mercoledì 8 luglio 2026

LANGER E QUEL "DANNATO" e MANCATO POSTO A BOTTEGHE OSCURE. "CONTINUIAMO IN CIO' CHE ERA GIUSTO..."


E' impossibile raccontare la ricchezza del bell'incontro di ieri sera a Pistoia su Alexander Langer e il concetto di "convivenza-coesistenza" che ha visto protagonisti, dopo un reading poetico, Giorgio Mezzalira e Maria Chiara Rioli.

Conoscevo e ho sempre apprezzato il pensiero di Mezzalira su Langer, ma Maria Chiara, docente dell'Università di Modena e Reggio Emilia e mia amica di lunga data, mi ha sorpreso perchè ha approfondito un tema non così comune anche fra chi conosce bene il grande ecologista sudtirolese e su cui sinceramente ho misurato la mia scarsa conoscenza: l'impegno costante e il pensiero profondo di Langer rispetto al conflitto israelo-palestinese. 

Le utilissime riflessioni di Maria Chiaria sono peraltro contenute, almeno in parte, in un suo prezioso saggio pubblicato, nel 2025, dalla rivista Italia Contemporanea, organo della "public history" italiana.

Lateralmente, sempre ieri sera, nell'ambito del festival Farestoria organizzato dall'Istituto Storico della Resistenza cittadino, è stata poi ricordata la lettera aperta al Pds di Langer pubblicata su Cuore del 25 giugno 1994.

Ne avevo discusso, nel corso degli anni, anche pubblicamente, con alcuni amici e collaboratori di Langer, a partire da Uwe Staffler, suo ultimo assistente al Parlamento Europeo.

Come è noto, nel 1994, dopo la rovinosa sconfitta da parte di Silvio Berlusconi della "gioiosa macchina da guerra" costituita dai Progressisti guidati dal segretario del Pci-Pds Achille Occhetto, si era aperta nel partito una discussione aperta sulla successione che vide tre possibili esiti: 

- un "papa straniero" figura di garanzia e di libertà totalmente esterna al gruppo dirigente postcomunista (come in parte sarà la candidatura di coalizione di Romano Prodi l'anno successivo); 

- la disfida dei fax tra gli eterni rivali Walter Veltroni e Massimo D'Alema, con palese, ma effimera vittoria del primo; 

- una scelta tutta interna al gruppo dirigente che finirà per convergere proprio su D'Alema.

Durante il periodo di transizione Langer ruppe gli indugi e lanciò la sua candidatura da esterno alla guida del Partito Democratico della Sinistra, allora ancora dotato di falce e martello all'ombra del simbolo della Quercia. (non era ancora giunta la mozione del cattolico, ex democristiano Ermanno Gorrieri nel 1998 che la cancellò sostituiendola con la rosa, simbolo del socialismo europeo).

Con la sua proverbiale serietà e il suo consueto rigore Langer, in quell'estate post elettorale e di cura delle ferite nella sinistra italiana, lanciò il cuore oltre l'ostacolo e inviò una lettera aperta al settimanale satirico Cuore, diretto da Michele Serra.

La lettera, intitolata dal giornale: “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”, affermava tra l’altro: 

“Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e più sobria. Compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli. 

Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle “chiese”, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti e ideologie (…). 

Un “Papa straniero” può agire con candore, determinazione e libertà inedite (…) 

Se oggi vi offro di esaminare – nei modi che riterrete più congrui – una mia candidatura alla vostra guida, non lo faccio per presunzione o brama di una poltrona tutt’altro che comoda, ed in ogni caso chiederei un mandato a tempo determinato. 

Un gesto rivoluzionario del PDS, quale quello di affidarsi a una guida “esterna” (non ostile) per cultura e militanza, con la disponibilità ad utilizzare appieno le potenzialità di rottura e diversa ricomposizione all’interno e verso l’esterno (anzi, forse questi due termini non conserverebbero il loro valore), potrebbe mettere in moto una reazione a catena e restituire a molti tra coloro che oggi si sentono sconfitti e delusi un senso di riscoperta e di nuova motivazione a rimettersi in cammino”. 

Come detto, era il 25 giugno del 1994 e queste parole erano intese sul serio: proprio per questo Alex le aveva indirizzate a Cuore, giornale satirico della sinistra, con una nota di accompagnamento che diceva: “Certe proposte, proprio per la loro serietà, possono essere fatte solo attraverso mezzi d’informazione estremamente seri”.

Di lì a poco le fallaci sirene del blairismo, connesse a una figura ancora legata al centralismo democratico comunista come quella di D'Alema saranno per almeno sei anni la guida della sinistra italiana in difficile e conflittuale coesistenza con l'altra "anima" guidata, anche lì non senza contrasti e difficoltà, da Romano Prodi.

Ci sarà la sfida del governo, prima di Prodi e poi di D'Alema e, infine, di Giuliano Amato. 

E un ulteriore cambio di leadership con la candidatura (sconfitta) alle elezioni politiche del 2001 di una figura come Francesco Rutelli.

Un Rutelli pur trasformatosi e ruinizzatosi, ma paradossalemente proveniente proprio dai partiti di Alex (Verdi, ma anche Partito Radicale), nel frattempo purtroppo tragicamente scomparso, con il drammatico suicidio perpretato nelle colline di Firenze, il 3 luglio 1995.

Chissà come sarebbero stati diversi la storia e lo sviluppo della sinistra italiana, se quella "folle", ma seria" proposta di Langer fosse stata, imprevedibilmente, presa in considerazione e non sdegnatamente ignorata.

La prospettiva non settaria, non ideologica, ma radicalmente riformatrice di una "alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli", è infinitamente, dannatamente attuale in questo rovente e bellico 2026.

Trentuno anni dopo la sua scomparsa, che va rispettata, pur nel dolore, Langer ci manca tremendamente, tra l'altro proprio mentre la storica sede del Pci di Togliatti, in via delle Botteghe Oscure, vicina all'altrettanto storica sede della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù, è stata, trasformata, paradosso della storia, in un hotel di lusso a cinque stelle.

Le proposte, le intuizioni, il "metodo" di Langer ci sono ancora, le possiamo, senza costruire santi e santini, fare ancora nostre, magari aggiornandole, arrichendole, interpretandole senza tradirle.

