Felice di potervi partecipare, ieri pomeriggio mi sono recato in Comune, a Pistoia, per assistere alla firma dell'importante patto di collaborazione/protocollo d'intesa che sarebbe stato firmato, di lì a poco, dal sindaco della città Giovanni Capecchi e dal sindaco palestinese di Gerico Salem Ghrouf.
La mia vita civile, la mia tesi di laurea, il mio impegno sociale e politico ormai più che trentennale, si sono fondati, come uno dei pilastri, sul ruolo degli enti locali e della società civile per la promozione, ad ogni livello della Pace, della nonviolenza, della democrazia.
Ne ho studiato i fondamenti morali e giuridici, la storia, le realizzazioni concrete, tra Alcide De Gasperi e Umberto Serafini, Gianfranco Martini e Alexander Langer, Luisa Morgantini (relatrice all'incontro di ieri) e Lidia Menapace. Tra Tom Benetollo, indimenticabile Presidente dell'Arci Nazionale e Giovanni Bianchi, indimenticabile presidente delle Acli nazionali.
Ho macinato chilometri e polvere tra i proiettili delle chiese ortodosse sprangate della Kraijna croata e i tunnel genocidiari della Repubblica Srpska; ho cucinato e preso il tè con le vedove di Srebrenica, ascoltandole commosso nel freddo inverno di Zenica, ricevendo in dono un paio di pantofole artigianali che, per anni, mi hanno riparato, donato tepore di fronte al freddo che, a volte, può riservare la vita.
Ho attraversato, nel 2004, nel giorno della sua riapertura, da cattolico con vergogna, ma anche con gioia e senso di rinascita, lo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar, distrutto anni prima dalle cattolicissime, inesorabili. blasfeme granate croate.
Ho assistito alle perverse gare di altezza tra le croci bianche e illuminate delle chiese parrocchiali e i minareti di nuove moschee tutte uguali, tanto da sembrare improbabili dischi volanti.
Ho camminato. Soprattutto a Prijedor, nella Repubblica serba di Bosnia, "buco nero d'Europa", quella del boia Radko Mladic, cui sono stati vergognosamente concessi - nel 2026! - funerali quasi di Stato.
E ho accompagnato una donna al mercato della città.
Quella donna, il cui sguardo trafitto e sereno non dimenticherò mai, assolutamente mai, osava vendere delle fragole nella piazza in cui erano stati uccisi a tradimento suo marito e suo figlio, vicino a dove aveva subito uno stupro etnico.
Un'azione inqualificabile, terribile sul corpo delle donne che nell'ex Jugoslavia è stata praticata da tutte le parti in causa: serbi, croati, musulmano bosniaci, senza dimenticare qualche orrenda devianza di alcuni caschi blu "occidentali", più attivi in questo che in reali attività di peacekeeping.
Non riesco, sono passati più di ventidue anni da quell'incontro, da quello scambio di sguardi avvenuti senza troppe inutili parole, a mangiare, anzi solo a guardare le fragole, senza pensare a quel momento e a quell'incontro.
Non riesco, ancora oggi, a non ammirare commosso e partecipe quel gesto infinito di coraggio, ma anche di pace, nonviolenza, giustizia riparativa, pur in assenza, purtroppo, di reale e non strumentale pentimento dei colpevoli.
La vita a Prijedor, nel 2004, a otto anni dalla fine del conflitto, doveva ricominciare e le fragole, i frutti rossi, erano un segno di vita e di speranza, laddove porpora era stato, a lungo, solo il colore del tanto sangue versato.
Sangue tributato alla guerra civile etnica, certo nessuno la nega, ma anche agli interessi economici e speculativi immensi che si erano scatenati con il conflitto e la dissoluzione della Jugoslavia.
Penso, ad esempio, alla lotta per il controllo della grande miniera di ferro di Prijedor, poi acquistata, ad un prezzo simbolico, da una multinazionale indiana del tutto insensibile al fatto che i tunnel della miniera stessa erano stati utilizzati per occultare centinaia, forse migliaia di cadaveri, in grande prevalenza di civili.
