domenica 26 aprile 2026

TRA L'OMBRONE E L'HUDSON: IL PANE E LE ROSE DI GIOVANNI "ZOHRAN" CAPECCHI.

"Quel giorno abbiamo parlato della visione della città come un luogo dove le persone che l'hanno costruita possano permettersi di vivere... possano permettersi tutti i beni di prima necessità e anche di più.

Ha poi aggiunto il candidato sindaco: "Questa è una città dove dovremmo permetterci di sognare".

No, non siamo sulle rive dell'Ombrone, a Pistoia

Eravamo, nel 2022, sulle rive dell'Hudson. New York City.

Prima che tutto accadesse. Prima che tutto apparisse, anche lontanamente, possibile.

Non erano in tanti, solo quattro, anche tre anni fa, a scommettere su Zohran Mamdani, quando il neo sindaco di New York ha iniziato la corsa i sondaggi gli davano l'1%.

Con centomila volontari Mamdani, il sindaco "socialista" di New York ha sconfitto un candidato che, per la campagna elettorale, ha speso 55 milioni di dollari.

E' molto istruttivo leggere, per intero, il reportage di Lize Featherstone, editorialista di JacobinMag, tradotta e pubblicata nell'ultimo numero della stratosferica rivista Jacobin Italia, dedicato alle nuove forme globali del socialismo.

Diciamocelo chiaramente Mamdani ha trionfato contro ogni previsione anche perchè ha detto ai cittadini e alle cittadine che la vita che si meritano è fatta anche di diritti, sport, divertimento, cultura, piacere.

E' fatta anche di Sogni (individuali e collettivi) che si avverano.

E', se ci si fa caso, esattamente l'approccio (vedremo a fine maggio se in questo caso vincente) che ha adottato a Pistoia Giovanni Capecchi, sin dall'inizio, sin da quando non era nemmeno un candidato alle primarie di centrosinistra.

Inondando Pistoia, di energie, volontari/e, ambizione di partecipazione il professore di letteratura italiana dell'Università per stranieri di Perugia, tra i massimi esperti mondiali di Pinocchio, icona del territorio della sua città, altro non ha fatto che rovesciare paludi e campi minati, scetticismo e sensi partitici di superiorità, appiattimento sul politichese e sull'esistente, disunità priva di speranza.

La strada è lunga, il centrodestra pistoiese si è rafforzato con nove anni di potere e mostra il volto moderato, esperto e rassicurante del sindaco facente funzioni Annamaria Celesti, una che ha saputo svolgere un discorso per il 25 aprile che farebbe invidia a molti politici navigati di centrosinistra.

Qualcosa che al suo predecessore nella carica di sindaco, AlessandroTomasi, da sempre miltante di destra destra non è mai riuscito. Nemmeno lontanamente.

Ci sono alcuni insegnamenti, peraltro, della campagna newyorkese che possono risultare utili, nel suo piccolo, a Giovanni Capecchi, in questo ultimo mese, scarso, di rush finale.

Mamdani non si è concentrato mai, oltremisura, nell'attaccare, a differenza di altri candidati di "sinistra" l'establishment del Partito democratico. La sua campagna non ha mai perso di vista il fatto che aveva di fronte la destra repubblicana a New York, ma soprattutto Donald Trump a Washington.

La chiave di volta è stato parlare alla working class che aveva votato, disillusa, a destra o non aveva votato proprio. Quella che fatica ad arrivare a fine mese.

Ha parlato molto anche contro l'Ice, contro la militarizzazione delle città americane e la compressione, forzata, dei diritti di tutti, a partire dai più fragili.

Ogni punto della campagna di Mamdani per New York su è concentrato su una parola: accessibilità.

Parliamo di alloggi e affitti, prezzi accessibili, assistenza all'infanzia universale, autobus gratuiti, ma anche, ad esempio, di cultura.

Tutti, o gran parte dei cittadini di New York, hanno capito, gradualmente, che una vittoria di Mamdani sarebbe andata a loro vantaggio.

Anche la classe medio-alta (pur se in misura minore) è stata mobilitata, ed è stato questo il vero miracolo del neo sindaco di New York, accendere una Speranza di cambiamento migliorativo, non priva di radicalità, ma soprattutto diffusa, ampia.

C'è un episodio che è stato davvero iconico per la nuova amministrazione.

Una donna, un'infermiera, qualche tempo fa, è salita su un bus. E ha iniziato, nervosamente, a cercare la sua MetroCard, senza successo. Quando l'autista (non lo sono ancora tutte) le ha segnalato che quella corsa nel Bronx era gratuita, la passeggera, per la gioia, ha iniziato a ballare il cha-cha-cha.

Dopo che il video è diventato virale, il neosindaco ha chiesto a tutti i suoi consiglieri/e di mettersi nei panni dell'infermiera e di: "espandere in tutta la città quel sentimento di gioia e di sollievo" che l'aveva portata a ballare davanti a degli sconosciuti.

Come in Italia il comune di New York non ha, sostanzialmente, poteri fiscali propri, quindi per realizzare completamente il programma di accessibilità sui mezzi pubblici, ci vorrà molto tempo.

Ma un segno, vivo e vero, un sogno di Speranza è già iniziato.

C'è un punto ancora più importante.

Mamdani nella sua campagna si è dichiaratamente ispirato ad una donna, la lavoratrice tessile e sindacalista Rose Schneiderman.

Nel 1912, durante lo sciopero dei lavoratori tessili delle fabbriche di Lawrence in Massachusetts, concluso con una grande e decisiva vittoria, la leader sindacale tenne un celebre discorso i cui contenuti sono sono stati asse portante la vittoriosa campagna elettorale:

"Ciò che vuole la donna che lavora è il diritto a vivere, non semplicemente a esistere: lo stesso diritto alla vita che ha una donna ricca: il diritto al sole, alla musica e all'arte. I ricchi non hanno ulla che anche il lavoratori più umile non abbia il diritto ad avere. Chi lavora deve avere il pane, ma anche le rose".

Non era una sua frase originale, ma la sindacalista, centoquindici anni fa, la rese immortale, con quel memorabile discorso, all'indomani di una vittoria concreta per le condizioni materiali delle lavoratrici tessili.

Mamdani ha certamente messo il pane, l'economia, in tempi, peraltro, di crisi al centro della sua campagna elettorale, ma non ha mai dimenticato, un po' come Giovanni Capecchi, andando su e giù, per il territorio di Pistoia che non sarà New Yo5k, ma da Bottegone a Orsigna è parecchio ampio, di parlare, sempre, anche di rose.

