domenica 23 agosto 2026

"LA LIBERTA' VIENE PRIMA". BRUNO TRENTIN 100 ANNI DOPO: SCRIGNO SCOMODO E INDELEBILE.

Il 23 agosto è passato, abbastanza sotto silenzio, il diciannovesimo anniversario della scomparsa di Bruno Trentin, antifascista, partigiano, intellettuale, grande sindacalista, già leader nazionale della Cgil, nel complesso periodo tra anni Ottanta e Novanta del Novecento, dove in Europa e nel mondo crollava il socialismo reale, e in Italia scomparivano il Pci e i partiti governativi della c.d. "prima repubblica" ,ed entrava turbinosamente nell'agone politico, "scendendo in campo", l'autocrate televisivo Silvio Berlusconi.

Il 2026 è, soprattutto, l'anno del centenario della nascita di Trentin, ed è quindi occasione di riflessione non celebrativa, ma profonda, opportuna, sul tema centrale della libertà nel lavoro e del lavoro (non dal lavoro!) e del sindacato come soggetto politico autonomo della sinistra, mai corporativo, mai subordinato al partito, pur in contraddizione con Lenin e Gramsci.

Sono sempre stato un grande ammiratore di Bruno Trentin che incontrai, di sfuggita, solo una volta, in un convegno a Jesolo dedicato al padre Silvio, altra figura interessantissima, centrale nel filone del socialismo radicale e federalista e della resistenza europea.

Anni fa ebbi l'onore della richiesta, direi unico ricercatore di area non Cgil o quasi, di contribuire a un libro collettivo di commento e riflessione su un saggio importante, quanto ingiustamente sottovalutato di Trentin: "La città del lavoro".

E' stata, credo, l'unica volta che non mi sono sentito di scrivere qualcosa, di fronte a una figura per me enorme, austera quanto centrale, un pilastro della cultura italiana ed europea e del sindacalismo.

Un intellettuale sindacalista, un "ricercatore socio-economico", come lui amava definirsi, fondamentale nel delineare percorsi di emancipazione attraverso la cultura, peraltro in piena coerenza con la figura di Giuseppe Di Vittorio, ovviamente molto diversa da lui per origini ed estrazione, 

Per Trentin, e questo vale sia per il sindacato che per la politica più in generale, se si vuole evitare: "l'eclissi della sinistra", con un'eco fino ad oggi poco riconosciuto di Simone Weil (e, indirettamente anche con il primo Pierre Carniti...), progetto e programma sono fondamentali perchè il sindacato e la politica non diventino meri soggetti autoreferenziali di potere e di paradossale dominio.

Curiosamente oggi, 24 agosto, il giorno dopo quello di Bruno Trentin, ricorre l'anniversario della scomparsa proprio di Simone Weil, avvenuta, nel 1943, a soli 34 anni.

In questa concezione dei "limiti" della politica c'è un filone solo in parte indagato, ma molto interessante e cioè quello dell'assonanza di Trentin, che era anche francofono, con il personalismo francese di matrice cristiana, ovviamente più con quello diremmo "rivoluzionario", di Emmanuel Mounier o, se vogliamo invece seguire il filone del federalismo integrale, abbastanza vicino al padre Silvio, di Alexandre Marc, che con quello rappresentato dalla figura, più tradizionale, di Jacques Maritain.

Ciò è ancora più importante e significativo per una figura, come quella del sindacalista della Cgil, che si definiva, apertamente: "non credente".

Non è un caso, poi, che Trentin sia ricordato, nella Cgil, come colui che, tra il 1989 e il 1991, in qualità di segretario generale nazionale, operò per lo scioglimento delle storiche componenti politico-partitiche (comunista, socialista e terza componente dei radicali senza tessera o quasi...) proprio per far prevalere, di fronte ai frantumi del crollo dell'Unione Sovietica, ma anche alla crisi della, per dirla alla Pietro Scoppola, della "repubblica dei partiti", un sindacato, appunto, di autonomi progetto e programma.

E' noto che per Trentin la trasformazione della fabbrica, attraverso l'emancipazione della persona e il controllo diffuso dell'organizzazione del lavoro, crea, favorisce, incarna la trasformazione della società.

E al sindacato (e al lavoro, ai lavoratori), per trasformare la società, per bilanciare, rovesciare le contraddizioni del capitalismo, meglio, "trentiniamente" dei capitalismi al plurale, è affidato un compito fondamentale.

Non va poi dimenticata in Trentin, specialmente negli ultimi trent'anni, ma in piena coerenza anche con i percorsi precedenti, l'attenzione all'emancipazione sociale attraverso la conoscenza, diremmo: "lavoro e libertà".  attraverso il sapere.

Un percorso sindacale ed intellettuale, che, con la contrattazione, anche articolata al centro, si sviluppa dalle 150 ore per il diritto allo studio, alle sfide anche sindacali, diremmo oggi, Trentin non ci è arrivato ma aveva intuito molto, dell'algoritmo e dell'intelligenza artificiale.

Un percorso di emancipazione anche individuale, anche qui Bruno Trentin è stato modernissimo, anticipatore, anche se non sempre pienamente compreso da chi è abituato a non uscire mai da schemi comodamente precostituiti.

Trentin si è confrontato apertamente, con generosità e modernità, direi anche anticonformismo sindacale, sui temi della salute, dell'ecologia, della critica e messa in discussione, della concezione della crescita economica infinita.

Del dialogo con la femminista e ambientalista Carla Ravaioli intitolato: "Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista" ho scritto, prima a settembre su Report Pistoia e poi, più ampiamente a ottobre scorso su Il Diario del lavoro a molti anni di distanza dalla pubblicazione del volume che lo racchiude.

E' stato quello uno dei miei ultimi contributi prima di subire l'epurazione dal giornale online a seguito del licenziamento politico operato nei miei confronti dalla Cisl (tra i sostenitori della storica testata...).

Il link è qui: https://www.ildiariodellavoro.it/processo-alla-crescita-un-dialogo-ancora-attuale-tra-carla-ravaioli-e-bruno-trentin/

Di Trentin, infine, anche se non è semplice, non è agevole, dobbiamo anche indagare la biografia, il non sempre semplice lato umano.

Io rimasi impressionato, profondamente ed eternamente affascinato dalla prima pubblicazione dei suoi diari (relativi al periodo 1988-1994, quando era segretario generale nazionale della Cgil).

