venerdì 12 giugno 2026

"NOI SIAMO CONFINE": UNA MATTINATA IN ASCOLTO, TRA RAMINI E BELFAST

https://www.reportpistoia.com/noi-siamo-confine-una-mattina-in-ascolto-tra-ramini-e-belfast/

Questa mattina ho visionato alcune immagini terribili di Belfast, in Irlanda del Nord, dove, dopo l’accoltellamento di un radiologo di un ospedale pubblico da parte di un rifugiato sudanese, si è scatenata per moltissime ore una terribile e violentissima caccia al migrante, con disordini estremamente estesi.

Inutile dire che la politica, fino ad Elon Musk, ha soffiato malignamente sul fuoco di un episodio, in sé molto grave, ma del tutto circoscritto.

Sapevo bene che, recandomi a Ramini, non mi sarei trovato a Belfast, ma mi è venuto in mente che un luogo apparentemente tranquillo e privo di segnali evidenti potrebbe non certo esplodere come la capitale nordirlandese, ma evolvere progressivamente verso un disagio sempre più manifesto e marcato.

Così, mentre guidavo tra i vivai, dovendo anche schivare la chiusura temporanea di Via San Pantaleo, mi chiedevo che cosa avrei trovato nella frazione, anche perché, tutte le volte che mi ero confrontato con i cittadini e i parrocchiani, esausti ed esasperati di Ramini, lo avevo fatto “all’estero”, sotto la Curia o presso il circolo Arci di Bonelle, in un incontro di campagna elettorale.

Supero una serie di aziende agricole e parcheggio l’auto dietro la chiesa parrocchiale intitolata a San Niccolò. che, pur ricostruita nel Settecento, è davvero antichissima, documentata già nel 1035, circa cento anni dopo il primo documento che cita la località di Ramini, con la donazione di una sorta di corte al Vescovo di Pistoia da parte di un conte, dall’originale nome di Teudicio.

Siamo davvero a poche curve dal comune di Serravalle Pistoiese, Ramini, prima che nel 1877 venisse creato il Comune di Pistoia, faceva non a caso parte del comune di Porta Lucchese, uno dei quattro in cui era diviso il territorio di Pistoia.

Il retro della chiesa, pur non in condizioni drammatiche, è parecchio in disordine, ci sono sacchi di rifiuti qua e là, mobili mal messi, mentre un migrante africano dorme su un materasso, avvolto nelle coperte delle logge nel cortile, di fronte all’ingresso del luogo sacro.

Provo a entrare da entrambe le porte, ma la Chiesa è sbarrata.

Non è una sorpresa, pregare in Chiesa, mi avevano detto i parrocchiani di Ramini è, oggi, assolutamente impossibile.

Ci sono alcuni ospiti che su sedie di metallo prendono il sole nel giardino sul retro, ma per il momento decido di parlare con i cittadini e non posso che entrare nella bottega locale, di fianco al circolo Arci (che apre solo la sera) e alla Chiesa di cui, scrive ufficalmente la Diocesi di Pistoia, è parroco don Massimo Biancalani.

Mi chiedo, mentre ordino a un caffè e non so resistere ad un fiammante bombolone alla crema, come approcciare l’argomento con i diversi avventori del bar-alimentari: è sempre facile, parlando di Vicofaro, Ramini, rifugiati, essere inesorabilmente etichettati.

Non ho bisogno di ulteriori riflessioni, al bancone si parla già dell’argomento.

“Non ne possiamo più, speriamo qualcuno venga a prenderli sti neri. Basta!”

La riporto così, come la ho ascoltata, senza edulcorarla, la battuta ascoltata al bar, mentre purtroppo uno schizzo della crema del bombolone si assestava preciso, preciso sulla manica della mia camicia.

Decido di ascoltare. Ma allora è vero, mi chiedo, ha ragione Biancalani, qui a Ramini sono razzisti!

La conversazione prosegue. Scopro dall’accento, ma poi anche lo verificherò, che uno dei due che dialogano non è italiano, ma è un nordafricano impiegato in un vivaio vicino.

“Io non ce l’ho con loro, prosegue l’italiano - abitante a Ramini da generazioni e generazioni - ma la situazione è insostenibile, di degrado. Non si sa mai quanti sono, le condizioni igieniche sono iperprecarie e molti di loro, non tutti, sono semplicemente abbandonati a loro stessi”.

A quel punto mi smaschero, dico che anche io sono immigrato a Pistoia e a Ramini e che mi interessa approfondire l’argomento, sono lì per quello.

Il mio interlocutore prosegue: “tra gli ospiti di Biancalani ci sono alcune persone che sono qui da anni, hanno un lavoro regolare, anche nei nostri vivai o vicino, sono ineccepibili, ci conosciamo ormai. Ma anche loro in quello schifo, mi creda, non ce la fanno più. Rimangono perché gli stipendi non permettono loro di pagarsi un affitto…!”

Su quest’ultimo aspetto, così come sull’emergenza e la pressione abitativa si dovrebbe aprire una riflessione, uno spazio di azione concreto per la politica.

Interviene una signora: “Una volta, anzi fino a pochi anni fa, venivano fino a cento bambini e bambine alla volta per il catechismo. La domenica, la bottega rimaneva aperta anche per loro. Era una festa di tutta la comunità”.

L’attività di catechesi è completamente distrutta, non esiste più.

Rimane la messa domenicale, frequentata solo da alcuni, pochissimi, volontari legati a Don Biancalani, nessun abitante del paese, tra i 2500 e oltre che vi sono insediati, vi partecipa più, soprattutto dopo che il sacerdote ha pubblicamente bollato come squadristi, razzisti e fascisti coloro che gli muovevano critiche.

Interviene un anziano: “Io non sono contro l’accoglienza, anzi. Ma non può essere indiscriminata, senza regole, senza controllo, senza sicurezza. Se Don Massimo avesse accolto, a rotazione, una decina di persone, quante ne possono accogliere gli spazi, al di là della Chiesa, noi saremmo stati subito con lui, lo avremmo aiutato, anzi ci abbiamo proprio provato, offrendo alcuni lavori regolari ai migranti. E poi, scusa, la Chiesa deve rimanere una Chiesa, non può diventare un orinatoio o giù di lì!”.

Chiedo se in paese qualcuno non la pensa come loro.

“Pochissimi, ma qualcuno al circolo Arci c’è, anche se la maggior parte di chi decide lì è di Bonelle…”

Un'altra persona delinea il quadro con onestà: “se fino a pochi mesi fa abbiamo avuto anche paura e alcune ragazze, inseguite, sono dovute andare a denunciare i fatti in Questura a Pistoia, oggi, che da un po’ non accadono più questi episodi, riscontriamo soprattutto il degrado, una parrocchia che non è più una parrocchia e una chiesa che non è più un luogo di culto, se non per pochi adepti, quasi fossero una setta”.