In sintesi il fulcro di questa campagna è stato il diritto collettivo ad avere una vita bella, piena.

La forza di Mamdani, esattamente, come quella di Giovanni Capecchi, è stata il passaparola tra i cittadini, il moltiplicarsi sostanzialemente automatico, sponteneo dei volontari e delle volontarie, che andavano a bussare ai vicini, con cui, forse mai, avevano parlato di politica precedentemente.

Zohran ha dimostrato, sinceramente, che tutto è davvero possibile.

Giovanni Capecchi è anche molto diverso da lui, non ce lo immaginiamo, ad esempio, a pochi giorni dal voto a ballare fino a notte fonda in una discoteca queer.

Ed è giusto così, troppe volte la sinistra italiana ha adottato acriticamente come modelli Papi stranieri.

Ma, pur nelle differenze e con la necessaria consapevolezza che, almeno per ora, pur essendo "la più bella città d'Italia" (G. Capecchi cit.) Pistoia non è (ancora...) New York, un seme importante di ispirazione, mobilitazione e speranza è stato già gettato.

Pistoia, come New York, città di Pace, aperta al mondo. Inclusiva per davvero. Sostenibile.

Contro cinismo e tecnofascismo.

Con una: "rabbia che significa, esserci per se stessi, ma soprattutto per gli altri/le altre, uscire dall'invisibilità, prendere parola" (cit. Lavinia Ferrari); una rabbia che può e vuole trasformarsi in abbraccio generativo, amore politico, "politica della cura, del servizio, del sogno" (cit. Francesco Branchetti).

Incrociamo le dita, mobilitiamo i cuori, suoniamo la porta ai vicini...

Camminando, correndo sull'Ombrone e sui suoi affluenti, come se fossimo sull'Hudson!

Con Giovanni "Zohran" Capecchi!

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

sabato 25 aprile 2026

LA "DON BIANCALANI SRL" VA ESPULSA DA PISTOIA. UN PO' COME L'ECCESSO DI GLIFOSATO.

Avvertenza: la ragione e gli obiettivi di questa riflessione non sono la rissa o tantomeno la diffazione di una persona che ritengo in grave difficoltà, ma chiarire i fondamenti e le modalità vere di accoglienza e integrazione, connesse al fenomeno migratorio, in un tempo complesso come quello che viviamo.

Personalmente mi sono sempre occupato di integrazione e accoglienza, in primis come volontario, anche in situazioni molto complesse e difficili, come la Gorizia frontiera di Schengen dei primi anni Duemila, punto di approdo della prima c.d. "rotta balcanica".

Ho chiarito quali siano le mie idee sulle politiche migratorie e le fondamentali e necessarie azioni di accoglienza e integrazione, ad esempio, qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/04/uno-piu-uno-non-fa-due-per-politiche-e.html

Ma mi sono sempre, anche professionalmente, per circa venti anni occupato anche di lavoro sommerso, irregolare, capolarato, dumping, distacco illecito transnazionale di manodopera, falsi distacchi, cooperazione anche transfrontaliera con le attività ispettive del lavoro etc.

Qualche riflessione, forse utile, si può, ad esempio, trovare qui, in particolare sui temi di lavoro, sfruttamento, discriminazione, diseguaglianze: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/search?q=bilal

Ovviamente non parlo di espellere fisicamente Don Biancalani, "parroco" di Ramini,  frazione di Pistoia, come persona, ma di approfondire il suo "sistema" che, a tratti, a me pare perverso, certamente totalmente contraddittorio e controproducente.

Ne ho lungamente parlato su Report Pistoia, l'articolo è stato letto da migliaia di pistoiesi e non solo (Don Biancalani è molto conosciuto fuori dalla città, a partire dai salotti della sinistra radical chic di Firenze...): https://www.reportpistoia.com/don-biancalani-pietismo-non-vera-accoglienza-e-integrazione-occorre-cambiare-rotta/

Ieri, su un social, sono stato minacciato di querela con tanto di coinvolgimento pubblico di un avvocato non da un profilo personale, ho scoperto, ma da un fantomatico e impersonale: "Don Massimo Biancalani - Volontari Vicofaro", impresa locale SrL.

Non volevo credere a tanti detrattori estremi del "parroco" di Ramini e che fosse vero che ci fosse un profluvio di utenze social riconducibili a Don Biancalani.

Invece è così. Mi si dirà, ma che male c'è che ci sia un social degli ex volontari di Vicofaro? Ci mancherebbe.

Ma perchè, personalizzare, e chiamarlo con il nome dell'insegnante e del sacerdote pistoiese?

Perchè, ad esempio, pubblicamente appare sempre e solo Don Biancalani (recentemente anche su Sat 2000) e mai, dico mai un volontario o una volontaria, mai un migrante (e ce ne sono in tanti che parlano l'italiano?)

Il degrado assoluto cui era giunta (gradualmente e inesorabilmente) la vicenda di Vicofaro è certificato dai verbali dello sgombero. 

La parrocchia era stata svuotata di fedeli, volontari, espropriata alla cittadinanza. Il Giardino dei giusti che era stato realizzato con il Centro Studi Donati e a cui anche io avevo presenziato all'inaugurazione era stato ridotto ad un orinatoio/immondezzaio.

Soprattutto: ma di quale accoglienza parlavamo e parliamo? 

L'ammasso di persone, senza un minimo di guida, presenza, attenzione, cura.

La stessa cosa, ma è ancora più grave, perchè la vicenda Vicofaro sembra non aver insegnato nulla è successa a Ramini ed è stato davvero scandaloso (io c'ero, ho visto e posso valutare con cognizione di causa) che Don Biancalani (in questo caso in persona) approfittando della presenza di uno, dicesi un, candidato di centrodestra, abbia apostrofato i suoi parrocchiani esausti e fin troppo pazienti (almeno fino ad ora...) come degli "sparuti fascisti" o poco ci manca.

L'arroganza e direi la cattiveria di Don Biancalani non sono descrivibili, così come i danni, forse irreparabili, almeno a Vicofaro e Ramini, su future, assennate, politiche di accoglienza, integrazione, convivenza.

Pistoia ha ben altra tradizione di gestione delle politiche migratorie: ho citato, in passato il Centro Antidiscriminazione della Provincia e il Centro Stranieri del Comune.

