lunedì 31 agosto 2026

LA "LEZIONE" DI DARIO, LA SPERANZA DI TUTTI/E. USCIRE, CAMMINARE, SALPARE E (RI)NASCERE ALL'APERTO. SENZA LA PAURA DEL DOLORE.

“E, invece, è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare..."

Mi ha colpito molto, questo passaggio, insieme ad altri, dell'intervista dell'ex Ministro della Cultura e politico di lungo corso Dario Franceschini, letto alle sei del mattino, mentre mi recavo, per le Lodi mattutine, alla Porziuncola di Assisi.

Dario, lo chiamo così perchè, pur ormai parecchi anni fa e con ruoli infinitamente diversi per importanza, ci siamo incrociati sulle strade della politica, ha raccontato, anche come messaggio agli altri malati, la sua convivenza, ormai da sei anni, con il morbo di Parkinson.

Chi è un po' nell'ambiente della politica, persino io, sapeva, magari senza conoscere tutti i dettagli, della sua malattia, ma l'opinione pubblica generale, ne era, fino a ieri, all'oscuro.

Non ero solo: ma con alcuni/e partecipanti alla Route Estiva, sulle orme di San Francesco, del Movimento per il Volontariato della Campania e l'Associazione Luciano Tavazza, tra cui l'ex parlmentare e compagna di storia politica di Franceschini Silvia Costa, una scoperta (insieme a Beppe Lumia) devo dire per me bellissima e preziosa, di queste giornate.

Cè un altro passaggio dell'intervista a Dario Franceschini, che in passato è stato colpito da un infarto, che mi ha particolarmente colpito: "il Parkinson ti accompagna per sempre..."

Franceschini continuerà a fare politica, la sua intervista non è un congedo, e questo è un altro aspetto molto importante, ma ha anche aggiunto con grande sincerità: "la malattia azzera le tue ambizioni personali" e, in particolare per un politico, "porta via il senso di invincibilità". 

Dopo cinque giorni vissuti con persone e volontari di tutte le provenienza ed età, protrei dire di "tutti i colori", a parlare di cura, fraternità, sguardo sull'altro/a e con l'altro/a, questo irrompere della fragilità di un uomo indubbiamente, "potente", mi ha fatto riflettere molto, in particolare mentre tornavo dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli alla casa dove svolgevamo la Route del volontariato.

Ho pensato, in particolare, a tre libri che mi hanno accompagnato in fasi diverse del mio percorso, piuttosto diversi tra loro.

Il primo è del filosofo e teologo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han, e si intitola significativamente: "La società senza dolore. Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite" ed è uscito, nella sua versione in lingua originale, alla fine del 2020, proprio quando a Franceschini veniva diagnosticata la malattia.

Han chiarisce subito, e questo è importante anche per esorcizzare qualche reazione un po' sopra le righe ed un tantino ipocrita-superficiale, all'intervista di Dario Franceschini: "Non glorifico il dolore, tuttavia senza di esso la nostra esistenza sarebbe incompleta".

Lo studioso che, nel 2019, ha scritto un altro libro per la mia vita molto importante: "Che cosa è il potere", ci parla di un mondo contemporaneo terrorizzato dalla sofferenza e caratterezzato da una paura del dolore pervasiva e diffusa.

Anche Franceschini ci parla della, comprensibile, da abbracciare "vergogna provata dai malati di Parkinson", che hanno paura di mostrare sia la malattia, con i suoi effetti esteriori che la sofferenza con le sue conseguenze interiori.

Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante, finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perchè è solo attraverso il dolore, anche qui risuonano ancora le parole dell'ex ministro, che ci si apre davvero al mondo.

Eppure, e qui ci sono lezioni, domande utili anche per il volontariato, per il sindacato, per la politica, la condizione in cui tutti viviamo (non parliamo solo dei "fragili") è ammantata dal rifiuto collettivo della nostra fragilità.

Una rimozione, risuona di nuovo l'intervista al Corriere della Sera, che dobbiamo imparare a superare.

Dobbiamo mettere in discussione le nostre certezze e, farlo, pur attigendo anche ai grandi del pensiero del Novecento, tornando, echeggio altre opere di Han, a "vivere il reale", superando: "l'espulsione dell'Altro".

Il secondo libro è un romanzo, pubblicato, ormai più di tredici anni fa, da Alessandra Fiori e si intitola: "Il cielo è dei potenti".

Ricordo che il volume mi piacque tantissimo e che ne scrissi una recensione entusiasta per Via Po, l'inserto culturale del quotidiano della Cisl Conquiste del Lavoro, allora ancora cartaceo.

E' il racconto della vita di chi è stato un uomo potente, un politico della Prima Repubblica che ha visto premiato definitivamente il suo "demone del potere", con l'arrivo della Seconda.

Il romanzo è, sostanzialmente, il racconto di una corsa per il successo che parte con la fine del fascismo e la nascita dei Comitati civici di Gedda e prosegue in coda con i "fagottari" sulla Via del Mare e dentro i bordelli affollati del centro storico di Roma, sempre di più, nel gioco spesso perverso delle correnti locali e nazionali democristiane, tra: "protettori e compari".

Alessandra è la figlia di Publio Fiori, politico romano scomparso due anni fa, vittima di un grave attentato delle Brigate Rosse, democristiano della Prima Repubblica (controversa è la sua appartenenza o meno alla loggia massonica P2), divenuto finalmente Ministro nella Seconda, grazie alla tempestiva adesione prima al Movimento Sociale Italiano e poi, con la "svolta" di Fiuggi, ad Alleanza Nazionale.

Il libro di Alessandra Fiori non è, ovviamente la biografia del padre, ma è lei stessa a rivelare di aver utilizzato e romanzato nel testo, con il suo permesso, molti degli anche più proibiti ricordi del suo "potente" genitore.

"Il cielo è dei potenti" è il racconto dell'"irrinunciabile lotta" per rimanere in alto, di compromessi al ribasso come pane quotidiano della politica, del sacrificio di ogni cosa per la battaglia finale della ricerca del potere per il potere, il potere per se stessi.