“Ma – aggiungono – non è solo questione di Chiesa. Tenga presente che molte frazioni come Ramini una piazza non la hanno. Molte frazioni sono costituite solo da una strada e dai vivai. La nostra piazza, che una volta era frequentatissima, è sempre deserta, ovviamente soprattutto la sera, quando peraltro Don Biancalani non c’è quasi mai, perché a Ramini, come è noto, nemmeno ci abita”.

Chiedo qual è stato il rapporto con le istituzioni in questi anni e mi si risponde, in coro, con un sorriso amaro vicino al settore panificio della bottega.

“Istituzioni? Ma sta scherzando? Abbiamo fatto tantissime denunce, che sono state in gran parte archiviate. Don Massimo ha uno stuolo di avvocati che lo segue gratis è come andare contro una multinazionale. Di fianco alla Misericordia, utilizzando uno spazio dismesso che è davanti a tutti, con uno spudorato abuso edilizio evidente a tutti, ha aperto un altro dormitorio sempre sovraffollato, anche se più dignitoso degli altri spazi per carità. E senza che nessuno dicesse nulla. Lui a Pistoia può fare ciò che vuole e figuriamoci ora che è amico del nuovo sindaco!”

Ecco entra la politica nella conversazione. Provo a pungolare.

“Ma voi del comitato e cittadini siete di destra? In fin dei conti qui è praticamente l’unico posto in cui ha vinto Annamaria Celesti…”

La risposta si fa concitata: “Nooooo! Io non tollero, non tollero quando la politica si mette in mezzo alla vita e ai problemi delle persone, invece che risolverli. Qui non c’è destra e non c’è sinistra, c’è degrado, mancanza di controllo, sovraffollamento, dispregio delle regole. Le regole non sono di destra o di sinistra. Dovrebbero valere per tutti. Altrimenti è il Far West…”

Mentre un po’ di vento si alza e un po’ di terra, effettivamente proveniendo da un vivaio vicino ci sfiora di fronte alla bottega, come fossimo all’ultimo paese prima della ricerca dell’oro, ringrazio i miei tanti intervistati, un campione casuale e variegato.

Anche il bimbo che si mangia un dolcetto in bottega e corre tra i tavoli è biondo, ha un accento toscano, ma una madre che, invece, mi appare ucraina, o comunque dell’Est Europa, ma potrei anche sbagliarmi.

Capisco chiaramente che, al di là di qualche scivolone deprecabile, il razzismo a Ramini non c’è. Non siamo, per fortuna, a Belfast, nemmeno per sogno.

Ci sono, però, stanchezza, esasperazione, senso di ingiustizia, silenzio inopportuno, disorientamento, anche un po’ di rabbia.

Torno verso la piazza. Un ragazzo africano è da tempo seduto su una panchina, sotto il sole, con lo sguardo nel vuoto.

Mi avvicino, con cura e rispetto, gli chiedo se posso parlare con lui.

Mi fa cenno di sì. Parla italiano, anche se non bene.

“Ciao, io sono Francesco, tu di dove sei?

Il ragazzo che avrà venti anni, non di più, mi risponde: “Senegal, ma non Dakar… T.”

Inutile dire che le mie conoscenze sulle città del Senegal si fermano alla capitale e non comprendo il nome della sua cittadina, a parte per l’iniziale.

Entriamo un po’ più in confidenza, mi accorgo che è disorientato, parla lentamente e non solo per i problemi di lingua.

Sembra sotto effetto di psicofarmaci, oppure è solamente molto triste.

“Sono Italia da prima, ma qui a Ramini da due settimane”.

Gli chiedo: “Come ti trovi?”.

“Io bene, ma tu parli con Massimo”.

Faccio finta di non capire. E gli chiedo, “come ti accolgono qua, cosa fai?”

“Parla con Massimo”.

Piano piano un muro di incomunicabilità si alza tra noi e decido di non forzare. Gli do la mano e gli faccio i miei auguri, ci scambiamo uno sguardo occhi negli occhi, ma mi arrendo. Peraltro non è giusto entrare nell’intimità di una persona che, certamente, dal Senegal a qui, ne ha probabilmente viste e vissute di ogni tipo.

Riprendo la macchina. Il migrante che dormiva fuori è ancora lì, sotto le coperte. Mi hanno spiegato che lo fa da tre anni, anche quando c’è posto dentro. È abituato a dormire fuori, tranne proprio quando non fa davvero freddo.

Noto una cosa strana. In mezzo al disordine, ai calzini e ai vestiti, ai mobiletti mezzi rotti, ai materassi sfondati per Alia, c’è su una sedia, proprio di fianco a dove lui dorme. Sopra la sedia scorgo un quadro, davvero bello che, in quel contesto, fa ancora più contrasto.

Prima di partire chiedo a quello che mi sembra una sorta di portavoce informale del paese, ma voi a Biancalani, alla politica che cosa chiedete?

“Rivogliamo la nostra parrocchia e la nostra Chiesa. Un posto sicuro e accogliente per i nostri bambini, per tutti i bambini. E poi, con un numero sostenibile di migranti, noi siamo anche pronti a ricominciare a dare una mano. Magari non tutti, perché c’è chi è davvero molto arrabbiato con il prete…”

Mentre mi allontano leggo il manifesto che don Biancalani ha affisso di fronte all’ingresso, sbarrato, della chiesa di San Niccolò.

Parla di una festa.

“Domenica 14 giugno, i volontari e i sostenitori dei Centri di accoglienza di Vicofaro e di Ramini organizzano una festa per ricordare che da dieci anni nelle due parrocchie, per scelta pastorale di don Massimo Biancalani, si svolge un’iniziativa che ha segnato profondamente le coscienze, costituendo un presidio solidale e critico per una società aperta a orizzonti di senso e di autentica umanità. 

La festa vuole svolgersi nella massima apertura alla partecipazione, alla riflessione e al dialogo con la popolazione del territorio sulla linea della responsabilità condivisa verso chi cerca speranza e ha bisogno di attenzione e di cura, incontrando invece spesso solo ostilità e indifferenza, mentre la politica manca di concreta progettualità verso il fenomeno epocale dell’emigrazione”.

Sarà. Ma i dubbi rimangono.

Salgo in macchina, prima di prendere in moto penso ad una recente alba nei Paesi Baschi, quasi all’inizio del Cammino del Nord, verso Santiago.

Un golfo, le prime luci, alcune barche che tornano. E un anziano pescatore che mi dice, indicando la costa e poi il mare: “Guarda pellegrino, qui è Spagna, ma appena di là è Francia. Ma per noi baschi, è tutto un unico paese”.

Non sembrava, sinceramente un ex terrorista nazionalista dell’Eta, anzi, un semplice artigiano, un anziano pescatore di pace.