La maggioranza di centrodestra ha fatto poco, sostanzialmente nulla, ma il declino era già cominciato prima con l'ultima giunta Berti e con la giunta Bertinelli, almeno io la penso così.

Poi, è chiaro, il Comune non ha tutte le competenze, ma non è vero che non ne abbia alcuna, come ha scritto recentemente, a commento di una mia riflessione, l'assessore ex Tomasi ora giunta Celesti, il leghista Bartolomei.

E' chiaro che Matteo Salvini e Massimo Biancalani (un tempo entrambi in auge, oggi entrambi in declino) si sorreggono e si alimentano reciprocamente.

L'uno è necessario all'altro. 

Ed è significativo che un social come la Biancalani Srl (o come si chiama, ho perso il conto...)che dovrebbe essere un organismo parrocchiale, rilanci, invece, acriticamente i post di forze politiche che hanno, in realtà, molto da rimproverarsi su come hanno gestito le politiche migratorie della Legge Turco Napolitano e dai respingimenti in Libia in poi...

Ma l'automomia dalla politica (non l'indifferenza), l'autonomia dai partiti è qualcosa di avulso, alieno a Don Biancalani, lo abbiamo visto ampiamente.

Infine, credo di essere stato attaccato, per aver ricordato i noti trascorsi di destra del "sacerdote-insegnante".

Li ricordano in tanti, a partire dai suoi ex alunni/e (alcuni sono anche di Ramini...)

Ricordano le copie de Il Giornale e di Libero portate in classe, la giusficazione e il sostegno, sostanzialmente acritico, agli attacchi Usa in Iraq e in Afganistan (ricordate le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein?) in un tempo in cui l'amministrazione Bush era guidata culturalmente dai c.d. "atei devoti".

Intellettuali, si fa per dire, che utilizzavano la religione, il cristianesimo (ora nella versione del cattolicesimo, più frequentemente nelle varianti più estreme del protestantesimo suprematista) magari pur non essendo credenti, come spada dell'Occidente, in moderne crociate, giustificate, in realtà, solo dagli appetiti neoliberisti e dalla sete di petrolio.

Altro che Papa Francesco!

Insomma, ripenso agli epiteti che mi sono stati lanciati sia da candidati di Pistoia Rossa (che poi nel suo programma prende, correttamente, distanze nettissime dalle esperienze di Vicofaro e Ramini, proponendo, per le politiche di accoglienza, il "modello Riace") sia da Don Biancalani, sia dai suoi (sempre meno e sempre meno convinti) pasdaran.

Biancalani in persona ha anche fatto allusioni pubbliche, lavorative sulla mia personale vicenda con un una confederazione sindacale che, dopo venti anni mi ha messo alla porta, solo perchè ho tenuto la barra dritta, dei diritti, del lavoro e della rappresentanza. Dell'etica.

La cosa, credo, si commenti da sola. Fa davvero schifo.

Chi volesse approfondire trova tantissimi articoli, ma il più breve ed efficace è questo, legato ad una mia intervista a Radio Onda d'Urto (Radio Onda d'Urto, don Biancalani srL, non Radio Casapound!): https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw

Mi sono sentito dare del coglione, del suprematista bianco, dell'iperprotagonista (ho la stessa posizione su Biancalani e le sue sciagurate politiche dal 2016...), del razzista, della zecca che deve liberare Pistoia, di una persona che deve essere, intimorita, cancellata, denunciata...

So bene di aver toccato un tasto duro, con parole dure, senza porgere, granchè, l'altra guancia.

Ma so anche che ragazze minorenni a Ramini non escono più di strada, hanno dovuto fare denuncia di tentata aggressione.

So bene che a Ramini nessuno, nessuno (non c'entrano nulla le idee politiche) va alla messa domenicale.

Non c'è più il catechismo, non si somministrano, spesso, più nemeneno le estreme unzioni a chi ha vissuto una vita in quella frazione.

Non si tratta di essere di destra (cosa peraltro legittima), non si tratta di essere, come mi è stato scritto, dei "baciapile".

Non si tratta nemmeno, sempre, di difendere acriticamente la c.d. legalità o leggi inique.

Quando l'elemosiniere di Papa Francesco, un cardinale polacco, è andato a riattaccare la corrente a un centro sociale romano, io ci ho scritto un saggio di sostegno per un libro, non ho condannato questo gesto.

Ma quando un sacerdote che, incredibilmente, si richiama a Don Lorenzo Milani, sembra giustificare qualsiasi abuso, a partire da quelli sulle donne, io non ci sto.

Ci sono diritti, ma ci sono doveri. E' questa la cittadinanza. E' questa la comunità.

E il sistema Biancalani va espulso. Da Pistoia, da Ramini.

Un po' come l'eccesso di glifosato dai vivai.

Si può fare molto meglio e di più e senza inquinare l'aria, alimentare la paura, erigere muri che minano la convivenza e curano solo le apparenze.

Senza buttare qui e lì querele, solo per intimorire le voci critiche (altro che disobbediente libertario...)

Costruiamo, insieme, una pistoia multiculturale, città di Pace, aperta al mondo.

Davvero antirazzista e antifascista.

Senza la Don Biancalani SrL che per me può querelarmi pure, così faremo ulteriore luce su questo disastroso, perverso e dannoso sistema.

Francesco Lauria

venerdì 24 aprile 2026

PORTIAMO IL MARE, L'OCEANO A PISTOIA. BUON 25 APRILE! DI RESISTENZA E DI PACE. TRA SILVANO FEDI E GIUSEPPE GOZZINI

Come tutti i "vecchi", in circostanze importanti ed evocatrici di memoria mi capita di riprendere parole, dialoghi passati.

Vale anche per questo 25 aprile, importantissimo, pur se forse di passaggio, a Pistoia come, in generale, in Italia.

Nel 2013, mentre mi trasferivo definitivamente da Roma proprio a Pistoia, svolsi per la rivista Contromano un dialogo molto profondo con uno dei mei mastri di politica, vita, poesia: Giovanni Bianchi, già Presidente Nazionale delle Acli e, allora, Presidente dell'Associazione dei Partigiani Cristiani (Apc).

Riprendo le parole di Giovanni:

"Quando si strappano o si dimenticano le radici in genere si evocano i fantasmi del nuovismo, ma la perdita delle radici e della memoria consente soltanto di passare dal vecchio al vuoto. 