Sono testi ruvidi, quasi violenti, intimi, drammaticamente intrisi, da punto di vista politico, ma spesso anche umano, di solitudine (spesso "attraversata" tramite le scalate in montagna o le nuotate al mare, o  con la lettura, attentissima e minuziosa, di saggi e romanzi...)

I diari sono testi infinitamente preziosi, intellettualmente ricchissimi, umanamente profondissimi, sorprendenti, anche difficili.

Ne scrissi un'ampia recensione su Conquiste del Lavoro, citatissima in verità, anche in tesi di laurea e di dottorato, per la semplice ragione che fui l'unico, credo, anche per questioni di neutralità generazionale, a scriverne bene e a comprendere la generosa operazione di Iginio Auriemma, della Fondazione Di Vittorio e della moglie Marcelle "Marie" Padovani, giornalista, autrice, tra l'altro, nel 1991, di un celebre libro intervista con Giovanni Falcone sulla mafia.

"Marie" mi scrisse una lettera bellissima e riconoscente che conservo ancora nel mio computer e nel mio cuore.

La mia recensione che, a distanza ormai di quasi dieci anni, sposo pienamente e confermo ancora oggi si intitolava: "Lo scrigno scomodo dei diari di Bruno Trentin" e si può recuperare (dato che Conquiste del Lavoro non possiede un archivio online degno di questo nome...) qui: https://www.bollettinoadapt.it/lo-scrigno-scomodo-dei-diari-di-trentin/

Con un'operazione forse, almeno per me, più discutibile, perchè condizionata da pesanti tagli, Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, anni dopo hanno pubblicato non i testi integrali, ma degli estratti dei diari di Trentin dal 1995 al tragico incidente in bicicletta, avvenuto nelle amate curve e pericolose discese di San Candido, in Alto Adige, nell'estate del 2006 e da cui il ricercatore-sindacalista non si riprese mai.

Il libro, da loro curato per l'editore Castelvecchi, si intitola: "Bruno Trentin e l'eclisse della sinistra. Dai diari 1995-2006".

Di questo volume abbiamo discusso in una seminario online, coordinato da Alessandro Mauriello per la Fondazione Bruno Buozzi (un incontro, non dovrei dirlo io, davvero molto bello) il sottoscritto, Ilaria Romeo, Andrea Ranieri, Leonello Tronti, Giorgio Benvenuto.

La registrazione integrale, che tratta davvero a tutto tondo della figura di Bruno Trentin, è recuperabile sul mio canale Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=HgGHo37xcQE&t=8s


Infine, un ricordo personale, risalente all'agosto del 2007, relativo ai funerali di Bruno Trentin.

Eravamo entrati, in Cisl, nel pieno dell'era di Raffaele Bonanni, sindacalista fieramente di destra e molto attento al potere, al di là dei giudizi di merito (che credo si possano facilmente, comunque, intuire...) quanto di più lontano si possa concepire dal binomio (articolato) Trentin-Carniti.

Io lavoravo, precariamente, da soli due mesi presso la sede confederale nazionale di Via Po.

Fu, per fortuna, la Fim-Cisl, in quell'occasione, a portare una sorta di "picchetto d'onore" alla camera ardente, allestita in Corso d'Italia in quella rovente fine d'estate, dedicata a colui che, prima che segretario generale della Cgil, era stato leader della Fiom., in stagioni indimenticabili e complesse, di grandi speranza, ma anche di una mancata occasione con la storia: il fallimento dell'unità sindacale organica dei lavoratori metalmeccanici.

E' noto, infine, ed è un ricordo, anche personale, bellissimo, dolcissimo, indelebile che Bruno Trentin (e Giovanna Marini e Marie...) ci regalarono, nell'occasione dei funerali laici del sindacalista.

Tre canzoni davvero non casuali, splendidamente intrecciate: "Le temps des cerises" le ciliegie simbolo della Comune di Parigi, We shall overcome e Bella ciao, nella versione partigiana, ma nelle prime due strofe, anche delle "mondine", suonate da Giovanna Marini e cantate collettivamente sulle scale del palazzo della Cgil.

Canzoni, parole e note, che racchiudevano, accompagnavano un'epoca (l'Ottocento e il  Novecento) e una Vita, preziosa e scomoda, mai accomodante, talvolta anche sprezzante, mai seduta sugli allori.

Quei dieci minuti, indimenticabili e commoventi, di musica e lotta, di rabbia e amore, di dolore e speranza, di resistenza e liberazione, sono racchiusi, per sempre, qui: https://www.youtube.com/watch?v=GwzS1kLDz5g

La vita di Bruno Trentin, partigiano, ricercatore, sindacalista, politico, è stata vissuta sempre con la: "furia di un ragazzo", titolo di un bel documentario a lui dedicato.

Bruno è stato un gigante burbero, a volte consapevolmente incompreso, oggi troppo spesso dimenticato, un protagonista importante del Novecento italiano ed europeo.

Un gigante che ha ancora tanto da dirci, magari rimbrottandoci un po' rudemente come solo lui sapeva fare, ma con la certezza preziosa, mai dimenticata e da Trentin sempre onorata, che: "la libertà viene prima"...

Una lezione, quella di Bruno Trentin, che nei "furiosi" anni Venti del Duemila non possiamo permetterci il lusso di lasciare all'oblio di un presente eterno, disperato, ignorante, violento.

Un presente privo di radici e di memoria, noncurante del progetto come del programma, come del futuro.

Ma noi possiamo e vogliamo andare in "direzione ostinata e contraria", aspettando, cantando di nuovo, mai inerti, mai definitivamente scoraggiati, il: "tempo delle ciliegie"

Francesco Lauria

UNA SCOMMESSA DA VINCERE IN UNA MATTINATA A RAMINI TRA CASA, CHIESA E UN CAFFE' AL CIRCOLO CON... DON MASSIMO BIANCALANI.

Ma tu ci vieni domani alla Messa delle 10 a Ramini?

Questo messaggio, inviatomi ieri da una persona del luogo, mi ha fatto interrogare a lungo.

Ho criticato tanti e tante che in questi giorni parlano di Vicofaro e Ramini senza sapere nemmeno dove sia Pistoia e mi sono detto: è molto tempo che non ascolto un'omelia di don Massimo Biancalani, che non vivo quel clima, è giusto, senza nessun intento bellicoso, anzi disarmato nell'anima, andare.

Ho deciso, quindi, di recarmi a Ramini con ampio anticipo. 

