giovedì 12 febbraio 2026

UN ANNO DI FUMAROLA. 8 MESI DI SBARRA NEL GOVERNO MELONI. DERIVA CISL, QUALE BILANCIO?

E' passato un anno esatto dalla due giorni romana che prima l'11 febbraio con la mega assemblea di omaggio alla premier Giorgia Meloni officiata da Gigi Sbarra, e poi il giorno successivo con il consiglio generale di elezione della segretaria generale Daniela Fumarola (98,4% dei voti, poi trasformati nel 100% dei voti al congresso del luglio 2025).

Come direttore responsabile della rivista il Progetto, a cura della Fondazione Ezio Tarantelli, pubblicai immediatamente sul numero della rivista di febbraio 2025 i due discorsi al Consiglio Generale Cisl di Sbarra e Fumarola.

Era il secondo numero della rivista che curavo, il primo, di "rinascita," aveva avuto un grande successo anche perchè era tantissimo che mancava un periodico nazionale confederale (pur digitale) di area Cisl.

Scrissi io anche l'editoriale,  in questo caso firmato, con piccole modifiche, dall'altro direttore Emmanuele Massagli, scegliendone anche il titolo: "Cambiamento".

Rimettere in moto la testata "Il Progetto" dopo trent'anni non rappresentava certo una piccola responsabilità.

Il numero fu corposo, 90 pagine, era per me importante offrire tanti punti di vista sul sindacato, non solo le mere relazioni dei segretari generali.

Trattammo, ad esempio, di tutela e rappresentanza dei rider,  di pensiero strategico applicato al sindacato, di regolamentazione europea legata ai tirocini, ma anche di Don Lorenzo Milani e Giubileo, solo per fare alcuni esempi.

Tutto è recuperabile a questo link: https://ilprogetto.fondazionetarantelli.it/rivista/rivista-il-progetto-anno-1-numero-2-febbraio-2025/

Ho provato a rileggere, a un anno di distanza, i due interventi al Consiglio Generale Cisl, quello di Sbarra e quello di Fumarola.

Anche per la curiosità di vedere l'effetto che, dopo sette mesi orribili e di distacco, mi facesse.

Il punto più debole dell'intervento di commiato di Sbarra, ad esempio, mi pare l'excusatio non petita rispetto ai rapporti con la politica:

Affermava Sbarra, con toni trionfalistici (e a mio parere ampiamente contestabili): 

"E fatemi dire: al di là degli straordinari dati numerici, c’è un elemento tutto “politico”. Di “politica sindacale”. Perché altra noi non ne conosciamo. E non ci interessa conoscerla e frequentarla. Se siamo cresciuti in modo così poderoso, vuol dire che le lavoratrici e i lavoratori, le pensionate e i pensionati, vogliono e apprezzano un “sindacato che fa il sindacato”. E noi questo abbiamo fatto. Sempre e in ogni momento. Abbiamo fatto il nostro mestiere. Senza alcuna collateralità con la politica. Senza pregiudizi ideologici. Senza simpatie o antipatie rispetto a questo o quel governo. Siamo stati sempre e solo “sindacalisti”.

Sappiamo tutti che la gran parte (certo c'è anche chi ha condiviso in pieno) dei dirigenti della Cisl, almeno nei corridoi, era rimasta quasi sconvolta (ancorchè, come al solito, in silenzio) dall'abbraccio stringente e convinto del giorno precedente, con l'ovazione tributata alla premier del Governo di destra Giorgia Meloni, lo scambio di fiori come a San Remo e a Miss Italia e con una conseguente "figuraccia" a livello europeo che lasciò basiti anche gli interlocutori storici della Cisl, non certo i Tupac Amaru, ma, ad esempio la Cfdt francese (storica confederazione sorella fin dagli anni Sessanta) e il sindacato cristiano belga.

C'è chi mi disse mentre tornavo in treno: "Beh, è normale che un premier riceva le ovazioni in un'assemblea di quadri sindacali: succede ad esempio in Russia, in Corea del Nord, in alcuni paesi africani..."

Non fu un brutto intervento quello di Daniela Fumarola, qualche commentatore ci vide qualche minima apertura "a sinistra" come sui temi dell'immigrazione, ma fu, ovviamente, un'illusione.

Soprattutto, almeno dal mio punto di vista di oggi, stridono i tanti richiami alla coesione amorosa della comunità della Cisl (e non fatemeli commentare in profondità se no rischio una nuova querela).

E' noto che di lì a quattro mesi Gigi Sbarra entrerà in pompa magna nel Governo di destra di Giorgia Meloni con un dipartimento per il Sud ad hoc, frutto, peraltro, di una riorganizzazione ministeriale contestata, nel metodo, dalle opposizioni.

Nell'intervento di Daniela Fumarola (lo ripeto, da me pubblicato e impaginato con cura, d'altronde dirigevo una rivista di area Cisl non dei centri sociali...) si citava fin da subito San Tommaso d'Aquino e si preannunciavano (come è stato) nuove "corse solitarie", prendendo a baluardo (forse senza nemmeno leggerla accuratamente) la "solitudine del riformista" di Federico Caffè e, ovviamente, magnificando la grande legge sulla partecipazione frutto della raccolta firme della Cisl e, soprattutto, dell'accordo blindatissimo con la maggioranza di centro destra (trasfuso anche al Cnel sul tema del salario minimo...)

