venerdì 11 settembre 2026

"FENGARI-IN CAMMINO CON LORENZO". NUOTARE, RESPIRARE, CREDERE INSIEME, USCIRE IN MARE APERTO. "PER CAMBIARE IL MONDO BISOGNA ESSERCI".

"Jacopo, ma tu me lo racconteresti un tuo ricordo di Lorenzo?"

"Babbo, mi ricordo un episodio durante il lungo in viaggio in treno verso Termoli. Eravamo con la squadra dell'H2Sport, avevamo quasi raggiunto i campionati di nuoto.

Mi ricordo che il treno, all'improvviso, ha fatto una brusca frenata, stavo cadendo.

E mi ricordo che Lorenzo c'era, era lì a sostenermi. Non sono caduto grazie a lui".

Questa conversazione ha, ormai dodici mesi meno un giorno, perchè questo è il lasso di tempo che ci separa dai partecipatissimi e commoventi funerali di Lorenzo Andreotti, studente del liceo Forteguerri di Pistoia, volontario della Maic, scacchista, nuotatore, musicista e tanto, tantissimo altro.

La malattia inesorabile, terribile, beffarda di Lorenzo è durata sostanzialmente un mese.

Nessun appello, un soffio di una sera di fine estate lo ha portato terrenamente via.

Fulmineo lo ha sottratto ai suoi genitori, a suo fratello, agli amici, alle tante persone con le quali faceva volontariato, inserito anche in un percorso di Fede, ai compagni della scuola e della squadra, ai suoi scacchi, ai tasti neri e bianchi della sua tastiera,, ebano e avorio, al bellissimo cane King.

Quando, ieri sera, sono salito sul palco principalmente per dare coraggio e forza a Ylenia, l'allenatrice di Lorenzo, Jacopo e dei ragazzi e ragazze dell'H2 sport che, insieme a centinaia e centinaia di persone affollavano la sala polivalente del Naturart Village, mi tremavano le gambe.

Io che non ho mai paura di nulla, che parlo in pubblico fin da quando ero bambino, ieri tremavo senza difese di fronte alla bellezza d'infinito, alla luce che irradiava su ciascuno e ciascuna, questo ragazzo.

Ho cercato, per fare forza a me, lo sguardo di Paolo, il babbo di Lorenzo.

Ho misurato in lui l'essere sbriciolati dalla tragedia e dal dolore, provvisoriamente annientati.

E' però, nelle tantissime iniziative che sono state raccontate ieri sera, nella sala Polivalente di Naturart Village della Giorgio Tesi Group che, dopo anche la benedizione del Vescovo di Pistoia Augusto Mascagna, è diventata la sala "Lorenzo Andreotti", noi non abbiamo trovato solo il "fare" volontariato, il "fare del bene".

Abbiamo incontrato un "bene che nasce".

Noi, tutti e tutte noi, abbiamo ritrovato la storia di Lorenzo, il suo essere ed esistere, la sua voce attraverso una musica che è anche struggente preghiera.

I sogni, i sorrisi, l'esserci sempre di Lorenzo, come anche su quel treno per Termoli. I sassi.

Già, quei sassi che vengono portati sulle cime delle montagne, prevalentemente del nostro Appennino, con scritta una frase di Lorenzo che ce lo racconta, come un tatuaggio ricordandoci: "la grandezza delle piccole cose".

Negli occhi di Paolo e di Gianmarco, fratello di Lorenzo, divenuto inaspettato studente di Medicina dopo la tragedia e che oggi, con determinazione, responsabilità e coraggio, presiede l'associazione: "Fengari - In Cammino con Lorenzo" abbiamo ritrovato il dolore e la ferita, ma anche la rinascita.

La resurrezione di Lorenzo.

Fengari, in greco moderno, significa "luna" e, coerentemente con questo stupendo giovane ragazzo pistoiese, è stato scelto come nome dell'associazione in sua memoria e in suo futuro, come simbolo di luce e di speranza.

Potrei scrivere a lungo di quante cose sono state fatte in un anno da chi ne ha voluto ricordare e onorare la memoria: dalle sculture, alle borse di studio, di quanto è stato vissuto da Lourdes a Cutigliano, fino alla dedica del campo estivo che si conclude oggi. dei ragazzi e delle ragazze del Liceo Forteguerri.

Ma voglio fare eco, risonanza delle parole di ieri sera di don Diego Pancaldo, Presidente e assistente spirituale della Fondazione Maic, amico e insegnante di religione di Lorenzo, al liceo.

Don Diego ci ha raccontato tanti aspetti di un percorso di volontariato, studio e spiritualità iniziato da giovanissimo, approfonditosi, rafforzatosi nel tempo.

Ci ha raccontato del luglio 2025 e dell'accompagnamento da parte di Lorenzo, un mese prima del sorgere della malattia, due prima della morte, di un ospite disabile piuttosto anziano e "impegnativo" della Fondazione Maic, durante il soggiorno comunitario al mare, di due settimane.

Ma ci ha raccontato anche del "mistero di Lorenzo", il suo esserci per il mondo ogni giorno, a partire da chi gli era prossimo/a.

Esserci alle lodi mattutine delle otto, poi in un servizio fedele che era diventato amicizia spontanea e riconoscente, perchè il Bene moltiplica il Bene, fino alla Messa delle sette e un quarto della sera.

Ha paragonato la figura di Lorenzo a quella, bellissima, tragica e dolcissima di Etty Hillesum (1914-1943).

In soli ventinove anni di vita, prima di essere inghiottita come Anna Frank dal buio del lager, Etty Hillesum ci ha lasciato un eccezionale tesoro di pensiero sulla vita offesa, su Dio, sul male e sulla bellezza, sulla speranza che non si rassegna.

Una vita breve e intensissima, una testimonianza folgorante.

Etty, proprio come Lorenzo, ci illumina e ci interroga.

Ci chiama. 

Ci chiede di essere compagni e compagne, "cum panis", coloro, credenti e non credenti non importa, che spezzano il pane insieme.

Lorenzo ed Etty, anche tramite la bellezza del volontariato, quello vero, non paternalismo caritatevole, ma scommessa, condivisione e occasione di Vita, ci mettono di fronte all'imprevisto della Fede.

E ci invitano ad uscire all'aperto.

Proprio come hanno fatto, pur feriti nell'anima, Paolo e Giancarlo e, in modo diverso, intimo, ne sono certo anche la mamma di Lorenzo.

Non esiste, infatti, Resurrezione senza Crocifissione, con lo smarrimento profondo che tutto questo comporta.

"Oltre l'invisibile, c'è un abisso di energia" come cantano i Gen Rosso.

Si è parlato ieri di Lorenzo, citando Papa Francesco, come di un: "santo della porta accanto".

E ci è stato raccontato come in un tema, imperfetto, Lorenzo avesse colto le mille sfumature che Papa Leone XIV, eletto da soli sei giorni, riusciva ad utilizzare per definire e promuovere la Pace.

Non ci serve, però, mitizzare questo ragazzo che, come tutti gli adolescenti, avrà avuto anche le sue cadute, le sue difficoltà, le sue ferite.

La sua imperfezione che era, certamente, anche continuo "divenire".

Non ci serve "allontanare" Lorenzo dai suoi amici, dalle sue comunità, metterlo in una teca di cristallo, magari con qualche reliquia.

Fugacità di un attimo, battito del ciglio, levità di un angelo: come possiamo sussurrare, annunciare, ricordare?

Prendiamoci Lorenzo sulle spalle e nel cuore.

Senza interpretare, ma lasciandoci attraversare dai suoi sogni, pur nel dolore, inevitabile e duraturo, del distacco.

Ascoltiamo, ripetiamo, custodiamo dentro, una frase del profeta Isaia che lui stesso aveva scelto e che tanto ha stupito e ammirato il Vescovo di Pistoia Augusto:

"Il più piccolo diventerà un migliaio.