Anche se, come mi è stato sfatto scherzosamente notare da chi poi questa mattina ha dato "buca", avevo già assistito alla funzione festiva partecipando,  alla messa serale prefestiva celebrata dal Vescovo Mascagna in San Bartolomeo.

Parcheggio volutamente un po' distante dalla Chiesa di San Nicolò, voglio entrare lentamente, in ascolto, non in dimensione di giudizio.

Trovo, per la prima volta in questi mesi, la chiesa aperta, anche se deserta.

Ci sono molti pannelli di una mostra realizzata a Vicofaro in collaborazione con la Fondazione Migrantes, mi metto in seconda fila, provo a pregare.

Gradualmente arriva qualche persona, non conosco nessuno/a.

Chiedo di poter utilizzare un bagno ed entro nella casa, saluto alcuni migranti, che, dai vestiti, mi sembrano di religione islamica, ascoltano, mi pare, Radio Dee Jay...

Entra in chiesa, con qualche minuto di ritardo, anche don Massimo Biancalani.

Senza riconoscermi mi saluta, stupito, perchè alla messa partecipano normalmente solo i suoi pochi stretti collaboratori, nessun parrocchiano, nessun "esterno", nessun migrante/ospite.

Quando inizia la funzione, alle 10.15, siamo in otto, poi raggiungiamo un massimo di dodici fedeli (come gli apostoli...) compresi me e don Massimo.

Prima dell'inizio della funzione parliamo, gli spiego chi sono, fa un sospirone, ci diciamo con franchezza, ma senza animosità, complice anche il luogo, quello che pensiamo delle reciproche affermazioni, l'uno dell'altro.

Gli faccio presente di aver subito delle minacce gravi da suoi sostenitori, citando anche i nomi e i cognomi, lui prende, per fortuna, le distanze.

Inizia la Messa e dall'altare don Massimo mi stupisce:

"Francesco, se vuoi leggi tu la Prima Lettura".

E' proprio il passo, bellissimo, di Isaia che avevo citato nella lettera aperta inviatagli di prima mattina e che l'ex parroco non aveva ancora letto.

Risuonano in me e nella chiesa di Ramini le parole, che avevo ripreso anche all'alba, dell'Antico Testamento:

«Ti toglierò la carica,

ti rovescerò dal tuo posto.

In quel giorno avverrà

che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;

lo rivestirò con la tua tunica,

lo cingerò della tua cintura

e metterò il tuo potere nelle sue mani." 

Don Massimo si concentra, nella sua lunga omelia, soprattutto, in realtà, sul Vangelo di Matteo: caratterizzato dalla domanda di Gesù ai discepoli: "Ma voi chi dite che io sia?"

Più che sulla domanda, contrariamente a quanto aveva fatto nella messa serale prefestiva il Vescovo Mascagna, Don Biancalani si concentra sulla riposta di Pietro e sul ruolo del papato nella Chiesa cattolica e nell'Occidente.

Commenta, ovviamente, l'intervento di Papa Leone sui migranti al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini (con, ovviamente, annessa battuta su Comunione e Liberazione, ma ci sta...), e poi, inevitabilmente, fa cenno all'esperienza di tentata accoglienza a Vicofaro e Ramini.

Ricevo da lui la comunione ed è un bel segno di riconciliazione e di pace nel nome di Cristo.

Al termine della Messa don Biancalani raccoglie i collaboratori e il sottoscritto e aggiorna su quanto avvenuto e su quanto avverrà.

Ci sarebbero almeno due o tre scoop sul passato e sul futuro (sui due vescovi, sull'ex sindaco, sul Governo, sui dicasteri e sui tribunali vaticani, sugli eventuali ricorsi e sospensive, sul futuro di Ramini, sulle trattative con la Regione toscana, sui tempi del trasloco anche da Vicofaro, sulle spese per l'accoglienza, sulla nascita dei vari comitati e il rapporto con alcune parrocchie e sacerdoti del centro di Pistoia etc...), ma, rispettando i contenuti di una comunicazione che ritengo confidenziale, preferisco non riprendere nulla delle parole di Biancalani che, comunque, andrebbero verificate con le controparti...

Al termine della funzione decidiamo, anche con il fedelissimo Doriano, di prenderci un caffè (che Biancalani mi offre...) e di entrare nel vicino circolo Arci.

Il sacerdote mi mostra a tutti quasi come un trofeo e dice, prendendomi bonariamente in giro: "ma lo sapete di chi abbiamo avuto l'onore della visita? Del famoso Francesco Lauria!".

Prendiamo il caffè e continuiamo a discutere, il clima è disteso, ma, sia chiaro, forse perchè siamo sotto le insegne dell'Arci di Pistoia e non più in chiesa, non avviene proprio nessun miracolo.

Ognuno rimane sulle sue posizioni: Biancalani di difesa assoluta, totale, estrema della sua esperienza, io di critica severa, rivendicando che la mia è una discussione ragionata e "da sinistra" che pone al centro del futuro la dignità degli ospiti/migranti e il rapporto, la necessaria relazione con le comunità parrocchiali.

Uno dei coordinatori del circolo Arci, sorridendo, risponde a Biancalani: "Lauria lo leggiamo sempre, scrive davvero benissimo, anche se con te, Don Massimo, un pochino esagera..."

Un pochino. Lo reputo quasi un riconoscimento,, diciamo un pareggio in trasferta e senza pubblico a favore.

Il mio ego è comunque soddisfatto, all'Arci di Pistoia non mi rispondono nemmeno, anzi se possono mi cacciano, almeno all'Arci di Ramini mi leggono e, almeno parzialmente, diciamo letterariamente, mi apprezzano.

Speriamo non li commissarino...!

Ci salutiamo e ci ringraziamo, entrambi abbiamo tanti pensieri, siamo sovrastati dal tempo ristretto, dalle preoccupazioni, ma felici di una pausa di distensione, consapevoli che il dialogo è sempre la scelta giusta, lo strumento giusto, anche nel conflitto, anche nel duro conflitto.

Biancalani scherza: "Lauria, fai il bravo, se no, come hanno scritto sui social, ti veniamo a prendere a casa eh...!"

Io sorrido e replico che sono pronto a suggerire a tutti la strada di Barba... dove c'è, come è noto, l'abitazione del sacerdote.

Prima di partire scambio due parole in inglese con un ospite del Gambia.

Mi chiede che lavoro faccio e io, che già non ho il dono della sintesi, mi ritrovo a spiegare che cosa sia un sindacato che, secondo me, ha perso l'anima, un licenziamento politico e come funzioni l'apertura di una Partita Iva.