Sta a noi, tirando le somme, essere fedeli allo stupendo e impegnativo lascito di Alex: "non essere tristi e continuare in ciò che era giusto".

Anche per lui. Anche con lui.

"C'è tempo.": https://www.youtube.com/watch?v=4iA6g0rHhUo&list=RD4iA6g0rHhUo&start_radio=1


"Dicono che c'è un tempo per seminare

E uno che hai voglia ad aspettare

Un tempo sognato che viene di notte

E un altro di giorno teso

Come un lino a sventolare

C'è un tempo negato e uno segreto

Un tempo distante che è roba degli altri

Un momento che era meglio partire

E quella volta che noi due era meglio parlarci

C'è un tempo perfetto per fare silenzio

Guardare il passaggio del sole d'estate

E saper raccontare ai nostri bambini quando

È l'ora muta delle fate

C'è un giorno che ci siamo perduti

Come smarrire un anello in un prato

E c'era tutto un programma futuro

Che non abbiamo avverato

È tempo che sfugge, niente paura

Che prima o poi ci riprende

Perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo

Per questo mare infinito di gente

Dio, è proprio tanto che piove

E da un anno non torno

Da mezz'ora sono qui arruffato

Dentro una sala d'aspetto

Di un tram che non viene

Non essere gelosa di me

Della mia vita

Non essere gelosa di me

Non essere mai gelosa di me

C'è un tempo d'aspetto come dicevo

Qualcosa di buono che verrà

Un attimo fotografato, dipinto, segnato

E quello dopo perduto via

Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata

La sua fotografia

C'è un tempo bellissimo, tutto sudato

Una stagione ribelle

L'istante in cui scocca l'unica freccia

Che arriva alla volta celeste

E trafigge le stelle

È un giorno che tutta la gente

Si tende la mano

È il medesimo istante per tutti

Che sarà benedetto, io credo

Da molto lontano

È il tempo che è finalmente

O quando ci si capisce

Un tempo in cui mi vedrai

Accanto a te nuovamente

Mano alla mano

Che buffi saremo

Se non ci avranno nemmeno

Avvisato

Dicono che c'è un tempo per seminare

E uno più lungo per aspettare

Io dico che c'era un tempo sognato

Che bisognava sognare"

Francesco Lauria

martedì 7 luglio 2026

"PER I MORTI DI REGGIO EMILIA". PENSANDO, PREOCCUPATI, AL PRESENTE.

Mentre, con un treno regionale in forte ritardo, passo, senza fermarmi, da Reggio Emilia, non posso non pensare che oggi non è un giorno qualsiasi.

Oggi è quel giorno. Il 7 luglio, come sessantasei anni fa.

Sembra passato un intervallo giurassico, soprattutto in un tempo imprigionato dall'eterno presente, in cui la storia e la memoria ci sembrano corte, magari legate semplicemente all'esito di un click passivo in mano, senza controlli, all'intelligenza artificiale.

C'è chi dice che, ormai, usando l'Ia si potrebbe costruire un passato parallelo, del tutto avulso dai fatti realmente avvenuti.

E allora no. Senza retorica, ma con intelligenza, responsabilità e rigore, bisogna ricordare, tramandare, narrare, documentare.

«Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,

e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli

dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti

Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli»

La canzone di Franco Amodei, "Per i morti di Reggio Emilia", oltrepassa, con la sua dolorosa poesia, i margini del tempo, il silenzio dell'oblio, la sciatteria dell'ignoranza.

La strage di Reggio Emilia avvenne quindi il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città, dove le forze dell'ordine uccisero cinque civili inermi e ne ferirono altri ventuno, le vittime furono tutti operai iscritti al PCI: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli.

Sono, appunto, per sempre, “i morti di Reggio Emilia”.

La gravissima strage fu l'apice di un periodo di grande tensione in tutta Italia, in cui avvennero scontri molto duri con la polizia. 

I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino, per la prima volta davvero determinante per le sorti della Repubblica nata dalla Resistenza.

Va ricordato che la scelta di Tambroni di accettare, direi di chiedere i voti del Msi, spaccò anche la Democrazia Cristiana: i ministri Giorgio Bo, Giulio Pastore (ex leader della Cisl) e Fiorentino Sullo si dimisero subito, già ad aprile del 1960.

Le reazioni d'indignazione allo sviluppo dell'azione del Governo più a destra dell'ancora recente storia repubblicana furono molteplici mentre la tensione in tutto il paese portò, progressivamente, a una grande mobilitazione popolare.

L'allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, di cui è uscita abbastanza recentemente una documentata ed equilibrata biografia, era prima che di destra (fu piuttosto girovago tra le correnti democristiane) soprattutto un grande, oscuro, pittoresco opportunista del potere.

Il notabile democristiano marchigiano diede alle forze dell'ordine e all'esercito libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. 

Per fortuna le dimissioni di Tambroni, che peraltro resistette ostinatamente il più possibile, furono, alla fine, inevitabili.

Tornando a Reggio Emilia, la sera del 6 luglio la Camera Confederale del Lavoro di Reggio proclamò per giovedì 7, uno sciopero generale provinciale dalle 12 alle 24 «in seguito a gravi fatti avvenuti a Licata e a Roma».

La macchina preventiva della repressione governativa si era già mossa: era, infatti, previsto solo un comizio al coperto nella centrale Sala Verdi (ridotto del teatro Ariosto) perché la Prefettura lo aveva proibito all'aperto, negando anche la possibilità di usare altoparlanti per diffondere all'esterno le voci dei relatori.

I manifestanti del 7 luglio furono circa ventimila, compresi trecento operai delle Officine Reggiane.

Riprendo da una cronaca dei fatti:

"Alle 16:45 una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vicequestore Giulio Cafari Panico, investì la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, parteciparono alla carica entrando in piazza dal lato opposto. 

Sorpresi e incalzati dai caroselli delle camionette, dai getti d'acqua e dai lacrimogeni, gli scioperanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, tentando di proteggersi dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. 

Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell'ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. Secondo diversi testimoni i primi spari cominciarono persino prima della resistenza dei manifestanti." 

Alcuni lavoratori provarono a rifugiatisi in chiese limitrofe che trovarono sventuratamente chiuse.

