venerdì 18 settembre 2026

"THIS I PROMISE YOU". LOTTARE PER TE (CON TE?) CHE AVRAI 18 ANNI NEL 2030... SVEGLIARCI INSIEME ALL'AURORA.


La sveglia è puntata alle 4.35 del mattino.
Sabato 19 settembre.

Con un po' di eccesso di ansia (e inevitabile sfiducia rispetto ad Autolinee Toscane) avevo, infatti, deciso di prendere, con anticipo, il primo bus del mattino verso la stazione di Pistoia.
Quello delle 5.27...

Destinazione Milano: manifestazione nazionale: "La voce dei lavoratori non si licenzia", promossa, insieme a decine e decine di realtà, dal sindacalismo di base: CUB, Confederazione Unitaria di Base e USI (lo storico sindacato anarchico o, almeno, un pezzo...)

Milano è la città dell'ospedale privato San Raffaele, Gruppo San Donato, che ha licenziato ritorsivamente l'ingegnera biomedico Margherita Napoletano, Rls e coodinatrice delle Rsu, ma anche la città dove hanno sede gli uffici di Tim che, sempre ritorsivamente, ha licenziato (due volte!) Simone Vivoli, Rsu e segretario nazionale Flmu Cub.
E oggi non dimentichiamo nemmeno il licenziamento del sindacalista Cub Delio Fantasia, "fatto fuori" da Stellantis a Cassino.

Oggi è il quindicesimo compleanno di mio figlio Jacopo.
Come per tanti genitori sembra ieri quando lo tenevo in braccio sostenendolo con una mano, mentre ora è più alto di me, un colosso di adolescente che mi da non poco filo da tessere...

Non sempre è facile lo ammetto, capirli i sogni di un adolescente, stare sul filo che, salvaguardando la protezione, non sconfina nell'oppressione e nel dialogo tra sordi.

Come penso sia normale, specialmente oggi, ma ovviamente non solo, il mio pensiero principale è lui che, nel 2030, avrà diciotto anni, compiuti da qualche mese...

Di anni Simone Weil ne aveva solo dieci in più di Jacopo (oggi) quando scrisse, nel 1934: "Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale".

Io le porto spesso con me come un talismano o, forse, come il tatuaggio che non ho, mentre sono costretto ad attraversare l'immenso ammasso di menzogne che circonda la parola "società".

Nella società, termine che ci sembra ovvio, consueto, inevitabile come le corse saltate dei bus di Autolinee Toscane, in particolare all'inizio delle scuole, si cela una "realtà segreta e imponente", che agisce su di noi e spesso non viene riconosciuta.

Simone Weil ci spiega con naturale chiarezza che l'uomo si è emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi a un'oppressione ancora più oscura, capricciosa e incontrollabile: quella realizzata dalla società stessa.

Scrive Weil: "sembra che l'uomo non riesca ad alleggerire il gioco delle necessità naturali senza appesantire nella stessa misura quello dell'oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso".

La riflessione di questa grande e fragile donna svela, nei meccanismi del potere come in quelli della produzione e dello scambio, altrettanti volti di una stessa idolatria.

E allora di fronte alla Speranza della Lotta che cosa si trova di fronte a noi?
 "Abbiamo l'immagine inscalfibile, concreta, non ideologica, non idolatrica del Bene, in rapporto al mondo".

Sosteniamo uno sguardo che ci induce a: "sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo".

Se vogliamo, con Walter Benjamin, superare il "capitalismo come (falsa) religione" dobbiamo testimoniare ed essere altro, essere scandalo, contestazione e sguardo consapevoli.

La nostra lotta per te, meglio con te, Jacopo, che avrai diciotto anni nel 2030 è immergersi in una vitalità travolgente, in una spinta di Speranza.

Il capitalismo come falsa religione, come ha spiegato benissimo il prof. Gabriele Gozzi durante un incontro, presso il Seminario di Pistoia, intitolato: "Dio o Mammona?", è un "carro armato iniquo".


Ormai l'economia militarizzata, che comprime i diritti di cittadinanza e nel lavoro, persino quello sindacalizzato, sta facendo della guerra non una eccezione, ma la propria prassi ordinaria.

Siamo al record assoluto di spese militari (undici anni di crescita ininterrotta...) e, se è vero che Stati Uniti, Russia e Cina, rappresentano ancora il 51 per cento di questa cifra enorme, l'Europa è il luogo in cui la spesa militare cresce di più.

Le organizzazioni militari, come la Nato, stanno, gradualmente, sostituendo i Parlamenti, viviamo in un'enorme e crescente diseguaglianza che porta con sè ingiustizia, alienazione, estraniazione, a partire dal lavoro, ma senza fermarsi ad esso.

Qual è, dunque, Jacopo la nostra "rivolta tra le dita"?

E' chiaro che si parte da una rivolta individuale, intima, sempre più consapevole.

Ma essa si deve trasmettere alle comunità e alle strutture politiche.

Usando un linguaggio evangelico, ma che Alexander Langer è riuscito, con la sua capacità profetica, a trasformare in universale, dobbiamo realizzare una integrale: "conversione ecologica".

Peraltro che il capitalismo sia una struttura di peccato, come sempre ha ricordato Gozzi nel Seminario di Pistoia, ce lo ha detto non quel "comunista" irriducibile di Papa Francesco, ma il controverso Papa Pio XI nella sua enciclica "Quadragesimo Anno". Rileggere per credere...

Quali sono le scelte che ci avvicinano alla Verità del Bene e ci allontanano dalla Menzogna del Male?

La prima è porre un freno all'individualismo conformista e all'indifferenza complice.
La seconda è testimoniare e tessere relazioni con integrità e coerenza. Senza pretendere di "possedere" subito tutte le risposte, ma rimanendo, costantemente, in ricerca. 

Papa Francesco, questa volta sì, proprio lui, nell'ambizione a un cambiamento davvero radicale, ci parlava di un "cuore" che per praticarlo deve essere gioioso, felicemente integro.
Nonostante tutto.

Solo così si superano i discorsi astratti e si accende la fiamma dell'alternativa.

Perchè un'alternativa è possibile, necessaria, urgente, non vorremo certo dare ragione, quarantacinque anni dopo, a Ronald Reagan e Margareth Thatcher?

Certo dobbiamo pretendere di poter costruire un sindacato e una politica che non siano marionetta che non mentano a lavoratori e popolo, che non si riducano a: "tombe dell'arrivismo".