Guidare una grande associazione confrontandosi con le aggressioni dell’anagrafe significa soprattutto tenere culturalmente e concretamente insieme passato e futuro. 

Le grandi idealità del passato e gli esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. Chi ha il coraggio della discontinuità deve avere acuto il senso della storia: la grande politica è in grado di andare anche “contro” la storia, perché la conosce, la rispetta, sa che è indispensabile miniera nella quale è bene continuare a discendere.”

Come ricordai anche nel 2022, in un mio complesso pezzo su Adista, una delle prima idee di Giovanni Bianchi da Presidente Apc, fu quella di promuovere gruppi di incontro intergenerazionali sul rapporto tra “Resistenza e Costituzione” introducendo anche il tema dell’art.11 e del ripudio della guerra:

L’ex presidente nazionale delle Acli spiegava: “Una grande epopea popolare come la Resistenza rischia la noia delle liturgie ripetute

I protagonisti di allora sono tutti da tempo avviati verso l’altra sponda. I superstiti hanno tenuto e tengono ancora alta la fiaccola, ma i più baldi hanno superato gli ottantacinque anni (era il 2013 ndR). 

L’idea va letta in questa prospettiva: messa in comune di storie ed energie con la possibilità concreta di aprire alle nuove generazioni. 

Fu Dossetti a indicare il legame profondo tra Resistenza e Costituzione. Nel senso che il patrimonio antropologico e ideale della Resistenza trova sbocco e architettura nella “più bella Costituzione del mondo”.

Continuava, con parole attualissime:

“La Costituzione non è leggibile infatti (si pensi all’articolo 11 e a quel verbo inedito che recita “l’Italia ripudia la guerra”) senza la pressione della seconda guerra mondiale e la spinta di ideale delle Resistenze europee. Sarebbe sufficiente una rilettura dei testi poetici e teatrali di padre Turoldo a ricreare una irripetibile atmosfera. 

Possiamo risalire all’epopea resistenziale, connubio di lotta armata sui monti e trasformazione delle coscienze nelle città, a partire dalla codificazione degli articoli forgiati alla Costituente. 

L’idea ha cominciato a funzionare. Il ponte tra le generazioni vede la costruzione delle prime campate, pur lavorando con i “mezzi poveri” consigliati da Giuseppe Lazzati.”

Era il 2013, ed era appena arrivato, in Italia e nel mondo, il turbine bello e sconvolgente di Papa Francesco.

Rispondeva così, alle mie sollecitazioni, Giovanni:

“La prima enciclica di Papa Francesco consiste nel nome. Il Papa gesuita che indica per il discernimento e per la pratica le “periferie esistenziali”. 

Il cristianesimo ha bisogno di riflettere non soltanto sul rapporto con l’illuminismo, ma sui luoghi che ne sollecitano l’incarnazione e la testimonianza. (…) 

Occorre tornare, come invitava padre Turoldo, “a riprendere i nomi di battaglia, indossare le armi della luce” significa testimoniare, assumerci i rischi della condizione umana in questa complicata fase storica. 

Anche in Italia, i punti di riferimento non mancano. Da don Tonino Bello al cardinale Martini, a don Luigi Ciotti, per restare tra i presbiteri.

Chi avesse voglia di leggere integralmente questo lungo dialogo e le riflessioni su Resistenza e nonviolenza su Adista (Giovanni curò, prima di morire anche un libro su cui si è discusso molto: "Resistenza senza fucile") può trovare tutto qui: https://www.adista.it/articolo/67944

Non ci sono dubbi, ovviamente, che la nostra Resistenza sia stata, principalmente una Resistenza con il fucile, senza dimenticare, quanto di pienamente civile c'è stato, penso, ad esempio, al ruolo nonviolento degli scioperi nelle fabbriche del 1943, 1944 e, ovviamente, allo sciopero insurrezionale del 25 aprile.

Un recente libro della storica emiliana Margherita Becchetti si intitola appunto: "Non per bellezza" e ci racconta la resistenza soprattutto delle donne che decisero di liberare il Paese anche imbracciando le armi, specificando appunto: "non per bellezza".

Un altro volume importantissimo, ad opera di Benedetta Tobagi, "La Resistenza delle donne", riporta in copertina proprio una iconica fotografia pistoiese ed anche lì, sulle spalle delle donne e degli uomini della Resistenza toscani, insieme agli sguardi fieri, non mancano le armi.

Come ricordava nella mia intervista Giovanni Bianchi, ma come si è ricordato alla vigilia del 25 aprile al Circolo Arci Niccolò Puccini di Capostrada, di fronte ad una sala più che gremita, l'antifascismo evolve, travalica i decenni, accoglie nuove generazioni e nuove istanze.

Tra le tante, tantissime c'è, centrale oggi, il tema della nonviolenza, di città di Pace, di un Mondo che si diriga, sempre più con urgenza, in "direzione ostinata e contraria" alla guerra, ma anche alla militarizzazione che è già presente nelle nostre città, nelle nostre vite, nel nostro linguaggio, persino nelle nostre scuole.

Tutto, purtroppo, già reale.

Proprio per questo Pistoia che ha già un eroe, anomalo e stupendo, come l'anarchico libertario Silvano Fedi, non può, ho detto ieri a Capostrada, non ricordare un altro giovane, folle e poetico, appassionato e coraggioso: Giuseppe Gozzini.

Gozzini non fu, in assoluto, il primo obiettore di coscienza in Italia, prima di lui testimoni di Geova, anarchici, Pietro Pinna.

Ma quando, con un coraggio infinito, l'8 novembre 1962, al Car di Pistoia (Pistoia, Pistoia...) rifiutò di arruolarsi, stabilendo, nel tempo trionfante dei cappellani militari, che non ci poteva essere nesso tra cristianesimo e guerra, fece saltare molti muri.

Uno scandalo immane. Non ci potevano che essere due destinazioni: il manicomio e il carcere militari.

Però, grazie anche al supporto di Don Lorenzo Milani e Padre Ernesto Balducci, di tanti operai nelle fabbriche toscane, in primis alla Pignone, la rivolta, prima eroicamente individuale e poi sempre più collettiva, fu piena, danzante.

Da quel giorno, nulla, davvero nulla, fu più come prima. 

Quasi sei anni in anticipo rispetto al mitico '68!