Afferma Claudio Bucci, alter ego e protagonista del romanzo:

"Non ero sopravvissuto al terrorismo, alla massoneria e a tangentopoli per fare la fine del sorcio in qualche ente di terza categoria. Ero pronto a lottare più che mai".

Tra sezioni, congressi (ne ho vissuti diversi, da comprimario, con protagonista Dario Franceschini), "bussolotti", tessere, trame, sotterfugi, trucchi, servilismi, ci si innamora della propria vita e del gioco del potere, un potere, che, falsamente, fa sentire vivi.

Sarebbe troppo facile additare il solo "Claudio Bucci - Publio Fiori", tra i cattivi, perchè accanto alla sua storia, c'è la storia degli italiani, che Alessadra Fiori racconta con ironia e leggerezza, con pagine godibilissime e divertenti, ma in cui la morale (almeno quella di molti...) è stata travolta dall'ambizione e dall'avidità.

Ma c'è un terzo libro che ho scoperto proprio durante la Route del Movi, a Spello, sulle orme non solo di San Francesco e di Luciano Tavazza, ma, almeno in quella giornata, anche di fratel Carlo Carretto (a proposito, non me ne voglia fratel Carlo, che a lui a un certo punto si ribellò, di Gedda...)

Anche qui ci viene in "soccorso" un teologo, in questo caso un sacerdote, Gianluca Zurra, già assistente nazionale per il Settore giovani dell'Azione Cattolica.

Il libro si intitola: "Uscire all'aperto", un po' come ha fatto, coraggiosamente e opportunamente Dario Franceschini con la sua intervista su se stesso, prima che sulla sua malattia.

Il sottotitolo è altrettanto significativo e non riguarda solo i credenti: "l'imprevisto e la fede".

Il testo ci parla, appunto, degli eventi difficili della vita, che spesso ci bloccano e ci fanno ripiegare su noi stessi, non sembrano permetterci di osare: "una nuova traversata".

Sono, invece, gli imprevisti per Gianluca Zurra, a permetterci di "uscire all'aperto", a vivere la fiducia, non solo in noi stessi.

Il testo di parla, invece, di nascere (e rinascere), scegliere, persino di congedarsi, di lasciare, "mollare", senza mai smettere di sperare.

La Speranza è un principio nascente e generativo, non un'illusione per anime belle, è un sogno, ma fatto da svegli.

Che siamo credenti o no, il libro di parla di un "Amore che ci precede" o, comunque, che, più laicamente, non può fermarsi a noi stessi, e che ci propone l'opportunità e la scelta, il gusto, di una: "destinazione buona verso cui camminiare insieme".

Il saggio inizia con "i colori dell'aurora" e l'autore prende spunto dal celebre quadro del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".

E' una contraddizione temporale solo apparente, perchè ci presenta, a differenza di molte altre opere di Monet, maestro nello "sfumare" i corpi, un'imbarcazione ben delineata, non c'è posto per la nebbia, ma solo per prendere il largo, ritrovando identità e contorni, lasciandosi cullare dalle onde, verso un orizzonte pieno di sfumature, in prevalenza serene.

Un quadro, quello di Monet, dipinto dall'autore dopo giorni e giorni di brutto tempo, ritrovando, finalmente, anche al tramonto, luce e colore, i segni di una nascita, il tratto dell'Aurora.

Quindi, come nell'intervista di Dario Franceschini che, certamente, non facciamone un eroe, avrà, come tutti i malati e i sofferenti, momenti di buio e di solitudine, questo quadro è un invito esplicito a non cedere alla paura, ad affrontare l'orizzone sulla "barchetta fragile e misteriosa della vita", con la "libertà di non difendersi" e di proseguire al largo, distendendo le vele, con fiducia, arrendendosi, liberi e liberati, all'imprevisto della Fede.

Padre Ernesto Balducci, ha scritto un altro libro, anch'esso fondamentale per me, intitolato: "La terra del tramonto: saggio sulla transizione".

Ma, come scrive Zurra: "il tramonto e l'alba hanno colori molto simili".

Morte e rinascita, infatti, sono entrambe due verità non in contraddizione tra di loro, possiamo dipingere la nostra vita, anche quelle al tramonto, (penso ad un grande amico e sindacalista, scomparso poco più di un anno fa, Sandro Antoniazzi), cogliendo, dentro e fuori di noi, le: "sfumature e i colori dell'Aurora".

Ritroviamo noi stessi e i nostri contorni fuori dalla nebbia, senza difese, rinunciandoa controllare tutto, salpando, uscendo all'aperto, ritrovando anche l'attitudine, mai passiva, dell'attesa.

I nostri occhi, il nostro sguardo, possono quindi scorgere l'aurora anche al tramonto, nel pozzo nero, nel silenzio non cercato di una solitudine vigliacca, nell'errore che non preclude una seconda o anche una terza possibilità, una nuova nascita.

"La storia siamo noi", cantava Francesco De Gregori, se smettiamo di "fare per gli altri" e cominciamo ad "essere l'altro/a", se accettiamo la "sfida della fraternità e della sorellanza", se costuiamo "legami a perdere" promuovendo l'accoglienza e resistendo al mercato, allo scarto, al capitalismo.

Se, come Francesco, siamo in grado di donare con gioia e senza rimpianti, senza paure, il "nostro mantello", se continuiamo a: "piantare alberi e costruire altalene", se non abbiamo paura di leggere e di scrivere: "lettere dal deserto anche nelle nostre città", vivendo, con tutti i nostri limiti, le nostre piccolezze, la nostra rabbia irrisolta, il "principio e il progetto di ogni Speranza".

Scegliendo di essere, insieme, giustizia, senza aver paura di tremare (torno ancora all'intervista di Dario Franceschini).

