Mentre, insieme agli altri volontari e volontarie del doposcuola-oratorio Carlo Acutis, aspettiamo, nel giardino della chiesa di San Bartolomeo, centro di Pistoia padre Nicola, vero irriducibile delle lodi mattutine (peraltro post Messa), rifletto, tra me e me, su quante volte, nel corso degli anni, ci sono passato senza fermarmi.
Cinquanta? Cento? Certamente di più.
Come tutti i "cittadini" che, provenienti dalla "piana", attraversano le curve in salita che da Firenze, Prato, Pistoia oltrepassano le varie frazioni per poi superare Campo Tizzoro e raggiungere il comune di San Marcello Piteglio, ho osservato, i grandi caratteri che mostrano in vari punti il logo e il nome: Dynamo Camp.
Come tanti/e mi sono spesso fermato sulla soglia di questa grande, immensa realtà di cura e di volontariato che ieri, attraverso un affollatissimo Open Day, festeggiava i vent'anni di vita.
Questa volta, però, in un contesto accogliente e organizzatissimo, ma davvero invaso di persone da tutta Italia e non solo, manco fossimo ai cancelli sold out di un concerto del cantante Ultimo, sono entrato.
Siamo entrati. E abbiamo visto, con i nostri occhi.
Come è scritto sul sito web Dynamo Camp è un’isola di felicità ospitata in un’oasi naturale.
A San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, in un’area ormai enorme di oltre 900 ettari, Dynamo Campo offre gratuitamente, da venti anni e con numeri e modalità sempre crescenti, programmi di Terapia Ricreativa a minori affetti da patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità.
Le attività si svolgono presso Dynamo Camp, nella sede principale in provincia di Pistoia, e nei Dynamo City Camp in alcune delle principali città del territorio nazionale, durante l’estate o lungo l’intero arco dell’anno.
E' nata anche un'accademia formativa (Dynamo Caring School), con sede per ora a Firenze, che sta terminando di formare i primi tecnici dell'Animazione sociale e socio-educativa, coerentemente con i percorsi professionali riconosciuti dalla Regione Toscana.
Sono circa 90.000, nell'arco di vent'anni, le persone accolte a Dynamo Camp.
Le attività di terapia ricreativa di Dynamo sono progettate per stimolare le capacità dei bambini con patologie gravi o croniche, focalizzandosi sul divertimento e sul superamento dei propri limiti in totale sicurezza e con l'apporto di personale competente.
Professionisti e medici oltre che dei "Dynamici", volontari e volontarie provenienti da tutta Italia e che iniziano il loro servizio dopo un accurato percorso di formazione.
Alcune delle principali attività, tutte supervisionate da staff qualificato e personale medico, sono:
•Arrampicata, percorsi avventura sugli alberi, ponti tibetani e attività di orientamento nell'Oasi Dynamo.
• Terapia assistita con gli animali, che include l'ippoterapia (attività con i cavalli) e la pet therapy con i cani.
• Nuoto e giochi in piscina, tiro con l'arco e vari sport adattati alle abilità di ogni bambino.
• Arte e Creatività: Laboratori di ceramica, fotografia, radiofonia (con la Dynamo Radio) e studi cinematografici (Dynamo Studios) per la creazione di video e cortometraggi.
C'è poi un fatto non noto a tutti e che mi appare davvero significativo: Dynamo Camp è nata dalla riqualificazione degli spazi di un ex stabilimento della SMI - Società Metallurgica Italiana situato a Limestre, nel comune di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia.
La fabbrica di Limestre, attiva dal 1899 e legata alla storica, influente e notissima famiglia Orlando, produceva semilavorati e munizioni prima della definitiva chiusura avvenuta a metà anni Ottanta del Novecento, ben prima della definitiva chiusura dello stabilimento principale della Smi di Campo Tizzoro, avvenuta circa venti anni dopo.
A partire dal 2006, i vecchi edifici industriali dismessi e l'area circostante sono stati convertiti per ospitare il primo centro di terapia ricreativa in Italia, inaugurato nel 2007 e immerso nell'attuale Oasi Dynamo con un processo di sviluppo davvero eccezionale, quasi disorientante.
Laddove si costruivano principalmente munizioni da guerra, strumenti di morte si è sviluppato un eccezionale spazio di cura e di volontariato competente e, come sempre arricchente su più direttrici, attraverso il "potere delle emozioni".
E una grande, grandissima emozione ha lasciato, in tutti e tutte, la testimonianza di Sofia.