Io, il Signore, affretterò le cose a suo tempo".

Ylenia ieri sera ha rivelato a tutti e a tutte una cosa che io non sapevo.

Due anni prima di vincere le gare Lorenzo non sapeva nuotare. 

Un po' come i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine che, con Don Lorenzo Milani, abitavano la piccola scuola di Barbiana, alle pendici del Monte Giovi.

Per superare la paura di nuotare, costruirono, insieme, una piscina, peraltro imperfetta e un po' storta.

Nella piscina, che ancora oggi si trova Barbiana, proprio verso le pendici del monte da cui scende la fonte dell'acqua, si imparava a nuotare, si sorrideva, si sognava, si amava.

Si viveva e superava insieme la paura di affogare, di non farcela, di non essere adeguati/e.

A Termoli o in altri luoghi, due anni dopo Lorenzo, che poco prima non sapeva nuotare, vinceva le medaglie.

Non aveva questo come obiettivo principale, proprio come quei ragazzi figli di poveri mezzadri e che mai, nella loro vita, avevano visto il mare.

La storia, la vita di Lorenzo ci dicono, anche, che non sempre serve e si può toccare per primi il bordo della piscina.

Che la meta è il cammino.

Che ogni bracciata è respiro, attimo immenso, infinito.

Gratitudine e gratuità senza difese, senza tempo eppure nella storia, nella nostra storia e nella nostra Vita.

Perchè, soprattutto, Lorenzo c'era.

C'è.

Ci sarà sempre.

E noi, grati e grate, non possiamo non esserci, non "stare" con lui.

Avvolto e avvolti nel suo Mistero.

Cercatori/cercatrici mai stanchi di infinito, riconoscenti a una Vita trafitta, che sconfigge la tenebra, la morte, che ci riscalda e ci cura dal vento forte e dalla pioggia battente.

Lorenzo a me pare come la piccola imbarcazione del quadro impressionista del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".

Ha lasciato questa terra, come ci hanno ricordato Paolo, Giancarlo e don Diego, infatti alla sera, poco dopo le ore venti.

Eppure quel quadro, come ci suggerisce don Gianluca Zurra, già assistente giovanile dell'Azione Cattolica, potrebbe essere ribattezzato: "Uscire all'aperto" o, forse, ancora meglio, "Rinascita".

A differenza di molte altre opere, anche più conosciute di Monet, in cui tutti i dettagli, cose e persone, vengono sfumati, come se fossero avvolti da un velo nebbioso, in "Barca a vela, effetto sera", l'imbarcazione è, invece, ben delineata. 

Non c'è posto, infatti, per la nebbia: la barca che prende il largo, come Lorenzo e noi con lui, trova la propria identità, come i ragazzi e le ragazze di diciotto anni o poco più, l'età di Lorenzo al momento della sua scomparsa.

Delinea i propri contorni, lasciandosi cullare dalle onde, muovendo verso un orizzonte che ricerca sfumature di serenità, bellezza e Vita.

Quel quadro e quei colori furono realmente dipinti da un Monet riconoscente nell'ottobre del 1885, dopo giorni e giorni di pioggia, buio, tempesta.

Lorenzo è quindi, per noi, senza caricarlo di aspettative, ma non sfuggendo all'incontro con lui e con la sua storia autentica: una possibilità di cambiamento e, per chi crede, di conversione.

Un "autore e perfezionatore" della Fede. Di "molte fedi", in realtà.

Non ci rassicura Lorenzo, il suo dramma, la sua perdita sono di fronte a noi e ignorarle sarebbe come tradirlo.

E' però è lì a dirci, un po' come Padre Ernesto Balducci, che il tramonto (la sera che lo ha portato via...) e l'alba hanno colori molto simili.

Che le sfumature dell'aurora, se rimaniamo svegli, come ci hanno insegnato Cervantes, Dossetti e Guccini, possono albeggiare dopo i giorni di buio.

Non possiamo controllare tutto: l'imprevisto, il rischio della Fede sono di fronte a noi.

Scompaginano le carte, stracciano le agende, ridefiniscono, stravolgono le nostre priorità.

Lorenzo, con la sua storia, con la sua Vita, ci invita, laicamente, ad essere discepoli e, allo stesso tempo testimoni.

Una possibilità e una scelta che, se le vogliamo vivere insieme, continueranno ad alimentarsi del suo sguardo, dei suoi sogni, delle sue note.

Strumenti di Pace.

Per tutto questo, e concludo, ci dice Lorenzo-Leonida bisogna lottare senza risparmiaci, cercare un fine, donare la vita, non rinunciando, quando serve, ad una lancia nonviolenta

Proprio come quella che sta nel logo dell'associazione "Fengari-In Cammino con Lorenzo".

Quando serve, infatti, "per cambiare il mondo, a partire dalla grandezza delle piccole cose", bisogna esserci", bloccare il passo e, allo stesso tempo, aprire varchi, costruire ponti, valicare fiumi, oltrepassare confini, spezzare fucili, fare scudo con il proprio corpo e con la propria anima.

Non avere paura e nuotare. Anche in mare aperto.

Nuotare fin che ce n'è, fino all'ultimo respiro, all'ultimo soffio, gustando l'ultimo sorso di acqua fresca, come ha fatto Lorenzo un giorno prima di morire.

Non avere paura, senza ubrìs, nemmeno se, come gli spartani di Leonida, si è in trecento di fronte a trecentomila.

"Dove due o più di due sono riuniti nel mio nome, io, sono con loro..."

E Lorenzo, non da solo, c'è.

Ci sarà.

Sempre e per sempre.

Ora, imperfetti e storti,

tocca a noi.

Francesco Lauria

giovedì 10 settembre 2026

TRA SILENZI E SPARI. LO “SPAZIO” DI FRANCESCA (CAPECCHI) E IL MIO… TORNIAMO UMANI. PRIMA DELLA POLITICA. COME VITTORIO FOA.

Ci sono luoghi, succede a tutti e a tutte o quasi di imbattervisi, a un certo punto dello strano viaggio che chiamiamo vita, nulla di eccezionale, in cui, prima, ti sentivi a casa e che, all’improvviso o progressivamente, diventano stranieri, respingenti, lontani.

Luoghi, spazi in cui fluivano parole, sorrisi, narrazioni, incontri, note di un pianoforte, qualche morigerata bevuta e tanti, tantissimi caffè, e che diventano, non serve qui stabilire la classifica delle colpe, silenzio, esilio, respingimento, dannazione probabilmente perpetua, menzogna.

Uno di questi, ovviamente per me, per altri/e continua ad essere casa, “oikòs”, è la libreria Lo Spazio, in Via Curtatone e Montanara, a Pistoia.

Un posto che, nelle sue diverse formazioni (Mauro più Alice e poi Mauro più Mario e poi Mauro più Mario più altri/e) si è addirittura meritato un articolo sulla rivista online de Il Mulino (certo l’autore è Cesare Sartori, ma bisogna, nella vita, accontentarsi…)

Un luogo in cui, un po’ come in una catena di montaggio, a dir la verità, ma con ammirevole costanza, si susseguono, senza sosta, mostre, incontri, dibattiti, presentazioni, letture.

E in cui, fra cinque giorni, io non ci sarò, il sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi festeggerà il proprio cinquantacinquesimo compleanno presentando il suo ultimo libro su Pinocchio (una pubblicazione, a mio onesto parere, non proprio imperdibile e piuttosto compilativa, lo confesso).

Per correttezza, dalla libreria nessuno mi ha cacciato, anzi, erano disposti (probabilmente ora non più) a continuare a svolgere iniziative insieme, come quella, piuttosto surreale, su immigrazione, accoglienza, scelta della convivenza, svoltasi lo scorso 13 maggio, per me in piena tempesta e poco prima delle elezioni amministrative di Pistoia.