Cogliendo insieme,senza paura e senza autoreferenzialità, "tra sensori e campanelli",  l'occasione, l'opportunità e la scelta di un: "volontariato che nasce".

"Una risorsa civile" tra radici e ali, fedeltà e rinnovamento, testimoni e giovani, memoria e futuro, tramonto e aurora, cielo, acqua, terra e fuoco.

Francesco Lauria




 



domenica 30 agosto 2026

"L'UMANITA' E' MAGNIFICA": CERCATORI/TRICI IN CAMMINO TRA CIELI INFINITI E ARCOBALENI POSSIBILI. SULLE ORME DI FRANCESCO, CHIARA, LUCIANO E CARLO.

(...) "Non è cielo il fiore? Non è cielo la terra con la sua fecondità di madre? E il mare, e le piante? E l'istinto dell'uccello che, senza saper la strada, percorre migliaia di chilometri? (...)

E il cuore dell'uomo? Quale cielo mirabile e sublime, doppiamente cielo, misterioso cielo.  (...)

Sono tanti, infiniti, i cieli, ed è dato per me, uomo di cercarli (...)"

Carlo Carretto, "Ogni giorno un pensiero. Ne parlerai camminando" (tratto dalla pagina del 30 di agosto...)

Salire al Convento/Eremo di San Girolamo a Spello, permette di attraversare uno dei paesi più belli dell'Umbria.

E a San Girolamo, sulle orme di San Francesco e Luciano Tavazza, con la Route del Movi (Campania) abbiamo incontrato anche le orme di fratel Carlo Carretto.

Dopo dieci anni nel deserto algerino, eremita con i Piccoli Fratelli di Gesù (sulle prme di Padre Charles de Foucauld), Carretto, importante dirigente nazionale dell'Azione Cattolica e figura molto significativa, nell'immediato secondo dopoguerra, dell'associazionismo cattolico, ma anche della politica italiana, decise, nel 1964, di fondare una comunità di preghiera e di accoglienza, proprio a Spello, alle pendici del Monte Subasio.

A Spello abbiamo portato le due impegnative parole di giorno della Route: "partecipazione e sussidiarietà".

Su queste parole, dopo l'introduzione di Silvia Costa, ci siamo interrogati attraverso una frase soglia: "Esserci non è la stessa cosa che contare qualcosa in quello che si decide" e provando a rispondere, insieme, a una domanda: "Dove sento che la mia voce conta davvero?"

E ancora: 

"Dove abbiamo visto una partecipazione reale, capaci di coinvolgere davvero le persone nelle decisioni?"

Nelle nostre realtà, chi decide davvero? E chi resta ancora fuori dal tavolo delle decisioni?

Chi dobbiamo coinvolgere, o quale alleanza dobbiamo riaprire, per rendere una decisione più condivisa?"

A Spello guardando al cammino, al percorso di allontanamento dal potere e dai poteri, ma non dal mondo di Carlo Carretto, divenuto, ad un certo punto della sua vita, fratel Carlo Carretto, ci siamo interrogati incontrando le sue "Lettere dal deserto", ma anche il suo tornare ai "margini" della città dell'uomo, sotto i cielo dell'uomo e con l'uomo".

Di fronte a quella "magnifica umanità" che, pur tra fragilità, contraddizioni, delusioni, ci accompagna nel segno del messaggio di San Francesco e di Santa Chiara: "ciascuno/a di noi può diventare un tesoro di bene e benedizione, di amore sincero e creativo".

Questa verità ci rende consapevoli che, pur senza demonizzandoli, nessuna evoluta app di intelligenza artificiale, nessun robot super accessoriato e ultra-intelligente, potrà mai sostituirsi all'uomo e all'ecosistema naturale in cui è immerso.

Come per San Francesco, come Santa Chiara, non serve diventare più buoni, più saggi, più simpatici, più creativi, non serve aggiungere, tendere al 5.0.

Come ha scritto Giulio Cesareo, in San Francesco, come in Santa Chiara, come in Carlo Carretto, non vediamo, appunto un'aggiunta di qualità, virtù o capacità.

"Francesco accoglie quell'amore che lo fa nuovo, perchè solo esso è in grado di liberarlo dall'idolatria del proprio io e dei propri sogni tutti individuali. In lui può così attecchire quella radice che, in profondità, è a fondamento di ognuno di noi: la fiducia infinita in Dio Padre (per chi è credente) e l'apertura radicale agli altri, nella gioia e nel servizio" (e questo, davvero, vale per tutti e per tutte),

Sono queste, possono essere queste, la fraternità, la sorellanza, la comunità, la gratuità, la libertà.

"Se la tecnologia - conclude padre Cesareo - con i suoi algoritmi e le sue possibilità, si mette al servizio di questa straordinaria avventura, allora forse la potremo chiamare perfino sorella. L'umanità è magnifica".

E così, incontrando nel pomeriggio anche Don Achille Rossi, a Città di Castello ci siamo insieme interrogati, con un'eco di Don Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana, leggendo i giornali e ricercando tracce di partecipazione e di sussidiarietà.

 Arricchendo il nostro: "cantiere di sogni possibili".

Un cantiere che è progetto, possibilità, scelta di responsabilità, dignità, solidarietà e libertà.

Un volontariato che nasce, un sindacato che risorge nei frammenti ricomposti e resistenti di un'umanità violata, una politica che ritrova una bussola di senso e di partecipazione, in questi furiosi, militari, roventi anni Venti del Duemila, a ottocento anni dalla morte terrena di San Francesco di Assisi, non possono che rappresentare un "uscire all'aperto".

Una nuova traversata che si immerge nell'umano e che tenta una vera conversione ecologica, più lenta, dolce, profonda. 

Una traversata in mare aperto è un'aurora, nella "terra del tramonto", che si lascia istruire dall'imprevisto e dall'imperfezione, e che costruisce ostinatamente, imparando dagli errori, dalle cadute, dai fallimenti, fiducia, speranza e seconde opportunità.