Ma, come ricordava Giovanni Bianchi nella mia vecchia intervista: "Le grandi idealità del passato devono dialogare, trasformarsi in esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. 

Io penso, e lo dico in primis al bravissimo, portatore di Speranza, Giovanni Capecchi, candidato a concretizzare il Sogno di Pistoia città della Pace, città nel Mondo, che non si possa, nel riprendere, raccontare, approfondire, la memoria di Giuseppe Gozzini e dell'obiezione (fiscale e non) di coscienza alle spese militari e alla guerra, tema iper attuale, confrontarsi con un drammatico presente.

Non basta, Giovanni, un gemellaggio.

Bisogna portare il mare, l'oceano a Pistoia.

Don Milani, lo fece, costruendo con i suoi ragazzi/e, nell'esilio di Barbiana, una piscina.

Serviva ad una cosa sola quella piccola piscina: a permettere di nuotare a ragazzi e ragazze che non lo avevano mai potuto fare e che il mare, forse, non lo avrebbero visto mai, nelle colline del Mugello.

Non si nuota da soli. A Barbiana, si nuota insieme

Insieme contro la paura, contro ogni paura.

Contro la paura di non farcela e di non essere all'altezza, contro la paura del diverso, contro la paura della guerra.

Ti faccio un appello Giovanni (Capecchi): Pistoia dovrà diventare un porto contro ogni paura, un porto franco per tutti/e coloro che: "disonorano la guerra e scelgono la Pace".

Per gli obiettori di coscienza perseguitati in Israele (a parte quando sono ebrei ultraortodossi) e per i ragazzi e le ragazze palestinesi che riescono ad uscire, torturati, stuprati, dalle terribili carceri israeliane.

Per coloro, ma è solo un esempio, ebrei ed arabi, che costruiscono la convivialità delle differenze, l'orizzonte della convivenza, come direbbe, Alexander Langer.

Sono tanti, tante. Silenziate dai media, dal potere, dalla guerra, dalle bombe.

Partendo dal basso, dalla disobbedienza, "dire no, per dire sì", dal gesto individuale che si fa abbraccio collettivo al mondo di Giuseppe Gozzini, Pistoia può lanciare un segno e un sogno, un passo concreto di Pace.

Giovanni ci hai detto in Piazza dello Spirito Santo, che: "i sogni, (quelli fatti da svegli), si avverano"...

Come proponeva, con le sue splendide poesie Padre David Maria Turoldo: "trasformiamo, a partire da noi stessi, le coscienze nella città".

Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare, costruire, ogni giorno, con ostinata Speranza, la Pace.

Pace è il nuovo nome dell'antifascismo, il nuovo nome della Resistenza, il nostro alzarci ogni mattina, questa mattina... 

Come nella Bella Ciao coraggiosamente rivisitata dal mio amico cantautore, insegnante parmigiano Francesco Camattini... Link: https://www.youtube.com/watch?v=yU3MR-k-BEk&list=RDyU3MR-k-BEk&start_radio=1

Buon 25 Aprile Giovanni! Buon 25 Aprile Pistoia! Buon 25 Aprile Mondo!

Francesco Lauria

giovedì 23 aprile 2026

"SE E' NOTTE, PRESTO IL GIORNO ARRIVERA'". IL RUMORE DEGLI ANNI E LA PIETAS DELL'AVVOCATO CHITON.

(...) "Ma vengono pagati come falegnami, come autisti o come facchini?", chiese Chiton.

"Come addetti alle pulizie", rispose Enzo.

(...)

"Quante ore al giorno?" Questa volta il silenzio fu più lungo.

Fu Raid a parlare , come se dovesse affrontare una salita.

"Vedi avvocato, noi non abbiamo un vero orario di lavoro. Il padrone ci dice che se non finiamo non possiamo tornare a casa. La mattina carichiamo tutti i mobili che ci viene ordinato di caricare. Il nostro compito è consegnarli e montarli tutti, se non li montiamo tutti non possiamo rientrare.

Di solito lavoriamo quattordici, sedici ore al giorno, a seconda del traffico, di quanto ci vuole per montare. Se non completiamo il lavoro quel giorno non veniamo pagati.

Il padrone ci mette assenti ingiustificati".

A Chiton fremevano le gambe che avevano iniziato a scalpitare sotto la scrivania.

"Quattordici, sedici ore al giorno" ripetè." Per quanti giorni la settimana? Cinque, sei?"

Raid tacque abbassando la testa. Fu un ragazzo di vent'anni a parlare, si chiamava Bilal. "Sette!", disse a voce molto alta, come se dovesse emergere dal fondo per darsi coraggio, pentendosi subito dopo di quello che era sembrato un grido (...)"

Siamo tra Firenze e Prato. Azienda logistica, in appalto, nel settore del mobile.

Giovani pakistani: direi polivalenti perchè, insieme, autisti, facchini, falegnami. Assunti (più o meno) come addetti alle pulizie.

Italia 2026.

Italia 1995.

Qui ci sono io ed è l'inizio dell'estate.

Campagne di Parma, prendo la bicicletta e pedalo verso le colline (e davvero non ricordo perchè, guidavo già la Vespa amaranto di mio padre...)

Di campo in campo, con i caseifici del Parmigiano Reggiano sullo sfondo.

Ho quasi sedici anni, li compirò di lì a poco (sono nato il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia e ne vado molto orgoglioso).

Non è in vigore il pacchetto Treu, c'è ancora il collocamento obbligatorio nel nostro paese.

Ma a me non importa, il primo libretto di lavoro, al collocamento pubblico, lo riceverò l'anno dopo, quando verrò assunto per l'estate alla Motta-Antica Gelateria del Corso, assorbita dalla multinazionale Nestlè. Una fabbrica di gelati storica di Parma (si chiamava Tanara) che oggi non c'è più.

Io, per ora, il libretto di lavoro, dall'alto dei miei quasi sedici anni, non lo voglio proprio.

Voglio guadagnare il più possibile e subito per pagarmi le vacanze estive di agosto.

Di campo in campo chiedo: quanto date per la raccolta delle cipolle?

Ovviamente la risposta è in lire ed in paga oraria. L'unica unità di misura se si lavora in nero.

Alla fine trovo una paga che mi soddisfa e, questa volta motorizzato, comincio a partire, ogni giorno, alle cinque e mezza del mattino da casa per i campi.