Ormai divenuto cliente di Feltrinelli (nessuno è perfetto, nemmeno io…) più di una settimana fa, mi sono imbattuto, in un bar, in uno dei titolari della libreria.

Mi aveva attaccato da poco sui social (niente di minaccioso o volgare) e lo rivendicava con orgoglio, brandendo, con movenze venete, la tazzina del caffè.

Qual era stata la mia rinnovata, esecrabile, condannata, vergognosa colpa?

Avevo appena pubblicamente difeso, nel merito e nel metodo, la consigliera di opposizione Francesca Capecchi da attacchi fuori misura, pregiudiziali e anche un po’ violenti (ma, si sa, lei è una fascista, per molti sinistri pistoiesi la si può insultare, deve solo: “tornare nelle fogne da dove è venuta…”).

Da Francesca Capecchi, nei cui confronti condivido il reciproco rispetto umano e un atteggiamento inevitabilmente critico verso questa Giunta, mi divide, politicamente, tutto: se penso al Governo Meloni e a Fratelli d’Italia, io non sono solo distante, io sono proprio radicalmente all’opposto (d'altronde, esattamente un anno fa, pur semplificando, non uno ma cinque quotidiani nazionali mi definivano il "sindacalista anti Meloni...")

Ma, a differenza non solo del mio interlocutore, ma di tanti/e hoolingan di questo sindaco e di questa amministrazione, a me Francesca Capecchi, non metto le virgolette a caso, “non fa ribrezzo”.

E non credo, nemmeno, faccia: “politica con la testa bassa”.

Come persona, come donna, come lavoratrice, come madre, come rappresentante delle istituzioni, eletta a suon di voti, non cooptata, che si impegna per la propria comunità, certo con una logica anche di “parte”, di “partito”, con contenuti e politiche molto lontani da me.

Eppure, come ho risposto scrivendo al mio interlocutore nel frattempo dileguatosi come un’anguilla, se una persona di destra, afferma, in questo caso sulla Giunta in carica, ma in generale, cose giuste e che condivido, io lo riconosco e, da persona indipendente, lo apprezzo anche.

Senza che nessuno/a possa tacciarmi di livore e di voglia di vendetta, perché argomento e, pazientemente (e con la mia consueta prolissità) spiego.

In politica sono debitore di un approccio e un’ispirazione che erano quelli di Aldo Moro: per il grande statista pugliese, da padre costituente della Repubblica, ma anche da uomo di partito, non solo di governo, valeva la considerazione/ammonimento, eravamo nel pieno degli anni Settanta del Novecento, che la politica non rappresentasse, nella vita, tutto.

Che la politica, specialmente quella di parte, di partito, di schieramento, non fosse più importante delle persone, non si doveva fare, secondo dettami ideologici o logiche di clan, sopra le persone, ma con le persone e per le persone.

Anche quelle distanti da noi.

Se è vero che “tutto è politica”, infatti, “la politica”, “il potere”, “il successo”, “la carriera”, persino “il Governo” non sono tutto.

Prima della politica, prima dello Stato, anche prima delle leggi (no Biancalani, valuta bene… non ti sto giustificando) viene quella che Kant definiva la legge morale interiore.

La scelta e il "cielo stellato" sopra di noi, sono più importanti, penso ad esempio all’obiezione di coscienza, nelle sue varie forme.

Tutto questo non è eroismo, pur nello “stato di eccezione permanente” in cui ci tocca oggi vivere e in cui, direbbero sia Giorgio Agamben che don Giuseppe Dossetti, è previsto, anche il “diritto alla resistenza”.

All’essere altro/a. All’essere, allo stare, al resistere altrove.

Possiamo, infatti, leggere, scrivere, presentare tutti i libri che vogliamo. Ritenerci dottissimi.

Ma se non siamo in grado di “liberarci del nostro mantello” e di “uscire all’aperto”, non andiamo da nessuna parte.

Per me, che non considero Francesca Capecchi una fascista che mi provoca ribrezzo, ma una competente e più che onorevole, più che rappresentativa dirigente dell’opposizione della mia città, che, certo, può commettere anche errori, vale prima lei, come persona e come cittadina, del suo schieramento politico.

Faccio mia la lezione di un grandissimo della sinistra radicale del Novecento, Vittorio Foa, intellettuale, partigiano di Giustizia e Libertà, leader della sinistra sindacale, persona curiosa, fuori dagli schemi, concreta e visionaria.

Dolce.

In una famosa tribuna politica, nella televisione in bianco e nero, spiegò a Giorgio Pisanò, fascista, ex repubblichino, volontario della X Mas, allora esponente del Movimento Sociale Italiano, quale fosse la sua concezione di democrazia.

Foa rifiutava, ovviamente, ogni revisionismo, rimaneva, di fronte a Pisanò, visceralmente, esistenzialmente antifascista. Rifiutava anche ogni equiparazione.

Distinguendo tra vivi e morti e riconoscendo pietà per tutti i morti, Foa disse a Pisanò, in diretta televisiva, una famosa frase, senza arroganza, senza atteggiamento di superiorità: “Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante."

Seguiamo, tutti e tutte, il consiglio di Vittorio Foa, rileggiamoci anche un suo libro poco conosciuto, in dialogo con altri interlocutori e interlocutrici: "Scelte di vita".

Concediamoci, un attimo, vale in primis per me, la “rivoluzione del silenzio”, riflettiamo almeno un istante.

Pur, come direbbero i Gang, reduci dal concerto di Palazzo di Giano, tra: “silenzi e spari”, torniamo, tutte e tutti, umani.

Cominciamo a guardarci negli occhi, a vedere.

Scopriremo, come ci ha insegnato Fabrizio De Andrè, che l’altro/a, fosse persino un fascista vero come Pisanò e quindi, politicamente, assolutamente da combattere, respingere, dal punto di vista umano ha un cuore, due occhi e, anch’egli uno sguardo.

La divisa c’è, per carità, ma è secondaria.

Se non cominciamo noi stessi a guardare gli altri/le altre, a partire dagli “altri difficili”, questo mondo non lo ricuciremo mai.

E la bandiera pace, l’arcobaleno della pace, unità nella diversità, rimarrà un vessillo finto. Una foglia di fico.

Non l’emblema di un’utopia concreta per cui lottare ogni giorno, combattere, oggi disarmati, con la nonviolenza.

In ogni tempo.

In ogni “Spazio”.

Persino quello di Via Curtatone e Montanara.

Persino, me lo si conceda, in una: “piccola città, bastardo posto” (cit. Francesco Guccini su altra città di provincia…).

Francesco Lauria (continua?)

mercoledì 9 settembre 2026

"NON PER BELLEZZA": LA RESISTENZA E LA LIBERAZIONE DELLE DONNE NEL LIBRO DI MARGHERITA BECCHETTI IL 22 SETTEMBRE AL CIRCOLO ACLI-MONTEMAGNO.

Si svolgerà il prossimo martedì 22 settembre, alle ore 18, al circolo Acli di Montemagno (Quarrata) la presentazione del libro: "Non per bellezza. Le donne nella lotta partigiana: conquista del voto e costruzione di uno spazio pubblico",  scritto dalla storica parmigiana Margherita Becchetti.

L'incontro è organizzato dalle Acli Provinciali di Pistoia, dal circolo Acli di Montemagno, dall'Associazione Sognare da Svegli, dall'Anpi di Quarrata, con il patrocinio della Città di Quarrata.

Il libro, edito da Mup, propone una profonda rilettura critica del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, provando a scardinare i pregiudizi di genere che per decenni hanno ridotto la partecipazione femminile a un mero "contributo" secondario.

Anche il termine di "staffetta partigiana" valorizza un termine oggettivamente "perimetrale", spesso volutamente riduttivo: una staffetta, se uomo/maschio, veniva, infatti, chiamata: "ufficiale di collegamento".

