In oltre venti anni di sindacato, interessandomi spesso di temi europei e globali, a partire dal concetto coniato dalle Nazioni Unite di "lavoro dignitoso", frequentemente mi sono interessato, ho studiato, ho incontrato, in alcuni non frequenti casi, ho negoziato, in rapporto al sindacalismo nordamericano.
Il sindacato negli Stati Uniti mi affascina (in chiaroscuro) fin da quando ero piccolo.
Allora ero appassionato di Rocky (non mi è mai piaciuto, invece, Rambo, già da allora ero antimilitarista...) e quindi tendevo a guardare con interesse, (senza in realtà capirci molto, in quanto bambino, di cinema) tutti i film con Sylvester Stallone.
Tra tutti i Rocky, ovviamente, quello che mi affascinava di più era il primo: con la sia musica malinconica, non la successiva "Eye od the tiger", con il percorso di emancipazione dello "stallone italiano di Philadelphia", con l'iconica salita di corsa in allenamento sugli scaloni monumentali della città.
Con quel grido mai dimenticato, intriso di fatica, sudore e amore: "Adrianaaaa".
Con il passare dall'essere ai margini, dall'essere un operaio della faticosa, puzzolente, sfruttatrice industria delle carni, ad avere e giocarsi, certo con la solita retorica americana, una vera, reale possibilità.
Farcela da soli, dai bassifondi, dal non arrivare a fine mese, contro tutto e tutti.
Ricorderò sempre, perchè secondo me mi ha cambiato la vita, quel pomeriggio in cui, forse a tredici anni, seduto sul mio divano a Parma, solo a casa, guardai, casualmente alla tv, il film: "F.I.S.T".
Fui fortunato: il film quando era uscito, negli anni precedenti, era stato vietato ai minori di quattordici anni in molti paesi, in alcuni persino ai diciotto, ma non in Italia.
Già, un anno prima del primo Rocky, e un anno prima che io nascessi, nel 1978, Stallone aveva impersonato, in quella occasione, non un pugile immigrato dei bassifondi della Russ Belt, ma un sindacalista.
F.I.S.T è un'opera diretta dal regista Norman Jewison, interpretato e, in parte anche scritto, sceneggiato da Sylvester Stallone.
Il film è ispirato alla vera storia del sindacalista Jimmy Hoffa, e racconta le vicende personali, la carriera e le lotte di Johnny Kovak, un lavoratore che, grazie al suo carisma e all'ascendente sui suoi colleghi, diventa un grande e riconosciuto capo sindacale.
Siamo negli anni Trenta del Novecento, un periodo complesso, di crisi economica, ma anche, almeno negli Stati Uniti, di grande effervescenza sociale.
Contrastato con violenza e la repressione, con le minacce dai suoi datori di lavoro, per organizzare un duro sciopero il sindacalista Johnny chiede aiuto alla mafia, ma questa sua scelta condizionerà la sua carriera e la sua vita.
Il film, secondo me, è bellissimo, proprio per l'ambivalenza, umana, del protagonista, che è, contemporaneamente, forte e debole, eroe e vigliacco, grande organizzatore degli ultimi e debitore e poi complice della mafia.
"A love story between a man, a country, the people he led and the woman he loved."
"Una storia d'amore tra un uomo, un paese, la gente da lui guidata e la donna che amava".
La frase di lancio del film era comunque romantica, alla fine tutti noi non possiamo, in qualche modo, parteggiare per il sindacalista, per Johnny, sperare che riesca, alla fine, a liberarsi dal gioco e anche dalle sirene del potere, tornare ai valori veri, originari.
E tornare, in generale, anche, all'amore.
Stiamo parlando di quei valori, di quelle concrete "idee forza", per dirla alla Pippo Morelli, che gli avevano fatto scegliere, in gioventù, una strada, un mestiere, una missione che, in Italia, don Lorenzo Milani definiva proprio così: "una delle vie principali per praticare l'Amore e cercare un fine, dare un senso alla vita".
