mercoledì 18 febbraio 2026

TRA RICONCILIAZIONE E VERITA'. RIPARARE IL LEGAME INSIEME ALL'ALTRO/A. PERSINO CON LE PERSONE DELLA CISL?

«Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Matteo 5,23-24).

Questo brano, tratto dal Vangelo di Matteo, è stato letto nelle Chiese la scorsa domenica, l'ultima del tempo ordinario prima dell'inizio della Quaresima.

Il testo, come ha ricordato don Umberto Cocconi a Parma, è un ordine preciso che non ammette compromessi, una priorità assoluta: prima la riconciliazione, poi il resto.

Ha continuato don Umberto nella sua omelia, pubblicata anche dalla Gazzetta di Parma: 

"Perché? Perché tra noi e il nostro prossimo si è creato un muro. Il problema non è nemmeno che io abbia qualcosa contro di lui.

Il testo dice una cosa ancora più scomoda: «se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te». Non basta sentirsi innocenti e dire: “Io non ho fatto niente”. 

Se agli occhi dell’altro io sono diventato un nemico, ho ferito, ho deluso, oppure ho creato una distanza, allora la mia preghiera non può essere tranquilla. Prima devo cercare il suo perdono. 

Questa pagina del Vangelo non parla di teorie astratte, ma di vita quotidiana. Parla di: litigi in famiglia, silenzi che durano anni, parole che non si riescono a ritirare, tradimenti, piccole o grandi ferite, amicizie spezzate.

Gesù non dice: “Prega e tutto si sistemerà”. Dice: «Va’». Cioè: alzati, esci, fai il primo passo, senza aspettarti che l’altro venga da te.

Questo capovolge - ha concluso Don Cocconi - la logica dell’orgoglio. Perché quasi sempre pensiamo: “Se vuole, venga lui a chiedere scusa”. “È lui che ha sbagliato”. “Io non ho niente da farmi perdonare”.

Ha ammonito Don Umberto nella sua predica: "il Vangelo non entra in discussioni. Non fa processi. Non stabilisce chi ha torto e chi ragione. Dice soltanto che la relazione vale più del rito."

Domenica scorsa, dopo tanti giorni di pioggia, a Parma c'era un bellissimo sole.

Alla Chiesa di San Pellegrino la Messa domenicale si svolge piuttosto tardi, alle 11.15, e io, dopo una lunga camminata con un amico, ci sono arrivato passando, deviando volutamente, dall'Oltretorrente, il quartiere storico e oggi multiculturale e multietnico della mia città (ricordate la barricate antifasciste del 1922 e le scritte sui muri dedicate al trasvolatore mussoliniano Italo Balbo: "Hai attraversato l'oceano, ma il torrente Parma no!?").

Mentre attendevo altre persone che avrebbero raggiunto la Chiesa in macchina, avendo un po' di anticipo, mi sono seduto all'aperto, su una panchina del giardino della parrocchia.

Don Umberto non c'era, stava terminando di celebrare l'Eucarestia a San Giacomo, ormai i preti sono così pochi, che non possono certo adagiarsi...

Ma c'era Adam, il cane di don Umberto, che già mi conosceva, e che ha meritato persino un ampio articolo sul quotidiano della mia città:


Adam è un pitbull, lasciato a Don Umberto, da una delle tantissime persone in ricerca di aiuto, che, da sempre, si rivolgono a lui.

Una razza "maledetta", si direbbe. Invece, come tutti sanno a San Pellegrino e non solo, Adam è il cane più affettuoso del mondo.

Mi ha subito distolto dalle mie austere letture e ha cominciato a leccarmi la mano, senza aspettarsi nulla in cambio, nessun croccantino, solo sorrisi e carezze.

Un cane fragile, lasciato da una persona fragile, eppure così pieno di esuberante e gratuita gioia che non può non allargarti il cuore e aiutarti a trascinare via il dolore, il risentimento, la rabbia, il silenzio, l'asserita e assoluta sensazione di avere ragione.

E' con questo intendimento, con questa Gioia e Speranza che inizio la Quaresima, cammino paziente non di espiazione, ma di vera liberazione, verso la Rigenerazione, la Resurrezione.

Questi ultimi otto mesi di conflitto all'arma bianca con la Cisl hanno portato, volenti o nolenti, alla distruzione, disintegrazione di tantissime, anche consolidate, antiche relazioni.


Certo, ci sono stati anche nuovi incontri, nuove speranze, nuove ferite condivise, nuovi sogni sognati da svegli.

E' chiaro, lo voglio dire chiaramente, che la riconciliazione non può prescindere dalla Verità e dalla Giustizia.

Ma, ho imparato studiando la "giustizia riparativa" e anche quella "trasformativa" (ancora più difficile e complessa) che, anche in un rapporto di conflitto, non può mancare la ricerca della relazione.


So che non riuscirò a scalfire del tutto il muro assordante del silenzio.

So anche che non bastano, non sono sufficienti, le parole.

Però, senza assolutamente rinunciare, anzi impegnandomi ancora di più ogni giorno, quotidianamente, per la ricerca della Verità e della Giustizia (non della Vendetta) io sono disponibile, anzi mi sento proprio alla ricerca di riprendere la relazione.

Sono pronto a comprendere il silenzio, le paure, le fatiche, il disagio, le ragioni dell'altro/a.

Non tanto dell'organizzazione, sinceramente, ma delle persone sì.

Ho, infatti, girato decisamente pagina, anche sindacalmente.

