mercoledì 12 agosto 2026

"LA CISL NON CONOSCE LA LEGGE DELLA CISL". PIENAMENTE ACCOLTO IL RICORSO DELLA CGIL SULLE MODALITA' DI PARTECIPAZIONE GESTIONALE.

E' questo il ficcante titolo di ieri de Il Fatto Quotidiano rispetto alla vicenda che ha visto soccombere in tribunale la società ASM di Rieti, spalleggiata dalla Cisl, il sindacato guidato da Daniela Fumarola e, precedentemente, da Gigi Sbarra, attuale componente del Governo di destra di Giorgia Meloni.

Entrambi i dirigenti hanno fortemente voluto la legge 76/2025  sulla partecipazione dei lavoratori, supportata prima da una raccolta firme popolare e, poi, da un accordo sostanzialmente blindato in Parlamento con il centrodestra (a parte l'accoglimento di qualche modifica peggiorativa proposta dalla Lega di Salvini...) 

La partecipazione dei lavoratori è, senza dubbio, una bandiera storica della confederazione di Via Po (anche se a fasi alterne, negli anni Cinquanta, ad esempio, l'ideologo della Cisl Mario Romani, influente responsabile dell'Ufficio Studi e stretto collaboratore del fondatore Giulio Pastore, le preferiva, di gran lunga la contrattazione aziendale, su questo si può agevolmente consultare il volume, curato da me a da Adriana Coppola: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo", mentre negli anni Settanta la sinistra fimmina e cislina carnitiana fu molto tentata dall'autogestione jugoslava e, comunque dalla partecipazione conflittuale, come nei casi dei lavoratori che prendono il controllo/acquistano l'impresa, spesso in forma cooperativa e tramite i cd. "workers buyout"). 

Qui il link all'articolo leggibile per gli abbonati del quotidiano sulla sconfitta (indiretta) della Cisl in Tribunale, sia a Rieti che a Roma: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/08/12/la-cisl-non-conosce-la-legge-della-cisl/8476722/

Chi conosce la partecipazione dei lavoratori (io ho contribuito a scrivere nel 2025, dopo l'approvazione della legge, una dispensa, firmata insieme all'attuale Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, Emmanuele Massagli, riscontrabile qui: https://www.edizionilavoro.it/notizie/431-freschi-di-stampa-il-cofanetto-sugli-strumenti-per-la-formazione-sindacale) sa bene che esistono, in Italia, in Europa e nel mondo, forme molto diverse fra loro di coinvolgimento partecipativo dei lavoratori e dei loro rappresentanti.

C'è quindi, partecipazione e partecipazione...

In sintesi, a fine luglio 2026, il Tribunale di Rieti ha condannato la società ASM Rieti per condotta antisindacale ai sensi dell'articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, ordinando la revoca del regolamento aziendale e della conseguente nomina di una lavoratrice nel Consiglio di Amministrazione (CdA). 

Il caso riguarda il progetto di partecipazione gestionale dei dipendenti promosso con forza dalla CISL, sfociato in un duro scontro legale a causa dell'adozione unilaterale delle regole di voto da parte dell'azienda.