Tornato a casa, a Pistoia centro, superati mille e mille vivai, riprendo in mano un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto, è di Sharam Khosravi, iraniano uscito per Eleuthera, storica casa editrice anarchica, nel 2019, appena prima del Covid.

Il titolo ci dice tutto: “Io sono confine”. Un libro che parla di frontiere, ma soprattutto di coloro che le violano. Nostri fratelli e sorelle.

Ma non è quella la prospettiva. L’autore è davvero grande persona, un rifugiato che ha attraversato a piedi Afghanistan, Pakistan, India, Turchia, fino a raggiungere la sua destinazione finale, la Svezia, dove è poi divenuto docente di Antropologia presso l’Università di Stoccolma.

Sharam Khosravi ci pone, alla fine del suo incredibile racconto di vita, con urgenza, questa domanda:

“Che cosa vedremmo se il confine lo guardassimo stando dall’altra parte?”

Noi siamo confine. E non è questione di legalità o illegalità. Almeno non è il tema principale, perché qualsiasi persona è più importante di qualsiasi legge.

È una questione di una scelta condivisa nella convivenza.

Una scelta che non si costruisce con i muri, con le etichette, con gli insulti, con un senso di superiorità che porta solo a steccati più alti, stereotipi più profondi, paure sempre più percepite, ma inesorabilmente anche reali.

Quando parla troppo spesso uno solo, il dialogo non si potrà mai aprire.

E il dialogo può essere, anche a Ramini, uno straordinario strumento, una straordinaria e necessaria musica universale di Pace.

L’alternativa, speriamo per fortuna ancora abbastanza lontana, è Belfast.

Meglio di no.

Francesco Lauria

giovedì 11 giugno 2026

CHIAMATI A CAMBIARE LO SGUARDO, RIPRENDIAMO LA PAROLA. DEMOCRAZIA IN CAMMINO: 25 GIUGNO 2026, ORE 21.


Sono contento, nell'ambito del ciclo di incontri: "Democrazia in cammino - Comprendere il mutamento per ritrovare la fiducia", di ritrovare, l'amico Savino Pezzotta, già segretario generale della Cisl Presidente della Fondazione con il Sud e del Consiglio Italiano per i rifugiati e parlamentare.

ll tema che affronteremo insieme Lunedì 25 giugno alle 21, sul canale Youtube dell'Azione Cattolica di Lucca sarà: "I corpi intermedi alla prova del presente" con particolare attenzione alla rappresentanza e alla tutela nel mondo del lavoro.

E' un tema che con Savino e altri amici e amiche abbiamo affrontato insieme il 31 gennaio 2026 a Fiesole, con le Associazioni, da noi pro tempore presiedute: "Sognare da Svegli" e "Prendere Parola", in occasione del convegno nazionale intitolato: "Rigenerare Democrazia".


Ecco alcuni materiali scelti di quella bella e intensa giornata:

CHIAMATI A CAMBIARE LO SGUARDO:

Rigenerare Democrazia: Intervento di Savino Pezzotta: 

Rigenerare Democrazia: Intervento di Francesco Lauria: 

Rigenerare Democrazia: Intervento di Marco Deriu: 

Altri materiali sulla giornata del 31 gennaio e, in generale, sulla rappresentanza e la tutela del lavoro sono disponibili sul canale Youtube Il Buon Lavoro

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mercoledì 10 giugno 2026

DI NUOVE GIUNTE E DELLO STUPIRSI IN SILENZIO. AMARE PISTOIA, PER QUESTO, FUGGIRE.

Ieri, proprio mentre Giovanni Capecchi, con qualche fibrillazione, varava la sua Giunta, usciva un breve e davvero molto bello articolo sulla città di Pistoia.

L'occasione era l'arrivo, dall'Abetone, della celeberrima corsa Mille Miglia in città, di cui ho avuto sentore anche io nella notte, mentre un po' provato, devo ammetterlo, accompagnavo mio figlio e un suo amico in discoteca a Montecatini, superando un paio di "Balilla" e di "Topolino".

L'articolo, davvero ispirato, era stato pubblicato, cartaceo ed online, su Il Resto del Carlino, sulla pagine dei "motori", appunto, quindi fuori dalla confort zone dei media pistoiesi, una sorta di pieno riconoscimento pervenuto dalla vicina Emilia, la mia.

Il titolo: "Pistoia, la città che sa stupire in silenzio". 

Il testo, invece, è recuperabile qui: https://www.ilrestodelcarlino.it/speciali/motori/pistoia-la-citta-che-riesce-a-stupire-in-silenzio-f201fd6a

Invito chi ha a cuore questa città a leggerlo, peraltro è molto più breve dei miei prolissi scritti.

Il giornale ci propone una: "mappa di tesori nascosti, in cui è possibile toccare la bellezza".

Mentre ascoltavo i "nuovi" nomi della Giunta e dello staff di Giovanni Capecchi (e pensavo: "questa città è proprio piccola..."), stimolato dalla lettura del quotidiano bolognese, sono, di nuovo, ritornato con la mente al mio primo incontro con questa città, "la più emiliana delle città toscane", come ha spesso affermato, tra note e bicchieri di vino, l'uomo del confine appenninico: Francesco Guccini.

Era un pomeriggio di primo autunno del 2005 e iniziavo, proprio da Pistoia, la mia ricerca, in Toscana e Veneto, sull'integrazione sociolavorativa degli immigrati e la lotta alle discriminazioni, anche doppie e triple, ma a partire dai luoghi di lavoro.

Era, pur iperprecario, il mio primo impiego, incarico importante, nell'ambito di un progetto nazionale ed europeo, molto ampio che andava dalla Cisl all'Arci, dalla Cgil al mondo del terzo settore ed era guidato dall'Imed, il defunto, ma benemerito Istituto per il Mediterraneo, originariamente promosso da Cgil, Cisl e Uil.

Il partenariato di ricerca, denominato "L'Arco della legalità", raggiungeva anche istituzioni comunali di Francia e Spagna, come Digione e Girona.

In quei viaggi avrei conosciuto, fatta mia l'umanità: non dimenticherò mai, ad esempio, l'incontro con i conciatori indiani e africani di Arzignano in Veneto e un'Italia già profondissimamente trasformata, già di fronte ad una scelta: integrazione e convivenza, nuova cittadinanza o razzismo, ghetti e, in Veneto, tanta, tanta Lega, allora quella originale, delle micropatrie regionali, quella che: "ce l'aveva duro", anche se il leader Umberto Bossi era stato colpito, da circa un anno, da un grave ictus celebrale.

Tornando a Pistoia, come ho già raccontato, io andavo a visitare la Provincia, allora guidata già da un po' da Federica Fratoni, per incontrare e conoscere un fiore all'occhiello del territorio, il "Centro antidiscriminazioni".

