venerdì 1 maggio 2026

"QUESTA NOTTE MI BASTA DAVVERO SOGNARE". UNA "MAY DAY" CONTRO UN MODELLO PERVERSO, MILITARIZZATO, INGIUSTO.

Quando ho scelto, non senza qualche dubbio, di non passare il primo maggio a Pistoia (e nemmeno a Parma), ma a Milano, l'ho fatto per due ragioni.

Sarebbe stato troppo doloroso e forse anche politicamente incoerente, dopo l'impegno, non solo lavorativo ma anche militante degli ultimi mesi, partecipare ad una iniziativa, pur ampia, organizzata da Cgil Cisl e Uil (in entrambi i cortei, in realtà, i partecipanti vanno dai componenti del centrodestra politico agli antagonisti di sinistra). 

Ma c'era anche una seconda ragione, forse più pratica: il mio lavoro di ricerca storico, di attualità e prospettiva sul sindacato alternativo nel contesto metropolitano, commissionatomi dalla Cub (Confederazione Unitaria di Base) di Milano, sarebbe risultato "monco" se non avessi partecipato, almeno una volta, alla May Day Parade che, ogni anno, Cub, Usi Cit e molti centri sociali milanesi organizzano con la partecipazione di decine di migliaia di giovani.

Un Primo Maggio alternativo, quello di Milano, che ha preceduto, di qualche anno, l'altro grande appuntamento non "istituzionale" che si svolge in Italia in questa data, tra i residui dei disastri ambientali dell'Ilva, a Taranto.

Quest'anno poi il tema scelto dalla Cub, che guida da sempre i contenuti prevalenti della May Day, era solo apparentemente locale: "CONTRO IL MODELLO MILANO".

Un modello che spesso viene preso in giro anche al cinema: quello dell'iperproduttività che si mangia la vita, i sogni, le relazioni.  

Che si mangia il tempo.

Quello, approfondendo, di un'economia predatoria che si basa sullo sfruttamento delle persone, ma anche dei luoghi, del territorio, di tutti gli esseri viventi, quello che, come è noto, rende spesso irrespirabile anche l'aria.

La May Day poi parla da sempre a una città che è cambiata moltissimo: la Milano delle fabbriche, piccole, medie, grandi, familiari e multinazionali, si è trasformata dalla fine degli anni Ottanta nella Milano dei servizi, della tecnologia, della turbofinanza senza frontiere, persino, a tratti, chi lo avrebbe mai detto, del turismo.

Infine quello del 2026, era, per me, anche un Primo Maggio dopo quindici anni esatti da quadro subordinato, vissuto di nuovo da precario, anzi da iperprecario. Non sono più, infatti, il lavoratore a progetto e dottorando di ricerca dei primi anni duemila, ma una partita Iva, sostanzialmente involontaria, sottoposta a tutti i rischi, le fatiche, le salite di questa, chiamiamola imprecisamente, complicata, ma molto ipermoderna, almeno per me, tipologia contrattuale.

Una partita Iva di provincia (registrata a Pistoia) nell'immensa metropoli dagli alti grattacieli, appena uscita dalle Olimpiadi, dicesi Olimpiadi.

Se dovessi usare un'immagine per descrivere il "modello Milano", userei quella delle lotte della Cub, e in particolare di Mattia Scolari, il giovane segretario generale del sindacato.

Mattia è uno che non si arrende mai, nemmeno quando lo portano fuori a forza delle aziende, perchè cerca di sindacalizzare gli addetti alla sicurezza.

In questi mesi, ha rafforzato l'impegno della confederazione di base, attraverso la Flaica, la categoria che segue commercio e turismo, negli alberghi di lusso.

Si, è proprio, pari pari, (senza il famoso boulevard) la Los Angeles di Ken Loach, che, nel bellissimo film Bread and Roses,  racconta le lotte dei lavoratori ispanici immigrati, addetti alle pulizie negli uffici e negli alberghi del centro cittadino, descrivendo lo sfruttamento nel contesto della California del Sud.

La Cub mobilita dal basso le lavoratrici (quasi tutte donne e molte sono ispaniche) degli alberghi dell'iper lusso del modello Milano, quello che espelle i cittadini dal centro storico e spinge sempre più in alto i vetri dei grattacieli (che peraltro hanno bisogno di chi li pulisca), fino al cielo, spesso ingrigito dallo smog.

Non è facile, lo sappiamo, perchè in Italia le regole della rappresentanza nei luoghi di lavoro, sono molto complesse.

Soprattutto dopo gli scellerati referendum di metà anni Novanta, inopinatamente sostenuti anche da parte della sinistra, oltre che attraverso i patti tra sindacati confederali e Confindustria, queste regole (che possono comunque ancora peggiorare) rendono complicatissimo quello che dovrebbe essere semplice come bere un bicchiere d'acqua: permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di scegliersi i propri rappresentanti e dare piena cittadinanza all'azione, in primis contrattuale, di tutti i sindacati veri, rappresentativi anche se conflittuali, non gialli, non corporativi.

Tutto questo è stato descritto benissimo, in preparazione del corteo, da Mattia Scolari nella sua intervista a RaiNews: https://www.rainews.it/tgr/lombardia/articoli/2026/05/a-milano-la-mayday-parade-di-cub-e-centri-sociali-86c5b9a4-11be-4194-9fe4-2b9ec4c46f51.html

Non pensavo davvero, infine, che, durante la May Day mi sarebbe stato chiesto di prendere la parola.

Ero emozionato, mentre Carlos, l'esperto percussionista venezuelano che aveva guidato la parte musicale del corteo, lanciava l'ultima canzone (peraltro una canzone, stranamente in italiano e non in spagnolo, che parlava di andare "oltre l'odio") prima di passarmi il microfono.

Prima di me, oltre ovviamente a Mattia, tra gli altri, erano intervenuti un lavoratore italo-senegalese, impiegato come carrellista da una cooperativa che non gli applica interamente il contratto e Marfgerita, una delle pasionarie di tante lotte della Cub nel mondo della sanità privata, in particolare nel grande ospedale milanese San Raffaele.

Avevo appena fatto una foto con Dionisio Masella, uno dei più stretti collaboratori e compagni di Pier Giorgio Tiboni, storico, grandissimo segretario generale della Fim Cisl di Milano e poi ideatore fondatore della Cub.