Ha concluso così Don Umberto Cocconi la sua omelia, domenica scorsa:

"Perché quando tra noi regna la Pace: il mondo cambia, il cuore si alleggerisce, l’anima si libera. Il rancore, invece, ci imprigiona. Il non perdono consuma le energie, avvelena i pensieri, rovina le giornate. 
Gesù non chiede la riconciliazione per farci sentire in colpa. La chiede per renderci liberi. Forse, alla fine, l’altare più importante non è quello di pietra nelle chiese, ma quello invisibile delle nostre relazioni."

Queste parole, almeno per me, sono state come un farmaco del cuore, mi hanno reso, se non felice (no, non sono felice), contento.

L'orizzonte, infatti, non sono più io con la mia ferita.

Ma l'altro/a, con tutto quello che ha dentro. O meglio l'altro/a insieme a me, reciprocamente: "negli occhi".

Noi.

Nella piena consapevolezza che è possibile scoprire, vivere tutto questo, solo con una relazione che crei legami non tossici, ma che rappresentino, in una Verità ostinatamente condivisa, straordinari strumenti, orizzonti e compimenti di Dialogo e di Pace.

Francesco Lauria

VALDO E KRUNICA: LA STORIA D'AMORE FRANTUMATA DALL'IDEOLOGIA CHE CI RACCONTA ANCORA UN SOGNO DI LIBERTA'.

La prima volta che sentii parlare dei "MagnaCucchi", così come li definiva in maniera spregiativa Giancarlo Pajetta (con il loro Movimento dei lavoratori italiani e  il giornale Risorgimento Socialista) fu molti anni fa.

Poi approfondii la figura in particolare, di Valdo Magnani ( https://it.wikipedia.org/wiki/Valdo_Magnani )  in occasione del centenario di Lucio Libertini (che aveva aderito in gioventù al gruppo dei "MagnaCucchi") evento che molto è stato celebrato a Pistoia.

La storia di Valdo Magnani, partigiano (decorato e medagliato sia dall'Italia che dalla Jugoslavia), già segretario generale della federazione provinciale di Reggio Emilia del PCI, una delle più potenti d'Italia, è bellissima, durissima, terribile e poi rigenerativa, quasi commovente.

Una storia italiana, ma anche emiliana, reggiana, europea, che oggi ho potuto conoscere meglio grazie alla bellissima trasmissione del mio amico Mirco Carrattieri, su Wikiradio.

Magnani che, era cugino primo di Nilde Jotti, fu definito da Togliatti: "un pidocchio" e, insieme ad Aldo Cucchiespulso dal Partito Comunista, quando, pubblicamente, si schierò contro l'influenza sovietica sul comunismo italiano.

E' il gennaio del 1951 e a Reggio Emilia, al settimo congresso provinciale del Pci, Magnani conclude il suo memorabile discorso con una riflessione a titolo personale che sconvolge tutto e tutti: sottolinea che ci si debba difendere da qualsiasi invasione, compresa quella sovietica.

Uno scandalo incredibile che porta alle dimissioni dal Partito di Magnani e Cucchi (respinte) e, appunto, alla loro ignominiosa e violenta espulsione dal Pci.

La biografia di Magnani e Cucchi evolve con la nascita del Movimento dei lavoratori italiani che nasce tra accuse di tradimento disprezzo, ma che, in realtà, è fondamentale, l'anno dopo, il 1953, per non far scattare (di pochissimo) il meccanismo del premio di maggioranza ideato dalla Dc e da De Gasperi.

Cucchi e Magnani hanno creduto in un socialismo radicale indipendente e per Magnani valgono anche l'educazione cattolica (uno dei suoi fratelli era stato ordinato sacerdote sempre a Reggio Emilia) e la formazione familiare del socialismo utopistico "prampoliniano".

Grazie all'incontro con i socialisti autonomisti (compreso Ignazio Silone) e con la piccola compagine cristiano-sociale guidata dall'ex costituente Gerardo Bruni: nasce l'USI (L'Unione dei Socialisti Indipendenti).

Magnani entrerà poi nella sinistra del Psi e, dopo una lunga e complicata negoziazione, tornerà nel Pci, nel 1962.

Per anni rimarrà relegato ai margini, fino ad una vera e propria rinascita personale e politica nel movimento cooperativo.

Magnani si impegnerà nella cooperazione in tutta Europa (all'Ovest e all'Est) fino a divenire, nel dicembre del 1977, presidente nazionale della LegaCoop.

In quegli anni si adopererà molto sul rapporto tra impresa e utilità sociale: in una riflessione/azione sull'ibridazione del socialismo e del capitalismo sociale di mercato attraverso la programmazione economica e democratica.

Bellissimo è il ricordo di Mirco Carrattieri del convegno nazionale su Valdo Magnani che si svolge a Reggio Emilia, proprio pochi giorni prima della caduta del muro di Berlino.

Sarà Giancarlo Pajetta, questa volta, a Reggio Emilia, ad essere pubblicamente contestato, un segno della storia che evolve...

Ma di Valdo Magnani mi ha colpito profondamente la terribile e giovanile storia d'amore.

Egli, nel 1943, conosce e si innamora in Jugoslavia di Krunica Sertic, militante comunista.

Torna in Italia, ma promette a lei e a se stesso che si recherà di nuovo in Jugoslavia e la sposerà.

Così farà e, nel 1947, Valdo e Krunica si sposeranno a Sarajevo.

