venerdì 3 aprile 2026

HANNO PARLATO I GIUDICI: QUESTA CISL NON E' LA CISL. GRAZIE A SIGFRIDO RANUCCI, CLAUDIA DI PASQUALE (NADIA TOFFA+). NON FINISCE QUI.

Un paio di ore fa, forse tre, ho ricevuto in tutti i modi possibili (mail, messenger, telefonate, whatsup, sms, grida di gioia etc.) da persone di tutta Italia, in prevalenza cislini in attività, più qualche ex, la foto del post di Sigfrido Ranucci che annunciava la piena vittoria in Tribunale di Report contro la Cisl.

Basta farsi un giro sulle pagine social di Ranucci o di Report per constatare migliaia di messaggi durissimi (e motivatissimi) contro la confederazione che, come ricordò con rispetto durante la trasmissione lo stesso giornalista romano, era stata fondata da una grande figura del Novecento Italiano, come Giulio Pastore (facile la battuta che certamente e da molti anni si sta rivoltando nella tomba...)

I fatti sono noti la famosa trasmissione del 2020 che faceva saltare il banco: non c'era la sola mela marcia Raffaele Bonanni (che aveva grandissime colpe, peraltro, in buona parte ammesse con il suo sostanziale: "mi facevo, ci facevamo da solo/soli lo stipendio").

Molti ricorderanno la serie di Report sulla Cisl denominata: "insindacabili", ma anche il lavoro della compianta Nadia Toffa per le Iene.

Con un termine fin troppo gentile la trasmissione (Report, in questo caso) spiegava che molti dirigenti Cisl, almeno quelli apicali direi tutti/tutte, si sentono al di sopra non solo delle regole associative (lasciamo perdere i collegi dei probiviri perchè ci si potrebbe realizzare una serie noir su qualche piattaforma, magari anche con un discreto successo...), ma del buon senso, della legge, di tutto e di tutti.

Qualcuno ricorderà, ad esempio, che Report aveva ricostruito la carriera (ancora non del tutto sbocciata a dir la verità) del commercialista irpino Danilo Battista, l'unico che aveva avuto il coraggio di attestare ad Annamaria Furlan che i regolamenti Cisl non erano stati violati perchè: meramente indicativi.

Insomma chi doveva dare il buon esempio, vigilare sulle strutture territoriali e di categoria, nell'ottica della confederalità, poteva fare ciò che voleva con le risorse di lavoratori e pensionati, con i regolamenti che, da solo, si era dato.

Una follia. O meglio, una grande presa per i fondelli.

Danilo Battista verrà "premiato" con l'importantissima, ambitissima o ottimamente retribuita poltrona di Presidente del Caf Cisl Nazionale, per poi assumere numerosissimi altri incarichi (persino all'Inps... pazzesco).

Sarà insieme a Daniela Fumarola e Alessandro Spaggiari, protagonista delle mie incredibili, ridicole, ritorsive, gravatorie, false, ilegittime e illecite contestazioni disciplinari e del mio infame licenziamento, con anche alcune curiose dichiarazioni alla stampa nei miei confronti, per cui è stato da me immediatamente querelato (certo di qui alla sua condanna ce ne corre, ma vediamo...rimaniamo fiduciosi).

La cosa curiosa è che, a seguito dei miei dettagliati ricorsi ai probiviri confederali, insieme ad un'altra mia fantasiosa accusatrice, Roberta Roncone, plenipotenziaria alla Fnp Cisl nazionale, è risultato NON ISCRITTO alla Cisl.

Non iscritto lui. Non iscritta lei. Devo aggiungere altro?

Credo che sia questa la dimostrazione plastica che la Cisl di oggi (e anche del passato recente) non è, in alcun modo, lo ribadisco con tutta la forza che ho in corpo, la vera Cisl.

Si tratta, quella di oggi, di un'organizzazione chiamata Cisl, in mano a persone che non solo non ne incarnano la storia e i volori, ma nemmeno li conoscono, nemmeno li hanno mai sfiorati. Manco per sbaglio.

E' tutto qui, sul sito della Rai, consiglio di rinfrescare la memoria: https://www.rai.it/dl/doc/1608059855067_insindacabili_report_pdf.pdf 

Non mi spingo a parlare della Cisl di Carniti, per carità, ma nemmeno della Cisl di Giulio Pastore e Mario Romani. Nemmeno di Franco Marini, cui è stata dedicata pure una Fondazione che appare, oggi, magari ci sbagliassimo, fantasma.

Non è solo questione di sudditanza ai Governi e alla politica di destra, anche qui dimostrata in maniera sfacciata dal percorso personale dell'ex segretario generale e, insieme, fiorista pro Meloni, Gigi Sbarra, ma di molto peggio.

Non è difficile pensare che, in caso di, diciamolo un po' miracolosa vittoria del centrosinistra, ci sarà in Cisl chi sarà pronto, immediatamente, a genuflettersi ai potenti di turno, senza vergogna, senza pudore, senza coerenza.

Il contrario di quel sindacato, indipendente dai padroni e dai Governi, che aveva disegnato con la sua testimonianza e la sua vita, proprio l'indimenticabile ex segretario generale Pierre Carniti.