Dioniso rappresenta, pur con ammirabile energia e voglia mai sopita di confrontarsi con il nuovo, sempre attraverso l'antica lezione del valore della contrattazione collettiva aziendale, anche la Milano che non c'è più.

Lui, venuto dal Sud, è stato, infatti, uno storico leader operaio del consiglio di fabbrica dell'Alfa Romeo di Arese, una delle tante grandi fabbriche chiuse a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila nel capoluogo lombardo.

Carlos mi guarda e mi dice: "tocca a te companero!"

Decido, quasi sul momento, di non parlare di me.

Mai come quest'anno avrei potuto parlare di licenziamenti discriminatori e illegittimi, di pericolosa solitudine e abbandono del lavoratore, ma anche di bella, abbracciante solidarietà senza confini e senza paura.

Ma voglio parlare della terra dove abito, quella piana che da Firenze, passando per Sesto Fiorentino e Calenzano, arriva a Prato, poi a Pistoia e poi prosegue verso il mare...

Ecco il link: https://youtu.be/nhvHqUur5LU

Non posso non parlare di Luana d'Orazio, di quella stradina della frazione di Oste, nel comune di Montemurlo, a tre brevi curve dalla Provincia di Pistoia.

Luana è morta non come nell'Ottocento, ma ancora prima, vittima di un modello, in questo caso toscano e NON IN UN'AZIENDA A PROPRIETA' CINESE, che preferiva eliminare tutele minime e antiche rispetto alla salute e sicurezza degli orditoi tessili, per produrre di più e più in fretta.

E' la prima fase della fast fashion, del "potere perverso della moda".

Ma Luana, un paio di anni prima del suo tragico omicidio sul lavoro era stata sfruttata, da cameriera in un fast food (e siamo sempre lì...) rivolgendosi al sindacato, all'ufficio vertenze, proprio a Pistoia.

Non era stata sfortunata, semplicemente, nel terziario come nell'industria, aveva sperimentato precarietà e sfruttamento, mancanza di responsabilità sociale nell'erogare gli stipendi, come nell'organizzare il lavoro (e la vita) in fabbrica.

Poi, prendendo spunto dal testo del giuslavorista Danilo Conte, "Il Rumore degli Anni", ho voluto parlare di Bilal, ventenne pachistano, e dei suoi mobili, trasportati e montati in subappalto, tra Prato e Sesto Fiorentino.

Delle sue quindici-sedici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette.

Non c'è solo il Modello Milano, ma esso è inserito in un ben più ampio e pervasivo, globale modello turbocapitalistico mondiale che oggi si alimenta anche dell'economia di guerra permanente.

Insieme ad altro che si può ascoltare nel mio breve filmato ho detto due cose semplici e chiare, pensando anche alla Flotilla e al popolo palestinese: oggi, Primo Maggio, festa delle lavoratrici e dei lavoratori in tutto il Mondo, connettiamo le lotte dal basso, disonoriamo la guerra e disertiamo questo perverso, insano modello di sviluppo".

Salutati compagni (cum panis...) e amici ho percorso tutto l'enorme corteo di ragazze e ragazzi in direzione contraria, dirigendomi verso la Stazione Centrale di Milano.

Un fiume infinito di "carri" e di giovani.

Un'umanità variegata, libera, festante, magari a volte anche frammentata, dispersa, non avulsa dalla paura e dallo smarrimento.

Non avulsa dalla solitudine, anche in mezzo a cinquantamila braccia che si alzano al volume elevato della musica techno.

Un'umanità giovane, certamente non avulsa dallo sfruttamento, da vite precarie, schiacciate una ad una dall'asimmetria di potere nel lavoro e non solo, fattore antico e postmoderno di una società in cui i padroni oggi sono spesso apolidi fondi speculativi e i capi un algoritmo di un'anonima intelligenza artificiale.

Però, mi risuonano nella mente le parole dell'avvocato Conte, alla libreria Lo Spazio a Pistoia, mentre veniva presentato il suo libro e la storia (vera e vissuta) di Bilal.

"Quella di Bilal, te lo anticipo Francesco, è una storia sostanzialmente a lieto fine, a differenza di molte altre...

E lo sai, lo sapete perchè?"

Non è una storia individuale, ma una delle storie, tra le tante che si fa storia, tessuto collettivo. Di lotta, di soggettività, di speranza, di parola, anche quando si conosce poco la lingua italiana.

Pane e Rose lo capiscono tutti e tutte.

Significa bisogni e ideali, interessi e desideri, poesia e prosa, sogno e realtà.

Significa certo, anche stringere i denti, con rabbia e con amore.

Guardarsi dentro, guardare negli occhi l'altro/a, spezzare, anche nel lavoro, il pane con lui, con lei.

Sindacato viene da "sun dike", ce lo diceva sempre Papa Francesco.

E significa due cose, simili, ma forse non del tutto uguali.

"Fare Giustizia Insieme".

"Essere Insieme Giustizia"

Il treno per Parma è all'ultimo binario in fondo ed è anche in ritardo.

Ma io non ho fretta.

Questa sera non devo produrre, d'altronde sono partita Iva individuale, "perfettamente" autonoma.

Almeno per questa volta posso muovermi e vivere, come diceva Alex (Langer) "più lento, più profondo, più dolce".

Questa sera, questa notte in fin dei conti... mi "basta" davvero sognare. 

A Milano...

Francesco Lauria

giovedì 30 aprile 2026

"LA MODA E' POTERE". IL PRIMO MAGGIO DEI DIRITTI GLOBALI AL TEMPO DELLA FLOTILLA E DELLA GUERRA PERMANENTE

Abbiamo ancora negli occhi la carta straccia realizzata dal governo di estrema destra israliano rispetto al diritto internazionale e l'arresto di molti/e militanti a bordo della Flotilla diretta verso Gaza in acque internazionali.

Si chiederà, legittimamente, che cosa c'entra tutto questo, pur estremamente grave, con il primo maggio e con la transizione ecologica nella moda?

Ce lo spiega bene l'intervista di Luca Martinelli a Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna Abiti puliti, pubblicata ieri dal quotidiano Il Manifesto che anticipa di un giorno l'uscita di: "La moda è potere", scritto da Deborah insieme alle giornaliste Alessia Cesana e Martina Ferlisi.