Per sognare, Jacopo, insieme a te, che avrai diciotto anni nel 2030 e potrai, con il tuo voto (e, ovviamente, non solo!) provare a cambiare davvero la storia, dobbiamo uscire dai "luoghi mortiferi", non essere mai catturati/e dallo sguardo e dall'atmosfera del potere e del dominio.

Viviamo, siamo travolti, infatti,  da un potere che non ha, in realtà potere, perchè recita e da una classe politica e sindacale, senza politica e sindacato.

Allora con Margherita, Simone, Delio e tanti altri/e, sindacalisti autentici, oggi sono sul treno.

 Ho visto fiorire, Jacopo, l'alba dell'aurora su questa "terra del tramonto".


Ti ho dedicato Jacopo, nel sussurrarti da lontano buon compleanno, pur nelle nostre difficoltà, nelle mie difficoltà, ogni respiro e ogni battito, ogni fessura, feritoia di luce mentre lasciavo Firenze, per l'erba e il cemento della mia pianura.

Il dialogo, strumento, spartito di Pace, non è semplice, noi lo sappiamo.
Ma è necessario.

Il dialogo, però, non annulla il conflitto, la rivolta, la lotta, il fuoco della Speranza.
Il principio e il fine di ogni Speranza.

Penso agli operari dell'Acca a Seano, al loro accordo, certo su cui vigilare, dopo la lotta.

Alla loro carne sull'asfalto rovente del nostro capitalismo dello scarto.

Questa mattina non sono con te, Jacopo, ma ti porto con me, dentro di me, di fronte a me.

Come quando abbiamo scherzato, in Val Badia, questa estate, fotografandoci mentre guardavamo differenti orizzonti.

Ma anche con sguardi diversi e felicemente molteplici, anche "dopo la pioggia", il mondo, l'unico che abbiamo, è uno.

Prendersi cura del mondo, "non uccidere", non solo con i fucili o con i droni, ma anche con l'economia di morte, è imperativo categorico ed, insieme, scelta libera e di gioia.

Perchè, come ci ha spiegato Bruno Trentin che, certamente, aveva letto Simone Weil: "la libertà viene prima".
Ma non è libertà su, è libertà con, libertà per, libertà da.

E' Pace, parola, progetto, sguardo. oggi, allo stesso tempo vero e rivoluzionario.

Stiamo sui margini, Jacopo, sulla soglia, valorizziamo l'innovazione creativa, il sogno, quello fatto da svegli.

Buon compleanno Jacopo, amore mio, vita mia, sogno incarnato, futuro.


Questo ti prometto: "This I promise you".
Non perderò, non perderemo mai la Speranza e lo sguardo di una lotta nonviolenta...

Che alla morte preferisce la Vita,
Che veglia nella notte,
Che è preghiera e rivolta,
Ponte e barricate,
Pane e Rose,
Poesia e Prosa,
Desiderio e Bisogno.
Utopia e progetto.
Orizzonte e passo.
Alba e tramonto.

Che è felice di svegliarsi presto, alle 4.35 o anche prima.
Per immergersi nel sogno condiviso e reale, concreto, quotidiano dell'Aurora...

This I Promise You.
Babbo, come dite voi toscani, Francesco

THIS I PROMISE YOU (Richard Marx)

Oh, oh
When the visions around you
Bring tears to your eyes
And all that surrounds you
Are secrets and lies
I'll be your strength
I'll give you hope
Keeping your faith when it's gone
The one you should call
Was standing here all along
And I will take you in my arms
And hold you right where you belong
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
I've loved you forever
In lifetimes before
And I promise you never
Will you hurt anymore
I give you my word
I give you my heart (give you my heart)
This is a battle we've won
And with this vow
Forever has now begun
Just close your eyes (close your eyes) each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
Over and over I thought (over and over I thought)
When I hear you call
Without you in my life, baby
I just wouldn't be living at all
And I will take you in my arms (I will take you in my arms)
And hold you right where you belong (right where you belong)
'Til the day my life is through
This I promise you, babe
Just close your eyes each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
Every word I say is true
This I promise you
Every word I say is true
This I promise you
Ooh, I promise you

giovedì 17 settembre 2026

"TI PROTEGGO IO". TRASPARENZA, O SINDACATO E POLITICA SONO MORTI. ESSERE COERENTI NON E' UN LUSSO MORALISTA. CANTIAMO UN CANTO NUOVO: "PER QUELLO A CUI SIAMO CHIAMATI". (prima parte...)

"Non ti preoccupare caro Francesco, finchè ci sarò io attorno a questo Palazzo tu non corri alcun rischio, ti proteggo io..."

Ricorderò sempre questa frase di "Gigi Bonfanti", parmigiano come me, potente segretario confederale nazionale della Cisl, in passato braccio destro del segretario generale Sergio D'Antoni, infine segretario generale della potente federazione dei pensionati del sindacato di Via Po.

Il Palazzo in questione era, appunto, la sede confederale Cisl di Via Po a Roma, un ex bellissima palazzina liberty, stravolta e sommersa di cemento armato negli anni Settanta (Pierre Carniti ha fatto anche qualche errore...)

Per capire il contesto di quella frase, occorre sapere che io, che di padrini e madrine ero proprio volutamente sprovvisto, avevo scontato, a partire dal luglio 2005, oltre sei anni di precariato, tra il Cesos (il Centro di Studi Economici e Sociali, promosso dalla Cisl e ora chiuso) e la confederazione stessa.

Arrivato poco dopo la defenestrazione violenta, per alcuni "congiura di palazzo" che aveva eliminato senza appello il segretario generale Savino Pezzotta, pochi mesi dopo che un congresso nazionale lo aveva riconfermato con il 93% dei voti, fin da subito, in Via Po, non avevo mai fatto parte dei "vincenti".

Bonfanti, pur mio concittadino, anche per la differenza anagrafica, l'avevo conosciuto direttamente a Roma e il segretario confederale e poi generale aggiunto con cui lavoravo e di cui, a un certo punto, ero considerato il braccio "sinistro" (in senso politico...) veniva dalla, allora, gloriosa storia dei metalmeccanici e, pur essendo venuto pericolosamente a patti con la destra interna, imperiale e stravittoriosa, di Raffaele Bonanni, era visto, costantemente, con sospetto e come un pericoloso "comunista" da esorcizzare e, il prima possibile, allontanare.