Per uscire all'aperto occorre, infatti, nascere, sognare da svegli e più forte, scegliere, anche congedarsi quando è necessario, riconoscere sempre l'altro/a.

Per realizzare tutto questo è necessario, come nel restauro di un mosaico o di un affresco, ripulire, ma anche liberare, il nostro sguardo.

Accettare la nostra ferita, abitare il nostro vuoto, renderlo soglia, sentiero da percorrere e mai definitivamente tracciato.

Lasciamoci interrogare e sulle orme dei giganti, senza renderli idoli.

Continuiamo, insieme, a camminare e a parlare, parlarci.

A sognare, cercare e costruire, con fiducia, cieli infiniti e arcobaleni possibili.

Continuiamo, domandando, a preferire le Porziuncole nascenti, fragili e a volte bistrattate del servizio alle basiliche del potere, rassicuranti e cieche, irrimediabilmente immobili e sole.

Francesco Lauria

sabato 29 agosto 2026

"VIETATO STUPIRSI". GLI OPERAI DELL'ACCA HANNO VINTO: ANCHE PER NOI, PER UN SINDACATO VERO E AUTONOMO. VIVA I PICCHETTI!

Lo sciopero operaio e permanente dell'Acca (Seano-Prato) contro i soprusi e la violenza dei padroncini dei pronto moda della logistica ha vinto.

La mia gioia, nel ricevere ieri, mentre mi trovavo ad Assisi, il comunicato stampa del sindacato di base, è stata incontenibile, profonda, riconoscente.

E no, io non sono stato sorpreso del successo della mobilitazione dei lavoratori organizzati dal Sudd Cobas, perchè ne ho misurato le radici, i metodi, gli obiettivi, il percorso.

Ho immerso i miei occhi nei loro occhi, condiviso il loro sguardo, la loro rabbia, la loro paura, la loro rivolta, la loro speranza.

Ma ieri, non ho potuto, con gioia molto minore, ricordare anche una conversazione di circa un anno e mezzo fa, avvenuta sempre a Prato...

"Luca Toscano, quello dei Cobas?

No, ma lui non è un sindacalista, per noi a Prato lui e i suoi sono dei gangster..."

Un anno e mezzo fa, circa, era in cantiere la rinascita (online) della storica rivista di cultura del lavoro di area Cisl: "Il Progetto"

Era un mio sogno che si era miracolosamente realizzato, nato dalla lettura di decine di numeri della rivista, risalenti agli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ancora attualissimi, visionari.

Perni di un pensiero critico che non temeva mai di guardare più in là, di costruire ponti tra lavoro organizzato e sapere, senza elitarismi, ma anche lontanissimo dall'autoreferenzialità che spesso colpisce il sindacato e i sindacalisti come una malattia.

Ho curato, prima delle dimissioni di fine luglio 2025,  sette numeri della rivista e cinque dei sei podcast che sono stati pubblicati sul sito de Il Progetto (promosso nel 2025 non direttamente dalla Cisl, ma dalla Fondazione Ezio Tarantelli).

La storica testata era stata ideata e diretta da un grande sindacalista e intellettuale della Cisl, ("carnitiano anomalo"), scomparso prematuramente: Eraldo Crea.

Oggi la rivista è, di fatto, in mano a Comunione e Liberazione, ne suggerisco la lettura dell'ultimo numero per comprendere la distorsione etica (almeno questa è la mia soggettiva opinione) ancor prima che della più che discutibile scelta dei contenuti.

Tornando a Prato, avevo invitato a pranzo alcuni sindacalisti e sindacaliste della federazione di categoria di una grande confederazione che conoscevo e stimavo da tanti anni, per parlare di un'idea: un'inchiesta per la rivista nascente su come si rappresentava (o non si riusciva a rappresentare) il lavoro nella filiera del tessile e della logistica, nelle aziende italiane come in quelle cinesi.

Volevo partire anche dalla sconfitta conclamata del c.d. "Protocollo Luana", un progetto completamente fallito messo in piedi da Comune (poi commissariato anche per i presunti legami occulti e di sudditanza/dipendenza della sindaca con spezzoni anche imprenditoriali della massoneria locale), Prefettura, sindacati confederali, forze ispettive.

Dopo la tragica e colpevole morte della giovane Luana d'Orazio, a Oste di Montemurlo, tra Prato e Pistoia, falcidiata come nell'Ottocento da un orditoio cui, per accelerare il ciclo produttivo, erano stati volutamente tolti i blocchi di sicurezza,  forse anche per mettersi un po' a posto la coscienza. era stato creato un punto segnalazioni per le violazioni delle aziende, in particolare sulla salute e sicurezza.

Il risultato era stato non solo deludente, ma esemplificativo: nessuna, proprio nessuna segnalazione.

Eppure, mi dicevo, guardando in piazza gli operai nell'anniversario della morte di Luana, in buona parte pakistani, con i cartelli "8X5"  lo sfruttamento del lavoro non può non essere enormemente diffuso.

Per questo quegli operai rivendicavano collettivamente, con forza e in piazza, qualcosa che avrebbe dovuto essere un diritto consolidato, sicuro, tutelato, acquisito.

Se, infatti, una conquista consolidata da numerosi decenni: la 40 ore settimanali è ancora vista come una lontana (e in alcuni casi lontanissima) terra promessa dai lavoratori, più di qualcosa, proprio non va.

Non essendo persona remissiva provai ad insistere, ma mi sembrava quasi di disturbare i miei amici sindacalisti.

Mi dissero che non era cosa, che non c'erano per loro margini di intervento, soprattutto per la scarsità di risorse da mettere in campo, e che, però, come volontari pensavano di mettere in piedi un corso di italiano serale proprio per i lavoratori pachistani, già allora rappresentati e organizzati, in grande prevalenza, dal Sudd Cobas.

Tra me e me mi dissi che era sicuramente una buona idea, ma che non poteva diventare un alibi per non occuparsi, da sindacato dei lavoratori, del fulcro del problema.