«La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice»

Il nesso è ovviamente quello di un'insostenibile economia dello scarto (per usare le parole del compianto Papa Francesco) che si alimenta di un'economia della guerra permanente che, a sua volta, produce, oltre che il tragico genocidio del popolo palestinese, una compressione, a livello globale, dei diritti civili e democratici, come quello di manifestare e portare aiuti umanitari.

Spesso si utilizzano parole a vanvera, come una foglia di fico, una di questa è la c.d. "rivoluzione verde" o "transizione verde" che dir si voglia.

La moda, appare chiaramente dal libro in via di imminente pubblicazione, non è un alleato della transizione ecologica: nel 2024, a livello globale, sono stati prodotti circa 16,2 chilogrammi di fibre tessili per persona, 2,3 chili in più rispetto al 2020. Secondo alcune stime, diventeranno 19,4 nel 2030. 

Nell’Unione Europea, lo stesso livello di consumo pro capite è già stato toccato nel 2022, quando in media ogni cittadino ha consumato ben 19 chili di beni in un anno, di cui 8 di abbigliamento e 4 di scarpe.

Insieme al tema dei diritti e della salute e sicurezza in Bangladesh, a tredici anni dal dramma della vergogna del Rana Plaza, dove morirono oltre 1300 lavoratori e lavoratrici che operavano in gran parte come terzisti per marchi occidentali e anche italiani (Benetton, in particolare...) ne abbiamo parlato su Rosso Fastidio, proprio con Deborah Lucchetti e con il prof. dell'Università di Bologna Emanuele Leonardi, studioso dell'ecologia del lavoro.

Dal Bangladesh a Prato, il primo di maggio, giorno internazionale, della festa dei lavoratori e delle lavoratrici, al tempo della guerra globale permanente.

Qui il link dal titolo: "Per una moda dei diritti"https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Come si evince anche dal filmato coordinato da Filomeno Viscido e da me e come si legge sul Manifesto di ieri: «L’acquisto bulimico è incentivato dalle piattaforme online, che complicano ulteriormente il compito già arduo di calcolare quanti vestiti vengono comprati, usati e buttati ogni anno» 

Lo spiega, appunto, il libro La moda è potere, in libreria da domani per Altreconomia.

Una bulimia, al tempo della policrisi, che lega in modo indissolubile la questione ambientale con quella dei diritti umani, legata allo sfruttamento del lavoro e ai salari inadeguati, nel Nord e nel Sud del mondo.

Chiede Luca Martinelli:

Lucchetti, il libro e le cronache hanno fatto emergere una scomoda verità: non è solo la fast fashion a sfruttare il lavoro. Ha senso definirlo un problema strutturale?

Non è una novità. Da sempre denunciamo il carattere sistemico dello sfruttamento che attraversa le filiere globali, in ogni fase e in ogni Paese dove atterrano per drenare valore, dal basso verso l’alto. Oggi finalmente, anche grazie alle inchieste della Procura di Milano, questa realtà non si può più negare o nascondere dietro la retorica delle mele marce.

Nel libro si distingue tra caporalato e padronato: perché occuparsi del secondo?

Perché il primo dipende dal secondo: il fenomeno del caporalato, piaga diffusa in molti settori inclusa la moda, è conseguenza logica di un modello imprenditoriale organizzato per trarre il massimo profitto dall’attività economica, sfruttando senza limiti risorse umane e ambiente. Siamo alla normalizzazione di strategie e prassi più o meno illecite che rivelano modelli organizzativi d’impresa inadeguati a prevenire i reati lungo la filiera, perché ne sono la causa.

«Per cambiare l’industria della modavi chiedete nel libroserve intervenire prima sulla domanda, perciò sui comportamenti dei consumatori, o sull’offerta, cioè sulle politiche di impresa?»

Sono fermamente convinta che a maggiore potere debba corrispondere maggiore responsabilità. Le imprese, in particolare i brand committenti, determinano i modi di produzione, i salari e le condizioni di lavoro in tutta la filiera, appositamente lunga e frammentata per esternalizzare i rischi e comprimere i costi mentre nelle parti alte si trattiene la maggior parte del valore aggiunto e del potere. Certamente il consumatore può svolgere una funzione importante premiando o sanzionando il mercato ma per cambiare l’industria serve cambiare il sistema, non l’armadio.

Prato è oggi epicentro di una lotta sindacale nel mondo del subappalto. Perché ha assunto questa valenza? Chi sono i protagonisti di queste vertenze?

Prato è il distretto tessile più importante d’Europa, uno dei cuori del sistema di produzione e di servizi legati al pronto-moda ma anche al lusso. Nel Macrolotto lavorano migliaia di lavoratori immigrati da tanti Paesi, principalmente in aziende a conduzione cinese, anelli efficienti della catena di fornitura che si avvale del vantaggio competitivo di manodopera mantenuta in stato di bisogno, spesso senza permesso di soggiorno. Questi lavoratori segregati e invisibilizzati, dipinti come fragili e vulnerabili, hanno alzato la testa quando hanno incontrato un sindacato combattivo, il Sudd Cobas, che ha creato uno spazio di protagonismo e cambiamento dove sembrava impossibile. La lotta paga ed è contagiosa.

In che modo Nord e Sud del Mondo (ricordiamo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh) sono collegati da questi meccanismi?

Intanto, l’Europa è il principale mercato di sbocco dei prodotti della fast fashion confezionati in Bangladesh in condizioni miserabili da più di 4 milioni di lavoratrici. Qualunque consumatore italiano indossa vestiti che incorporano il lavoro sfruttato di quelle operaie. Nei distretti produttivi italiani, a partire da Prato, lavorano migliaia di lavoratori asiatici, molti del Bangladesh, della Cina e del Pakistan, sfruttati e intrappolati nella spirale della povertà e nelle maglie del subappalto.

Ma il collegamento è anche simbolico: lo scorso 24 aprile sono passati 13 anni dal crollo del Rana Plaza in Bangladesh, l’edificio di otto piani dove morirono 1.138 operaie di cinque fabbriche tessili che rifornivano noti brand internazionali. Pochi mesi dopo morivano bruciati vivi sette operai cinesi alla Tersa Moda nel Macrolotto di Prato, a ricordarci che questo sistema è ovunque regolato da un’unica legge: quella del profitto.

Che significa affermare che nel mondo della moda c’è bisogno di una giusta transizione?

