mercoledì 14 ottobre 2026

PD PISTOIA E GIUNTA CAPECCHI (GIOVANNI): ULTIMA SPIAGGIA? UNA PAZZA IDEA PER UN'ALTRA CAPECCHI (FRANCESCA) COMMISSARIA... (prima parte).

Mi è stato chiesto da Iacopo Bojola di aiutarlo a comprendere l'intellegibili, cruente (e oggettivamente anche autoreferenziali - Irene Bottacci dixit) dinamiche del Pd a Pistoia.

Bojola è persona moderata di centrodestra, davvero di grandissima e molteplice esperienza (si veda il cv sul sito storico del consiglio comunale di Pistoia: https://archivioconsiglio.comune.pistoia.it/il-comune/consiglio-comunale/consiglieri/iacopo-bojola ) non potevo davvero lasciare inevaso il suo espresso desiderio.

Premetto che sono esattamente dieci anni che non ho la tessera del Partito Democratico, la lasciai quando decisi di impegnarmi come rappresentante di lista per il No allo sciagurato referendum costituzionale Renzi-Boschi.

Mi sembrava incoerente continuare a fare parte di un partito che reputavo scivolato gravemente verso destra, fino a toccare pericolosamente gli equilibri costituzionali con, tra l'altro, l'obiettivo, per sconcertante e inaccettabile (almeno per la mia concezione di democrazia compiuta e di sussidiarietà verticale e orizzontale) dell'abolizione delle Province e del Cnel.

All'epoca tutti attaccavano le Provincie e tutti attaccavano il Cnel (compresi i successivi presidenti, Tiziano Treu di centrosinistra e l'attuale, Renato Brunetta di centrodestra...), io no.

All'epoca tutti, o quasi, erano favorevoli alla riduzione dei parlamentari, io no, perchè avvertivo il rischio evidente, conclamato, di lasciare interi territori senza alcuna rappresentanza politica e istituzionale.

La storia mi ha dato, ampiamente, ragione (e persino indirettamente  l'on, Marco Furfaro, anche se questo, devo ammetterlo, mi ha messo, gravemente, in crisi...)

Avevo anche un altro antidoto dentro di me: l'aver potuto toccare con mano, già nel 2005, a seguito di alcune ricerche sull'immigrazione e l'integrazione socio-lavorativa dei migranti e delle loro famiglie, i disastri, soprattutto nell'organizzazione interna dell'ente, realizzati da Matteo Renzi, succeduto come Presidente della Provincia di Firenze all'ex allievo di don Milani e sindacalista della Cisl, il compianto Michele Gesualdi.

Erano i tempi in cui a Pistoia, lo possono testimoniare decine, forse centinaia di ex studenti e studentesse, il "sacerdote" Don Massimo Biancalani, per me una specie di ateo devoto conservatore e di destra che portava a scuola Libero e il Giornale (un po' come oggi blandisce, senza comprenderlo/leggerlo davvero, il Manifesto) e si dichiarava pienamente favorevole alle invasioni americane dell'Afganistan (ve lo ricordate l'Afganistan...?) e dell'Iraq, peraltro totalmente in Barba (sarà che lì ci abita?) al diritto internazionale...

Biancalani si convertirà poi sulla via di Damasco e di Vicofaro (e di quello che, checchè ne dica la pseudo sinistra radical chic da salotto/Ztl, è, da sempre, stato più un ammassamento di corpi e di anime che reale accoglienza...).

Il "presbitero" di Barba, penserà (ma lo pensa davvero?) di essere diventato di sinistra, rimanendo, invece, sempre quello che era sempre stato prima: un esponente bizzarro e incoerente, assimilabile, almeno per me, alla destra radicale evangelica americana, pieno di sè e della propria inenarrabile pochezza e inaffidabilità, di maschio bianco, prevaricante quanto non autorevole, paternalistico e infantilizzante quanto non autentico, patetico e totalmente privo di spiritualità, sia dal punto di vista sacerdotale che di educatore ed insegnante (Preside-Presidente Paolo Biagioli ci sei? Batti un colpo!)

Tornando al futuro (sic) segretario del Pd (vi rendete conto, non è un incubo, Matteo Renzi è stato segretario del Pd per davvero!) la postura del Matteo di Rignano, allora tra i venti e i trent'anni, la sua spregiudicatezza, il suo passare sempre sopra al merito e alle persone, erano già evidentissime oltre venti anni fa, direi certificate e certificabili.

Insieme ai poteri che, già allora, scommettevano su di lui.

Mentre tutti (o quasi) si illudevano su Matteo Renzi, io sapevo, avevo visto, toccato inequivocabilmente con mano.

Anche in questo caso, direi, la storia mi ha dato, amplissimamente, ragione nonostante oggi Matteo Renzi, un po' come Massimo Biancalani, voglia sembrare di sinistra, provi a recuperare la verginità inequivocabilmente perduta, direi gettata al vento con disinvoltura imbarazzante.

Che dire?

E' già la seconda volta in pochi giorni che mi trovo d'accordo con il padre padrone di Report Q, Alberto Vivarelli (e questo, dopo la consonanza con Marco Furfaro, è davvero, per me, un colpo basso, un necessità stingente di autoverifica...) e direi che già lui qui ha detto molto e con la sintesi che mai mi appartiene...

 https://www.reportpistoia.com/il-congresso-lultima-spiaggia-per-mettere-le-cose-a-posto-dentro-il-pd/

Aggiungo, per trasparenza, che ci sono almeno tre procedimenti giudiziari, da me intenati, contro altrettanti dirigenti ipercapecchiani del Pd di Pistoia, uno dei quali pure firmatario del famigerato documento di minoranza della cosiddetta area Trallori (a proposito di conversioni discutibili e di aree Renzi/Massimo Baldi...)


martedì 13 ottobre 2026

MENO MALE CHE STEFANIA C’E’... UN ATTACCO NON SOLO ALLA MIA PERSONA, MA ALLA DEMOCRAZIA E ALLA LIBERTA’ DI TUTTI/E (DA PAOLO TOSI & FRIENDS).

Scrivo queste non poche parole, che auspico possano essere lette tutte con attenzione e pazienza, da un luogo bellissimo e significativo della mia città, Parma.

Mi trovo a pochi metri dal torrente omonimo, declinato al femminile, quello che, nell'agosto 1922, come noto in tutto il mondo fermò (vittoriosamente, anche se purtroppo solo provvisoriamente) le squadracce nere di Italo Balbo, con le barricate popolari e antifasciste.

La mia Parma dell’anarchico Guido Picelli, che tante volte ho provato a confrontare con il libertario pistoiese Silvano Fedi, ucciso in un’imboscata fascista a soli ventiquattro anni.

Picelli fu, invece, assassinato nel 1937 mentre combatteva le forze preponderanti del caudillo Francisco Franco in Spagna. Ancora oggi non si è riusciti a stabilire se caduto a seguito di probabile, naturale piombo fascista o vittima, invece, di un perverso “fuoco amico” stalinista.