Il futuro di queste persone è molto più importante delle mie dure critiche o delle affermazioni, spesso provocatorie, di Don Biancalani.

Come ho già scritto non ci possono essere le stesse soluzioni per chi è sostanzialmente integrato, lavora e chi è, invece, iper fragile, come molti di coloro che provengono, in particolare, dall'accoglienza di Vicofaro.

Anche per la mia esperienza personale, dolorosissima, un pensiero solo mi raggiunge mentre torno, solitario, verso la macchina.

Non si dovrebbe mai arrivare, nel contenzioso tra due persone, nelle comunità, nelle parrocchie, ai tribunali, ai ricorsi, ai rigetti, alle "Cassazioni vaticane" o alle corti repubblicane di vario grado, ai testimoni di parte, alle delazioni, alle dispendiose carte bollate, ai silenzi di chi non si schiera mai se non sa prima chi ha vinto.

Su Vicofaro, ha pienamente ragione il vescovo Mascagna, abbiamo perso tutti.

Su Ramini la partita è ancora aperta e io continuo ad essere dell'opinione che, anche per il loro equilibrio, sia don Biancalani che la comunità di Ramini debbano, reciprocamente, voltare pagina.

In mezzo ci sono, però, le oltre cinquanta persone accolte, spesso in condizioni di disagio e precarietà.

Occorre incontrarle una ad una. Riconoscerle come soggetti, come cittadini.

Con diritti e, come insegnava Don Lorenzo Milani, anche con doveri.

Non sono un incidente da cancellare, ma una nuova scommessa da condividere.

Questa volta, caro Vescovo Augusto, caro sindaco Giovanni Capecchi, caro sottosegretario Bernard Dika, caro terzo settore di Pistoia e territori limitrofi, caro Francesco Lauria, si tratta di una scommessa da vincere.

Insieme e senza aspettare troppo...

Nevè Shalom - Wahat al Salam.

Francesco Lauria

sabato 22 agosto 2026

"MA VOI, CHI DITE CHE IO SIA"? LETTERA APERTA A DON MASSIMO BIANCALANI

Caro Don Massimo,

in questi giorni Pistoia è attraversata da due sentimenti profondamente diversi, direi contrapposti.

C'è, da un lato, un sentimento di sollievo e di rinascita, una "Pasqua" dopo un venerdì e un sabato santi, come ha detto, a Vicofaro, il vescovo Augusto durante la celebrazione della Messa e, dall'altro, non mancano la divisione, la contrapposizione, lo scontro tra visioni e percezioni antitetiche.

Non mi nascondo dietro, a un dito, io mi schiero.

Mi schiero, non da ora, con chi ti ha tolto la guida pastorale delle parrocchie di Vicofaro e Ramini, con chi non stima le tue modalità di insegnante, sacerdote e parroco, anzi, per alcuni aspetti ti teme; con chi ritiene che la tua pastorale sia lontana dal Vangelo che affermi di impersonare, predicare e vivere.

Tu sei per me, e per tanti/e a Pistoia un: "altro difficile".

E, però, mi hanno insegnato che con gli "altri difficili", anche i difficilissimi, non si può non dialogare, non mettersi in gioco, con attesa, verità e perseveranza.

Mi ha colpito, Don Massimo, che molti tuoi sostenitori, a voce e nei social, abbiano criticato violentemente che, qualche giorno fa, la Chiesa di Vicofaro fosse pulita, "tirata a festa".

Come se vivere e pregare nello sporco, nel disordine, nel bivacco, fosse normale, auspicabile, come se il disagio debba essere in qualche modo manifestato, ostentato, messo nella condizione di giudicare chi, magari, ha una casa tutta per sè.

Ieri sera, nel giardino della Chiesa di San Bartolomeo, salvato una decina di anni fa da un folle progetto di cementificazione e ricerca di profitto che aveva coinvolto anche la parrocchia, con l'idea insana di costruirvi un parcheggio a più piani, ho atteso l'arrivo del Vescovo e dei camminatori che, molte ore prima, si erano mossi da Baggio.

L'attesa è stata bellissima perchè ascoltavo, con sorpresa e un po' di disorientatamente, tanti giovani parlare in più lingue: inglese, francese, arabo.

Ho scoperto, poi, durante l'Eucarestia, che era presente a Pistoia, in cammino tra San Jacopo e San Bartolomeo, una comunità giovanile libanese, di Beirut, accompagnata da un sacerdote, una comunità di giovani proveniente dalla guerra, dalle bombe, dalla nostra colpevole e complice indifferenza.

E' stato rigenerante, credimi, ascoltare, con loro, il Vescovo Augusto, nel commentare il Vangelo della domenica, parlarci degli undici chilometri di cammino da Baggio (zona dove quasi non prende, incredibilmente, il cellulare e internet) al centro di Pistoia, alla chiesa di San Bartolomeo, appunto.

Undici faticosi chilometri, affrontati con il caldo, non sono un vezzo di un pomeriggio della seconda metà di agosto, ma ci pongono, in cammino come i discepoli di Emmaus, una domanda centrale per la nostra vita di uomini, donne e cristiani:

"Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt, 16, 15).

Commentando questo Vangelo, nella festività romana degli apostoli Pietro e Paolo, Papa Leone ha detto: 

"Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda. 

Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo? 

Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? 

Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo? 

Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo. 

Questo, insieme alla comunione, dev’essere il nostro primo desiderio."

Caro Don Massimo, 

è anche con la prima lettura di oggi, il profeta Isaia (Is 22,19-23) a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri poteri, a porci questioni fondamentali:

"Così dice il Signore a Sebna, 

maggiordomo del palazzo:

«Ti toglierò la carica,

ti rovescerò dal tuo posto.

In quel giorno avverrà

che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;

lo rivestirò con la tua tunica,

lo cingerò della tua cintura

e metterò il tuo potere nelle sue mani." 

La domanda di Gesù non pone noi stessi al centro, prima dell'io (senza cancellarlo, però) c'è un tu.

C'è un incontro che trasforma la nostra vita, il nostro cammino, i nostri undici chilometri.

Un incontro che può trasformare l'amore per il potere, nel Potere dell'Amore.

Non è un incontro effimero, facile, quei chilometri, quell'attesa ci vogliono tutti.

E in quei chilometri, si cade, si sbaglia, si bestemmia, non si vede.