Il libro di Margherita Becchetti adotta la prospettiva della storia di genere per restituire piena centralità politica ed esistenziale alle donne partigiane, evidenziando anche le complessità del loro rapporto con i compagni uomini.

Il titolo del volume  si ispira a una celebre dichiarazione della partigiana Elsa Oliva. Nella primavera del 1944, salendo in montagna per unirsi a una formazione partigiana, la Oliva mise subito in chiaro le cose con gli uomini del distaccamento e dichiarò che non fosse lì per fare la serva o per cercare un fidanzato, ma pretese un'arma, specificando che l'avrebbe tenuta «non per bellezza». 

Si tratta di un aneddoto che ben riassume lo spirito del libro: la rivendicazione di una scelta di lotta consapevole, determinata e paritaria.

Prendendo a prestito i sei capitoli del saggio è possibile enucleare alcune parole chiave:

Scegliere;

Trasgredire;

Pregiudizi;

Senza armi;

Il male;

Crescere.

Un tema chiave del volume, non sempre presente nei libri sulla Resistenza, è l'analisi del post-Liberazione. 

Nonostante la tardiva conquista del diritto di voto (di cui ricorre quest'anno l'80° anniversario), l'esperienza liberatrice della Resistenza non si tradusse immediatamente in una reale emancipazione sociale delle donne nel dopoguerra. 

Molte partigiane vennero spinte a tornare alla "normalità" domestica e i loro meriti furono silenziati o minimizzati dalla memoria pubblica ufficiale, dominata da una narrazione prevalentemente maschile che, fin dalle sfilate del 25 aprile, spesso le escluse forzatamente dalla partecipazione o pretese che si dovessero vestire, in maniera "ben pensante", da infermiere.

L'incontro sarà moderato dal giornalista pistoiese Maurizio Gori e vedrà la partecipazione dell'autrice del volume Margherita Becchetti, di Francesco Lauria, Presidente dell'Associazione Sognare da Svegli, della ricercatrice dell'Istituto Storico della Resistenza di Firenze e della Toscana Giada Kogovsek, della Presidente Regionale delle Acli toscane Elena Pampana.  

Appuntamento martedì 22 settembre a Montemagno (Quarrata), ore 18; seguirà un buffet.

Ulteriori informazioni e approfondimenti seguiranno sul sito web: https://sognaredasvegli.blogspot.com/

martedì 8 settembre 2026

"POTERE A CHI LAVORA!". LA SCONFITTA DI ATLANTA E LA SPERANZA DI NEW YORK. PASSANDO PER PRATO E SEANO...

In oltre venti anni di sindacato, interessandomi spesso di temi europei e globali, a partire dal concetto coniato dalle Nazioni Unite di "lavoro dignitoso", frequentemente mi sono interessato, ho studiato, ho incontrato, in alcuni non frequenti casi, ho negoziato, in rapporto al sindacalismo nordamericano.

Il sindacato negli Stati Uniti mi affascina (in chiaroscuro) fin da quando ero piccolo.

Allora ero appassionato di Rocky (non mi è mai piaciuto, invece, Rambo, già da allora ero antimilitarista...) e quindi tendevo a guardare con interesse, (senza in realtà capirci molto, in quanto bambino, di cinema) tutti i film con Sylvester Stallone.

Tra tutti i Rocky, ovviamente, quello che mi affascinava di più era il primo: con la sia musica malinconica, non la successiva "Eye od the tiger", con il percorso di emancipazione dello "stallone italiano di Philadelphia", con l'iconica salita di corsa in allenamento sugli scaloni monumentali della città.

Con quel grido mai dimenticato, intriso di fatica, sudore e amore: "Adrianaaaa".

Con il passare dall'essere ai margini, dall'essere un operaio della faticosa, puzzolente, sfruttatrice industria delle carni, ad avere e giocarsi, certo con la solita retorica americana, una vera, reale possibilità.

Farcela da soli, dai bassifondi, dal non arrivare a fine mese, contro tutto e tutti.

Ricorderò sempre, perchè secondo me mi ha cambiato la vita, quel pomeriggio in cui, forse a tredici anni, seduto sul mio divano a Parma, solo a casa, guardai, casualmente alla tv, il film: "F.I.S.T".

Fui fortunato: il film quando era uscito, negli anni precedenti, era stato vietato ai minori di quattordici anni in molti paesi, in alcuni persino ai diciotto, ma non in Italia.

Già, un anno prima del primo Rocky, e un anno prima che io nascessi, nel 1978, Stallone aveva impersonato, in quella occasione, non un pugile immigrato dei bassifondi della Russ Belt, ma un sindacalista.

F.I.S.T è un'opera diretta dal regista Norman Jewison, interpretato e, in parte anche scritto, sceneggiato da Sylvester Stallone.

Il film è ispirato alla vera storia del sindacalista Jimmy Hoffa, e racconta le vicende personali, la carriera e le lotte di Johnny Kovak, un lavoratore che, grazie al suo carisma e all'ascendente sui suoi colleghi, diventa un grande e riconosciuto capo sindacale. 

Siamo negli anni Trenta del Novecento, un periodo complesso, di crisi economica, ma anche, almeno negli Stati Uniti, di grande effervescenza sociale.

Contrastato con violenza e la repressione, con le minacce dai suoi datori di lavoro, per organizzare un duro sciopero il sindacalista Johnny chiede aiuto alla mafia, ma questa sua scelta condizionerà la sua carriera e la sua vita.

Il film, secondo me, è bellissimo, proprio per l'ambivalenza, umana, del protagonista, che è, contemporaneamente, forte e debole, eroe e vigliacco, grande organizzatore degli ultimi e debitore e poi complice della mafia.

"A love story between a man, a country, the people he led and the woman he loved."

"Una storia d'amore tra un uomo, un paese, la gente da lui guidata e la donna che amava".

La frase di lancio del film era comunque romantica, alla fine tutti noi non possiamo, in qualche modo, parteggiare per il sindacalista, per Johnny, sperare che riesca, alla fine, a liberarsi dal gioco e anche dalle sirene del potere, tornare ai valori veri, originari.

E tornare, in generale, anche, all'amore.

Stiamo parlando di quei valori, di quelle concrete "idee forza", per dirla alla Pippo Morelli, che gli avevano fatto scegliere, in gioventù, una strada, un mestiere, una missione che, in Italia, don Lorenzo Milani definiva proprio così: "una delle vie principali per praticare l'Amore e cercare un fine, dare un senso alla vita".

Non è sorprendente, quindi, che tantissimi allievi e, anche un paio di ragazze di Barbiana, siano diventati sindacalisti (anche di rilievo nazionale) e sindacaliste, sulla scia degli insegnamenti di don Lorenzo. In grande prevalenza nella Cisl, ma, in qualche caso, anche nella Cgil.

Di questo ho scritto diffusamente nel libro collettivo da me curato e pubblicato negli anni in svariate edizioni, sempre arricchite, che da il nome a questo blog: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro".

Sono passati quasi cinquant'anni dall'uscita di F.I.S.T.

Non c'è più un mondo diviso in due blocchi (fondamentale per alcuni Rocky successivi...), il turbocapitalismo finanziario e rapace sembra aver avuto, definitivamente, la meglio.

Rimaniamo sulla East Coast, spostiamoci verso New York.

Jacobin Italia, rivista strepitosa per chi si interessa di questi temi, qualche giorno fa titolava così la propria newsletter:

 «Potere a chi lavora»: il nuovo ufficio di Mamdani.

Il coraggioso e socialista sindaco di New York ha, infatti, firmato un decreto esecutivo che istituisce la prima agenzia cittadina del paese dedicata ad aiutare lavoratori e lavoratrici a organizzarsi. 