Il fatto, poi, che fosse (sia) considerato da tutti/e una persona competente e laboriosa, come ha ampiamente dimostrato nell'unico mandato parlamentare che il sistema ottuso dei partiti del centrosinistra e in particolare il Partito Democratico, gli ha concesso, costituiva una vera e propria, pietra dello scandalo.

Il mio "capo" era uno, per di più, che si era laureato da adulto (a Padova, Università vera...) e che, tanti anni prima, per carità, aveva discusso una tesi con dei pericolosi rivoluzionari, vicini a quella sinistra extraparlamentare che, in quei tempi, aveva la Cisl (ancora pluralista e ben meno irreggimentata della Cgil...) come la propria principale casa sindacale.

Certo, nel frattempo, avevo anche avuto modo di concludere, proprio pochi giorni prima de mio colloquio con Bonfanti, parmigiano come me, il dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia.

La mia piccola storia è semplice, anche se sono passati ormai più di sedici anni da quel colloquio: ero salito, su indicazione del mio "capo", al piano nobile (il quinto, con tanto di vista su Villa Borghese) del Palazzo per sancire e firmare l'agognata e, direi, sacrosanta, assunzione a tempo determinato come quadro direttivo.

Un'assunzione che sarebbe dovuta arrivare dopo una sequela, lunga, di contratti annuali a progetto, sempre meno adatti a uno, come il sottoscritto, che, nel lavoro sindacale, aveva ormai assunto responsabilità, anche formali, nazionali ed europee e cominciava anche ad avere a che fare, nell'interlocuzione quotidiana sulle leggi sul mercato del lavoro, la formazione, l'istruzione, l'apprendistato, la lotta al lavoro sommerso, con parlamentari (di ogni schieramento) e, in alcuni casi, anche con Ministri.

Chi volesse compiere un gesto eroico (e inconsulto) e infliggersi il racconto della mia storia professionale (come hanno fatto, in realtà, in migliaia, incuriositi dal c.d. "caso Lauria", frettolosamente definito il "sindacalista anti Meloni, fatto fuori da Daniela Fumarola") la trova "riassunta" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2025/11/pane-e-rose-mestiere-e-missione-sapere.html


Tornando a noi, scesi dal quinto piano al primo di Via Po, furibondo, incredulo, sconvolto.

Invece dell'assunzione a tempo indeterminato e dell'inquadramento promesso e meritato (avevo anche concluso, con il massimo del giudizio, il dottorato di ricerca) mi ero ritrovato uno spelacchiato e nemmeno tanto remunerativo, contratto a progetto di sei mesi.

Sei mesi. Uno yogurt, quasi, dura di più.

Ricordo che tornai dal mio "capo", feci presente i miei diritti (ma lui, incolpevole era considerato, ormai, in uscita, quasi da espellere...) e ottenni dalla direzione di sede, battendo i pugni sul tavolo, in extremis, almeno, un piccolo, piccolo, piccolo aumento retributivo.

La frase, apparentemente rassicurante e protettiva, di Gigi Bonfanti si situava nel contesto che ho descritto.

Avrebbe dovuto rassicurarmi, ma non lo fece.

Io, che sono da sempre un "rompicoglioni" (affettuosa e assolutamente corretta definizione del sociologo cislino e mio "padre" sindacale, Bruno Manghi), non mi sentivo per nulla protetto da quella affermazione.

Perchè io, che avevo un profilo tecnico e non politico (in senso interno,  avrei dovuto stare tranquillo per la protezione, peraltro mai richiesta, di un alto dirigente?

Perchè non dovevano contare le tante alzatacce alle cinque del mattino, l'aver girato varie volte l'Italia (come altri colleghi/colleghe per carità...) ad ogni riforma del lavoro (e, in quegli anni se ne susseguivano tante), perchè non contavano i tanti articoli scientifici, l'aver rappresentato, con successo, in svariati contesti stranieri la Cisl, il massimo titolo di studio conseguito, i mille e mille comunicati stampa, circolari etc. etc. etc.

Perchè doveva contare solo, esclusivamente, non la lealtà all'organizzazione, ma la fedeltà ai singoli dirigenti apicali?

La frase, in sè affettuosa e anche generosa, direi rispetto a me disinteressata, di Gigi Bonfanti che mi stimava molto e a cui stavo, pur nella nostra radicale, direi assoluta diversità, pure simpatico, mi aveva fatto venire in mente la confidenza del mio primo capo: un altro ex metalmeccanico, un intellettuale, operaio e sindacalista, autodidatta, come Domenico Paparella.

Uno che era in grado di farti correggere pervicacemente anche il modo in cui scrivevi il tuo nome e cognome (e che spiegava sempre, assertivo, ai tassisti la strada che dovevano fare, come raccontò, con ironia, al funerale di Domenico il prof. Guido Baglioni, in occasione della prematura scomparsa, dovuta, da ex saldatore adolescente, a Genova, a una maledetta e antica fibra/scheggia di amianto che aveva causato, dopo oltre trent'anni, un inesorabile mesotelioma)

Ma Domenico Paparella era anche un fine intellettuale e un grande e competente lavoratore, che era sempre il primo, la mattina presto dopo la corsa a Villa Borghese, a entrare al lavoro e l'ultimo ad andarsene. Un dirigente che aveva, con severa e affidabile etica francescana, sempre e comunque, una parola sola.

Paparella mi disse, di fronte ad una mia scelta di vita che mi avrebbe portato via dal Cesos per approdare, appunto in Via Po, chiamato da Bruno Manghi:

"Mi raccomando Francesco, mantieni sempre una seconda possibilità/strada. Non significa tenere il piede in due scarpe, ma il sindacato, te lo dico per esperienza personale, è spietato, non perdona. Devi sempre, sempre, pur sapendo stare alle regole di una grande organizzazione, preservare una cosa sola: la tua libertà. La tua libertà di pensare e di agire, Ma soprattutto di essere".

Ho ripensato tante volte, con nostalgia, a Domenico.

Mi sono impegnato, a fondo, per custodirne la memoria e il pensiero.

Come quando, per la redazione del volume in sua memoria, ho incontrato gli "ex ragazzi" dell'Istituto per Ciechi, il David Chiossone di Genova.

Domenica Paparella fu il sindacalista della Fim, insieme ad un collega comunista della Fiom, che offrì il proprio importante sostegno e la propria competenza ai ragazzi del Chiossone in rivolta.