Tornando verso Pistoia, lo ricordo ancora come fosse oggi, decisi di deviare su una strada secondaria e fermarmi proprio a Oste.

Lo promisi dentro di me a Luana, davanti alla fabbrichetta in cui aveva trovato tragicamente la morte, a quella stessa Luana che proprio in quel sindacato e proprio a Pistoia si era fatta con successo difendere in una vertenza individuale nell'ambito della ristorazione. Non avrei mollato. Mai.

Devo dire che, pur tra altri e bassi per carità, ho provato a tenere fede a quell'impegno e, nel farlo, ho incontrato alcune persone speciali.

Ne cito solo due: sono Deborah Lucchetti, ex operaia metalmeccanica e sindacalista Fim Cisl, leader sociale e femminista, coordinatrice nazionale della Campagna Abiti Puliti ed Emanuele Leonardi, anch'egli di radici operaie, parmigiano come me, docente universitario a Bologna, dopo un lunghissimo precariato cognitivo vissuto in tutto il mondo, prezioso pensatore militante nell'ambito dell'ecologia sociale.

Tutti e tre abbiamo avuto, peraltro, il "battesimo del fuoco" a Genova, nel 2001.

Con loro, nel marzo 2026  abbiamo curato una trasmissione intitolata: "Per una moda dei diritti" che si può recuperare qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Erano tempi terribili come oggi, di affossamento delle direttive europee sulla "due diligence" e di tentativi insidiosi e pericolosi di promozione di scudi penali per le aziende, con la scusa della concorrenza internazionale.

E, allora torniamo agli operai dell'Acca e al Sudd Cobas.

Ho avuto l'onore, a nome della Cub (Confederazione Unitaria di Base) di ricevere in Piazza a Prato il microfono dal Sudd Cobas, e, salendo su una panchina, di rivolgermi, direttamente agli operai, mentre un drappello di loro veniva ricevuto, grazie alla forza e alla trasversalità della mobilitazione, dal sindaco Biffoni in Comune.

Alcuni di loro si sostenevano fisicamente e avevano preso la parola prima di me, nella loro lingua, l'urdu, tradotti da una sindacalista.

Quegli operai e quel sindacato (insieme ovviamente alla Cub) mi hanno commosso e coinvolto, mi hanno fatto capire, davvero, che possiamo, ancora, tra mille difetti, mille imperfezioni, mille mancanze, essere fedeli all'etimologia della parola: "fare, essere giustizia insieme".

Nella filiera tessile e logistica tra Prato e Pistoia come in Bangladesh dopo il Rana Plaza, nell'economia dell'interdipendenza e dell'incultura dello scarto, senza nessuna contraddizione, senza nessuna timidezza.

Un sindacato, il Sudd Cobas, autonomo, nella migliore tradizione del sindacalismo italiano.

Ma cos'è l'autonomia per un sindacato di lavoratori? Che cos'è oggi di fronte alla sua erosione, tra individualismo, dumping contrattuale, subalternità alla politica e al potere?

Credo di aver trasmesso a centinaia, forse un migliaio di sindacalisti e sindacaliste una frase, proprio di Eraldo Crea, a un congresso nazionale dei lavoratori alimentaristi della Cisl, a cavallo dell'autunno caldo che, si tenne, guarda un po' a Montecatini Terme:

"L'autonomia è un fatto di costume, un fatto di cultura. Si vive nella classe operaia, essendo tutt'uno con essa".

Tutt'uno. E' un'espressione forte, impegnativa.

Un pensiero e una testimonianza che producono grande responsabilità e reciprocità, che costruiscono solidarietà riconoscendo dignità alle persone in quanto persone, e poi, ovviamente, anche in quanto lavoratori e lavoratrici.

Lo ha espresso altrettanto bene, pur in un ambito diverso, Emanuele Alecci, già storico Presidente del Movi, Movimento per il Volontariato Italiano. nel suo recente libro: "Il volontariato che nasce":

"L'autonomia non è il rifiuto di collaborare. Che cos'è allora?

L'autonomia è la titolarità del proprio sguardo. E' la capacità, per un'organizzazione, di decidere da sè quali sono le proprie priorità: dove guardare, di chi occuparsi, quale bisogno mettere al primo posto e quale al secondo.

Un soggetto autonomo è un soggetto che conserva il diritto di vedere il mondo con i propri occhi - e di non farsi dettare l'agenda da nessun altro".

Se ho imparato qualcosa, in oltre venti anni di sindacato, è che nulla, nessuna operosa subalternità, anche in buona fede, nessuno scambio politico, per usare un'espressione del secolo scorso, è in grado di rimpiazzare, nemmeno un po', questa libertà e responsabilità nello sguardo che poi si traduce in: associazione, organizzazione, ascolto, formazione, mobilitazione, contrattazione, visione e pensiero critici, partecipazione dei lavoratori dal basso, condivisione di un'utopia concreta.

E allora, con la stessa gioia e riconoscenza provata ieri alla notizia del successo del presidio operaio permanente dei lavoratori dell'Acca, riporto fedelmente e integralmente il comunicato del Sudd Cobas, i miei "gangster" preferiti, a partire da Luca Toscano e Sarah Caudiero:

"Lo sciopero degli operai ACCA ha vinto.

È una vittoria straordinaria, che arriva dopo una lotta straordinaria. L'accordo è stato raggiunto nella notte tra il 28 e il 29 agosto, dopo 70 giorni di sciopero che hanno visto 4 picchetti a oltranza presso i magazzini di Seano, Agliana, Campi Bisenzio e Osmannoro.

Dal 1° settembre torneranno a lavoro proprio nel magazzino di Campi Bisenzio, mantenendo contratti e diritti conquistati con le lotte degli scorsi anni.

Sembrava impossibile a molti, ma noi ci abbiamo sempre creduto.

Anche quando – con l'assalto al picchetto del 23 giugno – era chiaro che l'intero sistema del pronto moda aveva deciso di usare questa vertenza per regolare i conti con il sindacato e provare a «rimettere al proprio posto» la classe lavoratrice di questo distretto.