Zohran Mamdani ha firmato un decreto che istituisce l’Ufficio del sindaco per il potere dei lavoratori (Mowp), la prima agenzia municipale degli Stati Uniti, creata per supportare l'associazione, l'organizzazione dei i lavoratori e delle lavoratrici.

Sarà Tony Perlstein a dirigere il Mowp, riferendo direttamente alla vicesindaca per la giustizia economica Julie Su. 

Ex scaricatore di porto e sindacalista, nato e cresciuto a New York, Perlstein ha ricoperto il ruolo di direttore organizzativo per la United Auto Workers, dove ha contribuito a guidare una campagna nazionale per aumentare i salari e proteggere i posti di lavoro dall’automazione.

Insomma, Mamdani non ha scelto uno qualsiasi: ha scelto un sindacalista che, in uno dei settori, quello dell'auto, in cui, ancora il sindacato negli Stati Uniti conta (non senza alcune, significative e anche recenti, zone d'ombra....) ha cambiato la storia, le dinamiche del potere e della mobilitazione, ma soprattutto ha cambiato, in meglio, il destino di migliaia e migliaia lavoratori e lavoratrici.

Nell’ambito del suo mandato, il Mowp riunirà regolarmente i leader sindacali e gli iscritti per discutere delle problematiche dei lavoratori e delle campagne di sindacalizzazione che, viste anche la legislazione statale e, soprattutto federale, negli Stati Uniti sono importantissime, decisive.

L'Agenzia, e qui, secondo me sta il cuore del provvedimento, perchè il sindacato, dove è forte, non ha bisogno di sovrastrutture pubbliche, si propone inoltre di raggiungere i lavoratori non sindacalizzati, come gli immigrati e gli autisti della Gig economy, e di metterli in contatto con i centri per i lavoratori e altre risorse. L’ufficio prevede di organizzare audizioni pubbliche, informare i lavoratori sulle tutele di cui già godono e indirizzarli verso le organizzazioni che possono aiutarli. 

Qui il link all'interessantissima intervista a Mamdani, tradotta e pubblicata nel nostro paese da Jacobin Italia:

https://jacobinitalia.it/potere-a-chi-lavora-il-nuovo-ufficio-di-mamdani/?fbclid=IwY2xjawUNtCtwZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMUxMQTBqMGpJRmE4dXJsN1ZzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEekWCXGfklSIEBdSdwry_4HCKydXEy3lkrnPth7naIt1EdU5dXAK5OrNHXd6E_aem_4h2xGrB06fcT9thZ45esZA

Mentre leggevo l'intervista non ho potuto non pensare ad uno dei miei impegni sindacali forse più "prestigiosi", anche se falliti, realizzato quando ancora ero rappresentante sindacale nazionale presso il Ministero dello Sviluppo Economico (lo so poi Meloni ha cambiato nome, ma io, dopo oltre dieci anni ho, alla fine, lasciato l'incarico) nell'ambito del Punto di Contatto Nazionale per il rispetto delle Linee Guida Ocse sulle imprese multinazionali.

Luxottica (da poco fusasi con Essilor) era stata "denunciata", uso questo termine per farmi capire, anche se è improprio, dal sindacato americano e mondiale dei lavoratori dell'industria per una gravissima e davvero palese, indiscutibile condotta antisindacale negli Stati Uniti ed in particolare in uno stabilimento, quello di Atlanta, in Georgia.

Come sindacalisti e Pcn italiani eravamo stati coinvolti vista la ragione sociale nazionale dell'azienda di Agordo, era ancora vivo l'anziano fondatore Leonardo Del Vecchio.

Era iniziata anche una sorta di campagna di boicottaggio dell'azienda negli Stati Uniti: il tema del contendere era proprio quello su cui si sta giustamente impegnando Mamdani a New York: il diritto, la possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di organizzarsi e di contrattare collettivamente.

Il sindacato americano, abituato ad essere piuttosto autosufficiente, non si era particolarmente prodigato di avvertire i sindacati italiani che vivevano un grande dilemma: Luxottica, pur con un protagonismo aziendale alla Adriano Olivetti, quindi visionario e significativo, ma molto unidirezionale, aziendalistico, era un fiore all'occhiello delle relazioni industriali italiane, pur essendo l'azienda, come la Fiat, uscita dal sistema di Confindustria.

Il dilemma era il seguente: 

ci interessiamo dei nostri fratelli e sorelle più sfortunati della lontanissima Georgia, patria della Coca Cola, o ci facciamo, più agevolmente, gli affari nostri senza disturbare la multinazionale italiana a noi amica?

Luxottica aveva messo online addirittura un sito, a mio parere piuttosto minaccioso e diffamatorio, per distogliere nettamente i lavoratori e le lavoratrici dall'iscriversi al sindacato.

L'azienda voleva impedire, ad ogni costo, che si raggiungessero le non semplici soglie di sbarramento, rispetto alla possibilità dei dipendenti di associarsi in un sindacato e, anche, di poter proclamare uno sciopero aziendale.

Negli Stati Uniti ci sono campagne in stile "Mezzogiorno di fuoco", azienda e sindacato se le dicono e se le danno di santa ragione.

Si sviluppa, prima. una faticosissima campagna di raccolta firme, tra mille e mille minacce, come quelle subite, all'inizio della carriera dal protagonista del film F.I.S.T, impersonato da Stallone (peraltro stiamo parlando di una storia realmente accaduta) e poi il tentativo di indire un referendum tra i lavoratori e le lavoratrici sull'agibilità del sindacato e dello sciopero.

Il sindacato negli Stati Uniti, a parte in alcuni settori, dove contano molto anche i fondi pensione gestiti dalle organizzazioni dei lavoratori, o è tra le persone o non è.

O è utile, coraggiosamente, fottutamente utile, concreto, o non è.

O è speranza, sogno, pane e rose, poesia e prosa, bisogni e desideri, concretezza e visione o non è.

Se tutto ciò è difficile in un grande stabilimento industriale, figuriamoci nell'organizzazione dei non organizzati, dei "senza potere", nelle metropoli e nei molteplici bassifondi dell'America di Donald Trump.

La mia storia, non sono ormai più vincolato dal segreto professionale sui negoziati, la vicenda con Luxottica è conclusa, non è particolarmente gloriosa.

Io mi sono riservatamente confrontato (in riunioni online per carità) con responsabili apicali di Essilor Luxottica, gente che di grandi stabilimenti negli Stati Uniti ne ha diretti molti, non uno solo.

Ho obiettato e con me, anzi a guidarmi, c'era anche il più grande e riconosciuto sindacalista italiano di Luxottica, che, pur comprendendo il contesto, diciamo competitivo-conflittuale delle relazioni di lavoro negli Stati Uniti, certe affermazioni, certe minacce, certe azioni, per di più spudoratamente pubbliche, rappresentavano una violazione, palese e inaccettabile, di principi fondamentali e universali del lavoro dignitoso e, più in generale, della democrazia.

Un tema che non poteva non riguardare, per di più in un'economia globalizzata e interconnessa, con catene di fornitura e del valore comuni, entrambe le sponde dell'Atlantico.

Ci ho messo tutto me stesso, come sempre.

Ovviamente ho fallito, ero un puntino minuscolo, insignificante, di fronte al potere di una multinazionale così forte, enorme, "un gigante" per dirla alla Colin Crouch.

E anche la dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico, con cui avevo collaborato per dieci lunghi anni, bravissima, preparatissima, coraggiosissima, ad un certo punto, è stata promossa altrove, per essere rimossa.

Quel sito anti-union di Luxottica, ripeto, pur comprendendo la peculiarità del contesto nordamericano, mi è sempre rimasto nel gozzo.

L'ho sognato più volte, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici delle pulizie di un altro film, "Bread and Roses" appunto, di Ken Loach.

Ho imparato che, pur con fatica, a volte immane, nel sindacalismo, a qualsiasi latitudine, i rapporti di forza si cambiano dal basso, certo non sempre nello stesso, identico modo.