In un momento familiare complicato, doloroso, difficile, di quelli che ti tolgono il respiro e il battito, sono stato accolto in un luogo che orgogliosamente, in questo tempo strappato ed escludente, accoglie, la casa Wonderful World, contigua alla sede mondiale dei missionari saveriani, fondati a Parma, nel 1895, dal beato Monsignor Guido Maria Conforti.

Un luogo che mi ha formato, fin da bambino, spiritualmente e politicamente, educandomi alla bellezza della mondialità e al tentativo, sempre imperfetto, sempre caduto, della testimonianza civile e cristiana.

Qui mi sono sentito più a casa che a casa, fra fucili spezzati e barricate in rivolta, consapevole della complessità e della molteplicità, non priva di contraddizioni, di queste due immagini che campeggiano ai diversi piani della casa Wonderful World.

Perché i fucili, “non per bellezza” nelle barricate antifasciste c’erano eccome, certo come rivolta civile e “partigiana ante litteram”, che coinvolse contro la barbarie e la violenza fasciste, proprio come la Resistenza ventuno anni dopo, anarchici, cattolici, preti, socialisti, mazziniani, liberali e comunisti, cittadini e cittadine comuni, “senza tessera”.

Soprattutto scrivendo del coraggio molteplice, differente, ma convergente, delle barricate di Guido Picelli o del movimento nonviolento italiano, quello che conobbe tra le sue guide Giuseppe “Beppe” Gozzini, primo obiettore di coscienza cattolico alla leva militare, non ho proprio nessuna voglia di strumentalizzare alcunchè.

Giuseppe Gozzini, un folle opportuno che, nel novembre 1962, proprio a Pistoia, mise in gioco la sua vita e pagò un prezzo altissimo per il suo coraggio e la sua testimonianza.

Gozzini pagò con il carcere e con il manicomio l’essere un irregolare perché fece obiezione di coscienza esattamente dieci anni prima che venisse promossa e approvata una legge che, pur tra mille difficoltà e pregiudizi, l’obiezione di coscienza alla divisa degli eserciti almeno non la vietasse.

L'obiezione era incredibilmente vietata in Italia, esattamente come il divorzio, esattamente come l'aborto.

E dobbiamo questo primo imperfetto atto di civiltà legislativa di matrice costituzionale su quel delicato e complesso tema a un altro cattolico, un partigiano in armi e combattente, un “capo” militare, come Giovanni Marcora.

Ben prima, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, era stato Giuseppe Dossetti a riflettere e a dibattere, senza trovare sbocchi e convergenze possibili, sul diritto di resistenza, individuale e collettivo, di fronte alle leggi ingiuste, a quelle che perpetuano, direbbe il filosofo Giorgio Agamben, non la democrazia compiuta, ma uno “stato di eccezione”. Quelle che non costruiscono, tassello dopo tassello, speranza dopo speranza, respiro dopo respiro, rivolta dopo rivolta, libertà, giustizia e democrazia.

Di fronte a questi giganti, potrei citare per non mancare anche un fiero anticlericale socialista come Lelio Basso, non posso usare parole melliflue, magari scritte per fare bella figura, per mostrarmi opportunamente moderato, equilibrato, cerchiobottista, cattolico, però progressista, sferzante, ma, per una volta, caritatevole.

Senza possederla mai io penso però che la verità  vada sempre ricercata, con onestà e umiltà. 

Nella vita come nella politica, che senza mai coincidere sono fortemente intrecciate, perché, come spiegava Aldo Moro e, come ha detto perfettamente Francesca Capecchi in consiglio comunale, la politica ha dei limiti e ad essa vanno posti dei limiti.

Lunedì 12 ottobre, a tarda sera, mentre intervenivano i consiglieri comunali Francesco Branchetti, Francesca Capecchi, Lavinia Ferrari (e altri/e) e, in solo in parte, la vicesindaca Stefania Nesi, io non mi trovavo fisicamente in consiglio comunale, ma avevo lasciato i banchi deputati agli iscritti dell’ordine dei giornalisti della Sala Sant’Agata, destinati ad accogliere la stampa senza che mai sia stato disposto negli anni un servizio di accreditamento.

Mi sono trasferito progressivamente a Pistoia da Roma, dove vivevo e lavoravo, tra il 2010 e il 2012, ero già giornalista iscritto all’ordine da anni.

Perché non ero in consiglio comunale mentre iniziava un dibattito, quello sui “bambini e le bambine mai nati/e”, che mi interessava e riguardava nel profondo, per vari motivi?

Perché un’ora e mezzo prima, appena entrato in consiglio e nella sala giornalisti, senza alcun motivo, veniva inviato un vigile urbano (che, pur piuttosto giovane, mi aveva visto già diecimila volte come giornalista nella Sala Sant’Agata) per identificarmi e controllare il mio tesserino.

Non c’era, lo chiarisco, alcun motivo né legale, né di buon senso per farlo, e, soprattutto per non controllare ed identificare contestualmente anche gli altri giornalisti che erano nella sala con me.

Peraltro nella sala a volte c’è un po’ di confusione, girovagano frequentemente e, almeno apparentemente, almeno per me senza motivo, il social media manager del sindaco Alessio Dolfi e il portavoce Gabriele Acerboni, spesso disturbando, almeno me, non in quanto tali, ma in quanto elementi di confusione, la cui presenza lì sinceramente è difficile da spiegare, se non per condizionare/indirizzare i giornalisti (che se avessero bisogno potrebbero sempre chiamarli o farli chiamare).

Ieri, almeno in quel momento e nei pochissimi minuti in cui ero stato in consiglio comunale, non c’era stata alcuna confusione o disturbo, Dolfi bontà sua non c’era e Acerboni, pur girovagando con il suo sguardo per me sempre minaccioso e un po’ triste, anche se in vita nostra mai abbiamo scambiato nemmeno una parola, non era entrato, a differenza del solito, nella sala Sant’Agata, fermandosi più volte, sempre girovagante come in una ronda, ma silenzioso, apparentemente un po’ truce, sulle piastrelle contigue.

Mi è stato poi detto, da fonti autorevoli, che il portavoce del sindaco (non il social media manager personale del sindaco che esiste praticamente solo nel comune di Pistoia) ha sempre diritto di “vagabondaggio” in consiglio comunale.

Sarà.

Tornando a noi, ho esibito subito il mio consunto e antico tesserino di giornalista, e, pur sentendomi duramente e intimamente intimidito e discriminato, non sono stato allontanato da nessuno.

Mi è stato poi detto dal vigile della Polizia Municipale su indicazione del Presidente del Consiglio Comunale Paolo Tosi, che i giornalisti non possono parlare e interloquire mai con i consiglieri, cosa che da persona, a mio parere, scarsamente democratica quale è Tosi, mi risulta essere, posso sbagliare, per ora solo un suo convinto desiderio, non un regolamento in essere.