Significa innanzitutto riconoscere il fallimento della green economy guidata dal mercato. Come dimostra la nostra ultima ricerca sulle fabbriche verdi in Bangladesh (vedi l’ExtraTerrestre del 20 febbraio 2026), le iniziative ambientali calate dall’alto non portano significativi benefici ai lavoratori, esclusi da qualunque forma di partecipazione e sempre confinati in un destino sociale di povertà e sfruttamento. E poi occorre prendere una netta posizione contro le politiche di riarmo, nemiche dei lavoratori e fattore di accelerazione del collasso ecologico.

Una transizione giusta parte dalla centralità della classe lavoratrice, detentrice di saperi e competenze necessari ad abbracciare una reale trasformazione socio-ecologica dei processi e dei prodotti, per bandire il modello fast fashion e tutelare diritti e lavoro dignitoso. In altre parole, serve un cambio di paradigma, fondato sulla redistribuzione del valore e del potere tra capitale e lavoro.

Alla vigilia del primo maggio il governo ha approvato un decreto in cui si parla di salario giusto. È cosi?

La questione salariale va affrontata parlando di salario dignitoso, dell’esigenza di ancorare il salario al costo della vita, perché i lavoratori abbiano un potere d’acquisto sufficiente a garantire i bisogni fondamentali. Il concetto di salario giusto rischia di venire confuso con i temi della produttività e del recupero inflattivo, giusta risposta a trent’anni di salari poveri ma senza mettere in discussione la ragione di fondo: politiche salariali disancorate dal reale costo della vita.

Si chiude così l'intervista al Manifesto di ieri da parte di Deborah Lucchetti, ex sindacalista della Fim Cisl.

Un grande leader di quel sindacato, in un tempo ormai lontano, lontanissimo, all'avanguardia delle lotte sulla riduzione dell'orario di lavoro e sulla riconversione ecologica e disarmata dell'economia, fu il sindacalista emiliano Pippo Morelli.

Già nel 1979, Morelli, che, all'inizio degli anni Novanta del Novecento, insieme ad altri sindacalisti ed in rapporto con Alexander Langer e la fiera delle utopie concrete, avrebbe proposto una nuova stagione di unità sindacale fondata sull'ecologia del lavoro e della rappresentanza, si chiedeva, in una relazione per la Federazione Cgil Cisl Uil dell'Emilia Romagna: "come possiamo agire come sindacato di fronte agli interrogativi sul come produrre, ma soprattutto sul cosa produrre?"

Una visione profetica che si alimentava di futuro, di un'economia della Pace e non della guerra, contro ogni sfruttamento, in qualsiasi parte del mondo, mentre si avviava, inesorabile, il processo di una globalizzazione senza governo e senza diritti.

Sta qui il senso, quasi cinquanta anni dopo, del primo maggio dei diritti globali: tra il Bangladesh, Prato e la Flottilla.

La mia biografia di Pippo Morelli, pubblicata a fine 2020, si intitola, non a caso, "Sapere, Libertà, Mondo".

Sapere operaio, libertà globale.

Un'utopia concreta che ci impegna 365 giorni all'anno, in ogni parte del mondo, a partire dal Primo di Maggio. 

Giorno di lotta, di futuro, di donne e uomini in "rivolta". 

Uomini e donne di Pace: https://www.youtube.com/watch?v=aATAiRxSyAE&list=RDaATAiRxSyAE&start_radio=1

"(...) Ritorneranno giorni e notti di Speranza,

Avremo Amore in petto e non potremo stare senza

Arriverà il Silenzio e vorrà dire Pace". (...)

Non vincerà la paura.

Arriveranno giorni da vivere d'un fiato...

Ritornerà il coraggio.

Ritroveremo Pace.

In nome dell'Amore e della Libertà 

La Pace per ritrovare a dare un senso a questa umanità (...)

Dov'è finito il Buon Senso, il Senso Buono delle cose?

Chi ha spento il fuoco della Speranza?

La Speranza è la voce dell'infinito che ci guida verso la salvezza.

Siamo Noi la Vita.

Siamo Noi il Coraggio.

Siamo Noi la Pace."

Francesco Lauria

mercoledì 29 aprile 2026

IL CASO 137: STELLE INCORONATE DI BUIO. FISCHIETTARE SULLA COLLINA. "CONTINUIAMO A LOTTARE PER UN SOCIETA' PIU' GIUSTA"

"Sono stato qui, io?

Sono stato qui?

Dentro questo vapore d'anni,

a cercarmi? (...)

Scorrono i titoli di coda. 

Siamo incerti se guardarli o guardarci negli occhi.

Io, in tutta fretta, me li stropiccio. 

Tra le persone con me, a Roma, al Nuovo Cinema Sacher, sì, quello di Nanni Moretti, c'è una ragazza che ancora non conosco. E' a due posti da me.

Atavici stereotipi maschili, usciti fuori tutti in una volta, mi impongono di non farmi vedere commosso di fronte a questa, pur toccante, storia. Di asciugare, in tutta fretta, le mie lacrime.

In realtà, nel guardare sul grande schermo il volto di Guillaume, ragazzo ventenne di una cittadina francese, il "caso 137" che ha dato il titolo al film proiettato al Sacher, ho pensato anche a me, a vent'anni.

Tra le speranze, i lacrimogeni, le cariche  e le spietate perquisizioni di Genova 2001.

Ma il "vapore degli anni" fa compiere turbinose giravolte nella memoria.

Pochi di più ne aveva Livia Bottardi Milani, insegnante, sognatrice e sindacalista, moglie di Manlio, quando morì, sull'altare della strategia della tensione, falcidiata da una bomba fascista e di Stato, nella sua città, Brescia.

Ed è così, tra sopite lacrime, che salta fuori nella mia mente l'incipit della poesia di Pierluigi Cappello che Benedetta Tobagi ha scelto, persino nel titolo, per raccontarne un'altra di storia, proprio quella della strage di Piazza della Loggia, a Brescia, 28 maggio 1974.

"Una stella incoronata di buio" è, appunto, il titolo del libro, come della poesia.

Già, ma che cosa significa?

Come ha spiegato molte volte Benedetta Tobagi, significa vedere nitida la luce nella notte.

