lunedì 11 maggio 2026

INTERVISTA ELEZIONI A PISTOIA - AVVERARE I SOGNI: LA FOLLIA CONCRETA DI GIOVANNI CAPECCHI. OLTRE IL "SOCIALISMO APPENNINICO TOSCO-EMILIANO".

https://www.youtube.com/watch?v=5yc9D90mFXE

Un'intervista a più voci che, purtroppo, si è trasformata, per causa di forza maggiore, in un monologo. 

Un affresco di luoghi, cose, persone.

Come Pistoia (per me) è arrivata a queste decisive elezioni amministrative, quali sono i punti programmatici e le problematiche più delicate, come si compone il quadro politico e sociale.

Un territorio che era, appunto, solidamente parte del socialismo appenninico "toscoemiliano" e che da nove anni è guidato, invece, da un centrodestra, trainato da Fratelli d'Italia che ribattezza, almeno nei video elettorali, Piazza della Resistenza in Piazza d'Armi.

Una società bloccata, la città di Licio Gelli, ma anche dell'energia libertaria del comandante partigiano Silvano Fedi: "ragazzo".

Un comune in cui è sbocciata, non senza mille traversie, la candidatura di Giovanni Capecchi, ex Assessore dei Verdi, civico ecologista, antimilitarista, dal nome di battesimo legato ad uno dei grandi sacerdoti "irregolari" toscani: Giovanni Vannucci, sulla scia di Don Milani, Turoldo, Balducci.

Il 24 e 25 maggio si vota quindi in tre capoluoghi di provincia toscani: Arezzo, Prato e, per l'appunto, Pistoia, comune amministrato, come detto, dalla destra-centro, guidata prima da Alessandro Tomasi ed ora, dalla sindaca facente funzioni Annamaria Celesti.

Un mio punto di vista, parziale, di un "immigrato stabile", di "pistoiese guccinianamente emiliano", che vive la città da quindici anni in un territorio comunale di grande estensione, due volte e mezzo Firenze, che si allunga dall’Orsigna di Tiziano Terzani ai confini dell’Emilia Romagna alla dinamica e densamente antropizzata piana pratese, sestese e fiorentina.

Pistoia, un Comune per settanta anni sempre amministrato dalla guida di un forte Partito Comunista (ma con diversi amministratori iscritti alla massoneria), con una storica tradizione di dirigenti riformisti: come detto, il famoso socialismo tosco-emiliano a cavallo dell'Appennino.

Avrei voluto fornire un punto di vista anche femminile e giovane sulla città, ma, nelle convulse ultime settimane di campagna elettorale, non è stato purtroppo possibile.

La storia, soprattutto per i non pistoiesi: 

Giovanni Capecchi rompe, su temi concreti, nel 2007 con i poteri della città, si presenta candidato sindaco, raggiungendo, da solo, circa il 20 per cento dei voti. Lascia per venti anni la politica attiva va a insegnare Letteratura italiana all'Università per stranieri di Perugia.

- 2017: si arriva al ballottaggio e succede l’imponderabile, a causa delle divisioni interne del centrosinistra, apparse fin dalle primarie relative alle precedenti elezioni del 2012.

Una domanda provocatoria alla sinistra sulle dinastie politiche a Pistoia (manco fosse la Florida o l'Arkansas): come è possibile qui fare politica se non si ha almeno un bisnonno senatore o deputato, o, almeno Presidente della Lega delle Cooperative?

Alessandro Tomasi, il primo sindaco di destra, Fdi, è stato, in realtà, una sorta di "underdog" ante litteram.

Nel 2022 si rivota e Tomasi sconfigge agevolmente Federica Fratoni. Il centrosinistra va in frantumi.

"Non possiamo affidare la città al figlio di un panettiere", la frase del 2017 che certificava una rovinosa sconfitta di una sinistra che aveva perso identità, bussola, unità, visione, empatia.

Temi programmatrici e primarie:

Città e comune policentrici e complessi;

Il ruolo dei vivai e Pistoia città industriale dei treni: San Giorgio, Ansaldo Breda, Hitachi.

Si arriva alla candidatura di Giovanni Capecchi, dopo che vengono bruciati vari nomi.

Con le primarie, ottenute faticosamente e caparbiamente Capecchi conquista faticosamente, ma quasi trionfalmente la candidatura del campo larghissimo (da Calenda a Rifondazione Comunista).

Quattro ex sindaci si erano mossi per bloccarlo, con le candidature, prima di Simona Laing e poi di Stefania Nesi.

Scontro-incontro significativo tra Capecchi e Nesi: due visioni di città, una moderata, l’altra volutamente visionaria: Pistoia città della Pace, ma anche dei tombini, tra le prime azioni previste un gemellaggio con la Palestina.

Capecchi: una città senza una visione e una politica senza una visione, senza la dimensione del sogno concreto non esistono.

Il centrodestra presenta il sindaco facente funzioni, aderente a Forza Italia: Annamaria Celesti, dopo che Alessandro Tomasi si era dimesso nel 2025. per sfidare senza successo Eugenio Giani.

Immigrazione: gli immigrati a Pistoia sono circa il 10 per cento della popolazione. In prevalenza albanesi e rumeni, fortemente integrati. La comunità albanese esprime il consigliere regionale e sottosegretario alla Presidenza, Bernard Dika.

Un cortocircuito nell'accoglienza ai rifugiati.

La figura controversa e discussa di Don Massimo Biancalani.

Ammasso di corpi o vera accoglienza?

Accoglienza che assomiglia al pietismo, pur rispondendo a problemi reali e all’assenza delle istituzioni.

Si creano muri tra popolazione locale e rifugiati. Si rinuncia a qualsiasi tipo di dialogo.

La manifestazione di protesta dei cittadini e dei parrocchiani della frazione di Ramini.

Una fotografia passata: 2006, Pistoia era un centro a livello europeo contro le discriminazioni multiple. Tutto è scomparso.

Pistoia città della Pace non può che essere Pistoia città della Pace e dell’Accoglienza.

No alla contrapposizione tra ultimi e penultimi.