Anche quando ci siamo trovati contro la Procura e i reparti della polizia in assetto antisommossa. Anche sull'asfalto bollente dell'estate più calda di sempre.
Ci abbiamo creduto perchè siamo da sempre convinti che non esistano cause perse, ma lotte difficili che hanno bisogno di essere portate avanti con determinazione.

Da tanti anni facciamo sindacato coltivando la fede che un cambiamento non sia solo necessario ma anche possibile, e può venire solo dal basso, dalle persone comuni che fanno la classe operaia di oggi.
C'è un potere enorme nell'unità e la solidarietà tra lavoratori.

Questa fede non è mai stata tradita. E questa vittoria deve essere un’ulteriore iniezione di speranza per tutti.
Stiamo costruendo un modo di fare sindacato che ridà potere alle persone.

E alla fine una piccola comunità multinazionale, fatta di operai immigrati da diversi continenti, ha fatto fallire i piani di una multinazionale.
Abbiamo fatto bene a disobbedire quando ci veniva ordinato di cessare i picchetti. Perché non avremmo mai raggiunto questo risultato.

Alla luce di questo risultato straordinario, è proprio il caso di dirlo: viva i picchetti!"

Francesco Lauria

venerdì 28 agosto 2026

SARA E FRANCESCO: LA FERITA E LA CURA. LIBERANDOCI DEL MANTELLO, OTTOCENTO ANNI DOPO.

"Buongiorno Francesco!

Come sei mattiniero... Ti devo dire una cosa: purtroppo oggi don Tonio Dell'Olio non potrà partecipare alla nostra Route per un impegno improvviso sulla Pace in Regione Umbria, ma ci ha assicurato che ci manderà una sua... sostituta".

Questa inattesa notizia, arrivata non dico a motore ancora acceso, ma quasi, mi aveva un po' rattristato.

Devo dire che avevo affrontato, in gran parte con il buio, i circa 210 km che separano Pistoia da Assisi davvero contento di rivedere don Tonio, già coordinatore nazionale di Pax Christi, Presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, direttore di Mosaico di Pace, giornalista, e vero e proprio punto di riferimento per tutti i pacifisti e i nonviolenti, italiani e non solo.

Uno, tra l'altro, che, ormai parecchi anni fa, si era fatto inopinatamente e davvero pazientemente riempire lo zaino da me, con alcuni dei libri che avevo scritto, quasi all'inizio di un'assolata (e non brevissima, come si sa...) marcia per la Pace Perugia Assisi... (sì, ci arrivo sempre dopo...)

Dopo aver sistemato la valigie nello spartano alloggio condiviso e aver gustato un buon caffè preparato dal cambusiere campano (una garanzia...), ho salutato i nuovi compagni di avventura del cammino sulle orme di Francesco e mi sono messo in attesa, come tutti e tutte i partecipanti della Route 2026 del Movi.

Ci siamo ritrovati, a ottocento anni dalla scomparsa di San Francesco d'Assisi, sulle sue orme, ma anche stimolati, accompagnati dal centenario della scomparsa di una importante, e ancora troppo poco conosciuta ulteriore figura, il "padre" del moderno volontariato italiano: Luciano Tavazza.

Ed eravamo tutti e tutte lì, nella bella sala riunioni, tra sedie e panche, ad aspettarla questa "sostituta" di Padre dell'Olio.

Una consacrata, ci avevano anticipato e, soprattutto, siamo pur sempre ad Assisi, una restauratrice professionista di opere d'arte.

Ed è così che Sara Panzino, "la sostituta", insieme all'arte che include, alle ferite, alla cura, al mantello, al restauro e al suo avvolgente e accogliente sorriso, è entrata, in punta di piedi, ma con grande forza ed empatie, nelle nostre vite, nella nostra storia, nel nostro percorso...

Sara ci ha mostrato degli affreschi distrutti, apparentemente devastati, a una prima vista irrecuperabili...

E ha proiettato di fronte a noi San Francesco che si disfa del suo prezioso mantello da cavaliere, deciso a donare con esso tutto se stesso, a "uscire fuori da sè", e a iniziare un'inedita e indimenticabile, indimenticata Vita.

Ci ha parlato della sua professione, che appare molto più: il restauro dell'arte.

Ci ha accompagnato nella prima, propedeutica azione da compiere: "la pulizia".

Un'operazione complessa, delicata che, ci ha detto Sara, punta a riportare l'opera d'arte alla propria autentica "verità".

Ci ha anche detto due cose, a mio parere, importantissime: il restauro non è mai definitivo (ma è volutamente leggero e reversibile) e, spesso, non è, non può essere perfetto.

Per non "tradire la verità", infatti, alcune parti, alcune "ferite" dell'opera d'arte, come delle nostre vite, possono anche non essere toccate. Permanere.

Tutto questo non uccide l'arte e non uccide la Vita: si può rimanere e restare con una o più ferite, senza per questo che la figura intera, l'affresco, la persona ne rimanga uccisa, lacerata, irrimediabilmente offesa.

Non occorre concentrarsi, ha continuato Sara, la "sostituta", solo su ciò che manca, dobbiamo, possiamo vedere quello che c'è, anche nel divenire...

Ci siamo noi e la nostra ferita, è vero, non scadiamo nel buonismo.

E' lì, ce la portiamo sulle spalle, ci pesa, rende più faticoso il nostro cammino, fa sanguinare le nostre ginocchia, molto spesso ci urla in faccia anche la nostra, spesso apparente, qualche volta tragicamente reale, solitudine, frequentemente non priva di rabbia.

Molto spesso, è successo a lungo, ce lo ha confidato, anche a Sara, vediamo solo noi stessi e la nostra ferita, ciò che ci manca, ciò che non è più.

Non è nemmeno più la verità dell'intero.