Lo abbiamo ricordato durante la campagna elettorale, il 13 maggio scorso, presso la libreria Lo Spazio, grazie all'Associazione Sognare da Svegli e a Barbara Beneforti, una delle anime di quella, purtroppo cancellata, preziosa realtà. 

Il Centro antiscriminazioni aveva due caratteristiche importanti: era, innanzitutto una struttura pubblica, con le istituzioni che si facevano carico dei problemi e delle soluzioni, ma rappresentava anche un grande, innovativo, partecipativo strumento della sussidiarietà verticale ed orizzontale, con i comuni del territorio provinciale, a partire dal capoluogo, e con il mondo del volontariato e dell'attivismo politico per l'inclusione pienamente coinvolti e partecipi, pur nella chiarezza dei ruoli.

Aveva fatto allora scalpore il, per l'epoca davvero rivoluzionario, riconoscimento di status rifugiato di un giovane uomo albanese omosessuale, vittima, da uomo, di doppia discriminazione.

Ricordo che mi aveva colpito l'impegno positivo, di prevenzione di discriminazioni e razzismo, ad esempio, nella montagna pistoiese, possibile terra di approdo di nuova immigrazione, anche a causa dell'allora già ben avviato spopolamento di area interna.

Quel giorno, che non scorderò mai, quel giorno in cui mai avrei pensato che per, ormai quindici anni, mi sarei trasferito in questa città, Pistoia, effettivamente, seppe "stupirmi in silenzio".

Dopo gli incontri istituzionali, le interviste, etc. proprio come nell'articolo del Carlino, mi colpì: "l'eleganza geometrica del romanico pistoiese". Mi colpì, insomma, Pistoia con il suo essere una: "delle gemme più preziose ed ingiustamente timide della Toscana".

Mi persi con il naso in sù nella Cattedrale di San Zeno con la sua torre (e che tanti, anche pistoiesi credono dedicata a San Jacopo...) e incontrai, davvero in ammirato silenzio, i colori del fregio in terracotta che contraddistingue l'allora ancora in attività antico Ospedale del Ceppo, con l'opera del Della Robbia.

Un conto era averlo visto e studiato nei libri di storia dell'Arte, al mio liceo classico emiliano, un conto era trovarsi lì, e, sempre come scrive il Resto del Carlino, toccare, quasi con mano, proprio la bellezza.

Mentre un paio di nomi, per me davvero eticamente indigesti, direi indigeribili, risuonavano nella Sala Maggiore del Comune e il sindaco attaccava al balcone la bandiera della Pace (chissà che fine avrà fatto fare alla borsa con la colomba che gli ho portato da Guernica in campagna elettorale...) ho provato a calmare la mia rabbia profonda, profondissima, con il silenzio.

Sono uscito e ho guardato quella Piazza, quasi vuota (la città, almeno quella che aveva "vinto", era ancora tutta dentro il Palazzo Comunale) un po' come era quasi vuota, nel primissimo pomeriggio, la Piazza Duomo di Pistoia di oltre venti anni fa.

Mi affacciavo nel 2005, al sindacato e alla ricerca sociale. Venivo da un'indimenticabile ricerca sul campo in Bosnia, nelle Bosnie, per la mia tesi di laurea, alla ricerca, ostinata di nuova umanità, nuovo sole, nuova pace.

Una pace "non fredda" come quella che, purtroppo, gli accordi e gli irrisolti di Dayton hanno regalato a quei luoghi martoriati, oggi di proprietà di un turbocapitalismo globalizzato (occidentale, ma anche arabo, cinese e indiano), e ancora preda a un micronazionalismo maledetto che farebbe impallidire, fosse ancora vivo, persino Umberto Bossi.

La Giunta è fatta e la timida Pistoia ha un nuovo Governo (chi detiene il Potere), dopo un po' di, tutto sommato fisiologici, tentennamenti.

Non riesco ad essere felice, nemmeno un po', peraltro al Potere, fin troppo, sono allergico.

Non riesco più, e davvero mi sforzo tantissimo, a crederci.

La contraddizione tra "fatti reali" e "valori proclamati" è, davvero, troppo, troppo forte.

Ci sono sorrisi sguaiati che mi si conficcano dolorosi nella carne, senza alcuna invidia, anzi con un po' di commiserazione, direi di disperata pietà.

Me ne vado in silenzio.

Uscendo mi tocca pure circumnavigare Don Massimo Biancalani... giunto a metterci la firma sul potere.

Mi placo.

Osservo ancora una volta, lasciando Piazza Duomo, quella bellezza che mi aveva così colpito positivamente e silenziosamente ventuno anni fa.

Ma ho solo voglia di fuggire, scappare, teletrasportarmi altrove.

Magari di farmi una doccia o uno "shampoo", come direbbe Giorgio Gaber.

E pensare ad altro.

Francesco Lauria

martedì 9 giugno 2026

L'ALTRO/A DIFFICILE. TRA FRAGOLE E PERDONO. DELFINI E MARE APERTO. GIUSTIZIA RIPARATIVA E PRENDERSI CURA.

"Ho conosciuto la parte peggiore di te e ho deciso di prendermene cura".

No, non è una mia frase e quando l'ho sentita pronunciare ad Anna Chiara Corsi, durante la trasmizione Tangram di Tvl, mi si è fermato il cuore.

Erano ore, infatti, che cercavo il senso di uno sguardo mancato, di un silenzio, di un vuoto, di un dialogo che sembra non poter mai ripartire.

E mai come in queste settimane mi sono sentito vittima: non solo e non tanto di una persona, ma di un sistema di potere, di singoli senza scrupoli, di tanti e tante che sono semplicemente superficiali e privi di empatia.

Vittima anche dei miei limiti, del mio essere troppo spesso giudicante, di sentirmi inesorabilmente, sempre, al centro.

Sentita Anna Chiara citare Fabrizio Caramagna, ho pensato ad una bellissima lezione ascoltata durante il quarantesimo anniversario di Ipsia, la Ong delle Acli, a Milano. Tema: la giustizia riparativa nel mondo.

Ho pensato ai simboli tradizionali della giustizia nei secoli: spesso la spada, quando va bene la bilancia.

Quel giorno, ascoltando rapito la lezione, scoprii che nel Sudafrica guidato da Nelson Mandela, per il nuovo simbolo della Corte Costituzionale, si scelse, invece, un albero, dalle foglie ampie, multicolore.

Un albero che, innanzitutto offre riparo, dove certamente rimane la distinzione tra vittima e colpevole, perchè la Pace e il Perdono, non possono resistere senza la Giustizia, senza la ricerca, condivisa, ma ferma, della Verità, presupposto di ogni vera Riconciliazione.

E' però la spada e la bilancia non bastano.