Per avere il coraggio di rialzarsi e di camminare, infatti, bisogna prima cadere.

Per incontrare la Pasqua, non si possono saltare il Venerdì e il Sabato Santo.

Affermava il filosofo esistenzialista francese Gabriel Marcel, con una frase intensa e impegnativa che:

"L'Amore è la negazione stessa dell'essenza".

Si tratta di un paradosso filosofico ed esistenziale e significa che il vero Amore cancella l'egoismo, l'identità rigida e l'isolamento del singolo per farlo esistere in funzione dell'altro.

L'Amore, caro don Massimo, anche quello politico (anzi l'Amore presuppone una relazione con l'altro/a, quindi è sempre "politico") si nutre, vive nella fragilità e nella vulnerabilità.

Perchè "negare" la propria essenza significa anche esporsi al pericolo di perdersi.

Se l'amore finisce o si perde si rischia di avvertire e di vivere un senso di vuoto totale.

Negare l'Io può portare, infatti, sia alla massima felicità che alla sofferenza più profonda

Navigando in rete, sulla bacheca di un'amica, ho trovato, infine, questa riflessione dello psicoterapeuta Oscar Travino che ti presento, ma che accolgo anche in forma di autocritica:

"E siate gentili.
Non per essere ammirati, ma per restare umani.
Perché le parole pesano,
Gli sguardi restano, e ciò che doni ritorna. In forme che non avevi previsto.
Perché il tempo passa, ma il modo in cui hai fatto sentire qualcuno no.
E alla fine, quando il rumore si spegne, resta solo questo: come hai fatto sentire chi ti è passato accanto.
Il resto è solo polvere che il tempo si porta via."
Buona strada, buon cammino don Massimo...

Liberiamoci della nostra essenza,
inginocchiamoci a quel Tu che ci libera,
ci affranca dai tentacoli del nostro debordante e straripante Io.

Continuiamo a cercare quella risposta dentro e fuori di noi:

"Ma voi, chi dite che io sia?"

Non vaghe speculazioni teologiche, ma cielo e terra, carne, aria, acqua, fuoco.

Sangue vivo. Speranza. Aurora.

Solo così potremo, davvero, camminare nella Fede e nel Vangelo e provare ad esistere.

Ad essere esempio e testimonianza vivi, mai perfetti, mai conclusi, mai sicuri, a non perderci nelle nostre dissolute certezze e nei nostri troni, effimeri e blasfemi.

Francesco Lauria

venerdì 21 agosto 2026

PISTOIA (E NON SOLO...) TRA VIOLENZA POLITICA E MINACCE. IL CASO BIANCALANI E', PURTROPPO, LA PUNTA DI UN ICEBERG.

"Vi veniamo a prendere noi a casa, con i migranti allontanati da Vicofaro, state attenti tu e il tuo cucciolo".

È questa, riassunta, l'ennesima minaccia ricevuta ieri sera, con l'aggravante che, per la prima volta, essa ha coinvolto non solo me, ma anche mio figlio minorenne.

Personalmente ho la stessa, identica posizione su Vicofaro e Don Massimo Biancalani dal 2017 e ritengo che riflettere su quanto avvenuto non ci limiti ad una dimensione locale, ma ci permetta orizzonti molto più ampi.

Come tanti, nella Chiesa e fuori di essa, sono, ovviamente, sempre più convinto e consapevole della progressiva e definitiva involuzione delle esperienze di pseudoaccoglienza migratoria e di pseudocura degli ultimi favorite dal sacerdote pistoiese/napoletano.

Era proprio l'agosto di nove anni fa quando il sito cattolico progressista di dimensione nazionale "Rosso Porpora" riprendeva un mio articolo su ReportQ, allora Report Pistoia, che prendeva le distanze umane, ecclesiali e politiche da questo personaggio così sopravvalutato, coccolato e blandito anche dai media mainstream.
In quelle stesse ore, addirittura, il Pd regionale si inventava un improbabile "picchetto" difensivo di Vicofaro, tutte vicende alimentate mediaticamente e partiticamente, illusioni ottiche, poi divenute problemi reali, concreti.
Non dobbiamo mai dimenticare che, nelle complicate esperienze di Vicofaro e Ramini, ci sono di mezzo persone in carne e ossa, con le loro fragilità, le loro paure, il loro vissuto spesso difficile, i loro limiti.
Persone che non hanno una rete di sostegno e che sono, frequentemente, completamente sole.
E ci sono comunità che si sono sentite abbandonate, espropriate persino dei sacramenti, giudicate, etichettate, calunniate, minacciate.
Avevo tollerato anche io minacce, insulti, diffamazioni e calunnie dopo un paio di miei articoli sull'errato modello di pseudoaccoglienza di Vicofaro e Ramini, pubblicati lo scorso aprile, in piena campagna elettorale.

Il primo contributo, che aveva suscitato tanto scandalo e la mia c.d. "messa al bando" e isolamento da parte del partito di Sinistra Italiana-Avs a Pistoia (come mi comunicò il capolista alle amministrative e futuro assessore Mattia Nesti a latere di un'iniziativa elettorale di Giovanni Capecchi a Iano, il 2 maggio scorso, alle ore 15.35, dientro al circolo Arci...) è recuperabile qui: https://www.reportpistoia.com/don-biancalani-pietismo-non-vera-accoglienza-e-integrazione-occorre-cambiare-rotta/
E' una posizione forte, che mi ha portato anche all'incontro e alla stima, credo, reciproca con i cittadini e i parrocchiani della frazione di Ramini, che ovviamente non pretendevo suscitasse acritico sostegno o invio di mazzi di fiori (crisantemi a parte...), ma un dibattito franco e aperto, magari duro, ma rispettoso sì, a dieci anni dall'esperienza iniziata a Vicofaro, vissuta tra: "silenzi e spari".


Avevo misurato la pressochè assoluta mancanza di segni di solidarietà, il tollerare a Pistoia la violenza politica, immagino solo per ora non fisica, a scapito, per me e per tutti/e, del diritto di critica, ovviamente bidirezionale.
Ho sofferto, sul tema importante della gestione e della progettualità dell'accoglienza, l'ipocrisia imbarazzante di chi, in questi mesi, magari per un misero seggio in consiglio comunale, ha smentito totalmente le proprie idee, il proprio credo, i propri proclamati ideali.
La propria volontà di cambiare, migliorare concretamente e davvero le cose, promuovendo, imparando anche da esperienze vicine, istituzionali e del volontariato, una vera accoglienza diffusa e partecipativa di bassa e media soglia, non alimentando razzismo e intolleranza, ma combattendoli quotidianemente.
Ho il voltastomaco, lo ammetto.
Mi ripugna, aborro una sinistra radical chic, che, in molti casi, mai si è fatta vedere concretamente in tanti anni a Vicofaro o a Ramini, (al di là dei contesti mediatici) e che non conosce realmente nemmeno uno dei migranti, non ha mai provato nemmeno a parlarci.