A volte, come su un affresco, su una vita, per restaurarla nella verità, farla tornare a se stessa, occorrono uno sguardo esterno e attento, una mano disponibile e forgiata dall'esperienza, un incontro, un'attesa che si immergono in una relazione e in una reciprocità, mai materialista, mai soppesata, mai calcolata.

Una reciprocità, per citare il "cantiere dei sogni possibili", di questa nostra giornata alla Route, che si manifesta, si sviluppa, volontariamente, tra: "gratuità e libertà".

Ma Sara, sempre meno la "sostituta" non si è fermata qui. 

Ha abitato, ci ha proposto, con un concreto racconto di vita, sincero, personale, non privo di salite e di curve, il ponte necessario tra queste due sponde.

Un ponte esigente, un obiettivo, un divenire nel presente, che si raggiunge sempre con il "Noi", certo, dopo aver risvegliato anche il nostro: "Io".

Il ponte tra "gratuità e libertà", ci ha raccontato Sara, condividendo l'accompagnamento complesso, il "fare, essere famiglia" con una madre e una figlia giunte dall'Africa con una malattia rarissima della piccola, è, non può che essere, la "giustizia".

La giustizia è anche un limite che ci fa scoprire lo spazio dell'altro/a, specialmente se più fragile, senza mai dimenticare la sua soggettività, senza mai smettere di riconoscere e di riconoscerci, con responsabilità, una reciproca, gratuita, libertà.

E Sara, insieme ai volontari e alle volontarie del progetto "Arte che include", disabili e non, fragili e non, giovani e non, ci ha anche accompagnato, nel pomeriggio, alla visita del bellissimo ciclo pittorico di Giotto, presso la Basilica Superiore di Assisi.

Ci ha accompagnati nell'incontro con San Francesco, con la sua stupefacente e generativa vita, al suo "sogno da svegli", al suo continuo camminare domandando, costruendo, favorendo, abitando incontri, relazioni di Pace, anche con i mussulmani, in Egitto, nonostante la quinta crociata,

Al suo cercare e vivere la Parola, cercandola nel silenzio e nel dialogo, oltre che nell'autenticità di una povertà che prima che regola è la condivisione, la messa in gioco della vita stessa.

Un Francesco fin da subito normalizzato, reso beffardamente comodo, persino rassicurante, da chi ha voluto tradire i suoi opportuni e profondi segni di contraddizione per la Chiesa, come per la società. 

Per la violenza dell'Occidente cristiano.

Un Francesco che dobbiamo riscoprire, "restaurare" nella sua autentica radicalità evangelica.

Ma qual è, dov'è il nostro mantello? Ci siamo chiesti.

Quali sono, dove sono i nostri sogni, le nostre stelle, ci hanno chiesto i ragazzi immergendoci nell'"Arte che include?"

Dove si curano le nostre ferite e le nostre paure, il nostro "non essere pronti, non sentirci adatti" se non in una "condivisione fraterna", assolutamente non clericale, posto che Sara lavora soprattutto con atei...?

Come educhiamo, come "tiriamo fuori" e mettiamo in gioco veramente il nostro "Io" più vero e autentico, prezioso e singolare, in un "Noi" plurale, unità nella differenza, che include, non esclude, non separa, non uccide?

Un Noi di Pace e di Arte, di Sogno e di Imperfezione, un Noi che è Spazio, proprio perchè conosce anche la dimensione del vuoto, della ferita e del divenire, di un'identità che si nutre, che si contamina positivamente dell'incontro con l'altro/a.

Non un'identità millenaria e immobile, e spesso violenta, autoritaria, patriarcale, maledetta. 

Possiamo ritrovare un Noi che, come il restauro, come il volontariato, almeno nella concezione gratuita, libera ed equa, di Luciano Tavazza, conosce la dimensione politica, oltre che umana, della cura.

Un volontariato che non è, ci hanno insegnato camminando, facendo, essendo, tessendo, la barella o la stampella dello Stato o dei partiti, nemmeno delle istituzioni, ma è, invece, "fraternità (e sorellanza) gratuita e libera nella giustizia".

Un volontariato che, nel guardare oltre noi, oltre l'io, non per forza lontanissimo, anche nella prossimità, può rappresentare una stella.

E "nella vita, la bellezza di una stella illumina il buio".

Ce lo siamo detti con gli occhi e con il cuore, senza bisogno di parole, anche oggi, di primissima mattina, quasi all'aurora, recitando insieme le Lodi all'Eremo delle carceri.

Foschia, brezza intensa che ti accarezza e ti sveglia, fiori, uccelli.

Falchi pellegrini e greppi sulle alture del Monte Subasio.

Grazie Francesco e grazie Sara, ex sostituta (non ce ne voglia Don Tonio...)

Grazie Sara anche per la Parola del Profeta Isaia che ci hai consegnato come lascito nel salutarci alla fine del nostro incontro:

(...) Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?" Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore?
Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia.
Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai ed egli dirà: "Eccomi!" Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna, se tu supplisci ai bisogni dell'affamato e sazi l'afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.
I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età e sarai chiamato il riparatore delle brecce, il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese" (...)

Camminando, ascoltando la Parola, domandando, sulle orme di Francesco, nel ricordo di Luciano e insieme a Sara la "sostituta", guardando verso l'alto come il santo di Assisi, "s'apre il cammino..."

L'Aurora lascia spazio al giorno (e al caffè..); si scende dal monte.

Ogni mattino è un'incredibile occasione d'Amore se, insieme alla nostra ferita, sappiamo, pur strani, inadatti, magari un po' poeti, guardare con occhi diversi, abbracciare, benedire l'altro/a che ritroviamo di fronte a noi.

Francesco Lauria

mercoledì 26 agosto 2026

"DA UNA PARTE C'E' IL NEOLIBERISMO, DALL'ALTRA L'UMANITA'". LA PREZIOSA ATTUALITA' DEL SUBCOMANDANTE MARCOS, TRENTA ANNI DOPO.

“Da una parte c’è il neoliberismo, dall’altra l’umanità”. 