Ho pensato ad una donna bosniaca, di fede musulmana e di mezza età, dagli occhi verdi, profondissimi, i capelli corti e biondi e il viso ancora velato di tristezza.

La intervistai per la mia tesi di laurea, nella parte legata a Prijedor, nella Repubblica serba di Bosnia, il buco nero d'Europa, dove i tunnuel della miniera di ferro erano stati usati per le fosse comuni, di vittime, in prevalenza, musulmane, bosniacche.

Che poi, in una terra dove, a Sarajevo, nel 1991, il 41 per cento dei matrimoni era "misto", come lo si misura il sangue, come la si classifica, in percentuale etnica, una morte?

Quella donna, di cui non ricordo ora il nome, in quei giorni del 2004 tornava a lavorare al mercato di Prijedor.

A vendere le sue fragole, in tarda primavera.

Aveva riconquistato, non senza enormi difficoltà, un posto al mercato della frutta di Priejdor, nonostante al governo vi fossero stati sempre i turbonazionalisti serbi e, davvero, fossero state inventate mille scuse burocratiche, per impedire che, vedova e priva di alcuni dei figli, uccisi in guerra, provasse a riconquistare, insieme, la dignità e l'indipendenza economica.

Il sucesso, l'obiettivo di quella donna, silenziosa ed eccezionale, era di poter vendere le fragole al mercato, attorniata da banchi di "ex nemici", spesso di maschi che l'avrebbero voluta probabilmente stuprare, uccidere, annientare.

Non ci erano riusciti. 

E, ovviamente, se ci spostiamo in Krajna o nella parte croato-musulmana di Bosnia, su cui ho svolto altri studi sul campo, la situazione si capovolge: non esistono etnie naturalmente violente, solo: "comunità maledette".

E così nello stringerle la mano, nel trattenere le lacrime mentre mi veniva spiegatata da un componente dell'Ambasciata della Democrazia Locale, la sua storia, io pensavo che quella donna aveva lottato, con tutte le sue forze, per trovarsi a fianco a fianco, rispetto ai suoi carnefici, ma a testa alta, altissima.

Quelle fragole, per me, avevano fermato il tempo e lo spazio: i proiettili della guerra, dopo dieci anni, erano ancora lì, ma c'era anche la voglia di ricominciare a vivere, ad amare, a sognare.

Così in altri paesi, magari del Sud del mondo, le vittime si possono trovare a prendere l'autobus proprio a fianco ai propri carnefici.

Come possiamo uscirne?

Solo l'Amore, quello vero, può spezzare l'odio.

E il dialogo, magari a partire dai giovani, se non vengono educati loro stessi all'odio, può spezzare le catene, le tenebre del male, divenire strumento eretico di Pace.

Il perdono è, sempre, un fatto individuale, personale, intimo.

Ma ricercare verità e giustizia e poi riconciliazione è, invece, un fatto estremamente politico. 

Ce lo ha insegnato, non solo con le sue parole, ma con tutta la sua vita Nelson Mandela.

Allora, mentre ascoltavo Anna Chiara, parlare in televisione di carcere a Pistoia e di seconde possibilità, il mio cuore ha fatto questo lungo viaggio nel tempo e nello spazio, fino al buco nero d'Europa.

Prijedor e le sue fragole, quella donna infinita e coraggiosa, così normale, nella sua forza, ricolma non di vendetta, ma di consapevole e riconquistata dignità.

Mi sono detto che laddove non c'è solo lotta per il potere e per il dominio, ma una persona, essa ha sempre diritto a una seconda, anche a una terza possibilità.

Diritto nell'incontro intimo con l'altro, ma anche diritto a riparare l'errore e a tornare vivere nella società.

E' troppo facile amare e sorridere agli altri facili.

Sono gli altri/e difficili il nostro vero banco di prova.

Anche se non ci sono eccidi o guerre, ma altri tipi di conflitti, incomprensioni, sordità.

La riforma Cartabria, nel solco del Sudafrica di Nelson Mandela e di Desmond Tutu, ha recentemente aperto in Italia lo spazio alla "giustizia riparativa".

E' ancora un sentiero timido, a volte contraddittorio che, certamente, necessita di enorme cura, a volte, persino, di ricercata lentezza.

E' la dolcezza del Perdono che non può che accomapagnarsi all'Albero, alto e forte, riparatore e riparativo della Giustizia.

Che non è spada, non è solo bilancia.

E' ombra, cura, ascolto, democrazia.

E' prendersi cura anche del prorpio altro difficile. 

Partire da lui e da lei. Curando anche la propria ferita.

Devi renderti conto che, se anche l'altro può averti fatti il più grande torto del mondo, se può averti fatto soffrire come nemmeno immaginavi si potesse soffrire, è, pur sempre, una persona.

Che non va schiacciata, annientata e nemmeno ignorata.

Ma che merita il tempo necessario del prendersi cura.

Sempre. 

La fragole, quando hanno preso il giusto sole e la giusta acqua, sono buonissime e coloratissime. Sono il segno del domani, di un futuro che, magari, non sarà facile, ma che, certamente, sarà migliore.

Quel giorno in cui le ho incontrata, quelle fragole non portavano più il segno del rosso del sangue, ma la scommessa fragile e ostinata dell'Amore, anche nel segno e nel ricordo, nella memoria di chi, purtroppo, non c'era piu'.

Un amore che, poi, pensiamo a Pistoia e a chi ci entra nel carcere, quotidianamente, non è altro che il salto libero di un Delfino in mare aperto o accompagnando una barca nel porto.

Francesco Lauria

lunedì 8 giugno 2026

MARICA SETARO: UN'ASSESSORA TRA ASPARAGI, VITAMINE E PERCORSI DI CONSAPEVOLEZZA, MEMORIA E LIBERAZIONE...

So che deluderò i miei (tanti) hater e i miei (pochi) nuovi follower antisinistra e anticapecchi, ma l'annunciata nomina di Marica Setaro ad assessora alla Cultura del Comune di Pistoia è, davvero, una buona notizia.

Ho ascoltato con attenzione Marica, con cui abbiamo amici in comune fuori Pistoia, nei diversi incontri promossi da Giovanni Capecchi sul tema delle politiche culturali (in senso ampio) sia in occasione delle primarie che della vera e propria campagna elettorale.

Che il tema cultura (insieme forse a quello delle periferie) rimanga l'argomento forte di Giovanni Capecchi l'ho scritto a commento, stamattina presto, di un post, come al solito trionfante, dell'inesorabile Agostino Fragai, sul "modello Capecchi-Pistoia per l'Italia, l'Europa e il Mondo..."

Tornando a Marica Setaro penso che il suo profilo sia quanto di meglio abbiano messo in moto in questi mesi la campagna di Capecchi e Capecchi proprio come persona.

