Nelle prossime settimane il consiglio comunale di Pistoia, sulla base dell'opportuna iniziativa della consigliera di opposizione Cinzia Cerdini, dovrà discutere
dell’introduzione, probabilmente su base volontaria, a campione od obbligatoria,
di test tossicologiciper i
consiglieri e le consigliere anche, come ad esempio già fa il Comune di Napoli,
attraverso lo screening del capello.
Come è noto, in Italia e in Toscana, esistono diversi consigli comunali che, da
tempo, hanno già discusso o approvatomozioni per introdurre test tossicologici (antidroga e
alcoltest) per sindaci, assessori e consiglieri, prevalentemente, ma non solo,
su base volontaria.
I Comuni italiani si muovono normalmente attraverso atti
di indirizzo o mozioni interne, invitando/obbligando gli amministratori/le
amministratrici a sottoporsi ai
controlli anche per dare un segnale
di trasparenzae responsabilità ai
cittadini e alle cittadine.
Di seguito solo alcune delle città e dei territori in
cui sono state approvate o presentate proposte di questo tipo che appaiono
ovviamente in piena contraddizione
con attuali consiglieri/ consigliere comunali di maggioranza che, a Pistoia, hanno rivendicato e rivendicano pubblicamente e senza remore sui social la “normalità” del farsi trovare/vedere ubriachi persi in piazza.
Ulteriori Comuni che hanno approvato o promosso i
test
·Treia (Macerata): Il
Consiglio comunale ha approvato all'unanimità una mozione che impegna
(politicamente e moralmente) gli amministratori a sottoporsi a controlli
periodici.
·
·Grosseto: È stato
approvato un atto di indirizzo che prevede campagne con test antidroga annuali
e volontari per la giunta e il consiglio comunale.
·
·Napoli: Già in
passato il consiglio comunale aveva approvato ordini del giorno per promuovere
lo screening tramite il test del capello per i propri componenti.
·
Comuni e Regioni con proposte recenti in discussione
·Ascoli Piceno: Presentata
di recente una mozione per introdurre esami periodici volontari autofinanziati
dai singoli consiglieri.
·
·Prato ed Empoli: In questi
comuni toscani le forze di opposizione hanno depositato mozioni per chiedere
l'istituzione di test annuali volontari da eseguire presso strutture pubbliche.
·
·Brindisi e Trento: Sottoposte a dibattito proposte analoghe per spingere gli eletti locali
verso la trasparenza sul consumo di sostanze stupefacenti.
·
·Regione Marche:
Parallelamente ai singoli comuni, la maggioranza del consiglio regionale ha
promosso un protocollo per consentire a consiglieri e assessori regionali di
effettuare alcoltest e drug-test volontari, pubblicandone poi l'esito sul sito
istituzionale.
Senza alcuna strumentalizzazione, risulta inevitabile, inoltre, prendere doverosamente le distanze da posizioni pubbliche che, lungi dal
rappresentare positive provocazioni, appaiono come un pessimo, ma speriamo
isolato, insegnamento ed esempio per i cittadini e le cittadine pistoiesi, a
partire dalle giovani generazioni.
Ci si augura, invece, un sollecito impegno,
condiviso e bipartisan, per l’introduzione dei test tossicologici, pur in forme
tutelanti per la privacy dei singoli consiglieri e consigliere, ma pienamente efficaci per
dare anche un segnale pubblico.
Non si tratta di proibizionismo o di repressione, ma di responsabilità e trasparenza democratica.
Chi, anche grazie al consenso di una parte (pur significativa) di cittadini
e di cittadine, al di là del proprio genere, ricopre un ruolo istituzionale sedendo in consiglio comunale e assumendo decisioni per tutta la comunità, non può poi, a nostro parere, continuare a proporsi come in un mito greco.
E' non solo opportuno, ma necessario, rispondere, anche pubblicamente, oltre che nelle conseguenti sedi giudiziarie, a insulti e minacce vergognosi, terribili, talvolta sessisti (che, purtroppo a Pistoia, trasversalmente, sembrano uno strumento aberrantemente normale, quotidiano della c.d. "lotta" politica, giungendo, nel silenzio generale, finanche a coinvolgere, in svariate occasioni, talvolta con nomi e cognomi visibili, minori, anche piccolissimi).
Riteniamo, però sbagliato, anche solo come lontana ipotesi o iperbole, sembraremostrarsi, altrettanto pubblicamente, in qualità di novella Kakia, personificazione e dea greca del
vizio, della corruzione morale e della cattiva strada, contrapposta ad Aretè (la virtù), o, peggio ancora, come una sorta di regina Lamia,
sempre come trasposizione, pur metaforica, di miti antichi.
Consideriamo, pertanto, che l’introduzione dei test tossicologici per i consiglieri e consigliere comunali di Pistoia, ma anche per i componenti e le componenti della Giunta (probabilmente su base volontaria) possa
rappresentare un importante atto di trasparenza e responsabilità, proprio come affermato giustamente dalla consigliera Cerdini, cui ci auguriamo si affianchino presto anche consiglieri e consigliere di maggioranza, perché la
politica, anche quella locale, deve, per prima, dare l’esempio
e risultare trasversalmente “inattaccabile”.
La Politica, con la P maiuscola, deve posizionarsi, con libertà e responsabilità,al di sopra di ogni sospetto, anche di quelli che
possono sembrare, talvolta, forse, (chissà...) eccessivi.
Ricordo come fosse oggi quando ascoltai, per puro caso e su Radio1, durante un lungo e solitario viaggio in macchina, padre Guidalberto Bormolini.
Ci sono momenti e persone, che non per forza sono perfette o comunque perfette per te, che hanno la capacità, con il sorriso, di spostare le montagne e, rispetto alle altre di persone, di cambiarle nel profondo, accendere dentro di loro il fuoco.
E Guidalberto, certo non da solo, senza essere e voler essere in alcun modo un leader carismatico, ma un fratello tra fratelli e sorelle, un umile monaco, con lo strano ordine dei Ricostruttori, perfetto per questo tempo strappato e ferito, è uno che riesce, nelle mani di Dio, a ridare vita alla morte.
Perchè l'antico borgo di Mezzana, nel comune di Cantagallo e al confine con quello di Barberino del Mugello, sulle montagne sopra Prato che sfiorano l'Emilia Romagna, era completamente disabitato, apparentemente morto.
Da decenni.