Il contesto e il progetto della CISL
Nel corso del 2025 e all'inizio del 2026, la CISL Roma Capitale Rieti e la Fit Cisl Lazio hanno promosso le elezioni per inserire un rappresentante dei lavoratori nel CdA di ASM Rieti. L'iniziativa mirava a rendere l'azienda municipalizzata un modello nazionale di partecipazione gestionale e democrazia societaria. 
I motivi della condanna per condotta antisindacale
La vertenza giudiziaria si è aperta quando ASM Rieti ha emanato in modo unilaterale il regolamento per disciplinare le procedure di elezione del rappresentante dei lavoratori, escludendo una reale contrattazione con tutte le sigle sindacali. 
  • Illegittimità del regolamento: Con il decreto (R.G. 388/2026), il Tribunale Ordinario di Rieti ha stabilito che la predisposizione unilaterale del testo ha violato i diritti delle rappresentanze sindacali, configurando l'antisindacalità della condotta.
  • Profili discriminatori: Parallelamente, la Sentenza n. 8209/2026 del Tribunale di Roma ha analizzato i requisiti di eleggibilità imposti dall'azienda, rilevando possibili effetti discriminatori legati a fattori come l'età, le opinioni personali e sindacali, nonché la natura precaria del rapporto di lavoro dei candidati, pur ritenendoli non direttamente sanzionabili. Il giudice ha riconosciuto, da un lato, che la Cgil aveva piena legittimazione ad agire per la discriminazione collettiva e che le norme sull'eleggibilità dei rappresentanti dei lavoratori nel CdA rientrano nella tutela antidiscriminatoria, e dall'altro ragioni oggettive per cui era possibile per l'azienda escludere alcune categorie di lavoratori/lavoratrici dall'eleggibilità.
Gli effetti della sentenza del Tribunale di Rieti
Il giudice ha ordinato ad ASM Rieti di:
  1. Cessare il comportamento antisindacale e rimuoverne gli effetti.
  2. Revocare immediatamente il regolamento elettorale.
  3. Annullare la nomina del componente dei lavoratori eletto sulla base di tali norme.
La vicenda è finita al centro del dibattito giuslavoristico e mediatico in quanto evidenzia i limiti della partecipazione gestionale: sebbene fortemente caldeggiata dai vertici sindacali (in particolare dalla CISL), essa non può essere attuata tramite decisioni unilaterali del datore di lavoro, ma deve necessariamente passare per un accordo collettivo condiviso.
La questione è stata correttamente e scientificamente sintetizzata da Adapt (certamente non tacciabile di ostilità nei confronti della Cisl che ne è, praticamente da sempre, socia e co-promotrice) con un articolo dell'assegnista di ricerca Francesco Alifano riscontrabile a questo link: https://www.bollettinoadapt.it/partecipazione-gestionale-e-regolamento-unilaterale-dellimpresa-una-nuova-pronuncia-sul-caso-dellasm-rieti/
Essendo la sentenza una delle prime pronunce sulla Legge e, più in generale, sulle modalità di partecipazione dei lavoratori, essa rappresenta, senza dubbio, un precedente importante e di indirizzo.
Come in altre situazioni (penso, ad esempio all'esclusione della Fiom dalla rappresentanza e addirittura dalle bacheche sindacali Fiat, poi sanata dalla Corte Costituzionale, dopo l'accordo sulla fabbrica di Mirafiori, successivo a quello, altrettanto problematico di Pomigliano, ai tempi di Sergio Marchionne), la Cisl turbo partecipativa/aziendalista/corporativa di Sbarra e Fumarola sembra aver dimenticato due capisaldi della propria identità e cultura sindacali:
- il valore prevalente della dimensione associativa e della libertà sindacale (che dovrebbe valere per tutti i sindacati, non solo in proprio);
- il prevalere della contrattazione collettiva rispetto ai vincoli della Legge (tanto più se applicati male ed illegittimamente).
In una Cisl normale e non addomesticata, quanto è accaduto in particolare al Tribunale di Rieti (e ciò che non è accaduto prima per evitare di arrivare alle vie giudiziarie...) avrebbe già aperto un franco dibattito, in primis con e tra le federazioni di categoria, vere depositarie sia del patto federativo che ha dato vita alla Cisl che delle dinamiche della partecipazione dei lavoratori e della contrattazione collettiva, ad ogni livello.
Non occorre essere degli indovini particolarmente raffinati per avere la piena consapevolezza che tutto questo non accadrà mai.
Francesco Lauria

martedì 11 agosto 2026

IL CARCERE DI PISTOIA E LA NOMINA URGENTE DI UN NUOVO GARANTE DEI DETENUTI. UNA SOLLECITAZIONE POLITICA AL SINDACO E A TUTTO IL CONSIGLIO COMUNALE (versione aggiornata).

Se si utilizza, come fonte primaria la recentissima Relazione annuale 2026 del Garante dei detenuti regionale della Toscana sull'attività 2025, che contiene una sezione specifica intitolata: “Pistoia –  a cura dell'avv. Tommaso Sannini, Garante Comune Pistoia” possiamo sintetizzare alcuni elementi rilevati a livello istituzionale rispetto alla casa circondariale del capoluogo in continuità con le riflessioni che ho recentemente e personalmente svolto dopo un approfondimento sul penitenziario pistoiese e che sono riscontrabili qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/sentire-cio-che-non-fa-rumore-il.html

La relazione de Garante dei detenuti di Pistoia (o, come ufficialmente è chiamato: "delle persone private della libertà personale) afferma, in sintesi che nel 2025 nel carcere:

  • il sovraffollamento è la criticità principale;
  • celle progettate per una persona vengono utilizzate da due, (e in passato da tre) detenuti;
  • è stato soppresso il servizio medico notturno;
  • sono presenti carenze nella Polizia penitenziaria (aggiungo io che il comandante della polizia penitenziaria di Pistoia, figura apprezzata, ha recentissimo deciso di andarsene e cambiare ambito lavorativo);
  • c'è un solo funzionario giuridico-pedagogico;
  • permangono problemi relativi a vitto, sopravvitto, dentista, visite specialistiche, manutenzione e apparecchiatura a raggi X;
  • il 6 dicembre 2025 si è purtroppo verificato un suicidio. 

Secondo aggiornatissimi dati ufficiali del Ministero della Giustizia la scheda ministeriale di Pistoia indica attualmente 76 posti regolamentari e 86 detenuti, rilevazione aggiornata al 28 luglio 2026.

Sembrerebbe un elemento quasi positivo se confrontato, ad esempio, alle situazioni più gravi del carcere di Sollicciano a Firenze o del complicatissimo carcere di Prato, ed è in parte lo è. 

Nella risposta del Ministero della Giustizia a un'interrogazione parlamentare del 24 aprile 2026 si precisa che nel solo 2025 sono stati trasferiti da Pistoia 41 detenuti verso altri istituti, proprio per mantenere l'equilibrio tra capienza e presenze. Il Ministero afferma inoltre che si ricorre sistematicamente a provvedimenti di "sfollamento" per Pistoia.

Questo elemento rafforza i contenuti della relazione relativa al 2025 del Garante Sannini sul problema del sovraffollamento, che risulta allievato solo da provvedimenti tampone oltre dal forte turn over dei detenuti che non può che essere quasi strutturale in un penitenziario che ospita molti (troppi) carcerati in attesa di giudizio o condannati a pene detentive inferiori a cinque anni.