In queste ultime ore, per quel che mi riguarda, si è passato il segno, senza ritorno.


Sono consapevole di essermi personalmente esposto con una parte di città che, complice la necessità di riconquistare ad ogni costo il potere, era ed è pronta ad alimentare le manie di grandezza di chi si crede erroneamente e un po' ridicolmente un santo, senza macchia e senza peccato.

Non mi sento un paladino isolato e non rappresenta certamente una casualità il fatto che il comitato dei cittadini e dei parrocchiani di Ramini, una volta appreso con sollievo dell'esito del duro procedimento della Santa Sede contro don Biancalani, abbiano voluto ricordare le minacce, le angherie, le violenze, i soprusi, persino gli abusi edilizi, subiti ripetutamente in questi anni.

Non mi interessa, in alcun modo, a differenza di altre/i la vacua visibilità di un momento o campare, prosperare sugli hater, persone spesso problematiche che si nascondono dietro una tastiera sputando fuori il loro odio sterile e disperato.

Ho provato anche a raccontare, con equilibrio, ascoltando tutti (quelli disponibili al confronto ovviamente...) una mattinata a Ramini, senza nascondere, però, l'esasperazione e l'indignazione della gente comune, non verso i migranti, ma verso chi costruisce deliberatamente, senza il minimo senso di responsabilità, contesti ingestibili.

Il risultato è stato letto ben fuori i confini pistoiesi e ha contribuito a fare luce sulle ombre di questa esperienza: https://www.reportpistoia.com/noi-siamo-confine-una-mattina-in-ascolto-tra-ramini-e-belfast/
Come scritto all'inizio di questo articolo, per le mie, legittimamente criticabili, posizioni su Biancalani, Vicofaro e Ramini sono stato, di nuovo, pesantemente dileggiato e minacciato.
E questo, sinceramente, lo mettevo in conto.
Ora si arriva, però, a colpire (per ora, per fortuna, solo con le parole da tastiera) persino dei minori come mio figlio.
Si arriva a minacciare di entrare in casa, magari di spaccare tutto.
Domani stesso provvederò alla denuncia alla polizia postale e ai carabinieri, perchè chi tollera che accadano cosa del genere, chi le confonde con il normale scherno o dialettica politica, sottovalutandole, per me, ha già perso.
Ma se la responsabilità penale di qualche imbecille è ovviamente individuale quello che preoccupa, senza voler compiere generalizzazioni superficiali, è il clima generale.
Epurazioni, minacce, violenze, false accuse, decapitazioni in forme inquietanti di leadership riconosciute si sono avute, in questi ultimi tempi a Pistoia, magari proveniendo dalle stesse persone/ambienti in svariati contesti politici e sociali:

- nel movimento Pro Pal, ora molto indebolito, diviso e frammentato;

- in alcuni ambiti femministi, così estremisti-estremisti da essere diventati caricature paradossalmente patriarcali e"ultrawoke" di se stessi, lontanissimi, anche emotivamente, dalla propria importante e preziosa storia;

- in significativi e storici circoli della sinistra radicale cittadina, legati ad associazioni di dimensione nazionale, dove molti soci fondatori nemmeno più possono osare oggi entrare.

Occorre, quindi, voltare decisamente e urgentemente pagina.

Non solo a Vicofaro, anche a Ramini, che non può in alcun modo, soprattutto se si vuole preservare un'attività responsabile e positiva di accoglienza dei migranti, continuare ad essere affidata a don Biancalani, nemmeno grazie a dei prestanome, ecclesiastici o laici che siano.

Si violerebbero, in questo caso, anche i contenuti e la ratio del provvedimento della Santa Sede avverso all'ex parroco che, purtroppo, nonostante i fin troppo bonari consigli del nuovo vescovo, appare prigioniero dei suoi capricci e della sua vanità, in sostanza: "incapace di crescere".

Soprattutto, si asseconderebbero le incredibili rivendicazioni e pretese che il sacerdote pistoiese, privo di senso di realtà e attaccando a destra e a manca, ha espresso anche sabato 22 agosto in un'ingrata intervista al quotidiano La Nazione, dove, privo di vergogna, ha dispensato patenti di ipocrisia persino ad un nuovo vescovo che si è recato riservatamente da lui a Ramini qualche sera fa, lo ha ascoltato e ha persino valorizzato pubblicamente anche quel pochissimo di buono che è stato compiuto a Vicofaro (ormai parecchi anni fa).
L'Eucarestia nella ritrovata/restituita parrocchia di Santa Maria Maggiore di Vicofaro dello scorso 20 agosto è stata una bellissima, collettiva, plurale, molteplice, occasione di fede e di ri-costruzione di comunità e di speranza.
Tutto ciò dopo l'"annientamento", sono parole opportune proprio della Santa Sede, della vita pastorale durante la, già troppo lunga, era Biancalani.
Non lascerò che l'emozione, la bellezza, la motivazione all'impegno suscitate a Vicofaro dal nuovo Vescovo Augusto, vengano offuscate da un manipolo di esagitati estremisti che i migranti li usano e li ammassano senza accogliere proprio nessuno, noncuranti di essere divenuti cavalli di troia perfetti della destra più becera che, infatti, appena sente il nome Vicofaro stappa, ovviamente strumentalmente, fiumi di champagne.
Tornando alle minacce subite: attaccare i figli è, poi, proprio da vigliacchi.
Cari scrittori di vangeli apocrifi,, spacciatori di intolleranza, finti seminatori analfabeti, cari apostoli e discepoli della violenza, il tempo per voi e per i vostri danni è definitivamente finito.
Ora è, invece, il tempo, opportuno, il kairòs, proprio come ha detto il nostro Vescovo, di scrivere pagine nuove e di crescere davvero.
Imparando, sono per una volta totalmente d'accordo con il sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi, anche dagli errori fatti.
Solo chi è caduto, infatti, può rialzarsi e tentare di vivere e condividere con l'altro/a pagine di Pace, convivenza, co-esistenza.