Tutto era stato riavvolto nel bosco, potremmo dire dalla foresta.
E il carisma, assolutamente ecumenico, non confessionale di Guidalberto e dei Ricostruttori (e Ricostruttrici) di nome e di fatto è quello di accompagnare chi ha perso la vita o, nel caso dei malati terminali e dei loro familiari,chi la sta, inesorabilmente, perdendo.
Ma il carisma del Borgo che, non a caso, si chiama "Tutto è Vita!" si può riassumere con il titolo di un libro che, tra poesia e prosa, Bormolini ha scritto con il poeta dei crinali Franco Arminio, camminando negli Appennini, da Nord a Sud: "Accorgersi di essere vivi".
Ci sono luoghi che parlano e ci parlano, sia nel silenzio quanto allegramente travolti da migliaia di persone in cerca di senso e di vita, in cerca di parola e di ascolto, di preghiera e lavoro, di terra e di cielo.
Tutto è Vita, nonostante una strada, per ora, non agevole è un luogo insieme naturale e terapeutico, poetico e laborioso, un alveare e una grotta di luce.
"Vuoi che il mondo cambi? Smetti di gridare la tua rabbia, inizia a cantare la tua canzone d'Amore, e forse parteciperai alla ri-creazione del mondo".
Ma che strani questi monaci e monache, pochissimi sacerdoti, in buona parte formatisi in India, tutti vegetariani, indossanti vestiti riciclati, di seconda mano...
Perchè Tutto è Vita è uno spazio di ascolto e condivisione, meditazione, non una bolla, una tappa nel mondo e non un approdo, un mero rifugio rassicurante.
Per rimettersi in piedi dopo aver perso la vita bisogna ascoltare e rielaborare a modo nostro quanto ci confidano, sottovoce, senza imposizioni, senza paternalismi Bormolini e Arminio:
"Guardare gli angoli nascosti del mondo dà più vita dello stare dalla parte dei migliori, dei riusciti. Il grande stile degli umani è piangere, ridere, camminare, sentire di non avere nulla tra le mani. Se vogliamo abitare degnamente il mondo dobbiamo dare grande spazio alla poesia e alla spiritualità nella nostra vita".
Ieri mattina, prestissimo come sempre, dopo aver letto il bellissimo Vangelo della Domenica ho pensato che per vivere davvero il comandamento dei comandamenti avevo bisogno che il Borgo mi accarezzasse, mi sollevasse dal pozzo, dalla paura, dal rancore, dal mio buio buio.
Così, dopo aver scritto ai monaci ho attraversato volutamente solo piccole strade, quasi tutte di collina e di montagna e mi sono diretto verso il Borgo, sicuro di essere accolto, come altre volte, ascoltando, immaginando con fiducia e abbandono un abbraccio che arrivava già fino al mio garage di Pistoia.
Che cosa ci dice, infatti, il Vangelo di Matteo con parole che valgono, almeno nella seconda parte, davvero per tutti/e, credenti e non credenti?
"Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Queste parole ci affidano un messaggio universale: prima della Legge, prima dei profeti c'è l'Amore.
Tre volte l'Amore.
Guidalberto, durante la Messa. ha svolto una predica di meno di un minuto:
"Un solaio per stare in piedi ha bisogno, almeno, di tre punti d'appoggio.
Così è l'Amore che poggia su tre pilastri: l'Amore verso se stessi, l'Amore verso l'altro/a, l'Amore verso l'Alto".
In Tutto è Vita, l'Amore, in tutte le sue forme, si vive (la ripetizione è voluta) in contatto con la natura, nel bosco, con il bosco.
Da alcuni anni si sperimenta la "spiritual green therapy" e anche io, insieme ad un gruppo intergenerazionale di trenta persone, ieri mattina mi ci sono immerso, guidato da Padre Matteo, anch'egli Ricostruttore.
Una camminata, una meditazione e poi, una radura, quasi una cattedrale immersa di alberi, foglie, muschio, sapori, da ascoltare e da abitare, con rispetto, senza alterare l'equilibrio, ma costruendo, lentamente, una relazione.
Una relazione di reciprocità e cura che parla senza aver bisogno di troppe parole, è operosa senza avere fretta, conosce anche la fatica fisica, ma ti riempie dentro, ti trasforma, cura, libera lo sguardo.
Uno sguardo interiore e sul mondo, certo un istante, un'ispirazione da manutenere e confermare, nulla di sicuro, "rischio della fede".
La "spiritual green therapy" ci aiuta ad educare uno sguardo contemplativo. Sono pratiche, molteplici pratiche di aiuto che provano a mostrarci un atteggiamento possibile che deve essere poi vissuto con naturalezza, libertà, semplicità.
Nulla di artefatto, separato, altrimenti non vale.
Dopo la camminata, il lavoro condiviso, la meditazione nella natura, l'ascolto di noi stessi "nell'intelligenza del bosco" o, per citare un bel libro di Mario Calabresi di un paio di anni fa: "Il tempo del bosco" padre Matteo, per farci capire meglio, cita un monologo teatrale di Giorgio Gaber...
Si tratta di "Sogno in due tempi" (scritto insieme a Sandro Luporini e contenuto nello spettacolo del 1995/1996: "E pensare che c'era il pensiero").
In questo monologo Gaber analizza le insidie e l'esibizionismo che spesso si nascondono dietro l'altruismo superficiale:
"Ho capito quanto sia pieno di insidie il termine 'aiutare'. C'è così tanta falsa coscienza, se non addirittura esibizione, nel volere a tutti i costi aiutare gli altri, che se per caso mi capitasse di fare del bene a qualcuno, mi sentirei più pulito se potessi dire: 'Non l'ho fatto apposta'."
Ed è proprio vero quello che scrive Mario Calabresi in "Il tempo del bosco":
"Se non si fanno atti di fiducia e piccole scommesse, allora la vita si riduce a ciò che è programmato e si finisce per giocare in difesa. E' negli interstizi della vita che accadono cose inattese, e arriva la grazia".
Dopo un'ulteriore meditazione guidata e il pranzo vegetariano condiviso, si raccoglie in uno scambio di sguardi molteplici, la promessa di tornare, ma anche di andare verso, fuori, ricominciare il cammino, accorgersi di essere vivi.
Attraverso, nel Borgo, la "Casa del grano", l'"isola di Peter Pan", la falegnameria, la stanza del pane, la cassetta dei colori.