Tra tanti autonominatisi elite generosa e primi della classe (un esempio? il primo primissimo primario, anche per preferenze Sandro Giannessi...) a Marica, che sa ovviamente prendere la parola quando è necessario, non interessano i riflettori per mostrarsi.

Il suo Cv, per me, che a Gorizia e proprio in quel luogo, nel sobborgo di San Pietro, dove sorgevano l'ospedale e il manicomio (ma anche il convitto dove abitava la mia ragazza) ho lasciato il cuore, è interessantissimo.

Studiare la storia della psichiatria in Italia e nel mondo ci permette di analizzare le dinamiche sociali e del potere: lo stigma e la rivolta, la speranza fatta di una paziente decostruzione di una verità imposta e di istituzioni totali che drammaticamente la società la spezzano, come spezzano, frantumano, nascondono le persone.

Ce lo ha spiegato benissimo Erving Goffman, nel suo celebre libro Asylums (1961) e ci dovrebbe venire in mente ogni volta che volgiamo lo sguardo al Colle Gigliato, alle Ville Sbertoli, (luogo anche della nostra Resistenza,) che non dovranno essere oggetto solo di un recupero urbanistico e artistico (necessario, per carità), ma divenire strumento di memoria del dolore, ma anche di una eresia, una scelta di liberazione e coscientizzazione.

Un percorso che dobbiamo in primis, in Italia, a Franco Basaglia e Franca Ongaro, ma che è anche la storia di tanti infermieri, portantini, pazienti, parenti, studenti che hanno saputo dire basta con i lager totali della nostra psichiatria.

E oggi dobbiamo dire basta ai Cpr, istituzioni totali, per la negazione della cittadinanza e dell'umanità dei migranti.

Dobbiamo questa sacrosanta rivolta anche a Mario Tommasini, parmigiano come me, eretico per amore della sinsitra, che i matti, seguendo l'esempio di Basaglia, li slegava in tutto il mondo, perchè in essi vedeva gli occhi delle persone, di soggetti meritevoli di ascolto, cura e riscatto, non oggetti di oblio e separatezza securitaria, sempre più spesso privata, tristemente e complicemente pagata.

Dobbiamo tanto anche a una figura importante, non da molto scomparsa, il prof. Leopoldo "Poldo" Tesi, che, da Pistoia a Gorizia, da Gorizia a Pistoia, ha saputo portare anche nella sua città l'approccio rivoluzionario che restituiva dignità e libertà alle persone, a parire dai più fragili, non dimentichiamo l'impegno per la chiusura dei brefotrofi, avvenuta definitivamente, in Italia, solo nel 2001.

Per questo, durante la campagna delle primarie, convinto di non esserci a votarlo perchè pellegrino sulle strade di San Jacopo, regalai a Giovanni Capecchi oltre a una maga lampadina da riempire di idee, poesie e sogni, una serie di adesivi.

Questi adesivi erano la copia adattata di quelli di cui si riempì Parma, nel 1998: da MARIO TOMMASINI JUST DO IT! a... GIOVANNI CAPECCHI JUST DO IT!

Come è andata con Capecchi, un po' si sa, io non posso e non voglio fare marcia indietro e confermo tutto quanto di pesantissimo ho detto e scritto in questi ultimi dieci brutti giorni.

Torniamo a Marica.

Marica Setaro, insieme a Prof. Massimo Bucciantini, compagno di vita, è stata, in questi anni, curatrice del festival "Le parole di Hurbinek" che ha saputo trasformare un sempre pù retorico e rituale Giorno della Memoria,  in un percorso più lungo, approfondito e apassionante di iniziative e di incontri, a partire dai giovani.

Un percorso che ha anche saputo fare rete, non solo istituzionale, senza isolare Pistoia, ma inserendola anche in spazi di cultura più ampi, aperti.

Ricordiamolo anche chi è, chi è stato Hurbinek: un bambino nato e morto a circa tre anni ad Auschwitz, cui simbolicamente si vuole dare una voce che non ha mai potuto avere.

Marica Setaro, infine, anche se stra-radicata a Pistoia (con puntate a Pisa) è, come me, un'immigrata.

Mi auguro che saprà, portare nella complessa e paludosa politica pistoiese l'umiltà e l'ostinata tenacia del suo Cilento.

Non quello dei cinema, delle commedie e dei lidi affermati e ormai patinati.

Quello delle montagne in cui è ancora forte il ricordo dei "briganti", sconfitti dalla storia narrata dai soli vincitori, e in cui si cammina e si colgono, quasi senza fine, gli asparagi selvatici.

Come certamente è noto alla nuova prossima Assessora alla cultura, gli asparagi, nelle loro tante varietà, sono particolarmente ricchi di vitamine e di  sali minerali.

Proprio ciò che ci vuole oggi a Pistoia e alla sua complicata politica.

E, non volermene Marica, proprio quello di cui mi pare aver bisogno, in questo momento, Giovanni Capecchi.

Cui, però, non posso che dire, per una volta... bravo!

Francesco Lauria

domenica 7 giugno 2026

PISTOIA (E NON SOLO...): LA POLITICA DELLE VETRINE TEMPORANEE; SELFIE, TICKET, LISTINI BLOCCATI E DEL "SALTO UN GIRO, MI RIPOSO"....

I nodi stanno per venire al pettine, con ritardo, ma prima o poi la nuova Giunta del comune di Pistoia sarà varata.

Nonostante un timidissimo, quasi impercettibile, aumento dell'affluenza rispetto ai deludenti numeri che portarono alla scontata riconferma (per mancanza di competitor adeguati) di Alessandro Tomasi al primo turno nel 2022, il tema della (mancata) partecipazione dei cittadini e delle cittadine, non è stato quasi toccato nelle analisi delle trionfanti truppe capecchiane (di diversa osservanza), ma è stato anche poco dibattuto nello spelacchiato centrodestra pistoiese, alle prese con l'abbaglio autoconsolatorio e creativo del c.d. "voto ideologico".

Fin dalla sciagurata e davvero provinciale scelta di "chiudere", quasi unici in Italia nel centrosinistra,  le primarie pistoiesi a giovani e immigrati - contro la quale ho scritto in tempi non sospetti su Report - mi sono interrogato su quali fossero i motivi di tanta disaffezione e disattenzione, certo radicata e nazionale, non solo pistoiese, dei cittadini alla politica.

Visti i risultati dell'affluenza, infatti, la tanto osannata "macchina da guerra" di Giovanni Capecchi, sia alle primarie (dove, nonostante la buona partecipazione, comunque inferiore ad altre tornate simili, il divario con Stefania Nesi è stato molto meno netto del previsto) che alle elezioni, ha riportato, è vero, gente di centrosinistra alle urne, ma si è limitata, visti i numeri, al cerchio di simpatizzanti e militanti, con la fisiologica aggiunta di qualche parente cammellato di candidati/e.

