"Fratello caldo non voglio dimenticarti.
Voglio ricordarmi di te anche quando l'inverno allontanerà il tuo ricordo e la tua minaccia.
Dovremmo onorare così la festa di San Francesco trasformando la fatica di questa estate senza fine in un concreto impegno di cambiamento.
Il prossimo giugno arriverà tra nome mesi e non possiamo far finta di niente.
E' un tempo breve, ma non insignificante, una buona scala per mettere alla prova la nostra capacità di passare dalle parole ai fatti."
Non sono parole mie.
E' l'incipit dell'editoriale del quotidiano Avvenire, a firma di Elena Granata, pubblicato in un giorno particolare, il 4 ottobre, la festa (anche civile da quest'anno) di San Francesco d'Assisi.
Non è un anno qualsiasi questo 2026, celebriamo gli ottocento anni dalla morte terrena del frate Santo di Assisi e questa volta, per fortuna, rispetto al precedente centenario del 1926, non c'è Benito Mussolini a dirigere celebrazioni, rifacimenti di chiese, presenziare incontri appropriandosi di questa figura, in senso nazionalista davvero stravolgendo sia la storia che la memoria.
Questa volta, per fortuna, come titola con evidenza l'Avvenire sempre del 4 di ottobre (che, per una stranezza del destino, ho recuperato solo ieri, salvandolo dal volo in un cestino di una chiesa pistoiese...) possiamo parlare, a ragione, di un: "Patrono d'Italia, santo senza frontiere. Fraternità che sfida la cultura della potenza".
Tornando all'esordio dell'editoriale di Elena Granata sul quotidiano, quest'estate nel nostro Paese tantissime sono state le morti sul lavoro legate al caldo estremo.
Non voglio fornire dati: essendomi occupato, per una vita, di lavoro nero, anche a livello istituzionale come componente della Commissione Interministeriale sul lavoro irregolare o avendo collaborato per anni con gli ispettorati nazionali del lavoro a cavallo tra Italia e Romania in particolare sul distacco transnazionale illecito di manodopera (quante ne ho viste e combattute...), sono certo che, non potendo considerare anche tutti/e gli invisibili e le invisibili del lavoro sommerso, le nude e fredde cifre sarebbero sottostimate.
Ho pensato a lungo, in questo contesto, all'incontro organizzato per questa sera dalle Acli e dalla Pastorale del Lavoro della Diocesi a Pistoia su: "San Francesco e il lavoro. Spunti di riflessione nell'ottavo centenario della morte".
Interverranno il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, il vescovo di Pistoia e Pescia Augusto Mascagna, l'ex dirigente nazionale di Gioventù Aclista, già segretario generale della Cgil di Pistoia, deputato per quattro legislature, Renzo Innocenti e il presbitero pistoiese don Roberto Breschi (certo, come al solito, tutti maschi...).
Preparando individualmente l'incontro (non sono stato, infatti, coinvolto, a differenza degli ultimi incontri delle Acli di Pistoia, nella sua preparazione, nè ho contribuito alla sua ideazione) non ho potuto pensare alle immagini di questa estate a Seano.
All'asfalto rovente su cui sono stati trascinati i lavoratori in sciopero.
E a quel presidio sindacale distrutto dalla polizia, ma anche dai "padroncini", con innegabili episodi di violenza sulle cose e sulle persone, sui lavoratori sfruttati, in procinto di licenziamento.
Le crudissime immagini del 3 luglio 2026, Seano, Provincia di Prato, ma Diocesi di Pistoia, hanno fatto, non abbastanza, il giro del mondo.
In gran parte non sono state filmate nè dai poliziotti, nè dai lavoratori o dai sindacalisti sgomberati, ma dai piccoli, chiamiamoli con grande generosità, imprenditori, nervosamente festanti per la distruzione, dopo due settimane, del presidio dei lavoratori dell'Acca.
I "padroncini" è vero, a Seano, erano tutti cinesi, ma è un elemento secondario, lo sfruttamento e l'incultura dello scarto, anche nei luoghi del "potere della moda", non hanno nazionalità, così come non dovrebbero avere alcuna cittadinanza...
Ricordo il dolore fisico che provai guardando quelle immagini e un legittimo, libero, certamente duro, presidio sindacale, definito falsamente e burocraticamente, nel tempo dei "decreti sicurezza", non come pubblica speranza, bene comune, ma come: "violenza privata".
Violenza privata.
Fa un certo effetto, significa che, senza alcun dubbio, le cose, la "roba", prodotti venduti a pochi euro, contano infinitamente più delle persone, a Prato, come a Pistoia, come nell'Italia e nell'Europa che hanno San Francesco d'Assisi come loro patrono.
Le "cose", a ottocento anni dalla scomparsa terrena di San Francesco d'Assisi, contano molto di più delle vite, delle relazioni, non solo nel lavoro, dei sogni, dei sorrisi, delle lacrime, dei battiti, del coraggio, della dignità, delle emozioni, delle paure, della democrazia.
La scelta di recarmi subito a Seano è stata per me, immediata, normale, davvero inevitabile.
A vedere con gli occhi, lo sguardo, il cuore, con un'intima, mai doma, mai assuefatta rivolta.
Una rivolta, dopo lo sgombero, condivisa con tanti e con tante.
Per fortuna.
Non avrei mai immaginato di avere il grande, immeritato onore di parlare, occhi negli occhi, a quei lavoratori, solo due giorni dopo, intervenendo a nome della Cub, alla grande, plurale, arrabbiata, colorata, manifestazione nel centro storico di Prato, cui hanno partecipato almeno 2500 persone.
La reazione, di fronte al caldo, alla diffamazione dei lavoratori e del sindacalismo di base, all'indifferenza, c'è stata, eccome.