La mia “identificazione” era stata ben notata da molti/e soprattutto dai banchi dell’opposizione, sconcertando tutti/e anche perché di lì a poco mi sono dovuto allontanare per la Messa dell’oratorio e doposcuola Carlo Acutis (era l’anniversario della santificazione di questo giovane prematuramente scomparso) che stava per iniziare nella vicinissima Chiesa di San Bartolomeo.

Mentre mi trovavo a messa con gli altri volontari, distogliendomi dal raccoglimento, continuavano ad arrivarmi dai banchi del consiglio comunale e anche da fuori (le voci, in una cittadina, corrono…) messaggi telefonici preoccupati che mi chiedevano, increduli, che cosa fosse successo, anche perchè erano state notate figure assimilabili alla Digos e Paolo Tosi era stato sentito affermare, forse con loro, che era dovuto intervenire proprio perché: “qualcuno disturbava i consiglieri comunali”.

A quel punto mi sono chiesto: e come li avrei disturbati io, con la telepatia, o perché forse, visto che Tosi è storicamente un esponente della destra renziana, portavo una sciarpa indigena e della pace, p magari solo perché esistevo? Perché respiravo?

Quando si nega persino il respiro alle persone, ai cittadini onesti, sinceramente si nega, si violenta, si stupra la democrazia che faticosamente è stata conquistata strappandola alla guerra e al nazifascismo.

Si dimostrano un analfabetismo e una rozzezza istituzionali da far arrossire Donald Trump e il suo pessimo rapporto con i giornalisti indipendenti.

Credo sia chiaro anche ai bambini che le mie rivelazioni giornalistiche sullo "zerista" Paolo Tosi a lui, comprensibilmente, non abbiano fatto piacere. Basta leggere il link e non è rilevante il fatto che oggi, 14 ottobre 2026, le rendicontazioni delle spese elettorali dei consiglieri comunali siano fruibili. Peraltro, in spregio palese alla legge mi risulta non ancora di tutti/e: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/paolo-tosi-lo-zerista-e-la-non.html .

Proprio per questo mi sono rivolto informalmente alla Digos, che era effettivamente presente, con discreta evidenza, lunedì in consiglio comunale.

 Anche perché provavo dentro di me un profondo annichilimento, proprio come quando mi trovo su un autobus su un treno con un amico o un conoscente o uno sconosciuto di pelle scura, e il biglietto e il documento vengono controllati solo a lui e non a me.

Ho esposto pacatamente i fatti, quello che mi risultava dai primi testimoni, messo insieme i fili di quello che gravissimamente, almeno a mio parere, era successo.

Non voglio e non posso usare qui quello che mi è stato comunicato informalmente dalla Digos, anche perché sono in corso valutazioni deontologiche, relative all’ordine nazionale dei giornalisti e, ovviamente, di natura legale.

Si vedrà se sono stati violati o meno norme, prassi, regolamenti e/o leggi. Quello che riscontro, almeno dal mio punto di vista personale e soggettivo, è un nichilismo perverso dei valori, una rozzezza superficiale dei ruoli istituzionali, in teoria di garanzia di tutti e di tutte, anche perché il quadro e il contesto dei fatti avvenuti mi paiono chiari, lampanti, evidenti e confermati, dopo attenta e puntuale verifica, da più fonti, anche di diverso colore politico.

Ho poi ascoltato attraverso i canali digitali, con ventiquattro ore di ritardo, gli interventi sul dibattito, delicatissimo, in merito alle comunicazioni sui bambini e le bambine mai nati/e.

Mi sono quindi perso, almeno in diretta, i diversi interventi, strumentali ed autentici, paradossali e opportuni, che si sono svolti in consiglio comunale, mentre difendevo non me stesso, ma la democrazia e la libertà di informazione, in una città “paludosa” come Pistoia, che evidentemente, non da ora, libera e democratica proprio non è.  

Una libertà e una democrazia che, in forma molteplice, sono state difese e poi riconquistate con le barricate antifasciste e con la Resistenza partigiana, armata e non armata, ma anche allargate e approfondite attraverso l’obiezione di coscienza e figure profetiche, coraggiose, come Giuseppe Gozzini, oggi scomparso. Un Gozzini che Pistoia, al di là di qualche boutade interessata e strumentale sappiamo tutti di chi, ha sostanzialmente dimenticato, coperto vergognosamente di oblio.

In piena armonia e ascolto reciproco mi ero trovato fuori dalla porta del consiglio, insieme agli agenti della Digos che erano lì, invece, proprio per ascoltarli quegli interventi sui bambini e le bambine nati/e; a seguito del pandemonio mediatico e social, anche nazionale, che si era scatenato dopo le dichiarazioni del lunedì precedente da parte della consigliera di Avs-Sce-Possibile Lavinia Ferrari.

Ho potuto recuperare in differita e digitalmente i vari interventi solo ventiquattro ore dopo, da Parma, la mia casa, la mia città, così avranno fatto anche gli agenti della Digos (un po’, lo ammetto, mi sento anche in colpa…)

Degli interventi che si sono susseguiti e che ho recuperato successivamente, con l’eccezione della bravissima, profonda, risarcente vicesindaca Stefania Nesi, che ho ascoltato, almeno in parte dal vivo, parlerò in un’altra riflessione.

Cercando di pormi sempre alla ricerca ostinata della verità e senza mai pretendere possederla interamente.

In sintesi (come spesso mi viene giustamente richiesto) caro Paolo Tosi (& friends…) concludo non con parole mie, ma di Gianni Rodari, che ti/vi lascio.

Raccontano lo stesso concetto che provai a trasmettere a Mauro Pompei qualche settimana fa presso la sua libreria Lo Spazio mentre lui mi riferiva (senza prenderne le distanze, come un passante…) di una da lui definita: “guerra senza alcuna esclusione di colpi nei miei confronti”, una guerra non politica, ma del tutto personale da parte di una sua amica, una consigliera comunale di maggioranza.

Allora non così conosciuta come oggi.

Una guerra, peraltro, delineata, sempre da Pompei non da me, come senza regole, senza morale, senza principi.

E forse Mauro aveva anche ragione, perché, in realtà, non esistono guerre, di alcun tipo, con regole, morale o giusti principi.

Non esistono mai “guerre giuste”.

Faccio eco e lascio la parola a Gianni Rodari che scrive, ovviamente, molto meglio di me.

E, infatti, io non mi sento, nonostante tutto, in guerra contro nessuno e, soprattutto, nessuna...

Di fronte a un ravvedimento, di fronte al riconoscimento completo della verità, sono pronto a perdonare non domani, ma oggi, ieri.

Come dissi anche, a suo tempo e più volte, al “passante irresponsabile” Mauro Pompei e a un suo amico e collega, apparentemente più buono e saggio, di Verona.

I fucili, almeno oggi, nel rovente, disperante 2026, vanno sempre spezzati.

Possiamo, dobbiamo, nella profondità e nella cura dello sguardo, dei nostri sguardi, essere tutti/e “disarmati/e e disarmanti”.