Se facciamo un salto indietro di oltre dieci anni e analizziamo la relazione del precedente Garante dei Detenuti, nominato dalla giunta di Samuele Bertinelli dobbiamo analizzare la relazione finale dell'allora Garante Antonio Sammartino, datata 28 febbraio 2015.

La relazione di Sammartino appare un documento particolarmente interessante perché contiene dati, osservazioni e conclusioni riferite alla situazione del carcere alla fine del suo mandato triennale.

Il Garante dei detenuti di Pistoia dell'epoca, cui seguirono sette e oggettivamente gravi lunghi anni di vacatio, si contraddistinse per un aspetto coraggioso e peculiare: la capacità di contestare dati e soprattutto posizioni non condivisibili, come quando l'Asl di riferimento si espresse incredibilmente valutando, per Pistoia, una “capienza tollerabile” di 118 persone a fronte di 64 posti regolamentari; numeri davvero inaccettabili.

Il Garante Sammartino prese esplicitamente ed esplicitamente le distanze da quella stima e le sue considerazioni sul sovraffollamento nel 2015 coincidono sostanzialmente con quelle del Garante Sannini nel 2025-2026: l'aumento della popolazione detenuta incide, infatti, sugli spazi, sull'organizzazione e sulla qualità della vita delle persone, ma anche degli operatori di qualsiasi ambito professionale.

Ma perchè (a vari livelli) esiste in Italia (e non solo...) il Garante dei detenuti?

La ragione di fondo è che la persona detenuta rimane titolare di diritti fondamentali, ma si trova in una condizione di particolare vulnerabilità perché non può autonomamente sottrarsi all'amministrazione che gestisce la sua privazione della libertà.

Il Garante nasce quindi come una figura di controllo esterno, indipendente e non giurisdizionale, destinata a fare da intermediario tra la persona privata della libertà e le amministrazioni pubbliche.

Il riferimento costituzionale fondamentale è l'art. 27, comma 3, della Costituzione, secondo cui:

"le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

L'idea di fondo è dunque che la tutela dei diritti non possa essere affidata soltanto all'amministrazione penitenziaria e che serva una figura esterna e terza, complementare alla magistratura di sorveglianza. 

Questa impostazione emerge molto chiaramente nei lavori parlamentari che portarono all'istituzione del Garante nazionale.

Va, però ricordato, che in Italia la figura non è nata inizialmente con una legge nazionale, ma dal basso.

A partire dalla fine degli anni Novanta e soprattutto negli anni 2000, Comuni e Regioni hanno, infatti, iniziato autonomamente a istituire Garanti dei detenuti, attraverso propri atti normativi.

Nel 2013, quando il Parlamento discuteva l'istituzione del Garante nazionale, erano già presenti 12 Garanti regionali, 8 provinciali e 25 comunali.

Il passaggio decisivo avviene con il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, convertito nella legge 21 febbraio 2014, n. 10.

L'articolo 7 del decreto istituisce, infatti, il:

Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.

La scelta non fu casuale: arrivò in un momento (peraltro oggi per nulla risolto) di fortissima crisi del sistema penitenziario italiano, caratterizzato dal sovraffollamento e dalle condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Particolarmente importante era stata la sentenza Torreggiani e altri c. Italia della Corte EDU, relativa alle condizioni di sovraffollamento carcerario. 

Il Garante nazionale, autorità dello Stato, è oggi denominato Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL).

Si tratta, in realtà, di un organo collegiale di tre componenti: Presidente e due membri, con mandato quinquennale non prorogabile. I componenti devono essere indipendenti e competenti in materia di tutela dei diritti umani.

Il Garante nazionale non si occupa soltanto delle carceri, ma la sua competenza riguarda in generale i luoghi di privazione della libertà personale, quindi, tra gli altri:

  • istituti penitenziari;
  • camere di sicurezza;
  • strutture per persone sottoposte a determinate forme di restrizione;
  • CPR e altri luoghi di trattenimento per migranti;
  • strutture per minori;
  • alcune strutture sanitarie e assistenziali nelle quali si realizza una privazione della libertà.

Non va poi dimenticato il Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene inumani o degradanti, secondo il Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura.

Esistono poi Garanti regionali istituiti e variamente regolati specificamente dalle leggi regionali che ne definiscono poteri e mandato e, non in tutta Italia, anche Garanti provinciali, figura resa meno centrale dall'indebolimento delle Province stesse a seguito della sciagurata legge "Renzi-Del Rio".

Ci sono, poi, e qui veniamo a Pistoia, i Garanti comunali.

Essi sono molto importanti perché rappresentano spesso il livello più vicino concretamente alla singola persona detenuta e al singolo istituto penitenziario.

Va ricordato, però. che se il Garante comunale può/deve, ad esempio, occuparsi delle persone detenute in un carcere situato nel territorio comunale. egli od ella non è/sono, "tout court", il "Garante del carcere",  ma il Garante territoriale del Comune, con le competenze attribuitegli dall'atto istitutivo.

A Pistoia, come in altre città il mandato del Garante è triennale, ed è già scaduto nel mese di aprile di quest'anno.

Essendo, in ogni caso la figura del Garante sostanzialmente "fiduciaria" sia del sindaco che, soprattutto, del consiglio comunale, l'elezione di un nuovo primo cittadino e di un nuovo consiglio comunale, rendono ancora più urgente e motivata una nuova nomina.

