"Tutti noi, uomini e donne dobbiamo cambiare. Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi. Altrimenti cambieranno solo i nomi delle vittime."
Era tardi, purtroppo, ma mi sono chiesto più volte, in queste settimane, in questi mesi, se il discorso, accorato e commosso, pronunciato in diretta televisiva durante il Festival di Sanremo da Gino Cecchettin, padre di Giulia, abbia scosso le coscienze. Almeno un po'.
Nel gruppo dei miei amici risalenti al tempo del liceo a Parma e in altri social, quasi subito non sono mancati all'epoca i vari: "ma lui ora ci mangia...", "ma che vuole questo!", "ma perchè non se ne sta zitto?", "ma che frocio di merda..." Etc. etc. etc.
Un mese più tardi, sempre a Parma, la mia città natale, sono rimasto sconvolto, esterrefatto dalla lettura dell'egemone quotidiano locale: la Gazzetta di Parma.
Come è (abbastanza) noto, anche a livello nazionale, una duplice sentenza di condanna, anche del tribunale del lavoro, ha colpito il regista Walter Le Moli, da decenni capo assoluto del teatro locale di prosa: Il Teatro Due, peraltro, storicamente tempio del c.d. "progressismo culturale cittadino".
La sentenza ha delineato un quadro in cui, nei decenni, è stato purtroppo coinvolto un numero molto ampio di donne e ha, in ogni caso, riconosciuto la gravissime molestie/violenze sessuali subite da due attrici, il cui nome è stato subito dato in pasto ai media locali, al contrario del direttore/factotum del Teatro (segreto di pulcinella, tra l'altro in una piccola città...)
La sentenza ha scoperchiato un mondo esteso di connivenza, omertà, violenza manipolatoria, asimmetria di potere, ed ha provocato numerose riflessioni e dibattiti tra cui spicca il documentato commento del Prof. Marco Deriu, dell'Università di Parma dal titolo: "La sentenza sulle violenze in Teatro e gli impliciti della violenza maschile".
Ad esempio, la Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima.
Tutto ciò è stato davvero indigeribile, scandaloso, sconcertante, quasi un manuale perfetto della vittimizzazione secondaria nei casi di violenza di genere.
Insieme a uomini e donne di varie parti d'Italia ci siamo quindi impegnati in una lettera al giornale e poi, vista la reiterata mancata pubblicazione, in una lettera aperta, con l'intento di uscire dal contesto territoriale e di promuovere riflessioni e azioni più ampie.
La lettera può essere letta qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/03/caso-teatro-due-e-cultura-dello-stupro_23.html
Purtroppo non posso fermarmi qui.
Sempre a Parma, corteo del 25 aprile, l'incontro periodico più bello della mia città: da sempre un luogo inclusivo, plurale e partecipato nei suoi capisaldi antifascisti.
Un luogo intergenerazionale ed educativo, un abbraccio aperto su passato, presente e futuro di una democrazia compiuta, da difendere ogni giorno.
Quello di Victoria Luboyo Inioluwa magari è un nome non conosciutissimo e nemmeno così tanto facile da pronunciare.
E' il nome di una trentenne, consigliera comunale di Parma, componente della direzione nazionale del Pd, di un'attivista femminista intersezionale, professionalmente impegnata nell'ambito dell'accoglienza migratoria, che ha vissuto spesso, nella sua vita, la tripla discriminazione dell'essere donna, immigrata e di colore.
Come sempre, negli ultimi anni, Victoria ha partecipato al corteo del 25 aprile.
Questa volta è bastata una foto con il suo sorriso fiero per scatenare una "reazione" corale, diffusa, parassitaria.
Non starò a ripetere gli insulti sessisti e razzisti che ha subito sulla sua pagina social, immaginateli e, magari, aggiungete anche la vigliaccheria digitale dell'anonimato e dei profili criptati.
E', più o meno, quello che è successo a Lavinia Ferrari, giovane attivista impegnata nella cooperazione internazionale e nell'accoglienza e candidata al consiglio comunale, a sostegno del candidato di centrosinistra a Pistoia, Giovanni Capecchi.
Lavinia ha compiuto un gesto, ancor più grave dell'esserci di Victoria, fiera delle proprie battaglie, della propria passione, della propria competenza, della propria militanza, del rappresentare, anche istituzionalmente, i suoi concittadini.