A quella grande "lotta da orbi", come il titolo del libro che poi l'ha raccontata, che contribuì, in maniera fondamentale, a superare le scuole differenziali e separate per ciechi e disabili in Italia.

Quelle stesse scuole differenziali che, in Germania, l'estrema destra dell'Afd vorrebbe oggi, ignobilmente, sventuratamente, reintrodurre.

L'ho immaginato tante volte, Domenico, con il suo grande quaderno ordinato, segnare, una ad una, le richieste, le aspirazioni dei ragazzi, e aiutarli nel vittorioso negoziato seguito poi al conflitto.

Gli ultimi degli ultimi, come raccontato nel film: "Rosso come il cielo", avevano vinto, i fragili fra i fragili, avevano affermato la loro soggettività, si erano visti riconosciuti, con la fatica e con la lotta, la loro dignità, al di fuori di ogni paternalismo.

Dignità di persone e di cittadini. Di studenti.

Il sindacato, allora potentissimo, eravamo all'inizio degli anni Settanta, aveva saputo guardare fuori da sè, farsi positivamente contaminare, era stato visionariamente e concretamente in grado di ascoltare, accompagnare, sostenere, sollevare.

Uscire dalla logica di potenza, dalla zona di confort.

Le sirene delle acciaierie e delle fabbriche sul lungomare e sulle colline di Genova, avevano salutato, come le campane di una chiesa laica e diffusa, la vittoria dei ragazzi del Chiossone. 

Dei ragazzi, ma anche di Domenico, ormai promosso da Pierre Carniti verso Roma e verso la segreteria nazionale della Fim Cisl e, poi, dell'Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici.

Oggi a Parma, verrà inaugurata, dalla segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, la sala Ermenegildo "Gigi" Bonfanti.

Bonfanti è scomparso, improvvisamente, circa cinque anni fa, mentre era sulla nave che lo avrebbe portato, per le ferie estive, in Sardegna.

Lui medico, con di fronte la figlia medico, si è accasciato mentre si allacciava una scarpa, nel porto di Livorno.

Non c'è stato nulla da fare.

Aveva lasciato da tempo il palazzo di Via Po 21 in cemento armato.

Ma io, nel giugno del 2025, solo due mesi prima l'esplodere, urbi et orbi, del c.d. "caso Lauria", solo quattro mesi prima il mio infame e ritorsivo, illegittimo licenziamento, ho svolto, con responsabilità e impegno, un particolare compito, assegnatomi da Edizioni Lavoro, la casa editrice della Cisl.

Ho redazionato (e ci ho messo molto, molto del mio) il volumetto di Alberto Aibino (anche lui parmigiano...): "Gigi Bonfanti. Il medico e il sindacalista illuminato".

Prima che qualcuno dica, consapevolmente mentendo, che io "millanto", basta andare a pagina 2 del libro, c'è scritto.

L'inaugurazione della sala Bonfanti, presso la Cisl di Parma, avviene pochi giorni dopo un fatto cruento e, per me, anche se non mi riguarda direttamente, un "calcolo" terribile, spietato, dolorosissimo, pur in un contesto complesso.

Molto spesso non mi trovavo d'accordo, sindacalmente, con Gigi Bonfanti. 

Avevamo anche stili diametralmente opposti, io pauperistico e proletario, viaggiando sempre in seconda classe e, se ci fosse stata una terza, in terza classe, lui sempre raffinato, ai confini del lusso.

Ma sono certo, certissimo che, protezioni e simpatie, a parte, lui non avrebbe mai parlato, come altre dirigenti apicali della Cisl, di un "sindacato che può, senza tanti problemi, frantumare le persone".

Il sindacato, quello vero, con tutti i suoi limiti e i difetti, le persone le tutela, le organizza, le innalza, le protegge (per davvero), ne ha cura, le mette in relazione.

Le ascolta.

Non le frantuma. Nemmeno lo meritassero, magari un po'.

Pensateci oggi in Via Lanfranco, a Parma, cari/e dirigenti sindacali, giovani rampanti e volpi attempate, prime, seconde, terze e quarte file, mentre mangiate le tartine, fate gossip nei corridoi, celebrate, ipocritamente, un potere che non è più, ma che vi ha protetto, disinteressatamente e non.

Pensate alle promesse tradite, al desiderio e al diritto di rinascita frantumato, ad una seconda possibilità negata.

Non parlo di me.

Pensate al silenzio dell'etica del vostro brusio e del vostro volgare gozzovigliare, magari dopo aver ascoltato distratti, una, almeno per voi, benedizione vacua e insincera.

In questi lunghi, difficili mesi ho imparato che la persona, ogni persona, anche se frantumata, annientata, vilipesa, vittimizzata, ignorata, violata, derisa, diffamata, calunniata, anche se essa stessa può sbagliare, commettere degli errori, sopravvive, intera, alla propria ferita, anche senza doverla cancellare.

Una cicatrice può fare male, anche nella memoria, e la mia è dolore quotidiano, intenso, inesorabile, indelebile.

Ma di fronte agli occhi dell'altro, dell'altra, alla ferita dell'altro, dell'altra, si riscopre il senso profondo della parola sindacato, "sun dike": "fare, essere giustizia insieme".

Anche e soprattutto nelle difficoltà, nel pozzo nero.

Quello in cui non ti chiama e non ti sente nessuno/a. Per convinzione o, più probabilmente, per interesse, per conformismo, per vigliaccheria.

E lotterò, senza moralismo, ma con moralità.

Senza aver paura o vergogna della sconfitta e della caduta, imparando dai ragazzi del Chiossone, lotterò con tutte le mie forze. Tutte.

Per il riconoscimento della dignità. Non solo della mia.

E' scritto nella prefazione dell'antologia di Padre David Maria Turoldo: "Amare":

"Cantate al Signore un canto nuovo, proclama il Salmo 149, il canto, cioè, definitivo e perfetto. Ma Agostino ricorda (Discorso 34) che soltanto l'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il canto è espressione di gioia e d'amore: solo chi è innamorato della vita nuova - la vita che ci è stata donata da Colui che ci ha ha amato per primo - può cantare il canto nuovo. E l'unica preoccupazione deve essere quella della coerenza.

Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. 

Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce".

Francesco Lauria

mercoledì 16 settembre 2026

SULAIMA E LA CAPACITA' DI ASPIRARE, NUTRIRE LA DEMOCRAZIA. UNA PALESTINA CHE RESISTE, DESIDERA, CREA, CI INTERROGA, CI CHIAMA.