Ma che cosa può (deve...) fare un Garante comunale dei detenuti?

Il Garante comunale può/deve:

  • entrare negli istituti;
  • parlare con tutte le persone detenute;
  • raccogliere segnalazioni e reclami;
  • verificare condizioni materiali e organizzative;
  • dialogare con direzione, amministrazione penitenziaria, servizi sanitari, enti locali ecc.;
  • segnalare violazioni o disfunzioni;
  • chiedere chiarimenti alle amministrazioni;
  • proporre interventi;
  • svolgere attività di mediazione;
  • elaborare rapporti e relazioni (annuali);
  • portare all'attenzione delle istituzioni problemi sistemici;
  •  promuovere il dibattito pubblico sui diritti e le condizioni delle persone private della libertà personale.
E' inutile ribadire che, coerentemente con l'art. 27 della nostra Costituzione, che si deve a figure davvero significative per la storia della Repubblica Italiana, come il giovane giurista Aldo Moro, il Garante rappresenta una figura non salvifica, ma, almeno potenzialmente, importantissima.

Visto che, molto probabilmente, a meno di ulteriori e negativi periodi di vacatio, si va verso la nomina a Pistoia di un nuovo Garante comunale dei detenuti, vanno ricordati quelli che sono, secondo i rapporti di realtà fondamentali su questi temi come le associazioni Antigone o Libera, gli indicatori principali su cui valutare, positivamente o meno, l'operato, ad ogni livello, di questa figura:
  1. indipendenza e terzietà (dalla politica, dall'amministrazione penitenziaria, etc...);
  2. numero e qualità delle visite in carcere;
  3. ascolto diretto dei detenuti;
  4. capacità di individuare criticità concrete;
  5. rapporto con Direzione/DAP e altre amministrazioni;
  6. follow-up: cosa è stato effettivamente ottenuto dopo le segnalazioni;
  7. uso di dati verificabili e fonti;
  8. capacità di distinguere problemi strutturali, responsabilità amministrative e casi individuali.
In sintesi, anche perchè sull'operato dell'ultimo Garante proposto, con grande ritardo, dalla Giunta di Alessandro Tomasi, e poi votato a maggioranza all'epoca dal Consiglio Comunale, vi sono pareri articolati, io credo su questo punto cominceremo a misurare davvero la concretezza sul supporto alle persone fragili e in situazione di difficoltà dell'attuale Giunta, ma soprattutto della maggioranza consiliare, del campo larghissimo di centro sinistra di Giovanni Capecchi.

Se, come per altre nomine prevalentemente fiduciarie (meno importanti...) prevarranno logiche spartitorie, di potere e di partito, oltre che di equilibri compensativi delle tensioni interne nella coalizione vincitrice delle elezioni di maggio, non si potrà che gridare allo scandalo e alle promesse tradite.

Se, invece, dopo un'attenta valutazione, ovviamente rispettando tecnicamente i tempi e le modalità delle procedure previste, verrà eletta una figura competente, indipendente e coraggiosa, non si potrà che lodare il sindaco, l'amministrazione e il consiglio comunale in carica.

C'è un punto fondamentale da tenere presente.

A differenza che in altri Comuni dove la nomina è, sostanzialmente, una emanazione diretta del sindaco, a Pistoia il Regolamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è stato istituito con la deliberazione del Consiglio comunale n. 164 del 17 ottobre 2011, ma successivamente modificato con la deliberazione n. 75 del 10 maggio 2021.

A Pistoia, anche se la proposta, sulla base delle candidature pervenute, è, di fatto, del Sindaco in carica è il Consiglio comunale che, attualmente, elegge il Garante.

Tutti gli aspetti regolativi della nomina sono contenuti nella delibera del maggio 2001 reperibile quihttps://municipium-images-production-autopilot.s3.eu-south-1.amazonaws.com/s3/5285/allegati/istruzione-e-sociale/garante-dei-diritti-delle-persone-private-della-liberta-personale.pdf

Non si deve trattare quindi di una semplice ratifica di una nomina del Sindaco.

La prova concreta è l'atto con cui è stato scelto l'attuale Garante Sannini: il Comune di Pistoia riferisce espressamente che, nella seduta dell'11 aprile 2022, il Consiglio comunale, mediante votazione a scrutinio segreto, ha eletto proprio l'avvocato Tommaso Sannini, che è risultato vincitore, a maggioranza, solo alla terza votazione con 18 preferenze.

Siamo di fronte a un'opportunità politica.

Su questo tema il sindaco Giovanni Capecchi e la sua maggioranza devono fare, sulla base ovviamente delle candidature pervenute (ma che, siamo sinceri vengono anche politicamente sollecitate...) una scelta chiara, precisa, direi programmatica.

Le modalità di elezione, modificate nel 2021, non hanno evitato alcune pessime figure: (in molti ricorderanno la bocciatura politica subita da Giulia Melani, attuale presidente della Società della Ragione, allora unica candidata, certamente preparata e competente.

Esse offrono l'opportunità di cercare un consenso collegiale, ovviamente solo se i presupposti etici e progettuali sono condivisi. 

Proprio per questo è importante che si apra un vero e trasparente dibattito pubblico, soprattutto una volta che il Presidente del Consiglio Comunale Paolo Tosi, avrà emanato l'Avviso di selezione e nomina.