Solo chi ha stonato, chi è andato fuori ritmo, può suonare, come in una umile orchestra di campagna, uno spartito nuovo, una musica di Pace autentica, note di vero dialogo.

Cari i miei vietcong fuori tempo "Massimo", radical chic e miscredenti de noartri, tenetevi pure la vostra perfetta, inutile, sterile, ripetitiva arroganza.

Tenetivi anche la vostra finta radicalità che si piega all'istante di fronte alle briciole compassionevoli del potere o magari a un parassitario microfinanziamento pubblico.
Qui a Pistoia, nel nostro Paese, nell'Europa fortezza dei nuovi pericolosissimi nazionalismi, in un mondo attraversato dalle guerre, dall'economia armata, dallo sfruttamento del lavoro, dalla repressione dei diritti democratici e dalla crisi climatica (sempre più connessa alla questione delle migrazioni), c'è tanto da ricostruire.

Qui e ora c'è tanto da fare del bene (non paternalisticamente come, invece, accadeva a Vicofaro e a Ramini) mentre voi state imperterriti inesorabilmente, stabilmente, ontologicamente dalla parte permanentemente più sbagliata, nociva, infestante della storia.
Non da ora.

Purtroppo, per voi e con disagi per tutti/e.
Francesco Lauria

P.S. "Tra silenzi e spari" è il verso di una canzone. In questi anni su Vicofaro (e Ramini) ci sono stati tanti, troppi silenzi. Ma abbiamo, purtroppo, letteralmente assistito anche a qualche sparo.

giovedì 20 agosto 2026

"SE MI GUARDI, VEDI". VICOFARO: LE PAROLE OPPORTUNE DEL VESCOVO MASCAGNA E I/LE "CATTIVI/E MAESTRI/E" DELLA SINISTRA DA SALOTTO.

"(...) Devo dire che in questa esperienza di "Venerdì Santo", tutti abbiamo perso.

Pistoia, e più in generale il nostro Paese, non aveva risolto ieri, non ha risolto oggi il tema dell'accoglienza sociale di bassa, soglia. E' un cantiere aperto in cui la Diocesi, per prima è impegnata.

Dopo un anno di Sabato Santo (lo sgombero avvenne l'anno scorso, proprio di luglio), questa parrocchia vuole fare Pasqua, vuole fare un passaggio"(...)

(...) Al momento stiamo studiando una soluzione per la parrocchia di San Niccolò di Ramini, così da custodire l'esperienza di accoglienza dei migranti e provvedere al più presto alla cura pastorale della comunità.

Ora è il tempo di Santa Maria Maggiore, è il tempo di questa comunità.

Ripartiamo, insieme.

Da dove?

Ripartiamo dalla nostra pochezza, dalla nostra fragilità, ripartiamo dal nostro Battesimo."

Ci inchiniamo, di fronte a queste ispirate, attente, consapevoli, impegnative parole del Vescovo Mascagna, parole pronunciate ieri nell'omelia durante la celebrazione (finalmente!) dell'Eucarestia nella Chiesa di Vicofaro, parole che sono anche un progetto da condividere e in cui impegnarsi, un "cantiere aperto" di cura della fragilità, a partire da quella di tutti/e noi.

E ci fanno amaramente sorridere i numerosi attacchi già lanciati e i commenti di scherno, miseri, ignoaranti e ideologici della sinistra da salotto, forse ieri più fiorentina che pistoiese (un po' di sano pudore non fa mai male).

Le speculazioni di questa sinistra intellettualoide e solo fintamente radicale, ma in realtà istituzionale, incrostata di potere per il potere, valgono bene la famosa frase pronunciata, provocatoriamente, da Don Lorenzo Milani, nei confronti di Padre Ernesto Balducci:

"La tua rivista non vale nemmeno per pulirsi il culo, perchè la carta è troppo lucida!".

Quando la cultura, secondo Don Lorenzo, non era in primis strumento di emancipazione per i poveri, a partire dai "suoi" piccoli contadini/mezzadri, essa diveniva, infatti, un lusso inutile, valido, a malapena, appunto per "pulirsi il culo".

Per Don Lorenzo il vero, il buon maestro, come ha provato ieri a essere il Vescovo Mascagna, con tutti i riconosciuti limiti e gli irrisolti della situazione e del contesto, deve sapere guardare, anticipare il futuro ed è colui che, nella cultura (ma anche nella fede) non trova interesse se essa riguarda solo se stessi.

Se essa non: "guarda, scruta, vede".

Pensando a queste parole, rimanendo commosso nella celebrazione dell'Eucarestia di liberazione e rinascita nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vicofaro, mi sono venute in mente, come monito, la parabola del fico sterile e, come esempio, la figura, com i suoi dubbi, di Simone Weil.

Ha scritto recentemente il filosofo Byung-Chul Han, inventore del concetto di "psicopolitica", nel suo: "Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil":

"L'odierna crisi della religione non è semplicemente riconducibile al fatto che determinati contenuti della fede abbiano smarrito la loro validità, che non crediamo più in Dio o che la Chiesa abbia perso ogni autorevolezza. Vi sono piuttosto motivi strutturali dei quali non siamo affatto consapevoli, ma che sono responsabili dell'assenza di Dio. Tra essi c'è il declino dell'attenzione. La crisi della religione è in tal modo anche una crisi dell'attenzione, una crisi dello scrutare e dell'udire. Dio non è morto. E' morto l'uomo al quale Dio si rivelò".

Nel tempo bastardo dei social e dei video scrollati, Han ci ricorda anche che:

"La percezione è divenuta estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base (...) Visto che è intenta a mangiare senza sosta, non può più vedere".

Simone Weil scrive: "Quaggiù guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l'uno o l'altro. Entrambi sono chiamati amare. Sono coloro a cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza".

Solo l'anima che digiuna sa scrutare.

E allora il digiuno dall'Eucarestia a Vicofaro, come a Ramini, ci deve insegnare l'opportunità non solo di scrutare, ma di "vedere".

Scutare e vedere le comunità ritrovate o che si stanno ritrovando, il loro tempo, come ci insegna il Vescovo Mascagna.

Scrutare e vedere i cittadini migranti che non possono essere lasciati in balia delle onde e, allo stesso tempo, delle ideologie, dei politici, dei "cattivi maestri".

