseguitato politico urugayano le insegna che ciascuno/a può realizzare la rivoluzione a modo suo, e che aver perso soldi, famiglia, casa, amici, non significa dover rinunciare alla libertà.

Pensando anche alla mia piccola storia di libertà, ho riletto commosso questo passo nella seconda di copertina: "Tutte le storie del mondo, anche quando sembrano slegate l'una all'altra, distanti nel tempo e nella geografia, nella condizione politica e sociale, viaggino unite da un filo che si chiama libertà, cercare di stare in piedi (aggiungerei io nei tanti colabozos, reali e virtuali...), per poter cadere e rialzarsi, andare a capo.

La rivoluzione, insomma, è sempre possibile anche quando si chiama: "cambiare casa", "lavoro", o, perchè no, "fiume".

Come ci racconta il romanzo di Cenciarelli, le storie di un rivoluzionario e di una maestra sono, come si diceva nei corsi delle 150 ore per il diritto allo studio: "storie che si fanno storia".

Che poi sono una storia sola.

La Nostra.

Francesco Lauria

lunedì 20 aprile 2026

PISTOIA CITTA' DELLA PACE: UN SOGNO CONCRETO A 30 ANNI ESATTI DALLA VITTORIA DELL'ULIVO

In Piazza Spirito Santo a Pistoia, giovedì 9 aprile, al termine del bellissimo intervento di Giovanni Capecchi, introdotto dalla entusiasta ed entusiasmante Lavinia Ferrari, la musica partì immediatamente...

"Alzati che si sta alzando la canzone popolareSe c'è qualcosa da dire ancora, se c'è qualcosa da fareAlzati che si sta alzando la canzone popolareSe c'è qualcosa da dire ancora ce lo diràSe c'è qualcosa da imparare ancora ce lo dirà" (...)

Oggi, 21 aprile 2026 sono trenta anni esatti dalla prima vittoria di Romano Prodi e dell'Ulivo.

Una vittoria maturata non così lontano dalle montagne pistoiesi. 

In quella Marzabotto e in quella Montesole in cui il silenzio si era fatto voce e, come alla Costituente, come più sotto traccia anche al Concilio, in cui il vento della storia e, per chi ci crede, anche dello Spirito, si era mosso dalla parte giusta.

Le querce di Montesole e di Don Giuseppe Dossetti, segno ostinato di Pace e Convivenza, oserei dire di Perdono nella Giustizia, avevano custodito non solo la Costituzione, ma la democrazia nel nostro paese di fronte alla scatenata barbarie nazifascista.

Tutto ciò in opposizione alla degenerazione berlusconiana e dei suoi derivati: fossero essi postdemocristiani di destra o fascioleghisti.

Il simbolo di Montesole, o meglio, della scuola di Pace che verrà fondata nel 2002, è un segno potentissimo, non solo per chi è credente: quella pisside forata di proiettili nazifascisti protetta con il corpo, fino all'estremo sacrificio, da don Ubaldo Marchioni, parroco di Casaglia. La pisside fu ritrovata tra i rovi solo decenni dopo...

E' possibile approfondirne la storia qui:

Link: https://www.youtube.com/watch?v=V4DgqV7HunA

Stiamo, però, attenti/e: nessuna ideologia, nessuna autoreferenzialità, d'altronde è lo stesso Ivano Fossati con la sua canzone ad ammonirci: il vento, la musica avranno ancora tante cose da dirci e dovremo, sempre, sempre "imparare ancora". Siamo "eterni studenti" anche della politica, direbbe con un'altra canzone il quasi pistoiese Francesco Guccini.

Un mio amico, Giorgio Benigni, in quell'aprile 1996, recitò una breve poesia a Piazza del Popolo a Roma che lo fece diventare estemporaneamente famoso, poichè fu ripresa in Tv da Mixer di Giovanni Minoli:

Aprile 1996
Che bella coalizione
che hai creato
Professore,
te c'è voluto certo,
ma in finale,
a sto giro,
potemo davero faje male!

Depurato dalla guasconeria romanesca anche l'aprile del 2026, non a Roma, ma a Pistoia è, almeno nelle premesse, promettente, bisogna poi non solo fare gli scongiuri, ma soprattutto lavorare tanto.

Si può dire che Giovanni Capecchi, lo scorso 12 aprile vincitore delle primarie del centrosinistra/campolargo (e anche questo strumento ci dovrebbe ricordare l'Ulivo...) e Stefania Nesi, onorevolmente sconfitta, abbiano imparato bene.