A poco o a nulla sono valse le minacce di azioni legali contro la libera stampa, sia da parte di Annamaria Furlan sia, ancor più impressionanti, con la mascherina Covid sul naso, di Gigi Sbarra, allora segretario generale aggiunto.

Altro che chiacchiere, fandonie e illazioni come affermava il duo Furlan - Sbarra e la sentenza di oggi lo scrive a caratteri cubitali.

Abbiamo visto come è finito (non per la prima volta) quel, privo di responsabilità, "faremo parlare gli avvocati". Bene ha fatto il blog il9marzo a tirar fuori un davvero gustosissimo e, visto oggi, più che penoso video du Furlan su La7, visionabile qui: https://www.il9marzo.it/?p=11020

Sprecare i soldi degli iscritti, in querele davvero temerarie, evidentemente, non conta nulla se ci si ritiene insindacabili, inattaccabili, inamovibili, indiscutibili.

A chi mi chiede, tu dov'eri? 

Rispondo che io da una parte sola sempre sono stato. Sempre, con impegno massimo, a difendere i valori, le idee forza, gli ideali, le prassi corrette della Cisl e del sindacato.

Sempre, a pagarne il necessario prezzo. Fino a sacrifici estremi.

Ho contribuito a formare centinaia, forse alcune migliaia di sindacalisti a Firenze, in Italia, in Europa e anche oltre.

A recuperare le radici e a farle volare verso il futuro.

A studiare, valorizzare un patrimonio culturale e sindacale, da mettere in dialogo, come la migliore Cisl ha saputo fare, in tempi ormai lontani, in tutto il mondo.

Sindacato significa, infatti, NOI, non IO.

Significa, come si evince dall'etimologia della parola, del tutto dimenticata in Via Po e anche nei territori, nelle categorie, nei servizi, negli enti, nelle associazioni, nelle Fondazioni, nei Centri Studi e formativi, FARE GIUSTIZIA INSIEME.

Non farsi i c....i propri in barba a chi si pretende di rappresentare senza mai parlarci, senza mai incontrare realmente, sinceramente i lavoratori, senza mai ascoltarle davvero le persone.

Se non in tristi e autoreferenziali eventi, molto spesso chiusi (come i commenti ai post della Cisl sui social) in cui le uniche parole d'ordine sono: quanto siamo bravi, quanto siamo lungimiranti, quanto ci fa pena Landini (che, per carità, ha le sue criticità...)

Un coro illusorio che viene cantato anche quando magari sfugge e non si vede arrivare la più grande mobilitazione a difesa della Costituzione degli ultimi decenni.

Una mobilitazione per il No al Referendum costituzionale sulla magistratura, nata dai giovani e dal futuro sano di questo paese, anche al di là degli schieramenti e dei partiti che molto, anche a sinistra, hanno da imparare da questa mobilitazione civile guidata sapientemente e pacatamente da Giovanni Bachelet.

Una mobilitazione civile e sociale che con quella che si fa chiamare Cisl, senza più esserlo, con quella che, almeno a mio parere, è solo terribile impostura e devastante metastasi, non ha nulla, ma proprio nulla a cui vedere.

E non è finita qui. 

Io, come noto, e non sono il solo, non mi faccio intimorire. 

Da nulla e da nessuno/a.

Proprio come Sigfrido Ranucci, come Claudia Di Pasquale, come tutto lo staff di Report.

Perchè io nel sindacato, quello vero, ci credo ancora.

Francesco Lauria

giovedì 2 aprile 2026

"DAL FIUME AL MARE". IL SOGNO, "FATTO DA SVEGLIO", DI GIOVANNI CAPECCHI.

No, ieri 2 aprile 2026, al Circolo di Capostrada la consueta pizza del giovedì, pur con preavviso, non era prenotabile. 

Tutto esaurito, esauritissimo, in vista dell'arrivo per il confronto sulla visione di città di Giovanni Capecchi, in questa occasione accompagnato dal "padrone" di casa Riccardo Trallori.

Consumata, un po' tristemente, in Viale Adua una pizza al taglio acquistata al supermercato, mi sono spostato di fretta verso il luogo da cui si dipanano le due strade che portano verso la mia Regione d'origine, la via Modenese e la Via Bolognese.

Il luogo lo conosco bene e mi sono diretto senza esitazioni all'ampio parcheggio a fianco della Chiesa. Niente tutto esaurito. Esauritissimo. D'altronde succede sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.

Ho fatto, a passo d'uomo, tutto il percorso verso la ferrovia (la Porrettana...), gli unici buchi erano i passi carrabili e, forse, nemmeno tutti erano stati lasciati liberi.

Ottenuto comunque un più che discutibile e sanzionabile parcheggio, mi sono diretto a piedi verso il Circolo, rinato a nuova vita poco più di un paio di anni fa grazie all'impegno, volontario e militante, tra gli altri, proprio di Riccardo Trallori.

Un sacco di gente fuori e una prima sorpresa.

Un blackout davvero chirurgico aveva lasciato al buio poche case nella via tra cui, proprio il glorioso Circolo di Capostrada.