I colori non in teoria, ma intesi come materia, acquerelli, creatività, dipinto, giardino multisensoriale della creatività e dell'alba.
Ritrovare, riscoprire, ri-amare la Vita.
Il vento di una giornata fresca, ma ricca di calore, sposta, ai confini del Borgo, i post-it colorati con i messaggi dei pellegrini, dei camminatori, dei ricostruttori, di chi è in ricerca.
Ce ne sono tre, nessuno in italiano, a Tutto è Vita, in quella Mezzana che sopra Prato era già la fine del mondo, oggi si arriva, ormai, da tutto il mondo:
"Estamos pà las cosas que valgan la pena".
"Dream is destiny".
Ma c'è un ultimo cartoncino azzurro, in un inglese forse imperfetto, che mi ha fatto venire in mente uno strano binomio.
Il vescovo delle Diocesi di Pistoia e Pescia Augusto Mascagna e il cantante dei Nirvana,icona ferita, sinceramente contraddittoria della mia generazione: Kurt Cobain.
Se Augusto ci ha detto, opportunamente, che essere santi significa vivere appieno la vita, la nostra vita e donarla vivendola, Kurt, con i Nirvana, è stato ancora più efficace e sintetico: "Come as you are".
Mentre sorrido pensando a questo strambo binomio, il vento mi accompagna verso il chilometro e mezzo supplementare a piedi nel bosco che ho scelto di attraversare, parcheggiando volutamente un po' più lontano la mia macchina.
Sono, inaspettatamente, circondato da un gregge di capre osservato da bianchi cani pastore e, passato un attimo di timore, mi torna alla mente un testo di Rilke,"Simile al vento", che ho trovato, dieci anni fa, in un bel libro su Etty Hillesum, intitolato: "La forma perfetta".
"Non devi attendere che Dio venga a te
e dica: eccomi.
Un dio che professi la sua forza
non ha senso.
Devi sapere che Dio soffia in te come il vento
sin dagli inizi,
e se il cuore ti brucia e non si svela,
c'è lui dentro, operante".
D'altronde, leggo solo l'ultimo post it giallo, prima di lasciare il Borgo e ritornare verso Pistoia...
"La speranza mette radici anche NELLA ROCCIA" (Bułatowicz)
"I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni"(Gioele).
"(...) forse basta solo partire dai bisogni e dalle domande dei giovani e non da quello che si desidera loro insegnare (...)
Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli ad ascoltare il loro maestro interiore. Suonano strane, ma sono parole di Sant'Agostino. Egli afferma con grande chiarezza che possiamo solo creare le condizioni per consentire a un giovane di capire. La comprensione, il giudizio deve essergli dato dalla sua interiorità.
I giovani sono interessati ad apprendere quando si rendono conto di potere in tal modo assumere più responsabilità ed essere presi sul serio (...)
(...) Naturalmente cresce il mio interesse al dialogo con le nuove generazioni, che abbiano quindici, venti o venticinque anni.
E' fondamentale che per prima cosa risvegliamo la loro coscienza, prestiamo attenzione alle loro doti, mostriamo loro fiducia e li conquistiamo come amici.
Allora essi arriveranno con le domande che presenta loro la vita (...)
(...) Quando amo qualcuno che soffre o che viene trattato in maniera ingiusta, mi si aguzza l'ingegno. Devo aiutarlo. Lo spirito, lo spirito del consiglio e della forza, lo spirito della consolazione, non è sordo a questo dovere.
Quando accettano dei compiti, i giovani necessitano di aiuto e supporto (...) Amici che infondano fiducia e coraggio. (...)
Possiamo aprirci ai giovani soltanto prendendo spunto proprio da loro. Di cosa si interessano? Dove vivono? Come vivono le loro relazioni? Cosa criticano e quale impegno pretendono da noi? (...)
(...) Certamente il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l'intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno, caso mai lo si opprime.
L'essere umano che incontro è fin dal principio un collaboratore e un soggetto. Dialogando insieme giungiamo a nuove idee e a nuovi passi condivisi.
La questione che più tocca la sensibilità dei giovani è se li prendiamo sul serio come collaboratori a pieno titolo o se vogliamo farli ravvedere come se fossero stupidi o in errore (...)
(...) Questo è il presupposto fondamentale di ogni comunicazione cui prendiamo parte (...)
Carlo Maria Martini, "Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede".
Ha scritto, ancora il cardinale Carlo Maria Martini in questo suo libro stupendo, realizzato in collaborazione con Georg Sporschill e lo riprendo anche io, che scrivo, spesso, nel cuore della notte:
"La notte è un momento di oscurità, di immaginazione, i sensi si affinano. Se, come qualcuno ha detto, la metà della notte è il principio del giorno, queste conversazioni a Gerusalemme, nel luogo in cui ha avuto inizio la storia dei cristiani, sono anche conversazioni sui cammini di fede in tempi di incertezza".
Ricordo che Martini, da arcivescovo di Milano, inventò e promosse: la "cattedra dei non credenti".
E tutto questo, "ai confini della città del lavoro", come ci ricordava anche Papa Francesco è anche il cammino del sindacato e del sindacalista: "sentinella della notte","cercatore ostinato e resistente di aurore e di arcobaleni", "piantatore di alberi","costruttore di altalene", tra "profezia e innovazione".
Perchè la fede è, soprattutto, un percorso e un cammino, una destinazione inclusiva.
Mi sono profondamente, intimamente interrogato, in questi giorni, in queste ore, sul senso della "gloriosa" sconfitta di El Alamein.
Pistoia è stata, per carità pacificamente, invasa, da ogni lato, dalla Folgore, dai paracadutisti, dagli ex paracadutisti.
Il prode sindaco Giovanni Capecchi, quello che ricordava un po' strumentalmente in campagna elettorale di essere cresciuto facendo, in famiglia, obiezione di coscienza e fiscale alle spese militari, è, di fatto, scomparso.
Capecchi, che nelle situazioni complesse, come hanno rilevato in tanti (vedi questione dei "bambini mai nati", ma anche la mia personale vicenda) svanisce sempre come neve al sole, ha lasciato la cerimonia allo stadio Melani con la Folgore e le scuole alla vicesindaca, la sempre brava anche in contesti difficili Stefania Nesi (quanto spesso io sbaglio le mie valutazioni, in senso positivo o negativo sui politici!).