C'è, poi, un tema delicato, relativo ai costi della politica.

Abbiamo uno staff del sindaco e un sindaco stesso che sono giunti davvero, per vari motivi, ai massimi di spesa possibili/tollerabili per un Comune come quello di Pistoia e su cui presto in consiglio comunale, anche dopo le interpellanze dei consiglieri Matteo Pomposi e Dario Baldassarri, si dovranno necessariamente fornire alcune spiegazioni/delucidazioni rispetto alla legittimità di alcune nomine e sulle loro modalità di retribuzione.

Nel 2021 il Consiglio Comunale, a Pistoia, ha ritenuto che, contrariamente a quanto accade in altri contesti e nonostante le linee guida dell'Anci ribadiscano l'opportunità di un compenso, il Garante dei detenuti comunale non avesse diritto ad alcun indennizzo/retribuzione.

Si tratta di un errore arrivato fino ad oggi e che chi scrive ritiene sia opportuno sanare.

Se crediamo davvero nel ruolo del Garante dei detenuti egli od ella, dovrà avere una vera figura di segreteria di supporto a tempo pieno o quasi (a differenza di quanto accade oggi) e anche percepire anche un sobrio rimborso/indennità.

Non si deve diventare ricchi, infatti, ricoprendo questo ruolo, ma non si può nemmeno cedere alle sirene populiste sui costi della politica e delle istituzioni (quando sono giustificati), peraltro a fronte di spese ingenti su altri fronti come la complessiva retribuzione dello staff del sindaco Capecchi (direi sindaco compreso, viste alcune promesse elettorali non ottemperate, magari in attesa che vengano del tutto dimenticate...)

Anzi, anche se non dovrebbe essere necessario, se proprio volesse compiere uno dei suoi fortunati gesti simbolici, il sindaco Giovanni Capecchi dovrebbe, come annunciato in campagna elettorale, ridurre il proprio stipendio (parametrandolo, come da lui preannunciato, al suo precedente salario di professore associato all'Università per stranieri di Perugia).

Tutto ciò verificando la possibilità tecnica (molto probabilmente possibile sulla base della normativa vigente) di destinare, direttamente o indirettamente, il risparmio ottenuto proprio al Garante dei detenuti di Pistoia e al suo Ufficio.

Concludendo, il carcere non è un elemento esterno alla città, il carcere, con tutti/e coloro che lo abitano, che ci lavorano, che vi gravitano, è, deve sempre essere, parte integrante della città e della comunità.

Ovviamente se vogliamo essere concretamente e politicamente coerenti rispetto alla nostra, a parole, amata Costituzione e non ci vogliamo, invece, limitare, solo a leggerla senza comprenderla davvero, magari declamandone a memoria casuali estratti.

Senza, politicamente, viverla.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

lunedì 10 agosto 2026

"SENTIRE CIO' CHE NON FA RUMORE": IL CARCERE E LA COMUNITA', DA REGINA COELI A PISTOIA.

Agosto, per chi ha sensibilità al tema, è tradizionalmente il mese della mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri.

Ce lo ha insegnato per decenni Marco Pannella che sceglieva, emblematicamente, la data del 15 del mese, il più festivo dei giorni festivi, per realizzare, insieme ai radicali, le proverbiali visite di denuncia nei penitenziari di tutta Italia.

Le Unioni delle Camere Penali, da tempi più recenti, organizzano un'iniziativa intitolata "Ristretti in Agosto", nell'ambito della quale, meno di una decina di giorni fa, anche il nuovo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi ha visitato, accompagnato dall'Assessore al sociale Giannessi (Sandro) la casa circondariale posta ai margini del centro della città toscana.

Oltre alle iniziative dei radicali (orfani di Pannella) e delle Unioni delle Camere Penali i giorni scorsi sono stati caratterizzati anche dall'impegno delle ACLI sul tema.

Le ACLI sono peraltro tra le fondatrici della coalizione Alleanza per l'Articolo 27, nata per chiedere il rispetto della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. La mobilitazione dell'associazione presieduta a livello nazionale dal pisano Emiliano Manfredonia, ha realizzato ispezioni in 37 istituti penitenziari italiani, rilevando picchi di sovraffollamento fino al 250%.

Nell'ambito della loro attività per le carceri le associazione cattolica ha denunciato l'emergenza caldo nei mesi estivi, con frequente invivibilità delle celle ad agosto, la mancanza di ventilatori, frigoriferi e spazi protetti dal sole, con temperature insostenibili e celle dotate persino di letti a tre piani. 

Un tema specifico è quello legato alla gestione dei detenuti con dipendenze anche rispetto alle modifiche al Testo unico sugli stupefacenti. 

Se  lo strumento della detenzione domiciliare per i percorsi di recupero risulta per le ACLI positivo, come spesso accade nelle carceri italiane (e Pistoia non fa eccezione...) risultano però mancare adeguate risorse e personale sufficiente. 

Con una corretta e innovativa visione del futuro le ACLI si sono poi dotate, negli ultimi anni, anche di un Dipartimento per la promozione dello strumento della "giustizia riparativa".