Ha detto correttamente Giovanni Capecchi: "Unire per Vincere" non è uno slogan, ma una scelta, in questo caso comune.
Etimologicamente è una "positiva eresia", direbbe uno junghiano come Luigi Zoja.

Quelle stupende elezioni del 1996, tra l'altro, dimostrarono che le competizioni elettorali non si vincono sempre al centro, ma al cuore delle persone.
Occorre prospettare, pur con tutti i limiti, un progetto, un sogno concreto, una "canzone popolare" da intonare insieme, se si costruisce comunità, anche attraverso la politica.
Se si scuote, avrebbe detto Enrico Berlinguer, casa per casa, una sfiducia che si trasforma in rabbia, astensionismo, disinteresse.

Sappiamo anche che cosa successe nel 1998 e poi nel 2001 e che bisogna davvero imparare dai propri errori.

Si discusse, dopo il 1996, in maniera un po' presuntuosa e contraddittoria e imbarcando, ahimè, Bill Clinton e Tony Blair, addirittura di Ulivo mondiale.
Oggi, al folle disastro trumpiano, contrapponiamo un ampio fronte progressista mondiale che va da Pedro Sanchez a Ignacio Lula.


Tornando a Pistoia io sono orgoglioso, entusiasta, felice che il primo punto programmatico, concreto, concretissimo di Giovanni Capecchi e della sua sempre più ampia coalizione sia: Pistoia città della Pace.

Significa cultura, educazione, apertura al mondo, Politica. Significa abbraccio reale e risposte possibili ad una Palestina martoriata, al genocidio di un popolo.

Stiamo per celebrare l'81enesimo anniversario della Resistenza antifascista nella lotta di Liberazione.

Un tempo in cui donne e uomini del nostro paese furono costretti, per riconquistare la libertà e la democrazia, a prendere le armi e a farlo: "non per bellezza".

Sono passate, però, più di tre generazioni ed in mezzo c'è stata la bomba atomica (americana, non dimentichiamolo...)

Pistoia città della Pace, con nel cuore quella pisside forata, cui si affianca oggi, a Montesole, la campana scintoista di Hiroshima, significa Mondo-Città della Pace.

Pistoia, quindi come città aperta, feritoia nelle ferite del Mondo. A partire, ovviamente, dalle proprie ferite.


No, non è un'utopia per "anime belle". E': "sognare da svegli".

Il 24 e 25 maggio prossimi, con Giovanni Capecchi e Stefania Nesi, con un popolo grande, entusiasta, giovane, al di là della data di nascita, proveremo a costruire un'alternativa radicale ad un modello insostenibile di sviluppo e a una economia e a una società di guerra in cui NON ci riconosciamo.

Nel segno e nel sogno di Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Alexander Langer, Don Lorenzo Milani, Pietro Ingrao, Doroty Day.

La Pace "sgorga dal cuore", non è nulla di statico, ma è un cammino che nasce dall'intimità della persona umana che incontra l'altro/a nella comunità.

Proprio come nella poesia che Alda Merini, ha dedicato, sui Navigli di Milano, all'artista pacifista Enrico Baj.

Francesco Lauria

La Pace di Alda Merini

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.

Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.

Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

"SOGNARE DA SVEGLI", DA UNA FRASE DI PIERRE CARNITI UNA NUOVA REALTA' SOCIALE.

"Lavoro, Pace, Sostenibilità, Alleanza, Mondo":  i temi affrontati da Roberto Rossini (sociologo e docente, già Presidente Nazionale delle Acli e Portavoce dell'Alleanza contro la Povertà) e Dolores Deidda (ricercatrice e consulente sullo sviluppo locale e la coesione sociale e autrice di romanzi).

Francesco Lauria, Carmine Marmo e Stefano Gregnanin, intervistano i due ospiti. 

L'occasione è la presentazione della nuova associazione che prende spunto, per il proprio nome, da una ricorrente frase dell'indimenticato segretario generale della Fim Cisl e della Cisl, tra gli anni Sessanta ed Ottanta del Novecento, Pierre Carniti che, parafrasando Aristotele, affermava: "La Speranza è un sogno bellissimo, ma che va fatto da svegli!".