Cinque persone rimasero uccise:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;

Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;

Marino Serri (1919), operaio[3] di 41 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;

Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, è il quinto di otto fratelli;

Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, ex-partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi (commissario politico distaccamento "Amendola"), sposato, con due figli.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.

Risultarono crivellati tutti gli edifici che danno sulle due piazze attigue, così come molte vetrine di negozi mentre nel corso della giornata vennero inoltre effettuati 23 arresti, e decine di persone furono denunciate.

Ai funerali delle vittime parteciparono circa centocinquatamila persone mentre è meglio non raccontare le deludenti vicende processuali che portarono quanto meno dopo circa venti anni a dei sacrosanti risarcimenti destinati ai parenti delle vittime.

Oggi, nel 2026, la repressione, anche dei lavoratori e degli scioperi, risulta sempre più forte. I presidi degli operai vengono sgomberati con la violenza e i molteplici decreti sicurezza cercano di intimidire ogni anelito di libertà e giustizia.

Proprio per questo non bisogna dimenticare e, al di là di ogni sfumatura politica, anche se non si è comunisti, non si può cessare di ricordare e di cantare: "Per i morti di Reggio Emilia"...

https://www.youtube.com/watch?v=aWRm1zcbZk0

"Compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo la` in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera Fischia il vento infuria la bufera A diciannove anni e` morto Ovidio Franchi per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli e` morto per riparare al torto di chi si è gia` scordato di Duccio Galimberti Son morti sui vent'anni per il nostro domani Son morti come vecchi partigiani Marino Serri e` morto e` morto Afro Tondelli ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia e` sangue di noi tutti Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi Come fu quello dei Fratelli Cervi Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso e` sempre quello stesso che fu con noi in montagna Ed il nemico attuale e` sempre ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna Uguale la canzone che abbiamo da cantare Scarpe rotte eppur bisogna andare Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!"

Francesco Lauria

domenica 5 luglio 2026

CHE COSA RESTA OGGI DELLA CORAGGIOSA E PROFETICA FRAGILITA’ DI ALEXANDER LANGER?


Ventuno anni fa, in questi giorni di inizio estate, tragicamente, decidendo di porre volontariamente fine alla sua vita, da solo, dopo una camminata nelle prime colline fiorentine, ci lasciava Alexander Langer.

Ma chi era Langer?

Un politico?

Certamente. È stato il fondatore delle liste Verdi in Italia e in Europa, è stato capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo.

Ma se ci fermassimo qui, non comprenderemmo nulla della grandezza e della infinità attualità di Alex Langer.

Non dobbiamo, ovviamente, farne un santino, utile, con sempre maggiore franchezza e ritualità, solo per gli anniversari e, sempre più stanche, commemorazioni.

Ha scritto Chrsitine Stuffering, Presidente della Fondazione Alexander Langer, nella sua nota di presentazione al libro curato da Goffredo Fofi su Alex: “in questo mondo pieno di ferite, spesso molto profonde e ancora aperte, c’è stato un uomo che ha passato la propria vita a fare (“essere”) ponte e a cercare necessarie, nuove forme di convivenza tra le persone e con la natura”.

In un mondo fatto non più solo per “giudei” e “greci”, Alexander Langer travalica, trasforma, ma non abbandona il concetto di comunità. Non fu un transfuga, al limite Langer è stato un consapevole e ostinato “disertore” dei nazionalismi, macro o micro che siano. 

Un costruttore paziente di un’Europa e di un Mondo che, dal basso, da una sussidiarietà orizzontale, verticale e, diremmo oggi, circolare, tessono mosaici, non alimentano divisioni, autoritarismi, violenza.

È stato, avendo incontrato tanti suoi amici e stretti collaboratori posso affermarlo, un uomo di tenero, fragile, ma di ostinato, costante, coerente coraggio (anche nelle difficili, per la sua storia, scelte politiche di fronte alla complice pubblica inerzia durante la guerra nei Balcani).

Possiamo comprendere Langer se partiamo dal concetto profetico, quando lui lo ha coniato, di: “conversione ecologica”.

Un concetto che tanto ha ispirato, senza alcun dubbio, anche Papa Francesco nello scrivere l’enciclica Laudato sì.

Ma per entrare nel profondo di questa unica umanità rimane fondamentale, a mio parere, ripartire dalle celebri domande, risalenti al 4 marzo del 1990, trovate nel computer di Alex Langer.

Le riprendo:

Cosa ci può realmente motivare?

Cambiare il mondo o salvaguardarlo? Solidarietà come autocompiacimento?

Abbandonare la radicalità? Etica della rivoluzione? 

Conseguenze della rivoluzione nonviolenta all'est; Navigare a vista?

Esiste da qualche parte una linea di demarcazione tra amici e nemici? A chi ci si può affidare?

Esiste un'ascesi che uno aiuta e uno forgia? Negare sè stessi - credibile o pericoloso (disumano, burocratico, ipocrita)? Cosa ti dice il sud del mondo? Solo cattiva coscienza? Perché cercare la salvezza altrove (perché poi dover andare lontano...)?

Vivresti effettivamente come sostiene si dovrebbe vivere? Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà? Professionalità.

Potresti vivere anche senza politica? Ti sei davvero domandato cosa ti procura e ti ha procurato?

Altruismo/egoismo? Quali costanti? Quali sintesi (p. es. giustizia, pace, salvaguardia del creato)? Cosa faresti diversamente? Potenzialità della disobbedienza civile...

Tu che ormai fai "il militante" da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del '68 (già "da grande"), dell'estremismo degli anni '70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia - da dove prendi le energie per "fare" ancora?

Un mese prima della scrittura, intima, privata di questi interrogativi, nel febbraio del 1990, Langer scriveva uno dei suoi contributi più belli, ispirati e poetici: "Caro San Cristoforo".

In questa lettera aperta, l'attivista e politico altoatesino utilizzò la figura di San Cristoforo — il leggendario gigante traghettatore tradizionalmente affrescato sulle chiesette di montagna — come metafora del ruolo che l'umanità e i movimenti ecologisti avrebbero dovuto assumere per affrontare la crisi ambientale e sociale globale.

Nel testo, Langer si rivolgeva al santo ponendo una domanda centrale: qual è il fiume difficile da attraversare e quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo, da traghettare oggi?