Come gli obiettivi e l'iter di questa legge abbiano cambiato, anzi stravolto, il Dna di autonomia della Cisl è stato spiegato benissimo l'altro ieri da Roberto Mania durante l'incontro promosso dalle Acli nazionali all'interno del ciclo seminariale: "Leggere il mondo" organizzato ad un anno dalla pubblicazione del volume: "La questione salariale" scritto a quattro mani da Mania con l'economista Ocse Andrea Garnero.

E' utile, nell'ultima parte in particolare, ascoltare la registrazione dell'iniziativa perchè Mania, da buon giornalista, nell'incontro moderato dalla vice Presidente vicaria delle Acli Raffaella Dispienza, è stato davvero perfetto nel descrivere la deriva e il tradimento delle proprie radici della Cisl.

Ecco il link: https://www.facebook.com/share/v/1Ac4Z9hWbH/

Lo so, a questo punto, sorge spontanea una domanda.

Ma tu, Francesco di questa deriva non te ne eri accorto?

La risposta è articolata: certamente sì e operavo, fedelmente al mio mandato di formatore, cercando di riaffermare ogni giorno, in coerenza, i valori per cui mi ero innamorato della Cisl.

I valori di Pastore e Romani, non solo quelli, prevengo subito l'obiezione, di Pierre Carniti, Pippo Morelli, Alberto Tridente e Sandro Antoniazzi.

Ma c'è un ma.

Bisogna "guarire" per vedere.

E io, anche con una certa dose di mancanza di responsabilità. non vedevo tutto, non potevo vedere tutto, magari, inconsciamente, non volevo vedere tutto.

Nello stesso mese di febbraio 2025 avvenivano a Parma, nella mia città, in una categoria della Cisl, fatti, a mio parere gravissimi, 

Non parlo di fatti giudiziari, ma proprio di accadimenti politico-sindacali.

Io non sapevo. Ma è anche vero che: "non guardavo".

Così, e mi sono anche accorto di aver scritto nel numero 3 de il Progetto (marzo 2025) un editoriale proprio sullo "sguardo", mi rendo conto, fanno in tanti e tante, tantissimi, tantissime.

Non giudico, registro, osservo.

E' facile non guardare, rimanere in silenzio, curare, come certamente ho fatto anche io in diverse circostanze, solo il proprio orticello.

Don Lorenzo Milani, se lo leggiamo davvero e non solo in pillole, diceva una cosa potentissima, fortissima e anche molto difficile da attuare, da vivere: "Ciascuno è responsabile di tutto".

Tutto significa tutto. Non solo quello che ci è comodo, ci fa stare bene, sentire a casa.

Proprio per questo, il mio appello, dopo un anno di Fumarola, ed esattamente otto mesi di transito di Gigi Sbarra nel Governo Meloni (12 giugno 2025...), è di vedere e non tacere più.

Di rischiare.

Perchè per il cambiamento, quello vero, non si può non rischiare.

E', infatti, sempre meglio essere, in questo caso essere Cisl per davvero, che, molto più facilmente, sterilmente, tristemente apparire.

Francesco Lauria

mercoledì 11 febbraio 2026

LA DEMOCRAZIA DEL “DIODO”: CRISI DELLA POLITICA, DELLA RAPPRESENTANZA, DEL SINDACATO (ADRIANO SERAFINO, 31 Gennaio, Firenze)

17 milioni di cittadini e cittadine hanno voltato le spalle alle urne, durante le elezioni politiche e amministrative comprese.

Venendo al sindacato e alla rappresentanza: qual è il livello di partecipazione nelle votazioni dei congressi, quanto sono diffuse in Italia, nel settore privato, le Rsu?

E’ una democrazia delegata senza fine. L’iscritto l’organizzazione, quasi non la vede e l’organizzazione stessa non va a cercarlo.

Sostanzialmente mai.

La piramide delle deleghe si è trasformata: il flusso avviene dal vertice della piramide alla base, spesso saltando anche dirigenti, operatori a pieno tempo e Rsu: è la democrazia del “diodo” (con un flusso in una sola direzione…)

Tutto questo non coglie le nuove domande del lavoro, le nuove domande del pianeta: pesano solo logiche che possiamo, tranquillamente (e terribilmente) definire feudali.

Che cosa possiamo fare?

Ne ha parlato Adriano Serafino (Sindacalmente – Prendere Parola) nel suo intervento tenutosi il 31 gennaio a Firenze nell’ambito del seminario: “Rigenerare Democrazia” 

Guarda l'intervento di Serafino sul Canale Youtube: "Il Buon Lavoro":

                                https://www.youtube.com/watch?v=0l6jnSJJqXI

martedì 10 febbraio 2026

LE 7 PAROLE CHIAVE DI GAETANO SATERIALE PER UNA RIFLESSIONE SULLA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA E DEI CORPI INTERMEDI (Firenze 31 Gennaio)


 Le sette (in realtà sono anche di più...) parole chiave pronunciate da Gaetano Sateriale, già dirigente nazionale della Cgil, direttore editoriale della casa editrice Ediesse e sindaco di Ferrara, in occasione dell'apertura della tavola rotonda del pomeriggio del 31 Gennaio 2026, nell'ambito del convegno nazionale: "Rigenerare Democrazia".