Devo dire che Sulaima Ramadan mi ha sorpreso.

Certo avevo letto con attenzione il volantino dell'Associazione Acqua Cheta ed ero preparato ad incontrare una donna generatrice di cambiamento, una giovane, ma già di grande spessore ed esperienza, imprenditrice sociale.

Ma l'incontro è andato oltre ogni previsione e, sono certo, dato che presso le suore domenicane di Pistoia non c'era nemmeno un posto libero, anzi, in molti hanno dovuto ascoltare in giardino o nel corridoio, che in tanti e in tante hanno pensato la stessa cosa.

I numeri non dicono tutto, ma dicono molto: in un contesto difficilissimo, da un punto di vista umano, sociale, ma anche e soprattutto lavorativo, come la Cisgiordania palestinese, Sulaima che, in arabo significa "pacificatrice" forma oltre 1200 tra donne, ragazze e bambine/bambini ogni anno.

Formatori e formatrici sono, poi, l'architrave di un progetto di cambiamento che investe sulle competenze in un contesto in cui, a causa delle riduzioni delle tasse girate dal Governo israeliano all'Autorità Nazionale Palestinese, la scuola, di ogni ordine e grado, è stata ridotta, così come lo stipendio degli insegnanti, da cinque a tre giorni settimanali.

Quando va bene.

I prodotti artigiani, i tessuti che sono realizzati attraverso l'impresa sociale Ibitkar sono un strumento di resistenza pacifica, emancipazione e riscatto.

Ibtikar, che in arabo significa "innovazione", è un incubatore d'impresa e un laboratorio comunitario con sede a Betlemme.

Questa scommessa di futuro offre corsi di formazione professionale, tutoraggio, percorsi di avvio alla micro-imprenditoria, supporto psicologico e sociale, in un tessuto, anche familiare, sempre più frammentato, sfrangiato, violato.

La produzione e la valorizzazione di manufatti tradizionali e artigianali: borse, tessuti ricamati, realizzati dalle donne della comunità anche a domicilio, sono un elemento di resistenza anche culturale, di fronte alle gravissime violenze subite dalla popolazione palestinese.

Terminata la conferenza mi sono avvicinato a Sulaima, ci siamo sorrisi e le ho detto, tra le altre cose:

"Thank you Sulaima, for your capacity to aspire...!"

Ho sempre creduto nell'impostazione del socio-antropologo indiano Arjun Appadurai, attivo nelle baraccopoli di Mumbai, per il quale le "aspirazioni nutrono la democrazia".

Le aspirazioni delle persone, in particolare delle donne nel Medioriente e dei territori occupati, non sono, infatti, una minaccia per la democrazia, come continuano a pensare coloro che la intendono come un modo di costruire consenso per decisioni già prese altrove e da altri.

Le aspirazioni, Sulaima è maestra e testimone in questo, invece, nutrono la democrazia, e la stessa capacità di aspirare è per i poveri (parte gigantesca dell'umanità) la premessa per riconoscere la propria condizione, per prendere parola, per protestare e federarsi, per cambiare la propria vita, il proprio destino già scritto da altri.

Per usare il lessico della sociologa Ota de Leonardis nell'introduzione ad alcune opere del pensatore indiano, quello che Ibitkar prova a suscitare, stimolare, diffondere, proteggere è la "meta-capacità di ogni capacità".

La cultura, perchè con la sua imprenditorialità sociale Sulaima, questo fa, questo suscita, è quindi la capacità di avere aspirazioni e di pensare il futuro.

La giovane donna palestinese ha detto, ad un certo punto, nel suo perfetto inglese: "non voglio oggi parlare di politica".

Ma il suo agire è, nel senso più nobile del termine, fare politica, alimentato da culture condivise che si esprimono attraverso un "fatto collettivo".

Costruire futuri possibili, anche grazie alle proprie radici, ma nell'incontro e nella contaminazione con l'altro (la famiglia di Sulaima è per metà cristiana e per metà musulmana) è un grande, opportuno atto politico.

Supportare le persone non in una logica caritatevole ed assistenzialista, ma di riconoscimento e affermazione della dignità, pur in un contesto, quello dell'occupazione israeliana, sempre più feroce e violento, significa aiutarle a "trovare il loro posto nel mondo".

Come soggetti che aspirano, non come oggetti passivi di aiuto.

Il saggio di Ota de Leonardis, intitolato "E se parlassimo un po' di politica?" confronta in maniera peculiare l'impegno di emancipazione negli slums di Mumbai con il percorso di de-istituzionalizzazione manicomiale della psichiatria.

Appadurai (e Sen) in rapporto a Basaglia e Foucault, insomma.

De Leonardis scrive:

"Dal confronto con i matti e la psichiatria, ma non solo, ho imparato in proposito tre cose:

- che un welfare degno di questo nome non (re) distribuisce bene (e nei territori palestinesi c'è, purtroppo, ben poco da redistribuire...), ma produce capacità - con ciò redistribuendo piuttosto poteri (e qui c'è anche tutto il tema dell'emancipazione femminile, in una società in cui tantissimi uomini vengono rinchiusi nelle carceri israeliane, anche preventivamente...);

- che le capacità delle persone, capacità di essere e di fare, si esprimono e crescono con l'uso, in quanto cioè sono praticate per realizzarsi in e realizzare qualcosa (e i laboratori di artigianato di Ibtikar, guardando ai processi, non solo ai prodotti sono proprio questo...);

- che le condizioni perchè questo avvenga sono di natura squisitamente sociale. A cominciare dal contesto in cui si possono semmai praticare e coltivare, esse richiedono di porre mano a dotazioni costitutivamente collettive - da soli nella città e nei campi profughi si resta comunque incapaci: ed è qui, su queste dotazioni, che entrano in gioco poteri, istituzioni e saperi dedicati a produrre welfare, o meglio, well being, lo star bene e ancor di più lo star meglio.

Star meglio insieme, è una grande scommessa ed è il fulcro, in contemporanea, di un'attenzione alla persona, focalizzato anche sulle aspirazioni personali, individuali, sulla soggettività che diviene tessera peculiare in un mosaico comune, condiviso, molteplice.

Come hanno spiegato in un libro piuttosto recente e che ritengo fondamentale Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, nel volume intitolato: "Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale", la scommessa di Sulaima e del team che la accompagna ci racconta che nessun cambiamento umano, sociale ed economico è possibile se manca "chi" lo desidera così tanto da farlo accadere.