Questo vale, ovvviamente, per chi, da destra, ha strumentalizzato, trovando l'occasione di utilizzare disagi e paure, reali e percepiti, per promuovere l'esclusione e l'emarginazione dei più deboli, dei "diversi", degli"intrusi a casa nostra".

Ma vale soprattutto per quella sinistra da salotto di donmilaniana memoria (e non ce ne voglia il sostanzialmente incolpevole Balducci...) che ha inquinato le acque, avvelenato il clima, gigioneggiato con chi, come Don Massimo Biancalani, non scrutava e non vedeva (vede?) altri che se stesso.

Una sinistra finta in cui le persone, l'integrazione, l'accoglienza, la comunità risultano fattori secondari, inutili.

Scrive ancora Simone Weil:

"Chi sa guardare si svuota, diventa nessuno".

E allora con un Vescovo che in due mesi ha saputo impostare la soluzione a problemi complessi che altri (compreso il suo predecessore) non hanno saputo/voluto affrontare in anni e anni, dobbiamo "digiunare per vedere".

Digiunare non dalla parola, perchè "prendere parola", con consapevolezza, significa mettersi in gioco e in mezzo, pagare dei prezzi come, per tutta la vita, ha saputo pagare il priore di Barbiana.

Occorre, invece, digiunare dall'incapacità dell'attesa, del sogno, del progetto.

Dalla vacuità.

Non possiamo tenere, come diceva Don Primo Mazzolari, citato anche da don Lorenzo, infatti, "le mani, pulite, in tasca".

Il "secondo tempo", dopo Vicofaro, non potrà che essere quello della comunità di Ramini con la scelta di mantenere, radicalmente riveduta e corretta, l'accoglienza di bassa soglia, a partire dai migranti.

Ma non potrà essere Ramini, da sola, a sobbarcarsi il peso, la responsabilità dell'accoglienza, della reciproca integrazione, dell'incontro, dell'emancipazione degli ultimi e delle ultime (non c'è solo, infatti, un'immigrazione maschile, ci sono le donne, le famiglie, l'opportunità delle seconde generazioni...)

Per tutto questo non ci servono, però, "cattivi maestri", coloro che, nella Vita, cercano una sedia, una poltrona, la carriera, non un fine.

Ci serve, invece, un "sindacato del bene", senza aver la presunzione di essere perfetti, di non sbagliare mai; un "fare, essere giustizia insieme", nella cura, nell'attenzione, nella concretezza.

Certo, il contesto sociale, politico e antropologico, fra decreti sicurezza e repressione (non appannaggio esclusivo di questo Governo) non ci aiuta.

Non ci aiuta la politica, non ci aiutano le leggi che precarizzano l'esistenza di tutti e tutte, a partire dai migranti.

Non serve, ad esempio, essere fan sfegatati della politica migratoria del premier spagnolo Pedro Sanchez per comprendere il rischio mortale per l'Europa e per l'Italia della politica migratoria del Governo Meloni.

Il modello spagnolo, favorito dall’integrazione di molti sudamericani di lingua spagnola, non è acriticamente replicabile ovunque. Ma il Governo italiano, sospendendo isolatamente, pelosamente e deliberatamente il Trattato di Schengen contro la sola Spagna, paese non confinante, ha minato in maniera grave ogni velleità di coesione europea, inginocchiandosi alle politiche dell’amica e camerata Marine Le Pen.

Ciò che si è determinato, quindi, non è stata solo la ritorsione della Spagna ma anche di altri paesi che d'ora in poi, anche su altri dossier, si sentiranno più liberi di fare da soli e di rifiutare sinergie con l'Italia (magari con l'esclusione della Danimarca, guidata da una "sinistra" xenofoba e opportunista...).

Venendo alla concretezza delle politiche locali: regionali e comunali, il tema è quello di una sussidiarietà intelligente e circolare: non l'ammassamento privo di dignità delle persone, non l'annientamento delle comunità che accolgono, ma la capacità, non semplice, di stare, insieme, alla stessa tavola.

Il "community matching" nelle politiche migratorie, in un mix equilibrato di professionalità e volontariato, è proprio questo.

Se il Comune di Pistoia, ieri alla Messa a Vicofaro era presente il sindaco Giovanni Capecchi, vuole dare un segno, vero, non simbolico, di discontinuità deve impegnarsi su questo.

Non basta, infatti, un materasso appoggiato su un marciapiede per accogliere.

Ci vuole un progetto di comunità.

Non una comunità perfetta, di buoni. Ma una comunità vera, in carne, ossa e... occhi.

Buoni e cattivi, ci ha detto ieri il Vescovo, sono tutti invitati alla stessa messe, il tema è, poi, quello di rispondere, non per finta, alla chiamata.

Lo si può fare riscoprendo "l'armonia degli sguardi", ma anche spazzando via, come i mercanti dal tempio, i cattivi e le cattive maestre della finta sinistra delle ideologie e dei salotti.

Anche quelli/quelle che, a Pistoia, ancora ieri starnazzavano sui giornali locali, millantando, sull'immigrazione, competenze ed esperienze gonfiate e prive di senso di realtà e di lealtà.

Serve una comunità, intera, non a pezzi, che: "se guarda, vede".

Non una: "sinistra (o una Chiesa...) senza popolo".

Un po' come, tantissimi anni fa, intuì, durante un celebre viaggio in India, Pierpaolo Pasolini, incontrando, conoscendo una giovanissima e sostanzialmente sconosciuta, Madre Teresa di Calcutta.

Un po' come, dieci anni prima, disse Papa Giovanni XXIII, visitando i detenuti nel carcere di Regina Coeli: "Ho messo i miei occhi nei vostri occhi".

Vicofaro, Ramini, Pistoia, il mondo ne hanno desiderio, attesa, bisogno.

Sta a tutti/e noi, credenti e non credenti, provare a rispondere alla chiamata e mettere, indossare, cito ancora il Vescovo Mascagna: "il velo nuziale", promessa e premessa di comunità.

Il secondo tempo, di cui ci ha parlato il Vescovo, infatti, è ora.

"Sorprendendo le città e trascinando l'alba con gli zingari di neve". 

Un po' come, con la "pelle fatta di sale e d'attesa", nella canzone del gruppo rock dei Gang: "Se mi guardi, vedi", dedicata implicitamente e sorprendentemente proprio all'incontro, opportuno, inaspettato e spiazzante tra Pasolini e la giovane Madre Teresa.

Tra gli "intoccabili".

"Cose che soltanto il cuore può vedere..."



Francesco Lauria