Non è sorprendente, quindi, che tantissimi allievi e, anche un paio di ragazze di Barbiana, siano diventati sindacalisti (anche di rilievo nazionale) e sindacaliste, sulla scia degli insegnamenti di don Lorenzo. In grande prevalenza nella Cisl, ma, in qualche caso, anche nella Cgil.
Di questo ho scritto diffusamente nel libro collettivo da me curato e pubblicato negli anni in svariate edizioni, sempre arricchite, che da il nome a questo blog: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro".
Sono passati quasi cinquant'anni dall'uscita di F.I.S.T.
Non c'è più un mondo diviso in due blocchi (fondamentale per alcuni Rocky successivi...), il turbocapitalismo finanziario e rapace sembra aver avuto, definitivamente, la meglio.
Rimaniamo sulla East Coast, spostiamoci verso New York.
Jacobin Italia, rivista strepitosa per chi si interessa di questi temi, qualche giorno fa titolava così la propria newsletter:
«Potere a chi lavora»: il nuovo ufficio di Mamdani.
Il coraggioso e socialista sindaco di New York ha, infatti, firmato un decreto esecutivo che istituisce la prima agenzia cittadina del paese dedicata ad aiutare lavoratori e lavoratrici a organizzarsi.
Zohran Mamdani ha firmato un decreto che istituisce l’Ufficio del sindaco per il potere dei lavoratori (Mowp), la prima agenzia municipale degli Stati Uniti, creata per supportare l'associazione, l'organizzazione dei i lavoratori e delle lavoratrici.
Sarà Tony Perlstein a dirigere il Mowp, riferendo direttamente alla vicesindaca per la giustizia economica Julie Su.
Ex scaricatore di porto e sindacalista, nato e cresciuto a New York, Perlstein ha ricoperto il ruolo di direttore organizzativo per la United Auto Workers, dove ha contribuito a guidare una campagna nazionale per aumentare i salari e proteggere i posti di lavoro dall’automazione.
Insomma, Mamdani non ha scelto uno qualsiasi: ha scelto un sindacalista che, in uno dei settori, quello dell'auto, in cui, ancora il sindacato negli Stati Uniti conta (non senza alcune, significative e anche recenti, zone d'ombra....) ha cambiato la storia, le dinamiche del potere e della mobilitazione, ma soprattutto ha cambiato, in meglio, il destino di migliaia e migliaia lavoratori e lavoratrici.
Nell’ambito del suo mandato, il Mowp riunirà regolarmente i leader sindacali e gli iscritti per discutere delle problematiche dei lavoratori e delle campagne di sindacalizzazione che, viste anche la legislazione statale e, soprattutto federale, negli Stati Uniti sono importantissime, decisive.
L'Agenzia, e qui, secondo me sta il cuore del provvedimento, perchè il sindacato, dove è forte, non ha bisogno di sovrastrutture pubbliche, si propone inoltre di raggiungere i lavoratori non sindacalizzati, come gli immigrati e gli autisti della Gig economy, e di metterli in contatto con i centri per i lavoratori e altre risorse. L’ufficio prevede di organizzare audizioni pubbliche, informare i lavoratori sulle tutele di cui già godono e indirizzarli verso le organizzazioni che possono aiutarli.
Qui il link all'interessantissima intervista a Mamdani, tradotta e pubblicata nel nostro paese da Jacobin Italia:
Mentre leggevo l'intervista non ho potuto non pensare ad uno dei miei impegni sindacali forse più "prestigiosi", anche se falliti, realizzato quando ancora ero rappresentante sindacale nazionale presso il Ministero dello Sviluppo Economico (lo so poi Meloni ha cambiato nome, ma io, dopo oltre dieci anni ho, alla fine, lasciato l'incarico) nell'ambito del Punto di Contatto Nazionale per il rispetto delle Linee Guida Ocse sulle imprese multinazionali.
Luxottica (da poco fusasi con Essilor) era stata "denunciata", uso questo termine per farmi capire, anche se è improprio, dal sindacato americano e mondiale dei lavoratori dell'industria per una gravissima e davvero palese, indiscutibile condotta antisindacale negli Stati Uniti ed in particolare in uno stabilimento, quello di Atlanta, in Georgia.