No ad ideologie, sì alla concretezza progettuale.

Oltre a centrodestra e centrosinistra: c’è poi anche la lista di Pistoia Rossa che candida l’insegnante napoletano, trapiantato a Pistoia, Fabrizio Mancinelli.

I punti programmatici delle tre liste/coalizioni.

Centrodestra nel segno della continuità, centrosinistra per un cambiamento radicale (a partire dalle politiche culturali, turistiche e di governo delle periferie); Pistoia Rossa antisistema.

La polemica su Piazza San Lorenzo.

Dov’è la partecipazione?

Con il centrodestra Pistoia sta nella sua zona di confort, quasi fosse un “dormitorio” a prezzi immobiliari calmierati di Firenze..

Pistoia Rossa, a sinistra di Rifondazione (Carc, Potere al Popolo, etc.) punta oltre all’antifascismo, sul tema del glifosato e della lotta all’inquinamento nei vivai.

Vivai: asse portante, ma anche di potere nella città, occupazione non eccelsa, ma nemmeno al livello di sfruttamento di Prato nel settore tessile-logistica.

Le accuse a Giovanni Capecchi: che dialoga con i vivaisti, pur avendo una matrice ecologista.

Risposta: lavorare con gradualità sulla qualità del lavoro e della vita. Questione del cambiamento climatico.

Le differenze tra il vivaismo di Pistoia e il florovivaismo scomparso di Pescia e della Val di Nievole.

Le rose arrivano, ormai in aereo dall’Africa, via Amsterdam: Globalizzazione irresponsabile e insostenibile.

Capecchi: Pistoia città della Pace: patto educante con le nuove generazioni, cultura che si oppone alla militarizzazione di massa (primo obiettore cattolico disertò proprio a Pistoia nel novembre del 1962)

Città di Pace, progetto nato, in realtà, nei primi anni Novanta.

Competenze civica. Programma, insieme utopico e concreto.

In una città che ultimamente ha guardato il proprio ombelico, per Capecchi bisogna davvero prendere l’ultimo treno, dalla montagna alla Piana.

Città che vede il tema dell’ecologia, della fragilità, della Pace, della partecipazione come l’asse di un’alternativa riformatrice radicale.

Ovunque va il candidato di centrosinistra non bastano i posti a sedere.

Il NOI di Giovanni Capecchi: una candidatura femminista, anche rispetto alle competitor donne.

Il contrario della leadership autoritaria maschile che ci viene proposta da Trump agli Aiatollah.

Una città che riscopre, oggi, nella temperie di oggi, le sue plurali radici antifasciste.

Dal Novecento ai furiosi anni Venti del Duemila: una sfida non facile. 

Se c’era qualcuno che poteva ribaltare il tavolo, riportare la gente alla politica quello era ed è Giovanni Capecchi che non va lasciato solo e in balia dei partiti.

Entusiasmo e speranza enormi per una sfida non facile, appassionante.

Pistoia città della Pace, aperta al mondo: segno positivo di contraddizione.

Molto più di una piccola cittadina schiacciata da Firenze e Lucca. La città dove la follia dell’obiezione di coscienza ha dato, sessantacinque anni fa, un messaggio a tutto il paese e al mondo con il gesto coraggiosissimo di Giuseppe Gozzini, sostenuto, tra gli altri da Padre Turoldo e Don Lorenzo Milani.

Dov'era follia da manicomio criminale, sorse, certo imperfetta, dieci anni dopo la legge Marcora sull'obiezione di coscienza.

Chi lo avrebbe mai detto, nel 2026, anno di guerra globale, che, in una piccola città del fu socialismo tosco emiliano, ci sarebbe stato un candidato cresciuto in una famiglia che si esponeva alle denunce e ai pignoramenti per compiere l'obiezione fiscale alle spese militari?

E' davvero l'ultimo treno. Prendiamolo insieme.

Link: https://www.youtube.com/watch?v=5yc9D90mFXE

Francesco Lauria (intervistato da Filomeno Viscido su: "Rosso Fastidio".)

VOLONTARIATO E #LUCIANOTAVAZZA100: "CERCATORI DI ARCOBALENI IN UN TEMPO CHE HA SMESSO DI GUARDARLI".


Sono passati circa venti anni dalla morte di Luciano Tavazza, padre del moderno volontariato italiano.
Ho scoperto questa figura e ne sono rimasto affascinato grazie ad Emanuele Alecci, che di Tavazza è discepolo, ma anche continuatore innovativo.
Sono passati, invece, ben trentacinque anni dalla Legge 266 del 1991, ideata da Tavazza con il giurista Nicolò Lipari.
Quest'ultimo, come ricorda Alecci, diede del pensiero di Tavazza sulla gratuità la formulazione più precisa: "il dono come momento costitutivo del sistema istituzionale".

Libertà e responsabilità, insomma, diremmo oggi: sussidiarietà circolare.


Nel rimandare, per ulteriori approfondimenti, al bellissimo articolo di Alecci su Vita, ricordo che martedì 12 maggio, presso la Camera dei Deputati (ore 16, sala Matteotti) è in programma il primo convegno del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario della nascita di Luciano Tavazza.

Il titolo: "Il volontariato tra memoria e futuro".

Sono onorato che, mentre si stanno per concludere, dopo oltre tre anni, i lavori del Comitato, promosso dal Presidente della Repubblica, in onore di Don Lorenzo Milani, mi sia stato chiesto di partecipare anche a questa nuova avventura.

Nel segno resistente e ostinato di un volontariato, come lo definirebbe Tavazza: "forma moderna e futura della cittadinanza attiva".

Non mancano le difficoltà: mettere insieme gratuità, libertà, professionalità e responsabilità non è un complicato ossimoro, ma un faro di pensiero e di azione.
Significa cercarli ancora, in un tempo difficile, gli ARCOBALENI, sempre per usare le parole di Tavazza.

Oggi occorre preservare l'autonomia del volontariato persino dalla legge e dalle nuove definizioni giuridiche: gabbie più che perimetri.