                   Link: https://www.youtube.com/watch?v=lqeTIONRHD4

Sognare da Svegli ha come scopi la crescita civile e culturale, la coesione sociale, il miglioramento della qualità della vita, la sostenibilità dello sviluppo, il pieno superamento della cultura patriarcale, la parità di genere, il superamento di qualsiasi forma di discriminazione nonché il sostegno dell'autonoma iniziativa di quanti concorrono, anche in forma associata, al perseguimento del bene comune.

Per informazioni e contatti:

https://sognaredasvegli.blogspot.com  e sognaredasvegli@gmail.com 

sabato 18 aprile 2026

"UNO PIU' UNO NON FA DUE". POLITICHE E POETICHE NUOVE NELLE RELAZIONI TRA RIFUGIATI E ITALIANI. OLTRE LA NOTTE DI DON MASSIMO BIANCALANI

 

Questa mattina, non potendomi recare a Messa poichè a breve avrei dovuto portare mio figlio Jacopo a Calenzano per una gara agonistica di nuoto, come faccio, comunque di solito ogni domenica, mi sono fermato per leggere e meditare le Letture, il Vangelo in particolare.

Non ricordavo che oggi Luca (24, 13-35) ci regalasse il passo che in assoluto, fin da piccolo, mi ha colpito sempre tantissimo, quello relativo ai discepoli di Emmaus.

Ciò che mi è sempre piaciuto dell'incontro di Gesù con i due discepoli sono tre aspetti: il primo è che camminano insieme. Il secondo è che Gesù non ha paura di scuoterli, di parlare chiaramente, di mostrare loro che la notte, che la morte è finita, superata.

Il terzo è il più bello è commovente: i tre diventano compagni (cum-panis), spezzano il pane insieme ed è lì, in quel preciso istante, che si riconoscono.

Riconoscersi nello spezzare il pane: penso sia un messaggio potentissimo e al tempo stesso intimo, familiare, positivamente dirompente.

I due discepoli scoprono, con Gesù, che sotto la cenere del disincanto e della stanchezza c'è sempre una brace viva, che attende solo di essere riattizzata.  

Questo incontro, questo spezzare insieme il pane, ci spiega che nessuna caduta è definitiva, nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a rimanere aperta per sempre. 

Non avevo ancora riletto il Vangelo di Luca, ma pensavo proprio questo ieri, di fronte alla Curia pistoiese (desolantemente vuota) mentre dialogavo, ascoltavo gli abitanti di Ramini in presidio.

Pensavo di trovarmi di fronte un manipolo di giovani arditi fascisti, mi sono trovato, invece, a parlare con persone, prevalentemente dai cinquanta anni in sù, nessuna (tranne una) di destra, tutte preoccupate per se stesse, per gli anziani genitori, per i propri figli e nipoti. Per il paese che vivono e animano anche da cinquanta, sessanta, settanta anni.

Tutto quello che viene detto con dolore e indignazione dai residenti di Ramini è tremendamente vero: non c'è alcun catechismo a Ramini (e don Massimo Biancalani, lo pseudoparroco confonde volutamente cause ed effetti), ma soprattutto le ragazze non vanno più in bicicletta in paese, nemmeno di giorno.

Tutto questo il parroco lo sa, non gli interessa, non lo tocca, anzi si permette, persino, di giudicare.

Anche il campo sportivo, mi dicono (lo verificherò), è stato danneggiato o, comunque, reso inutilizzabile, trasformato in un luogo da fruire a pagamento.

La Chiesa, altro che ospedale da campo, si è ridotta ad un orinatoio, un po' come capitava (ne sono testimone diretto) a Vicofaro.

Mi chiedo allora: è questa la vera accoglienza, la vera integrazione? La vera convivialità delle differenze?

Ammassare persone su persone, senza seguirle minimamente, tollerando e giustificando qualsiasi comportamento e reato, potenziali violenze sessuali comprese?

E' questo il servizio che si rende ai tanti ragazzi migranti in gamba, di valore che diventano numeri gestiti da una persona che, almeno a me, sembra (spero di sbagliarmi) da anni e a anni, un megalomane che ha perso il senno e che si crede quasi il Messia? (peraltro, di solito, in contumacia!)

Tutto questo, peraltro, fornisce spazio davvero alla paura, al pregiudizio, ai muri, ai fraintendimenti, al razzismo, all'impossibilità del dialogo e dell'incontro.

Tutto questo non crea comunità, la distrugge, la disintegra, la frantuma.

Tutto questo non è Resurrezione, è morte. 

Non è Parola, è imbarazzante silenzio.