Langer individuava la risposta nella transizione culturale ed ecologica: con il passaggio cruciale da una civiltà del "di più" a una civiltà del "può bastare" o del "forse è già troppo".

Celebre il suo motto, consegnato ad Assisi ai giovani: “Lentius, profundius, suavius”.

La critica di Alex sottolineava che per cambiare rotta non sarebbe bastata la semplice paura della catastrofe climatica o dei primi collassi della civiltà industriale.

Sarebbe stata soprattutto necessaria una spinta culturale e interiore in modo da rendere la conversione ecologica e la limitazione dei consumi desiderabili, piacevoli e socialmente accettate, anziché percepite come un sacrificio punitivo.

Oltre al significato ecologista, Langer si identificava profondamente con San Cristoforo anche per un'altra ragione: la sua attitudine a fare da ponte, diremmo traduttore.

Cresciuto in una realtà di confine come il Sudtirolo, Alex ha dedicato la vita a tradurre concetti, culture e istanze tra il mondo tedesco e quello italiano, cercando di favorire la convivenza interetnica e la risoluzione pacifica dei conflitti, anche andando contro, disobbedendo a certezze inossidabili come la proporzionale e la concordata “spartizione” etnica tra tedeschi, italiani e ladini nella sua terra.

Per aver rifiutato di indicare, da persona dall’identità molteplice, la propria nazionalità nel censimento gli fu, ignobilmente, vietato di presentare la propria candidatura a sindaco di Bolzano nel 1995, cosa che gli procurerà, anche per le incomprensioni e i pregiudizi subiti, molto dolore.

Ha scritto Alex Langer nel suo biglietto di addio, il 3 luglio 1995, anch’esso espresso in più lingue/dialetti:

“I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi e oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

In questo tragico biglietto, ritrovato in occasione della sua scomparsa nella periferia fiorentina, c’è tutta la contraddizione voluta e irrisolta dell’esistere non solo di Langer, ma di ogni uomo, ogni donna.

Una contraddizione, un dolore sanguinante che, paradossalmente, ci cura, si prende cura del nostro presente, ci prende in spalla come San Cristoforo con il Bambino.

Anche se quello di Alex, ha sottolineato giustamente Giorgio Mezzalira, è stato un: “modo di stare al mondo”, non “il modo di stare al mondo”.

Langer, che si chiedeva provocatoriamente e intimamente: “passeresti del tempo con coloro che dici di voler aiutare”, ci lascia un ulteriore compito, decisivo nello sfrangiato mondo rovente e in guerra permanente di oggi:

“È tempo di essere piccoli. Non abbiate fretta. Vi invito a sostare, a coltivare il dubbio, a praticare l’ascolto, a custodire il fragile”...

E, forse non è un caso che il Vangelo di Matteo, nella domenica che segna l’anniversario della morte di Alex, ci consegni questa Parola: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero”.

Ad Alex Langer, con l’Associazione Amici della Politica, abbiamo dedicato a Pistoia un evento pubblico nel settembre del 2025, incontro in cui intervennero il “sociologo della decrescita e della rigenerazione” Marco Deriu e Uwe Staffler, amico di Langer e suo ultimo assistente al Parlamento Europeo.

È importante che quest’anno, a Pistoia, nell’ambito del festival Farestoria, organizzato da numerose realtà, sia stata programmata una serata dedicata a Langer e al concetto di “coesistenza”.

L’incontro, in cui interverranno Giorgio Mezzalira e Maria Chiara Rioli, si svolgerà martedì 7 luglio alle ore 21 presso il Giardino Puccini Gatteschi.

Sarà davvero importante partecipare: anche per ritrovare, in questo tempo, nuova forza, individuale e collettiva, grazie alla profetica e coraggiosa fragilità di Alex.

Pensando a lui, al pieno e al vuoto che ha lasciato in tanti di noi, forse è proprio vero quanto affermava Gilbert K. Chesterton: “Solo quando si naufraga veramente, si trova quello che si vuole davvero.”

Francesco Lauria

venerdì 3 luglio 2026

AMORE E RIVOLUZIONE. RADICI, FERITA, POTERE. SCUSATE RAGAZZI/E SE PARLIAMO, ANCORA, DEL G8 DI GENOVA...

Entrano nel vivo oggi, a Genova, gli eventi di commemorazione, memoria attiva, riappropriazione del futuro che si svolgeranno a venticinque anni dal G8 e dalla grande mobilitazione globale repressa dalle mille armi del potere turbocapitalista transnazionale.

L'incontro di oggi ha un titolo molto esemplificativo e azzeccato: "Dal mito della globalizzazione alla terza guerra mondiale".

Per chi fosse interessato ecco il link completo alle iniziative: https://www.genovatoday.it/eventi/g8-anniversario-25-anni-tutti-eventi.html

Ho ancora negli occhi lo sgombero infame subito ieri dal presidio sindacale a Seano (Prato) ieri mentre mi torna alla memoria il mio sguardo di venticinque anni fa: lo sgomento e la paura, ma anche il totale disorientamento sul lungomare di una città amata e stupenda, la città dei cantautori, della musica, della poesia.

Come ha scritto uno dei miei autori preferiti Javier Cercas, nel suo splendido: "Anatomia di un istante", libro in cui descriveva un momento davvero simbolico nella storia del suo paese (l'irruzione armata, nel 1981, del del nostalgico fascista-franchista tenente-colonnello Tejero nel parlamento spagnolo e la scelta di tre soli uomini di disobbedire all'ordine, accompagnato dagli spari, di gettarsi a terra) ci sono momenti che rimangono scolpiti, immobili e "restanti" nella memoria.

Se la coraggiosa (incosciente?) scelta dei tre di fronte al pittoresco ufficiale e ai suoi uomini è ferma nella memoria collettiva, almeno spagnola, (anche perchè i tre "resistenti" erano di estrazione politica molto variegata) io mantengo, invece, un'immagine individuale di Genova che, per me, è del tutto indelebile.

Non il sangue e la paura; le cariche, i lacrimogeni e i manganelli della polizia, il senso di disprezzo provato per i black block che agivano indisturbati a pochi metri da una moltitudine di manifestanti nonviolenti.

Non la carrozzina di Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano di Parma come me, non le mani alzate, bianche di fronte al volo basso degli elicotteri.