Come sindacalisti e Pcn italiani eravamo stati coinvolti vista la ragione sociale nazionale dell'azienda di Agordo, era ancora vivo l'anziano fondatore Leonardo Del Vecchio.
Era iniziata anche una sorta di campagna di boicottaggio dell'azienda negli Stati Uniti: il tema del contendere era proprio quello su cui si sta giustamente impegnando Mamdani a New York: il diritto, la possibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di organizzarsi e di contrattare collettivamente.
Il sindacato americano, abituato ad essere piuttosto autosufficiente, non si era particolarmente prodigato di avvertire i sindacati italiani che vivevano un grande dilemma: Luxottica, pur con un protagonismo aziendale alla Adriano Olivetti, quindi visionario e significativo, ma molto unidirezionale, aziendalistico, era un fiore all'occhiello delle relazioni industriali italiane, pur essendo l'azienda, come la Fiat, uscita dal sistema di Confindustria.
Il dilemma era il seguente:
ci interessiamo dei nostri fratelli e sorelle più sfortunati della lontanissima Georgia, patria della Coca Cola, o ci facciamo, più agevolmente, gli affari nostri senza disturbare la multinazionale italiana a noi amica?
Luxottica aveva messo online addirittura un sito, a mio parere piuttosto minaccioso e diffamatorio, per distogliere nettamente i lavoratori e le lavoratrici dall'iscriversi al sindacato.
L'azienda voleva impedire, ad ogni costo, che si raggiungessero le non semplici soglie di sbarramento, rispetto alla possibilità dei dipendenti di associarsi in un sindacato e, anche, di poter proclamare uno sciopero aziendale.
Negli Stati Uniti ci sono campagne in stile "Mezzogiorno di fuoco", azienda e sindacato se le dicono e se le fanno di santa ragione.
Si sviluppa, prima. una faticosissima campagna di raccolta firme, tra mille e mille minacce, come quelle subite, all'inizio della carriera dal protagonista del film F.I.S.T, impersonato da Stallone (peraltro stiamo parlando di una storia realmente accaduta) e poi il tentativo di indire un referendum tra i lavoratori e le lavoratrici sull'agibilità del sindacato e dello sciopero.
Il sindacato negli Statuti, a parte in alcuni settori, dove contano molto anche i fondi pensione gestiti dalle organizzazioni dei lavoratori, o è tra le persone o non è.
O è utile, coraggiosamente, fottutamente utile, concreto o non è.
O è speranza, sogno, pane e rose, poesia e prosa, bisogni e desideri, concretezza e visione o non è.
Se tutto ciò è difficile in un grande stabilimento industriale, figuriamoci nell'organizzazione dei non organizzati, dei "senza potere", nelle metropoli e nei molteplici bassifondi dell'America di Donald Trump.
La mia storia, non sono ormai più vincolato dal segreto professionale sui negoziati, la vicenda con Luxottica è conclusa, non è particolarmente gloriosa.
Io mi sono riservatamente confrontato (in riunioni online per carità) con responsabili apicali di Essilor Luxottica, gente che di grandi stabilimenti negli Stati Uniti ne ha diretti molti, non uno solo.
Ho obiettato e con me, anzi a guidarmi, c'era anche il più grande e riconosciuto sindacalista italiano di Luxottica, che, pur comprendendo il contesto, diciamo competitivo-conflittuale delle relazioni di lavoro negli Stati Uniti, certe affermazioni, certe minacce, certe azioni, per di più spudoratamente pubbliche, rappresentavano una violazione, palese e inaccettabile, di principi fondamentali e universali del lavoro dignitoso e, più in generale, della democrazia.
Un tema che non poteva non riguardare, per di più in un'economia globalizzata e interconnessa, con catene di fornitura e del valore comuni, entrambe le sponde dell'Atlantico.
Ci ho messo tutto me stesso, come sempre.
Ovviamente ho fallito, ero un puntino minuscolo, insignificante, di fronte al potere di una multinazionale così forte, enorme, "un gigante" per dirla alla Colin Crouch.