Non la dimenticherò mai l'immagine della padrona che ci osserva da lontano sul suo pick up, con il binocolo.

Manco fossimo in una piantagione di cotone ai tempi di Via col Vento...

Sono concessi pochi viaggi verso la canna, dove sgorga un po' d'acqua nemmeno fredda, non so nemmeno se potabile.

Ma quando hai sete, tanta sete, non ti fai queste domande. Bevi e basta.

I bancali sono pesanti, molti dei compagni di lavoro sono albanesi, fanno molto gruppo tra loro, c'è anche qualche ragazza. Una mi piace subito, ricordo ancora il suo sguardo, ma non la mettono mai a caricare i bancali con me. E' mingherlina ed io non sono certo il compagno di lavoro più affidabile e in forze.

Ma c'è un'altra persona che non dimenticherò mai, anche se non ne ricordo più il nome.

Lui sì che è forzuto, alto più di me, nero come la pece.

Viene dal Senegal.

Chiacchieriamo, mangiando un panino sotto al sole padano di fine giugno.

Scopro che dopo le dieci, undici, dodici ore nei campi, lui torna a Parma.

E...

Va a lavorare altre tre-quattro ore in un bar. Ovviamente sempre senza contratto.

Non scorderò mai la mia domanda e la mia bocca che si ferma di fronte al panino alla frittata preparato con cura da mia madre, alla sua risposta.

"Dormire? Io, credo, dormirò a dicembre, in inverno".

Non scherzava, anche se non ho mai, mai dimenticato il suo amaro sorriso.

Lui non lavora per pagarsi, come me, le vacanze in riviera ligure. 

Lavora per sopravvivere e, magari, per inviare qualche cosa alla famiglia in Senegal.

Non esiste, se non al Pentagono, ancora internet. Pochi i cellulari. Il Senegal è lontano. Così come il tramonto.

Riprendiamo a lavorare. Il binocolo incombe.

Qualche giorno dopo un bancale marcio mi si sfascerà addosso e mi procurerò una frattura scomposta e una ingessatura che mi durerà tutta l'estate, fino alla ripresa della scuola, a settembre.

Niente vacanze al mare con gli amici, ma tanti insegnamenti quell'estate...

Mentre l'avvocato del lavoro e romanziere pugliese-fiorentino Danilo Conte (l'avvocato Chiton...) presentava ieri il suo libro, intitolato: "Il rumore degli anni", non riuscivo nemmeno a stare fermo sulla sedia.

Tanti ricordi si affastellavano nella mente. Gli altri lavori (sempre in fabbrica o negli autogrill, mai più nei campi) e, soprattutto il sindacato.

Credo che sia stato per quell'esperienza che nel sindacato, in varie forme, mi è sempre piaciuto/mi ha sempre appassionato occuparmi di orario di lavoro e di lotta al lavoro sommerso, al distacco illecito di manodopera, e poi di cooperazione con le attività ispettive, anche a livello internazionale.

Una volta con un libro collettivo su questo abbiamo anche vinto un premio europeo.

Ma i premi servono a poco se non cambiano effettivamente le cose.

Danilo Conte ha raccontato ieri magistralmente altre storie, accompagnato da attrici e musiciste d'eccezione.

Dopo Bilal ha accennato ad Elvira e ad un altro caso del suo "social legal thriller",  e, in quel momento, io ho pensato che. dopo il mio licenziamento illegittimo, illegale, gravatorio, infame, discriminatorio dal sindacato, mi sono trovato (quasi) solo.

Per paura, colleghi e colleghe che avevo rappresentato come delegato eletto proprio alla sede nazionale del sindacato, che magari mi chiamavano la sera di tardi o il sabato mattina, ora non mi rispondono più, sono scomparsi, svaniti nel nulla.

Il mio dito vaga sulla rubrica del telefono e, ormai, rinuncia.

Chi mi parla lo fa di nascosto, implorandomi un silenzio assoluto e desolante.

Sai Francesco: "io ho il mutuo". "Devo mandare mia figlia all'università". "Chi glielo dice a mia moglie, se mi succede quello che è successo a te?"

Poi un classico: "Francesco hai sbagliato. Bisogna attaccare l'asino dove vuole il padrone, tacere, subire. Avallare, chiudere gli occhi. E andare avanti".

Il romanzo di Danilo Conte, dopo la dedica, si apre con una citazione di una canzone del 1988 di Francesco Guccini:

Io non credo davvero

che quel tempo ritorni

ma ricordo quei giorni

ma ricordo quei giorni

Ho pensato mentre chiedevo in libreria all'avvocato Conte del perchè avesse scelto questo Guccini malinconico, quasi sfiduciato, certamente nostalgico, non di lotta, ad un altro piccolo libro/saggio collettivo che ho contribuito a scrivere una quindicina di anni fa.

Il titolo: "Il Processo del Lavoro".

Già il processo del lavoro. Chi lo avrebbe mai detto che ci sarei finito dentro!

Solo in pochi, sbagliando, lo ricordano tra le grandi conquiste degli anni Settanta.

Il nuovo processo del lavoro, in Italia, molto più tutelante (se applicato davvero...) per i lavoratori e le lavoratrici entra in vigore, infatti, nell'agosto del 1973.

Pochi mesi dopo l'inquadramento unico tra impiegati e operai e le 150 ore per il diritto allo studio nel contratto dei metalmeccanici, meno di un anno prima del divorzio e di lì a poco del nuovo diritto di famiglia che porterà le donne italiane al di fuori dal Medio Evo (un po' almeno...)

Danilo Conte mi guarda e ci da una chiave fondamentale di lettura del suo romanzo.

Senza anticipare troppo (questo libro, agile, bello, a tratti ironico, compratelo!) la storia di Bilal è una storia sostanzialmente di successo.

Quella di Elvira, drammaticamente no.

C'è una differenza sostanziale: la prima vicenda ha una dimensione solidale collettiva, la seconda sprofonda nella solitudine.

Ed Elvira perde.

Torno a casa con il libro tra le mani.

Penso al fatto che trent'anni fa promisi solennemente a me stesso, dopo l'infortunio: "Mai più lavorare in nero!".

Qualche settimana fa mi è stato proposto un buon lavoro (intellettuale) senza contratto.

Ho risposto di No, che piuttosto mi sarei tagliato il compenso.

Il lavoro è svanito, l'ho saputo definitivamente un'ora prima della presentazione in libreria.

