No, ieri 2 aprile 2026, al Circolo di Capostrada la consueta pizza del giovedì, pur con preavviso, non era prenotabile.
Tutto esaurito, esauritissimo, in vista dell'arrivo per il confronto sulla visione di città di Giovanni Capecchi, in questa occasione accompagnato dal "padrone" di casa Riccardo Trallori.
Consumata, un po' tristemente, in Viale Adua una pizza al taglio acquistata al supermercato, mi sono spostato di fretta verso il luogo da cui si dipanano le due strade che portano verso la mia Regione d'origine, la via Modenese e la Via Bolognese.
Il luogo lo conosco bene e mi sono diretto senza esitazioni all'ampio parcheggio a fianco della Chiesa. Niente tutto esaurito. Esauritissimo. D'altronde succede sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.
Ho fatto, a passo d'uomo, tutto il percorso verso la ferrovia (la Porrettana...), gli unici buchi erano i passi carrabili e, forse, nemmeno tutti erano stati lasciati liberi.
Ottenuto comunque un più che discutibile e sanzionabile parcheggio, mi sono diretto a piedi verso il Circolo, rinato a nuova vita poco più di un paio di anni fa grazie all'impegno, volontario e militante, tra gli altri, proprio di Riccardo Trallori.
Un sacco di gente fuori e una prima sorpresa.
Un blackout davvero chirurgico aveva lasciato al buio poche case nella via tra cui, proprio il glorioso Circolo di Capostrada.
Sorrisi, battute. Tra me e me mi sono detto e mò, chi gliele dà le tre sorprese che ho preparato a Giovanni?
Sbagliavo, al buio nel circolo (non è una metafora, al di là di qualche torcia di telefonino, proprio al buio, buio) c'era già il tutto esaurito. Esauritissimo. Nemmeno una sedia, uno sgabello, una panca rimasta in disparte, magari dimenticata fin dai tempi del Pci.
D'altronde, c'è poco da fare, è sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.
Fuori dal circolo, tra la folla, incrocio la moglie di Giovanni e Chiara, la figlia, che conosco solo di vista.
La saluto, mi faccio coraggio e mostro dal mio piccolo zainetto verde due delle sorprese che ho in serbo per la serata e per Giovanni.
Ottenuto un bel sorriso e il suo via libera, proseguo e salgo le scale.
Non prima di aver dato un occhio al mio manifesto storico preferito: quello risalente al referendum autogestito del circolo, nel 1984, contro l'istallazione e il dispiegamente delle testate nucleari americane in Italia.
Riccardo Trallori è già in mezzo alla sala, in apparenza un po' nervoso per la mancanza della luce (credo ripeta più volte, Enel, Enel...). Arriva Giovanni, poi Marco Furfaro.
Sembriamo in "M'illimino di meno" di Caterpillar e, scherzando, ma neanche troppo, si evoca comprensibilmente visti i tempi in cui viviamo, anche il risparmio energetico.
Di energie ne ha tante, tantissime, nonostante la giornata intensa, lo stesso Giovanni che prende la parola dopo l'introduzione di Riccardo Trallori.
E' un intervento bellissimo, certo qualche inevitabile ripetizione rispetto ai dibattiti precedenti ovviamente c'è, ma quando Giovanni comincia a parlare di politica come sogno e di Pistoia come città della Pace, della sostenibilità e della partecipazione, quando parla di libri regalati, mi sento, non solo a casa, ma come se fossi su un'amaca e fuori ci fossero il doppio degli undici gradi di una serata pistoiese piuttosto fredda di inizio primavera.
Giovanni ricorda che, nell'incontro dei Giovani per Giò, gli è stato chiesto di promuovere un gemellaggio, negato dall'attuale Giunta di destra, tra Pistoia e una città della Palestina.
Arriva un faro, ma tutti ascoltano, il buio aiuta persino a concentrarsi mentre il non brevissimo intervento di Giovanni, si conclude.
Ho in mano le mie tre sorprese:
Ma prima faccio una domanda alla platea che mi guarda incuriosita:
"Lo sapete che cosa imputano a Giovanni Capecchi, in particolare in alcuni ambiti del centrosinistra pistoiese? Lo sapete? Gli rimproverano di pensare e di sognare, di non occuparsi solo del presente e delle buche, ma di essere concentrato soprattutto sul futuro."
Ho in mano le mie prime due sorprese, quelle validate da Chiara.