Non rappresenta, ricordando i discepoli di Emmaus e il Vangelo di oggi, il camminare insieme, il correggersi fraternamente insieme, lo spezzare il pane insieme. 

Nel rispetto di ogni credo, anche di chi non si riconosce in Dio.

Esattamente un anno fa, esploravo in un podcast con Chiara Marchetti e Bertrand Babakalak qualcosa di profondamente evangelico, ma anche di splendidamente pratico, tanto che è diventato il titolo di un libro di Chiara (la quale, che io sappia, non è nemmeno credente): "Uno più uno non fa due".

Il tema: "Promuovere comunità interculturali: il community matching tra rifugiati e italiani. Verso una nuova poetica e politica delle relazioni sociali".

Qui il link per chi lo volesse ascoltare: https://ilprogetto.fondazionetarantelli.it/podcast/podcast-n4-il-progetto/

Ecco a chi mi ha insultato minacciandomi, dandomi  addirittua del suprematista, del razzista, della quarta colonna di Vannacci  e della destra più becera, rispondo con amore e con intelligenza.

A differenza di Don Massimo Biancalani, io, con tutti i miei difetti, non sono un distruttore di sogni (di ragazzi e ragazze) o un frantumatore di comunità.

Non sono un pietista travestito con i panni farlocchi di un Vangelo strumentale.

Cerco di imparare dagli esempi che ho di fronte (quelli buoni) e dagli incontri che faccio.

Spero che presto anche Pistoia possa, a sua volta, prendere esempio e che, invece che il "community bombing", come a Vicofaro e a Ramini, residenti e rifugiati (siamo tutti migranti e stranieri in questo mondo, ci dice San Paolo, sempre nelle Letture di oggi) sperimentino insieme, invece, il "community matching".

Con buona pace di "Don" Massimo Biancalani, dei suoi imbarazzanti sostenitori e "picchiatori" (almeno con le parole, vediamo con il resto) e di ostinate, ossessive, sterili, buie bugie.

Francesco Lauria

giovedì 16 aprile 2026

"IL PERSONALE E' POLITICO". LA VIOLENZA SESSUALE SUBITA DA DOLORES HUERTA, LA RIVOLUZIONE SINDACALE MANCATA DI CESAR CHAVEZ.


Il 18 marzo scorso il New York Times ha pubblicato un’inchiesta che documenta gravi abusi sessuali perpetrati da una delle figure più illustri (forse il più illustre) della storia sindacale americana:  Cesar Chavez riconosciuto e leggendario leader delle lotte per i diritti dei lavoratori agricoli in California, Arizona e nel resto del paese.

Ne è, comprensibilmente, scaturito un vero e proprio terremoto.
 
Quando, nel 2022, insieme ad Adriana Coppola, abbiamo dato alle stampe la nuova edizione del libro: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo" ne ero molto orgoglioso e controllavo sempre che la casa editrice spedisse l'edizione aggiornata che approfondiva sostanzialmente tre aspetti:

1) Il ruolo del Centro Studi Cisl di Firenze e della formazione sindacale nella protezione dei sindacalisti nei paesi privi di democrazia e, in particolare, nella Spagna guidata dal caudillo fascista Francisco Franco;

2) La versione rinnovata ed integrata di un saggio ad opera del compianto Emilio Gabaglio sul rapporto tra sindacati italiani e Polonia, in particolare negli anni Ottanta, precedenti al crollo del regime comunista;

3) Il significativo ampliamento e approfondimento del capitolo: "Si se puede! Cèsar Chàvez e la profezia praticata di organizzare i non organizzati".

Il mio saggio conteneva qualcosa che, almeno da trent'anni (dalla morte di Chavez nel 1993) nessuno approfondiva più: il rapporto del leader sindacale dei braccianti del Sud degli Stati Uniti, ispiratore, tra gli altri, di Barack Obama, con il sindacato europeo, italiano e la Cisl guidata da Pierre Carniti in particolare, anche attraverso la categoria dei braccianti: la Fisba.


Da allora la passione per questo leader di matrice spirituale e nonviolenta, antico e innovatore allo stesso tempo, inspiratore persino di un film hollywoodiano ("Cesar Chavez: an American Hero") non mi ha mai lasciato.