Mentre torno verso casa, respiro profondamente, tengo il libro in mano.

Sono frantumato dentro e sento il "rumore degli anni" e dei ricordi.

Le lacrime bagnano il mio viso. Sono solo. Cammino, barcollo un po'.

Ma dentro ho, ancora, tutta la mia dignità, la mia rabbia, la volontà, che ho imparato, appreso proprio nel sindacato, di "continuare a lottare per una società più giusta". Pagando in prima persona tutti i prezzi che ci sono da pagare. Sempre.

A partire da noi stessi, ma non per noi stessi. Non solo, almeno.

Nella quarta di copertina del libro di Danilo Conte c'è scritto che l'avvocato del lavoro Chiton tratta tutti i suoi casi con una pietas degna.

Non perdiamo la Speranza. Restiamo Umani.

"E se è notte", come dicevano, in dialetto, i miei partigiani emiliani - siamo alla vigilia del 25 aprile - "Presto arriverà il giorno!".

Per rialzarsi bisogna prima cadere. 

Vero avvocato Chiton?

Francesco Lauria

STORIE CHE SI FANNO STORIA: IL RIVOLUZIONARIO E LA MAESTRA

"I nomi degli amici che sono stati interrati con me: Mauricio, Pepe, Henry, Jorge, Raùl, Julio, Eleuterio, Jorge. Nove eravamo, spero che lo siamo ancora, ma temo che lo resteremo per poco, perchè a me non resta molto da vivere. Nonostante la mia malattia, i dodici anni di torture e sradicamenti da un calabozo all'altro, ricordo i nomi dei miei amici".

Se il nome, ad esempio del dittatore argentino Videla, o, ovviamente, di quello cileno Pinochet, sono ancora oggi presenti nell'immaginario popolare, almeno di quello più avveduto, poco si ricorda di altre dittature sudamericane: non molto si sa, ad esempio del Brasile prima del ritorno alla democrazia, quasi nulla della dittatura da guinnes dei primati in Paraguay del generale Stroessner (al potere, addirittura, dal 1954 al 1989) e, forse, ancor meno della dittatura militare in Uruguay che, nel 1973, precedette quella cilena di un paio di mesi e terminò il primo di marzo 1985.

Strano per un paese, pur piccolo come l'Uruguay, ma in cui il quaranta per cento della popolazione è di origine italiana.

Io, in realtà, dell'Urugay, negli anni Ottanta del Novecento, ero piccolissimo, ammiravo tanto un calciatore: Enzo Francescoli, detto "El principe", una specie di Michel Platinì sudamericano, fortissimo anche se un po' fragile. 

Sapevo che il paese aveva ospitato e vinto il primo mondiale di calcio nel 1930 e, decenni dopo, avrei scoperto il Rio Negro, il fiume che attraversa il Paese e che la mia amica, scrittrice mugellana Simona Baldanzi, ha, con un certo coraggio, accostato all'Arno, nel suo bellissimo romanzo: "Maldifiume".

Insomma, fino a ieri pomeriggio, quando ho varcato la pesante porta di vetro della libreria Lo Spazio a Pistoia, magistralmente diretta dai mitici Mauro e Mario, i nomi di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, due importanti oppositori del regime uruguayano, marito e moglie, non li conoscevo proprio.

Non sapevo nemmeno cosa fosse un "calabozo", cella di isolamento dove non si può stare nè in piedi e nè completamente sdraiati e dove fu rinchiuso e torturato, in particolare Wasem, come tanti oppositori al regime.

Il regime uruguayano non voleva, infatti, ingombranti martiri (anche se Wasem, con il suo sciopero della fame, che aggravò definitivamente un tumore al cervello, lo diventò), ma semplicemente oppositori impazziti, annientati, "frantumati", direbbe una dirigente "sindacale" italiana.

Certo, come tutti, ho amato la parabola del Presidente povero Pepe Mujica (uno degli amici ricordati nella citazione iniziale proprio dal morente Wasem) e conoscevo, a grandi linee, la storia dei Tupamaros, il gruppo clandestino di opposizione.

Wasem morì nel 1984, alla vigilia della fine del regime militare, la moglie Sonia Mosquera sopravvisse alle immani torture ed è scomparsa solo pochi mesi fa, dopo una brillante carriera di docente universitaria.

La loro vicenda è raccontata da Gaja Cenciarelli, nel suo recente romanzo, edito da Marsilio: "Il rivoluzionario e la maestra" 

Come le ho detto, il suo volume, mi ha rapito, colpito nel profondo.

Ma il romanzo della scrittrice romana non si esaurisce in Uruguay, arriva fino a noi, nel tempo e nello spazio.

Privati della casa e del loro rapporto coniugale Wasem e Mosquera sembrano lontani anni luce dalla periferia di Roma e da una giovane maestra precaria.

Ma scopriamo, piano piano, che non è così.

Passano quaranta anni, arriviamo ai giorni nostri. 

Durante l'ennesimo trasloco, segno che la precarietà della vita viaggia insieme a quelle lavorativa e abitativa, la maestra romana trova, per caso, un libro che racconta la storia, eroica e terribile, proprio di Adolfo Wasem.

La storia del perseguitato politico urugayano le insegna che ciascuno/a può realizzare la rivoluzione a modo suo, e che aver perso soldi, famiglia, casa, amici, non significa dover rinunciare alla libertà.

Pensando anche alla mia piccola storia di libertà, ho riletto commosso questo passo nella seconda di copertina: "Tutte le storie del mondo, anche quando sembrano slegate l'una all'altra, distanti nel tempo e nella geografia, nella condizione politica e sociale, viaggino unite da un filo che si chiama libertà, cercare di stare in piedi (aggiungerei io nei tanti colabozos, reali e virtuali...), per poter cadere e rialzarsi, andare a capo.

La rivoluzione, insomma, è sempre possibile anche quando si chiama: "cambiare casa", "lavoro", o, perchè no, "fiume".

Come ci racconta il romanzo di Cenciarelli, le storie di un rivoluzionario e di una maestra sono, come si diceva nei corsi delle 150 ore per il diritto allo studio: "storie che si fanno storia".

Che poi sono una storia sola.

La Nostra.