L'intervento di Gaetano Sateriale a Firenze:

1.      RAPPRESENTANZA. La crisi del sistema delle rappresentanze: non solo sindacali ma anche politiche, economiche, istituzionali: insomma una epidemia piuttosto che un morbo limitato ad alcuni (meno votanti: un effetto della crisi delle rappresentanze e un problema di DEMOCRAZIA)

2.      SINDACATO. La crisi sindacale è mondiale e non di ieri: Rapporto ILO del 2018 già la descrive e ne indica alcune tendenze: politica, corporativa, selettiva. ecc.

3.      INNOVAZIONE. Dalla fine degli anni ’90 il pensiero economico liberista (la scuola di Chicago) è dominante: niente Stato, solo mercato. Ma anche fattori reali che cambiano economia e lavoro: globalizzazione finanziaria, SVALUTAZIONE del lavoro, la personalizzazione del lavoro, la polarizzazione tra alte e basse competenze, il lavoro “usa e getta” (come affermava Papa Francesco): LAVORO, PRECARI, OPERAI

4.      SINDACATO CONFEDERALE ITALIANO. La forma della crisi in Italia oggi? Schizofrenia tra le confederazioni nazionali e le categorie: le Confederazioni più politiche e meno unitarie, le categorie più unitarie, più contrattuali, più sindacali

5.      CRISI (crisi, crinale… scelta, decisione). Come rafforzare la rappresentanza sindacale? Secondo me ricomponendo il lavoro nelle sue diversità (LAVORO) rappresentandone i bisogni con la contrattazione, una contrattazione più territoriale che di luogo di lavoro perché il lavoro è diventato più “liquido” e i bisogni più sociali (come mai non si sono contrattati i fondi del PNRR?)

6.      STAGNAZIONE. Se ristagnano produttività e salari, se c’è un abbassamento diritti, è necessario ripartire da qui: crescita produttività, salari e maggiori garanzie di sicurezza e welfare: SALARIO, SICUREZZA SALUTE.

7.      PARTECIPAZIONE. Infine una considerazione sulla bella discussione della mattina: la partecipazione è indispensabile per rafforzare la democrazia (come diceva Giorgio Gaber), ma deve essere “attiva” e “costante” per produrre risultati tangibili, altrimenti dura poco.

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lunedì 9 febbraio 2026

IL 10 FEBBRAIO E IL 28 GIUGNO: I PROIETTILI, LA PIZZERIA. LA FRONTIERA FERITA. RICORDARE NELLA COMPLESSITA'

Pubblicato da Report Pistoia: https://www.reportpistoia.com/la-frontiera-ferita-ricordare-nella-complessita/

"Li vedi Francesco, tutti quei segni di proiettile sul muro della pizzeria del valico della Casa Rossa?"

In quel tempo, sette anni prima, nella frontiera ferita, la guerra era sconfinata a Gorizia. 

Non si trattava di un giorno qualunque, ma del 28 giugno.

Siamo nel 1991, meno di un anno dopo Italia '90, Totò Schillaci e Roberto Baggio, le "notti magiche", Bennato e la Nannini, un'estate che nessuno può dimenticare, anche se non si concluse con l'agognata conquista del campionato del mondo di calcio.

Ricorderò sempre come solo un anno prima di quel 28 giugno 1991, aveva colpito la mia fantasia di undicenne tifoso un servizio del Tg1 in cui il giornalista si era intrufolato proprio in un quartiere di lingua slovena a Gorizia, dove, diceva, si tifa da sempre Jugoslavia, non Italia.

In realtà, già nell'estate del 1990, sulla frontiera ferita le cose stavano cambiando in fretta, o meglio, forse erano già cambiate.

Il blocco comunista dell'Est era crollato, frantumandosi, l'anno prima, con un atto finale tragico e perverso, il processo televisivo di Natale al dittatore rumeno Ceaucescu e alla moglie, tiranni sanguinari certo, ma fucilati da burocrati totalmente loro complici e che ne avrebbero preso beffardamente il posto.

Tutto questo, immerso nella vicenda ex Jugoslava, è stato raccontato magistralmente lo scrittore triestino Paolo Rumiz in un libro cardine per la mia formazione: "Maschere per un massacro".

Ma torniamo al 28 giugno 1991.

Il 28 giugno è una data simbolicamente centrale per i popoli dell’ex Jugoslavia. Si tratta infatti del giorno di Vidovdan, che segna la sconfitta serba contro i turchi sulla Piana dei Merli (Kosovo Polje) nel 1389, così come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 (che sancì l l'inizio della Prima guerra mondiale), fino al giorno in cui, nel 1989, il leader serbo jugoslavo Slobodan Milošević tenne (non a caso) l'incendiario discorso di Gazimestan in Kosovo in difesa della popolazione serba locale.