Ha, invece, consegnato al fidatissimo assessore Riccardo Trallori il presidio della tardiva, ma opportuna espiazione di Palazzo di Giano, dove si è tenuto un più contenuto convegno per gli studenti, utile e interessante, con la funzione di aggiustarsi un po' la coscienza e di "riequilibrare" la rievocazione militare dei parà.
Il sindaco, novello Walter Veltroni dell'allora sfortunato "ma anche", ha concesso il patrocinio un po' a tutti, ci mancava solo il dittatore egiziano, responsabile almeno morale dell'omicidio di Giulio Regeni,Al Sisi, ma chissà, diamo tempo al tempo...
Il senso degli ottantaquattro anni da El Alamein è quello del saperli contestualizzare, sono in piena consonanza con lo storico Francesco Filippi, incolpevole e bravissimo relatore principale della faccia "de sinistra" della poliedrica Giunta Capecchi, quest'ultimo uomo davvero per tutti i fiumi e tutti i mari, come diceva una canzone.
Non possiamo prescindere dal tempo e dallo spazio di quel 23 ottobre 1942: quando, per fortuna, fascisti e nazisti hanno perso di fronte alle truppe inglesi ed indiane, fermando, di fatto, la loro avanzata sul fronte Sud nell'impero britannico.
C'è forse un aspetto non pienamente compiuto nella ricostruzione di Filippi: se è vero, infatti, che le truppe nazifasciste guidate da Rommel fossero senza alcun dubbio neocoloniali, certamente coloniali, in Egitto, lo erano anche l'Impero e l'esercito britannici.
La battaglia va poi ricordata come effettivamente fu e andò e per me non è corretto dire che, come afferma, invece, il motto autoconsolatorio di El Alamein, per me farlocco e passato interessatamente alla storia: "mancò la fortuna, non l'onore".
La vera verità, come affermarono, con amara ironia, negli anni successivi molti reduci della battaglia, fuori dalla retorica che ha inquinato anche l'Italia repubblicana, e come ha ricordato anche Filippi, ieri nella sala del Comune di Pistoia, è che invece: "mancò la benzina, non il calore".
I fanti italiani furono, infatti, mandati al macello dai comandi nazisti, cui l'esercito italiano si era inginocchiato.
E i circa 5000 - 5500 caduti sono il prezzo umano, enorme, cui dobbiamo rispetto infinito, di quella che fu, però, per l'umanità, senza alcun dubbio, una opportuna, auspicata, auspicabile sconfitta.
Sono rimasto, quindi, colpito dalle parole di Gaia Orlandini, da poco tempo segretaria provinciale di Gioventù Nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia.
Gaia è una giovane donna di vera e autentica passione politica, non una passante.
Perciò sentirla esporre tutta una retorica nazionalista e bellicista che mi pare persino datata, mi ha fatto male e preoccupato, per volendo io intavolare con lei e con altri, un dialogo franco, senza patenti di verità o, peggio, di presunta superiorità morale della sinistra.
Da pacifista radicale, da obiettore, ovviamente, l'esibizione delle armi, anche al mercato, con il patrocinio della Giunta pseudopacifista a targhe alterne di Giovanni Capecchi, non mi ha proprio convinto.
Non pretendo di convincere nessuno, nè di imporre le mie idee ad altri/e, ma per me gli unici fucili utili sono quelli spezzati non quelli lucidati ed esposti, magari alle scolaresche.
Questo non toglie che in limitatissimi e precisi contesti storici (vedi la Resistenza, che, però, è stata, soprattutto, una grande esperienza popolare di lotta disarmata...) si possa imbracciare un fucile: "non per bellezza".
Ma è un'extrema ratio, non certo la terribile e inquietante, interrogante normalità di questi tempi bellici e militarizzati.
Tutto questo vale anche per la violenza di piazza che oscura le ragioni delle proteste e che, almeno per me, non è mai e sottolineo mai nemmeno lontanamente giustificabile.
Nell'ottavo centenario della morte terrena di San Francesco d'Assisi, leggendo un libretto come sempre bellissimo di Don Luigi Maria Epicoco: "Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna" ho provato a fare un passo avanti.
Che rivolgo, in particolare, a Gaia Orlandini, nell'ottica di un dialogo franco e amichevole, spero non di un monologo.
Rispetto a Giovanni Capecchi so, purtroppo, lo scrivo davvero senza astio, ma con un minimo di verità, che sono, invece, parole nel deserto, manco ci trovassimo, davvero, ad El Alamein.
Scrive Epicoco, riferendosi al giovane Francesco:"Fermiamoci un istante: c'è un momento in cui questo ragazzo nella sua crisi riesce a tornare dentro se stesso.
Nella vita di Francesco perdere la battaglia contro Perugia (vedi le coincidenze della vita, altra sconfitta militare e città che, per varie ragioni, in questi tempi contemporanei, si intreccia con Pistoia...)lo costringe al carcere per un anno e questo fallimento e questa sosta forzata lo costringe a fare i conti con se stesso, con la propria interiorità.
A questo periodo di prigionia si aggiunge un periodo di malattia che tocca il suo corpo.
Quando noi incrociamo queste cose nella vita le chiamiamo "disgrazie", ma in realtà quello può essere il momento in cui - come san Francesco - si può cominciare a invertire la rotta, ad accorgersi che tutto quello che si stava cercando fuori di sè in realtà esiste, ma è dentro di noi. Francesco non lo comprende come un'illuminazione che a un tratto gli cambia le cose, ma lo comprende un po' alla volta, a tentoni (...)
Continua, più avanti, il giovane sacerdote abruzzese:
"Come mai questo è importante? Perchè non esiste vita umana che non contempli il trauma di una disgrazia, di un imprevisto"".
Tutto questo a San Francesco avviene nel mondo, non solo in se stesso.
Gaia, a partire dalle sconfitte, dal dolore, dalla morte e dalla guerra può davvero iniziare un percorso diverso, differente di rinascita, di democrazia, di Pace.
Quando è che San Francesco compie il suo giro di boa?
Ce lo dice ancora Don Luigi Maria Epicoco:
"San Francesco vive un incontro, anzi due! Il primo è l'incontro con il lebbroso, e, successivamente, con la parola del Crocifisso di San Damiano, l'incontro con le macerie di questa chiesetta e di questa immagine sacra: "Francesco vai, ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina".
L'incontro con la lebbra, con il lebbroso, non è semplicemente un'opera di misericordia che Francesco fa scendendo da cavallo (e andando oltre l'immagine del "maschio, guerriero, generoso e trionfante", aggiungerei io...), ma va incontro a quest'uomo, gli dà un abbraccio, un bacio di pace..