Sulaima ci ha spiegato, con i fatti e i progetti, non in teoria, che la creazione di valore, tanto più in contesti fragili e costantemente sotto attacco come la Cisgiordania palestinese, ha bisogno tanto di compentenze (e Ibitkar ha come mission centrale proprio la formazione) quanto di significati.

E' l'orizzonte condiviso di senso, senza volontà forzatamente uniformatrice, a legare le azioni (il fare) alle aspirazioni (l'essere e il divenire) diventando sfida di tutti/e e di ognuno/a.

E' questo l'impatto sociale di Sulaima, la "pacificatrice".

E allora Sulaima chiama anche noi.

Noi cittadini e cittadine, noi volontariato e associazionismo, noi imprenditoria sociale, noi enti locali per la Pace.

Ci dà occasione di riaccendere e risignificare il nostro operato, il nostro desiderio, la nostra aspirazione di cambiamento.

Quella che ci è stata raccontata il 15 settembre scorso a Pistoia, presso il convento delle suore domenicane, è una impresa di comunità che si fonda su innovazione, partecipazione e sviluppo locale aperto all'incontro, paritario, con il mondo.

Proprio per questo Sulaima ha ribadito, più e più volte, che non le interessano doni a fondo perduto e che forma le ricamatrici di Ibitkar perchè siano esse stesse veicolo di soggettività e coscientizzazione, con le loro opere.

Come scrive Ivo Lizzola: "si sta nelle comunità per prendersi cura e per essere cura, perchè si è rispettati se non si può dire e pechè si ha da dire". 

Certo, pur nella grande positività di questa donna, che ha avuto un ruolo molto importante anche nello sviluppo del microcredito in Cisgiordania, non mancheranno, immagino, malinconia e rabbia, sofferenza e silenzio.

Immagino che di fronte all'ennesimo sopruso subito dal governo israeliano o dai coloni, o dall'inefficienza spesso corrotta della fragile Autorità nazionale palestinese, sia stata pronunciata, più volte e comprensibilmente, la frase: "non ce la faccio più".

Ma Sulaima ci ha trasmesso anche il fatto che in quei luoghi fragili, circondati, provvisori, nei campi profughi, non molto diversi dagli slum di Mumbai, di Nairobi o di San Paolo del Brasile, o di Borgo Mezzanone nel foggiano, si vivono anche la calma e l'ascolto, la liberazione e il rispetto e, in ultimo, la dignità.

Una dignità che non può essere offerta, millantata da nessuna "illusione umanitaria", ma che va semplicemente riconosciuta.

La "soglia" collettiva di Sulaima è, in fine dei conti, pur in contesti difficilissimi, cito ancora Lizzola: il riconoscimento del "poter essere quel che si è, in una propria possibilità e anche in una propria grazia".

Prima di allontanarmi da San Domenico ho guardato negli occhi, ancora una volta, questa giovane donna, così grande, ma anche così normale, prossima.

Ero entrato nella sala già gremita chiedendomi che cosa "potessi dare" a Sulaima.

Ne sono uscito, con responsabilità, grato per quello che lei mi e ci ha donato.

Quando parlava di "cultura nelle mani", nelle "opere", Sulaima mi ha fatto venire in mente una lettera di Frei Betto all'educatore, al pedagogo brasiliano degli oppressi, Paulo Freire:

"Caro Paulo, 

ti ricordi che i manuali di alfabetizzazione insegnavano "Ivo ha visto l'uva"? 

Ma tu, con il tuo metodo di insegnare l'alfabetizzazione coscientizzando, di far precedere la lettura del mondo alla lettura del testo, hai portato adulti e bambini in Brasile e in Guinea-Bissau, India, Nicaragua e tanti altri luoghi, a scoprire che Ivo non vedeva solo con gli occhi. 

Vedeva anche con la mente e si chiedeva se l'uva è natura o cultura. Ivo vedeva che il frutto non è il risultato del lavoro umano. E' Creazione, è natura.

Tu hai insegnato a Ivo che seminare l'uva è un'azione umana nella e sulla natura. E la mano, con le sue numerose capacità, risveglia le potenzialità del frutto. 

Proprio come l'essere umano stesso è stato seminato dalla natura in anni e anni di evoluzione dell'Universo. 

Vendemmiare l'uva, pigiarla e trasformarla in vino è cultura, hai sottolineato".

Ho pensato, osservando i prodotti di artigianato culturale di Ibitkar sui banchini di San Domenico, alla storia millenaria della vendemmia in Palestina, di cui abbiamo ampia traccia anche nei Testi Sacri del cristianesimo.

Ramallah, Betlemme (presso la cui università Sulaima ha svolto i propri studi universitari e post universitari), Hebron.

Ad una vendemmia, probabilmente anche in quei luoghi anticipata dalla crisi climatica, che si svolge, normalmente, proprio in queste settimane.

Come cantavano, quando ero giovane giovane, gli Stadio:

"Stabiliamo un contatto. Ma stabiliamolo adesso!".

Per una solidarietà che è reciprocità o non è.

Palestina libera!

Francesco Lauria

martedì 15 settembre 2026

LA VOCE DEI LAVORATORI NON SI LICENZIA. STORIA DI SIMONE, MARGHERITA, DELIO, DELL'ACCA E... MIA. TUTTI/E A MILANO IL 19 SETTEMBRE!

Simone Vivoli è, dal 1989, un lavoratore ex Sip, poi Telecom, adesso Tim

Da trent'anni svolge attività sindacale è stato eletto più volte Rsu ed Rls (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.

Recentemente, non una, ma due volte (si lo so, è agghiacciante, ma non sorprendente) da Tim.

Simone Vivoli, che opera e vive a Firenze, è, oltre che lavoratore e rappresentante dei lavoratori, anche un sindacalista.

E', infatti, componente della segreteria nazionale della Flmu-Cub, la gloriosa sigla sindacale nata, tra il 1991 e il 1992, dalla storica e importantissima esperienza della Fim Cisl di Milano, guidata a suo tempo, da Piergiorgio Tiboni, sulle orme di Pierre Carniti (soprattutto del primo Pierre Carniti).

Le contestazioni disciplinari e poi i due licenziamenti, chiaramente ritorsivi, discriminatori, illegittimi sono dovuti al fatto che Simone Vivoli ha svolto, con generosità e gratuità, attività sindacale in un contesto, aziendale e settoriale, a livello nazionale, in cui le tutele si riducono sempre di più.