Vedere, voler vedere il contrasto tra la luce delle vite spezzate (giovani insegnanti, lavoratori, antifascisti) e l'oscurità del "buio" rappresentato dalla violenza terroristica e stragista, coperta da settori dello Stato, delle forze armate e della polizia, dei servizi segreti.

Significa mistero e, per ora, sostanziale, quasi completa (anche se con significativi scricchiolii) impunità di una strage.

Le vittime sono stelle, ma purtroppo anche esplosioni, proprio come nel quadro in cui un maturo Matisse, rivisitando completamente il mito di Icaro. riecheggia le deflagrazioni della Seconda Guerra Mondiale, ma anche un "cuore rosso" che non si spegne.

Le vittime sono "sacre", circondate, paradossalmente "incoronate", dall'oscurità del male e della giustizia negata.

Ed è sacro, per me, anche il volto di Guillaume.

Così, tra le lacrime, ho cominciato a cercare il senso nei suoi occhi tumefatti, quelli di un ragazzo non politicizzato, partito con la famiglia alla volta di Parigi per partecipare a una manifestazione dei "gilettes gialli" e ferito gravemente da un proiettile di un fucile antisommossa, sparato a tradimento da poliziotti in borghese, mentre camminava pacificamente, pur durante i disordini.

Nel film ci sono altri occhi, fieri quanto sofferenti, che non si dimenticano.

Sono quelli di Stephanie, un'ispettrice dell'IGPN, l'organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese.

Se quella di Guillaume, in un contesto di gravi responsabilità anche politiche degli apparati dello Stato, messi alle strette dalle continue manifestazioni, uno Stato che ha inviato in prima linea, quasi disperatamente, anche molti agenti non addestrati e non preparati, è la storia di chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, quella di Stephanie è la storia di chi prova, purtroppo vanamente, ad andare fino in fondo, a resistere alle pressioni dei "pezzi grossi", a non accontentarsi di comode e rassicuranti, quanto false, corporative verità.

E' attraverso i suoi occhi che conosciamo la storia del caso 137, che per noi ora ha un nome, un volto, una famiglia, persino una canzone, a tratti malinconica, ma prevalentemente allegra.

La canzone è "Siffler sur la colline", di Joe Dassin e ci riporta ancora più indietro negli anni, al 1968, al maggio francese, anche se "Fischiare sulla collina" non è propriamente una canzone politica.

E' peraltro la cover di un brano italiano, il cui titolo originale sembra il ritratto di Guillaume: "Uno tranquillo".

Guillaume e la sua famiglia la cantano spensierati mentre si dirigono in macchina alla manifestazione da una piccola cittadina di provincia.

Fa così, ovviamente con in più la dolcezza della lingua francese:

"L'ho vista vicino a un albero di alloro, 
sorvegliava le sue pecore bianche.
Quando le ho chiesto da dove veniva la sua pelle fresca, mi ha detto:
È il rotolarsi nella rugiada che rende bella una pastorella.
Ma quando ho detto che anche a me piacerebbe rotolarmi dentro
Mi ha detto...
Mi ha detto di andare a fischiare sulla collina
Di aspettarla con un mazzetto di roseline (...)"

"Siffler su la colline" rappresenta anche, per Guillaume e la sua famiglia, gli amici, un'attesa, probabilmente vana, di giustizia.
Vengono sacrificati, insieme alla coraggiosa, onesta, determinata poliziotta Stephanie, sull'altare spietato della ragion di Stato, fattasi scudo della violenza scatenata a Parigi non dal ragazzo, ma da altri manifestanti.

C'è un punto, fondamentale, in cui il film si fonde, idealmente, con il volume di Benedetta Tobagi sulla strage di Piazza della Loggia: "solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto".

Solo la verità può porre fine all'ingiustizia e fare in modo che una strage non si riduca semplicemente a un luogo e a una data e un caso, come quello francese, semplicemente a un numero tra i tanti.

E' un gran film: "il caso 137", anche perchè ci parla di una manifestazione controversa che non è stata la paladina delle lotte della sinistra.

L'abuso, purtroppo, coperto oltre che dalle istituzioni anche da un sindacato aggressivo e corporativo, ci ricorda altri casi, più traumatici (Guillaume non morirà anche se sarà segnato perpetuamente e medicalmente dai segni di un'infame ingiustizia) del nostro paese: da Federico Aldovrandi a Stefano Cucchi.

Storie individuali che si fanno storie collettive di fronte allo scempio della Verità e alla messinscena della menzogna e dei depistaggi.

Soprattutto, come dicono gli agenti antisommossa, se si tratta di: "salvare la Repubblica" che, a Brescia, non erano una famiglia povera ed esasperata di periferia come in Francia, ma giovani antifascisti che avevano, da poco, festeggiato la vittoria nel referendum sul divorzio.

E a cui: "bisognava farla pagare".

Già, gli anni Settanta, tra: "terrore e diritti", come ci hanno ricordato Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Sara Poma, con un recente e bellissimo, toccante spettacolo.

Noi, "nel vapore degli anni" abbiamo vissuto, invece, la ferita del potere di Genova 2001, abbiamo creduto e ancora crediamo in un altro mondo possibile e necessario.

Ma che facciamo, ora, nei "furiosi anni Venti del Duemila"?

Siamo con Livia, con Manlio, con Guillaume, con gli uomini e le donne della scuola Diaz, siamo anche, senza mitizzarlo e senza giustificare mai alcun tipo di violenza politica, con Carlo Giuliani, ragazzo come noi.

Siamo con gli uomini e le donne che muoiono senza sosta nel mare Mediterraneo, con i disertori e i più deboli delle guerre, tutte le guerre, a partire dalla Palestina e dall'Ucraina.

Siamo che le donne e con gli uomini che quel mare lo attraversano, salvaguardandone le vere leggi, salvando vite umane e portando aiuti umanitari e concreta solidarietà politica.

Siamo con i lavoratori e le lavoratrici che bloccano le armi nei porti.

Ci siamo ripresi dal fumo dei lacrimogeni e abbiamo superato il fumo di morte della bomba.

Continua, continuiamo la poesia di Pierluigi Cappello:

"Dentro il fumo,
Dentro ogni gola pietrificata
Qui, dove non volevo
Dentro il rumore di prima
Il rumore di dopo
Dove sempre ci si ritrova (...)
Dopo che non si è capito
E qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall'incendio
una nota, dai vetri, una voce.