In un momento davvero drammatico per la mia vita personale e lavorativa, mentre mi trovavo a Bratislava, a fine settembre, per la mia terz'ultima trasferta sindacale (ad oggi) con i formatori e le formatrici di tutta Europa, ma con il carico delle proditorie, illecite e politiche contestazioni disciplinari da parte della Cisl, mi ero concesso, poco dopo le cinque del mattino, di frequentare la messa dei lavoratori e delle lavoratrici, dei migranti, davvero tantissimi nella capitale slovacca.
Una messa che finiva poco prima delle 6. Dei turni nelle fabbriche, come negli alberghi, come nella pulizia delle strade, come nelle case di riposo di un'Europa che invecchia sempre di più.

Di fronte a quella variegata umanità, mentre il cielo di inizio autunno rischiarava e tornavo a piedi al mio albergo, poco distante, mi era venuta in mente una delle immagini iconiche di Chavez, quella in cui, a Delano, uno dei suoi quartier generali, interruppe, insieme a Bob Kennedy, un lungo sciopero della fame di protesta contro le multinazionali agricole e i sindacati gialli, violenti e mafiosi dei camionisti e lo fece, insieme a Kennedy, assumendo, significativamente, l'Eucarestia.


Fu in quel momento che ricordai a tutti e in primis a me stesso il verso significato della parola "compagni", un tempo usata normalmente anche nella Fim e nella Cisl: come "cum panis": coloro che, come nel Vangelo, "spezzano il pane insieme".
Una frase che ritrovai, sei mesi dopo, uguale uguale al convento di San Domenico, a Pistoia, durante l'assemblea che ha lanciato la candidatura, nel centrosinistra, di Giovanni Capecchi.

Credo che Chavez mi abbia sempre coinvolto per due diversi motivi: il suo essere incredibilmente moderno, con l'alleanza tra cittadini e lavoratori, la dignità nei territori che si fa mobilitazione mondiale e che, di fronte al boicottaggio dell'uva delle multinazionali californiane, alla richiesta (poi vinta) di realizzare la contrattazione collettiva (non solo la rivoluzione!) costringe il Presidente conservatore americano Richard Nixon a mangiare l'uva in diretta tv e a spedirla in fretta e furia, affinchè non marcisca, alle truppe americane impegnate in Vietnam.

Così mi aveva colpito tantissimo il racconto di Marco Ricceri, ora responsabile internazionale di Eurispes, e allora giovanissimo esponente dell'Ufficio Studi della Cisl, che va a trovare nel deserto Chavez e trova nella sua sede, siamo nel 1979!, i primi enormi computer, volti a facilitare il ruolo sindacale nel collocamento dei disoccupati e del governo del mercato del lavoro.

Eppure oggi Chavez, come ha ricordato esattamente una settimana fa il quotidiano Il Manifesto con un articolo di Luca Celada è un: "idolo che crolla".

Come è noto Chavez, nato nel 1923 a Yuma, sul confine fra Messico ed Arizona, da una famiglia immigrata due generazioni prima dal Messico, cresce al tempo degli stenti della grande depressione e delle discriminazioni di classe e di razza dei libri di Steinbeck, durante il quale lavora con la famiglia nei campi dell’Arizona e della California. 

Dopo il servizio militare in marina torna lavoro agricolo a Delano, piccolo centro della Central Valley, nel cuore del paniere californiano. Qui comincia a lavorare all’organizzazione sindacale dei braccianti ispanici e filippini, fino a fondare, assieme a Dolores Huerta, la United Farmworkers Union (Ufw).

Chavez, come scrive appunto il Manifesto, è il volto carismatico del movimento a cui applica l’esperienza nonviolenta di Ghandi e l’attivismo del movimento per i diritti civili degli Afroamericani. 

E' un leader carismatico, ma insieme a lui si mobilitano in tanti, ho citato Bob Kennedy, potrei citare anche Doroty Day, leggendaria anarchica cristiana nonviolenta, tanto cara a Papa Francesco.

Assieme a Huerta, sarà protagonista di battaglie che riusciranno a lungo andare a migliorare sensibilmente le condizioni abbiette di vita e lavoro. 

Per il suo ruolo nel promuovere il progresso sociale sarà successivamente elogiato da politici e presidenti. La sede storica della UFW nella California centrale verrà proclamata museo e monumento nazionale. Non è eccessivo comparare la sua importanza per la comunità ispanica ed il movimento sindacale a quella di Mandela in Sudafrica.