Sorrisi, battute. Tra me e me mi sono detto e mò, chi gliele dà le tre sorprese che ho preparato a Giovanni?

Sbagliavo, al buio nel circolo (non è una metafora, al di là di qualche torcia di telefonino, proprio al buio, buio) c'era già il tutto esaurito. Esauritissimo. Nemmeno una sedia, uno sgabello, una panca rimasta in disparte, magari dimenticata fin dai tempi del Pci.

D'altronde, c'è poco da fare, è sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.

Fuori dal circolo, tra la folla, incrocio la moglie di Giovanni e Chiara, la figlia, che conosco solo di vista.

La saluto, mi faccio coraggio e mostro dal mio piccolo zainetto verde due delle sorprese che ho in serbo per la serata e per Giovanni.

Ottenuto un bel sorriso e il suo via libera, proseguo e salgo le scale.

Non prima di aver dato un occhio al mio manifesto storico preferito: quello risalente al referendum autogestito del circolo, nel 1984, contro l'istallazione e il dispiegamente delle testate nucleari americane in Italia.

Riccardo Trallori è già in mezzo alla sala, in apparenza un po' nervoso per la mancanza della luce (credo ripeta più volte, Enel, Enel...). Arriva Giovanni, poi Marco Furfaro.

Sembriamo in "M'illimino di meno" di Caterpillar e, scherzando, ma neanche troppo, si evoca comprensibilmente visti  i tempi in cui viviamo, anche il risparmio energetico.

Di energie ne ha tante, tantissime, nonostante la giornata intensa, lo stesso Giovanni che prende la parola dopo l'introduzione di Riccardo Trallori.

E' un intervento bellissimo, certo qualche inevitabile ripetizione rispetto ai dibattiti precedenti ovviamente c'è, ma quando Giovanni comincia a parlare di politica come sogno e di Pistoia come città della Pace, della sostenibilità e della partecipazione, quando parla di libri regalati, mi sento, non solo a casa, ma come se fossi su un'amaca e fuori ci fossero il doppio degli undici gradi di una serata pistoiese piuttosto fredda di inizio primavera.

Giovanni ricorda che, nell'incontro dei Giovani per Giò, gli è stato chiesto di promuovere un gemellaggio, negato dall'attuale Giunta di destra, tra Pistoia e una città della Palestina.

Arriva un faro, ma tutti ascoltano, il buio aiuta persino a concentrarsi mentre il non brevissimo intervento di Giovanni, si conclude.

Ho in mano le mie tre sorprese:

Ma prima faccio una domanda alla platea che mi guarda incuriosita:

"Lo sapete che cosa imputano a Giovanni Capecchi, in particolare in alcuni ambiti del centrosinistra pistoiese? Lo sapete? Gli rimproverano di pensare e di sognare, di non occuparsi solo del presente e delle buche, ma di essere concentrato soprattutto sul futuro."

Ho in mano le mie prime due sorprese, quelle validate da Chiara.

Una grande lampadina e un adesivo, mutuato da una bellissima campagna alle amministrative di Parma nel 1998, a favore del grande eretico della sinistra, liberatore di matti e neonati, manicomi e brefotrofi, Mario Tommasini.

"Mario Tommasini Just do it!", scrivevamo, in ogni luogo, a Parma nel 1998. 

In tempi e modi diversi, "Giovanni Capecchi Just do it!" scriviamo oggi su simili adesivi.

Siamo molto lontani da certe multinazionali, ma il famoso baffo significa anche io voto, significa: "Io ci sono!"

Un adesivo è sulla grande lampadina, ed è un messaggio anche per Giovanni: non smettere di pensare, non smettere di avere una visione, non smettere di sognare e di far sognare.

Non ho finito.

Ricordo a tutti e a tutte che Gaza non è lontana.

E', invece, vicinissima, basta andare al Kebab vicino alla stazione ferroviaria di Pistoia, parlare con il proprietario, leggere nei suoi occhi la ferita dell'esilio, la ferita delle bombe, la ferita sanguinante del genocidio del popolo palestinese.

Ricordo a tutti che, leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grandissimo poeta palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice israeliana Helit Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio meno, in arabo ed in ebraico, poesia si scrive sostanzialmente allo stesso modo: "sh ir".

Mentre "verso" si scrive bait in arabo e bayt in ebraico e, non casualmente, significa, in entrambe le lingue anche: "casa".

Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può significare, anche, intonare una poesia o un canto.

Darwish ci dice: "Se Dio creò il mondo, l'uomo può creare la poesia".

Spesso, nei conflitti, che, ovviamente hanno ragioni economiche, geopolitiche, di potere, etc. mancano le parole per parlarsi.

Io penso che si possa fare ancora di più di quanto, ha giustamente proposto Giovanni Capecchi in queste settimane.

Penso che sia certamente importantissimo, come da Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato, dal basso e non solo istituzionale, con una città palestinese.

Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.

Cominciamo a spargere antidoti rispetto al veleno dell’odio.

Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre la sua curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in Israele e Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul bene, si muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che organizzano le loro forze attorno alla creazione di spazi nei quali superare le barriere e realizzare un presente e un futuro comune, condiviso.

Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel destino), Zazim Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an (Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad (Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di Pace). 

Pensiamo, infine, alla storia stupenda dei due “padri per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin (palestinese) che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a donarci una potente testimonianza di riconciliazione condivisa.

Ecco io penso a Pistoia anche come città della: “diserzione”. Diserzione dall’odio, dal nazionalismo, dall'inevitabilità della guerra, dalla violenza, dai muri.

Pistoia come bait/bayt casa, ma anche poesia, canto della nonviolenza e del dialogo, anche franco, anche difficile, anche doloroso, perché le ferite non si cancellano, si attraversano insieme, diventando fessure di luce, come nella bellissima canzone, Inno, di Leonard Cohen.

Bait/bayt come "verso, strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.

Anche e soprattutto: "l'altro/a difficile".

Pistoia, insomma, come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono vive anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.

Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile, a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere” la Pace, non solo proclamarla da lontano.

Tiro fuori dal mio zainetto la terza sorpresa. E' un libro: "Dal fiume al mare" di Widad Tamimi. E' una frase di libertà che, nel racconto, soprattutto femminile, di una famiglia mista, araba e israeliana, non porta alla distruzione di nessuno, ma alla libertà e alla giustizia per tutti/e, a partire dai più fragili.

Tamimi, promuove, anche in Italia, borse di studio per giovani palestinesi.

Guardo Giovanni e gli chiedo: "in attesa dell'ulteriore sviluppo dell'università a Pistoia, partiamo da ciò che c'è: borse di studio per ragazzi e ragazze palestinesi proprio in infermieristica, proprio a Pistoia".

Mentre torna la luce, proprio alla fine dell'incontro, penso che la Speranza, come ci diceva sempre l'indimenticabile leader sindacale Pierre Carniti, sia un sogno bellissimo e importantisssimo.

Da "fare da svegli", come affermava, a sua volta, Aristotele.

Giovanni Capecchi è questo: una forza dolce, una speranza sognata da svegli, un desiderio di potere per e con (NOI), non di potere, dominio su (IO).

Anche se il 12 aprile. giorno delle primarie del centrosinistra, sarò purtroppo all'estero, per me sarà come esserci.

Insieme, con gioia, alla Primavera di Pistoia e per Pistoia!

Francesco Lauria

mercoledì 1 aprile 2026

"CON LA LINGUA DELL'ALTRO/A". PISTOIA: BAIT/BAYT, CANTO, CASA DI PACE, NONVIOLENZA, DISERZIONE DALLA GUERRA E DALL'ODIO.

Leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grande poeta palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice israeliana Helit Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio meno, in arabo ed in ebraico, poesia si scrive sostanzialmente allo stesso modo: "sh ir".

Mentre "verso" si scrive bait in arabo e bayt in ebraico e, non casualmente, significa, in entrambe le lingue anche: "casa".

Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può significare, anche, intonare una poesia o un canto.

È un insegnamento paradossale da cogliere da un poeta dell'esilio come Mahmud Darwish. Lui e la sua interlocutrice nell'intervista, che è lunga 100 pagine, discutono anche duramente, rivendicano, ciascuno/a le proprie ragioni.

Però, comprendono che serve una lingua comune o comunque condivisa, un dialogo per parlare, spiegare, capire, l'altro/a, senza cercare a tutti i costi un compromesso, ma incontrandosi nella chiarezza.

Darwish ci dice: "Tornare alla persona di un tempo, al luogo che fu, è impossibile".

Ma aggiunge anche che occorre continuare a raccontare, narrare e narrarsi “storie nella storia” per sopravvivere, per vivere, per convivere.

D’altronde sottolinea ancora: "Se Dio creò il mondo, l'uomo può creare la poesia".

Spesso, nei conflitti, che, ovviamente hanno ragioni economiche, geopolitiche, di potere, etc. mancano le parole per parlarsi.

Io penso che si possa fare di più che, come è stato giustamente proposto da Giovanni Capecchi in queste settimane, di proclamare semplicemente Pistoia: “città della Pace”.

Penso che sia certamente importantissimo, come da Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato, dal basso e non solo istituzionale, con una città palestinese (possibilità gravemente impedita dalla giunta Tomasi-Celesti).

Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.

Cominciamo a spargere antidoti rispetto al veleno dell’odio.

Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre la sua curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in Israele e Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul bene, si muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che organizzano le loro forze attorno alla creazione di spazi sicuri nei quali superare le barriere e realizzare un presente e un futuro per sé e per i propri figli.

Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel destino), Zazim . Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an (Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad (Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di Pace). 

Pensiamo, infine, alla storia stupenda dei due “padri per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin (palestinese) che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a donarci una potente testimonianza di riconciliazione condivisa.

Ecco io penso a Pistoia anche come città della: “diserzione”.

Diserzione dall’odio, dal nazionalismo, dall'inevitabilità della guerra, dalla violenza, dai muri.

Pistoia come bait/bayt casa, ma anche poesia, canto della nonviolenza e del dialogo, anche franco, anche difficile, anche doloroso, perché le ferite non si cancellano, si attraversano insieme.