Questa data si accompagna a un ulteriore evento del passato recente, sostanzialmente dimenticato, rimosso. Proprio ciò che, al mio arrivo a Gorizia, nell'autunno del 1998, mi veniva mostrato da un amico locale, testimone diretto dei fatti narrati e che ho riportato all'inizio del mio scritto.

il 28 giugno 1991 fu una data spartiacque, per la "frontiera ferita", una data che segnò  l’immaginario del confine orientale fra Italia ed ex Jugoslavia: fu il giorno infatti in cui, trentacinque anni fa, la guerra indipendentista slovena giunse letteralmente alle porte di Gorizia, in Italia, al valico internazionale della Casa Rossa, proprio sotto l'Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche in Via Alviano che avrei frequentato anche io qualche anno dopo.

Come ricorda il giornale web Eastjournal.net, la “guerra dei dieci giorni” era cominciata ufficialmente il 26 giugno (di fatto, però, tutto fu anticipato al 25 per spiazzare le autorità di Belgrado), in seguito alla dichiarazione d’indipendenza adottata dal parlamento sloveno il giorno precedente che aveva segnato l’inizio della fine della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ). Il conflitto provocò un totale di 65 morti, per la maggior parte giovani soldati dell’esercito jugoslavo, ma anche civili e dieci cittadini stranieri (tra cui due giornalisti austriaci e alcuni camionisti bulgari).

Il 23 dicembre 1990 si era tenuto un referendum sull’indipendenza slovena dalla Jugoslavia. 

I risultati del plebiscito, resi pubblici qualche giorno dopo, confermarono ciò che tutti si aspettavano: l’88,5% dell’elettorato sloveno si era espresso a favore della trasformazione del piccolo paese di nemmeno 2 milioni di abitanti in una nazione sovrana. 

Tuttavia, il programma indipendentista non si concretizzò fino a sei mesi dopo, il 21 giugno 1991, quando, in una conferenza stampa, il ministro dell’informazione Jelko Kacin ebbe a dichiarare che la Slovenia si sarebbe resa indipendente di lì a pochi giorni, ovvero il 26 giugno.

I carri armati dell’esercito jugoslavo raggiunsero già nella giornata del 26 giugno alcuni dei valichi di confine con l’Italia, occupando i posti di blocco, e fu ufficialmente a Divača, vicino al confine italo-sloveno, che il primo colpo di arma da fuoco della guerra venne sparato dall’esercito jugoslavo nel pomeriggio del 27 giugno. 

Importante rimarcare come molti soldati jugoslavi, e in particolare i giovani militari di leva, furono mandati ai valichi di confine esterni della Slovenia (Italia, Ungheria ed Austria) senza sapere contro chi si dovesse combattere, non essendo stati informati dagli ufficiali dell’esercito della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e pensando che il nemico ed il pericolo fossero “esterni”, e non “interni”.

In quei giorni concitati di 35 anni fa, la popolazione della "frontiera ferita" visse con angoscia il susseguirsi degli eventi bellici. Nella serata del 28 giugno, intensi combattimenti scoppiarono fra l’esercito federale jugoslavo e le forze speciali slovene proprio al confine internazionale di Rožna Dolina – Casa rossa, il principale valico di frontiera fra le città di Gorizia e Nova Gorica

Furono gli sloveni ad avere la meglio, riuscendo a distruggere due carri armati federali T-55 e prendendo possesso di altri tre. 

La battaglia fra le due parti, che proseguì fino a tarda notte, lasciò a terra quattro vittime: i tre occupanti di un carro armato dell’esercito federale ed un altro militare jugoslavo. Una cinquantina di militari si consegnò all’unità di difesa territoriale slovena e diverse decine furono i feriti fra l’esercito federale, alcuni dei quali vennero curati all’ospedale di Gorizia (all'epoca alla frontiera di secondo livello di San Peter, ma questa è un'altra lunga e complessa storia...). 

Questa battaglia viene considerata come decisiva per le sorti della fugace guerra d’indipendenza slovena.

Un video girato dal lato italiano del confine testimonia il susseguirsi drammatico degli eventi in quella serata del 28 giugno. Si sentono i carri armati dell’esercito jugoslavo, a cui segue l’annuncio concitato della polizia di frontiera italiana con cui viene intimato ai civili di allontanarsi dalla piazza a causa del pericolo costituito dal conflitto a fuoco. 

Quella sera, alcuni colpi di kalashnikov raggiunsero appunto anche gli edifici dal lato italiano, ed alcuni proiettili andarono a conficcarsi sulla parete della pizzeria-bar “Casa rossa” situata a pochi metri dal valico, lasciando visibili i fori dei proiettili, come mi fu mostrato, nella mia ingenua incredulità, anni dopo.