Il salto tecnologico digitale, ormai, fortemente legato all'intelligenza artificiale e all'uso massivo dell'algoritmo, viene riversato sulle persone che lavorano comprimendone dignità e diritti.

La sua colpa? 

Aver usato la mail aziendale per dare alcuni informazioni sindacali e lavorative (non contro l'azienda!) a lavoratori non più direttamente Tim, ma provenienti dall'ex azienda di stato e, in seguito, a seguito del percorso che ho ricostruito in calce a questo articolo, esternalizzati ad un Fondo Straniero.

Una fine esemplificativa per un ex azienda di Stato privatizzata, peraltro nota per azioni invasive di controllo potenzialmente lesive della privacy.

Simone Vivoli, nell'intervista rilasciata al canale Youtube Rosso Fastidio, ci parla anche dei cicli contrattuali che, come lavoratore delle telecomunicazioni, ha accompagnato, pur nella riduzione delle tutele e nell'aumento, direi inevitabile e pienamente legittimo, della vertenzialità individuale aziendale.

Il doppio licenziamento del sindacalista di livello nazionale (lavoratore Sip, Telecom, Tim da quasi quarant'anni) è stato, ovviamente, già impugnato e ci sono già state azioni di sciopero, petizioni e presidi cui anche io ho volentieri e con piena convinzione e solidarietà partecipato.

La storia di Simone si intreccia con quella altrettanto cruenta e inquietante del licenziamento della coordinatrice delle Rsu all'ospedale San Raffaele di Milano di Margherita Napoletano e di Delio Fantasia, sindacalista Flmu Cub alla Stellantis di Cassino.

La vicenda, gravissima, anche perchè legata alla tema della sanità e della salute (anche qui privatizzata...) di Margherita Napoletano è riassunta in maniera sintetica nella breve intervista che ho svolto con lei all'ospedale San Raffaele, durante il presidio permanente in suo supporto:

Qui la sua gucciniana "rivolta tra le dita".

https://www.youtube.com/shorts/g8oYUyKA9vw

In forme diverse, la vicenda di Simone Vivoli, ricorda anche con la mia, anche per l'azione in due tempi dell'azienda (evidentemente non pienamente convinta delle sue prime, gravi, attività, a mio parere, palesemente ritorsive).

Chi si fosse "perso" la mia storia la trova riassunta, con inconsueta sintesi, in questa mia intervista a Francesco Zambelli a Radio Onda d'Urto, intitolata: "Licenziamento per Ingiusta Causa": https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw&t=330s

Tornando a Simone Vivoli, la sua è una storia personale e collettiva che si intreccia con le trasformazioni societarie nel mondo della telefonia e di internet, fino alla recentissima operazione di Poste Italiane su una Tim scorporata che ho ricostruito in calce all'articolo.

La repressione democratica, come in tutto il mondo, si riversa anche sulla democrazia nei luoghi di lavoro, sull'agibilità della rappresentanza e dell'azione sindacale, sia essa legata alla vertenzialità individuale che alla contrattazione collettiva.

E' un tema che riguarda tutti e tutte, a partire dai più fragili.

Ho ovviamente nella mente e nel cuore, per fare un esempio particolarmente me caro, i lavoratori della logistica della filiera tessile dello scarto nella piana pratese e sestese.

Ho ancora dentro, pur con la soddisfazione legata alla successiva soluzione positiva della vertenza avvenuta grazie all'azione eccezionale, caparbia, eroica dei lavoratori e del Sudd Cobas, l'eco della pelle dei manifestanti strappata, violata, trascinata via, sull'asfalto bollente mentre veniva assaltato dai padroncini il presidio sindacale a Seano.

Avveniva non in Colombia, non in Israele, non in Pakistan, ma sotto i nostri occhi, tra Campi Bisenzio e Prato, quest'estate.

Per tutto questo è stata convocata una importante manifestazione prevista per sabato 19 settembre dalle ore 10 a Milano, con partenza da Via Palestro.

Non possiamo mancare se vogliamo difendere la democrazia nel lavoro e in generale in questo Paese.

E più in generale in tutto il mondo nella repressione e nella militarizzazione permamente.

Per le adesioni alla manifestazione è possibile scrivere a: osr.cub@gmail.com

Intanto massima solidarietà, condividendone la condizione umana, professionale, sindacale a Simone, Margherita, Delio... e, certamente, anche ad altri che condividono la nostra difficile, dolorosa condizione.

Qui il link all'intervista integrale di Simone Vivoli:

https://www.youtube.com/watch?v=ry9_6G8suQ8

Per rialzarsi bisogna prima cadere!

Francesco Lauria


Breve storia (non gloriosa) di Telecom Italia e Tim.

🔎 La Privatizzazione (1997)

Nel mese di ottobre del 1997, sotto il primo governo guidato da Romano Prodi, l'allora Ministero del Tesoro realizzò quella che fu definita "la madre di tutte le privatizzazioni" in Italia.

·       La fusione preventiva (1994): Prima della vendita sul mercato, lo Stato unificò sotto l'unica sigla "Telecom Italia" le preesistenti cinque società pubbliche di telecomunicazioni: SIP, Iritel, Italcable, Telespazio e SIRM.

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·       L'incasso da record: L'operazione portò nelle casse dello Stato circa 26.000 miliardi di lire, liberando quasi interamente la quota pubblica per rispettare i parametri di bilancio europei legati all'ingresso dell'Euro.

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·       L'instabilità del controllo: A differenza di altre aziende privatizzate (come Eni o Enel), lo Stato italiano scelse di non mantenere una quota di controllo strategico a lungo termine. Questo espose la società a continui e radicali cambi di proprietà:

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      1999: L'Invasione della cosiddetta "razza padana" guidata da Roberto Colaninno con l'OPA di Olivetti (con un carico significativo di debiti riversati sull’azienda).

2001: Il passaggio della mano al gruppo Pirelli di Marco Tronchetti Provera. 

      Anni successivi: L'ingresso di grandi soci stranieri come la spagnola Telefonica e la francese Vivendi.

🤝 Gli Accordi Sindacali Storici e Recenti

La gestione del personale in Telecom Italia è sempre stata un termometro delle relazioni industriali in Italia, passando da fasi di forte tensione a intese innovative per ammortizzare i mutamenti tecnologici e le ristrutturazioni aziendali.