Bait/bayt come "verso, strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.

Anche e soprattutto: "l'altro/a difficile", come si dice nella "giustizia riparativa".

Pistoia, insomma, come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono vive anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.

Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile, a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere” la Pace, non solo proclamarla da lontano.

Perché, come direbbe un altro “esule”, Ermal Meta: “E’ vietato morire”.

Pensiamoci e sognamoci su.

Da svegli.

Francesco Lauria

martedì 31 marzo 2026

RAPPRESENTANZA E LAVORO: E' IL MOMENTO DI UNA LEGGE? PROPOSTE E PROSPETTIVE

Arriviamo all'ultima tappa del nostro viaggio nel mondo della partecipazione e della democrazia nel lavoro!

Dopo aver analizzato, nelle puntate precedenti, i problemi, oggi ci chiediamo: cosa fare concretamente?
Spesso si sente parlare della necessità di una legge sulla rappresentanza per mettere ordine, promuovere democrazia economica e dare forza ai lavoratori e alle lavoratrici..
Ma è davvero questa la soluzione definitiva o serve un cambiamento culturale più profondo?
Francesco Lauria, Stefano Gregnanin e Carmine Marmo ne discutono con:
Mattia Scolari (Segretario Generale CUB Milano)
Federico Antonelli (Filcams CGIL Nazionale)
Giovanni Graziani (Autore ed ex dirigente sindacale CISL).
👇 Guarda il video e scrivi nei commenti la tua opinione: le regole attuali bastano o serve un intervento del legislatore? https://www.youtube.com/watch?v=4IvVm6P3CHo

lunedì 30 marzo 2026

GIOVANNI CAPECCHI, JUST DO IT!...(TRA PISTOIA, PARMA E IL MONDO INTERO: OLTRE IL BUNKER). Prima parte.

1. Tra Pistoia (Candeglia) e Parma, tra Berlinguer e i "matti" di Vigheffio.

 

C'è stato un momento, ieri sera, al Circolo Arci di Candeglia, a Pistoia, gremito oltremisura per l'occasione, un momento preciso in cui ho pensato a Mario.

E' stato quando Giovanni Capecchi ha ricordato i propri valori di fondo, le sue prime esperienze politiche, quelle dopo le elementari e la petizione, rivolta principalmente alla sua mamma, per salvare dal forno un piccolo coniglietto.

Il Centro di Documentazione, cui ho regalato, appena arrivato a Pistoia, nel 2011, il mio volume sulle 150 ore per il diritto allo studio; l'obiezione fiscale alle spese militari; le mobilitazioni per la Pace negli anni Ottanta e Novanta; il doposcuola sulla scia di Don Lorenzo Milani; il primo, importantissimo (e perduto) Centro Stranieri della città.

In quel momento lì, proprio in quel momento lì ho pensato a Mario: Mario Tommasini, l'eretico dei sogni e delle lotte, la persona che, quando Enrico Berlinguer, da leader carismatico del Pci giungeva a Parma, andava a salutare per primo, a Vigheffio, alla sua fattoria dei matti, saltando a piè pari  il "Bunker", la sede, in cemento armato, del Pci locale, allora luogo assoluto del potere provinciale.

2. Il "Bunker"


Fino alla fine degli anni Ottanta il Bunker è stato uno dei luoghi del potere della mia città, certo, ovviamente, insieme alla sede degli industriali e alla curia.
Era, come detto. la casa madre del Pci. Qui ci stava tutto, dagli archivi, ricchissimi di “note”, ai dirigenti, alle sale per le riunioni, alla redazione locale dell’Unità. Soprattutto ci stava “il federale”. Così si chiamava il segretario provinciale del partito.
E il palazzone veniva chiamato, appunto, Bunker.

Perché?
Sembrava un fortino, disegnato immerso nel cemento armato, a metà anni Settanta del Novecento dall’architetto Flavio Franceschi, allora intellettuale vicino al partito.
Come ha ricordato Luigi Alfieri, i più maligni dicevano che era una struttura paramilitare, da utilizzare per la rivoluzione o in caso di un colpo di stato di destra.

Il federale del Pci di Parma non era solo il capo del partito, ma (tranne una parentesi nel 1985-1990), comandava la società civile, orientava la potente Arci, contava più del sindaco che, allora, non era eletto direttamente, ma deciso tra riunioni piene di fumo, proprio nel Bunker, dai partiti di maggioranza: Pci e Psi.

Ho fatto in tempo a vedere molte cose nella mia città, Parma, ma credo che forse a Pistoia il tutto fosse ancora più marcato, poichè il Pci aveva percentuali anche più alte e, prima del 2017, mai ha lasciato (pur nelle versioni Pds, Ds, Pd) il potere.
Il capo e la dirigenza del Bunker, a Parma, sceglievano i responsabili delle municipalizzate, il presidente della Provincia, gli amministratori della sanità, consiglieri di banche, sindacalisti di vertice, dirigenti delle cooperative e molto altro.