Attraverso gli avvenimenti che ebbero luogo al valico di Casa rossa-Rožna dolina, uno dei cuori pulsanti della vitale attività transfrontaliera fra i due paesi, Gorizia e Nova Gorica, città divise eppure simbioticamente interdipendenti, specchio ognuna dell’altra, si ritrovarono a condividere i momenti fra i più drammatici della guerra d’indipendenza slovena. 

Io ho incontrato la frontiera ferita quando ci trovavamo ancora nel Novecento.

Ancora non esistevano mezzi di trasporto pubblici tra Gorizia e Nova Gorica e quando andavo a trovare la mia fidanzata in un'altra zona di frontiera, il Monte Santo, essendo anche lei studentessa fuori sede priva di "prepusnica" (lasciapassare per i residenti) insieme dovevamo fare chilometri a piedi o in bicicletta.

La stazione austroungarica dei treni di Nova Gorica ci guardava al di là del reticolato della Piazza alla Transalpina, allora ferita (aggettivo ricorrente), divisa quasi come fossimo a Berlino e osservata dall'alto dalla grande stella rossa.

Gorizia, Trieste, Pola, Zara, Capodistria, Pirano, Verteneglio, Muggia, San Dorligo.

A cavallo tra Novecento e nuovo secolo avrei attraversato tante volte quella frontiera, meglio quelle frontiere (perchè vanno considerate anche la Croazia e Schengen, destino subito dell'Europa fortezza di fronte ai migranti).

Avrei scoperto la storia e l'oblio dell'esilio e dell'esodo. Delle foibe.

Ma anche la storia delle violenze antislave fasciste e non solo e dei nostri campi di concentramento, vergogna della storia e della memoria.

Avrei salito con gli amici e le amiche slovene il Monte Sabotino da entrambi i versanti, mentre avrei visto sfiorire la scritta sul monto vicino, inneggiante al "grande" Tito.

Dalla Casa Rossa sarei partito nel 2000 per il vertice Bush Putin di Lubiana (corsi e ricorsi storici...), ma soprattutto per la mia Bosnia, per Prijedor e Zavidovici, "mangiando, on the road, in un'altra pizzeria rispetto a quella della Casa Rossa, una margherita nella polvere di Knin", facendo luce su un altro disastro realizzato, nel 1995, con le armi della Nato, la riconquista della Krajina croata.

Mi sarei emozionato alla riapertura dello Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar, toccando con mano la follia di una guerra asimmetrica e di croci e minareti l'un contro l'altro armati. Senza pietà.

Tra l'Isonzo-Soca e la Neretva avrei riflettuto sulla democrazia dell'acqua come bene pubblico e comune, un bene che non sempre delinea, attraverso i fiumi i confini, ma che li sa anche travalicare, come può insegnarci un rafting proprio sull'Isonzo.

Sarei tornato, finalmente a Trieste, in uno scampolo finale del 2025, sedendo a cena a fianco di Raul Pupo, lo studioso che meglio di chiunque altro, ha saputo fare luce sulle foibe, sull'esodo, ma anche su quello (che non giustifica nulla) che è avvenuto prima per vigliacca mano istituzionale fascista.

A distanza di 35 anni da quel giorno le cui scene ci sembrano così distanti e quasi surreali, a trenta chilometri da Trieste, Gorizia e Nova Gorica, le due città un tempo (anche il mio) divise hanno ricordato assieme gli eventi di allora e sono apparse ora più che mai unite, grazie alla scelta comune di Capitale Europea della cultura 2025.

Surreali e lontani appaiamo anche noi, studenti fuorisede che prendevano il pullmino gratuito del Grande Casinò Perla, per ascoltare i concerti, magari salendo senza portafogli per non essere invogliati dalla tentazione dei tavoli da gioco.

E che, romanticamente, inforcavano le biciclette, da Montesanto per andare alla Casa Rossa e tornare a Montesanto per prendere un vecchio treno ex juvoslavo a gasolio.

E raggiungere Bled, il lago, una piccola barca a remi, disorientati d'azzurro, tra le nuvole.

La guerra, nella frontiera ferita, allora nei nostri occhi era un ricordo, una sensazione lontana.

Ma la lontananza di quel ricordo, vista con gli occhi dell'Amore, era purtroppo anche un'illusione.

Per questo il 10 febbraio, Giorno del Ricordo della frontiera ferita, depurato da ogni strumentalizzazione e vissuto dalle genti dell'Adriatico, "il mare dell'intimità", solcato dal piroscafo dell'esilio, può rappresentare un'occasione importante.

Se rispetta la "complessità" di quel confine, di quei confini e di quella ferita, di quelle ferite.

La complessità di questa giornata, come ha saputo ben fare con il suo prezioso piccolo libro, intitolato proprio: "La frontiera ferita", il triestino Gianni Cuperlo.

Tra generazioni di proiettili che meritano oggi un respiro mittleuropeo e non solo, un tamburo italiano, asburgico e balcanico.

Un ritmo che scandisca la danza della Pace (mai priva di ferite) e non il tragico 'inciampo nazionalistico e opportunistico della Guerra (mai rivelatrice di futuro).