La felicità durerà pochi giorni, giunti a Belgrado Krunica si fermerà (o sarà costretta a farlo...), per ragioni politiche.  Il matrimonio  tra i due si rivela impossibile: è prossima la rottura tra Tito e Stalin che verrà ufficializzata l'anno successivo.

I diari di Valdo, tornato solo a Venezia, ci racconta Mirco, soni disperati e desolati.

Magnani dirà a tutti che Krunica è morta, ma sarà solo un falso velo su un dolore vero, straziante.

Krunica morirà, in realtà, nel 1982, proprio come Valdo Magnani.

Il comunismo di Stato e la Jugoslavia resisteranno meno di un decennio, ma la politica e l'ideologia erano già riusciti a frantumare un amore bellissimo, nato tra i boschi della guerriglia partigiana, un amore per cui Valdo Magnani aveva imparato anche il serbo croato.

Si, perchè, Magnani parlava quella lingua per amore, non perchè, come falsamente fu accusato dai comunisti stalinisti della sua città, fosse un agente al soldo di Tito.

O peggio, dell'imperialismo.

Credeva, lottava e amava solo per un mondo migliore. 

Radicalmente Socialista.

Ma Democratico.

ASCOLTA L'INTERA TRASMISSIONE DI MIRCO CARRATTIERI SU WIKIRADIO:

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Wikiradio-Le-voci-della-storia-del-18022026-64790b5a-debf-4481-8861-8a175fe3ffe8.html 

Francesco Lauria

P.S. Sì, nella mia piccola vicenda personale, legata alla Cisl, forse, ancora non sono stato definito un: "pidocchio", ma diamo tempo al tempo... Togliatti è morto da un bel po! :-)

martedì 17 febbraio 2026

"I VALORI NON SI PROCLAMANO, SI VIVONO". PIERRE CARNITI: SOGNO CONCRETO, FUTURO GENERATIVO

"Prendete quelle notti passate a ricordare..."

Sono alcune parole della nostra sigla del canale: "Il Buon Lavoro".

Ricordando Pierre Carniti non scorderò mai l'incontro di Parma, svoltosi nel dicembre 2017, presso l'Università (la stessa Università che, come fu ricordato, venti anni prima gli aveva conferito la laurea honoris causa...) in cui Pierre intervenne attraverso un video (il suo ultimo video) perchè era: "agli arresti domiciliari sanitari".

Un incontro condiviso, fra gli altri, con Baldo Ilari (già segretario regionale Cisl e segretario dell'Ust Cisl di Parma), il recentemente scomparso Marino Giubellini (anche lui con lo stesso cursus honorum) e Maria Diletta Buti che allora seguiva i lavoratori e le lavoratrici precarie e somministrati nella mia città.

Presentavamo il libro: "Pensiero, azione, autonomia", dove è inclusa una bellissima autobiografia di Pierre raccontata a Paolo Feltrin.

In questo video racconto il "mio" Carniti, che è diverso, ovviamente, dal Carniti di chiunque altro.

Non ci sono, però, solo ricordi personali, nostalgia.

C'è una riflessione, assolutamente attuale, sul lavoro e sul sindacato, totalmente debitrice a Carniti, in particolare a partire dalle sue ultime opere (si pensi al libro: "La risacca").

C'è anche una riflessione sulla Milano a cavallo di anni Cinquanta e Sessanta, quando, davvero, il sindacato nuovo della contrattazione e delle categorie, viene reso, tra mille fatiche, realtà concreta, reale, tangibile.

Sogno concreto, direi ad alta voce, da "fare da svegli", come ci ammoniva sempre Pierre, citando Aristotele.

Non era ancora, peraltro, l'età delle tute blu, c'erano ancora i "grembiuli blu..."

Cosa fare per ridare senso ed agibilità al lavoro? Si chiedeva con noi Pierre.

Ancora Carniti?

Mi si dirà.

Si, ancora Carniti, senza farne un santino infallibile, che non era e che non avrebbe mai voluto essere.

Il librone grigio con le scritte rosse, "Pensiero, azione, autonomia", mi fu dato in mano da un dirigente attuale della Cisl in Toscana che mi disse: "ma chi è questo qui sulla copertina del libro?"

Quante volte, invece, ho parlato di Pierre ai giovani, con i giovani. E qualche volta ho parlato ai giovani insieme a Pierre, come in un piccolo teatro romano, il Teatro San Genesio, vicino agli studi di Viale Mazzini della Rai, nel 2009.

Mi chiede in questo video Carmine Marmo...  Ma Carniti, ormai, rappresenta solo un nome?

Gli rispondo che, per me, Pierre, ancora oggi, è un "kairòs pieno di stelle" e quella "rosa bianca" che, davvero, è sbocciata miracolosamente, sognata nella notte, nel mio giardino a Gello, frazione di Pistoia, il giorno dopo la sua morte, all'inizio di giugno del 2018.

Carniti è colui che, nei congressi, nei consigli generali, in totale, assoluta minoranza, negli anni Sessanta, ha sempre avuto il coraggio di alzare la mano, anche in piena solitudine quando pensava che qualcosa fosse giusto e irrimandabile. 

Pensiamo al tema dell'incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche, una visione anticipatrice per tutto il sindacalismo confederale italiano.

Ha pagato le sue sconfitte con l'esilio a Legnano, a Nord di Milano, ma, anche lì, anche da lì,  ha saputo "cambiare il destino e la storia", un po', come don Lorenzo Milani, figura che conosceva bene e che celebrò a Barbiana, nel 1965,  il matrimonio del suo "braccio destro", Mario Colombo.