Anche di questo discuteremo domani: grati a chi può rappresentare, con la sua memoria, ancora oggi un faro, per percorrere, insieme, strade nuove, speranze nuove, concrete, concretissime utopie condivise.
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli

lunedì 4 maggio 2026

"SENTIRE CIO' CHE NON FA RUMORE". ZAINO PRONTO. IO, SPERO, LO SARO'. VIVI E IN CAMMINO...

"Presi da un mondo frenetico e competitivo, ci dimentichiamo di essere vivi."

Lo scrivono il poeta Franco Arminio e il padre Ricostruttore Guidalberto Bormolini, in un libretto stupendo che consiglio a tutti e a tutte, specialmente da chi viene da periodi difficili (ma non solo...):

"Accorgersi di essere vivi. Un breviario per chi ha perso la vita".

Che poi dal titolo sembra un manuale di psicanalisi ed invece, metà in poesia e metà in prosa, è un manuale ricchissimo di sogni: "fatti da svegli".

Sono pronto, mio figlio Jacopo questa volta non sarà con me, dopo il bellissimo e condiviso cammino portoghese di settembre, per questa settimana sulle "strade del Nord".

E' di là, nella sua camera che dorme, mentre io ascolto la pioggia, spero sogni qualcosa di bello, pronto per andare da solo a scuola, sistemare e chiudere la casa, "essere grande".

Che poi Nord, significa Irun, la tappa di partenza, l'Oceano, la stupenda spiaggia di San Sebastian, ricca per me di indimenticabili e nostalgici ricordi, le colline basche, significa, forse, soprattutto Guernika, con tutto il portato di questo luogo.

Ma anche Bilbao che mi accoglierà con la sua continua e permanente trasformazione di ex città industriale.

Non lo prometto del tutto e sicuramente lo interromperò, qualche volta, per pubblicizzare alcune incombenti iniziative a Pistoia, ma proverò a fare silenzio.

Quel silenzio che, come ci spiega Nicoletta Polla-Mattiot è "rivoluzione". 

Nell'epoca del rumore onnipresente, riscoprire e coltivare il silenzio per me, che sono un'inondatore seriale di parole, incapace del senso e del mistero dell'attesa, è un atto politico, un tentativo di forma di resistenza anche verso me stesso.

Il punto di partenza, difficilissimo per me, lo ripeto, per una nuova ecologia sociale ed esistenziale. 

Chissà, come promette la Mattiot, se riuscirò, nel cammino, questa volta solitario, a: "sentire ciò che non fa rumore", come, direbbe Maddalena Rostagno, ricordando il suo papà Mauro, dispensatore di sogni e utopie, ucciso dalla mafia e dalla massoneria siciliane, a sentire: "il suono di una sola mano".

Avrei voluto rappacificarmi con una persona, prima di partire, ne ho avute mille occasioni, davvero sembrava un destino.

E, invece, come un cretino non ci sono riuscito, mi sono limitato ad un biglietto: "Spezziamo i fucili".

Porterò nel cuore, durante il cammino, oltre a Jacopo,  anche questa persona e i tanti altri/e "difficili", a partire da me stesso, con cui mi sono confrontato in questi lunghi mesi di stravolgimento della vita.

Che poi ogni crisi, davvero, è un'opportunità.

Non è tempo perso, ma un tempo pieno da trasformare e oltrepassare senza eccessiva fretta.

Lentamente, pensando alla meta, ma senza farsi travolgere da essa.

Certo, occorre (me lo dico da solo) davvero, imparare a fare silenzio, anche nella preghiera.

Come ci ha detto un grande delle immagini, della parola, Federico Fellini, ne "La voce della luna":

"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire" 

BUON CAMMINO a me, sulle orme di San Jacopo,

BUON CAMMINO a tutte e a tutti, sulle orme della Vita.

Quella piena, che ci parla nel silenzio, 

proprio come il "suono di una sola mano"...

Francesco

domenica 3 maggio 2026

"LA SCELTA DELLA CONVIVENZA". INTEGRAZIONE, POLITICHE MIGRATORIE, CITTADINANZA INCLUSIVA. PISTOIA 13 MAGGIO ORE 18.

Questa mattina mi è capitato per caso tra le mani un libro che è un tesoro, ad opera di un sacerdote trentino, da poco scomparso, Marcello Farina: "La tenerezza accompagnatrice di Dio".

Don Marcello, peraltro, cita nel suo testo, uno dei miei scrittori preferiti: l'ebreo, quasi anarchico, antinazionalista, Martin Buber, grande figura di pensiero, fede, azione, pace.

Scrive in un paragrafo intitolato: "alla ricerca dell'altro"...

"C'è un bel testo ne I racconti dei Chassidim di Martin Buber che vorrei mettere a capo di questa riflessione. 

Esso narra di un'esperienza capitata a Moshe Lob, un ebreo polacco, attento indagatore della scrittura antica. 

"Come bisogna amare gli uomini, l'ho imparato da un contatidino - egli ci ricorda. Questi sedeva in una mescita con altri contadini e beveva. 

Tacque a lungo come tutti gli altri, ma quando il cuore fu mosso dal vino si rivolse al suo vicino dicendo: "Dimmi tu, mi ami o non mi ami?"

Quello rispose: "Io ti amo molto".

Ma egli disse ancora: "Tu dici: io ti amo e non sai che cosa mi affligge. Se tu mi amassi in verità, lo sapresti!"

L'altro non seppe cosa rispondere, e anche il contadino che aveva fatto la domanda tacque come prima.

Ma io compresi: questo è l'amore per gli uomini, sentire di che cosa hanno bisogno e portare la loro pena".

Aggiungo alla riflessione di Don Farina:

Quel "sentire" non è legato a capacità soprannaturali, ha a che fare con l'incontro che significa, soprattutto, ascolto e con il dialogo, "straordinario strumento di Pace".

Incontro, ascolto e dialogo, presuppongono non assenza di diversità, ma assenza di asimmetria di potere, necessitano il: "mettersi davvero negli occhi dell'altro/a" e anche la: "scelta della convivenza".