Nemmeno il giovedì, precedente alla grande manifestazione, la giornata dei migranti, allegra, fiera, multicolore, multilingue, multiculturale. Piena di gioia, danza e musica. Ritmo.

Nemmeno, pensando a poche ore prima di tutto quanto, la scelta, vigliacca e misera di diversi partiti e sindacati della pseudosinistra di fermare i pullman, tornare indietro perchè: "c'era stato il morto e non si sa mai..."

Io, uscito a mezzanotte dalla fabbrica metalmeccanica tra Parma e Reggio Emilia in cui avevo fatto un turno piuttosto duro, al caldo, avevo acceso la radio della mia Punto verde quando ancora si parlava della morte di un ragazzo "svizzero o spagnolo". Il nome di Carlo Giuliani non era ancora stato reso noto.

Ero ancora nel piazzale della fabbrica, al buio, quando tra me e me mi dissi che, se avevo ancora qualche dubbio, ci dovevo proprio andare, tornare, dopo la giornata del giovedì, a Genova.

Mi dissi, nel mio piccolo, che aveva davvero ragione Tina Anselmi nel raccontare il suo impegno diretto di staffetta partigiana: "capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci" , la reazione contraria, insomma, a quella dei leader del Pds e della Cgil.

Tutto questo, anche nel suo dolore, trauma, ferita, è dentro di me e dentro tutta la "generazione Genova", ovviamente.

Lo abbiamo raccontato, credo bene, io e Ilaria Lani (che dei giovani della Cgil è stata poi creativa e disobbediente coordinatrice nazionale) cinque anni fa in un articolo per la rivista Passione & Linguaggi, intitolato, credo significativamente, "Genova, radici, ferite e futuro", dove ferite, non è un termine secondario, ma centrale. Per chi vuole, può essere riletto qui: https://www.passionelinguaggi.it/2021/09/01/genova-radici-ferite-futuro/

Dentro di me, individualmente, lo ripeto, ho ferma, indelebile, un'altra immagine.

Quella di una chiesa, sul lungomare di Genova, a Boccadasse.

Piena, infinita di colore e di colori.

Una chiesa che, nel salutare la mobilitazione del G8, ricordava la campagna internazionale per la remissione del debito, strangolatore e ricattatore dei paesi del c.d. "Sud del Mondo".

Ricordo che rallentai il passo, memore dell'impegno universitario a Gorizia, città situata allora ai confini dell'Unione Europea, proprio su quel tema.

Ricordo, netta, chiara, la sensazione emotiva, dentro di me, di essere nel posto giusto, al momento giusto, che la storia si potesse davvero cambiare, il mondo, pur con estrema fatica, raddrizzare e che rivoluzione e amore potessero davvero fondersi.

"L'amore e la rivoluzione - scrive, affrontando altre epoche storiche, Chiara Francini, in un suo recente romanzo: "Le querce non fanno limoni", sono fatti della stessa materia: passione, urgenza, sacrificio. Ma vanno curati, concimati, e ascoltati. Sennò ti scoppiano in mano".

Ma prima dello scoppio e del disastro, io ricordo il sole di Genova in quel momento perfetto, ricordo il profumo del mare, e il mio respiro ancora non affannato per il lancio dei lacrimogeni e ancora non aiutato dai limoni che ci eravamo previdentemente portati.

Forse per questo, perchè non è solo con la ferita di un potere multiforme, avvolgente e spietato, che ricordo Genova.

C'era, c'è anche il sogno, ferito e non svanito, che resta resiliente ancora oggi, pur tra le macerie di un mondo incendiato e profondamente cambiato, direi, persino, peggiorato.

Scrive bene Lorenzo Guadagnucci nel suo recentissimo libro: "Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova"

"ci troviamo a vivere un quarto di secolo dopo i fatti del luglio 2001, in un mondo anche peggiore di allora, più ingiusto, più insicuro, e in preda a una crisi esistenziale più che profonda (è in crisi l'idea stessa di futuro); un mondo letteralmente in fiamme, per il clima surriscaldato e fuori controllo, e perchè la guerra è tornata a essere il mezzo principale per affrontare (senza risolvere e anzi aggravare) le controversie internazionali, in un contesto di degrado morale, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia globale o, almeno, in quella dell'Occidente."

E allora, di fronte ai media che riconoscono l'abbaglio di venticinque anni fa (si veda il Mensile del Fatto "Millenium" che si intitola, molto significativamente: "Scusate avevate ragione voi") che facciamo?

Se le ragioni postume servono, sinceramente a poco, scrive bene ancora il fiorentino Guadagnucci, uno che di fronte alla barbarie del potere, con la strategia della tensione nella scuola Diaz, con i finti ritrovamenti di armi e bombe artigianali, si è scoperto, orchestrati e simulati dalle forze dell'ordine, c'era, eccome:

"Un altro mondo, diverso, da quello attuale, non solo è, ma deve essere possibile, se vogliamo ancora considerarci persone rispettose dell'altro, ferme nella pretesa di giustizia, capaci di guardare alle future generazioni con il riguardo che si deve ai propri figli e nipoti". 

Un altro mondo è possibile, allora. La scritta che compariva su manifesti, bandiere, striscioni, chiese al tempo del G8 di Genova non era solo uno slogan, ma molto di più.

Cito, sempre aiutato da Guadagnucci, solo alcuni temi, alcuni davvero sventuratamente derubricati nella miserevole politica istituzionale del solo presente di oggi: neoliberismo e movimenti sociali, decrescita e nuovi modelli di sviluppo, capitalismo finanziario e commercio equo e solidale, tortura e violenze della polizia. 

E ancora: la remissione del debito (appunto), l'accesso ai farmaci (pensiamo, venti anni dopo al Covid...), l'agricoltura contadina, la democrazia partecipativa, il tema del ruolo dei media, allora nuovi, nell'attivismo e nelle mobilitazioni.

Proprio per questo, provo a rivolgermi, idealmente, a tutti i/le giovani attivisti/e che nel 2001 non erano ancora nati. 

Se posso, mi rivolgo, in particolare, a una giovane attivista della mia provincia, Parma, che ha scelto un nome davvero contro corrente: "Lotta" nella sua battaglia musicale e politica contro il cambiamento climatico e l'inerzia del potere.