Cercare e scegliere la Pace, diversi, plurali, molteplici, ma innamorati della Vita e dell’Amore non della cieca rabbia.

Non della cieca guerra…

Scriveva Gianni Rodari nel suo celebre “Promemoria”:

“Ci sono cose da fare ogni giorno:

lavarsi, studiare, giocare

preparare la tavola

a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:

chiudere gli occhi, dormire,

avere sogni da sognare,

orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,

né di giorno né di notte

né per mare né per terra:

per esempio, LA GUERRA”.

Anche la guerra senza quartiere alle persone, quella che le “frantuma”, cari Paolo e Mauro/Mario.

E ve lo dico a partire proprio dai miei limiti e dalle mie imperfezioni. Dai miei sbagli.

Aiutiamoci, insieme, tutti e tutte a migliorare, a migliorarci.

A costruire, con pazienza e tenacia, un mondo e una Pistoia future, possibili, auspicabili, veramente gentili, non per finta o per narrazione elettorale strumentale.

Dove la parola ricorrente sia ACCOGLIENZA, non RESPINGIMENTO…

Io ci CREDO ancora.

Francesco Lauria, iscritto, da tempo immemore, all’ordine nazionale dei giornalisti (non alla P2) con tessera numero: 133244. Uno che scrive articoli, racconti e poesie persino sui tovaglioli di carta, al ristorante (certo ce ne vogliono, di solito, molti...)

E che il bavaglio, figuriamoci poi nel suo ruolo di giornalista, lo imparò a suo tempo Agostino Fragai a Ramini-Bonelle, non sa nemmeno lontanamente che cosa sia.

domenica 11 ottobre 2026

"ZANDGI": IO CI CREDO ANCORA. SAN FRANCESCO E IL LAVORO (E L'ACCA, L'ASFALTO ROVENTE, IL MANTELLO, LO SGUARDO E IL SINDACATO...)

"Fratello caldo non voglio dimenticarti. 

Voglio ricordarmi di te anche quando l'inverno allontanerà il tuo ricordo e la tua minaccia.

Dovremmo onorare così la festa di San Francesco trasformando la fatica di questa estate senza fine in un concreto impegno di cambiamento.

Il prossimo giugno arriverà tra nome mesi e non possiamo far finta di niente. 

E' un tempo breve, ma non insignificante, una buona scala per mettere alla prova la nostra capacità di passare dalle parole ai fatti."

Non sono parole mie. 

E' l'incipit dell'editoriale del quotidiano Avvenire, a firma di Elena Granata, pubblicato in un giorno particolare, il 4 ottobre, la festa (anche civile da quest'anno) di San Francesco d'Assisi.

Non è un anno qualsiasi questo 2026, celebriamo gli ottocento anni dalla morte terrena del frate Santo di Assisi e questa volta, per fortuna, rispetto al precedente centenario del 1926, non c'è Benito Mussolini a dirigere celebrazioni, rifacimenti di chiese, presenziare incontri appropriandosi di questa figura, in senso nazionalista davvero stravolgendo sia la storia che la memoria.

Questa volta, per fortuna, come titola con evidenza l'Avvenire sempre del 4 di ottobre (che, per una stranezza del destino, ho recuperato solo ieri, salvandolo dal volo in un cestino di una chiesa pistoiese...) possiamo parlare, a ragione, di un: "Patrono d'Italia, santo senza frontiere. Fraternità che sfida la cultura della potenza".

Tornando all'esordio dell'editoriale di Elena Granata sul quotidiano, quest'estate nel nostro Paese tantissime sono state le morti sul lavoro legate al caldo estremo.

Non voglio fornire dati: essendomi occupato, per una vita, di lavoro nero, anche a livello istituzionale come componente della Commissione Interministeriale sul lavoro irregolare o avendo collaborato per anni con gli ispettorati nazionali del lavoro a cavallo tra Italia e Romania in particolare sul distacco transnazionale illecito di manodopera (quante ne ho viste e combattute...), sono certo che, non potendo considerare anche tutti/e gli invisibili e le invisibili del lavoro sommerso, le nude e fredde cifre sarebbero sottostimate.

Ho pensato a lungo, in questo contesto, all'incontro organizzato per questa sera dalle Acli e dalla Pastorale del Lavoro della Diocesi a Pistoia su: "San Francesco e il lavoro. Spunti di riflessione nell'ottavo centenario della morte".

Interverranno il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, il vescovo di Pistoia e Pescia Augusto Mascagna, l'ex dirigente nazionale di Gioventù Aclista, già segretario generale della Cgil di Pistoia, deputato per quattro legislature, Renzo Innocenti e il presbitero pistoiese don Roberto Breschi (certo, come al solito, tutti maschi...).

Preparando individualmente l'incontro (non sono stato, infatti, coinvolto, a differenza degli ultimi incontri delle Acli di Pistoia, nella sua preparazione, nè ho contribuito alla sua ideazione) non ho potuto pensare alle immagini di questa estate a Seano.

All'asfalto rovente su cui sono stati trascinati i lavoratori in sciopero.

E a quel presidio sindacale distrutto dalla polizia, ma anche dai "padroncini", con innegabili episodi di violenza sulle cose e sulle persone, sui lavoratori sfruttati, in procinto di licenziamento.

Le crudissime immagini del 3 luglio 2026, Seano, Provincia di Prato, ma Diocesi di Pistoia, hanno fatto, non abbastanza, il giro del mondo.

In gran parte non sono state filmate nè dai poliziotti, nè dai lavoratori o dai sindacalisti sgomberati, ma dai piccoli, chiamiamoli con grande generosità, imprenditori, nervosamente festanti per la distruzione, dopo due settimane, del presidio dei lavoratori dell'Acca. 

I "padroncini" è vero, a Seano, erano tutti cinesi, ma è un elemento secondario, lo sfruttamento e l'incultura dello scarto, anche nei luoghi del "potere della moda", non hanno nazionalità, così come non dovrebbero avere alcuna cittadinanza...

Ricordo il dolore fisico che provai guardando quelle immagini e un legittimo, libero, certamente duro, presidio sindacale, definito falsamente e burocraticamente, nel tempo dei "decreti sicurezza", non come pubblica speranza, bene comune, ma come: "violenza privata".

Violenza privata. 

Fa un certo effetto, significa che, senza alcun dubbio, le cose, la "roba", prodotti venduti a pochi euro, contano infinitamente più delle persone, a Prato, come a Pistoia, come nell'Italia e nell'Europa che hanno San Francesco d'Assisi come loro patrono.

Le "cose", a ottocento anni dalla scomparsa terrena di San Francesco d'Assisi, contano molto di più delle vite, delle relazioni, non solo nel lavoro, dei sogni, dei sorrisi, delle lacrime, dei battiti, del coraggio, della dignità, delle emozioni, delle paure, della democrazia.

La scelta di recarmi subito a Seano è stata per me, immediata, normale, davvero inevitabile.

A vedere con gli occhi, lo sguardo, il cuore, con un'intima, mai doma, mai assuefatta rivolta.