Non con lo scambio politico, non con il collateralismo corporativo aziendale.

Non esistono, non possono esistere scorciatoie.

L'autonomia del sindacato, quella che Sylvester Stallone, alias Johnny Kovak alias John Moffa, perde, alleandosi con la mafia, magari ottenendo, illusoriamente anche dei risultati per alcuni lavoratori, non è un fiore all'occhiello.

L'autonomia, come ricordava Eraldo Crea, grande sindacalista della Cisl nella seconda parte del Novecento, è, prima di tutto, un fatto di vita, di esistenza, di cultura.

Già, il sindacato è cultura. Cultura popolare, sapere popolare. 

Emancipazione dal basso, liberazione, coscientizzazione.

Quando, qualche settimana fa, avevo di fronte i lavoratori pakistani dell'Acca a Prato, minacciati, violati, picchiati, quando, ascoltandoli, "mettevo i miei occhi nei loro occhi", la mia esistenza fraternamente nella loro, mi sono ricordato di quelle lunghe e aleatorie riunioni, fallite, con Luxottica.

Del sindacato italiano tutto, freddo, distante rispetto ai più deboli, lontani, lavoratori e lavoratrici del Sud degli Stati Uniti.

E' un illusione.

Don Lorenzo Milani, se rileggiamo i bellissimi interventi di due dei suoi allievi diventati sindacalisti, Maresco Ballini e Michele Gesualdi, al congresso nazionale della Cisl del luglio del 1969, ha insegnato anche questo: tra i lavoratori "privilegiati", forti, sicuri e i lavoratori, le lavoratrici, frammentate, sfruttate, non riconosciute, minacciate, povere, la scelta/priorità non può che essere una sola.

Per i secondi.

Ed è la stessa scelta di Mamdani a New York nel suo coraggioso tentativo non di sostituirsi al sindacato come Stato, ma di essere sostegno, tutela, spazio libero, protezione, rispetto all'associarsi democratico di lavoratori e lavoratrici.

Questa è la, vera, partecipazione dei lavoratori, che il sindacalismo nordamericano, quello non colluso con i poteri, con la mafia, quello che non sta in decine di Cda di Fondi pensione che magari finanziano l'industria delle armi, chiama: "worker to worker".

Ne ho scritto in un recente saggio scientifico, pubblicato da Economia & Lavoro, la rivista della gloriosa Fondazione Giacomo Brodolini.

Quando ascolto qualcuno che prende in giro il socialismo americano, penso proprio al socialista Brodolini.

Padre, insieme al democristiano Carlo Donat-Cattin, del nostro Statuto dei Lavoratori, la legge, discussa insieme al sindacato, che, nel nostro paese, con oltre vent'anni di ritardo, ha fatto entrare, finalmente, la nostra Costituzione nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

Uno Statuto che non va solo celebrato, un po' come la Resistenza, ma applicato, prima ancora vissuto.

Senza battaglie di retroguardia, senza rimpiangere un lavoro che non è più, ma consapevoli che le ali permettono di volare solo se hanno, alla loro base, solide radici.

E solida Speranza. 

Sogno, utopia concreta, come diceva Pierre Carniti, che di sindacalismo nordamericano era un grande esperto, "fatti da svegli".

Forza Mamdani!

Francesco Lauria, Presidente Associazione "Sognare da svegli".

lunedì 7 settembre 2026

VICOFARO: CHI HA SBAGLIATO PIU' FORTE? CHE COSA SOGNANO A RAMINI? "TRA SILENZI E SPARI", LA "LOTTA CONTINUA"...

"A Vicofaro tutti abbiamo perso".

Non hanno, abbiamo.

Ero a pochi passi dal Vescovo Augusto Mascagna, quando, dall'altare della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Vicofaro, ha pronunciato queste parole.

Alla mia sinistra, sempre a pochi passi, durante l'Eucarestia, c'era il sindaco di Pistoia, Giovanni Capecchi.

Mi occupo, "mi interesso", mi "sta a cuore" rispetto alla vicenda di Vicofaro (affiancata dalla "sorella minore" di Ramini) dal 2017.

Pur essendo abituato a farlo quando le circostanze lo richiedono, su Vicofaro, non ho mai cambiato idea, anzi forse in me la convinzione, intima e pubblica, si è persino radicalizzata, accompagnata non dal giudizio, ma dallo sguardo e dall'esperienza.

L'aspetto più bello dell'omelia del Vescovo Augusto è stato il fatto che, pur essendo in una posizione di potere, da pastore vero, egli, appunto, non si è eretto a giudice, ha solo descritto ciò che sentiva dentro, dopo aver ascoltato tutti e tutte, a partire da don Massimo Biancalani.

Dopo aver "visto", anche senza esserci stato, perchè in questi anni operava tra Civita Castellana e Viterbo.

Anche io, come tanti e tante, tantissimi e tantissime, ho "guardato e veduto", per iniziare a citare i Gang, il gruppo che, ieri sera, ha tenuto uno strepitoso, commovente, energizzante concerto sotto Palazzo di Giano, in occasione del "pre" anniversario della liberazione di Pistoia dal nazifascismo.

E, lo dico subito, sono profondamente grato al Cudir e a tutti coloro, amministrazione comunale  compresa, che, per la prima volta in quarant'anni, hanno portato i Gang a Pistoia, come ha rimarcato più volte, durante la splendida e generosa serata, il front man e cantante Marino Severini.

Ma mentre cantavamo a squarciagola di "resurrezione e insurrezione", come nella canzone finale: "La lotta continua", dopo aver inneggiato insieme anche al Chiapas zapatista, non potevano risuonare dentro di me le parole ascoltate, in presenza diretta, sempre a pochi passi, durante il consiglio comunale del pomeriggio.

Inaspettatamente, almeno per me, si è parlato di Vicofaro.

No, non era, apparentemente all'ordine del giorno, ma la consigliera comunale della Lega, Cinzia Cerdini, ha voluto "celebrare" la riapertura della chiesa, l'inizio della ricucitura di una comunità che, sono parole scritte dal Vaticano di Papa Leone XIV, non di Pio IX, era stata "annientata" da don Massimo Biancalani e dalla sua dissennata e dissoluta opera.

Cinzia Cerdini, a differenza della sua compagna di partito, la pisana Susanna Ceccardi, che di Vicofaro non sa nulla ed è ossessionata, nella sua opera strumentalizzante, da invasioni, islamizzazione e sindrome di Lepanto, è persona di norma misurata, non contraria a prescindere all'accoglienza e che frequenta quotidianamente la comunità di Vicofaro almeno all'agosto 2017.

A mio parere, Cerdini ieri, ha sbagliato, parlando di "vittoria".

Io, invece, avrei parlato di un'opportunità, da confermare, da vivere, di Giustizia.

Di una chiesa (non intesa solo con le proprie mura) finalmente restituita alla comunità, che non ne è proprietaria esclusiva, ma custode, abitante, co-responsabile, insieme al sacerdote, ultimo fra gli ultimi.

Di una cittadiananza che, finalmente, ha visto definitivamente riconosciuto il proprio diritto a esistere, a vivere, non dalla destra fascista, ma da tutti e da tutte, a parte alcuni pasdaran radical chic e importati che sembrano i soldati giapponesi isolati degli atolli del Pacifico che non si erano resi conto, dopo anni, che il secondo conflitto mondiale era finito.

Lo ripeterò fino alla noia, Don Biancalani, ma soprattutto la sua azione di pseudo-accoglienza sono state un'esperienza reazionaria, contraria al Vangelo, non perchè troppo liberante, ma troppo poco, direi per nulla.

Dicevano il brasiliano don Helder Camara e il vescovo della pace e del dialogo con la sinistra comunista, Monsignor Luigi Bettazzi, che non bastasse "dar da mangiare ai poveri", ma occorresse riconoscere dignità e soggettività, agli affamati, agli esclusi, andare alle cause delle diseguaglianze, non curare, paraltro raffazzonatamente, confusamente, isolatamente, solo gli effetti.