Un: "silenzio che diventa voce".

Pensiamo, infine, in un ambito più intimo, al suo essere credente senza essere clericale.

Un cristiano assolutamente non dogmatico, in continua ricerca.

Ma si, torniamoci a Pierre.

Non possiamo vivere in un: "eterno presente senza futuro".

Non dobbiamo perdere la memoria e le radici.

Solo così saremo, germoglieremo futuro.

Pierre Carniti, oggi, per sempre, tutto tranne che un santino.

"Perchè, i valori, non si proclamano, si vivono..."

Buon ascolto.

https://www.youtube.com/watch?v=rCy9nngrZ_U

Francesco Lauria

lunedì 16 febbraio 2026

TRA SOLITUDINE E INNOVAZIONE SOCIALE: PIERRE CARNITI E IL LAVORO COME FATTO "SOCIALE E RELAZIONALE"


Il lavoro continua ad essere, come lo definiva Pierre Carniti,: “un fatto SOCIALE e RELAZIONALE”?

Pierre Carniti, indimenticabile ex Segretario Generale CISL, rifletteva su questi temi negli ultimi anni della sua vita, a partire dal suo libro: “La risacca”.
Carniti ci parlava delle “metamorfosi accelerate” del lavoro e del rapporto tra: “essere e fare”.

Se il lavoro è sempre esistito e sempre continuerà esistere, il tempo del lavoro, mischiandosi con il tempo libero, crea situazioni paradossali di sfruttamento e anche di autosfruttamento.

Qui entrano il tema della solitudine (pensiamo anche al lavoro agile), ma anche quello dell’innovazione sociale.

Come ritroviamo il “senso” nel lavoro?

Francesco Lauria, formatore sindacale, sollecitato da Carmine Marmo e Stefano Gregnanin, ci riporta dentro all'attualissimo pensiero di Carniti.

Buon ascolto…

domenica 15 febbraio 2026

FERMARE IL DECLINO DEL SINDACATO, RIGENERARE LA DEMOCRAZIA (LORENZO FRANCHI sul numero 3 di SINISTRA SINDACALE)

Dopo il “caso Lauria” si è tenuto a Firenze un incontro nazionale su una nuova rappresentanza possibile.

Dove va il sindacato, in Italia e nel mondo? Perché si ha sempre più l’impressione che non sia più in grado né di rappresentare efficacemente il lavoro (o i lavori…) né di costituire un baluardo di partecipazione di fronte all’incombente declino, generale e generalizzato, della democrazia?

Come rigenerare meccanismi, processi, spazi e tempi per una necessaria e urgente inversione di rotta? 

Di tutto questo si è discusso lo scorso 31 gennaio a Firenze, in una sala posta sul percorso che, dal capoluogo toscano, porta a Fiesole e a Barbiana, a poche centinaia di metri dalla Badia Fiesolana dove ha operato padre Ernesto Balducci.

Una sfida: pochi, pochissimi passi dal Centro Studi Cisl di Fiesole, un tempo luogo di elaborazione, dibattito e formazione libera e che, in questi mesi, ha visto prima il procedimento disciplinare e poi il licenziamento (prontamente impugnato), voluto e firmato dalla leader Cisl, Daniela Fumarola, di Francesco Lauria, ricercatore e formatore, responsabile dei rapporti e dei progetti internazionali proprio del glorioso Centro Studi.

L’incontro è stato organizzato dalle associazioni ‘Prendere Parola’ (un nome che fa eco a don Lorenzo Milani e alla sua scuola), presieduta dall’ex segretario generale Cisl, Savino Pezzotta, e ‘Sognare da Svegli’ (realtà nascente che riprende nel nome un’espressione abituale dell’indimenticato segretario generale Cisl, Pierre Carniti).

L’iniziativa è stata strutturata in due sessioni: la prima dedicata alla crisi della democrazia e della partecipazione, al sempre più forte “patriarcato” imperante non solo nelle relazioni tra le persone ma nei meccanismi organizzativi, persino in quelli istituzionali; la seconda rivolta, più specificamente, al declino del sindacato, della contrattazione, della rappresentanza del lavoro, così evidente a partire dalle filiere del tessile e della logistica ma anche considerando il caporalato agricolo ed edilizio. E non solo.

Numerosi i relatori: dal docente dell’Università di Parma, Marco Deriu, all’ex leader del consiglio di fabbrica di Mirafiori, Adriano Serafino, ad una dirigente pubblica come la “pasionaria” Simona Laing, fino a Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara, sindacalista Cgil a livello nazionale e saggista, Simona Baldanzi, scrittrice e già sindacalista, a Mattia Scolari, leader di un sindacato di base, la Cub di Milano, che pur ispirandosi alla migliore tradizione della Fim e della Cisl degli anni ruggenti, sperimenta ogni giorno la difficoltà di rappresentare il lavoro di fronte a regole della rappresentanza inique, antidemocratiche e penalizzanti, a tutto vantaggio di un sindacalismo “istituzionale” spesso assente, talvolta complice.

Si legge nel documento che ha accompagnato l’incontro di Firenze: “la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma. 

La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo e l’economia di guerra, alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, strumento di pace, pur senza trascendere, senza minimamente archiviare il conflitto, quando necessario”.

Le due associazioni promotrici hanno poi sottolineato che “la diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato sono spesso messe in discussione più della sua utilità concreta”.

Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane, gesti di solidarietà informale e strategie silenziose, rappresentano micro-resistenze reali.

Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale e non solo, è uno degli obiettivi scaturiti dall’incontro: è necessario trasformare l’impegno dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.

Negli ultimi decenni, la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in strumento di carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale, ispirandosi ai modelli e ai “santi minori” del sindacalismo italiano: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, abolendo oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori.

Proprio per questo durante il convegno è stata ricordata la figura del sindacalista milanese Sandro Antoniazzi, uno dei leader della sinistra sindacale, scomparso lo scorso luglio, subito dopo aver dato alle stampe una splendida autobiografia intitolata, non a caso: “Combattere la bella battaglia. Il sindacato come soggetto di trasformazione della società”.

La decisione collettiva non può che nascere dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo contrattazione e coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.

Il futuro del sindacalismo (ma anche della politica e dell’associazionismo) non può essere la mera sopravvivenza. Per restare rilevante, per contribuire, più in generale alla rigenerazione della democrazia, il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. Solo così il sindacato – “fare, essere giustizia insieme” – potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.

Bisogna però essere disponibili a pagare dei “prezzi”. Ha ricordato la dirigente pistoiese Simona Laing nell’aprire i lavori: “Rigenerare significa ripartire, riconoscere il buono che c’è. Si rigenera attraverso il nutrimento e la cura del vivente. Il buono va visto e si rigenera attraverso il conflitto costruttivo”. “Edgar Morin – ha continuato Laing – ci invita a ‘rigenerare le menti’, a ricostruire una piattaforma valoriale. Fratellanza e solidarietà non sono parole fuori moda e la violenza non porta a nulla”. “Il cambiamento – ha infine affermato Laing – si genera rischiando un po’ di noi…”.

Savino Pezzotta, già segretario generale Cisl, ha invece invocato un sindacato che “reimpari a disobbedire e a dire di no anche per ritornare soggetto politico”.

Simona Baldanzi, scrittrice ed ex sindacalista Cgil, ha raccontato la sua difficile esperienza nella piana pratese, a partire dai temi, delicati e violenti, della salute e sicurezza, spesso di fronte a dirigenti tesi a portare avanti soprattutto protocolli e tavoli, invece che organizzare, respirare i cancelli delle fabbriche, comprese quelle più piccole.

Mattia Scolari, segretario generale Cub Milano, ha allargato lo sguardo, raccontando la nuova linfa del sindacalismo negli Stati Uniti (a partire dal settore dell’automotive), ricordando anche il fatto che Tiziano Treu scriveva, negli anni Settanta, su come la nostra Costituzione riconosca il “diritto al conflitto”. Certo un conflitto pacifico e nonviolento, ma un conflitto che nasce da un sindacato partecipato e democratico al proprio interno. Ma quale sindacato, quale sindacalista e quale sindacalismo nel tempo della frammentazione assoluta e pervasiva del lavoro? Scolari ha raccontato la sua esperienza nei settori del commercio e del turismo, due ambiti in cui i diritti sono calpestati e la sindacalizzazione è difficile e scarsa.

Infine Francesco Lauria, nel suo intervento, ha incluso parole, considerazioni e speranze di diverse sindacaliste e diversi sindacalisti che ha incontrato in questi ultimi difficili mesi ed ha sottolineato: “Forse una transizione ecologica e democratica comincia anche da qui: dall’imparare ad ascoltare non solo le voci che parlano, ma i silenzi che ci interrogano. I silenzi dei territori feriti, delle generazioni future, dei viventi che non hanno linguaggio politico ma condividono il nostro stesso destino. Uno sguardo davvero democratico non è solo inclusivo: è responsabile anche verso ciò che non può difendersi, né rappresentarsi da sé”.

La relazione di Lauria si è sviluppata in tre parti: la prima dedicata a una nuova “armonia degli sguardi”; la seconda al rapporto tra “politica e potere”, senza dimenticare la dimensione della violenza; la terza e ultima, sempre accompagnata dalla metafora dello sguardo e del volto, relativa ad una desiderabile: “rivoluzione e rivolta della Speranza”.

E ora? Mentre prosegue, anche nei territori, l’attività dell’associazione ‘Prendere Parola’ è stata fissata (online) l’assemblea nazionale di lancio dell’associazione ‘Sognare da Svegli’. 

L’appuntamento, per una nuova “primavera sindacale” è previsto, non casualmente, dalle 10 alle 12 del prossimo sabato 21 marzo.

(I video degli interventi dell’incontro di Firenze sono reperibili sul canale Youtube: “Il Buon Lavoro”https://www.youtube.com/@IlBuonLavoro )

Per leggere il numero 3 di Sinistra Sindacale (si segnala, tra gli altri, un articolo di Mao Valpiana su Alexander Langer): https://www.sinistrasindacale.it/category/2026/numero-03-2026/

Per leggere questo articolo su Sinistra Sindacale:

https://www.sinistrasindacale.it/2026/02/15/fermare-il-declino-del-sindacato-rigenerare-la-democrazia-di-lorenzo-franchi/

venerdì 13 febbraio 2026

LA VIOLENZA DEL POTERE E IL PESO INGOMBRANTE DEL SILENZIO: "HANGAR ROJO", IL SINDACATO E NOI

“Ciao Federica, ma tu non pensi che nella vicenda di Simona, abbiamo davvero perso tutte? Che non abbiamo saputo ascoltare, dialogare, proteggere, tutelare?”

Le due donne si sono ritrovate a pranzo a discutere di un fatto che ha sconvolto e scompaginato, da diversi mesi, il sindacato della loro città. Ambito in cui, da molti anni, da quando erano giovanissime, entrambe operano, pur in settori diversi.