Scrive ancora il Manifesto:
"Non deve quindi sorprendere l’effetto bomba delle rivelazioni del Times. L’indagine dei giornalisti Manny Fernandez e Sarah Hurtes, si basa su una ricerca meticolosa durata oltre 4 anni e delinea una serie di abusi e molestie da parte di Chavez ai danni di giovani donne impiegate dal sindacato. Due vittime hanno testimoniato di essere state oggetto di avances quando erano ancora adolescenti e in un caso di essere stata violentata all’età di tredici anni, quando il leader ne aveva 45".

Fra i dati più scioccanti rivelati dall’articolo c’è la testimonianza della stessa Huerta (oggi 96enne) leader storica del sindacato di Chavez, che rivela di essere stata lei stessa soggetta alle sue violenze sessuali, episodi da cui sono nate due figlie, successivamente date in affidamento ad altre famiglie.

Mentre precedenti biografie avevano rilevato episodi di infedeltà coniugali (Chavez era stato lasciato dalla moglie per questa ragione), l’inchiesta del Times è ben altro. Le accuse sono corroborate e le testimonianze delle vittime sembrano dipingere un altro aspetto, più inquietante, del sindacato come associazione governata da un culto della personalità, autocraticamente gestito da Chavez anche in chiave delle proprie proclività sessuali.

Parlare di caduta di un idolo è dir poco. 

Le rivelazioni sono piombate come un fulmine a ciel sereno sul sindacato che oggi continua a rappresentare migliaia di lavoratori agricoli, ma il cui peso simbolico è molto maggiore della sua funzione prettamente sindacale.

«Come molti, sono rimasta scioccata,» ha dichiarato alla radio NPR. Monica Ramirez, direttrice dell’associazione Justice for Migrant Women. «È devastante. È molto triste. Penso che molte persone, me compresa, si siano sentite un po’ smarrite. Perché è difficile da credere, soprattutto quando così tanti di noi sono cresciuti ammirando Cesar. Questa notizia, mi ha scosso nel profondo».

Nel 2014 Barack Obama ha istituito il Cesar Chavez Day come un giorno nazionale in suo onore, è il culmine di un movimento ispanico che da molti anni lo ha chiesto (fra i fautori più in vista c’è stato il chitarrista Carlos Santana)

In California, Arizona, Utah, Texas, Colorado, Oregon, Minnesota e altrove, il 31 marzo è da anni un giorno per parate, attività didattiche e proclami ufficiali. Molte scuole sono intitolate a Chavez, così anche centinaia di parchi municipali, molti con statue o monumenti raffiguranti i leader operaio dalle umili origini assurto ad emancipatore dei campesinos. Per gli Ispanici, particolarmente di estrazione messicana Chavez è (era...) un Martin Luther King.

Quando il NY Times ha pubblicato le rivelazioni mancavano due settimane al Cesar Chavez Day ed è facile immaginare lo sconvolgimento provocato dalla notizia. Poche ore dopo la UFW ha diffuso un comunicato: «Queste accuse inquietanti riguardano comportamenti inappropriati da parte di Cesar Chavez nei confronti di giovani donne e minori; sono sconcertanti, indifendibili e le prendiamo molto sul serio. Consapevole della gravità delle accuse, la Fondazione UFW ha annullato tutte le attività previste per il Cesar Chavez Day di questo mese».

Huerta che il 10 aprile ha compiuto 96 anni, non ha mai interrotto la propria militanza ed è a tutti gli effetti la matriarca delle lotte sindacali ispaniche nel paese – è stata lei, ai tempi dei picchetti sotto il sole e la pioggia nei campi, a coniare lo slogan del movimento («Si se puede!», poi adattato da Obama in «Yes we can!»). L’articolo del Times descrive come sia «scoppiata in singhiozzi» nell’apprendere delle altre vittime."

Insieme all'articolo di Celada, il Manifesto ha pubblicato un intervento molto importante di Francesca Coin, dal titolo: "Dolores Huerta, non chiediamole perchè".


Coin sostiene giustamente che Huerta è stata messa in una posizione insostenibile dall’uomo con cui ha collaborato, di cui è stata vittima e di cui ha taciuto le violenze per proteggere, in definitiva, il movimento che avevano costruito assieme.