E' proprio da questo spunto che nasce l'iniziativa promossa dall'Associazione Sognare da Svegli il prossimo 13 maggio alle ore 18 a Pistoia (presso la libreria Lo Spazio) sui temi dell'integrazione e dell'accoglienza nell'ambito migratorio.


Il tema interamente declinato è: "Costruire alleanze tra società civile e istituzioni territoriali per l'integrazione e una cittadinanza inclusiva".

Ne discuteremo con ospiti di eccezione: 

Luigi Andreini, tra i fondatori di Villaggio La Brocchi - Progetto Accoglienza, la "Barbiana dell'immigrazione", situata a Borgo San Lorenzo (Fi); 

Luca Rizzo Nervo, referente per la cooperazione internazionale e l'immigrazione della Regione Emilia Romagna, già parlamentare che si è opposto al rinnovo degli accordi Italia-Libia; 

Anna Chiara Corsi, insegnante di scuola secondaria e di italiano lingua due e Presidente dell'Associazione "Il Delfino";

Barbara Beneforti, scrittrice e già importante riferimento, "anima", del Centro Antidiscriminazioni della Provincia di Pistoia.

Interloquirà con noi Giovanni Capecchi, nella sua duplice veste di docente in una Università per stranieri e di candidato per il centrosinistra a sindaco di Pistoia.

Info: sognaredasvegli@gmail.com 

Francesco Lauria

ESSERCI PER IL MONDO, ESSERCI PER L'ALTRO/A E' POLITICA? E' FEDE? DIO, POLICARPO, DOVE SIETE OGGI?

Ieri, mentre mi sentivo eroso dentro, tremavo per l'ennesima cocente delusione personale e politica (chiarifico Giovanni Capecchi non c'entra nulla, rimane un riferimento pieno di Speranza) mi chiedevo, in sincerità, se non fosse colpa mia.

Se il problema fossi io che molto spesso non sono capace di separare le aspettative sulle persone, dall'anelito, non sempre privo di moralismo, di cambiare insieme il mondo, senza, però, mai fare leva sull'interesse personale, individuale.

Un'amica, una volta mi disse, con grande affetto, facendomi molto riflettere: "Sai Francesco, occorre guardare il pieno nelle persone, non il loro vuoto, la loro capacità di volare, non quella di strisciare".

Dopo il bellissimo seminario organizzato alcune settimane fa dalla Diocesi di Pistoia con Ludwig Monti su un gigante come Dietrich Bonhoeffer, una figura che ha sempre accompagnato con discrezione la mia vita, la mia Fede e il mio anelito di libertà e liberazione, ho provato ad approfondire questa domanda, connessa alla Vita in generale, ma soprattutto all'impegno sociale e politico.
Un impegno naturale che viene da dentro di noi: etica che si nutre dell'anima, "Progetto", sintetizzerebbe Bonhoeffer.

Bonhoeffer, che su questo è stato talvolta equivocato, parte dal concetto che: "la realtà è Cristo" (Col 2, 17), ma rifiuta, allo stesso tempo, un "Dio tappabuchi", pronto all'uso.
Il telogo protestante tedesco, vittima del nazismo, ci fa riflettere sul nesso tra Responsabilità e Fede, traducendolo nel concetto, solo apparentemente semplice, di: "Esserci per gli altri".

Già, come ci siamo noi per gli altri, soprattutto quando gli altri sono per noi "difficili", a partire dagli aguzzini dei lager, per il prigioniero Bonhoeffer?

Se riprendiamo alcune delle stupende lettere e testi inclusi in Resistenza e Resa, ci possiamo muovere su due direzioni:
la prima è, semplicemente, Dio, in piena consonanza con il Vangelo di Giovanni di oggi: ("Io sono la via, la verità e la vita").

Scrive Bonhoeffer in Resistenza e Resa, nell'ambito del suo "Progetto per uno studio sul cristianesimo":
"Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto -religioso- con un essere, il più alto, il più potente, il migliore che si possa pensare - questa non è autentica trascendenza - bensì è una nuova vita nell'ESSERCI PER GLI ALTRI - nel partecipare all'essere di Gesù" (3.8.1944).

C'è un altro punto, però in Bonhoeffer che, nel suo mistero e nel suo essere sangue del nostro sangue, non possiamo e non dobbiamo sottovalutare.

Scrive Ludwig Monti, nell'incipit al suo testo, inserito nella collana "Eredi", diretta da Massimo Recalcati:
"Quando la mattina del 5 aprile 1943, la polizia fece irruzione nella casa paterna di Bonhoeffer, situata nei quartieri alti di Berlino, sul suo scrittoio fu trovata una strisciolina di carta con su scritto: fur die Welt da sein ("esserci per il mondo")."

Bonhoeffer arriva a progettare e, forse anche ad ispirare, il più grave (anche se non riusciuto) attentato ad Hitler e per questo, pur avvicinandosi la fine del nazismo, la sua vita non sarà risparmiata.
Sarà impiccato.

Ma questa sua domanda, estrema, da pastore, da uomo innamorato, separato dalla giovane fidanzata Maria, rinchiuso nelle carceri naziste, proprio dalla politica, dal suo: "esserci per il mondo" continua a risuonarmi nella testa.

Che cosa significa "esserci per l'altro, per l'altra?".
L'altro, l'altra dov'è davvero? Chi è? Chi sono io per lei, per lui?
Come siamo, insieme, Politica?

Dell'altro/a vogliamo vedere il suo pieno, sempre e comunque, o anche camminare nei suoi vuoti, nei suoi spazi, cercare riparo e uno sguardo reciproco, senza appigli, ma anche senza giudizi?

In una lettera agli amici, scritta per il Natale 1942, prima della prigionia, ma già durante la notte della guerra nazista, Dietrich Bonhoeffer si chiede: "Chi resta saldo?"

E aggiunge: "La grande mascherata del male ha scompaginato tutti i concetti etici".
Continuano le domande: "Che cosa sta dietro la mancanza di coraggio politico, di cui tanto ci si lamenta?"

È' vero, partecipiamo, insieme, "nell'aldiqua" della vita, di questi nostri tempi difficili, alla sofferenza di Dio.