Francesco Lauria

domenica 8 febbraio 2026

SIMONA BALDANZI: VESTAGLIE BLU E TALPE ARANCIONI: STORIE DI GUERRA E LAVORO, DECLINO E SPERANZA (Firenze, 31 Gennaio)

"Figlia di una vestaglia blu", il primo libro di Simona Baldanzi è uscito esattamente venti anni fa.

Io ero a Roma, al Cesos, come "stagista" (senza rimborso) e davo il cambio al fiorentino Alberto Gherardini, oggi stimato docente di relazioni industriali presso l'Università degli Studi di Torino.

Simona e Alberto erano stati compagni di Università a Firenze e Simona, già nei suoi primi racconti, ingegnava sempre uno scherzo al futuro professore, comune amico: lo faceva apparire fugacemente, proprio come Hitchcock nei suoi film.

Incuriosito da Alberto, corsi subito in libreria in Piazza Fiume, a Roma, a comprare il romanzo di Simona.

Il testo racconta una storia raccolta attraverso la tesi di laurea dell'autrice, quella delle "tute arancioni", gli edili, le talpe moderne che hanno scavato invisibili, devastando il territorio, l'alta velocità tra Firenze e Bologna, infrastruttura che tutti noi usiamo.

Ascoltando le tute arancioni Simona è ritornata alla storia operaia di sua madre, lavoratrice della Rifle (letto come si scrive nel Mugello, la sua terra): una vestaglia blu, appunto.

Mi innamorai subito di quella storia, o meglio, di quelle storie e del modo di scrivere di Simona (e di parlare, ascoltatela nel suo intervento a Firenze).

Rifle è anche il nome di un fucile. La mamma per la piccola futura scrittrice stava: "in catena" e, insieme alle altre colleghe, viveva in prima persona tante altre parole di lavoro e di guerra.

E se anche la Pace, ogni Pace, porta con sè le proprie ferite, la guerra del lavoro di Simona, bambina degli anni Ottanta, è quella di chi ha visto e subìto, anche negli occhi dei propri genitori e della propria comunità, il declino, la sconfitta della forza operaia.

Il racconto che usciva allora fuori, però, era sempre quello maschile delle tute blu (pur in sventura). 

Le "vestaglie blu", come la mamma di Simona, novecento donne operaie tessili solo a Barberino del Mugello, erano, invece, invisibili, proprio come lo sarebbero stati, anni dopo, i minatori, le talpe arancioni.

La nostra scrittrice racconta anche della tessitura di un sogno per il nuovo mercato della quasi ex Jugoslavia, un sogno spedito via Trieste, via babbo magazziniere, il suo.

Vale la pena di ascoltarla, viaggiare con lei nel suo Appennino (che è un po' ora anche il mio..) e seguire il suo racconto.

I suoi tanti profondi racconti che hanno anche incontrato, non senza ferite, il sindacato, non sulle montagne, ma nella piana pratese, a partire dai temi, delicati e violenti, della salute e della sicurezza.

Un sindacato, questa volta parliamo della Cgil, che i dirigenti tendono a portare avanti soprattutto con i protocolli e i tavoli e che Simona ha sempre, invece, preferito organizzare, respirare ai cancelli delle fabbriche.

Anche quelle piccole, piccolissime...

https://www.youtube.com/watch?v=YG1eBUTZffU&t=634s 


Buon (vero) racconto.
Buon ascolto.

Francesco Lauria

sabato 7 febbraio 2026

SIMONA LAING: “RIGENERARE SIGNIFICA RIPARTIRE DAL VIVENTE E CURARLO”. COME SI REALIZZA IL CAMBIAMENTO? (Firenze, 31 Gennaio).

Simona Laing, pistoiese, dirigente di imprese pubbliche, attualmente alla guida delle farmacie comunali di Grosseto, Io dice subito:

io sono una donna d’azienda e vedrei, almeno in teoria, il sindacato come un contesto “migliore”.

La vicenda del licenziamento di Francesco Lauria, cui va tutta la nostra solidarietà, però ci lascia basiti, soprattutto per l’incapacità della Cisl di trovare una sintesi.

C’era bisogno di tagliare in maniera così netta? Non c’era uno spazio per trovare una composizione?

I tavoli di trattativa rappresenterebbero, invece, l’anima della mediazione per il sindacato...

Questa vicenda, ha sottolineato Laing, non credo possa giovare a un sindacato come la Cisl.

Simona Laing ha poi raccontato nel dettaglio la propria vicenda personale, incredibile, quando era alla guida delle farmacie comunali di Roma a seguito della nomina del sindaco Ignazio Marino.

Attacchi e accuse pesantissimi, dovuti anche a direttori di giornali compiacenti, che si sono rivelati del tutto falsi, infondati e calunniosi.

Un licenziamento che si è rivelato giudizialmente ingiurioso, quello di Simona Laing, totalmente inconsistente.

Un licenziamento cancellato dopo un calvario troppo lungo.

Rigenerare, ha sottolineato Laing, significa ripartire, riconoscere il buono che c’è.

Si rigenera attraverso il nutrimento e la cura del vivente. Il buono va visto e si rigenera attraverso il conflitto costruttivo.