Scrive ancora il Manifesto: "Gustavo Arellano, editorialista e massimo commentatore di affari chicanos al Los Angeles Times, ha annunciato che non avrebbe rimosso la foto che da anni tiene sulla scrivania e che ritrae di Chavez e Huerta assieme al congresso Ufw del 1973, scegliendo di conservare un simbolo che tanto peso aveva avuto nella propria formazione politica e in quella dei suoi genitori e nonni. La scelta, in sostanza, di preservare il simbolo a scapito delle azioni dell’uomo. È tuttavia impensabile che quel simbolo sarà ormai per sempre anche quello della violenza patriarcale da cui non sono certo immuni i movimenti «progressisti».

«Cesar Chavez è stato un leader visionario nel movimento per i diritti dei lavoratori» ha detto Monica Ramirez. «E ora veniamo a conoscenza di queste accuse di violenza sessuale, ed entrambe le cose possono essere vere. Penso che ci vorrà del tempo per poterlo realizzare appieno».

Tutto questo, non dimentichiamolo, colpisce la "sinistra" al tempo delle rivelazioni su Epstein e, soprattutto, del dominio patriarcale, maschilista, militare di Donald Trump che, proprio contro gli immigrati di Chavez e Huerta, se le prende con violenza, fino a dare spazio alle campagne di "remigrazione".

Ha dichiarato Dolores Huerta: "Quando le persone mi chiedono perchè non ho parlato devo tornare alle conquiste che abbiamo ottenuto per i braccianti. Ora, quando lavorano, hanno diritto ad utilizzare i servizi igienici, l'acqua potabile, hanno diritto a periodi di riposo e a essere trattati come esseri umani".

In quel momento, difficilissimo anche per le repressione cui erano sottoposti il sindacato e i sindacalisti, la lotta ebbe la priorità sulla persona, sulla sua dignità di essere donna e madre.

Huerta temeva, insomma, lo ricorda anche Francesca Coin, che se avesse denunciato sarebbe stata accusata di aver sabotato la rivoluzione.
Il tema che risuona oggi è questo: Dolores, e le altre donne, ragazze, bambine, abusate con lei, era "ancillare" alla lotta o un suo soggetto?

Dolores, serviva solo e si "prendeva cura" della rivoluzione? 
Se è così, la violenza, ingiustificabile, appare però automatica.

Ma se Dolores e le sue compagne erano soggetti, parte attive della rivoluzione dei diritti e sindacale, allora, questa rivoluzione, interamente, non c'è mai stata, perchè è una rivoluzione che ha poggiato sulla violenza patriarcale.

Non serve oggi, sono d'accordo con Francesca Coin, chiederci perchè Dolores ha taciuto, magari colpevolizzarla con il senno di poi.

Serve chiederle come possiamo, uomini e donne, esserle di aiuto per permetterle di esprimere il dolore e la rabbia che ha serbato nel cuore per tutti questi anni.

No, non metterò al rogo le pagine del mio libro.

Però sono riuscito ad aggiornare un mio saggio in uscita sulla rivista Economia & Lavoro con l'interezza della vicenda, con le gravissime violenze, insieme alla rivoluzione.

La rivoluzione di Chavez non potrà mai dimenticare e dimenticarsi di Dolores, delle vittime.

Che non saranno, certamente perfette, ma sono le precondizione di una soggettività che necessita di ritrovare la centralità e la parola. Direi persino la "presenza".
 La rabbia e la speranza, il pane e le rose, poter esprimere, finalmente, il dolore e trasformarlo in cambiamento radicale.

Per le donne. Tutte le donne. Ma anche per gli uomini.
Quelli che si immischiano e che vogliono essere parte, soggetti anch'essi, di questo cambiamento necessario e urgente.

Grazie Dolores, siamo con te e con tutte le Dolores Huerta del mondo.

Non dimentichiamoci mai, infatti, con Carol Hanisch, attivista e teorica femminista, anch'essa statunitense, che: "il personale è politico".

Francesco Lauria

"L'UNICA FERRARI CHE NON INQUINA!". NEGLI OCCHI DI LAVINIA L'UTOPIA DI MARIO. CON GIOVANNI CAPECCHI CAMBIEREMO PISTOIA

Anni '70: Mario Tommasini

"Di impossibile non c'è niente! Va beh?

Di impossibile non c'è niente!

Perciò anche il manicomio si può trasformare, cambiare, distruggere!"

Primi anni 2000: Mario Tommasini

"Noi lavoriamo per la nostra felicità e per la felicità anche degli altri.

Perchè si vive meglio in una città dove sia più la felicità che i mugugni, la depressione e la sfiducia".