Ma non possiamo mai rinunciare, insieme all'altro/a, anche quando ci è proprio difficile, complicato farlo, ad immergerci nella sua Resurrezione, nell'Aurora, oltre la Notte.

La Notte della Storia che brucia, arde.
Di Rabbia e di Amore.
Di Attesa e di Luce.
Con Dio, riflesso negli occhi dell'altro/a.
Il vento chiaro.
Il mare, la vela.
Il volto.
Dopo la paura.
Pioggia e roccia.
"Tornerà la vita in questo mare"...
"Uno più uno
non fa due".
Francesco Lauria
(una riflessione in ricerca, quasi una preghiera, maturata questa mattina, iniziando all'Aurora, in silenzio, tra i boschi del poeta, letterato, agitatore Policarpo Petrocchi, a Castello di Cireglio, Pistoia. Camminando, il sole, si faceva strada nel bosco e illuminava, improvviso, un abete bianco.
Dedicata all'equipaggio di Trinidad, imbarcazione affondata in viaggio verso Gaza con la Flotilla, dedicato, così come il video, a Luana e a Bilal e non solo...)

venerdì 1 maggio 2026

"QUESTA NOTTE MI BASTA DAVVERO SOGNARE". UNA "MAY DAY" CONTRO UN MODELLO PERVERSO, MILITARIZZATO, INGIUSTO.

Quando ho scelto, non senza qualche dubbio, di non passare il primo maggio a Pistoia (e nemmeno a Parma), ma a Milano, l'ho fatto per due ragioni.

Sarebbe stato troppo doloroso e forse anche politicamente incoerente, dopo l'impegno, non solo lavorativo ma anche militante degli ultimi mesi, partecipare ad una iniziativa, pur ampia, organizzata da Cgil Cisl e Uil (in entrambi i cortei, in realtà, i partecipanti vanno dai componenti del centrodestra politico agli antagonisti di sinistra). 

Ma c'era anche una seconda ragione, forse più pratica: il mio lavoro di ricerca storico, di attualità e prospettiva sul sindacato alternativo nel contesto metropolitano, commissionatomi dalla Cub (Confederazione Unitaria di Base) di Milano, sarebbe risultato "monco" se non avessi partecipato, almeno una volta, alla May Day Parade che, ogni anno, Cub, Usi Cit e molti centri sociali milanesi organizzano con la partecipazione di decine di migliaia di giovani.

Un Primo Maggio alternativo, quello di Milano, che ha preceduto, di qualche anno, l'altro grande appuntamento non "istituzionale" che si svolge in Italia in questa data, tra i residui dei disastri ambientali dell'Ilva, a Taranto.

Quest'anno poi il tema scelto dalla Cub, che guida da sempre i contenuti prevalenti della May Day, era solo apparentemente locale: "CONTRO IL MODELLO MILANO".

Un modello che spesso viene preso in giro anche al cinema: quello dell'iperproduttività che si mangia la vita, i sogni, le relazioni.  

Che si mangia il tempo.

Quello, approfondendo, di un'economia predatoria che si basa sullo sfruttamento delle persone, ma anche dei luoghi, del territorio, di tutti gli esseri viventi, quello che, come è noto, rende spesso irrespirabile anche l'aria.

La May Day poi parla da sempre a una città che è cambiata moltissimo: la Milano delle fabbriche, piccole, medie, grandi, familiari e multinazionali, si è trasformata dalla fine degli anni Ottanta nella Milano dei servizi, della tecnologia, della turbofinanza senza frontiere, persino, a tratti, chi lo avrebbe mai detto, del turismo.

Infine quello del 2026, era, per me, anche un Primo Maggio dopo quindici anni esatti da quadro subordinato, vissuto di nuovo da precario, anzi da iperprecario. Non sono più, infatti, il lavoratore a progetto e dottorando di ricerca dei primi anni duemila, ma una partita Iva, sostanzialmente involontaria, sottoposta a tutti i rischi, le fatiche, le salite di questa, chiamiamola imprecisamente, complicata, ma molto ipermoderna, almeno per me, tipologia contrattuale.

Una partita Iva di provincia (registrata a Pistoia) nell'immensa metropoli dagli alti grattacieli, appena uscita dalle Olimpiadi, dicesi Olimpiadi.

Se dovessi usare un'immagine per descrivere il "modello Milano", userei quella delle lotte della Cub, e in particolare di Mattia Scolari, il giovane segretario generale del sindacato.

Mattia è uno che non si arrende mai, nemmeno quando lo portano fuori a forza delle aziende, perchè cerca di sindacalizzare gli addetti alla sicurezza.

In questi mesi, ha rafforzato l'impegno della confederazione di base, attraverso la Flaica, la categoria che segue commercio e turismo, negli alberghi di lusso.

Si, è proprio, pari pari, (senza il famoso boulevard) la Los Angeles di Ken Loach, che, nel bellissimo film Bread and Roses,  racconta le lotte dei lavoratori ispanici immigrati, addetti alle pulizie negli uffici e negli alberghi del centro cittadino, descrivendo lo sfruttamento nel contesto della California del Sud.

La Cub mobilita dal basso le lavoratrici (quasi tutte donne e molte sono ispaniche) degli alberghi dell'iper lusso del modello Milano, quello che espelle i cittadini dal centro storico e spinge sempre più in alto i vetri dei grattacieli (che peraltro hanno bisogno di chi li pulisca), fino al cielo, spesso ingrigito dallo smog.

Non è facile, lo sappiamo, perchè in Italia le regole della rappresentanza nei luoghi di lavoro, sono molto complesse.

Soprattutto dopo gli scellerati referendum di metà anni Novanta, inopinatamente sostenuti anche da parte della sinistra, oltre che attraverso i patti tra sindacati confederali e Confindustria, queste regole (che possono comunque ancora peggiorare) rendono complicatissimo quello che dovrebbe essere semplice come bere un bicchiere d'acqua: permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di scegliersi i propri rappresentanti e dare piena cittadinanza all'azione, in primis contrattuale, di tutti i sindacati veri, rappresentativi anche se conflittuali, non gialli, non corporativi.