Lavinia ha, cosa gravissima, donna e giovane, osato, forse, di più.
Ha preso la parola.
Ha accompagnato, ad esempio, forte come Victoria di una militanza nata ai tempi delle scuole superiori, con entusiasmo intelligente e travalicante energia la piazza che ha poi portato alla vittoria alle primarie del centrosinistra Giovanni Capecchi.
Nel suo caso (non potendosela prendere con il colore della pelle) gli insulti sessisti e sessuali sono stati reiterati espliciti, affiancati da una variante: quella dell'età, dei suoi 24 anni appena compiuti.
"Come osi, le scrivono, vomitare delle idee, hai appena smesso di ciucciare la tetta di tua madre!".
Ed è il commento più composto, seguito da infiniti insulti violenti e di matrice sessuale.
Augurando a Lavinia, alle sue idee, ai suoi sogni lunga, lunghissima vita e, soprattutto di non perire, colta di sorpresa durante un agguato nazifascista, ho pensato che oggi Lavinia ha, esattamente, l'età di Silvano Fedi. Gli stessi anni, e, più o meno, gli stessi mesi, giorni.
Chi era Silvano Fedi?
Lo scrivo, soprattutto per i non pistoiesi, era la guida, ferma, intelligente, sicura delle Squadre Franche Libertarie, formazione partigiana autrice di azioni leggendarie, come la liberazione dei prigionieri rinchiusi nelle Ville Sbertoli (il vecchio manicomio cittadino), di matrice anarchica e libertaria, autonoma dal Cln.
Silvano Fedi è il simbolo (a volte un po' scomodo, essendo stato un "irregolare", non figlio del grande Pci) di una città intera che, qualche anno fa, quasi all'unanimità, lo ha proclamato: "cittadino illustre".
Ma se Silvano Fedi è un simbolo certo, è stato anche e soprattutto un ragazzo. Con le sue speranze e le sue paure, i suoi studi e i suoi amori, la sua eccezionalità e il suo non essere, sempre e per forza, perfetto. Il suo impegno generoso e coraggioso per gli altri, fino alla morte per la libertà dal nazismo e dal fascismo.
Davvero, in un'Italia sempre più vecchia, triste, isolata, povera, avvitata su se stessa, possiamo fare a meno dei giovani, dei cittadini immigrati (o di origine immigrata, magari nati qui e senza cittadinanza!)?
Possiamo fare a meno dei ragazzi e delle ragazze?
Davvero, nella politica, nella guida di questo "maledetto" Paese, possiamo fare a meno delle donne? Delle giovani donne? (proprio in questi giorni ricordiamo Tina Anselmi, partigiana, sindacalista e prima donna Ministro, in Italia, nel tardissimo 1976...).
No, la risposta è semplice.
Non possiamo, ma soprattutto non vogliamo farne a meno.
"La scelta della convivenza", come ci ricordava Alexander Langer, non è un'ipotesi, è una direzione, un cammino, un impegno, individuale e collettivo.
Ne parleremo, anche con Lavinia Ferrari, anche con Giovanni Capecchi a Pistoia, il 13 maggio prossimo, alla libreria Lo Spazio.
Perchè, come giustamente mi ha detto ieri Lavinia, insegnandomi qualcosa di importante, non si può e non si deve far finta di niente. Andare semplicemente oltre. Il coraggio della denuncia non è mai, mai un fatto accessorio.
Altrimenti non cambierà la cultura, non cambierà questo Paese.
Come ricordavo prima, citando Gino Cecchettin, "cambieranno, invece, soltanto i nomi delle vittime".
Ma a noi, carissima Victoria, carissima Lavinia, carissimo Silvano, tutto questo non sta bene.
Siamo con voi, pienamente con voi, nella vostra/nostra lotta per una città migliore, per un'Italia migliore, per un Mondo migliore.
Inclusività e cittadinanza.
Politica dell'abbraccio, non politica dell'insulto, cultura della convivialità delle differenze e dell'educazione emotiva, non "cultura" della violenza e dello stupro.
Insieme, se necessario abbracciati, ce la faremo!
Francesco Lauria






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