Tornando a Pistoia, so che, per una volta, deluderò qualcuno/a, ma, in questo caso non ho (almeno rispetto a Giovanni Capecchi) alcuna critica da fare: il neosindaco di Pistoia ha toccato tutti i temi più importanti e ha fatto sentire opportunamente la propria voce, prendendosi anche qualche impegno concreto per il futuro.

D'altronde il sindaco di un comune capoluogo sul carcere ha influenza e poteri, ne parlerò più avanti.

I problemi del penitenziario cittadino non sono certo paragonabili a quelli, più che enormi, del carcere fiorentino di Sollicciano o di quello di Prato, ma anche nel penitenziario di Pistoia (che, va ricordato, è una casa circondariale maschile con detenuti in attesa di giudizio o, comunque condannati a pene non superiori a cinque anni) le criticità non mancano.

La frase con cui i giornali cittadini hanno sintetizzato la visita di Capecchi al carcere della città centra i due problemi principali (che non sono gli unici): "Sovrannumero e poco personale".

In occasione della visita del sindaco si è fatto sentire (finalmente...?) anche il Garante dei Detenuti di Pistoia, l'avvocato Tommaso Sannini che, insieme alla Camera Penale di Pistoia, ha dichiarato: "la situazione che abbiamo trovato è decisamente peggiorata rispetto a quella degli anni scorsi, a causa del sovrannumero dei detenuti: 85 al posto dei 63 che la struttura sarebbe destinata ad accogliere". 

Il sovraffollamento non è l'unico problema: il personale amministrativo e di polizia penitenziaria è sotto organico, e ciò contribuisce a rendere ancora più difficoltosa la vita all’interno della casa circondariale. Su un organico di circa quaranta agenti, ne mancano, infatti, all’appello circa una decina.

Nel carcere di Pistoia opera da anni con incisività ed impegno l'associazione Il Delfino, presieduta da Anna Chiara Corsi.

Quattro le principali attività promosse da Il Delfino: i colloqui con i detenuti, le attività ludiche, la lettura dei quotidiani e la Messa, officiata dal cappuccino Padre Alfredo Paladini.

Oltre a sovraffollamento e mancanza di personale, il carcere di Pistoia risulta piuttosto debole sia nelle attività di studio (è possibile conseguire solo il diploma di scuola media inferiore) che di reinserimento al lavoro, svolte senza il supporto di realtà associative e sussidiarie.

Ridotte anche le possibilità di formazione professionale, come il conseguimento dell'abilitazione HCCP, funzionale al coinvolgimento dei detenuti nella preparazione dei pasti nella cucina del carcere che sembra risentire, a detta dei detenuti stessi, di una qualità bassissima delle materie prime.

Rispetto agli oltre ottanta detenuti (molti in attesa di giudizio) gli immigrati oscillano tra il 35 ed il 40% con provenienze principalmente da Tunisia, Marocco, Albania e Romania.

Un altro aspetto problematico, pur in presenza di una biblioteca del carcere dignitosa, è la totale mancanza di interlocuzione/collaborazione con la Biblioteca San Giorgio che, invece, era attiva in passato, con la possibilità per i detenuti di usufruire, con un servizio dedicato, del prestito bibliotecario.

Un altro tema problematico piuttosto singolare, è il costo davvero ingiustificato delle telefonate per i detenuti, in Italia e all'estero, con i carcerati pistoiesi costretti ad acquistare obbligatoriamente delle "schede telefoniche" stile anni Ottanta, dai prezzi del tutto "fuori mercato".

Non semplici, infine, le attività sportive, dopo la chiusura, anche per giustificati motivi di sicurezza, della palestra interna.

"La misura civica e morale di una comunità – ha sottolineato il Sindaco Giovanni Capecchi, ripreso dai quotidiani cittadini – si riconosce soprattutto dalla capacità di guardare a chi vive nei luoghi più complessi ed esposti alla sofferenza. La Casa Circondariale è parte integrante del nostro tessuto cittadino e non può essere considerata un mondo a parte o isolato dalla città. Oggi più che mai - ha ribadito giustamente il sindaco - abbiamo il dovere di riaffermare tre principi fondamentali: l’ascolto autentico, il rispetto della dignità della persona e l’umanità verso tutte e tutti". 

A margine dell’incontro in carcere - si legge su La Nazione - i rappresentanti della Camera Penale di Pistoia e dell’amministrazione comunale hanno quindi ribadito come la funzione costituzionale della pena debba sempre tendere alla rieducazione, al reinserimento sociale e al rispetto dei diritti fondamentali della persona, garantendo al contempo condizioni lavorative adeguate e dignitose per tutto il personale penitenziario.

Tutto questo, da verificare nella sua concretezza, ha un valore particolarmente significativo nel contesto attuale in cui viviamo.

Ha colpito e sconcertato, qualche giorno fa, una nuova dichiarazione davvero improvvida di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, passata un paio di anni fa da Forza Italia Fratelli d'Italia.

Di fronte all'impegno di un deputato di Forza Italia, Tommaso Calderone e, più in generale, del partito azzurro per l'avvio di un'indagine conoscitiva sulle condizioni delle carceri italiane, Bartolozzi ha sventuratamente tacciato la meritoria iniziativa come: "populista" e: "degna di un partito di opposizione".