Tutto questo è stato descritto benissimo, in preparazione del corteo, da Mattia Scolari nella sua intervista a RaiNews: https://www.rainews.it/tgr/lombardia/articoli/2026/05/a-milano-la-mayday-parade-di-cub-e-centri-sociali-86c5b9a4-11be-4194-9fe4-2b9ec4c46f51.html

Non pensavo davvero, infine, che, durante la May Day mi sarebbe stato chiesto di prendere la parola.

Ero emozionato, mentre Carlos, l'esperto percussionista venezuelano che aveva guidato la parte musicale del corteo, lanciava l'ultima canzone (peraltro una canzone, stranamente in italiano e non in spagnolo, che parlava di andare "oltre l'odio") prima di passarmi il microfono.

Prima di me, oltre ovviamente a Mattia, tra gli altri, erano intervenuti un lavoratore italo-senegalese, impiegato come carrellista da una cooperativa che non gli applica interamente il contratto e Marfgerita, una delle pasionarie di tante lotte della Cub nel mondo della sanità privata, in particolare nel grande ospedale milanese San Raffaele.

Avevo appena fatto una foto con Dionisio Masella, uno dei più stretti collaboratori e compagni di Pier Giorgio Tiboni, storico, grandissimo segretario generale della Fim Cisl di Milano e poi ideatore fondatore della Cub.

Dioniso rappresenta, pur con ammirabile energia e voglia mai sopita di confrontarsi con il nuovo, sempre attraverso l'antica lezione del valore della contrattazione collettiva aziendale, anche la Milano che non c'è più.

Lui, venuto dal Sud, è stato, infatti, uno storico leader operaio del consiglio di fabbrica dell'Alfa Romeo di Arese, una delle tante grandi fabbriche chiuse a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila nel capoluogo lombardo.

Carlos mi guarda e mi dice: "tocca a te companero!"

Decido, quasi sul momento, di non parlare di me.

Mai come quest'anno avrei potuto parlare di licenziamenti discriminatori e illegittimi, di pericolosa solitudine e abbandono del lavoratore, ma anche di bella, abbracciante solidarietà senza confini e senza paura.

Ma voglio parlare della terra dove abito, quella piana che da Firenze, passando per Sesto Fiorentino e Calenzano, arriva a Prato, poi a Pistoia e poi prosegue verso il mare...

Ecco il link: https://youtu.be/nhvHqUur5LU

Non posso non parlare di Luana d'Orazio, di quella stradina della frazione di Oste, nel comune di Montemurlo, a tre brevi curve dalla Provincia di Pistoia.

Luana è morta non come nell'Ottocento, ma ancora prima, vittima di un modello, in questo caso toscano e NON IN UN'AZIENDA A PROPRIETA' CINESE, che preferiva eliminare tutele minime e antiche rispetto alla salute e sicurezza degli orditoi tessili, per produrre di più e più in fretta.

E' la prima fase della fast fashion, del "potere perverso della moda".

Ma Luana, un paio di anni prima del suo tragico omicidio sul lavoro era stata sfruttata, da cameriera in un fast food (e siamo sempre lì...) rivolgendosi al sindacato, all'ufficio vertenze, proprio a Pistoia.

Non era stata sfortunata, semplicemente, nel terziario come nell'industria, aveva sperimentato precarietà e sfruttamento, mancanza di responsabilità sociale nell'erogare gli stipendi, come nell'organizzare il lavoro (e la vita) in fabbrica.

Poi, prendendo spunto dal testo del giuslavorista Danilo Conte, "Il Rumore degli Anni", ho voluto parlare di Bilal, ventenne pachistano, e dei suoi mobili, trasportati e montati in subappalto, tra Prato e Sesto Fiorentino.

Delle sue quindici-sedici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette.

Non c'è solo il Modello Milano, ma esso è inserito in un ben più ampio e pervasivo, globale modello turbocapitalistico mondiale che oggi si alimenta anche dell'economia di guerra permanente.

Insieme ad altro che si può ascoltare nel mio breve filmato ho detto due cose semplici e chiare, pensando anche alla Flotilla e al popolo palestinese: oggi, Primo Maggio, festa delle lavoratrici e dei lavoratori in tutto il Mondo, connettiamo le lotte dal basso, disonoriamo la guerra e disertiamo questo perverso, insano modello di sviluppo".

Salutati compagni (cum panis...) e amici ho percorso tutto l'enorme corteo di ragazze e ragazzi in direzione contraria, dirigendomi verso la Stazione Centrale di Milano.

Un fiume infinito di "carri" e di giovani.

Un'umanità variegata, libera, festante, magari a volte anche frammentata, dispersa, non avulsa dalla paura e dallo smarrimento.

Non avulsa dalla solitudine, anche in mezzo a cinquantamila braccia che si alzano al volume elevato della musica techno.

Un'umanità giovane, certamente non avulsa dallo sfruttamento, da vite precarie, schiacciate una ad una dall'asimmetria di potere nel lavoro e non solo, fattore antico e postmoderno di una società in cui i padroni oggi sono spesso apolidi fondi speculativi e i capi un algoritmo di un'anonima intelligenza artificiale.

Però, mi risuonano nella mente le parole dell'avvocato Conte, alla libreria Lo Spazio a Pistoia, mentre veniva presentato il suo libro e la storia (vera e vissuta) di Bilal.

"Quella di Bilal, te lo anticipo Francesco, è una storia sostanzialmente a lieto fine, a differenza di molte altre...

E lo sai, lo sapete perchè?"

Non è una storia individuale, ma una delle storie, tra le tante che si fa storia, tessuto collettivo. Di lotta, di soggettività, di speranza, di parola, anche quando si conosce poco la lingua italiana.

Pane e Rose lo capiscono tutti e tutte.

Significa bisogni e ideali, interessi e desideri, poesia e prosa, sogno e realtà.

Significa certo, anche stringere i denti, con rabbia e con amore.

Guardarsi dentro, guardare negli occhi l'altro/a, spezzare, anche nel lavoro, il pane con lui, con lei.