I cento lavoratori licenziati, quasi tutti pachistani in piazza a Prato stavano tutti di fronte a me, tranne quelli che, con i sindacalisti del Sudd Cobas (qui i sindacati confederali non li hanno letteralmente mai visti, non credo nemmeno che i lavoratori sappiano che esistano...) erano ricevuti, a pochi metri di distanza, dal sindaco di Prato Matteo Biffoni e dal Prefetto.
Guardavo negli occhi quei lavoratori e li vedevo, mentre intervenivo, farsi forza mettendosi le mani uno sulle spalle dell'altro, quasi con tenerezza, certo non con virile potenza.
Sembravano quasi nuotare insieme sull'asfalto rovente contro la paura, come i bambini e le bambine nella piscina di Barbiana costruita insieme a Don Lorenzo Milani, loro che, alle pendici del Monte Giovi, nel Mugello, mai avevano visto il mare.
Ho pensato ad una frase, letta, casualmente, la sera prima: "Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni è responsabile del destino dell'umanità".
Sono parole di Dom Helder Camara, il "vescovo dei poveri e dei perseguitati", voce coraggiosa e profetica, nel Brasile sottoposto a una dittatura autoritaria e militare di estrema destra, di un Vangelo e di un grido laico di pace e di giustizia che ci ha indicato la strada della conversione e della nonviolenza.
La stessa di San Francesco.
La frase del vescovo brasiliano si può collegare alle bellissime riflessioni del vescovo di Pistoia Augusto Mascagna, pronunciate per il giorno di San Jacopo che ci paiono essere adatte sia a credenti che a non credenti (e d'altronde San Jacopo è, da sempre a Pistoia, sia una festa religiosa che civile).
Scriveva il vescovo Augusto in occasione di questa giornata così importante:
"Lassù in alto, sulla facciata della Cattedrale, la statua di San Jacopo continua ad attirare la nostra attenzione con il suo mantello rosso e sembra dirci: «E tu? Verso dove cammini? Per chi sei disposto a dare la vita? Qual è la passione che ti smuove?».
Il vescovo ci ha raccontato, poi, della passione di San Jacopo, della sua lotta contro la morte.
Un pensiero di morte, sottoposto ad un'economia "che uccide", come avrebbe detto Papa Francesco o "disumana" come dice oggi Papa Leone (preghiamo per lui e per l'umanità in questo momento...)
Una realtà di dolore che, pensiamo a tutti i conflitti, (armati e nel lavoro) scrive ancora il Vescovo: "uccide gli innocenti, sfrutta i deboli e i piccoli della Terra".
Ma, come direbbe Papa Francesco, non dobbiamo mai perdere, smarrire anche la gioia, il "chiasso" festoso dell'impegno.
Il 29 agosto scorso è stato raggiunto, grazie alla resistenza commovente dei lavoratori e al sindacato Sudd Cobas, a Luca e Sara, sindacalisti tenaci e coraggiosissimi, l'accordo nella vertenza dell'Acca Srl, con la riassunzione immediata di 60 lavoratori e il riassorbimento dei restanti 35 in tempi non lunghi.
Certo tutto andrà attentamente monitorato, ma è stata riconosciuta e salvaguardata pienamente la continuità contrattuale dei lavoratori e dal primo settembre le operazioni di logistica e di trasporto sono ripartite nella nuova sede di Campi Bisenzio, dopo 70 giorni di presidi e di sciopero.
Di asfalto rovente. Di lotta e di paura. Di fiducia e scoramento. Di condivisione delle ferite e delle speranze.
Giorno e notte, con temperature che hanno superato i quaranta gradi.
Che cosa insegnano, nella loro lingua l'urdu, i lavoratori dell'Acca, in gran parte mussulmani, a noi occidentali stanchi, credenti e non credenti?
Hamat, Bai Charat, eh Sath, Ansat.
Coraggio, Fratellanza, Insieme, Giustizia.
Unin.
Unin significa, in lingua urdu, sindacato, parola che viene, è greco antico, da sun dike: "fare, essere insieme Giustizia".
Significa condividere, senza indugio, il mantello, ci direbbe e ci dice da Assisi, dalla Porziuncola, san Francesco, povero, minore, fragile, e pure, per fortuna, un po' eretico, al di là di certe immagini rassicuranti e volutamente costruite che ci hanno tramandato di lui: condividere, senza indugio, il mantello.
Non è un caso che il 24 luglio, il giorno prima di San Jacopo, con le Acli, a Pontepetri, un luogo fragile e bellissimo nella montagna pistoiese, abbiamo riflettuto insieme di: "lavoro povero", "lavoro sfruttato", "dignità nel lavoro".
Per questo, il 22 settembre, a Montemagno (Quarrata) abbiamo fatto memoria e discusso, "non per bellezza", della "Resistenza delle donne".
La dignità, mi hanno insegnato i mei maestri e le mie maestre nel sindacato, i "santi minori", nella Fim, nella Cisl, nella Cub (che poi da una scissione della Cisl si è originata all'inizio degli anni Novanta) non si dà.
Mai.
La dignità si vede, si incontra con lo sguardo. Soprattutto si riconosce.
Proviamo, insieme, a ritrovare, cito il titolo di un testo del Presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia: "l'armonia degli sguardi".
"L'equilibrio tra forma e l'essenziale", come nel bel libretto di don Roberto Breschi che fa da cornice e da introduzione all'incontro di questa sera in programma alle 21 nella Chiesa di San Biagioin Cascheri.
Muoviamoci con fiducia guidati tra San Tommaso, San Jacopo, Santa Chiara, San Francesco, il santo scolaro del mosaico di Barbiana.


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