Tornando a Pistoia, Agostino Fragai, ex funzionario del Pci pistoiese, ha ricordato, durante l'evento di lancio della candidatura di Giovanni Capecchi per le primarie, quanti iscritti, nel 1985, aveva il Pci a Pistoia. circa un cittadino su dieci, neonati, bambini e ultraottuagenari compresi.

3. Valentina e l'Unità


Anche io, come Giovanni Capecchi, ho un ricordo delle scuole elementari da condividere, si chiama Valentina.
No, non era un amore precoce nato sui banchi della città emiliana.
Valentina, a differenza di tutti noi, tranne un'altra bambina che si chiamava Shanti e aveva genitori pacifisti, parainduisti, ecologisti e vegetariani, non faceva religione.
Perchè?
Perchè i suoi genitori erano: "comunisti".
Si, eravamo tra il 1985 e qualche anno dopo: era da poco arrivato Gorbaciov, ma il papà di Valentina, che sembrava una copia in carta carbone di Carl Marx, la aspettava sempre fuori da scuola, con un giornale sottobraccio: l'Unità.
Ovviamente l'austero genitore di Valentina era uno dei tanti funzionari comunisti che operavano proprio nel Bunker.
Il resto è noto, il Pci ha cambiato nome, gli iscritti si sono decimati, così come, nel bene e nel male, il sistema dei partiti, tutti i partiti, Democrazia Cristiana compresa.
Il Bunker, tristemente svuotato, è stato per un po' subappaltato alla Ausl locale, adesso, ricorda sempre Luigi Alfieri, dove germogliava la pianta del potere, regnano le erbacce e i gatti randagi. Ovunque ci sono muffa e ruggine. Vetri sbrecciati.
"Come il Palazzone, così sono finiti i partiti e la democrazia. Oggi comandano i capi popolo."

4. 1998: un'apparente "gioiosa macchina da guerra".

E, invece, ieri sera a Pistoia, non ho pensato al Bunker, ma ho fatto un salto di circa dieci anni, al 1998.


Nel 1998 Parma, con enorme disappunto di chi si considera una "piccola Parigi", perdeva la stazione Tav a favore di Reggio Emilia proprio mentre il primo comunista della storia, Massimo D'Alema, con una congiura di Palazzo, gestita con il democristianissimo Franco Marini, sostituiva a capo del Governo proprio il reggiano Romano Prodi, giungendo, senza elezioni, alla guida dell'Esecutivo di centrosinistra.

Ma nel 1998, però, si votava. Per le amministrative comunali.
Anche a Parma, come a Pistoia, prima del 2017, fin dal 1945 i comunisti mai avevano perso il potere e, fino al 1998, il Pds, erede del Bunker, aveva 20 (venti) consiglieri comunali su 40, viveva in simbiosi ed organizzava eventi e concerti (anche belli per carità) quasi solo con l'Arci, i bus della municipalizzata Tep venivano assicurati tramite l'Unipol e il sistema di potere (e anche di buongoverno riformista emiliano, sia chiaro), la "ditta" così cara al piacentino Pierluigi Bersani, sembrava ancora, almeno a livello locale, per usare parole non fortunatissime, per la verità, di Achille Occhetto: "una gioiosa macchina di guerra".