Una rivolta, dopo lo sgombero, condivisa con tanti e con tante.

Per fortuna. 

Non avrei mai immaginato di avere il grande, immeritato onore di parlare, occhi negli occhi, a quei lavoratori, solo due giorni dopo, intervenendo a nome della Cub, alla grande, plurale, arrabbiata, colorata, manifestazione nel centro storico di Prato, cui hanno partecipato almeno 2500 persone.

La reazione, di fronte al caldo, alla diffamazione dei lavoratori e del sindacalismo di base, all'indifferenza, c'è stata, eccome.

I cento lavoratori licenziati, quasi tutti pachistani in piazza a Prato stavano tutti di fronte a me, tranne quelli che, con i sindacalisti del Sudd Cobas (qui i sindacati confederali non li hanno letteralmente mai visti, non credo nemmeno che i lavoratori sappiano che esistano...) erano ricevuti, a pochi metri di distanza, dal sindaco di Prato Matteo Biffoni e dal Prefetto.

Guardavo negli occhi quei lavoratori e li vedevo, mentre intervenivo, farsi forza mettendosi le mani uno sulle spalle dell'altro, quasi con tenerezza, certo non con virile potenza.

Sembravano quasi nuotare insieme sull'asfalto rovente contro la paura, come i bambini e le bambine nella piscina di Barbiana costruita insieme a Don Lorenzo Milani, loro che, alle pendici del Monte Giovi, nel Mugello, mai avevano visto il mare.

Ho pensato ad una frase, letta, casualmente, la sera prima: "Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni è responsabile del destino dell'umanità".

Sono parole di Dom Helder Camara, il "vescovo dei poveri e dei perseguitati", voce coraggiosa e profetica, nel Brasile sottoposto a una dittatura autoritaria e militare di estrema destra, di un Vangelo e di un grido laico di pace e di giustizia che ci ha indicato la strada della conversione e della nonviolenza.

La stessa di San Francesco.

La frase del vescovo brasiliano si può collegare alle bellissime riflessioni del vescovo di Pistoia Augusto Mascagna, pronunciate per il giorno di San Jacopo che ci paiono essere adatte sia a credenti che a non credenti (e d'altronde San Jacopo è, da sempre a Pistoia, sia una festa religiosa che civile).

Scriveva il vescovo Augusto in occasione di questa giornata così importante:

"Lassù in alto, sulla facciata della Cattedrale, la statua di San Jacopo continua ad attirare la nostra attenzione con il suo mantello rosso e sembra dirci: «E tu? Verso dove cammini? Per chi sei disposto a dare la vita? Qual è la passione che ti smuove?».

Il vescovo ci ha raccontato, poi, della passione di San Jacopo, della sua lotta contro la morte.

Un pensiero di morte, sottoposto ad un'economia "che uccide", come avrebbe detto Papa Francesco o "disumana" come dice oggi Papa Leone (preghiamo per lui e per l'umanità in questo momento...)

Una realtà di dolore che, pensiamo a tutti i conflitti, (armati e nel lavoro) scrive ancora il Vescovo: "uccide gli innocenti, sfrutta i deboli e i piccoli della Terra".

Ma, come direbbe Papa Francesco, non dobbiamo mai perdere, smarrire anche la gioia, il "chiasso" festoso dell'impegno.

Il 29 agosto scorso è stato raggiunto, grazie alla resistenza commovente dei lavoratori e al sindacato Sudd Cobas, a Luca e Sara, sindacalisti tenaci e coraggiosissimi, l'accordo nella vertenza dell'Acca Srl, con la riassunzione immediata di 60 lavoratori e il riassorbimento dei restanti 35 in tempi non lunghi.

Certo tutto andrà attentamente monitorato, ma è stata riconosciuta e salvaguardata pienamente la continuità contrattuale dei lavoratori e dal primo settembre le operazioni di logistica e di trasporto sono ripartite nella nuova sede di Campi Bisenzio, dopo 70 giorni di presidi e di sciopero.

Di asfalto rovente. Di lotta e di paura. Di fiducia e scoramento. Di condivisione delle ferite e delle speranze.

Giorno e notte, con temperature che hanno superato i quaranta gradi.

Che cosa insegnano, nella loro lingua l'urdu, i lavoratori dell'Acca, in gran parte mussulmani, a noi occidentali stanchi, credenti e non credenti?

Hamat, Bai Charat, eh Sath, Ansat.

Coraggio, Fratellanza, Insieme, Giustizia.

Unin.

Unin significa, in lingua urdu, sindacato, parola che viene, è greco antico, da sun dike: "fare, essere insieme Giustizia".

Significa condividere, senza indugio, il mantello, ci direbbe e ci dice da Assisi, dalla Porziuncola, san Francesco, povero, minore, fragile, e pure, per fortuna, un po' eretico, al di là di certe immagini rassicuranti e volutamente costruite che ci hanno tramandato di lui: condividere, senza indugio, il mantello.

Non è un caso che il 24 luglio, il giorno prima di San Jacopo, con le Acli, a Pontepetri, un luogo fragile e bellissimo nella montagna pistoiese, abbiamo riflettuto insieme di: "lavoro povero", "lavoro sfruttato", "dignità nel lavoro".

Per questo, il 22 settembre, a Montemagno (Quarrata) abbiamo fatto memoria e discusso, "non per bellezza", della "Resistenza delle donne".

La dignità, mi hanno insegnato i mei maestri e le mie maestre nel sindacato, i "santi minori", nella Fim, nella Cisl, nella Cub (che poi da una scissione della Cisl si è originata all'inizio degli anni Novanta) non si dà.

Mai.

La dignità si vede, si incontra con lo sguardo. Soprattutto si riconosce.

Proviamo, insieme, a ritrovare, cito il titolo di un testo del Presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia: "l'armonia degli sguardi".

"L'equilibrio tra forma e l'essenziale", come nel bel libretto di don Roberto Breschi che fa da cornice e da introduzione all'incontro di questa sera in programma alle 21 nella Chiesa di San Biagioin Cascheri. 

Muoviamoci con fiducia guidati tra San Tommaso, San Jacopo, Santa Chiara, San Francesco, il santo scolaro del mosaico di Barbiana.


Non me ne voglia don Roberto, apprezzando in toto la sua opera, la sua fatica, la sua voglia di raccontarsi per condividere l'incontro con Dio e con l'altro/a, ammirando la sua facilità di scrittura, ho apprezzato più di tutti gli ultimi quattro capitoli:

"Verso l'essenziale"
"L'incontro con San Francesco"
"Ritrovare se stessi"
e, soprattutto,
"la carezza di San Francesco".

La "forma", certamente, non va perduta, come scrive don Roberto, ma proviamo, insieme, come lui ci suggerisce, a: "ritrovare una direzione".

Cerchiamo l'essenziale.
La "grandezza delle piccole cose"...

Come una carezza,
una ferita condivisa che non distrugge l'intero.