Sindacato viene da "sun dike", ce lo diceva sempre Papa Francesco.

E significa due cose, simili, ma forse non del tutto uguali.

"Fare Giustizia Insieme".

"Essere Insieme Giustizia"

Il treno per Parma è all'ultimo binario in fondo ed è anche in ritardo.

Ma io non ho fretta.

Questa sera non devo produrre, d'altronde sono partita Iva individuale, "perfettamente" autonoma.

Almeno per questa volta posso muovermi e vivere, come diceva Alex (Langer) "più lento, più profondo, più dolce".

Questa sera, questa notte in fin dei conti... mi "basta" davvero sognare. 

A Milano...

Francesco Lauria

giovedì 30 aprile 2026

"LA MODA E' POTERE". IL PRIMO MAGGIO DEI DIRITTI GLOBALI AL TEMPO DELLA FLOTILLA E DELLA GUERRA PERMANENTE

Abbiamo ancora negli occhi la carta straccia realizzata dal governo di estrema destra israliano rispetto al diritto internazionale e l'arresto di molti/e militanti a bordo della Flotilla diretta verso Gaza in acque internazionali.

Si chiederà, legittimamente, che cosa c'entra tutto questo, pur estremamente grave, con il primo maggio e con la transizione ecologica nella moda?

Ce lo spiega bene l'intervista di Luca Martinelli a Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna Abiti puliti, pubblicata ieri dal quotidiano Il Manifesto che anticipa di un giorno l'uscita di: "La moda è potere", scritto da Deborah insieme alle giornaliste Alessia Cesana e Martina Ferlisi.

«La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice»

Il nesso è ovviamente quello di un'insostenibile economia dello scarto (per usare le parole del compianto Papa Francesco) che si alimenta di un'economia della guerra permanente che, a sua volta, produce, oltre che il tragico genocidio del popolo palestinese, una compressione, a livello globale, dei diritti civili e democratici, come quello di manifestare e portare aiuti umanitari.

Spesso si utilizzano parole a vanvera, come una foglia di fico, una di questa è la c.d. "rivoluzione verde" o "transizione verde" che dir si voglia.

La moda, appare chiaramente dal libro in via di imminente pubblicazione, non è un alleato della transizione ecologica: nel 2024, a livello globale, sono stati prodotti circa 16,2 chilogrammi di fibre tessili per persona, 2,3 chili in più rispetto al 2020. Secondo alcune stime, diventeranno 19,4 nel 2030. 

Nell’Unione Europea, lo stesso livello di consumo pro capite è già stato toccato nel 2022, quando in media ogni cittadino ha consumato ben 19 chili di beni in un anno, di cui 8 di abbigliamento e 4 di scarpe.

Insieme al tema dei diritti e della salute e sicurezza in Bangladesh, a tredici anni dal dramma della vergogna del Rana Plaza, dove morirono oltre 1300 lavoratori e lavoratrici che operavano in gran parte come terzisti per marchi occidentali e anche italiani (Benetton, in particolare...) ne abbiamo parlato su Rosso Fastidio, proprio con Deborah Lucchetti e con il prof. dell'Università di Bologna Emanuele Leonardi, studioso dell'ecologia del lavoro.

Dal Bangladesh a Prato, il primo di maggio, giorno internazionale, della festa dei lavoratori e delle lavoratrici, al tempo della guerra globale permanente.

Qui il link dal titolo: "Per una moda dei diritti"https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Come si evince anche dal filmato coordinato da Filomeno Viscido e da me e come si legge sul Manifesto di ieri: «L’acquisto bulimico è incentivato dalle piattaforme online, che complicano ulteriormente il compito già arduo di calcolare quanti vestiti vengono comprati, usati e buttati ogni anno» 

Lo spiega, appunto, il libro La moda è potere, in libreria da domani per Altreconomia.

Una bulimia, al tempo della policrisi, che lega in modo indissolubile la questione ambientale con quella dei diritti umani, legata allo sfruttamento del lavoro e ai salari inadeguati, nel Nord e nel Sud del mondo.

Chiede Luca Martinelli:

Lucchetti, il libro e le cronache hanno fatto emergere una scomoda verità: non è solo la fast fashion a sfruttare il lavoro. Ha senso definirlo un problema strutturale?

Non è una novità. Da sempre denunciamo il carattere sistemico dello sfruttamento che attraversa le filiere globali, in ogni fase e in ogni Paese dove atterrano per drenare valore, dal basso verso l’alto. Oggi finalmente, anche grazie alle inchieste della Procura di Milano, questa realtà non si può più negare o nascondere dietro la retorica delle mele marce.

Nel libro si distingue tra caporalato e padronato: perché occuparsi del secondo?

Perché il primo dipende dal secondo: il fenomeno del caporalato, piaga diffusa in molti settori inclusa la moda, è conseguenza logica di un modello imprenditoriale organizzato per trarre il massimo profitto dall’attività economica, sfruttando senza limiti risorse umane e ambiente. Siamo alla normalizzazione di strategie e prassi più o meno illecite che rivelano modelli organizzativi d’impresa inadeguati a prevenire i reati lungo la filiera, perché ne sono la causa.

«Per cambiare l’industria della modavi chiedete nel libroserve intervenire prima sulla domanda, perciò sui comportamenti dei consumatori, o sull’offerta, cioè sulle politiche di impresa?»

Sono fermamente convinta che a maggiore potere debba corrispondere maggiore responsabilità. Le imprese, in particolare i brand committenti, determinano i modi di produzione, i salari e le condizioni di lavoro in tutta la filiera, appositamente lunga e frammentata per esternalizzare i rischi e comprimere i costi mentre nelle parti alte si trattiene la maggior parte del valore aggiunto e del potere. Certamente il consumatore può svolgere una funzione importante premiando o sanzionando il mercato ma per cambiare l’industria serve cambiare il sistema, non l’armadio.

Prato è oggi epicentro di una lotta sindacale nel mondo del subappalto. Perché ha assunto questa valenza? Chi sono i protagonisti di queste vertenze?