L'ex magistrata si è sostanzialmente autoassolta ed ha autoassolto anche il Ministro Carlo Nordio, lasciando incredibilmente capire, con la sua consueta arroganza, che occuparsi della situazione dei detenuti nelle carceri italiane sia un'attività sostanzialmente da demandare alla sinistra.

Niente di nuovo, per carità, è noto che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove sia stato al centro di durissime polemiche politiche e istituzionali a causa di alcune dichiarazioni sui detenuti, in particolare per aver affermato di provare: un'"intima gioia" nel non far respirare chi sta dietro i vetri oscurati delle auto della Polizia Penitenziaria.

Ad aggravare un contesto generale così complesso, complicato anche dai famigerati, repressivi e ripetuti c.d. "decreti sicurezza" si sono verificati, pochi giorni fa, i fatti del carcere di Porto Azzurro (Livorno).

In un luogo storico come Porto Azzurro, di cui parlerò più avanti, circa trenta detenuti sarebbero stati coinvolti in una violenta colluttazione in un reparto "aperto" del carcere. 

La fonte è un sindacato di polizia tendenzialmente di destra, il Sappe che ha denunciato che: "per riportare la situazione sotto controllo è stato necessario l'intervento massiccio della polizia penitenziaria, compreso personale libero dal servizio e alcuni detenuti sono rimasti feriti in modo non grave. Dai controlli sono stati rinvenuti oggetti non consentiti e potenzialmente utilizzabili come strumenti atti ad offendere".

Certamente, nel 2026, i problemi nel carcere di Porto Azzurro, così come in altre carceri toscane (Pistoia compreso), come già detto, non mancano.

Quello che colpisce e preoccupa tantissimo è la dichiarazione di Donato Capece, segretario generale del Sappe che si è scagliato contro la storia di Porto Azzurro, carcere che ha, da oltre quarant'anni, un modello di detenzione appunto a: "porte aperte" (non è un paradosso).

Capece ha dichiarato battagliero alla Nazione di Livorno,  supportato dal suo segretario generale toscano Oliviero:

"Il modello detentivo a porte aperte non può diventare un dogma ideologico da applicare indipendentemente dalle condizioni concrete dell'istituto e dalla tipologia dei detenuti presenti. Porto Azzurro non può essere trattato come un contenitore nel quale trasferire indiscriminatamente detenuti provenienti dagli istituti circondariali senza una seria valutazione della compatibilità con la struttura, con il modello organizzativo e con le effettive capacità gestionali. La composizione della popolazione detenuta incide direttamente sulla sicurezza".

Anche Pasquale Amato, dirigente Sappe di Porto Azzurro, ha sottolineato: "non possiamo continuare a chiedere ai poliziotti penitenziari di fare miracoli. Il personale è stanco, sottoposto quotidianamente a una pressione enorme e costretto a gestire situazioni sempre più complesse." 

Fin qui osservazioni condivisibili, ma poi parte, grave, l'attacco politico sul tema della rieducazione della pena e dell'apertura del carcere all'esterno:

"Se l'Amministrazione ritiene che il modello a porte aperte sia ancora sostenibile, deve garantire concretamente tutte le condizioni organizzative e di sicurezza necessarie. Altrimenti deve avere il coraggio di modificarlo".

Leggere di questa situazione nel carcere dell'Isola d'Elba, mi ha fatto tornare bambino, all'agosto 1987.

Avevo da un mese compiuto otto anni, ma la rivolta del carcere di Porto Azzurro me la ricordo benissimo, perchè colpì profondamente proprio il mio immaginario di bambino.

La rivolta iniziò il 25 agosto 1987 e durò sette giorni. Nato inizialmente come un tentativo di evasione da parte di un gruppo di ergastolani guidato da Mario Tuti e Mario Ubaldo Rossi, l'evento si trasformò nel sequestro di 33 ostaggi (tra guardie e civili).

I rivoltosi chiesero addirittura un elicottero per fuggire ("partito dell'elicottero"), ma lo Stato scelse la linea della fermezza.

I negoziati durarono una settimana e videro l'intervento di garanti esterni e mediatori (tra cui Ernesto Olivero del Sermig). 

Un ruolo chiave nella risoluzione pacifica fu giocato dalle garanzie legate all'applicazione della neonata legge Gozzini sull'ordinamento penitenziario.

La crisi si concluse senza spargimenti di sangue, con la liberazione di tutti gli ostaggi e la resa dei detenuti.

Tutto ciò avvenne per un preciso motivo.

Nell'agosto del 1987 la Casa di Reclusione di Porto Azzurro era considerata un vero e proprio modello all'avanguardia per le politiche di trattamento e riabilitazione dei detenuti. 

Il carcere dell'Isola d'Elba si distingueva nel panorama penitenziario italiano per l'applicazione avanzata dei principi di reinserimento sociale. 

Il primato qualitativo della struttura prima della rivolta del 25 agosto 1987 si basava su alcuni pilastri specifici: 

-attività riabilitative: i detenuti erano attivamente coinvolti in svariati programmi ricreativi, culturali, artistici e lavorativi volto al loro reinserimento;

- clima disteso: l'istituto offriva un ambiente sereno e un rapporto insolitamente collaborativo e aperto tra la polizia penitenziaria (allora agenti di custodia) e la popolazione carceraria;

- apertura verso l'esterno: la direzione promuoveva la cooperazione con la comunità locale dell'isola per scongiurare l'isolamento sociale dei reclusi.