La lebbra - continua Epicoco - è una malattia contagiosa,non bisognava fare in nessun modo come Francesco ha fatto".
Che cosa significa per noi, oggi, a ottantaquattro anni da El Alamein, a ottanta dal voto anche alle donne, per la Repubblica e per l'Assemblea Costituente, in questo tempo, lo ripeto, ANCHE di buio, morte, violenza, guerra?
C'è Speranza per noi?
Gaia, scrive ancora Epicoco:
"Quando incontri una tribolazione, un male, una disgrazia e tu sei costretto a fare i conti con te stesso, a essere in compagnia di te stesso,(come, aggiungo ancora io, certamente lo sono stati non solo i caduti di El Alamein, ma anche i tanti prigionieri italiani, detenuti in pessime condizioni dagli inglesi nel deserto)questo non porta gioia, ma disperazione (...)
Vedendo solo i nostri difetti, le nostre sconfitte, scrive Epicoco: "siamo dei lebbrosi che non accettano di essere dei lebbrosi".
E quindi:"Francesco abbracciando quest'uomo sta facendo pace con la sua lebbra, sta facendo pace con se stesso e questo lo traghetta in un'altra dimensione. Quindi non basta tornare dentro noi stessi perchè noi potremmo tornare dentro noi stessi e stare dentro noi stessi in maniera malata".
Ed è per questo che, tornando al nostro contemporaneo, al nostro rovente 2026,noi non siamo solo una "cosa" da aggiustare, ma una persona da accettare, innanzitutto.
Occorre fare pace con noi stessi, così come avvenne nel 1985 in Germania Ovest, lo ha ricordato Filippi ieri durante il convegno in Comune.
Per te Gaia che sei un frutto giovane degli anni Duemila, il 1985 è un tempo lontano. A metà, esattamente, tra noi oggi ed El Alamein.
Mi riferisco al celebre discorso del Presidente della Germania Ovest, Richard von Weizsäcker, pronunciato l'8 maggio 1985 davanti al Bundestag, in occasione del 40° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa.
Questo discorso è passato alla storia come una pietra miliare della memoria collettiva, soprattutto tedesca per alcuni motivi:
Von Weizsäcker introdusse, del tutto a sorpresa, il concetto nuovo per la Germania Ovest, di: "giorno della liberazione": per la prima volta in modo solenne e ufficiale da parte di un leader conservatore (conservatore come te, Gaia...), l'8 maggio 1945 (la resa incondizionata della Germania nazista) non venne definito come il giorno della "sconfitta" o della catastrofe nazionale, ma come un giorno di liberazione dalla tirannia del nazionalsocialismo. Lo sbarco in Normandia degli Alleati ne costituì la premessa militare fondamentale.
Il Presidente tedesco, cui fece ulteriormente eco venti anni dopo l'altrettanto conservatrice Angela Merkel, si assunse una grande responsabilità storica e il superamento del tabù.
Von Weizsäcker ruppe il silenzio su molti aspetti del passato, affermando chiaramente che chiunque in Germania avesse voluto informarsi all'epoca sapeva dei treni e delle deportazioni degli ebrei, respingendo l'idea di una totale ignoranza collettiva.
Fu un discorso che ridefinì l'identità storica tedesca, contribuendo a far guadagnare alla Germania la fiducia internazionale necessaria per la successiva riunificazione del 1990.
Tu Gaia, non eri ancora nata e di parecchio, perchè in campagna elettorale hai ricordato più volte di essere la candidata più giovane di Fratelli d'Italia, essendo nata nel 2003.
Ma io, bambino, me lo ricordo bene, come fosse ora, il respiro, il suono e il sapore della Speranza, quando il violoncello del maestro Rostropovich suonava, in un istante immenso, infinito, indelebile, mentre crollava il muro di Berlino, con le sue sofferenze violente, con l'intrusione perversa. traditrice dello Stato del socialismo reale, la Ddr, nelle "vite degli altri".
Abbiamo gioito Gaia, del superamento definitivo del socialismo reale, ma abbiamo anche creduto e, almeno io, ci credo ancora, ogni giorno, anche nel superamento strutturale del capitalismo, dell'economia dello scarto, un'economia che uccide e distrugge noi ed il pianeta, l'unico che abbiamo.
C'è stato chi parlò, sbagliando in pieno, di:"fine della storia".
E allora, qui unifico El Alamein, San Francesco e l'ottica tedesca sulla fine della Seconda Guerra Mondiale, noi dobbiamo, proprio, ripartire dallesconfitte.
Non per santificarle, ma per uscire da noi essendo, riscoprendo pienamente chi noi siamo, anche in divenire.
Perchè noi siamo interi, anche con le nostre ferite e le nostre battaglie, ma non immobili.
El Alamein ci insegna, innanzitutto con i suoi tanti morti, non solo quelli italiani, che nell'insocievole socievolezza della nostra magnifica umanità, c'è posto per la Pace, per la riconciliazione, per l'accoglienza, per il perdono, per la nonviolenza, per la cooperazione, per il diritto, per la giustizia riparativa, per la ricerca della verità, non per le armi, pur gloriose, anche se senza carburante, non per la guerra.
E allora Gaia, proprio come Francesco e Chiara, ad Assisi, occorre spiritualmente e politicamente, vivere, testimoniare, annunciare la forza dolce della Pace.
Perchè i santi, ce lo ha ricordato benissimo Papa Francesco, non sono altro da noi, siamo noi.
Tutti noi (vabbè quasi :-) )
La traccia indelebile di Francesco e Chiara, oltre ogni anniversario, che può essere anche tradimento, se non ben gestito, è proprio la loro umanità.
Il loro essere terra e cielo, tanta terra, non solo tanto cielo.
E' dentro questa normalità Gaia, che è accaduta la straordinarietà della loro storia, tra gratitudine e rivoluzione.
Non lo so, come prenderai questa lettera Gaia.
Consideralo, davvero, è una preghiera, non un obbligo, come il potenziale inizio di un dialogo.
Che, mi hanno insegnato, è soprattutto, nella sua normalità, uno stupendo, magnifico, unico e molteplice, strumento di Pace.
Una nota o, se preferisci, uno spartito da provare a suonare insieme.
Con stima autentica, ma insieme fraterna ricerca della Verità,
Francesco Lauria
P.S. La Vita è"l'uragano più bello".