Dignità e soggettività, infatti, sono i presupposti, non la conseguenza di gratuità e solidarietà.

Il fallimento, direi la "bestemmia" di Vicofaro e Ramini di questi anni sta proprio qui: un prete bianco, occidentale, pure alto, che accoglie e cura i "suoi poveri", i "suoi  ragazzi poverini e sbandati" e li accudisce, ma non li accompagna, non li segue, non si interroga drammaticamente mai sulla dimensione educativa, di cittadinanza, dei doveri, non solo dei diritti.

E', un po' come gli ha spiegato, credo, la Fondazione omonima, quando, con selfie e fotocamere ossessivi al seguito, lo scorso primo settembre, Biancalani si è recato sulla tomba di don Lorenzo Milani a Barbiana, come vivere, recepire al contrario (un po' come il generale Vannacci...) gli impegnativi insegnamenti del priore di Barbiana e della sua scuola.

Ora, sinceramente, il tempo della ricreazione è finito.

C'è un tema concreto e urgente (di quello mi sarei aspettato un aggiornamento puntuale da parte della Giunta in consiglio comunale..) che riguarda l'accompagnamento, il supporto, la cura delle persone (non i "propri poverini", le persone) che ancora sono a Ramini, circa una cinquantina.

Cinquanta persone, diverse una dall'altra, ho parlato con alcuni di loro, con gradi diversi di fragilità e inclusione, di capacità di parlare la lingua, di autonomia, di relazioni.

Occorrono soluzioni personalizzate, non estemporanee e non identiche per tutti.

Occorre praticare qualcosa che è davvero mancato a Vicofaro e Ramini e che ecclesialmente si chiama "discernimento" e "civilmente", si chiama Politica.

Con la P maiuscola.

Non possiamo fermarci solo a criticare don Massimo Biancalani (tanto, peraltro, non capisce...)

Affermava lo scrittore libanese Amin Maalouf, nel suo bellissimo testo: "L'identità", che rappresenta, ancora oggi, un grido attualissimo contro tutte le guerre:

"Ciascuno di noi dovrebbe essere incoraggiato ad assumere la propria diversità, a concepire la propria identità come la somma delle sue diverse appartenenze, invece di confonderla con una sola, eretta ad appartenenza suprema e a strumento di esclusione, talvolta a strumento di guerra".

E allora, chiediamoci, se don Biancalani è, senza alcun dubbio, quello che ha sbagliato più forte di tutti e di tutte, ha sbagliato da solo?

E' stato sufficiente, evangelico l'impegno della Chiesa di Pistoia e di noi, tutti noi, mi ci metto anche io, credente, cantante con i Gang, di fronte al "diritto alla fuga", di chi percorre decine di migliaia di chilometri per terra e per mare, rischia la vita, viene torturato, imprigionato per procura, privato di umanità, dignità, diritti umani fondamentali?

Dove siamo, quando serviamo, noi, che celebriamo cantando a squarciagola con i Gang, la Resistenza e la Liberazione, la lotta, la dignità, il popolo?

Ma soprattutto dov'è la politica, in forme diverse, di destra e di sinistra?

Dov'era in questi anni a Vicofaro e Ramini se non a strumentalizzare (Ceccardi-Salvini, non Cerdini) o a blandire, senza vedere, senza esserci davvero (tutta la pseudo sinistra dei salotti pistoiesi e fiorentini... o quasi...).

Il 13 maggio, in piena campagna elettorale, boicottati da tutti e da tutte, Giovanni Capecchi compreso, abbiamo provato, dalla Libreria Lo Spazio, a fare memoria di quanto di buono fatto in passato a Pistoia con il centro pubblico antidiscriminazioni della Provincia di Pistoia, abbiamo provato a descrivere strade alternative, inclusive ed efficaci di accoglienza e interculturalità, messe in atto concretamente, a Bologna, in Emilia Romagna, a Borgo San Lorenzo e, per quel che riguarda il carcere, anche a Pistoia.

A partire da una serie di tessere di un mosaico, non dalla megalomania solitaria, un po' stupida, un po' irresponsabile, un po' arrogante che, in questi anni, si è vista  sia a Vicofaro che a Ramini.

Sull'immigrazione (forse non a torto, ma c'è modo e modo) si ha paura di perdere voti, si fa equilibrismo, me lo ha insegnato in maniera deleteria e, a mio parere, un po' vigliacca, l'allora responsabile della campagna elettorale dell'attuale sindaco, l'ex consigliere e assessore regionale, Agostino Fragai, il 4 maggio scorso sera, al circolo Arci di Bonelle, in occasione del deludente incontro pre elettorale, ma alla fine forse persino utile, tra il candidato Giovanni Capecchi e il comitato dei parrocchiani e dei cittadini di Ramini.

Sull'immigrazione e sull'accoglienza si fa molto spesso, con arroganza, pura demagogia.

Penso, ad esempio, all'intervento di ieri, per me profondamente sbagliato, della consigliera di Sinistra Italiana Lavinia Ferrari nel "parlamentino" comunale.

E' stato, il suo, un breve discorso minestrone che ha, di fatto, accomunato Vicofaro e Ramini alle torture libiche o turche, senza capire, o, più probabilmente, senza forse volerlo fare, che in luoghi e spazi diversi ci devono essere soluzioni e anche lotte differenti.

Non basta aver svolto qualche settimana sul campo per pensare di conoscere a fondo il problema, ritenere di avere tutte le risposte, senza farsi, apparentemente, nemmeno una domanda.

Insieme (almeno per me, purtroppo a tanto altro), non ho mai negato, nemmeno ora, di ritenere che Lavinia Ferrari sia una persona, parlo della dimensione pubblica, di rappresentante delle istituzioni, altre non mi riguardano più, se mai mi hanno riguardato, che ha anche, su temi diversi, doti, cultura, creatività, energia, potenzialità.

Ma se tutto questo non si offre ad un dialogo costruttivo, ad una paziente tessitura politica di umanità e di cura, non produrrà mai, almeno secondo me, un vero passo avanti.

Non basta affermare, da atea e magari ridendo, "lei consigliera Cerdini, se crede, crede sbagliato" (a meno che, visto che Alessio Dolfi si è preso pubblicamente come tutor Giovanni Capecchi, lei, in teologia, abbia iniziato a studiare con il multilaureato Francesco Branchetti o, magari, con il profondamente curiale e profondamente assessore Mattia Nesti...)

Non si può, incredibilmente, come fa Don Biancalani, davvero senza pudore, senso del ridicolo e vergogna, tacciare di squadrismo fascista e razzista i propri esasperati e fin troppo pazienti parrocchiani.

Non si può come è successo in questi anni nei confronti di Cerdini (con cui, ovviamente, spesso non sono d'accordo) e più volte anche nei miei, tollerare che chi propone e millanta accoglienza dispensi, invece, insulti, minacce, calunnie, intolleranza e, a volte, anche molto di peggio.

La politica, mi dispiace per Fragai e, sinceramente, anche per Ferrari e per Capecchi (Giovanni), non può essere solo "rampante", solo mostrarsi, significare prioritariamente "far carriera", vivendo e lucrando di un ripetitivo storytelling da social network, ormai così falso da essere almeno in parte spuntato e sempre meno credibile.

Il politico/la politica non può cambiare opportunisticamente idee, proposte e valori, ad ogni soffio, anche leggero, di vento, soprattutto quando questi riguardano i fragili, chi non ha voce, chi non è nelle condizioni di difendere il riconoscimento della propria dignità.

Comprendiamolo, ascoltiamolo davvero Francesco Guccini, invece di omaggiarlo stancamente all'inizio di un distratto consiglio comunale di fine estate!