Sono qui con voi, perchè sia voce
La mia dentro le vostre
Voce dimenticata
E l'assolata fantasia dei vostri anni
La forza che reclama da ogni radice il frutto
Salvata intatta nel vostro guardare di uomini

Questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
Le tasche piene di sassi, la memoria di voi
Che trema in noi
Come una stella incoronata di buio."

Ne parleremo, di tutto questo, a Pistoia il 15 maggio prossimo, al circolo Arci di Capostrada, insieme all'Associazione Sognare da Svegli.


Ne parleremo con Giovanni Bachelet, ascolteremo Benedetta Tobagi e Manlio Milani, discuteremo con Daniela Preziosi, torneremo ai sogni di ventenne di Renzo Innocenti, indagheremo la dimensione politica e internazionale con Piero Graglia e le ragioni dell'iniziativa con Valentina Vettori.

Ne parleremo, anche, con Giovanni Capecchi, per discutere insieme il progetto di Pistoia come città della Pace e antifascista, ma anche della partecipazione e della "democrazia compiuta".

Soprattutto faremo quello che, nella nostra ultima bellissima, indimenticabile intervista, ha chiesto Franco Castrezzati, il partigiano cristiano, sindacalista coraggioso e intelligente che interveniva, nel nome del comitato cittadino antifascista, dal palco di Piazza della Loggia, quel maledetto 28 maggio 1974.

Una frase che Franco, scomparso pochi mesi fa all'età di 99 anni, mi disse, alcuni anni fa, tra le lacrime, in un abbraccio:

"Continuiamo, ragazzi, continuate a lottare per una società più giusta. Noi a Brescia, in piazza eravamo lì, insieme, tutti insieme, proprio per questo".

E noi continueremo a farlo, nelle nostre città, con i nostri sogni feriti, ma non domi.

Con la nostra Rabbia e con il nostro Amore.

Alla ricerca della Verità.

Guardando, accarezzando stelle: "Incoronate di buio".

"Nel vapore degli anni, Fischiettando sulla collina": https://www.youtube.com/watch?v=2fkWJmtQk8c


Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

martedì 28 aprile 2026

VICTORIA, LAVINIA (E SILVANO), PARMA E PISTOIA. LA GIOVENTU' MIGLIORE SPEZZERA' RAZZISMO E PATRIARCATO.

"Tutti noi, uomini e donne dobbiamo cambiare. Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi. Altrimenti cambieranno solo i nomi delle vittime."

Era tardi, purtroppo, ma mi sono chiesto più volte, in queste settimane, in questi mesi, se il discorso, accorato e commosso, pronunciato in diretta televisiva durante il Festival di Sanremo da Gino Cecchettin, padre di Giulia, abbia scosso le coscienze. Almeno un po'.

Nel gruppo dei miei amici risalenti al tempo del liceo a Parma e in altri social, quasi subito non sono mancati all'epoca i vari: "ma lui ora ci mangia...", "ma che vuole questo!", "ma perchè non se ne sta zitto?", "ma che frocio di merda..." Etc. etc. etc.

Un mese più tardi, sempre a Parma, la mia città natale, sono rimasto sconvolto, esterrefatto dalla lettura dell'egemone quotidiano locale: la Gazzetta di Parma.

Come è (abbastanza) noto, anche a livello nazionale, una duplice sentenza di condanna, anche del tribunale del lavoro, ha colpito il regista Walter Le Moli, da decenni capo assoluto del teatro locale di prosa: Il Teatro Due, peraltro, storicamente tempio del c.d. "progressismo culturale cittadino".

La sentenza ha delineato un quadro in cui, nei decenni, è stato purtroppo coinvolto un numero molto ampio di donne e ha, in ogni caso, riconosciuto la gravissime molestie/violenze sessuali subite da due attrici, il cui nome è stato subito dato in pasto ai media locali, al contrario del direttore/factotum del Teatro (segreto di pulcinella, tra l'altro in una piccola città...)

La sentenza ha scoperchiato un mondo esteso di connivenza, omertà, violenza manipolatoria, asimmetria di potere, ed ha provocato numerose riflessioni e dibattiti tra cui spicca il documentato commento del Prof. Marco Deriu, dell'Università di Parma dal titolo: "La sentenza sulle violenze in Teatro e gli impliciti della violenza maschile".

Ad esempio, la Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima

Tutto ciò è stato davvero indigeribile, scandaloso, sconcertante, quasi un manuale perfetto della vittimizzazione secondaria nei casi di violenza di genere.

Insieme a uomini e donne di varie parti d'Italia ci siamo quindi impegnati in una lettera al giornale e poi, vista la reiterata mancata pubblicazione, in una lettera aperta, con l'intento di uscire dal contesto territoriale e di promuovere riflessioni e azioni più ampie.

La lettera può essere letta qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/03/caso-teatro-due-e-cultura-dello-stupro_23.html 

Purtroppo non posso fermarmi qui.

Sempre a Parma, corteo del 25 aprile, l'incontro periodico più bello della mia città: da sempre un luogo inclusivo, plurale e partecipato nei suoi capisaldi antifascisti.

Un luogo intergenerazionale ed educativo, un abbraccio aperto su passato, presente e futuro di una democrazia compiuta, da difendere ogni giorno.

Quello di Victoria Luboyo Inioluwa magari è un nome non conosciutissimo e nemmeno così tanto facile da pronunciare. 

E' il nome di una trentenne, consigliera comunale di Parma, componente della direzione nazionale del Pd, di un'attivista femminista intersezionale, professionalmente impegnata nell'ambito dell'accoglienza migratoria, che ha vissuto spesso, nella sua vita, la tripla discriminazione dell'essere donna, immigrata e di colore.

Come sempre, negli ultimi anni, Victoria ha partecipato al corteo del 25 aprile.

Questa volta è bastata una foto con il suo sorriso fiero per scatenare una "reazione" corale, diffusa, parassitaria.

Non starò a ripetere gli insulti sessisti e razzisti che ha subito sulla sua pagina social, immaginateli e, magari, aggiungete anche la vigliaccheria digitale dell'anonimato e dei profili criptati.

E', più o meno, quello che è successo a Lavinia Ferrari, giovane attivista impegnata nella cooperazione internazionale e nell'accoglienza e candidata al consiglio comunale, a sostegno del candidato di centrosinistra a Pistoia, Giovanni Capecchi.