Dobbiamo essere grati al progetto editoriale "Cronache Ribelli", per averci riproposto un importante ed evocativo video, tratto da un documentario curato anche dal compianto Gianni Minà.

Il filmato, esattamente trenta anni dopo, riporta un parte del discorso del Subcomandante Marcos durante il primo “Encuentro Intercontinental por la Humanidad y contra el Neoliberalismo”, che si svolse in Chiapas tra il 27 luglio e il 3 agosto 1996

Erano passati pochi mesi dagli storici accordi di San Andrés sull'autonomia e i diritti dei popoli indigeni, successivi all'insurrezione zapatista del 1 gennaio 1994 e in cui aveva avuto un ruolo fondamentale Samuel Ruiz García, vescovo di San Cristóbal de las Casas, chiamato dagli indigeni Tatic ("padre") per la sua strenua difesa dei diritti umani e della dignità delle popolazioni maya.

Come racconta Cronache Ribelli, il discorso di Marcos del luglio-agosto 1996: "fu uno degli appuntamenti fondativi della dimensione internazionale dello zapatismo: l'obiettivo era mettere in relazione esperienze di resistenza molto diverse, costruendo una rete globale contro il capitalismo neoliberista. 

Una rete senza una struttura gerarchica o un centro dirigente. 

Marcos ci spiega come il neoliberismo trasforma ogni Paese, città, campagna, casa e persona in un possibile campo di battaglia e contrappone alla sua potenza l'essere umano che resiste ovunque nel mondo. 

È un passaggio particolarmente significativo perché condensa una delle idee centrali dello zapatismo: il vero conflitto non è quello tra gli Stati, ma quello tra le oligarchie globali neoliberiste e l'umanità che cerca di autodeterminarsi

Il conflitto esplode quando “in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi momento, un uomo o una donna si ribellano e alla fine si strappano di dosso gli abiti che il conformismo ha tessuto per loro e che il cinismo ha tinto di grigio

Un uomo o una donna, di qualsiasi colore e in qualsiasi lingua, dice e ripete a se stesso: Basta!”.  

Marcos è stato per la mia generazione, fino al suo ritiro nel 2014, un punto di riferimento fondamentale, insieme alla storia collettiva del movimento zapatista in Chiapas.

Pochi ricordano che, prima di lui, gli zapatisti avevano avuto, per parecchi anni, una subcomandante donna: la subcomandante Elisa (pseudonimo di María Gloria Benavides Guevara) e che la rivoluzione zapatista è stata spesso anche definita la rivoluzione dei bambini e, soprattutto, delle bambine senza paura.

Conosco più di una coppia di miei/mie coetanei/coetanee o poco più grandi, che, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, ha realizzato il proprio viaggio di nozze in Chiapas, nelle zone occupate dalla guerriglia zapatista, indigena e libertaria dell'EZLN.

Noi, chiedendoci, camminando, quale fosse, nel momento presente, il "significato della rivoluzione", aspiravamo, con lui, e con tutti gli zapatisti e le zapatiste a: "cambiare il mondo senza prendere il potere".

Anche se, in realtà, la riflessione politica e filosofica, debitrice al sociologo John Holloway, è sempre stata più complessa di questo affascinante titolo relativo a un saggio che tutti, davvero tutti e tutte, tenevamo, custodivamo nei nostri zaini, insieme ai nostri taccuini e ai nostri sogni.

Le nostre pagine, nell'Occidente delle "passioni tristi", si riempivano, si entusiasmavano, si coloravano delle "Istruzioni per cambiare il mondo" scritte dal subcomandante: dalle definizioni, alle istruzioni per "dimenticare e ricordare", "andare avanti",  "non piangere", "scrivere una canzone", per "la morte", "innamorarsi", "provare compassione", "avere successo scrivendo un libro", "accomiatarsi", "misurare il silenzio", per "le lacrime", "cadere e risollevarsi", per "misurare la vita"...

Peraltro Marcos parlava a tanti mondi differenti: nel 1995, un anno prima del filmato riportato da Cronache Ribelli, era stata Edizioni Lavoro, allora casa editrice interamente della Cisl (che aveva tra i propri autori anche Andrè Gorz e Serge Latouche) a pubblicare un testo importante del subcomandante, intitolato: "Dalle montagne del sud-est messicano".

Il volume raccoglieva comunicati, lettere e messaggi inviati dal portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) alle autorità messicane, alla stampa e alla popolazione.

Non va dimenticato che Marcos usava spesso per comunicare racconti, poesie e favole.

Una sua raccolta ha come titolo, bellissimo a mio parere, "Racconti per una solitudine insonne"; si tratta di un davvero irripetibile, intreccio di impegno rivoluzionario e narrazione fantastica che, nei racconti del subcomandante, vedeva spesso come protagonista il coleottero Don Durito de la Lacandona o un vecchio di nome Antonio.

Il manifesto con il subcomandante Marcos e la sua firma, realizzato dalla casa editrice della Cisl in occasione dell'uscita del libro, era stato affisso in diverse sedi sindacali in tutta Italia.

Io lo ricordo, a Bologna, anni dopo (e in tempi sindacalmente più difficili per il pluralismo nella confederazione che era sta guidata in anni ormai lontani da Pierre Carniti...) ancora orgogliosamente al centro della parete, nell'ufficio di Nicola Bagnoli, allora segretario generale regionale emiliano-romagnolo dell'Alai Cisl, il sindacato dei lavoratori "atipici" e interinali.

Con un po' di sana nostalgia, ma anche con la consapevolezza che non c'è una sillaba di Marcos e degli zapatisti a non essere ancora di assoluta attualità, lasciamo la parola a lui (e a loro...), dalla selva Lacandona...

Immagini e audio del video sono tratti dal documentario/intervista di Gianni Minà “Aqui Estamos”.

Link al VIDEO del SUBCOMANDANTE MARCOS: https://www.facebook.com/watch/?v=2039993106621602

Francesco Lauria