Il tema non è banale: di fronte alla crisi dei circoli culturali, alla separatezza con il mondo del volontariato (con l'eccezione, in questa tornata, dell'Arci per il centrosinistra e dell'Mcl per il centrodestra, oltre ad alcuni singoli), al sempre più forte ridursi della stampa libera e indipendente, di fronte alla disaffezione e alla diserzione alla militanza dei cittadini e delle cittadine "normali", come, quando e dove viene selezionata la classe dirigente? 

E' noto che le sedi vere e permanenti di partito siano sempre più rare, anche movimenti studenteschi giovanili di destra e di sinistra che avevano, in autonomia, provato ad aprire propri spazi, li hanno dovuti chiudere per mancanza di partecipazione e di risorse.

Tutto, o quasi, diviene digitale, temporaneo, virtuale, provvisorio.

Avrebbe detto un Leoluca Orlando d'annata: "tutto diviene tenda dell'eterno presente".

Un esempio sono le vetrine delle sedi temporanee di liste e comitati elettorali: se è comprensibile che quelli dei singoli candidati/e siano stati subito chiusi, mette un certe tristezza, ad esempio, vedere l'immediato smantellamento e svuotamento della sede della Lista Capecchi che, era stato promesso, non sarebbe stata una meteora elettorale che accomunasse le diverse elites pistoiesi, ma un esperimento politico più profondo e duraturo.

Nulla tutto chiuso, serrato.

Anche il Pd in centro ha mantenuto i manifesti, ma tiene la sede sempre serrata, in attesa, probabilmente di seguire (una volta tanto) l'esempio dei fedelissimi pasadaran del nuovo sindaco.

Al mercato, poi, non ci sono più i militanti e i candidati alla disperata ricerca, magari in ticket uomo-donna, della preferenza personale, ma un deserto e un silenzio che, pur distrattamente, viene di certo percepito dal cittadino comune, di nuovo lasciato solo con i propri problemi, sempre più individuali e, donmilianamente, sempre meno affrontabili, almeno in apparenza, con la "Politica", come arte del "sortirne insieme".

La preferenza doppia di genere ha poi creato una serie infinita di distorsioni e di lotte intestine ed è, peraltro, palesemente fuorilegge perchè contraria agli esiti del referendum del 1991 che di preferenze ne aveva indicata una sola, per bloccare i "giochi" da Prima Repubblica, in cui, qualcuno ricorderà, non si votavano, tanto i nomi dei candidati (che nemmeno si scrivevano sulla scheda), quanto i numeri della tombola della preferenza multipla, appannaggio specialistico delle correnti dei partiti.

Con l'"andate al mare", improvvido, di quel referendum, i leader socialista Bettino Craxi, iniziò il proprio declino politico e di potere.

Oltre alla tristissima "politica dei selfie", non possiamo però non considerare anche gli improvvidi e crescenti adepti del listino bloccato, per la prima volta, nel 2025, utilizzato dal Partito democratico regionale, paracadutante candidati e candidate  che, in particolare, su Pistoia e provincia, avevano subito sonore e plurime batoste per quel che riguardava il consenso...

“Non mi ha mai convinto, nonostante la motivazione nobile con la quale fu pensato – spiegava qualche mese fa lo storico dirigente Pci, Pds, Pd Paolo Bruni -: offrire la possibilità a un soggetto di particolare competenza e/o prestigio professionale o culturale di portare il proprio contributo senza passare dal vaglio elettorale. 

Aveva un suo perché. 

Temevo però che dietro questo velo nobile potesse celarsi una verità di real politik: la compensazione. Scegliere, per la prima volta, di utilizzarlo per candidare rappresentanti istituzionali e dirigenti di partito (Simona Querci, ndr) ne è la conferma”.

Infine un ulteriore elemento di riflessione due "cavalli di razza", piuttosto giovani, quindi non privi di energie, hanno, del tutto rinunciato a correre, almeno in prima persona, nelle amministrative 2026.

Si tratta di Riccardo Trallori (prima garantito vicesindaco, poi garantito assessore pesante, poi...?)  per il centrosinistra e di Gabriele Sgueglia nel centrodestra/Fratelli d'Italia che, se è vero che ha sostenuto i propri "fratelli e sorelle minori" di Gioventù nazionale, non è che abbia macinato i chilometri in questa campagna elettorale, nonostante il ticket dei ticket con Annamaria Celesti (uomo-donna, giovane-matura- destra-moderata).

 

Mi sbaglierò, ma questa balzana idea del "salto un turno, mi riposo", in tempi in cui tutto si misura in estemporanee, ma ricercatissime preferenze individuali, non porterà politicamente bene a nessuno dei due (rispettivi premi di consolazione comunque dati per scontati).

Un'ultima riflessione: alle ultime elezione i cittadini hanno avuto poche scelte anche per il candidato/candidata sindaco.

Mai, davvero mai, si erano avuti solo tre candidati e la scusa delle primarie per il centrosinistra, che tutto erano tranne che una novità, non regge.

Siamo ad una "americanizzazione" semplificatoria della politica? 

Due soli schieramenti/cartelli elettorali, comitati provvisori, campagne a suon di reel di pochi secondi solo sulla persona, e mai sulle idee, sul partito, sulla politica?

Io, purtroppo, temo di sì, nonostante quanto sia variegato, ad esempio, il campolargo.

Ed il primo a dover fare i conti con le proprie evidenti contraddizioni, il primo che non potrà più mettere la polvere sotto il tappeto, non mi si dica che è diventata la mia ossessione, è semplicemente, stato eletto è, ovviamente, il neo sindaco Giovanni Capecchi.

Che, se ne accorgeranno presto anche i suoi hooligans, super/pieni poteri, anche per indole, non li ha o non è in condizione di esercitarli/mantenerli.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

sabato 6 giugno 2026

GIOVANNI CAPECCHI: PISTOIA E LE DUE PALUDI.

Giovanni Capecchi è una persona abile.

Non intendo alla leva (immagino abbia fatto obiezione di coscienza, visto che in famiglia: "facevano obiezione alle spese militari"), ma in generale.

Sicuramente con la parola, ma anche con lo sguardo, i silenzi, l'ascolto.

Uno a cui, abbastanza facilmente, dai fiducia, credito.

C'è una data che per la storia recente di Pistoia e di Giovanni Capecchi è uno spartiacque: il 28 febbraio 2026.

Lo ha detto spesso anche in campagna elettorale, Capecchi: lì è cambiato tutto.

A San Domenico c'ertano 400-500 persone, una vera folla per Pistoia.

C'era anche io, di più, sono tra i cinque-sei che sono intervenuti: annunciando il mio personale sostegno al candidato che chiedeva, finalmente e a gran voce, le primarie di coalizione.