Il fallimento, comunque la si pensi sul caso specifico, è davvero di fronte agli occhi di tutte e di tutti, così come il paradosso di un luogo, uno spazio, una comunità che dovrebbe tutelare il lavoro e la persona e che, invece, almeno in quel caso, ha frantumato la vita.

“No Giovanna, risponde senza guardarla negli occhi Federica, non lo penso.

Io ho fatto semplicemente quello che mi è stato detto perché sono una donna di organizzazione. Non mi sono fatta e non ho fatto domande. Fai così anche tu, credimi, ti conviene. Siamo in regime di patriarcato, ricordalo”.

Non è facile buttare giù il pranzo, in quella pausa strappata alle incombenze quotidiane, nella tavola calda non proprio vicina alla sede, scelta di comune accordo, per non essere visibili agli occhi e alle orecchie del chiacchiericcio.

E dei capi.

Si perché è facile parlare e sparlare, più difficile è agire, vedere, interrogarsi, ascoltare e ascoltarsi davvero. Dialogare.

È molto semplice anche condannare, magari diffamare, prendere la strada più comoda, non approfondire, non fare domande. Appunto.

“Ma si dai - dice spietato il chiacchiericcio - alla fine magari se l’è cercata. Chissà quali altri fatti nascosti non conosciamo, perché farci domande, perché provare a vedere, a capire, a iniziare a risolvere prendendosi cura? Non conviene a nessuno/a…"

È un dialogo immaginario (anche se non troppo), in un luogo immaginario (anche se non troppo), in un sindacato immaginario (anche se non troppo).

Me lo ha ispirato la recente lettura della recensione su un quotidiano del film, opera prima di Juan Pablo Sallato, intitolato: “Hangar Rojo”.

Un film, sul Cile del golpe del 1973 e sulla violenza del potere, che è stato presentato nella sezione “Perspectives” che la Berlinale ha voluto dedicare proprio alle opere prime.

Un film in bianco e nero, come il dialogo che ho immaginato (ma non troppo) e che si sviluppa appunto nel momento del colpo di stato e dell’assassinio di Salvador Allende.

Il protagonista è un ex capo dei servizi segreti dell’aeronautica militare al quale viene chiesto di trasformare l’accademia dei giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura.

Si tratta proprio dell’Hangar Rojo del titolo.

Come è scritto nella recensione, di fronte a una scelta che di fatto è impossibile, perché la sua condizione è obbedire agli ordini, l’uomo evita inizialmente il confronto con quanto accade, anche perché la situazione peggiora con l’arrivo di un suo antico rivale.

Ma per quanto si può sostenere ciò che accade lì dentro?

Mentre i camion continuano ad arrivare pieni di prigionieri e il regime mette in atto i suoi massacri il capitano (Nicolas Zarate) deve prendere una decisione sulle sue scelte e responsabilità.

Il film, è questo il suo principale pregio, prova a rimanere, nella sua narrazione, all’interno della macchina del potere.

Il protagonista è ispirato a una figura reale che ha collaborato all’opera fino alla sua morte, avvenuta nel 2024 mentre il lungometraggio, peraltro co-prodotto in Italia, si ispira anche al libro di Fernando Villagran Disparen a la Bandada, volume che si concentra sulle contraddizioni all’interno dell’esercito cileno (molti militari finirono in carcere, torturati o in esilio).

Dove sta nel racconto la realtà? Dove si colloca la verità nella sua sostanza profonda?

Ma soprattutto, quali sono le conseguenze di “eseguire gli ordini”, magari di essere, uso il lessico sindacale, non militare, “donne e uomini di organizzazione?”

Sono stato pesantemente criticato per questo, ma non ho alcun problema a ripeterlo, è scritto anche nella recensione del film, si tratta di frasi in cui risuonano gli echi sinistri degli Eichmann e della "banalità del male" di ogni tempo.

E ciò è valido soprattutto quando c’è la consapevolezza dell’orrore.

Scrive il regista nelle note alla sua opera: “Mentre il Paese crolla sotto il peso del colpo di Stato militare, il film osserva quel momento fondante di orrore, quando l’apparato repressivo non ha ancora preso pienamente forma. Qui non ci sono eroi, solo uomini intrappolati tra la logica del potere e il peso della colpa, e uno spettatore invitato a guardarsi allo specchio e a chiedersi quale ruolo avrebbe svolto”.

Già, ma noi, sinceramente, onestamente, quale ruolo avremmo svolto?

Soprattutto, quale ruolo svolgiamo, qui ed ora, nelle nostre vite?

Che ruolo giochiamo “nei silenzi dei non detti”, “nelle complicità ambigue”, “nelle posizioni scomode”?

Il film pone più domande delle risposte che dà.

Per un’opera cinematografica, pur ispirata ad un periodo reale e ad una storia vera, è un bene.

Ma le domande precedenti rimangono ad interrogarci nella nostra storia. La nostra storia di vita, il nostro presente, l’immaginazione del nostro futuro.

Personalmente, in questi mesi, ho sperimentato la violenza cieca del potere, pur trovandomi in un’apparente democrazia, non nel Cile di Pinochet.

Ho sperimentato il silenzio complice, la macchina del fango, la scelta dello stare comodi, del non ascoltare, soprattutto, anche da posizioni differenti, del non dialogare.