Accettiamo l'imperfezione, astri imprudenti, raccogliamo le lacrime, senza sfuggire all'altro/a, senza avere timore, proprio come non lo ha Rosalia in questa canzone dedicata a Santa Chiara in dialogo con San Francesco, di: "piangere diamanti e di far tremare, nella Grazia e d'Amore, tutta la Terra.
Esattamente
a un anno (23 ottobre 2025), dal mio licenziamentosubito dalla Cisl nazionale, peraltro con carattere incomprensibilmente retroattivo, dopo circa venti di anni di impegno, lavoro e passione, mi sono chiesto che cosa potessi scrivere
ancora, senza ripetermi e senza risultare autoreferenziale.
Mi
sono detto, intanto, che occorre guardarsi non i piedi, ma essere attenti,
vigili, empatici rispetto a quanto avviene intorno a noi, in questi furiosi e
roventi anni Venti del Duemila, nel tempo della c.d. "psicopolitica".
E
allora ripartiamo, ahimè, dalla (mai giustificabile) violenza e dalla risposta
repressiva da parte delle istituzioni di questi giorni e di queste ore.
Consiglio,
su questo, di ascoltare, attentamente e senza pregiudizi, il video di Giacomo
Poretti, il componente con i baffi del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo,
sugli scontri violenti in piazza a Milano di questi giorni.
È
bene ascoltare direttamente la sua voce, ma, in sintesi, che cosa ci vuole
comunicare Giacomo?
Il
comico milanese non esprime alcun giudizio sommario sui giovani e sui fatti
convulsi e gravi che sono avvenuti; non è, per fortuna, un Bruno Vespa
qualsiasi.
Poretti,
dopo i fatti di Milano, ovviamente nello sconcerto per i bambini, per i
giovanissimi adolescenti coinvolti e fermati, racconta, invece, la sua esperienza,
anche lui da adolescente, nei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e
del suo rapporto personale e vissuto collettivo rispetto alla violenza.
Ci
parla, poi, del rapimento di Aldo Moro e del suo accorgersi che proprio la
violenza politica che, in alcuni gruppi, veniva teorizzata e praticata, a
sinistra come a destra, non avrebbe portato da nessuna parte.
Perché
colpire il “nemico” non porta a nulla.
“Allora e anche adesso
- ci dice Giacomo - mi sono convinto e
accorto che siano necessari il dialogo, l’approfondimento, la fatica del
confronto anche aspro, ma che la violenza ne porta solamente dell’altra e
basta”.
Sembra
che non c’entri nulla (ma non è così…), ma in decine, dal minuto uno della fine
dell’udienza del Tribunale del Lavoro di Firenze dello scorso 21 ottobre, mi
hanno chiesto notizie, anche con insistenza, su come sia andata e che
prospettive abbia la mia triplice causa di lavoro contro la Cisl nazionale.
Un
procedimento, quello contro la Cisl oggi guidata da Daniela Fumarola, che,
paradossalmente, indirettamente, ma obbligatoriamente, è un po’ come una causa “contro”
metà della mia vita, o quasi…
Cosa
che non mi succedeva più dalle scuole medie inferiori (e peraltro per ben altri
motivi...), il 21 ottobre scorso ho trovato persino un bigliettino cartaceo e
anonimo (per fortuna di incoraggiamento e sostegno) nella mia cassetta della
posta...
L'articolo
"C'è di più" che ha
raccontato e re-introdotto la mia vicenda, di cui ho parlato poco e molto meno
negli ultimi sei mesi rispetto a prima, ha avuto davvero tante visite sul mio
blog, oltre ai social o altri siti che lo hanno, in toto o in parte, ripreso…
A
un anno esatto dal mio infame, gravatorio, illegittimo, politico,
discriminatorio, direi incredibile e paradossale licenziamento (più o meno come
da impugnazione) per “ingiusta causa”, provo a rispondere, in maniera non
autoreferenziale, ma generale, alle curiosità (o al sincero interesse sindacale
e civile), senza essere elusivo, ma rispettando alcuni miei liberi impegni di
riservatezza.
Sono
passati quasi ormai diciotto anni da quando, con il Dipartimento delle
Politiche Mercato del Lavoro della Cisl nazionale (segretario confederale
Giorgio Santini) e l'omologo Dipartimento Politiche Organizzative (segretario
confederale Paolo Mezzio) lanciammo un seminario nazionale sul tema della
riforma del processo del lavoro, introdotto in Italia, con la “stagione dei
diritti”, nel 1973 (in contemporanea con le 150 ore per il diritto allo studio
che, però, lo ricordo non furono normate da una legge ad hoc, ma costituirono
una conquista contrattuale, partita dai metalmeccanici e velocemente estesa a
tutto il mondo del lavoro, privato e pubblico…)
Era
il novembre del 2008 e il seminario si sarebbe, di lì a poco, tenuto a Roma,
presso l'Auditorium di Via Rieti, il 9 dicembre dello stesso anno.
Gli
atti, riveduti, rivisti ed ampliati, sono stati pubblicati, dalla Cisl e da
Edizioni Lavoro, in un volumetto, credo ancora utile e prezioso, a cura mia e
di Marilena Sias, intitolato: “Il
processo del lavoro. Spunti di riflessione su una possibile riforma”.
Non
si trattava di un'iniziativa estemporanea, proprio come si leggeva
nell’intervento di apertura del segretario confederale Giorgio Santini (cui
ovviamente avevo fortemente contribuito), intitolato: “Regole nuove per contrastare la deregulation”.
Il
tema, sottolineava Santini, e io con lui e per lui nelle aule di formazione e nelle sedi sindacali
in molti luoghi d’Italia, era trovare unequilibrio avanzato tra: “diritti ed efficacia”.
Il
quarto Governo Berlusconi, memore dell'insuccesso del suo precedente attacco
frontale all'articolo 18 della stagione 2001-2003, del più di un milione di
cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici in piazza a seguito della sola
Cgil di Sergio Cofferati, ma anche del successivo ricompattamento sindacale che
si era realizzato con la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti,
con tanto di scioperi generali comuni, aveva deciso di intraprendere una strada
diversa, più complessa, ma potenzialmente politicamente più accorta, per
ottenere i propri scopi di indebolimento della parte già debole nel rapporto di
lavoro (il lavoratore ovviamente…)
Il
tema della riduzione del contenzioso in materia di lavoro (anche per la
questione dei tempi e delle spese di giustizia) e della valorizzazione delle
azioni extragiudiziali, c'era tutto, non era inventato, ma solo utilizzato
strumentalmente dal Governo e dalla maggioranza di centrodestra.