Quella di San Domenico fu una grande prova di forza e una pesante sfida alla maggioranza del Pd pistoiese che aveva respinto sdegnosamente la candidatura Capecchi e aveva proposto l'allora poco conosciuta consigliera comunale ed insegnante Stefania Nesi.

Mentre osservavo la sala mi rendevo conto che su cinquencento persone ne conoscevo forse una ventina, ero consapevole che Capecchi non rappresentava del tutto il mio mondo e i miei valori, ma il suo intervento mi convinse pienamente.

Anche se non pienamente riportato, ma per fortuna ci sono le registrazioni, annunciandolo all'inizio dell'intervento e tornandovi alla fine, il professore trapiantato (in parte) a Perugia si impegnò molto a descrivere la "palude" di Pistoia.

Scelse l'immagine del fatto che il Palazzo Comunale sia stato in tempi medioevali costruito su una palude e che si risvolti si erano fatti sentire fin nel ventunesimo secolo.

Capecchi promise (ma poi non lo fece) di lasciare un foglietto in cui fosseri scritti i vari dossier/macchine del fango in preparazione su di lui.

Dossier, fece capire chiaramente, non a opera del centrodestra, ma di chi: "nel centrosinistra è non contrario, ma contrarissimo alla mia candidatura".

Un esempio: la sua incompatibilità rispetto al ruolo (questione di famiglia) nella Fondazione Cassa di Risparmio legata al pesante ritardo nelle sue dimissioni, in chiara violazione del codice etico.

Capecchi si difese non nel merito (non poteva farlo) ma facendo presente che nella sua stessa situazione vi erano politici della provincia di Pistoia sia di centrodestra che di centrosinistra (ed era vero...)

Gli altri temi sono noti: gli articoli di giornali e le voci sui concorsi all'Università di Perugia, fantomatiche ville all'estero, etc.

Fu molto chiaro Capecchi: promettendo di bonificare, nemmeno fosse il lago del Fucino di mussolinana memoria, la palude della politica pistoiese, a partire da quella rappresentata da una non piccola parte di centrosinistra.


Come è andata si sa: Giovanni Capecchi è stato più forte delle voci (vere e false) che giravano su di lui, ha incassato via via sostegni sempre più alti (fino ad Elly Schlein) e ha vinto prima le primarie del campolarghissimo pistoiese e poi le elezioni contro il timido e rassegnato centrodestra di Annamaria Celesti.

Un centrodestra uscito in città vincitore per vera disperazione, quasi solo dove regna incontrastato e incontrastabile un altro personaggio davvero peculiare del microcosmo pistoiese: Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, rimosso dal Vescovo Fausto Tardelli, per fatti gravissimi, nell'agosto 2025 ed ora, come se nulla fosse, plenipotenziario a Ramini.

Dopo le mie vicissitudini con un potente datore di lavoro che mi aveva messo alla porta per motivi politici e discriminatori dopo vent'anni di impegno e passione, personalmente, in quello scampolo di inverno che bussava alla primavera, non potevo non essere sensibile a chi, come "San" Giovanni Capecchi, diceva di opporsi alla "macchina del fango".

Ma pur da "neocapecchiano" seppi prendere le distanze dal futuro sindaco quando, con una scelta di inarrivabile incoerenza, lui e Avs-Sce-Possibile espropriarono gli immigrati residenti e i giovani universitari e non, del diritto di veto alla primarie, contrariamente a quanto avveniva a Viareggio la settimana prima.

Con grande abilità, poi, Capecchi avvicinandosi il voto, ha mantenuto il concetto della palude, capovolgendo, però, completamente la narrazione.

La palude non era più rappresentata dalle trame oscure della maggioranza del Pd comunale e di alcuni ex sindaci/poteri forti della città, ma dai nove anni del centrodestra.

E così, nuovo storytelling perfetto e ben confenzionato, a bonificare, ridare energia, soffio di vita ai territori, tutti i territori, dal Manzanarre al Reno, da Bottegone all'Orsigna, passando per Cireglio, arrivava proprio lui: il taumaturgico, buono, onesto, competentissimissimo Giovanni Capecchi da Candeglia, Perugia, Pistoia, Mondo.

L'uomo della Pace, ma anche delle buche e delle varianti.

Delle regole a targhe alterne (dehors e ztl sì, Biancalani viediamo...) e della grande responsabilità sociale e ambientale del vivaismo pistoiese, descritto senza remore, come una sorta di grande associazione benefica pronta a salvare l'Amazzonia dalla deforestazione e il mondo dal cambiamento climatico.

Insomma Giovanni Capecchi diventa l'uomo delle due paludi prosciugate: prima i cattivissimi, oscuri, terribili schizzi del centrosinistra e poi gli esiti deludenti degli ignavi, tendenzialmente un po' incapaci e da poco usciti dalle caverne, politici e amministratori uscenti di centrodestra.

Già questi primi giorni post elezioni ci hanno dimostrato che Capecchi non ha i super poteri che gli hanno frettolosamente attribuito i suoi hooligans, molto attivi anche sul web, da veri e propri leoni digitali.

Lui che proprio un pischello non è, si è peraltro affidato ad un capo di gabinetto alle soglie della pensione, rodato decenni fa dal fido Agostino Fragai.

Quella che rimane orfana una volta che termina la fascinosa narrazione è la Politica.

Quella vera.

Quella di visione e di concretezza. Che affronta i bisogni ed i desideri delle persone, accompagna le loro aspirazioni.

Assicura il pane, ma non si dimetica delle rose.

Si esprime in poesia, ma sa vivere anche la quotidianità faticosa ed estenuante della prosa.

Una politica portata avanti da persone che sappiano fare "della contraddizione tra fatti e valori", una questione personale.

A me, sinceramente, di tutta la narrazione capecchiana (intesa come gruppo, cerchio magico, elite delle elites, amici nel potere e nei poteri, non come singola persona) rimane davvero poco.

Forse un po' di melma politica paludosa nelle mani, cui contrappongo un sapone di quelli grossi, grossi, antichi.

Per pulirmele.

Francesco Lauria

giovedì 4 giugno 2026

PIERRE CARNITI, UN PENSIERO "NATURALE" PER MIGLIORARE IL LAVORO DI OGGI (IN MEMORIA DI PIERRE A 8 ANNI DALLA SCOMPARSA).

La risacca è il moto di ritorno dell’onda che, respinta da un ostacolo, si scontra con l’onda successiva in arrivo dando origine a un frangente.
Ma è anche il titolo di uno degli ultimi libri di Pierre Carniti, indimenticato e indimenticabile segretario generale della Cisl e protagonista opportuno del Novecento italiano.
In questo video, in particolare con la testimonianza di Francesco Lauria, si racconta l’incontro con Pierre Carniti anche nel solco della riflessione su un lavoro che è sempre: “un fatto sociale e relazionale”.

Vedi il video de Il Buon Lavoro su Pierre Carniti: 


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