Tutto questo l’ho visto, l’ho vissuto su di me, proprio sopra di me, schiacciato, annientato, frantumato, ma l’ho visto realizzato anche su altre e su altri che si trovavano nelle mie stesse, o simili, condizioni.

Sono abbastanza certo che il “vedere la ferita dell’altro o dell’altra” molto più che il subire la mia, mi abbia, spero non provvisoriamente, aperto gli occhi, il cuore, la mente.

È vero, spesso siamo immersi in sistemi di potere (il capitalismo è il più ampio, poi ci sono le organizzazioni) che sembrano, davvero, senza via di uscita, senza vie di fuga.

Ogni risposta, peraltro, non è semplice, né banalmente moralistica.

Quante volte, infatti, non abbiamo visto, o meglio, non abbiamo voluto vedere?

Cominciare a riflettere è un punto di partenza che deve aiutarci a iniziare a convertire il nostro sguardo.

La paura si può superare se impariamo a non rimanere soli. E, ad esempio, sindacato significa: "fare, essere giustizia insieme".

Almeno possiamo provarci, ricordandoci che l’eresia, che in greco antico significa principalmente “scelta”, è sempre un’opzione possibile. Non solo per gli eroi, ma per tutte/i le donne e gli uomini che: "ci credono ancora".

Francesco Lauria

giovedì 12 febbraio 2026

UN ANNO DI FUMAROLA. 8 MESI DI SBARRA NEL GOVERNO MELONI. DERIVA CISL, QUALE BILANCIO?

E' passato un anno esatto dalla due giorni romana che prima l'11 febbraio con la mega assemblea di omaggio alla premier Giorgia Meloni officiata da Gigi Sbarra, e poi il giorno successivo con il consiglio generale di elezione della segretaria generale Daniela Fumarola (98,4% dei voti, poi trasformati nel 100% dei voti al congresso del luglio 2025).

Come direttore responsabile della rivista il Progetto, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, pubblicai immediatamente sul numero della rivista di febbraio 2025 i due discorsi al Consiglio Generale Cisl di Sbarra e Fumarola.

Era il secondo numero della rivista che curavo, il primo, di "rinascita," aveva avuto un grande successo anche perchè era tantissimo che mancava un periodico nazionale confederale (pur digitale) di area Cisl.

Scrissi io anche l'editoriale,  in questo caso firmato, con piccole modifiche, dall'altro direttore Emmanuele Massagli, scegliendone anche il titolo: "Cambiamento".

Rimettere in moto la testata "Il Progetto" dopo trent'anni non rappresentava certo una piccola responsabilità.

Il numero fu corposo, 90 pagine, era per me importante offrire tanti punti di vista sul sindacato, non solo le mere relazioni dei segretari generali.

Trattammo, ad esempio, di tutela e rappresentanza dei rider,  di pensiero strategico applicato al sindacato, di regolamentazione europea legata ai tirocini, ma anche di Don Lorenzo Milani e Giubileo, solo per fare alcuni esempi.

Tutto è recuperabile a questo link: https://ilprogetto.fondazionetarantelli.it/rivista/rivista-il-progetto-anno-1-numero-2-febbraio-2025/

Ho provato a rileggere, a un anno di distanza, i due interventi al Consiglio Generale Cisl, quello di Sbarra e quello di Fumarola.

Anche per la curiosità di vedere l'effetto che, dopo sette mesi orribili e di distacco, mi facesse.

Il punto più debole dell'intervento di commiato di Sbarra, ad esempio, mi pare l'excusatio non petita rispetto ai rapporti con la politica:

Affermava Sbarra, con toni trionfalistici (e a mio parere ampiamente contestabili): 

"E fatemi dire: al di là degli straordinari dati numerici, c’è un elemento tutto “politico”. Di “politica sindacale”. Perché altra noi non ne conosciamo. E non ci interessa conoscerla e frequentarla. Se siamo cresciuti in modo così poderoso, vuol dire che le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, vogliono e apprezzano un “sindacato che fa il sindacato”. E noi questo abbiamo fatto. Sempre e in ogni momento. Abbiamo fatto il nostro mestiere. Senza alcuna collateralità con la politica. Senza pregiudizi ideologici. Senza simpatie o antipatie rispetto a questo o quel governo. Siamo stati sempre e solo “sindacalisti”.

Sappiamo tutti che la gran parte (certo c'è anche chi ha condiviso in pieno) dei dirigenti della Cisl, almeno nei corridoi, era rimasta quasi sconvolta (ancorchè, come al solito, in silenzio) dall'abbraccio stringente e convinto del giorno precedente, con l'ovazione tributata alla premier del Governo di destra Giorgia Meloni, lo scambio di fiori come a San Remo e a Miss Italia e con una conseguente "figuraccia" a livello europeo che lasciò basiti anche gli interlocutori storici della Cisl, non certo i Tupac Amaru, ma, ad esempio la Cfdt francese (storica confederazione sorella fin dagli anni Sessanta) e il sindacato cristiano belga.

C'è chi mi disse mentre tornavo in treno: "Beh, è normale che un premier riceva le ovazioni in un'assemblea di quadri sindacali: succede ad esempio in Russia, in Corea del Nord, in alcuni paesi africani..."

Non fu un brutto intervento quello di Daniela Fumarola, qualche commentatore ci vide qualche minima apertura "a sinistra" come sui temi dell'immigrazione, ma fu, ovviamente, un'illusione.

Soprattutto, almeno dal mio punto di vista di oggi, stridono i tanti richiami alla coesione amorosa della comunità della Cisl (e non fatemeli commentare in profondità se no rischio una nuova querela).