Spese e tempi della giustizia del
lavoro, insieme, ovviamente, all’inversione dell’onere della prova che è,
almeno su alcuni temi, a carico del datore di lavoro, non del lavoratore, sono
tra i capisaldi, non solo in Italia, della giustizia del lavoro, insieme ai
percorsi extragiudiziali, come conciliazione e, soprattutto nei paesi
anglosassoni, arbitrato, compreso il delicato giudizio “per equità”.
Scriveva Santini (e io con lui…): “Le trasformazioni della società e
dell’economia, nella regolazione del mercato del lavoro, nei modelli
industriali e nell’organizzazione stessa del lavoro, sono l’elemento cardine
per analizzare le conseguenze che tali trasformazioni hanno comportato
nell’intero sistema delle relazioni di lavoro, di cui il processo e le
controversie di lavoro sono un aspetto e un indicatore importante”.
Continuava
il contributo programmatico e progettuale: “L’evoluzione
del lavoro e della sua organizzazione è un percorso complesso: oggi assistiamo
alla diluzione delle grandi identità collettive, mentre i conflitti e la
rappresentanza tendono a frammentarsi insieme alle imprese. Questa evoluzione e
queste nuove contraddizioni non devono annullare il percorso e le conquiste del
processo di modernizzazione”.
Il
tema, come sempre, era l’effettività e non la mera forma e consistenza solamente teorica
dei diritti e delle tutele.
C’era
un ulteriore punto della relazione che avevo preparato con Giorgio Santini che
mi preme ricordare ed è quello finale (e non mi ero ancora sposato, pur
provvisoriamente, con una espertissima responsabile di Uffici Vertenze Cisl...)
“Gli Uffici Vertenze della Cisl sono un
punto di riferimento importante per queste e per tutte le altre problematiche
emergenti dal multiforme sistema dei lavori nel quale oggi si esprime la
potenzialità e il cambiamento del nostro apparato economico. È del tutto
evidente che il problema della vertenza e del contenzioso individuale, nel
rapporto di lavoro, sta diventando, se non è già diventato, un tema non più
residuale nell’attività del sindacato”.
C’è,
in nuce, nella frase finale, presentata anche come documento nel congresso
confederale nazionale del 2009, il percorso di ricerca, soprattutto
internazionale relativo ai c.d.“servizi
collettivizzanti” che ha caratterizzato successivamente il mio operare
scientifico nella Cisl e non solo, negli ultimi otto anni, in particolare con
il progetto europeo Breakback, realizzato insieme a numerose Università internazionali e Centri di
ricerca europei.
Le
(pur provvisorie) conclusioni del progetto sono riscontrabili su pubblicazioni
scientifiche anche internazionali (ad esempio la rivista Transfer, promossa
dalla Confederazione Europea dei Sindacati) e, in italiano e in inglese, sul
sito www.breackback.cisl.it. Senza
dimenticare i contributi sempre scientifici (come ricordo sempre a una delle mie avvocatesse pistoiesi, sono un ricercatore non un
saggista!) in diversi libri collettivi e sulla rivista della Fondazione Giacomo
Brodolini: “Economia & Lavoro”.
Credo,
senza autocelebrarmi, di aver influenzato su questo tema, almeno un po', diversi ricercatori e
formatori sindacali, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze e non solo in ambito Cisl.
Affermavamo sia al seminario nazionale che in occasione del congresso confederale Cisl del
2009 svoltosi, come di consueto, al Palazzo dei Congressi dell’Eur:
“Bisogna dunque operare attivamente per
far crescere e rafforzare il rapporto diretto tra sindacato e lavoratore, non
solo per precisare e definire l’ambito del contenzioso nei rapporti di lavoro,
ma soprattutto per estendere l’ambito del proselitismo con la pratica delle
politiche sociali e di servizio di cui il sindacato deve diventare sempre di
più il promotore e l’organizzatore”.
In
realtà non inventavamo nulla di nuovo: nella nascita e nel rafforzarsi del
sindacato libero negli anni Cinquanta, come ho spiegato forse mille volte
(magari anche di più) nelle aule di formazione sindacale italiane ed europee (e
in qualche caso anche extraeuropee, penso all’Ilo e all’Etf a Torino…) il
ruolo degli uffici vertenze individuali era risultato fondamentale non solo per
la tutela dei diritti, ma anche per i progressivi processi di sindacalizzazione
di massa.
Il
sindacato libero e progressivamente autonomo (l’autonomia anche formalizzata
del sindacalismo italiano dai partiti si ottiene non con il Secondo Dopoguerra,
ma solo a partire dal famoso congresso nazionale Cisl del luglio del 1969, noto, un po’
sommariamente, come quello del: “Potere
contro potere”, tenutosi alla vigilia dell’autunno caldo e prima dell’adozione
dello Statuto dei Lavoratori) si fondava, infatti, nella debolezza e
frammentarietà della legislazione sul lavoro e sulla rappresentanza, nella non
completa applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, su due pilastri
iniziali.
Parliamo della tutela, in particolare attraverso gli uffici vertenze sindacali,
dei diritti individuali e della contrattazione collettiva, ovviamente prima
nazionale e, solo in alcuni settori, territoriale e poi, solo dalla fine degli anni Cinquanta del
Novecento, anche aziendale.
Nel
libretto di riflessione sulle possibili riforme del processo del lavoro che,
unico tra le mie pubblicazioni, ho brandito e citato durante l’udienza del 21
ottobre scorso (ho ovviamente ancora tantissime frecce intellettuali nel mio
arco e nei miei borsoni…potremmo vederne davvero delle belle nelle prossime udienze in
aula…) c’è anche uno specifico contributo solo a mia firma.
In
quel testo, intitolato: “Un percorso
legislativo complesso”,ho
affrontato, anche in chiave storica, sulla scia del giuslavorista De Luca
Tamajo, la questione della valorizzazione dell’autonomia collettiva di fronte
all’innegabile processo di flessibilizzazione del rapporto e del mercato del
lavoro, sia in ambito privato che pubblico.