Di questo ho scritto, più volte, con articoli sul campo pubblicati dal portale Osservatorio Balcani (oggi Osservatorio Balcani-Caucaso).
Di fronte all'inerzia degli Stati nazionali e dell'Unione Europea, di fronte alla vigliaccheria impotente dell'Onu, erano stati, con il cappello e il sostegno del Consiglio d'Europa, i comuni e la società civile italiani ed europei, a realizzare ponti, azioni concrete, ambasciate, poi agenzie, di pace e democrazia locale.
E io ero lì: a Prijedor come a Zavidovici, a intervistare i cooperanti e i cittadini, i visionari e i reduci, chi alimentava la speranza e chi sognava, solamente, di fuggire via. Altrove.
Non posso, pertanto, che essere felice, e direi anche grato, per quanto realizzato dal Comune di Pistoia in questi mesi in preparazione del gemellaggio che verrà firmato con la città di Gerico, in Cisgiordania.
Un'azione difficile, purtroppo coperta di insulti e di scetticismo da parte di chi, stupidamente, non comprende che la politica per la Pace, come ci ha insegnato Giorgio La Pira, non ha nulla di velleitario o di fuorviante, ma è politica sociale, ambientale, welfare, educazione, sanità, cultura, viaggio, carovana presente e portatrice sana di concreto futuro.
La scoperta del sindaco Salem Ghrouf, è stata davvero importante anche se vissuta in una sala comunale purtroppo non piena, segno che la scelta del gemellaggio non sia stata digerita e, fino ad ora, nemmeno troppo ben comunicata alla città.
Il sindaco di Gerico ha passato, peraltro in parte senza nemmeno una regolare condanna, circa dieci anni da prigioniero politico nelle terribili e famigerate carceri israeliane.
Questo si vede, si ascolta, si vive in ogni sua singola parola. Nel suo sguardo.
Nelle sue parole ferme, di testimonianza anche dura, sincera, autentica, ma aperte al dialogo, all'inevitabilità e opportunità della riconciliazione, alla scelta, ineludibile, della convivenza.
Ed è proprio questo che Pistoia deve ascoltare, supportare, sostenere.
Non avendo, certo, paura, timore di prendere, parte, talvolta non è possibile, infatti, e nemmeno giusto, come ha ricordato il cardinale Zuppi, durante la beatificazione dei tre sacerdoti martiri della strage nazifascista di Monte Sole, essere neutrali.
Bisogna con più forza, con più visione, con più coraggio, essere al fianco, quotidianamente, di chi, in Palestina, in Israele e altrove: "disonora la guerra", diserta senza fuggire, sceglie una "maschilità di pace", obietta, getta la divisa, spezza i fucili.
E ne paga, durissimamente, il prezzo.
Un po' come, lo pagò pienamente Giuseppe Gozzini, primo grande obiettore di coscienza alla leva cattolico nel nostro paese, che compì il suo coraggiosissimo, "folle" gesto, proprio a Pistoia, il 13 novembre del 1962.
I diari dei "disertori", spesso vilipesi, della guerra di Bosnia sono le pagine forse più belle, quanto dolorose che io abbia mai letto.
Chi ci ha mai detto che, ad esempio a Tuzla, ma in parte anche a Sarajevo, la difesa delle città dagli assedi era multietnica e multireligiosa?
Chi svela, cura, riapre i nostri occhi, oggi, di fronte alla cecità e agli interessi perversi della guerra e del riarmo?
Ieri, proprio mentre entrava in sala il sindaco di Gerico, ho incrociato lo sguardo di Daniele Gioffredi, segretario generale della Cgil di Pistoia e Prato.
Non sorrideva, stranamente, dondolava nervosamente la testa controllando il cellulare.
Daniele mi ha guardato e mi ha detto sconsolato, arrabbiato: "un altro, un altro morto sul lavoro. A Sant'Agostino, ancora un immigrato, ancora una caduta mortale dall'alto".
C'è forse contraddizione tra impegno per la Pace, per la nonviolenza, per la risoluzione dei conflitti, di tutti i conflitti e la lotta costante, senza quartiere alle morti sul lavoro?