Niente di scritto è paragonabile alla voce e al volto unici, popolarmente parmigiani nel mondo, di Mario Tommasini: "Eretico per Amore": 

https://www.facebook.com/reel/1594920798477478

Chissà, mi sono chiesto se, con i social, specialmente lo spezzone degli anni Settanta, sarebbe stato sommerso di insulti, incredulità, inviti ad andare a lavorare o a finire nel manicomio stesso (in questo caso quello di Colorno, ilpaese di origine di mia madre, occupato da Tommasini, chiuso con la riforma di Franco Basaglia).

Chissà, mi sono chiesto, quanto lo avrebbero preso in giro sui social per il suo credere nella politica come ricerca e ottenimento (individuale e collettivo) della felicità.

Mario è morto venti anni fa, nel 2006, ha solo sfiorato l'era dei social. 

A Parma c'è una mostra bellissima, prorogata fino al 10 maggio, in cui si può riscoprire COME fu occupato il manicomio (ma anche il brefotrofio) e cosa si è proposto per restituire quella felicità che era stata tolta anche ai "brutti, matti e cattivi".

In queste settimane ho paragonato l'impegno del 1998 a favore di Mario Tommasini, eretico della sinistra per amore, alla campagna per le primarie di Giovanni Capecchi.

L'ho fatto convintamente, ben sapendo che nessuno è perfetto, non lo era nemmeno Mario che ha passato la vita a liberare gli oppressi, non solo nella sua Parma, ma fino all'Africa.

Ieri sera, conversando con Lavinia Ferrari, la ragazza 24enne (appena compiuti!), pistoiese nel mondo, che ha introdotto e presentato il comizio finale per le primarie del centrosinistra di Giovanni Capecchi, in Piazza Spirito Santo, di fronte a circa mille persone ce lo siamo detti negli occhi: "nessuno/a è perfetto".

Proprio per questo esiste l'incontro con l'altro/a, quel NOI che Giovanni ha saputo declinare in maniera magistrale (e che era tanto caro anche a un grandissimo leader come Mario Tommasini), affermando, in tempi di machismo celodurista di ritorno, che: "IO senza VOI, senza il NOI, non sono NESSUNO!".

Poteva dire: "non sono abbastanza". Ha detto, più radicalmente: "non sono nessuno".

L'intervento di Lavinia Ferrari è stato postato (non tutto in verità) sui social e ha avuto migliaia di visualizzazioni.

Eccolo quihttps://www.facebook.com/reel/762489986801952

Certo c'è chi l'ha elogiata, ma i commenti sessisti, sulla sua giovane età, sul "vai a lavorare", sul "sei appena nata, non puoi fare politica", sul "con quella bocca etc.", sono stati, di gran lunga, prevalenti.
L'energia, la profondità, la maturità dell'intervento di Lavinia a sostegno di Giovanni Capecchi hanno colpito tutti/tutte, purtroppo anche in negativo: c'è chi alla ricerca delle felicità, preferisce l'esplosione del rancore, della rabbia, della discriminazione, della svalutazione generazionale e di genere.
L'esplosione del silenzio imposto, non di quello cercato, che diventa, invece, ascolto, speranza, NOI sempre nuovo e rinnovato.
Conoscendo meglio Lavinia, andando oltre il suo sorriso e il suo eloquio disarmante, ho trovato, in verità, anche la rabbia.
Ma è una rabbia che può farsi, senza retorica, cogliendo l'insegnamento senza spazio e senza tempo di Mario (ma anche di Giovanni) speranza, responsabilità, rappresentanza, energia, cambiamento.
Potente energia. Cambiamento radicale.
Scherzando le ho detto che mai si candidasse alle elezioni avrei pronto anche lo slogan: "L'unica Ferrari che non inquina!".
Ecco, io vedo un filo rosso (o verde come la Speranza) negli occhi di Mario, di Giovanni e di Lavinia.
Sono gli stessi occhi di Francesco Branchetti che, quattro anni fa, mi fecero votare con felicità (già con felicità), credo per la prima volta in vita mia, la sua formazione politica: civica ed ecologista (e, ovviamente, di sinistra).
Proprio come Giovanni Capecchi.
Proprio come Lavinia Ferrari, laddove: "eresia" in greco significa: "scelta".
Scelta d'Amore. Comizi d'Amore, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini.
Forza Giovanni, forza Lavinia, forza Pistoia: c'è il sole oltre la palude e i sogni... quelli belli: si avverano!
Francesco Lauria