Nove anni, una patologia davvero severa, una disabilità molto grave direbbero i manuali.
Ma Sofia è molto, molto di più delle sue patologie, della sua, certo innegabile, concreta, vissuta malattia.
Sofia è intera, è speranza e timore, consapevolezza e fiducia, racconto, lacrime e sorriso.
E, con le salite di ogni giorno sulla sua carrozzina, ma anche con le nuotate, l'arrampicata (sì l'arrampicata!) è anche il suo italiano forbitissimo, ma comunque bambino, pur da dottorato di ricerca (conseguito nella scuola della vita), non da scuola elementare.
Sofia, certo cresciuta necessariamente in fretta, è anche il segno di un orizzonte che rappresenta, insieme, prossimità e visione, concretezza nella carne di una bambina e grande, grandissima necessaria responsabilità.
In decine di aule di formazione in tutta Italia e non solo, durante la mia lunga esperienza di formatore sindacale, affrontando con la massima serietà e il massimo rigore possibili, il tema della responsabilità sociale, sono sempre partito, come mio consueto, dall'etimologia delle parole.
Da "spondeo" e "respondeo" che in latino ci ricordano la sacralità e la "responsabilità" appunto, di una promessa e di una risposta.
Alla fine ho pensato, ascoltando i numeri impressionanti (anche per la quantità di persone impiegate, tra dipendenti e collaboratori) forniti ieri, con emozione e sobrietà, dal fondatore di Dynamo Camp Vincenzo Manes, che la Dynamo, in super grande, è un po' come il nostro doposcuola e oratorio che parte questa settimana: "una comunità che si costruisce".
Dove certo, ci sono ruoli, organizzazione, progettualità, ma esistono, sempre, in un approccio realmente inclusivo, lo spazio e il tempo dell'incanto, del "si può fare".
Le difficoltà, le sfide, gli errori, i cambiamenti, per carità, non mancano, ma c'è spazio per tutti e per tutte, anche per chi pensa di non potercela fare, di rimanere, come troppo spesso prima nella vita, in panchina e in disparte.
Se è vero che Dynamo Camp, in rapporto con oltre cento ospedali, in gran parte pubblici, italiani ed europei, con associazioni di familiari e malati, con mille altre realtà, offre cure e terapie mediche all'avanguardia, il suo "segreto", abbiamo capito e visto, non sta in questo.
Sta in Sofia e in tutti gli altri 90.000 tra bambini, ragazzi e familiari ospitati, accolti (compresi i fratelli e sorelle "normali", quelli che, a loro volta, nelle famiglie che crescono bambini malati, si sentono spesso non riconosciuti, messi in secondo piano...), sta anche, ovviamente, nei 16.000 volontari e volontarie che si sono alternati in venti anni e negli attuali circa 600 tra dipendenti e collaboratori, anche stagionali.
Dynamo è, insieme, un percorso di autonomia, soggettività, coscientizzazione non vissuto individualmente, ma nel gruppo dei "pari", nella comunità, pur provvisoria, "eccezionale" che si costruisce.
Permette di aspirare, sbloccare emozioni, speranze e capacità, certo, con la responsabilità non semplice, che dopo la settimana o il "campo" estivo si ritorna a casa, diversi, ma anche uguali, con le fatiche e le salite di sempre.
Ho imparato dalla teologia indigena di suor Antonietta Potente che Dynamo Camp, anche dal punto di vista di un piccolo oratorio che questa settimana muove i suoi primi passi, è, alla fine, non solo quella corazzata della sussidiarietà e della cura che fa quasi paura per le sue dimensioni e il suo impatto nella sempre più spopolata e svuotata montagna pistoiese, ma rappresenta, soprattutto, un "bene fragile".
Qualcosa di cui tutti sentirci responsabili, non distanti o solo ammirati, di cui avere, prendere, essere cura.
Dynamo Camp, parafraso ancora le parole di Antonietta Potente, non rappresenta solo qualcosa di straordinario (e ovviamente a Pistoia, in Toscana, in Italia, in Europa, nel mondo lo è!), ma è anche un viaggio che tutti possiamo affrontare perchè tutti/e riflettiamo, respiriamo e scriviamo sulla e nella vita.
Proprio come Sofia, dal suo punto di vista delicato e difficile, ma che, giustamente, non vuole essere definito, con un po' di pietismo paternalista, "speciale".
Sofia ci sprona, perchè ci ha fatto entrare negli occhi della sua normalità.