All'impegno per costruire una sicurezza che non sia repressione o assenza di conflitto, ma dialogo, strumento di pace e cura delle persone, sempre, ma in particolare quando lavorano?
Ve lo dico io.
No. Non c'è alcuna contraddizione.
Zero, Nada, Niente, Nothing, Rien.
Ha affermato il cardinale, arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi: "Non possiamo restare al livello di
analisi astratte, dobbiamo toccare la
carne di chi soffre, guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le
ferite. Impegniamoci a costruire il mondo nel Bene, iniziando con la nostra Vita”.
Ne riflettevo brevemente prima dell'inizio della cerimonia con il segretario della Cgil, non ci si può fermare allo slancio emotivo, al vacuo e ripetitivo lamento delle lacrime d'occasione.
Bisogna entrare dentro, "mettersi in mezzo" e impegnarsi per risolvere le cause dei conflitti come della mancanza di salute e sicurezza sul lavoro.
Occorre promuovere una difesa civile nonviolenta, disarmata, per usare le parole di Papa Leone, ma anche il superamento non solo della malagestione degli appalti, ma proprio del sistema perverso delle esternalizzazioni, a a partire (non è il caso della morte sul lavoro a Sant'Agostino di ieri) dai lavori, dalle gare, dalle commesse pubbliche.
Le Dignità del Lavoro e della Pace marciano insieme, di pari passo.
Lo ha spiegato benissimo ieri a Pistoia anche Luisa Morgantini citando un libro importantissimo, cui lei, da sindacalista e responsabile delle politiche internazionali del sindacato. contribuì: "Israele nel Libano: testimonianze del genocidio".
Il volume fu pubblicato a Milano, nel 1983, dalla Flm (la Federazione Unitaria dei Lavoratori Metalmeccanici, purtroppo in quel caso nel suo penultimo anno di vita...).
Il testo fu curato dalla giornalista e saggista palestinese Livia Rokach e nacque dall'esigenza del sindacato dei metalmeccanici di rompere il silenzio mediatico e diffondere testimonianze dirette e materiali fotografici subito dopo i tragici massacri nei campi profughi di Sabra e Chatila, avvenuti nel settembre del 1982.
Considerando tutto questo, la Verità necessaria, a mio parere, non può che essere questa.
Come è Verità che, sul Lavoro e sulla Pace, non bastano gesti simbolici, raccolte firme (necessarie, ma non sufficienti), referendum, comunicati stampa.
Occorre cambiare nel profondo, radicalmente, la cultura della guerra come quella dello scarto.
Riconoscere la dignità al lavoro e alla persona è, in sè, un gesto concreto e più che necessario di Pace.
Non è vero, come affermavano, invece, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che "la società non esiste" e che "non esistono alternative".
Se la comunità, come a Prijedor, non per sempre, può rivelarsi "maledetta", dalla morte, come a Monte Sole, può risorgere la scuola della Pace, nelle sue varie forme e nelle sue varie lingue e confessioni (atei e agnostici, compresi, come ci ha ricordato opportunamente, ieri, l'ex sindacalista metalmeccanica, donna messaggera di Pace, Luisa Morgantini).
A volte ci ha detto l'ex vice Presidente del Parlamento Europeo, anche solo continuare a respirare significa r-esistere.
Non dobbiamo aver paura di mettere a disposizione il nostro corpo e la nostra anima come, almeno da cinquanta anni fa Luisa, delle lotte per la Pace, per la dignità nel lavoro, per la tutela dell'ecosistema Mondo.
Non c'è proprio niente di eroico, niente di eccezionale.
E' "soltanto" la normalità del Bene.
Come ha detto ancora il cardinale Zuppi, in San Petronio, a Bologna, lo scorso 27 settembre, "non abbiamo bisogno di super-uomini o di eroi, ma di inermi innamorati della Vita, come lo erano i cittadini martiri di Monte Sole"
Semplicemente, come ci ha insegnato Tina Anselmi, partigiana coraggiosa e artigiana di Pace, Dignità e Verità: "per cambiare il mondo, bisogna esserci".
Francesco Lauria


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