Come un accordo sindacale da difendere ogni giorno.
una lotta, un "chiasso" da condividere,
un libro da leggere e/o da scrivere insieme.
Stagioni.

Sognando da Svegli.
Chiudendo grati gli occhi a mezzogiorno,
senza mai perdere la Certezza della Speranza,
passando dal caldo rovente dell'asfalto, al calore, al suono di un abbraccio autentico.

Combattendo, nella Pace, nel dialogo, nella fraternità, nella sorellanza,
quella "buona, bella battaglia"
che, anche nel lavoro, nei lavori, chiamiamo in mille lingue, mille colori:

VITA.

Vita, nella "nostra" lingua urdu, si pronuncia...

ZANDGI.

IO CI CREDO ANCORA...: 


Francesco Lauria

sabato 10 ottobre 2026

"NON E' RESPONSABILITA' NOSTRA": LA GIUNTA DI GIOVANNI CAPECCHI CROLLERA' SU SE STESSA... OCCORRE DELINEARE UN'ALTERNATIVA.

"Non è responsabilità nostra".

Mi ha molto colpito la risposta del sempre misuratissimo, quasi immobile, Assessore di Sinistra Italiana - Avs Mattia Nesti a Pistoia sul caso dehors-sanzioni agli esercenti pistoiesi che ha fatto imbufalire, sul finire dell'estate, forse centinaia di onesti imprenditori e lavoratori.

Al di là del caso specifico, dove forse, solo formalmente, non nella sostanza, il giovane e inesperto assessore potrebbe anche avere ragione: un imprenditore, sempre sul filo della crisi, che si sia sentito vessato, a torto o a ragione, e si è anche impegnato per dare un salario dignitoso e regolare ai propri dipendenti, non può accettare supinamente questo tipo di (mancata) interlocuzione e scaricabarile delle competenze.

Questo imprenditore (uno fra i tanti/ le tante), magari di fronte al dumping tollerato o non visto di altri datori di lavoro, quando si sente dire: "Non è responsabilità nostra", di sicuro non ridarà mai la fiducia, qualora lo abbia fatto, ad un politico o a un amministratore, di qualunque colore egli o ella sia vestito.

Nemmeno sotto tortura.

Quello delle sanzioni "pazze" sui dehors, su cui le responsabilità, per carità, non cadono solo sull'amministrazione comunale (andrebbe fatta una laica riflessione generale sul mondo tributario e della riscossione in Italia) è solo uno dei tanti punti su cui la giunta di Giovanni Capecchi e la sua maggioranza stanno vedendo progressivamente erodersi, in termini sempre più significativi e veloci, il proprio consenso in città.

So che sarò accusato, come al solito, di livore e magari anche di tradimento e lesa maestà, ma sarebbe interessante svolgere oggi, domenica 11 ottobre 2026, un sondaggio scientifico, un po' erede di quello stranamente commissionato e tempista di poco meno di un anno fa, che lanciò in maniera ancor più forte ed efficace della celebre raccolta firme, la candidatura a sindaco di Pistoia del sempre gentile e abbracciante professore associato dell'Università per stranieri di Perugia.

Secondo quel sondaggio (alla luce dei fatti allora non sbagliato) Giovanni Capecchi avrebbe vinto contro chiunque.

Bene, io, nell'ottobre 2026 lo ribalterei completamente, già oggi Giovanni Capecchi perderebbe davvero con tutti/e.

Credo, solo per fare degli esempi, che Giovanni Capecchi perderebbe con distacco, nell'arco politico: da Pistoia Rossa-Potere al Popolo di Fabrizio Mancinelli, passando, che ne so, per il piccolo centro che guarda, senza esagerare a sinistra, di Giorgio Federighi e Tommaso Braccesi, fino all'estrema destra di Futuro Nazionale con il globetrotter della politica locale l'ex assessore Alessio Bartolomei.

Se ammettesse gli errori e la mancanza di attenzione dell'ultimo anno, anno e mezzo del suo secondo mandato, a mio parere, uno come Alessandro Tomasi vincerebbe senza dover fare un minuto, un solo minuto di campagna elettorale.

Infine, in caso di singolar tenzone tra omonimi con Francesca Capecchi (un punto programmatico trasversale ed universale dovrebbe essere "piu' cognomi per i pistoiesi...") si potrebbe anche rinunciare alle urne con ritiro del candidato, come nel baseball, per "manifesta inferiorità'".

Conosco l'obiezione: se ne riparla tra quattro anni e mezzo.

Al di là che la politica e la democrazia, anche quelle locali, non assumono significato soltanto nell'ambito delle contese elettorali, come ho già scritto, ritengo assolutamente improbabile che questo dissennato centrosinistra extra extra large possa arrivare alla fine del mandato.

Se è vero, infatti, che il potere cementifica e molti/e (anche a destra ovviamente quando è possibile) il sedere lo incollano con il super attack alle poltrone, direi che dal tradimento concreto delle promesse, all'arroganza dei "migliori", all'inesperienza e inefficacia amministrativa e, proprio, alla presa in giro dei cittadini e delle cittadine, si può e si deve, democraticamente, mettere un limite.

Tanto più che è la giunta stessa a rivendicare la propria irresponsabilità (intesa nelle varie accezioni del termine):

"Non è responsabilità nostra" se esponenti del centrosinistra locale commettono individualmente dei probabili reati contro onesti cittadini, anche se siamo certi che abbiano ragione (abbiano ragione i cittadini, non i politici, si, mi riferisco a ciò che ho subito personalmente, non sono nato sotto un albero); anzi, magari li premiamo pure con incarichi pubblici i presunti responsabili e non mi riferisco ad una singola persona...

"Non è responsabilità nostra", se sbagliamo tutto nella gestione dell'allerta meteo e sulla sospensione dell'attività didattica nelle scuole di ogni ordine e grado, perchè siamo meno decisori di un turista neozelandese di passaggio";

"Non è responsabilità nostra", se, ad esempio sulla raccolta dei rifiuti e sulla Tari, facciamo il contrario, l'esatto contrario di quanto promesso e annunciato spontaneamente, per aumentare facilmente il consenso in vista delle elezioni, in campagna elettorale;

"Non è responsabilità nostra", se, ad oggi, guardando alla sola compagine di maggioranza, esistono idee contrastanti e contrastate persino su un singolo semaforo (certo importante per la viabilità in generale) nel quartiere di Bonelle;

"Non è responsabilità nostra" se figure divenute istituzionali, come il presidente Pd del consiglio comunale, dopo una campagna elettorale degna di una candidatura a governatore dello Stato di New York e quasi mille preferenze raccolte, dichiarano incredibilmente zero euro nella rendicontazione delle spese elettorali;

"Non è responsabilità nostra" se il candidato sindaco, in campagna elettorale, ha cavalcato l'onda populista promettendo di ridursi lo stipendio, e poi, una volta eletto, si è fatto meglio i conti in tasca, ha deciso di far finta di nulla e si è messo a fischiettare;

"Non è responsabilità nostra" se abbiamo assicurato l'ampliamento degli orari della Biblioteca comunale, per raggiungere quelli non di Stoccolma o di Parigi, ma, che ne so quelli delle zone interne dell'agrigentino o delle valli spopolate del Pasubio o, più banalmente, di Montecatini Terme che li ha recentemente ampliati;

"Non è responsabilità nostra", mi riferisco a responsabilità politica, non legale o giudiziaria, se un bando di un assessorato finanzia un'associazione che ha come tesoriere e leader di fatto (si vedano le ultime foto alla libreria Lo Spazio) il marito, dicesi marito, dell'assessora finanziante;

"Non è responsabilità nostra" se la situazione a Ramini non cambia, Don Massimo Biancalani imperante (Diocesi di Pistoia dove sei finita?), che colpa abbiamo noi, se non si costruiscono percorsi di inclusione e responsabilità per i migranti ammassati, d'altronde quello è, praticamente, l'unico seggio in cui ha vinto il centrodestra a maggio, problemi loro...