Una grande lampadina e un adesivo, mutuato da una bellissima campagna alle amministrative di Parma nel 1998, a favore del grande eretico della sinistra, liberatore di matti e neonati, manicomi e brefotrofi, Mario Tommasini.
"Mario Tommasini Just do it!", scrivevamo, in ogni luogo, a Parma nel 1998.
In tempi e modi diversi, "Giovanni Capecchi Just do it!" scriviamo oggi su simili adesivi.
Siamo molto lontani da certe multinazionali, ma il famoso baffo significa anche io voto, significa: "Io ci sono!"
Un adesivo è sulla grande lampadina, ed è un messaggio anche per Giovanni: non smettere di pensare, non smettere di avere una visione, non smettere di sognare e di far sognare.
Non ho finito.
Ricordo a tutti e a tutte che Gaza non è lontana.
E', invece, vicinissima, basta andare al Kebab vicino alla stazione ferroviaria di Pistoia, parlare con il proprietario, leggere nei suoi occhi la ferita dell'esilio, la ferita delle bombe, la ferita sanguinante del genocidio del popolo palestinese.
Ricordo a tutti che, leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grandissimo poeta palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice
israeliana Helit Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio
meno, in arabo ed in ebraico, poesia si scrive sostanzialmente
allo stesso modo: "sh ir".
Mentre "verso" si
scrive bait in arabo e bayt in ebraico e, non
casualmente, significa, in entrambe le lingue anche: "casa".
Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può
significare, anche, intonare una poesia o un canto.
Darwish ci dice: "Se Dio
creò il mondo, l'uomo può creare la poesia".
Spesso, nei conflitti, che, ovviamente
hanno ragioni economiche, geopolitiche, di potere, etc. mancano le
parole per parlarsi.
Io penso che si possa fare ancora di più di quanto, ha giustamente
proposto Giovanni Capecchi in queste settimane.
Penso che sia certamente importantissimo, come da
Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato,
dal basso e non solo istituzionale, con una città palestinese.
Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.
Cominciamo a spargere antidoti rispetto al
veleno dell’odio.
Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre
la sua curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in
Israele e Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul
bene, si muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che
organizzano le loro forze attorno alla creazione di spazi nei quali
superare le barriere e realizzare un presente e un futuro comune, condiviso.
Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come
Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel
destino), Zazim Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an
(Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad
(Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai
coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di
Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di
Pace).
Pensiamo, infine, alla storia stupenda dei due “padri
per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin (palestinese)
che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a donarci una
potente testimonianza di riconciliazione condivisa.
Ecco io penso a Pistoia anche
come città della: “diserzione”. Diserzione dall’odio, dal nazionalismo,
dall'inevitabilità della guerra, dalla violenza, dai muri.
Pistoia come bait/bayt casa,
ma anche poesia, canto della nonviolenza e del dialogo, anche franco,
anche difficile, anche doloroso, perché le ferite non si cancellano, si
attraversano insieme, diventando fessure di luce, come nella bellissima canzone, Inno, di Leonard Cohen.
Bait/bayt come "verso,
strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico
con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.
Anche e soprattutto: "l'altro/a
difficile".
Pistoia, insomma,
come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono
vive anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.
Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile,
a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere”
la Pace, non solo proclamarla da lontano.
Tiro fuori dal mio zainetto la terza sorpresa. E' un libro: "Dal fiume al mare" di Widad Tamimi. E' una frase di libertà che, nel racconto, soprattutto femminile, di una famiglia mista, araba e israeliana, non porta alla distruzione di nessuno, ma alla libertà e alla giustizia per tutti/e, a partire dai più fragili.
Tamimi, promuove, anche in Italia, borse di studio per giovani palestinesi.
Guardo Giovanni e gli chiedo: "in attesa dell'ulteriore sviluppo dell'università a Pistoia, partiamo da ciò che c'è: borse di studio per ragazzi e ragazze palestinesi proprio in infermieristica, proprio a Pistoia".
Mentre torna la luce, proprio alla fine dell'incontro, penso che la Speranza, come ci diceva sempre l'indimenticabile leader sindacale Pierre Carniti, sia un sogno bellissimo e importantisssimo.
Da "fare da svegli", come affermava, a sua volta, Aristotele.
Giovanni Capecchi è questo: una forza dolce, una speranza sognata da svegli, un desiderio di potere per e con (NOI), non di potere, dominio su (IO).
Anche se il 12 aprile. giorno delle primarie del centrosinistra, sarò purtroppo all'estero, per me sarà come esserci.
Insieme, con gioia, alla Primavera di Pistoia e per Pistoia!
Francesco Lauria