Alla fine, caro Fragai, anche grazie a te, Ramini è stato l'unico seggio, o giù di lì su cento, in cui, in una zona non certo d'elite, a fine maggio, durante le elezioni amministrative di Pistoia, ha vinto il centrodestra, pur nell'ambito di una profonda e senza appello sua debacle generale.

A Vicofaro, concordo pienamente non solo con il Vescovo Augusto Mascagna, ma anche con il giovane consigliere comunale del Partito Democratico Oualid Bouchrida, se c'è certamente chi ha sbagliato più forte, oggi, per ora, non ha ancora vinto nessuno/a.

Parleremo di vittoria, quando, davvero le comunità ecclesiali saranno uscite dall'annientamento e quando, coerentemente con il Vangelo (ne posso spedire una copia a Lavinia Ferrari, se non si offende o peggio), saranno messi in atto, non solo a Vicofaro, non solo a Ramini, percorsi, progetti non di integrazione, ma di interazione, vera, reale, molteplice.

Come ha ben detto ieri sera, il cantante dei Gang, introducendo la stupenda canzone-preghiera "Mare Nostrum".

Se vogliamo essere fedeli alle partigiane e ai partigiani, al sacrificio e alla testimonianza dei sette Fratelli Cervi che avevano come simbolo, negli anni Trenta, già resistendo/obiettando contro il fascismo, un trattore con sopra un mappamondo, dobbiamo esserci, per cambiare il mondo, come ricordava sempre la partigiana, poi Ministra, Tina Anselmi.

Dobbiamo esserci a Ramini, oggi, per le persone che devono essere ascoltate, supportate, accompagnate senza paternalismi, realmente riconosciute.

Ma anche per i residenti che si sono sentiti, a ragione, non visti, non amati, respinti.

Dobbiamo esserci ovunque perchè, la Bassa Sassonia è lì a dircelo, l'umanità è in fiamme, disorientata, impaurita, strumentalizzata, avvolta dall'orrore maleodorante di un capitalismo turboliberista militare e militarizzato che sta contemporaneamente annientando (riutilizzo la parola del Vaticano rispetto a don Biancalani) sia l'uomo che il pianeta, l'unico che abbiamo.

Se, come ha detto ieri il sindaco, Pistoia vuole essere davvero, non per finta, non per postura, non per opportunismo politico-elettorale, non per illusione ottica, un laboratorio di pace e di partecipazione, deve esserci oggi, domani non conta.

Alzarsi in piedi e salire sulle barricate, e, oggi con la nonviolenza, continuare la lotta per un mondo diverso, possibile, necessario.

Dobbiamo vivere la Resistenza e la Liberazione, non solo celebrarla, come ci hanno detto i Gang. 

Scegliere parole, esperienze, vissuti di Verità, non di menzogna, opportunismo, sterile arroganza.

Certo, si sbaglierà ancora, non una, ma cento, mille volte.

Ma un errore che si corregge camminando, vale diecimila volte più di un'assenza, dell'indifferenza, di un comodo e complice silenzio conformista.

Con le dovute differenze, tutto questo vale a Vicofaro, come a Ramini, a Belgrado (al tempi dei terribili funerali, quasi di Stato, di Radko Mladic) come a Gerico, come a Gaza, come ovunque.

Ha detto benissimo e con sincerità Marino Severini ieri sera: "la Resistenza non avrebbe dovuto cominciare l'8 settembre 1943".

Avrebbe dovuto cominciare e continuare nell'agosto del 1922, sulle barricate degli arditi e delle ardite del popolo, anarchici e cristiane di Parma, del "mio" Oltretorrente che ha resistito e non si è arreso.

E, pur provvisoriamente, questa volta sì, ha vinto.

Il gerarca fascista Italo Balbo, infatti, come ancora è scritto sui muri che costeggiano, a Parma, il nostro bizzoso torrente, ha poi trasvolato trionfalmente, oltrepassato con il suo aereo l'Atlantico, ma, prima, da noi non è passato, respinto grazie anche al nostro discontinuo rigagnolo d'acqua, il cui nome declina, al femminile, quello della città.

Tra "silenzi e spari", cito il titolo del concerto di ieri sera che è anche un verso della mia canzone preferita dei Gang: "Se mi guardi, vedi".

Una canzone debitrice del bizzarro e bellissimo incontro, a Calcutta, tra Pierpaolo Pasolini e una pressochè allora sconosciuta, giovane Madre Teresa.

Una canzone che ci spinge a trovare nuove parole, nuove fonti (cito don Tonino Bello) di pace, di impegno, più semplicemente di relazione.

Sono fonti di partecipazione e interazione.

Pensando alla dignità e alla rappresentanza nel lavoro oltre che a una giovane, omonima, artista della mia provincia, perchè no, appaiono fonti anche di Lotta.

Usciamo, anche nell'immaginario, dal colonialismo paternalista, patriarcale dell'Occidente.

Diventiamo costruttori, cercatori di arcobaleni e di futuro, senza rinnegare radici e tradizioni (parola bellissima e dimenticata, pronunciata coraggiosamente ieri sera dai Gang).

Non dobbiamo, però, pensarci, come è successo a Vicofaro e come diceva profeticamente Luciano Tavazza, parlando della politicità del volontariato: "semplici barellieri dello Stato".

L'arcobaleno non è solo una bandiera da esibire e sventolare da un balcone comunale.

Ma un impegno, intimo e pubblico, ad esserci.

La lotta, la resistenza, la liberazione, la democrazia, la giustizia, devono continuare, resistere, reinventarsi nel furioso tempo presente.

Sempre e in ogni attimo, come ci hanno fatto cantare, felici, i Gang, ieri sera a Pistoia.

In ogni respiro, in ogni nota, in ogni sogno.

Già.

Perchè non ci chiediamo che cosa sognano a Ramini?

I consolidati residenti, così come i provvisori migranti, nessuno/a escluso/a.

Potremmo scoprire che l'"uomo planetario" non sogna in maniera così differenziata (cit. dei Gang che, a loro volta, omaggiavano ieri sera padre Ernesto Balducci...).

L'uomo e la donna planetari sognano la pace e non la guerra.

Sognano l'Amore e la fine della rabbia e della paura.

Sognano la giustizia, persino di offrire il perdono se la hanno prima ottenuta, insieme alla Verità.

Sognano, con ostinata Speranza, tante cose che non si possono nemmeno dire.

Sognano di "non dimenticarsi delle colombe che chiedono il pane".

La voce, il profumo, la valigia, la fine e l'inizio.

Un libro. La poesia come patria, come matria.

Sognano, sulle orme dei fratelli Cervi nei loro "campi rossi" tra la Via Emilia e il West, con il loro avanguardistico trattore, spighe di grano e di cielo, di mare e di sole.

E, secondo me, una cosa, almeno una, la sanno.

L'hanno imparata sulle loro ginocchia, attraverso le loro ferite.

"Per rialzarsi, bisogna, prima, cadere".

L'ho imparata persino io, in questo anno mio terribile, bastardo, sconcertante, così annientante da sembrare uno scherzo beffardo.

Ma da cui sono uscito comunque, intero e grato a Dio, anche se sfregiato.

Al lavoro.

Alla lotta.

Controverso.

Contro il riarmo.

"Con la pelle fatta di sale d'attesa".

"Trascinando l'alba con gli zingari di neve".

Portando con noi musica e poesia...

Con i Gang!

Francesco Lauria

P.s. Ieri sera, "Se mi guardi vedi", i fratelli Severini non l'hanno suonata. Ma io è come se l'avessi sentita, "vista", durante tutto quanto il concerto.

A volte la musica che sa vibrare nel cuore non ha bisogno di amplificatori.

Soltanto di paziente, riconoscente, ascolto...

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Y3GQFbYDVLg&list=RDY3GQFbYDVLg&start_radio=1