Ti ascolto Lotta, mentre con il tuo contrabbasso, ma anche senza, canti, passando dalla musica classica alla techno: 

"Sono anni che aspetto questo momento cambiare il silenzio in movimento"

 E ancora ti ascolto, canto insieme a te, insieme a voi:

"Ho solo queste ossa fragili, ho solo queste gambe stanche, ma sanno ancora andare avanti, sanno ancora fare passi.

Sento la rabbia che ribolle e questo peso folle se lo porto insieme a te mi fa un po' meno male".

Proprio per questo, Lotta, ragazzi e ragazze, insieme a Lorenzo Guadagnucci, oggi, vi chiedo scusa se parlo ancora del G8.

Delle radici, della ferita, del potere.

Ma anche del sogno, della certezza che non è per nulla vero, come affermavano, invece, falsamente, già negli anni Ottanta del Novecento, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che: "non ci sono alternative", al neoliberismo o, peggio, che: "la società non esiste, esistono solo gli individui".

Il sogno, individuale e collettivo, di Genova 2001 è, invece, un sogno, fatto da svegli, come la Speranza, un sogno, nonostante tutto, che resta.

Proprio come l'immagine, indelebile nella memoria, di quella chiesa colorata e festante contro il debito, sul lungomare.

Un sogno reale e pragmatico, se questo mondo lo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, un sogno che è, davvero, più forte della violenza di ogni potere, se lo decliniamo insieme, in dialogo tra generazioni, tra radici, presente e futuro.

"Un altro mondo - come abbiamo gridato insieme negli anni a Genova, a Firenze, a Porto Alegre, a Nairobi, come lo gridiamo ora, ad esempio di fronte allo straripante sfruttamento globale e locale del lavoro e del pianeta - non solo è possibile, ma è necessario!"

E, aggiungerei oggi, nel rovente 2026, mentre Papa Leone a Lampedusa sfida Trump, è, soprattutto, urgente.

Francesco Lauria

giovedì 2 luglio 2026

IL CAMBIO (EPOCALE?) DELLA CONSIGLIERA DI PARITA' A PISTOIA. TRA REGOLE, OPPORTUNITA' E BUON SENSO.

Mi si dirà che, in questo periodo, spesso sono particolarmente arrabbiato, soprattutto con una certa sinistra da salotto, pistoiese, fiorentina e, in alcuni casi, persino romana.

Non posso negarlo.

Da quando mi sono permesso, ad esempio, di rinnovare le mie critiche alla gestione, per me folle e controproducente oltre che pericolosa, in primis per gli ospiti, di Don Massimo Biancalani, sono stato ricoperto di insulti e minacce (anche fisiche).
Non essendo nato a Pistoia i custodi dell'ortodossia di certa pseudosinistra cittadina sull'immigrazione hanno infatti proposto: "vomitiamolo fuori dalla città" e altre, tantissime, cose amene che evito di riportare.

Io non pretendo, ovviamente, che tutti la pensino come me, ma ritengo anche che le leggi, a meno che non siano palesemente inique (ma devono esserlo davvero, non si può trattare la questione con furbizia/opportunismo) vadano rispettate.

Nella vicenda Vicofaro e Ramini, comunque, la prima vittima è stata il buonsenso, in particolare quando si sono riscontrati gravissimi ritardi nella cura della tubercolosi rispetto ad alcuni ospiti di Vicofaro che, in particolare in un caso, sono arrivati a un millimetro dalla morte.

Quando manca il senso di responsabilità, manca la cittadinanza condivisa e si ledono democrazia e dignità della persona.

Ieri ci siamo trovati di fronte ad un profluvio di articoli acritici e asettici che sancivano, dopo 14 anni, (quattordici) il cambio al vertice della consigliera di parità nella provincia di Pistoia.
Negli articoli venivano solo riportate le dichiarazioni della uscente Avv. Chiara Mazzeo e della consigliera entrante, Maria Anna Abbondanza.

Mi sono permesso quindi, pacatamente, qualche riflessione, ben sapendo che (ci mancherebbe in tutto questo tempo) attività meritorie si sono svolte, in particolare in collaborazione con le scuole (meno, a mio parere, ed è stato un errore di approccio generale, con il sistema delle parti sociali e delle imprese in particolare).

L'articolo 14 del Codice delle pari opportunità (Decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198) disciplina il mandato delle consigliere e dei consiglieri di parità. Il mandato ha una durata di 4 anni ed è rinnovabile per una sola volta (Art. 14).

E' importantissimo che una nomina che si basa, certo, su candidature e requisiti, ma che ovviamente è una pura nomina politica preveda, su temi delicatissimi, una rotazione.
Qui a Pistoia non è avvenuto, credo stabilendo un record, ma questo va verificato.

Sono state violate le leggi? No, una serie di eventi, direi quasi irripetibili e concatenati, ha portato a questo filotto di mandati monster (quasi quattro) dell'avvocato Chiara Mazzeo.

Il ruolo della consigliera di parità, peraltro a fronte di dieci anni ormai di pieno riassetto del sistema delle Province italiane, falcidiate dalla pessima riforma Renzi-Delrio, deve, però, essere assolutamente privo di connotazioni partitiche.
E' un ruolo politico, perchè la lotta a tutte le discriminazioni (ora non solo quelle di genere) è certamente fondamentale nella nostra società sempre più violenta e iniqua.

Ha poi fatto discutere, per luci e ombre, la recentissima riforma governativa, anche in ottemperanza ad alcuni rilievi europei, del sistema delle Consigliere di Parità (D.Lgs. 91/2026) che andrà a pieno regime l'anno prossimo.

Anche io ero perplesso, ma credo prevalgano le luci: bene che le consigliere o i consiglieri si occupino di tutte le discriminazioni (si pensi, ad esempio, alla disabilità o, appunto, alle migrazioni) e che ci sia un coordinamento nazionale più forte.

Troppo spesso, infatti, il ruolo di consigliera di parità è stato interpretato con eccessiva "creatività" a livello locale.