Lavinia ha compiuto un gesto, ancor più grave dell'esserci di Victoria, fiera delle proprie battaglie, della propria passione, della propria competenza, della propria militanza, del rappresentare, anche istituzionalmente, i suoi concittadini.

Lavinia ha, cosa gravissima, donna e giovane, osato, forse, di più.

Ha preso la parola.

Ha accompagnato, ad esempio, forte come Victoria di una militanza nata ai tempi delle scuole superiori, con entusiasmo intelligente e travalicante energia la piazza che ha poi portato alla vittoria alle primarie del centrosinistra Giovanni Capecchi.

Nel suo caso (non potendosela prendere con il colore della pelle) gli insulti sessisti e sessuali sono stati reiterati espliciti, affiancati da una variante: quella dell'età, dei suoi 24 anni appena compiuti.

"Come osi, le scrivono, vomitare delle idee, hai appena smesso di ciucciare la tetta di tua madre!".

Ed è il commento più composto, seguito da infiniti insulti violenti e di matrice sessuale.

Augurando a Lavinia, alle sue idee, ai suoi sogni lunga, lunghissima vita e, soprattutto di non perire, colta di sorpresa durante un agguato nazifascista, ho pensato che oggi Lavinia ha, esattamente, l'età di Silvano Fedi. Gli stessi anni, e, più o meno, gli stessi mesi, giorni.

Chi era Silvano Fedi? 

Lo scrivo, soprattutto per i non pistoiesi, era la guida, ferma, intelligente, sicura delle Squadre Franche Libertarie, formazione partigiana autrice di azioni leggendarie, come la liberazione dei prigionieri rinchiusi nelle Ville Sbertoli (il vecchio manicomio cittadino), di matrice anarchica e libertaria, autonoma dal Cln.

Silvano Fedi è il simbolo (a volte un po' scomodo, essendo stato un "irregolare", non figlio del grande Pci) di una città intera che, qualche anno fa, quasi all'unanimità, lo ha proclamato: "cittadino illustre".

Ma se Silvano Fedi è un simbolo certo, è stato anche e soprattutto un ragazzo. Con le sue speranze e le sue paure, i suoi studi e i suoi amori, la sua eccezionalità e il suo non essere, sempre e per forza, perfetto. Il suo impegno generoso e coraggioso per gli altri, fino alla morte per la libertà dal nazismo e dal fascismo.

Davvero, in un'Italia sempre più vecchia, triste, isolata, povera, avvitata su se stessa, possiamo fare a meno dei giovani, dei cittadini immigrati (o di origine immigrata, magari nati qui e senza cittadinanza!)? 

Possiamo fare a meno dei ragazzi e delle ragazze?

Davvero, nella politica, nella guida di questo "maledetto" Paese, possiamo fare a meno delle donne? Delle giovani donne? (proprio in questi giorni ricordiamo Tina Anselmi, partigiana, sindacalista e prima donna Ministro, in Italia, nel tardissimo 1976...).

No, la risposta è semplice.

Non possiamo, ma soprattutto non vogliamo farne a meno.

"La scelta della convivenza", come ci ricordava Alexander Langer, non è un'ipotesi, è una direzione, un cammino, un impegno, individuale e collettivo.

Ne parleremo, anche con Lavinia Ferrari, anche con Giovanni Capecchi a Pistoia, il 13 maggio prossimo, alla libreria Lo Spazio.

Perchè, come giustamente mi ha detto ieri Lavinia, insegnandomi qualcosa di importante, non si può e non si deve far finta di niente. Andare semplicemente oltre. Il coraggio della denuncia non è mai, mai un fatto accessorio.

Altrimenti non cambierà la cultura, non cambierà questo Paese.

Come ricordavo prima, citando Gino Cecchettin, "cambieranno, invece, soltanto i nomi delle vittime".

Ma a noi, carissima Victoria, carissima Lavinia, carissimo Silvano, tutto questo non sta bene.

Siamo con voi, pienamente con voi, nella vostra/nostra lotta per una città migliore, per un'Italia migliore, per un Mondo migliore.

Inclusività e cittadinanza. 

Politica dell'abbraccio, non politica dell'insulto, cultura della convivialità delle differenze e dell'educazione emotiva, non "cultura" della violenza e dello stupro.

Insieme, se necessario abbracciati, ce la faremo!

Francesco Lauria

domenica 26 aprile 2026

TRA L'OMBRONE E L'HUDSON: IL PANE E LE ROSE DI GIOVANNI "ZOHRAN" CAPECCHI.

"Quel giorno abbiamo parlato della visione della città come un luogo dove le persone che l'hanno costruita possano permettersi di vivere... possano permettersi tutti i beni di prima necessità e anche di più.

Ha poi aggiunto il candidato sindaco: "Questa è una città dove dovremmo permetterci di sognare".

No, non siamo sulle rive dell'Ombrone, a Pistoia

Eravamo, nel 2022, sulle rive dell'Hudson. New York City.

Prima che tutto accadesse. Prima che tutto apparisse, anche lontanamente, possibile.

Non erano in tanti, solo quattro, anche tre anni fa, a scommettere su Zohran Mamdani, quando il neo sindaco di New York ha iniziato la corsa i sondaggi gli davano l'1%.

Con centomila volontari Mamdani, il sindaco "socialista" di New York ha sconfitto un candidato che, per la campagna elettorale, ha speso 55 milioni di dollari.

E' molto istruttivo leggere, per intero, il reportage di Lize Featherstone, editorialista di JacobinMag, tradotta e pubblicata nell'ultimo numero della stratosferica rivista Jacobin Italia, dedicato alle nuove forme globali del socialismo.

Diciamocelo chiaramente Mamdani ha trionfato contro ogni previsione anche perchè ha detto ai cittadini e alle cittadine che la vita che si meritano è fatta anche di diritti, sport, divertimento, cultura, piacere.

E' fatta anche di Sogni (individuali e collettivi) che si avverano.

E', se ci si fa caso, esattamente l'approccio (vedremo a fine maggio se in questo caso vincente) che ha adottato a Pistoia Giovanni Capecchi, sin dall'inizio, sin da quando non era nemmeno un candidato alle primarie di centrosinistra.