Francesco Lauria

lunedì 20 aprile 2026

PISTOIA CITTA' DELLA PACE: UN SOGNO CONCRETO A 30 ANNI ESATTI DALLA VITTORIA DELL'ULIVO

In Piazza Spirito Santo a Pistoia, giovedì 9 aprile, al termine del bellissimo intervento di Giovanni Capecchi, introdotto dalla entusiasta ed entusiasmante Lavinia Ferrari, la musica partì immediatamente...

"Alzati che si sta alzando la canzone popolareSe c'è qualcosa da dire ancora, se c'è qualcosa da fareAlzati che si sta alzando la canzone popolareSe c'è qualcosa da dire ancora ce lo diràSe c'è qualcosa da imparare ancora ce lo dirà" (...)

Oggi, 21 aprile 2026 sono trenta anni esatti dalla prima vittoria di Romano Prodi e dell'Ulivo.

Una vittoria maturata non così lontano dalle montagne pistoiesi. 

In quella Marzabotto e in quella Montesole in cui il silenzio si era fatto voce e, come alla Costituente, come più sotto traccia anche al Concilio, in cui il vento della storia e, per chi ci crede, anche dello Spirito, si era mosso dalla parte giusta.

Le querce di Montesole e di Don Giuseppe Dossetti, segno ostinato di Pace e Convivenza, oserei dire di Perdono nella Giustizia, avevano custodito non solo la Costituzione, ma la democrazia nel nostro paese di fronte alla scatenata barbarie nazifascista.

Tutto ciò in opposizione alla degenerazione berlusconiana e dei suoi derivati: fossero essi postdemocristiani di destra o fascioleghisti.

Il simbolo di Montesole, o meglio, della scuola di Pace che verrà fondata nel 2002, è un segno potentissimo, non solo per chi è credente: quella pisside forata di proiettili nazifascisti protetta con il corpo, fino all'estremo sacrificio, da don Ubaldo Marchioni, parroco di Casaglia. La pisside fu ritrovata tra i rovi solo decenni dopo...

E' possibile approfondirne la storia qui:

Link: https://www.youtube.com/watch?v=V4DgqV7HunA

Stiamo, però, attenti/e: nessuna ideologia, nessuna autoreferenzialità, d'altronde è lo stesso Ivano Fossati con la sua canzone ad ammonirci: il vento, la musica avranno ancora tante cose da dirci e dovremo, sempre, sempre "imparare ancora". Siamo "eterni studenti" anche della politica, direbbe con un'altra canzone il quasi pistoiese Francesco Guccini.

Un mio amico, Giorgio Benigni, in quell'aprile 1996, recitò una breve poesia a Piazza del Popolo a Roma che lo fece diventare estemporaneamente famoso, poichè fu ripresa in Tv da Mixer di Giovanni Minoli:

Aprile 1996
Che bella coalizione
che hai creato
Professore,
te c'è voluto certo,
ma in finale,
a sto giro,
potemo davero faje male!

Depurato dalla guasconeria romanesca anche l'aprile del 2026, non a Roma, ma a Pistoia è, almeno nelle premesse, promettente, bisogna poi non solo fare gli scongiuri, ma soprattutto lavorare tanto.

Si può dire che Giovanni Capecchi, lo scorso 12 aprile vincitore delle primarie del centrosinistra/campolargo (e anche questo strumento ci dovrebbe ricordare l'Ulivo...) e Stefania Nesi, onorevolmente sconfitta, abbiano imparato bene.

Ha detto correttamente Giovanni Capecchi: "Unire per Vincere" non è uno slogan, ma una scelta, in questo caso comune.
Etimologicamente è una "positiva eresia", direbbe uno junghiano come Luigi Zoja.

Quelle stupende elezioni del 1996, tra l'altro, dimostrarono che le competizioni elettorali non si vincono sempre al centro, ma al cuore delle persone.
Occorre prospettare, pur con tutti i limiti, un progetto, un sogno concreto, una "canzone popolare" da intonare insieme, se si costruisce comunità, anche attraverso la politica.
Se si scuote, avrebbe detto Enrico Berlinguer, casa per casa, una sfiducia che si trasforma in rabbia, astensionismo, disinteresse.

Sappiamo anche che cosa successe nel 1998 e poi nel 2001 e che bisogna davvero imparare dai propri errori.

Si discusse, dopo il 1996, in maniera un po' presuntuosa e contraddittoria e imbarcando, ahimè, Bill Clinton e Tony Blair, addirittura di Ulivo mondiale.
Oggi, al folle disastro trumpiano, contrapponiamo un ampio fronte progressista mondiale che va da Pedro Sanchez a Ignacio Lula.


Tornando a Pistoia io sono orgoglioso, entusiasta, felice che il primo punto programmatico, concreto, concretissimo di Giovanni Capecchi e della sua sempre più ampia coalizione sia: Pistoia città della Pace.

Significa cultura, educazione, apertura al mondo, Politica. Significa abbraccio reale e risposte possibili ad una Palestina martoriata, al genocidio di un popolo.

Stiamo per celebrare l'81enesimo anniversario della Resistenza antifascista nella lotta di Liberazione.

Un tempo in cui donne e uomini del nostro paese furono costretti, per riconquistare la libertà e la democrazia, a prendere le armi e a farlo: "non per bellezza".

Sono passate, però, più di tre generazioni ed in mezzo c'è stata la bomba atomica (americana, non dimentichiamolo...)

Pistoia città della Pace, con nel cuore quella pisside forata, cui si affianca oggi, a Montesole, la campana scintoista di Hiroshima, significa Mondo-Città della Pace.

Pistoia, quindi come città aperta, feritoia nelle ferite del Mondo. A partire, ovviamente, dalle proprie ferite.


No, non è un'utopia per "anime belle". E': "sognare da svegli".

Il 24 e 25 maggio prossimi, con Giovanni Capecchi e Stefania Nesi, con un popolo grande, entusiasta, giovane, al di là della data di nascita, proveremo a costruire un'alternativa radicale ad un modello insostenibile di sviluppo e a una economia e a una società di guerra in cui NON ci riconosciamo.

Nel segno e nel sogno di Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Alexander Langer, Don Lorenzo Milani, Pietro Ingrao, Doroty Day.

La Pace "sgorga dal cuore", non è nulla di statico, ma è un cammino che nasce dall'intimità della persona umana che incontra l'altro/a nella comunità.

Proprio come nella poesia che Alda Merini, ha dedicato, sui Navigli di Milano, all'artista pacifista Enrico Baj.

Francesco Lauria

La Pace di Alda Merini

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.

Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.

Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.