"Non è responsabilità nostra", anzi gridiamo pure vittimisticamente alla strumentalizzazione, che fa sempre figo, infine, se in Consiglio comunale a Pistoia, durante un intervento ufficiale, non al bar o al circolo Ho Chi Minh, una consigliera, eletta con centinaia di preferenze di Avs-Sce-Possible, riconosciuta e promossa, di fatto capolista femminile, pronuncia frasi davvero inaccettabili ed offensive per tutti/e, non solo per i genitori, non solo per i cattolici, sui/sulle "bambini/e non nati/e"

Davvero devo andare avanti?

Voglio ricordare che questa giunta, al di là del consenso che otterrà blandendo il mondo delle grandi associazioni (ovviamente di area), ha tradito in primis coloro che ci avevano davvero creduto.

Creduto ai fantomatici sogni imprudentemente suscitati da Giovanni Capecchi.

Alla speranza che, con la sua narrazione, predisposta e gestita da un noto e costoso studio nazionale di comunicazione politica con sede a Milano, lo stesso Capecchi era riuscito (anche in me) a suscitare...

Cambiando, solo in parte, discorso oggi mi ha molto colpito un'immagine inviatami, come di consueto a notte fonda, dal sito: www.quora.com

Il testo, a cura di Luciano Giulianini, ce la spiega:

"Questa fotografia mostra un uomo condannato per omicidio rinchiuso in una gabbia di legno in Cina, intorno agli anni '30. L'uomo è bloccato in posizione eretta all'interno di una struttura di legno alta. Il condannato non può sedersi, sdraiarsi o muoversi. La persona viene lasciata in strada esposta alle intemperie. La morte arriva lentamente per fame, sete e sfinimento. La gabbia veniva posta nelle strade o nelle piazze affollate. La sofferenza prolungata serviva da severo avvertimento contro i crimini gravi. All'inizio del XX secolo questi metodi estremi erano quasi scomparsi nelle grandi città, ma resistevano in zone remote ed isolate".

Nel tempo terribile di oggi, quasi cento anni dopo questa immagine, in cui torna penosamente normale fucilare negli Stati Uniti un condannato a morte in diretta streaming o fallire per ben due volte l'iniezione letale ad un'altra condannata, mi chiedo: davvero possiamo continuare a rimanere, sempre, indifferenti?

Ovviamente la giunta Capecchi non è responsabile, davvero, di nulla di paragonabile (certo potrebbe darsi una mossa, insieme al consiglio comunale tutto, con il rivisto regolamento e la nomina del nuovo garante dei detenuti...), ma mi chiedo:

"Davvero "non è responsabilità nostra", se la situazione scivola a fondo così velocemente?

Davvero possiamo continuare a rimanere indifferenti a tutto e a tutti: dalla barbarie dell'amministrazione Trump, fino al perpetuarsi della guerra nell'Est dell'Europa, fino al genocidio di un popolo come quello palestinese privo e privato di una leadership credibile, e all' allargarsi pericolosissimo del conflitto in Medio Oriente, fino alle certamente più piccole, ma non per questo non gravi, significative vicende della politica e dell'amministrazione locali?

Allora bisogna ricominciare a parlarsi, uscire dalle catacombe della politica e dell'impegno civile e ricostruire luoghi, spazi aperti ed autentici (ovviamente non nel senso della omonima libreria di Via Curtatone e Montanara), cominciare, con pazienza, ma determinazione a costruire un'alternativa possibile, auspicabile, desiderabile.

Alternativa politica e civica che, vorrei fosse chiaro, almeno a mio parere e secondo la mia sensibilità, nel rispetto di tutti e di tutte, non può essere rappresentata dalla destra e nemmeno dal centrodestra.

D'altronde, i non credenti, gli atei e i razionalisti, Non una di meno etc., mi perdonino e mi passino questa mia citazione teologica... Sant'Agostino, esattamente 1600 anni fa, ce lo ha spiegato benissimo: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te» (Sermo CLXIX, 13). 

Crediamoci davvero nella politica nonviolenta e dell'abbraccio, ma impegniamoci, anche con chi è lontano umanamente e politicamente da noi, con chi ci è "difficile", dovremo poi rappresentare anche lui/lei, in abbracci veri e gratuiti, possibilmente, senza conseguenze (non parlo di illeciti, ma di moralità) per i conti pubblici.

Ritroviamo amore per la politica e, fino in fondo, come ci esortava anche Papa Francesco, la nostra libertà, il pensiero critico, la voglia di cambiare, a partire da un giudizio meditato e responsabile, lo sguardo sulla realtà.

Siamo consapevoli, lo ripeto ancora, che, se tutto è politica, la politica non è tutto, vengono prima le persone. Tutte le persone, a partire da quelle più fragili, non i clan, non le lobby, non le confraternite, e mi fermo qui...

Cominciamo da ciò che ci è più prossimo, vicino, arriveremo, si spera senza la spocchia del sentirci improbabili migliori, ma fallibili, imperfetti/e, mai arrivati/e, anche a Donald Trump o a Giorgia Meloni.

Senza eccessi di romanticismo mi ha sempre colpito una frase del noto filosofo danese Soren Kierkegaard:

"La questione cruciale è trovare una verità che sia verità per me, trovare l'idea per la quale vivere e morire".

In un tempo, come quello attuale, di passioni tristi, di rovente indifferenza, di odio facile, questa frase può sembrare quasi una provocazione.

Ma c'è un aspetto, meno conosciuto, rispetto a questa riflessione filosofica, essa fu pronunciata negli anni in cui lo stato danese, pur caratterizzato da grande vitalità nelle arti e nella cultura, dichiarò formalmente bancarotta, la capitale Copenhagen fu bombardata dai britannici e venne anche perso definitivamente il controllo della Norvegia.

Ora, dobbiamo essere sinceri, almeno dal punto di vista economico, anche perchè a sua stessa detta ha trovato i conti perfettamente in ordine dalle due precedenti amministrazioni di segno opposto, alla bancarotta la giunta di Giovanni Capecchi, con la sua variopinta maggioranza dei migliori e la sua squisita, edulcorante bontà, non ci ha ancora portato.