·       Dalla tutela pensionistica ai primi esuberi: Già all'inizio degli anni '90 i sindacati lottarono per preservare i diritti pensionistici dei dipendenti statali nel passaggio al contratto privato. Con l'avvento della privatizzazione e della concorrenza, le sigle sindacali dovettero gestire pesanti piani di riorganizzazione e ammortizzatori sociali.

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·       I Contratti di Solidarietà: Per tutelare i posti di lavoro di fronte alle forti ristrutturazioni e alla cessione degli asset di rete, l'azienda e i sindacati (Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil) hanno fatto ricorso massiccio ai contratti di solidarietà. Ad esempio, l'accordo quadro valido fino a fine 2026 prevede riduzioni dell'orario di lavoro compensate dall'integrazione salariale del Fondo Bilaterale di Settore, salvaguardando il perimetro occupazionale.

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·       L'innovazione sul Lavoro Agile: TIM è stata tra le prime grandi aziende italiane a regolamentare lo smart working su larga scala. Gli accordi sindacali più recenti definiscono i parametri del lavoro agile strutturato e tutelano la qualità della vita lavorativa anche per settori complessi come il Customer Care.

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·       Piani di uscita volontaria ed esodi: Nel 2026, le intese sindacali si sono concentrate sulla gestione degli esuberi derivanti dalla separazione della rete (NetCo/FiberCop), introducendo scivoli pensionistici e percorsi di accompagnamento volontari fino a 60 mesi grazie al supporto dell'INPS.

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Integrare, poi, la storia di TIM (Telecom Italia Mobile) all'interno di quella della capogruppo Telecom Italia significa ripercorrere un continuo processo di scissioni, fusioni e cambi di marchio. La traiettoria di TIM riflette l'evoluzione tecnologica italiana, passando da pioniera della telefonia mobile a brand unico del gruppo.

La nascita di TIM e il boom commerciale (1995-1996)

Subito dopo la nascita di Telecom Italia (1994), il management comprese che la telefonia mobile necessitava di una gestione dedicata e flessibile per competere sul neonato mercato regolamentato.

·       La scissione (1995): Il 28 giugno 1995 nacque ufficialmente TIM (Telecom Italia Mobile S.p.A.) tramite una scissione parziale delle attività radiomobili da Telecom Italia.

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·       La rivoluzione della TIM Card (1996): Nell'ottobre del 1996, TIM introdusse la prima carta telefonica prepagata e ricaricabile al mondo per la rete GSM. Fu un'innovazione commerciale di portata globale che trasformò il telefono cellulare da strumento d'élite a bene di consumo di massa, accelerando una crescita industriale senza precedenti.

La prima grande fusione societaria (2005)

Fino ai primi anni duemila, Telecom Italia (rete fissa) e TIM (rete mobile) erano due società distinte e quotate separatamente in Borsa, pur facendo parte dello stesso gruppo. La situazione cambiò drasticamente dopo l'arrivo della gestione Pirelli (Marco Tronchetti Provera).

·       L'OPA del 2005: Nel tentativo di accorciare la catena societaria e, soprattutto, di attingere direttamente alla straordinaria cassa e liquidità generate dalla telefonia mobile, Telecom Italia lanciò un'Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) per riassorbire il 44% di TIM quotato sul mercato.

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·       L'esplosione del debito: L'operazione costò decine di miliardi di euro. Finanziata massicciamente a debito tramite pool bancari, portò l'esposizione finanziaria complessiva di Telecom Italia a sfiorare i 47 miliardi di euro, condizionando pesantemente la capacità d'investimento del gruppo negli anni a venire. TIM perse l'autonomia societaria ma mantenne il proprio marchio commerciale per la telefonia mobile.

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·       Il Rebranding: Telecom diventa TIM (2015-2016)

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Per vent'anni, i consumatori hanno associato il marchio Telecom Italia al telefono fisso di casa (la storica scia rossa) e TIM al telefonino. Nel biennio 2015-2016 l'azienda decise di semplificare radicalmente la propria identità.

·       Il marchio unico (2015): Sotto la guida dell'Amministratore Delegato Marco Patuano, il gruppo decise di far convergere tutti i servizi (fisso, mobile e internet) sotto il solo marchio TIM, mandando progressivamente in pensione il nome Telecom Italia per le offerte commerciali.

·       Il cambio di denominazione (2019): A livello societario e istituzionale, la trasformazione si completò definitivamente nel 2019, quando la holding mutò ufficialmente il proprio nome in Gruppo TIM.

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·       Lo scorporo della Rete: La fine dell'operatore integrato (2024-2026)

L'ultimo e più drastico capitolo di questa storia integrata è lo smantellamento del modello societario verticale nato negli anni '90.

La vendita della rete fissa (2024): Il 1° luglio 2024 è stata finalizzata la cessione della rete infrastrutturale fissa (NetCo) al fondo americano KKR, confluita in FiberCop.

·       L'attuale assetto: Con questa storica separazione, il Gruppo TIM ha cessato di essere il monopolista proprietario della rete in rame e fibra. Oggi opera sul mercato prevalentemente come Service Company (ServCo), concentrandosi sulla fornitura di servizi di connettività e digitali ai clienti finali (Consumer ed Enterprise) e mantenendo sotto il proprio controllo la rete mobile e i Data Center.


L’OPAS di Poste Italiane su TIM

Nel settembre 2026 si è poi conclusa con successo la storica Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane su TIM.

·       Il controllo del gruppo: Al termine della prima finestra di adesione (11 settembre 2026), Poste Italiane ha superato gli obiettivi iniziali conquistando il 66,6% del capitale di TIM.

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·       Il rilancio decisivo: Per superare le iniziali prudenze dei grandi fondi d'investimento, il consiglio di amministrazione guidato da Matteo Del Fante ha eliminato la clausola di soglia minima e ha alzato la componente in denaro a 1,97 euro per azione (oltre al concambio azionario).

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·       La nascita di un colosso nazionale: L'integrazione darà vita a un gigante industriale da circa 27 miliardi di euro di ricavi e 150.000 dipendenti. L'obiettivo strategico dichiarato dai vertici Poste Italiane è blindare la sovranità digitale del Paese e guidare lo sviluppo delle infrastrutture legate all'Intelligenza Artificiale.

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·       Prossimi passi: Dal 21 al 25 settembre 2026 si aprirà una finestra di riapertura dei termini per le adesioni residue, dopodiché inizieranno le attività operative per fondere le due strutture.