E' noto che di lì a quattro mesi Gigi Sbarra entrerà in pompa magna nel Governo di destra di Giorgia Meloni con un dipartimento per il Sud ad hoc, frutto, peraltro, di una riorganizzazione ministeriale contestata, nel metodo, dalle opposizioni.

Nell'intervento di Daniela Fumarola (lo ripeto, da me pubblicato e impaginato con cura, d'altronde dirigevo una rivista di area Cisl non dei centri sociali...) si citava fin da subito San Tommaso d'Aquino e si preannunciavano (come è stato) nuove "corse solitarie", prendendo a baluardo (forse senza nemmeno leggerla accuratamente) la "solitudine del riformista" di Federico Caffè e, ovviamente, magnificando la grande legge sulla partecipazione frutto della raccolta firme della Cisl e, soprattutto, dell'accordo blindatissimo con la maggioranza di centro destra (trasfuso anche al Cnel sul tema del salario minimo...)

Come gli obiettivi e l'iter di questa legge abbiano cambiato, anzi stravolto, il Dna di autonomia della Cisl è stato spiegato benissimo l'altro ieri da Roberto Mania durante l'incontro promosso dalle Acli nazionali all'interno del ciclo seminariale: "Leggere il mondo" organizzato ad un anno dalla pubblicazione del volume: "La questione salariale" scritto a quattro mani da Mania con l'economista Ocse Andrea Garnero.

E' utile, nell'ultima parte in particolare, ascoltare la registrazione dell'iniziativa perchè Mania, da buon giornalista, nell'incontro moderato dalla vice Presidente vicaria delle Acli Raffaella Dispienza, è stato davvero perfetto nel descrivere la deriva e il tradimento delle proprie radici della Cisl.

Ecco il link: https://www.facebook.com/share/v/1Ac4Z9hWbH/

Lo so, a questo punto, sorge spontanea una domanda.

Ma tu, Francesco di questa deriva non te ne eri accorto?

La risposta è articolata: certamente sì e operavo, fedelmente al mio mandato di formatore, cercando di riaffermare ogni giorno, in coerenza, i valori per cui mi ero innamorato della Cisl.

I valori di Pastore e Romani, non solo quelli, prevengo subito l'obiezione, di Pierre Carniti, Pippo Morelli, Alberto Tridente e Sandro Antoniazzi.

Ma c'è un ma.

Bisogna "guarire" per vedere.

E io, anche con una certa dose di mancanza di responsabilità. non vedevo tutto, non potevo vedere tutto, magari, inconsciamente, non volevo vedere tutto.

Nello stesso mese di febbraio 2025 avvenivano a Parma, nella mia città, in una categoria della Cisl, fatti, a mio parere gravissimi, 

Non parlo di fatti giudiziari, ma proprio di accadimenti politico-sindacali.

Io non sapevo. Ma è anche vero che: "non guardavo".

Così, e mi sono anche accorto di aver scritto nel numero 3 de il Progetto (marzo 2025) un editoriale proprio sullo "sguardo", mi rendo conto, fanno in tanti e tante, tantissimi, tantissime.

Non giudico, registro, osservo.

E' facile non guardare, rimanere in silenzio, curare, come certamente ho fatto anche io in diverse circostanze, solo il proprio orticello.

Don Lorenzo Milani, se lo leggiamo davvero e non solo in pillole, diceva una cosa potentissima, fortissima e anche molto difficile da attuare, da vivere: "Ciascuno è responsabile di tutto".

Tutto significa tutto. Non solo quello che ci è comodo, ci fa stare bene, sentire a casa.

Proprio per questo, il mio appello, dopo un anno di Fumarola, ed esattamente otto mesi di transito di Gigi Sbarra nel Governo Meloni (12 giugno 2025...), è di vedere e non tacere più.

Di rischiare.

Perchè per il cambiamento, quello vero, non si può non rischiare.

E', infatti, sempre meglio essere, in questo caso essere Cisl per davvero, che, molto più facilmente, sterilmente, tristemente apparire.

Francesco Lauria

P.S. Mi è stato fatto giustamente notare, a commento del mio articolo sull'anniversario Fumaroliano (E.F. significa in questo tempo: "Era Fumarola"), che il 10 febbraio, con la leader massima presente ed officiante, il consiglio generale della Cisl Roma e Rieti si è riunito in pompa magna nella sala consiliare del Comune di Roma, con ospite d'onore il sindaco Pd Roberto Gualtieri.

Niente di strano, è chiaro che di fronte ad un prevalente e prevaricante inginocchiamento acritico al centrodestra di potere, a qualsiasi latitudine, ci sia anche un minoritario genuflettersi al centrosinistra, ovviamente ormai solo laddove il potere del centrosinistra sia parecchio saldo.

Il fenomeno è quindi comune: tendenzialmente corporativi con le aziende, sudditi e subalterni rispetto al potere politico-istituzionale di qualsiasi colore esso sia (ma con prevalenti e crescenti simpatie e azioni organiche con la destra).

Sbarra, peraltro, non è stato il primo a passare direttamente dalla segreteria generale Cisl al Governo, il precedente di scuola è quello di Raffaele Morese, segretario generale aggiunto Cisl, dimessosi nel 1998 per entrare direttamente, come sottosegretario al lavoro nel Governo Dalema. 

E si potrebbero dire tante, tante cose, a partire, un paio di anni dopo, dalla gestazione e dalla nascita della dantoniana "Democrazia Europea".

Alla prossima puntata...