Edgar Morin ci invita a: “rigenerare le menti”, a ricostruire una piattaforma valoriale che non può non intrecciare ostinatamente anche la parola Amore.

Conta di più  in una impresa – ha detto Laing - l’Amore dell’utile aziendale.

Fratellanza e Solidarietà non sono parole fuori moda e la violenza non porta a nulla.

Il cambiamento, come ha scritto Simona Laing, anche nel suo romanzo “Burla ciao”, si genera: “rischiando un po’ di noi…”

Rivedi l'intervento di Simona Laing a Firenze durante il convegno nazionale: "Rigenerare Democrazia": https://www.youtube.com/watch?v=pnzQ-91HN_U

venerdì 6 febbraio 2026

MATTIA SCOLARI (CUB MILANO): "DIRITTO AL CONFLITTO", NO AL SINDACATO APPARATO. UN MOVIMENTO DI LAVORATORI PROTAGONISTA NELLE LOTTE SOCIALI (Firenze, 31 Gennaio)




Mattia Scolari, segretario generale della Cub di Milano, è una persona a cui sarò grato per tutta la vita.
Quando tutti sparivano e venivano scelte dalla Cisl nazionale per le mie audizioni disciplinari o date impossibili (meno di 24 ore di preavviso mentre mi trovavo per lavoro all'estero) o proprio le date e gli orari in cui la mia avvocatessa era impossibilitata a partecipare, Mattia c'era.

C'era, partendo all'alba da Milano per Roma, per essere al mio fianco in Via Po nel confrontarmi con il non iscritto alla Cisl ex Presidente del Caf Nazionale Danilo Battista e con il responsabile del personale di Via Po e Presidente di Unitas Spa Alessandro Spaggiari.


Al di là della mia vicenda personale sono proprio contento che, facendo tesoro delle relazioni precedenti, Mattia Scolari abbia concluso con una bellissima relazione (unico a rispettare alla lettera i tempi assegnati, nemmeno io l'ho fatto...) l'intesa giornata di Firenze e il convegno: "Rigenerare Democrazia", lo scorso 31 gennaio.

Mattia ci allarga lo sguardo e ci racconta delle nuova linfa del sindacalismo negli Stati Uniti (a partire dal settore dell'automotive) ricordandoci anche il fatto che Tiziano Treu scriveva, negli anni Settanta, che la nostra Costituzione riconosca il: "diritto al conflitto".
Certo un conflitto pacifico e nonviolento, ma un conflitto che nasce da un sindacato partecipato e democratico al proprio interno.

Ma quale sindacato, quale sindacalista e quale sindacalismo nel tempo della frammentazione assoluta e pervasiva del lavoro?
Mattia Scolari segue in particolare i settori del commercio e del turismo, due ambiti in cui i diritti sono calpestati e la sindacalizzazione è difficile e scarsa.

Ascoltatelo.

Penso ai vigilantes che lo buttano spesso fuori o lo portano via di peso dalle aziende, anche a causa delle ristrettissime possibilità di agibilità nei luoghi di lavoro per i sindacati di base in Italia, e che gli dicono, sottovoce: "Bravo, piacerebbe anche a me essere difeso da sindacalisti così!".

Il sindacalista milanese ci parla anche del "ricatto implicito" degli enti bilaterali e dei servizi.
Per mia formazione non sono contrario a prescindere alla bilateralità (quando è "nuovo mutualismo" non "droga" per il sindacato) e penso anche che si possano ripensare i servizi individuali in forme: "collettivizzanti".
Ma è un fatto che ormai le risorse per il sindacato sempre di più vengono non dagli iscritti, ma da elementi esterni che, inevitabilmente, ne minano l'autonomia e la trasparenza, favorendo un sindacato che è mero apparato, non movimento. 
Condizionando, ovviamente, anche l'efficacia della contrattazione collettiva nei luoghi di lavoro.

E' indubbio anche che ci voglia finalmente una buona legge sulla rappresentanza e che si debba applicare pienamente l'articolo 39 della Costituzione (e il 49 sui partiti politici) e Mattia Scolari, a Firenze, ce lo ha spiegato benissimo.

Di fronte al tentativo di ridurre il diritto di manifestazione e al dissenso con nuovi pericolosi (anche se non ancora del tutto compiuti, per fortuna) decreti sicurezza, rilanciamo un'alternativa radicale e convinta.

Oggi sono, purtroppo solo idealmente, con Mattia e con la Cub alla manifestazione nazionale a Milano che inizierà alle ore 15: "contro queste Olimpiadi".


Non siamo, ovviamente, contro l'idea delle Olimpiadi in sè, anzi, sappiamo bene quanto dovrebbero rappresentare un: "messaggio di Pace".
Ma siamo contro quello che hanno rappresentato e rappresentano in questa ingorda "società dello scarto", in questa terribile economia di guerra.
Non messaggio di fratellanza e cooperazione, ma strumento di sfruttamento: del lavoro, dell'ambiente, della casa, della Vita.

Abbiamo ancora: "il coraggio di volare" che ci ha insegnato decenni fa, proprio a Milano e da Milano, Pierre Carniti.