Una normalità complessa, che sembra a tratti quasi insormontabile.
Sofia, con tutti e tutte le bambine e i bambini, la mamme e i papà del Camp, i fratelli e le sorelle "normali", parla a noi, ma anche di noi.
E' kairòs, un tempo e uno specchio opportuni, preziosi e da non sciupare.
E così, Sofia è il nostro legame prezioso, Vita vera, reale, vissuta, respiro e battito, emozione e quotidianità, tra ethos e oikos.
Tornando alle riflessioni di Antonietta Potente, lei, da religiosa ligure e andina allo stesso tempo, recupera la radice filosofica e antropologica che lega strettamente il concetto di ethos (carattere, costume, comportamento etico) a quello di oikos (casa, dimora, ambiente).
L'etica ci appare non come un insieme astratto di leggi rigide, ma come il processo di costruzione di una dimora umana, uno spazio abitabile e relazionale.
Proprio come Dynamo o come il nostro piccolo oratorio.
Uno spazio da vivere ogni giorno dove, per dirla ancora con Antonietta Potente, costruire l'etica significa letteralmente "imparare ad abitare" il mondo.
Grazie anche all'esperienza di vita in Bolivia con il popolo indigeno aymara e coerentemente con la cosmovisione andina, la casa, ogni casa-oikos, cessa di essere, infatti, un semplice guscio privato e isolato e diventa il fulcro di un'etica della cura, dell'interconnessione e della salvaguardia dell'ambiente, in cui l'essere umano riconosce la vulnerabilità propria e del mondo che abita.
Non è solo dai numeri strabilianti e crescenti, ci hanno spiegato ieri, che si misurano il successo e l'orizzonte di Dynamo Camp, ma dai "piccoli fatti", dalla grandezza delle "piccole cose".
Sono gesti, infatti, profondamente connessi ed è proprio dall'osservazione e dalla cura dei dettagli che si compone la quotidianità, che è possibile riconciliarci con la vita, affrontandola in modo più consapevole, etico.
C'è una parola, un gesto, una consapevolezza condivisa che lega noi e la Dynamo Camp: tornare ad essere protagonisti/e nella (nostra) storia.
"Power to the people" cantava ieri, dopo la presentazione dibattito nel teatro della Dynamo, la "Si può fare Band".
Come fare e che si può fare ce lo ha spiegato, lasciandoci ammirati e rapiti, proprio Sofia.
La luce di Sofia l'abbiamo vista sempre, durante tutta la sua bellissima testimonianza, ma si è accesa autenticamente ancora di più quando ha parlato dalla sua felicità nella condivisione con gli altri/e, con le loro ferite e i loro sorrisi, con il disegnare insieme, certo nella sofferenza, nessuno la nega, non solo un tratto di presente, ma una pennellata pastello di futuro.
Alla fine, il volontariato, quello vero, quello che non è "mera barella dello Stato", ma spazio di dignità, solidarietà, gratuità, libertà, liberazione, ha ragione il sociologo torinese Bruno Manghi, è anche un sano "atto egoistico".
Lo scrivo proprio oggi in cui, in collaborazione con il Comitato per il centenario di Luciano Tavazza e una piccola fondazione bancaria, inizio, da Bologna, il mio piccolo, fragile viaggio, il mio racconto nelle "oasi del volontariato", nella "ricucitura" del presente e dei presenti.
Qui ed ora.
"Fare del bene" ci fa bene.
Ci permette, direbbe a Barbiana Don Lorenzo Milani, ai suoi bambini/e, ragazzi/e: di "praticare l'amore", "cercare un fine", "dare un senso, un timone, un astrolabio tra le stelle, alla nostra Vita".
Ne parlavo, scendendo piedi per un tratto con S., nata nel 2000, occhi verdi come la Speranza, che nella "cura con le persone" ha trovato la propria strada, anche professionale.
La propria intima vocazione dopo la delusione accademica e scientifica ricevuta da chi promette la sostenibilità e poi propina, senza pudore, il "green washing".
"Fare del bene" è una casa che (ci) accoglie.
Una comunità inclusiva che si costruisce.
Ogni giorno, per tutto il giorno.
Nelle curve e nei boschi profumati dai mirtilli delle montagne, come nella pianura della città, tra semafori, solitudini da far incontrare e piazze da abitare. In cui reimparare a giocare.
Insieme. Mille colori.
Francesco Lauria












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