Ricordavo,
ovviamente e ancora una volta, i sempre validi principi cardine della Legge
533/73 che ha introdotto l’allora “nuovo” processo del lavoro in Italia:
celerità, concentrazione e riconoscimento al giudice di ampi poteri istruttori,
inversione dell’onere della prova, esecutorietà delle condanne a carico del
datore di lavoro, etc.…
Ho sempre pensato che la memoria, senza nostalgie ed ingessature, le "radici", siano davvero fondamentali per il divenire e le "ali" delle giovani e future generazioni...
Citavo
inevitabilmente la “crisi” del processo del lavoro nel nostro Paese e i
risultati della “Commissione Parlamentare Foglia” (2001), mettendo in evidenza
la sofferenza del processo del lavoro nel contesto più generale della sofferenza
del processo civile e l’insoddisfacente resa della conciliazione e
dell’arbitrato, con, sul tavolo, anche la questione della conciliazione
endogiudiziale (tentata dal giudice o dal conciliatore individuato tra quelli
iscritti ad un apposito albo).
C’era
poi, come noto, il tema del rafforzamento dell’arbitrato attraverso la
possibilità di affidare il mandato arbitrale allo stesso conciliatore e la
possibile creazione di un’azione sommaria tipica per tutte le ipotesi di tutela
obbligatoria, con conseguente modifica del termine per l’impugnazione (che in
diversi casi, anche in disegni di legge parlamentari, si voleva elevato a 120
giorni).
Il punto dirimente, almeno per me (che su questo ero, forse immeritatamente, referente nazionale), e, almeno in quella fase, anche per la Cisl, era quello di
manutenere, non certo di smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori,
facendo però fronte, come scrivevo nel mio personale contributo, anche alla: “scarsa effettività dell’ordine di
reintegrazione e all’eccessiva durata del processo che rende sempre più
difficile il reinserimento, dilatando enormemente l’entità del risarcimento del
licenziamento illegittimo”.
Ovviamente
questa era l’impostazione del centrosinistra e di Tiziano Treu mentre quella
del centrodestra e di Maurizio Sacconi, un vero demonizzatore del conflitto,
era, direi opposta, pur partendo dalle stesse innegabili problematiche
oggettive.
Il
centrodestra puntava, poi, un po’ ossessivamente, sulla certificazione dei
contratti di lavoro e sullo spostare sui lavoratori, almeno in alcuni casi, le
spese della lite.
Si
proponeva poi l’incentivazione dell’arbitrato individuale con una questione
delicatissima: l’introduzione per legge e/o tramite contrattazione collettiva,
di clausole individuali (le famigerate clausole compromissorie) con cui, di
fatto, il lavoratore rinunciava a parti importanti dei propri riconosciuti diritti,
come quello di poter ricorrere pienamente in giudizio, accettando, sempre
individualmente, una sorta di obbligatorietà dell’arbitrato, compresa la
decisione secondo equità.
Sullo
sfondo c’era, ovviamente, non solo l’arbitrato, ma anche il tema della
obbligatorietà (o meno) e dell’effettività del tentativo di conciliazione, con
del tutto aperta la questione del ruolo e del “potere” dei rappresentanti e dei
conciliatori sindacali.
La
cosa curiosa è che ero solo all’inizio del mio, anche personale, percorso su questi temi.
Il
disegno di legge sull’arbitrato, il c.d. “Collegato
Lavoro” cominciava allora il suo quasi infinito e controverso iter
parlamentare.
Come
è abbastanza noto, la vera pietra dello scandalo che causerà il rinvio alle
Camere della Legge, da parte di un indignatissimo (e, in verità, prima di
allora, sempre moderatissimo, riformistissimo) Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano, sarà la clausola compromissoria al momento dell’assunzione.
Rinunciare
individualmente a molti dei propri diritti, articolo 18 compreso, in uno dei
momenti di maggiore debolezza del lavoratore (appena prima dell’assunzione appunto) equivaleva di fatto,
più o meno, alla pratica delle dimissioni in bianco, solo legalizzata e/o
contrattualizzata.
Io,
sempre sul filo del ruolo tra tecnico e politico, mi sarei opposto come un
leone, ma non senza qualche inevitabile contraddizione organizzativa, alle successive tentazioni presenti anche in alcune parti della Cisl di smontare, a pezzi,
l’articolo 18 (dove qualcuno, anche a livello apicale, ovviamente non Giorgio
Santini, confondeva la sacrosanta e identitaria, storica preferenza
dell’organizzazione per promozione di conciliazione ed arbitrato, con lo
smantellamento, proprio a pezzetti e a macchia di leopardo, dei cardini e dei principi fondanti del processo e della legislazione del
lavoro in Italia).
La vera questione, poi, come correttamente notava, sempre nel volume citato, il noto giuslavorista cislino Carmine Russo, grande esperto di lavoro pubblico, era quello non di mettere in competizione legge e contrattazione collettiva, ma come era avvenuto positivamente per lo Statuto dei Lavoratori del 1970, di farle quotidianamente cooperare, nei diversi ruoli e nelle diverse e intrecciate funzioni.
Arriveranno poi altre e complesse stagioni, altre e complesse risposte.
Ci sarà
la famigeratissima lettera della Banca Centrale Europea (a firma Mario Draghi)
che si occuperà sia dei licenziamenti collettivi che di quelli individuali.
Una
lettera che io e Giorgio Santini, un po’ casualmente e non del tutto consapevoli,
almeno in quel preciso momento, dell’importanza e della rilevanza politica di quel documento (era la fine di settembre del 2011, mio figlio Jacopo era nato a Pistoia da dieci giorni...), leggemmo
insieme e in diretta, in forma cartacea, prima di una cena, dopo che lui era
tornato, di corsa, da Palazzo Chigi.
Cose reali, ma da film…
Arriveranno,
poi, Mario Monti e Matteo Renzi… (centrosinistra ricordalo!)
Ma
questa è un’altra storia che, se lo vorrò, racconterò in seguito…
Intanto ritorno al 1973, anno, in Italia, dell'introduzione delle 150 ore e del nuovo processo del lavoro, ma, in Cile, purtroppo, del terribile golpe fascista del generale Augusto Pinochet.
Come feci nel 2020, all'interno del mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli", riprendo, debitore e riconoscente, Victor Jara e la sua canzone Manifesto, pubblicata proprio nel 1973.
Una canzone scritta da Jara poco prima di essere assassinato dalle infami, vigliacche pallottole del potere fascista, appena insediatosi, del generale Pinochet.