Ormai più di quindici anni fa, poco dopo la riforma del 2006, ho formato in tutta Italia, sui temi del lavoro, con il Cesos, proprio le consigliere di parità, su incarico, vinto con regolare bando, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Ne ho incontrate tante, anche se non sempre i seminari, a dir la verità, erano particolarmente partecipati, e ho tastato con mano quando eterogenea fosse la loro provenienza/esperienza (non di rado era, peraltro, non senza un certo "manuale Cencelli", di matrice sindacale, non giuridica come quella, invece, di Chiara Mazzeo).

Ci sarebbe poi da riflettere su quanto sia cambiato il ruolo della consigliera a Pistoia dopo l'improvvida cancellazione tra 2016 e 2017 del Centro Antidiscriminazioni della Provincia, struttura che era riconosciuta all'avanguardia a livello europeo e che, fin dal 2005, ho studiato a fondo.
A Prato, ad esempio, un centro simile ha resistito alla catastrofe populista renziana.

Posso anche qui sbagliarmi, ma non ho trovato, tra le tante dichiarazioni dell'epoca, prese di posizione dell'Avv. Mazzeo. Non dimentichiamo che addirittura si organizzò, con amara ironia, una sorta di funerale pubblico al Centro Antidiscrminazioni (scritto così, al plurale), con tanto di simil-fiaccolata alla Biblioteca San Giorgio,

Infine: ritengo che la candidatura nella Lista Capecchi Sindaco da consigliera di parità in carica di Mazzeo (pur in proroga e con all'orizzonte il passaggio di consegne) sia stata discutibile.
Non ho scritto illegittima, ma discutibile.

E' vero che la consigliera (di parità) non è stata sorprendentemente eletta in consiglio comunale (già si parlava, nei corridoi della sinistra pistoiese, di possibili incarichi di Giunta), ma ciò non toglie nulla sul piano dell'opportunità.

Quindi, per fare chiarezza: nessuna norma violata, nemmeno con il filotto dei quattordici anni, solo l'auspicio che, per il futuro, rotazione, indipendenza, e coordinamento con i livelli regionali e nazionali, siano, non di poco, rafforzati.

Alla fine non è che si può fare sempre tutto come si vuole, come piacerebbe, da quello che ho visto, torniamo a bomba, a Don Massimo Biancalani.

Siamo, infatti, a Pistoia-Toscana-Italia, non nel Far West.

E ai diritti, per fortuna, si affiancano i doveri. Oltre che l'opportunità e il buon senso.
Come insegnava Don Lorenzo Milani nella scuola di Barbiana.
Francesco Lauria

mercoledì 1 luglio 2026

"I TOPI MORDONO I BAMBINI". IL DISASTRO DI GAZA NELLE PAROLE DEL CARD. PIZZABALLA. E UN SEGNO (SOGNO) DI SPERANZA DA SOSTENERE ORA.

https://www.youtube.com/watch?v=zZY7i3YGXFI

Mentre il mondo, soprattutto per folclore e dopo un, anche eccessivamente comprensivo appello di Papa Leone, dava ampio spazio alla riunione scismatica tra le ricche montagne svizzere, di alcune migliaia di fanatici tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebre, un altra voce, importante, troppo solitaria, si levava dalla Chiesa.

Una voce non gridata, ma ferma, sofferente: quella del cardinal Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.

Il dialogo con Lucio Caracciolo è più ampio: ma le parole del cardinale, il "cardinale di Gaza", hanno colpito (non abbastanza) tutto il mondo.

Una settimana fa Pizzaballa entrava a Gaza potendo vederla tutta da Sud a Nord: "è un disastro. Ci sono alcune città che non esistono più, livellate nel senso letterale della parola. Quando si entra dentro si viaggia su strade fortuite in mezzo alle tende in mezzo alle fognature, dove i topi mordono frequentamente i bambini".

Cosa possiamo fare?

Intanto sostenere chi, palestinese o israeliano non ci sta.

In questi giorni è nato il partito misto Makom Lekulanu (Un posto per tutti noi) dall'esperienza del movimento pacifista della società civile "Standing together".

Queste persone, coraggiosissime, sono un segno, resistente, tenacissimo di Speranza.

Sono quel pensiero critico, quei corpi, quelle intelligenze che provano ad andare in "direzione ostinata e contraria", magari isolati nelle loro stesse comunità sempre più polarizzate dall'odio.

Se non sosterremo quelle parti nelle società israeliana che rifiutano la barbarie del governo Netanyau, opponendosi alla polverizzazione di Gaza e alla colonizzazione spudorata dalla Cisgiordania (territorio dove, per i palestinesi, dice Pizzaballa: "non esiste più la legge"...) non faremo mai passi avanti.

Se non sosterremo chi, nella società palestinese, porta avanti la storia, calpestata dall'Anp del dinosauro corrotto e non più credibile Abu Mazen, delle parti più laiche, autentiche e nonviolente del movimento di liberazione, non faremo mai passi avanti.

E' questo il vero gemellaggio da compiere a partire dagli enti locali e dalla società civile.

Un gemellaggio simile a quello realizzato, durante e dopo la guerra nei Balcani, attraverso le "Ambasciate della democrazia locale". 

All'epoca istituzioni locali, società civile, associazioni, in quel caso sotto il cappello del Consiglio d'Europa, qui dovrebbero agire le Nazioni Unite, furono un segno tangibile e duraturo di impegno per la pace e la ricostruzione di comunità, oltre l'inerzia e l'inedia degli Stati nazionali.

Il tempo di agire, di "alzarsi insieme", è ora. 

Come ha detto il cardinale Pizzaballa in conclusione: "C'è bisogno di empatia e di dialogo (pur mantenendo posizioni e valori) e non di costruire nuove barriere. Tiriamoci fuori dal pozzo!"

Oggi. Non domani.

Francesco Lauria

lunedì 29 giugno 2026

SINDACATO DI STRADA, SUSSIDIARIETÀ CIRCOLARE, SERVIZI COLLETTIVIZZANTI: RADICI E SFIDE PER LA RAPPRESENTANZA DEL LAVORO NEL FUTURO (SAGGIO PER ECONOMIA & LAVORO 1/2026)

E' (finalmente) uscito il numero 1/2026 della Rivista Economia & Lavoro che, in un volume prezioso, prevalentemente dedicato al tema della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, contiene anche un mio saggio, su cui ho lavorato parecchi mesi, intitolato: "Sindacato di strada, sussidiarietà circolare, servizi collettivizzanti: radici e sfide per la rappresentanza del lavoro nel futuro. ("Street Unionism, Circular Subsidiarity, Collectivising Services: Roots and Challenges for Labour Representation in the Future").