Sulla bancarotta politica, etica e morale dei primi centoventi giorni dell'Era Capecchi (Giovanni)", al di là di alcune singole persone di valore, già ora ci sarebbe molto, moltissimo da dire e da discutere.

E sapientemente, opportunamente, responsabilmente, senza alcun livore, anche molto, moltissimo da sviscerare.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

venerdì 9 ottobre 2026

"IL MESTIERE DEL VOLONTARIO E' ARRIVARE PRIMA". CENTO OASI DELLA CURA PER CENTO ANNI, SULLE ORME DI FRANCESCO E LUCIANO. OGGI: IN CAMMINO DA ASSISI A VERONA.

Cento Oasi per i cento anni di Luciano Tavazza.

Oggi, sabato 10 ottobre a Verona, all'interno della rassegna RelazionEXPO, il Comitato per il Centenario di Luciano Tavazza (figura ancora troppo poco conosciuta e che può essere definita come il "padre" del volontariato organizzato in Italia), presenta il viaggio che sta portando a individuare cento luoghi dove la cura delle persone e la cura della terra sono la stessa cosa.       

Per le Oasi di Fraternità e Solidarietà è stata proposta la candidatura al Registro delle buone pratiche di salvaguardia dell’UNESCO: le Oasi individuate nel viaggio saranno il documento di riferimento per la costruzione di un rapporto di ricerca-azione.

Un orto dove lavora chi nessuno assume. 

Una casa che accoglie chi arriva da lontano e intanto rimette in piedi un pezzo di quartiere. 

Un gruppo che tiene d’occhio un fiume e, mentre lo fa, tiene insieme un paese. 

Posti così esistono in tutta Italia, funzionano da anni e quasi nessuno sa che ci sono. 

Li chiamiamo Oasi di Fraternità e Solidarietà, e ne stiamo cercando cento. 

Le prime vengono presentate sabato 10 ottobre a Verona, a Palazzo della Gran Guardia, dentro RelazionEXPO, nella mattinata che si apre alle 11.00. 

Clicca qui per approfondire: https://www.facebook.com/reel/1094257853506379

A raccontarle sono quelli che le mandano avanti ogni giorno, non chi le studia da fuori. 

 Perché mapparle Mappare le Oasi non è compilare un elenco né stilare una graduatoria di esperienze migliori. 

Serve a tre cose. 

La prima è dare un nome a qualcosa che esiste e non viene riconosciuto: finché queste esperienze restano casi isolati, ognuna si difende da sola. 

La seconda è farle incontrare: messe in rete, diventano un soggetto, e un soggetto può parlare alle istituzioni. 

La terza è custodirle, perché la pratica che le tiene in piedi non è scritta da nessuna parte e si trasmette solo stando accanto a chi la fa. 

È il motivo per cui è stata avanzata la proposta di candidatura al Registro delle buone pratiche di salvaguardia dell’UNESCO, che riguarda i saperi vivi e il modo in cui passano di mano. 

La mappatura ha una funzione precisa, ed è la ragione per cui va fatta bene. 

Le Oasi che il viaggio sta individuando non sono esempi da citare: saranno il documento di riferimento su cui si costruisce il dossier di candidatura. 

Sono loro a definire che cosa viene presentato all’UNESCO, con le pratiche che si portano dentro e con le parole di chi le tiene in piedi. 

Per questo oggi Verona non è una vetrina: è una tappa del lavoro, e quello che esce dalla mattinata entra nel dossier. 

Che cosa le rende Oasi Dal viaggio sta emergendo un’identità con tratti che si ripetono. 

In questi luoghi la cura delle persone e la cura della terra non sono due attività che convivono: sono lo stesso gesto, fatto dalle stesse mani. 

Il lavoro c’è, ma non è il fine: serve a tenere insieme chi altrimenti resterebbe fuori.

La comunità attorno non è pubblico, è parte del lavoro. 

E nessuno di questi posti è nato da un bando: è nato perché qualcuno ha visto un bisogno e si è mosso, e solo dopo le istituzioni se ne sono accorte. 

È il modo di ragionare di Luciano Tavazza, di cui ricorre il centenario della nascita.

Diceva che il mestiere del volontariato è arrivare prima: vedere ciò che le istituzioni non vedono e improvvisare una risposta, come fecero i barellieri a Firenze nel 1244, i donatori di sangue prima che lo Stato sapesse che il sangue si poteva donare, gli angeli del fango nel 1966. 

Cercare le Oasi vuol dire fare lo stesso oggi e questo faremo nella giornata di oggi 10 ottobre, insieme, tra gli altri, a Silvia Costa (Presidente del Comitato Luciano Tavazza) e Beppe Lumia.

La giornata rappresenta un punto di arrivo, ma anche di partenza.

Il cammino ha avuto una prima tappa a fine agosto ad Assisi, dove un gruppo di persone ha camminato per sei giorni sulle parole della Carta dei valori del volontariato e alla fine ne ha realizzata una propria, attraverso il metodo di scrittura creativa di Don Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana, che ho avuto l'onore di proporre e coordinare.

Oggi ci riuniamo a Verona, dentro una fiera dedicata quest’anno alla cittadinanza.

Dal 3 al 5 dicembre il Centenario si chiude a Padova, con il 5 dicembre, Giornata internazionale del volontariato, dedicato a Tavazza e alle Oasi. 

Tre ricorrenze fanno da cornice al 2026: i cent’anni dalla nascita di Tavazza, gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi e l’Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile. 

C'poi la questione delle macchine.

C’è una ragione per cui nel pomeriggio di oggi parleremo di tecnologia.

Nelle Oasi, accanto alle persone, le macchine sono già arrivate: i gestionali che assegnano i turni, i sistemi di allerta, i sensori sul fiume, i braccialetti degli anziani seguiti a domicilio. 

Nessuno le ha scelte davvero, e nessuno si è chiesto fin dove possano arrivare.

La domanda che si porta in sala è secca: queste macchine sono un supporto o un’interferenza? 

Restano ancillari alla cura o cominciano a sostituirla? 

Si discute un’ipotesi di decalogo su volontariato, cura, emergenza, ambiente e macchine, pubblicata nel volume «Il sensore e il campanello» di Emanuele Alecci. 

Approfondisci il suo podcast qui: https://www.facebook.com/reel/1024997957266520

È la prima volta che il Terzo settore italiano, invece di chiedersi quali strumenti digitali adottare, prova a darsi delle regole costruendole partecipativamente insieme.

Sono personalmente davvero enormemente contento di accompagnare, a partire dalla mia regione, l'Emilia Romagna, il percorso della mappatura, dell'analisi e del racconto delle Oasi.

Appuntamento oggi a Verona, Palazzo della Gran Guardia dalle ore 11.00.

Partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria.

In cammino... Esserci per il mondo!

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.