Come ha ricordato Mattia a Firenze, operiamo nella concretezza dell'amore come ci ha insegnato Padre Camillo Torres (anche al di là di sue scelte individuali operate in contesti diversissimi dal nostro...)

Gridavamo all'inizio degli anni 2000 dopo lo scempio del G8 di Genova, lo urliamo oggi, senza alcuna violenza (a parte quella che subiamo dal potere), ma con grande, ostinata determinata convinzione:

"Un'altra Milano, un'altra Italia, un altro Mondo sono possibili. 
E necessari!"

Francesco Lauria

giovedì 5 febbraio 2026

MEMORIA E FUTURO DELLE 150 ORE. IL SAPERE NON HA ANCORA PADRONE. ROMA, 6 FEBBRAIO 2026

 

Sono felice di poter essere a Roma oggi, in presenza.
Le vicenda delle 150 ore per il diritto allo studio nella capitale, a partir dalle periferie, come ho scritto in tutte le tre edizioni del mio volume su questa grande esperienza sindacale e formativa di massa, è assolutamente peculiare.
Essa ha riguardato in particolare alcuni temi specifici: dall'emergenza abitativa, alla questione della salute e sicurezza/ambiente, fino all'esperienza delle 150 ore all'Università Sapienza che si conclusero bruscamente, a seguito della celeberrima cacciata del leader della Cgil Luciano Lama dall'Università, ad opera dei c.d. "indiani metropolitani" nel 1977.


Ricostruire, con rigore e documentazione, questa storia, radicalmente riformista che ha permesso ad oltre un milione e mezzo di italiani ed italiane (ma anche di immigrati e immigrate) di raggiungere un titolo di studio, ma non solo anche di "imparare a suonare il clavicembalo" è importantissimo.
E' semplice perdere, smarrire la memoria delle vicende di "costruzione collettiva del bene", mentre i conflitti, persino le sconfitte (pensiamo alla marcia dei quadri Fiat del 1980) si ricordano più facilmente.
Sulle 150 ore, in infame regime di sospensione cautelativa da parte della Cisl, ho svolto la mia ultima lezione universitaria, a Bologna, il 13 ottobre scorso, peraltro durante l'occupazione dell'ateneo.
Il titolo della lezione, nell'ambito del corso del Prof. Emanuele Leonardi, concordato con le ragazze e i ragazzi occupanti è stato, carnitianamente, "Il sapere non ha padrone".

Il prossimo 23 febbraio, in altro corso e con altri studenti e studentesse si replica, sempre con la formula della lezione aperte.
Spero che venga qualche smemorato dirigente della Cisl che, in ambito formativo, neanche tanto tempo fa disse: "Le 150 ore, ma quella non era roba da Cgil?"
L'esperienza emancipatoria dell'educazione degli adulti, in realtà, è stata, insieme alla mobilitazione per la salute in azienda, l'esperienza maggiormente unitaria del sindacalismo italiano.
Dentro alle 150 ore ci sono le intuizioni di Pierre Carniti (con Bruno Manghi, Paola Piva e Pippo Morelli), l'esperienza internazionale di Bruno Trentin, l'intuizione del rapporto con la dimensione di lavoratore-cittadino di Giorgio Benvenuto, ma anche Paolo Freire e la sua pedagogia degli oppressi, Ivan Illich con la sua radicale "descolarizzazione della società", Don Lorenzo Milani e il suo silenzio che, nell'esilio, insieme a bambini e bambine, diventa voce, c'è Antonio Gramsci e il suo invito a studiare andando oltre ogni indifferenza per trasformare la società.
Tutto questo dirigenti sindacali culturalmente analfabeti e un po' fascistoidi non lo possono certo comprendere.
Ragazzi e ragazze che hanno a cuore, non solo il passato e la memoria, non solo le radici, ma anche il proprio e altrui futuro, sì.

Francesco Lauria

P.S. Del seminario mattutino di oggi verrà effettuata una registrazione, in modo da poterla mettere dopo a disposizione sulla pagina YouTube della SISLav. Il link G.Meet permetterà eventualmente anche di seguire il seminario in diretta: meet.google.com/zkq-hbft-ozr .

mercoledì 4 febbraio 2026

SAVINO PEZZOTTA: UN SINDACATO CHE REIMPARI A DISOBBEDIRE E A DIRE NO PER RITORNARE SOGGETTO POLITICO (Intervento 31 Gennaio)


Savino Pezzotta, ex Segretario Generale della CISL e parlamentare, interviene su: le paure della nostra società; la crisi del sindacato; la CISL, Daniela Fumarola e il patto di responsabilità; il lavoro nel futuro della nostra società; l'Italia, Paese in guerra nel silenzio delle organizzazioni confederali.

Pezzotta, nel suo intervento in occasione del seminario fiorentino "Rigenerare Democrazia", svolge una attenta analisi sulla situazione sociale ed economica del Paese, accompagnandola con sollecitazioni rivolte a tutto il movimento sindacale italiano ad iniziare dalla CISL.

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