Tutto ciò ebbe un impatto decisivo sulla rivolta: l'approccio progressista e "illuminato" emerse chiaramente proprio durante i drammatici sette giorni del sequestro guidato dal terrorista nero Mario Tuti. 

La stragrande maggioranza dei detenuti rifiutò di associarsi alla rivolta armata e scelse di prendere le distanze dai sei sequestratori. 

Molti di loro si rinchiusero spontaneamente nelle proprie celle proprio per tutelare quel modello di reclusione e non perdere i diritti e il clima di fiducia conquistati fino a quel momento.

La gestione pacifica della crisi permise in seguito di salvaguardare i decreti della recente Legge Gozzini (varata nel 1986), che molti settori politici dell'epoca avrebbero voluto revocare in risposta al sequestro.

Porto Azzurro, allora come oggi, senza nascondere i problemi che ci sono, anche in barba alla dottoressa Bartolozzi, ci insegna molto. 

La sua storia deve, auspicabilmente, arrivare fino a Firenze, Prato e, nel piccolo, anche a Pistoia.

Una Pistoia che si appresta all'importante nomina di un nuovo Garante dei detenuti, dopo il non entusiasmante nè incisivo, mandato dell'avvocato Sannini.

Non può essere dimenticato (anche se a Pistoia ci si dimentica tutto...) che, dopo la positiva esperienza come Garante dei detenuti dell'avvocato penalista Antonio Sammartino, durata dal 2012 al 2015, questa importante figura sia rimasta vacante a Pistoia, incredibilmente, per sette lunghi anni.

Si è dovuti arrivare sino al 2022, con gravi responsabilità condivise sia nel centrosinistra (amministrazione Bertinelli) che nel centrodestra (doppie, visti gli anni passati senza decisioni da parte dell'amministrazione Tomasi).

Su questo punto Giovanni Capecchi, che ha il diritto/dovere, di sollecitare candidature autorevoli da proporre al Consiglio Comunale di Pistoia (che sul punto dovrà votare a scrutinio segreto), deve essere tempestivo ed incisivo e non può, non deve fermarsi ad atti e gesti di immagine, simbolici.

Un Garante efficace, presente, inclusivo, coraggioso, competente, supportato non può risolvere tutti i problemi, ma rappresenta un punto di partenza importante.

Non si tratta, infatti, solo di "fare".

Occorre, come traspare anche dalle parole di Giovanni Capecchi, soprattutto: "essere".

Sul carcere occorre tutti e tutte cambiare lo sguardo e non fare silenzio.

Anche se, può sembrare strano, dentro al carcere di Pistoia un aspetto che manca è proprio il silenzio.

Si pensi solo alle rumorosissime, enormi, vetuste chiavi delle celle.

Uno dei momenti - ha ricordato un detenuto agnostico che la frequenta - in cui si può assaporare, vivere il silenzio, nel carcere è la Messa, frequentata da più di un terzo dell'intera popolazione carceraria.

Federico Fellini ne La voce della luna ci ha consegnato questa riflessione:

"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire".

Il silenzio, da sempre, inquieta, ma nell'epoca del rumore onnipresente, riscoprire e coltivare il silenzio rappresenta un atto politico, una forma di resistenza, un punto generativo e rivoluzionario di partenza e di speranza.

Noi che stiamo fuori dal carcere e che i tanti rumori del carcere non siamo costretti a sentirli, dobbiamo compiere un vero e proprio atto politico: "sentire ciò che non fa rumore".

Dobbiamo sentire, vedere, la fragilità, il disagio, la necessità di cura, l'urgenza e il diritto a una seconda possibilità.

Sentire il silenzio di un carcere rumoroso, significa, su questo concordo totalmente con Giovanni Capecchi, educare, migliorare, rigenerare un'intera comunità.

Il carcere, a Porto Azzurro come a Pistoia, a Prato, come a Sollicciano, non può rappresentare, come ha descritto il sociologo Ervin Goffman, un'istituzione totale, concentrazionaria. 

Deve, invece, essere aperto, penetrabile, ovviamente con le dovute garanzie e i necessari investimenti.

Ce lo dimostrò, da poco eletto, Papa Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano Secondo, con la sua rivoluzionaria e allora assolutamente inconsueta visita nel carcere romano di Regina Coeli nel giorno di Santo Stefano del 1958.

Le sue parole rimangono scolpite nel tempo, indelebili, incancellabili anche in questo bastardo, disperato, eterno, ignorante, furioso presente:

"Ho messo i miei occhi nei vostri occhi e il mio cuore vicino al vostro".

Una frase profondamente spirituale, umana, politica, quella di Papa Giovanni.

C'è un fatto storico di quella visita forse meno noto; lo vorrei dedicare, ricordare, in particolare a Bartolozzi e Del Mastro:

"Mentre si avviava all’uscita della prigione, Papa Giovanni vide un uomo staccarsi dal gruppo dei reclusi raccolti attorno all’altare. Quello lo guardò con occhi arrossati dal pianto e, cadendogli ai piedi, domandò: “Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me, che sono un grande peccatore?

Roncalli non rispose. Si chinò sull’uomo, lo sollevò, lo abbracciò e lo tenne a lungo stretto a sé."

Non servono, credo, altre mie parole.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.