E anche la dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico, con cui avevo collaborato per dieci lunghi anni, bravissima, preparatissima, coraggiosissima, ad un certo punto, è stata promossa altrove, per essere rimossa.
Quel sito anti-union di Luxottica, ripeto, pur comprendendo la peculiarità del contesto nordamericano, mi è sempre rimasto nel gozzo.
L'ho sognato più volte, insieme ai lavoratori e alle lavoratrici delle pulizie di un altro film, "Bread and Roses" appunto di Ken Loach.
Ho imparato che, pur con fatica, a volte immane, nel sindacalismo, a qualsiasi latitudine, i rapporti di forza si cambiano dal basso, certo non sempre nello stesso, identico modo.
Non con lo scambio politico, non con il collateralismo corporativo aziendale.
Non esistono, non possono esistere scorciatoie.
L'autonomia del sindacato, quella che Sylvester Stallone, alias Johnny Kovak alias John Moffa, perde, alleandosi con la mafia, magari ottenendo, illusoriamente anche dei risultati per alcuni lavoratori, non è un fiore all'occhiello.
L'autonomia, come ricordava Eraldo Crea, grande sindacalista della Cisl nel seconda parte del Novecento, è, prima di tutto, un fatto di vita, di esistenza, di cultura.
Già, il sindacato è cultura. Cultura popolare, sapere popolare.
Emancipazione dal basso, liberazione, coscientizzazione.
Quando, qualche settimana fa, avevo di fronte i lavoratori pakistani dell'Acca a Prato, minacciati, violati, picchiati, quando, ascoltandoli, "mettevo i miei occhi nei loro occhi", la mia esistenza fraternamente nella loro, mi sono ricordato di quelle lunghe e aleatorie riunioni, fallite, con Luxottica.
Del sindacato italiano tutto, freddo, distante rispetto ai più deboli, lontani, lavoratori e lavoratrici del Sud degli Stati Uniti.
E' un illusione.
Don Lorenzo Milani, se rileggiamo i bellissimi interventi di due dei suoi allievi diventati sindacalisti, Maresco Ballini e Michele Gesualdi, al congresso nazionale della Cisl del luglio del 1969, ha insegnato anche questo: tra i lavoratori "privilegiati", forti, sicuri e i lavoratori, le lavoratrici, frammentate, sfruttate, non riconosciute, minacciate, povere, la scelta/priorità non può che essere una sola.
Per i secondi.
Ed è la stessa scelta di Mamdani a New York nel suo coraggioso tentativo non di sostituirsi al sindacato come Stato, ma di essere sostegno, tutela, spazio libero, protezione, rispetto all'associarsi democratico di lavoratori e lavoratrici.
Questa è la, vera, partecipazione dei lavoratori, che il sindacalismo nordamericano, quello non colluso con i poteri con la mafia, quello che non sta in decine di Cda di Fondi pensione che magari finanziano l'industria delle armi, chiama: "worker to worker".
Ne ho scritto in un recente saggio scientifico, pubblicato da Economia & Lavoro, la rivista della gloriosa Fondazione Giacomo Brodolini.
Quando ascolto qualcuno che prende in giro il socialismo americano, penso proprio al socialista Brodolini.
Padre, insieme al democristiano Carlo Donat-Cattin del nostro Statuto dei Lavoratori, la legge, discussa insieme al sindacato, che, nel nostro paese, con oltre vent'anni di ritardo, ha, finalmente, fatto entrare la nostra Costituzione nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.
Uno Statuto che non va solo celebrato, un po' come la Resistenza, ma applicato, prima ancora vissuto.
Senza battaglie di retroguardia, senza rimpiangere un lavoro che non è più, ma consapevoli che le ali permettono di volare solo se hanno, alla loro base, solide radici.
E solida Speranza.
Sogno, utopia concreta, come diceva Pierre Carniti, che di sindacalismo nordamericano era un grande esperto, "fatti da svegli".
Forza Mamdani!
Francesco Lauria, Presidente Associazione "Sognare da svegli".

.jpg)
