5. Mario Tommasini, Giovanni Capecchi: JUST DO IT!



Ma ci sono versanti in cui la storia si sfiora, come Giovanni Capecchi, a Pistoia, nel 2007, quando si candidò, a mio parere con grande coraggio, contro la corazzata di Renzo Berti, prendendo tanti voti; e crinali in cui la storia si fa, come a Parma nel 1998.
E qui torniamo a Mario Tommasini, Bernardo Cinquetti, Giuseppe Longinotti e, nel piccolissimissimo, al poco più che diciottenne sottoscritto.
Siamo nell'Oltretorrente, sì quello delle gloriose barricate antifasciste che impedirono al gerarca Italo Balbo, che qualche anno dopo avrebbe attraversato l'oceano Atlantico in biplano, di attraversare il torrente Parma, dal nome omonimo alla città, "La Perma" declinato al femminile e in dialetto.
Qui si trovava la sede della Sinistra Giovanile (i giovani dell'ancora potente Pds) e la casa territoriale del partito.
Quando, quasi come si fosse ancora al Bunker, quasi come non si decidesse il candidato con elezione diretta, proprio come nei decenni predenti, fu indicato per un inaspettato, e oggettivamente inaccettabile, terzo mandato il notaio massone Stefano Lavagetto, ci fu una vera rivolta di popolo (certo supportata anche dal potentissimo organo unico, la Pravda degli industriali: la Gazzetta di Parma).
Nell'Oltretorrente una scritta redatta dalla iper creativa Sinistra Giovanile cambiò il nome alla sede locale del partito: la cassetta delle lettere si tramutò beffardamente da: "Pds", a: "Cadavere Pds".
Ma, soprattutto, i tanti ragazzi e le ragazze del partito, più alcuni cani sciolti, magari provenienti dal mondo cattolico di sinistra come il sottoscritto, incontrarono gli occhi azzurri, pieni di sogni di Mario.
Mario Tommasini.
E' difficile spiegare, al di là dell'aneddoto di Berlinguer, chi fosse Mario.
La definizione più nota è quella di: "eretico per amore".
Laddove eresia, come ci ricorda il filosofo junghiano Luigi Zoja, significa, dal greco, "scelta".
E di scelte Mario Tommasini ne ha fatte molte, tra cui quella fondamentale, sulla scia di Franco Basaglia di compiere battaglie eccezionali, creative, peraltro in tutto il mondo non solo a Parma, per la chiusura di manicomi e, cosa meno nota, anche dei brefotrofi.
Mario, di cui ricorrono quest'anno i venti anni dalla scomparsa (si può approfondire con il sito web: www.mariotommasini.it ), ha dedicato tutta, tutta la sua vita ai più fragili: emancipandosi insieme a loro, con loro, in mezzo a loro.
Malati psichiatrici, anziani, bambini abbandonati, detenuti, persone sole, etc.
Una sinistra creativa e vera, alternativa ad un Bunker peraltro già abbandonato e quasi in rovina, non poteva che affidarsi a lui.
Ricordo come oggi, quando mi ritrovai tra le mani un adesivo, frutto della genialità del compianto Bernardo Cinquetti (che ci ha lasciato purtroppo molto giovane) e Giuseppe Longinotti: "Mario Tommasini, Just do it!"
Dove Just do it, slogan beffardamente e paradossalmente rubato ad una grande multinazionale che nulla aveva a che fare con Mario, simboleggiava la pazzia, il "mondo matto" di un scelta inedita e rischiosa, un voto rivoluzionario che avrebbe potuto scompaginare la città e i suoi assetti di potere, una volta per sempre.
Da sinistra.
Anche Giovanni Capecchi ieri sera ha ricordato un adesivo a lui caro, disegnato nel 1981 dall'Arci nazionale, per la difesa dell'"unico pianeta che abbiamo".
Ecco, anche Mario, partigiano, leader eretico per amore della sinistra comunista e libertaria, uomo profondamente spirituale, era più che consapevole che abbiamo solo un pianeta, solo una vita e che proprio per questo dobbiamo ascoltare il battito del cuore dei più deboli, dei più fragili.
Non per pietismi caritatevoli o per interventi statalisti.
Ma, attraverso una sussidiarietà circolare antelitteram, che metteva insieme Franco Basaglia, Gianni Rodari, Don Lorenzo Milani, Alda Merini e tanti altri/e il battito dei singoli si faceva sogno collettivo, orizzonte e progetto comune, rivolta, eresia d'Amore.
Gli occhi e la postura di Giovanni sono più timide di quelle di Mario.
Ma i sogni, a me paiono sostanzialmente gli stessi.
Ieri sera, ascoltando anche una brava Stefania Nesi (quanto sono stato ingeneroso con lei...) anche io ho fatto la mia scelta.
Una scelta del cuore, che purtroppo non potrò, perchè all'estero, trasferire il 12 aprile sulla scheda.
Proprio per questo provo a renderla pubblica.
E' la scelta, come diceva l'indimenticato leader della Cisl Pierre Carniti, cristiano laico nella sinistra, citando Aristotele, di farsi guidare dalla Speranza: "Un sogno bellissimo, ma che occorre, ci ricordava Pierre, fare da Svegli".
Insomma, per chi può, il 12 aprile e anche oltre, si sogni pragmaticamente e pensi...

O meglio: GIOVANNI CAPECCHI, JUST DO IT! (fine prima parte...)

Francesco Lauria

domenica 29 marzo 2026

PISTOIA: NON VOTERO' ALLE PRIMARIE MA... IN DIFESA DELLA GENEROSA TRASPARENZA DI GIOVANNI CAPECCHI E DELLA SUA SCELTA

Qualche giorno fa, essendo stato costretto, per ragioni di forza maggiore (o meglio per l'aumento del costo dei biglietti aerei a seguito del conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele contro la teocrazia iraniana...) ad anticipare il mio viaggio sul Cammino di Santiago del Nord, ho realizzato che il 12 aprile, con ogni probabilità, non potrò votare alle primarie del centrosinistra (largo, largo...) a Pistoia.

Il 12 aprile, infatti, mentre i volontari e le volontarie del centrosinistra (che ringrazio) allestiranno i tanti seggi per le primarie (Pistoia è un comune molto esteso anche se non popolatissimo), se tutto va bene, mi sarò lasciato alle spalle le bellissime spiagge di San Sebastian e mi starò spostando a piedi verso Gernika, dove, in un luogo simbolicamente significativo in questi tempi di guerra, fonderò, in collegamento online con alcuni amici e amiche, l'Associazione Sognare da Svegli sui temi del lavoro, della democrazia e della rappresentanza.

Dopo la petizione che ho lanciato per il voto ad immigrati e sedicenni e diciassettenni, rispetto alla quale non mi sono trovato in accordo con Giovanni Capecchi, ho provato, scherzando, a proporre a Riccardo Trallori, il voto per posta, come per le primarie negli Stati Uniti, ma la risposta facciale del suo volto, esaurito da banchetti, volantinaggi, girocircoli, mi ha fatto capire che (anche giustamente) con ogni probabilità non fosse il caso di insistere...