Inondando Pistoia, di energie, volontari/e, ambizione di partecipazione il professore di letteratura italiana dell'Università per stranieri di Perugia, tra i massimi esperti mondiali di Pinocchio, icona del territorio della sua città, altro non ha fatto che rovesciare paludi e campi minati, scetticismo e sensi partitici di superiorità, appiattimento sul politichese e sull'esistente, disunità priva di speranza.

La strada è lunga, il centrodestra pistoiese si è rafforzato con nove anni di potere e mostra il volto moderato, esperto e rassicurante del sindaco facente funzioni Annamaria Celesti, una che ha saputo svolgere un discorso per il 25 aprile che farebbe invidia a molti politici navigati di centrosinistra.

Qualcosa che al suo predecessore nella carica di sindaco, AlessandroTomasi, da sempre militante di destra destra non è mai riuscito. Nemmeno lontanamente.

Ci sono alcuni insegnamenti, peraltro, della campagna newyorkese che possono risultare utili, nel suo piccolo, a Giovanni Capecchi, in questo ultimo mese, scarso, di rush finale.

Mamdani non si è concentrato mai, oltremisura, nell'attaccare, a differenza di altri candidati di "sinistra" l'establishment del Partito democratico. La sua campagna non ha mai perso di vista il fatto che aveva di fronte la destra repubblicana a New York, ma soprattutto Donald Trump a Washington.

La chiave di volta è stato parlare alla working class che aveva votato, disillusa, a destra o non aveva votato proprio. Quella che fatica ad arrivare a fine mese.

Ha parlato molto anche contro l'Ice, contro la militarizzazione delle città americane e la compressione, forzata, dei diritti di tutti, a partire dai più fragili.

Ogni punto della campagna di Mamdani per New York su è concentrato su una parola: accessibilità.

Parliamo di alloggi e affitti, prezzi accessibili, assistenza all'infanzia universale, autobus gratuiti, ma anche, ad esempio, di cultura.

Tutti, o gran parte dei cittadini di New York, hanno capito, gradualmente, che una vittoria di Mamdani sarebbe andata a loro vantaggio.

Anche la classe medio-alta (pur se in misura minore) è stata mobilitata, ed è stato questo il vero miracolo del neo sindaco di New York, accendere una Speranza di cambiamento migliorativo, non priva di radicalità, ma soprattutto diffusa, ampia.

C'è un episodio che è stato davvero iconico per la nuova amministrazione.

Una donna, un'infermiera, qualche tempo fa, è salita su un bus. E ha iniziato, nervosamente, a cercare la sua MetroCard, senza successo. Quando l'autista (non lo sono ancora tutte) le ha segnalato che quella corsa nel Bronx era gratuita, la passeggera, per la gioia, ha iniziato a ballare il cha-cha-cha.

Dopo che il video è diventato virale, il neosindaco ha chiesto a tutti i suoi consiglieri/e di mettersi nei panni dell'infermiera e di: "espandere in tutta la città quel sentimento di gioia e di sollievo" che l'aveva portata a ballare davanti a degli sconosciuti.

Come in Italia il comune di New York non ha, sostanzialmente, poteri fiscali propri, quindi per realizzare completamente il programma di accessibilità sui mezzi pubblici, ci vorrà molto tempo.

Ma un segno, vivo e vero, un sogno di Speranza è già iniziato.

C'è un punto ancora più importante.

Mamdani nella sua campagna si è dichiaratamente ispirato ad una donna, la lavoratrice tessile e sindacalista Rose Schneiderman.

Nel 1912, durante lo sciopero dei lavoratori tessili delle fabbriche di Lawrence in Massachusetts, concluso con una grande e decisiva vittoria, la leader sindacale tenne un celebre discorso i cui contenuti sono sono stati asse portante la vittoriosa campagna elettorale:

"Ciò che vuole la donna che lavora è il diritto a vivere, non semplicemente a esistere: lo stesso diritto alla vita che ha una donna ricca: il diritto al sole, alla musica e all'arte. I ricchi non hanno nulla che anche il lavoratore più umile non abbia il diritto ad avere. Chi lavora deve avere il pane, ma anche le rose".

Non era una sua frase originale, ma la sindacalista, centoquindici anni fa, la rese immortale, con quel memorabile discorso, all'indomani di una vittoria concreta per le condizioni materiali delle lavoratrici tessili.

Mamdani ha certamente messo il pane, l'economia, in tempi, peraltro, di crisi al centro della sua campagna elettorale, ma non ha mai dimenticato, un po' come Giovanni Capecchi, andando su e giù, per il territorio di Pistoia che non sarà New Yo5k, ma da Bottegone a Orsigna è parecchio ampio, di parlare, sempre, anche di rose.

In sintesi il fulcro di questa campagna è stato il diritto collettivo ad avere una vita bella, piena.

La forza di Mamdani, esattamente, come quella di Giovanni Capecchi, è stata il passaparola tra i cittadini, il moltiplicarsi sostanzialmente automatico, spontaneo dei volontari e delle volontarie, che andavano a bussare ai vicini, con cui, forse mai, avevano parlato di politica precedentemente.

Zohran ha dimostrato, sinceramente, che tutto è davvero possibile.

Giovanni Capecchi è anche molto diverso da lui, non ce lo immaginiamo, ad esempio, a pochi giorni dal voto a ballare fino a notte fonda in una discoteca queer.

Ed è giusto così, troppe volte la sinistra italiana ha adottato acriticamente come modelli Papi stranieri.

Ma, pur nelle differenze e con la necessaria consapevolezza che, almeno per ora, pur essendo "la più bella città d'Italia" (G. Capecchi cit.) Pistoia non è (ancora...) New York, un seme importante di ispirazione, mobilitazione e speranza è stato già gettato.

Pistoia, come New York, città di Pace, aperta al mondo. Inclusiva per davvero. Sostenibile.

Contro cinismo e tecnofascismo.

Con una: "rabbia che significa, esserci per se stessi, ma soprattutto per gli altri/le altre, uscire dall'invisibilità, prendere parola" (cit. Lavinia Ferrari); una rabbia che può e vuole trasformarsi in abbraccio generativo, amore politico, "politica della cura, del servizio, del sogno" (cit. Francesco Branchetti).

Incrociamo le dita, mobilitiamo i cuori, suoniamo la porta ai vicini...

Camminando, correndo sull'Ombrone e sui suoi affluenti, come se fossimo sull'Hudson!

Con Giovanni "Zohran" Capecchi!

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.