Al di là della soddisfazione di tornare a scrivere per una rivista scientifica di fascia A per le materie di cui mi occupo da anni come ricercatore (in prevalenza: "scienze politiche e sociali") spero che questo saggio, che nasce a valle di studi pluriennali anche internazionali, svolti con amici e colleghi di numerose università e centri di ricerca, possa stimolare, nel suo piccolo, l'attuale asfittico dibattito sul ruolo, le trasformazioni e il futuro del sindacato.

Il saggio propone una riflessione sulla presente dimensione organizzativa e strategica del sindacato nel contesto del mercato del lavoro e delle relazioni industriali. 

Vengono affrontate la recente suggestione del “sindacato di strada"; il tema, antico, dell’organizzazione dei “senza potere” e la questione della sussidiarietà, in particolare circolare, in rapporto alle evoluzioni del welfare e dell’evoluzione del ruolo degli attori sociali e di rappresentanza. 

Ho poi scritto, curiosamente proprio mentre abbandonavo l'organizzazione dopo venti anni di impegno e di passione, un paragrafo di approfondimento sull’evoluzione del modello organizzativo della CISL, in rapporto all’evoluzione delle dimensioni e delle forme della rappresentanza sindacale. 

Infine, facendo tesoro degli insegnamenti del progetto di ricerca europeo BreakBack, da me coordinato negli anni scorsi, ho analizzato il tema delle sfide della rappresentanza del lavoro, con particolare attenzione alla questione dei cosiddetti “servizi collettivizzanti”, strumenti di tutela individuale, ma anche di dimensione associativa che tengono presente la frammentazione del lavoro e della vita nel nostro tempo. 

Non manca, infine, un riferimento alle nuove tendenze del sindacalismo nordamericano, in particolare rispetto alla sindacalizzazione c.d. "worker-to-worker".

Chi fosse interessato/a ad acquistare la rivista può farlo qui: https://www.carocci.it/prodotto/1-2026-economia-lavoro?srsltid=AfmBOopY0eTwQObEFO1FRA5oSWOTWXUY2WhZokHyfWSYv70aU4f9Fygi oltre che in praticamente tutti gli store digitali delle librerie italiane.

Francesco Lauria

domenica 28 giugno 2026

CHIARA FRANCINI E LA LEZIONE ALLA PSEUDOSINISTRA: "LIBERI PERCHE' LIBERATI". PAROLA. NON SILENZIO.

In questo video Chiara Francini ci spiega magistralmente, da donna veramente di sinistra, cosa è la libertà.

https://www.facebook.com/reel/1041908298493419

Quella vera, non quella finta dei salotti e dei clan degli assessori.

Ma cosa è successo?

Tra le polemiche l'attrice e scrittrice toscana ha risposto ieri affermativamente ad un invito di Matteo Salvini per un intervento sulla libertà di espressione, ovviamente da donna libera e di sinistra, da tenersi, pur da remoto, in una scuola di formazione di giovani leghisti, denominata NexUS.

La Francini è stata subito chiarissima sui suoi orientamenti politici e ha risposto da donna "venuta da un libro che racconta gli anni della Resistenza", ma che non ha paura di "contaminazione".

Quando parla di libertà di espressione Chiara Francini è davvero perfetta, ci racconta anche dei prezzi da pagare, delle solitudini da scontare.

Anche quando riprende, non a caso, le lettere di due giovani condannati a morte della Resistenza: Franco Balbis e Paolo Braccini.

Ovviamente il suo intervento ha scatenato critiche e sberleffi.

Ma Lei risponde guardando dritto negli occhi: "diffido dei nostri quando diventano recinto. La coscienza non ha capigruppo".

"La democrazia è il luogo in cui si può stare nello stesso spazio senza volersi cancellare."

"Viviamo in un'epoca in cui il nuovo fascismo è la semplificazione autoritaria del pensiero".

Mi è venuto da piangere ascoltando Chiara, che racconta come rifiutare le libertà piccole, per amare una libertà grande.

"La libertà non è stare al sicuro. E' avere il coraggio, difficilissimo, di non appartenere interamente."

"Una parola libera non chiede mai scusa. Sta, resta.... Brucia se serve. Illumina se può".

"Non siamo servi/e del branco."

"Non serve urlare, ma guardare chi ami e scegliere cosa lasciargli in eredità."

"I puri sono quelli che prima o poi accendono il fuoco, per bruciare prima le cose e poi le persone".

"La libertà muore una prudenza alla volta, un silenzio alla volta".

"Proviamo ad essere all'altezza di chi ci ha reso liberi, perchè liberati."

Ma chi sono i nostri/le nostre?

Chiara Francini rivendica il suo essere "intera", ed è proprio per questo una donna più grande, di fronte alle piccolezze dei vari branchi di una sinistra prona al potere, priva di libertà, spesso serva di se stessa.

"La parola non ha paura dei luoghi in cui entra, ha paura dei luoghi che evita".

Inutile dire che ho rivisto, in tutte le sue parole, in ogni suo respiro, in ogni sua idea, il mio ultimo mese e mezzo di distanza e distanze nella c.d. "sinistra" pistoiese.
Ma oggi non voglio parlare di me.

Chiara continua:
"Quando la parola si paralizza un corpo democratico non sente più dolore"

Ecco, a partire da Pistoia e da tutto il residuale socialismo appenninico tosco emiliano, io auguro al "popolo (ma anche alle elites) delle cause giuste", come perfettamente lo chiama Chiara Francini, di uscire dal torpore, uscire dal silenzio, uscire da una vigliacca prudenza.

Auguro di ritornare ad essere in grado di provare dolore: per una società che vive il pensiero: "come se fosse una malattia".

E in cui gli ultimi/le ultime, in realtà, oltre parole parolaie, non vengono mai al primo posto.

Viene prima il clan. Viene prima il branco. Viene prima il partito. Viene prima, primissima, in realtà, il proprio posticino personale.

Un posticino individuale, narcisista, miserevole, quasi sempre privo di reale rappresentanza.


Francesco Lauria