Insomma non posso essere tacciato, certamente, di una identità ultras per l'uno o per l'altra candidata.

Aspetterò il confronto di questa sera o, al massimo, quello di domani, per dare, per quel che vale, una mia indicazione, pur in prospettiva di futura contumacia.

A me sembra che i pistoiesi (in qualche caso me compreso), compresi molti sostenitori di Capecchi, non abbiano ancora compreso appieno tutto il valore, scientifico e civile, della sua figura.

Può risultare simpatico o meno, votabile o meno, ma la ricchezza e l'ampiezza del suo Cv aggiornato che si può scaricare qui: https://www.unistrapg.it/sites/default/files/docs/people/curriculum/curriculum_vitae_giovanni_capecchi_gennaio_2026.pdf  parlano da sole.

Oppure, pur con l'aggravante che si tratta di una pagina finanziata da Giorgio Tesi Group, in modalità meno formale qui: https://pistorienses.it/portfolio/giovanni-capecchi/ 

Perchè scrivo questo? Perchè il curriculum vitae di Giovanni Capecchi è ricco e non conosciuto pienamente anche da un punto di vista politico e, soprattutto, amministrativo: Capecchi è stato, infatti, consigliere comunale a Pistoia fin dall'età di 23 anni (1994-1998, 1998-2002 e 2007-2008) e, tra il secondo e il terzo mandato, anche Assessore alla Cultura sempre del Comune di Pistoia (2002-2005).

Ha appartenuto, per un periodo, ad una forza politica, i Verdi, che certamente hanno scontato tra i propri leader Carlo Ripa di Meana e Alfonso Pecoraro Scanio, ma che, nel 1994, quando Giovanni Capecchi entrava in politica, erano rappresentati, in Italia ed in Europa, soprattutto da Alexander Langer, figura eccezionale, costruttore di ponti e di pace, valicatore di muri, che abbiamo peraltro ricordato a Pistoia, con un partecipato convegno, lo scorso settembre.

Insomma, arrivato alla potenziale quinta esperienza amministrativa, con un impegnativo e importante lavoro all'Università per Stranieri di Perugia è normalissimo, a mio parere, che Capecchi, in caso di sconfitta alle primarie, pur sostenendo il centrosinistra pistoiese e Stefania Nesi, rinunci a candidarsi al consiglio comunale.

Credo che pesi, su questo annuncio, la, immagino sofferta, decisione di dimettersi dal Consiglio Comunale, dove siedeva come candidato sindaco non eletto, nel 2008.

Semmai Giovanni Capecchi dovrebbe chiarire, perchè politicamente rilevante, se farà la stessa scelta in caso di vittoria di primarie, ma di sconfitta alle elezioni. 

Chiarisco anche questo; non mi pare che Federica Fratoni abbia svolto un ruolo significativo nel consiglio comunale pistoiese e lo stesso si può dire di Samuele Bertinelli, dopo le due amare e nette sconfitte di entrambi.

Però, ne sono sicuro, Giovanni chiarirà se rimarrà, o meno, a guidare l'opposizione in consiglio comunale, anche se tutti e tutte ci auguriamo, ovviamente, che, in caso di vittoria alle primarie, anche grazie alle primarie e alle energie (in gran parte, non del tutto, positive) che hanno scatenato, ci sia anche la vittoria contro il centrodestra di Annamaria Celesti (ovviamente lo stesso ci si augura in caso di vittoria alle primarie di Stefania Nesi).

In sintesi. 

Smettetela, peraltro da posizioni di centrosinistra, di sparare su Giovanni Capecchi. 

Io ho scritto alcune cose discutibili su Stefania Nesi (pur confermando che, almeno come esperienza, la sua è imparagonabilmente inferiore a quella di Capecchi) e me ne sono pentito, scusandomi, anche personalmente, con lei.

Ma ero proprio arrabbiato per come si era chiusa, in un mattino, con l'alzata di sollievo di un sopracciglio, la stramba, ma apparentemente fortunata raccolta fime per Simona Laing. Ciò era avvenuto, coincidenza delle coincidenze, proprio un attimo dopo l'indicazione Nesi candidata sindaca, da parte della maggioranza dell'Assemblea Comunale del Pd di Pistoia.

Insomma, nessuno/a può scagliare la prima pietra (e in primis io, che nemmeno potrò votare alle primarie, a meno che si adotti che ne so, il regolamento del Vermont...) ma cerchiamo di smettere di farci del male.

Nessuno, infatti, volente o nolente, può essere in grado di sminuire il valore assoluto come persona, come docente e come amministratore di Giovanni Capecchi.

Suggerisco, come altri, di valorizzare, invece, anche in prospettiva, visto che lei rimarrà in lista anche se sconfitta alle primarie, le qualità di Stefania Nesi, che ci sono, come le docente pistoiese ha dimostrato in queste ultime settimane e in questi ultimi giorni.

Uniti per vincere. Per Pistoia!

Francesco Lauria

P.S: questo post è arricchito da tre foto "pistoiesi" di Giovanni Capecchi piuttosto recenti, ma pubblicate ben PRIMA della sua ultima candidatura.