Prato è il distretto tessile più importante d’Europa, uno dei cuori del sistema di produzione e di servizi legati al pronto-moda ma anche al lusso. Nel Macrolotto lavorano migliaia di lavoratori immigrati da tanti Paesi, principalmente in aziende a conduzione cinese, anelli efficienti della catena di fornitura che si avvale del vantaggio competitivo di manodopera mantenuta in stato di bisogno, spesso senza permesso di soggiorno. Questi lavoratori segregati e invisibilizzati, dipinti come fragili e vulnerabili, hanno alzato la testa quando hanno incontrato un sindacato combattivo, il Sudd Cobas, che ha creato uno spazio di protagonismo e cambiamento dove sembrava impossibile. La lotta paga ed è contagiosa.

In che modo Nord e Sud del Mondo (ricordiamo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh) sono collegati da questi meccanismi?

Intanto, l’Europa è il principale mercato di sbocco dei prodotti della fast fashion confezionati in Bangladesh in condizioni miserabili da più di 4 milioni di lavoratrici. Qualunque consumatore italiano indossa vestiti che incorporano il lavoro sfruttato di quelle operaie. Nei distretti produttivi italiani, a partire da Prato, lavorano migliaia di lavoratori asiatici, molti del Bangladesh, della Cina e del Pakistan, sfruttati e intrappolati nella spirale della povertà e nelle maglie del subappalto.

Ma il collegamento è anche simbolico: lo scorso 24 aprile sono passati 13 anni dal crollo del Rana Plaza in Bangladesh, l’edificio di otto piani dove morirono 1.138 operaie di cinque fabbriche tessili che rifornivano noti brand internazionali. Pochi mesi dopo morivano bruciati vivi sette operai cinesi alla Tersa Moda nel Macrolotto di Prato, a ricordarci che questo sistema è ovunque regolato da un’unica legge: quella del profitto.

Che significa affermare che nel mondo della moda c’è bisogno di una giusta transizione?

Significa innanzitutto riconoscere il fallimento della green economy guidata dal mercato. Come dimostra la nostra ultima ricerca sulle fabbriche verdi in Bangladesh (vedi l’ExtraTerrestre del 20 febbraio 2026), le iniziative ambientali calate dall’alto non portano significativi benefici ai lavoratori, esclusi da qualunque forma di partecipazione e sempre confinati in un destino sociale di povertà e sfruttamento. E poi occorre prendere una netta posizione contro le politiche di riarmo, nemiche dei lavoratori e fattore di accelerazione del collasso ecologico.

Una transizione giusta parte dalla centralità della classe lavoratrice, detentrice di saperi e competenze necessari ad abbracciare una reale trasformazione socio-ecologica dei processi e dei prodotti, per bandire il modello fast fashion e tutelare diritti e lavoro dignitoso. In altre parole, serve un cambio di paradigma, fondato sulla redistribuzione del valore e del potere tra capitale e lavoro.

Alla vigilia del primo maggio il governo ha approvato un decreto in cui si parla di salario giusto. È cosi?

La questione salariale va affrontata parlando di salario dignitoso, dell’esigenza di ancorare il salario al costo della vita, perché i lavoratori abbiano un potere d’acquisto sufficiente a garantire i bisogni fondamentali. Il concetto di salario giusto rischia di venire confuso con i temi della produttività e del recupero inflattivo, giusta risposta a trent’anni di salari poveri ma senza mettere in discussione la ragione di fondo: politiche salariali disancorate dal reale costo della vita.

Si chiude così l'intervista al Manifesto di ieri da parte di Deborah Lucchetti, ex sindacalista della Fim Cisl.

Un grande leader di quel sindacato, in un tempo ormai lontano, lontanissimo, all'avanguardia delle lotte sulla riduzione dell'orario di lavoro e sulla riconversione ecologica e disarmata dell'economia, fu il sindacalista emiliano Pippo Morelli.

Già nel 1979, Morelli, che, all'inizio degli anni Novanta del Novecento, insieme ad altri sindacalisti ed in rapporto con Alexander Langer e la fiera delle utopie concrete, avrebbe proposto una nuova stagione di unità sindacale fondata sull'ecologia del lavoro e della rappresentanza, si chiedeva, in una relazione per la Federazione Cgil Cisl Uil dell'Emilia Romagna: "come possiamo agire come sindacato di fronte agli interrogativi sul come produrre, ma soprattutto sul cosa produrre?"

Una visione profetica che si alimentava di futuro, di un'economia della Pace e non della guerra, contro ogni sfruttamento, in qualsiasi parte del mondo, mentre si avviava, inesorabile, il processo di una globalizzazione senza governo e senza diritti.

Sta qui il senso, quasi cinquanta anni dopo, del primo maggio dei diritti globali: tra il Bangladesh, Prato e la Flottilla.

La mia biografia di Pippo Morelli, pubblicata a fine 2020, si intitola, non a caso, "Sapere, Libertà, Mondo".

Sapere operaio, libertà globale.

Un'utopia concreta che ci impegna 365 giorni all'anno, in ogni parte del mondo, a partire dal Primo di Maggio. 

Giorno di lotta, di futuro, di donne e uomini in "rivolta". 

Uomini e donne di Pace: https://www.youtube.com/watch?v=aATAiRxSyAE&list=RDaATAiRxSyAE&start_radio=1

"(...) Ritorneranno giorni e notti di Speranza,

Avremo Amore in petto e non potremo stare senza

Arriverà il Silenzio e vorrà dire Pace". (...)

Non vincerà la paura.

Arriveranno giorni da vivere d'un fiato...

Ritornerà il coraggio.

Ritroveremo Pace.

In nome dell'Amore e della Libertà 

La Pace per ritrovare a dare un senso a questa umanità (...)

Dov'è finito il Buon Senso, il Senso Buono delle cose?

Chi ha spento il fuoco della Speranza?

La Speranza è la voce dell'infinito che ci guida verso la salvezza.

Siamo Noi la Vita.

Siamo Noi il Coraggio.

Siamo Noi la Pace."

Francesco Lauria