Sono stato sempre molto affascinato dalla figura di Danilo Dolci, tanto da scriverne più volte su Via Po, l'inserto culturale di Conquiste del Lavoro, a partire dal tema dei suoi celeberrimi: "scioperi alla rovescia", praticati soprattutto in Sicilia.
Un giovane Danilo Dolci a lavoro nei campi, probabilmente a Nomadelfia come volontario, primi anni Cinquanta
Il libro fantasma “L’ascesa alla felicità”, riedito dopo settant’anni di oblio, svela il volto inedito di un giovane Danilo Dolci che, come studente di Architettura a Milano, già sperimentava la maieutica tra gli operai di Sesto San Giovanni. L’intervista a Giuseppe Barone, già collaboratore di Dolci e membro del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci
Tutti conosciamo l’icona di Danilo Dolci: scrittore, poeta e sociologo; il “Gandhi di Sicilia”, l’uomo che con la forza della nonviolenza e lo “sciopero alla rovescia” sfidò la mafia e l’inerzia dello Stato nel secondo Dopoguerra.
Ma prima del sociologo, prima dell’attivista capace di mobilitare le piazze siciliane, esisteva un altro Dolci. Era un giovane brillante, uno studente di Architettura al Politecnico di Milano, un educatore che cercava a Milano, o meglio oltre la periferia, a Sesto San Giovanni una via per conciliare la tecnica, la spiritualità e la giustizia sociale. Per decenni, quel periodo della sua vita è rimasto avvolto in una sorta di nebbia documentale, custodito in un’opera dimenticata: “L’ascesa alla felicità”.
Pubblicato originariamente in sole 200 copie ciclostilate da una piccola tipografia per i suoi studenti-operai, il libro era diventato un mito bibliografico, un testo citato ma introvabile, che sembrava destinato all’oblio. L’anno scorso il libro è tornato disponibile grazie a una ricerca negli archivi e alla meritoria Spazio cultura edizioni l’ha rieditato, con una nuova introduzione di Giorgio Carlo Schultze e le note di Giuseppe Barone, di Amico e di Daniela Dolci. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Barone, già collaboratore di Dolci e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci, autore della biografia pubblicata da Altreconomia e curatore della bibliografia (“La forza della nonviolenza” Dantes e Descartes 2004). Il suo ultimo libro è “Danilo Dolci educatore di comunità fragili” (Editoriale Scientifica 2025).
Barone, partiamo dalla riscoperta di un’opera quasi “fantasma”. Partiamo dalla vicenda editoriale. Il libro è rimasto irreperibile per oltre settant’anni. Come è avvenuta questa riscoperta?
GB È una storia affascinante che ci porta alle radici del percorso di Danilo. Siamo nell’immediato Dopoguerra, un momento difficile per il nostro paese e anche per l’editoria italiana. Questo libro, pubblicato dalla piccola casa editrice milanese Tamburini (specializzata in testi tecnici), è di fatto un ciclostilato rilegato, stampato in sole 200 copie. Non era un libro pensato per il grande pubblico, ma aveva una funzione pratica, educativa: serviva agli studenti-operai di Sesto San Giovanni ai quali Danilo faceva lezione. Erano giovani che spesso non avevano libri in casa, e Danilo voleva fornire loro materiali su cui riflettere. Il volume è poi scomparso dalla circolazione. Circa 27 o 28 anni fa, mentre lavoravo alla bibliografia degli scritti su Dolci, ne individuai una copia alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Recentemente, grazie anche all’entusiasmo di amici come Giorgio Schultze e Nicola Macaione, abbiamo contattato la biblioteca. Il volume era in condizioni fragili, rischiava di sfaldarsi, ma la Biblioteca è stata molto collaborativa e ne ha estratto una copia in sicurezza. Così oggi possiamo nuovamente sfogliare questo testo che documenta il “Danilo prima di Danilo”.
Chi era quel giovane Dolci nella Milano del Dopoguerra?
GB Era un giovane prossimo alla laurea in Architettura. Per pagarsi gli studi insegnava alle serali e collaborava con studi di ingegneria; aveva persino elaborato progetti pubblici, sebbene non potesse firmarli. La sua strada sembrava tracciata verso la professione tecnica o la carriera accademica. Invece, “L’ascesa alla felicità” documenta la crisi che si produce in quel tempo: i rovelli, le ansie e i dubbi che lo porteranno a lasciare tutto, a non discutere la tesi e ad aderire all’esperienza di Nomadelfia, per poi approdare in Sicilia. In quegli anni Danilo viveva stabilmente a Milano, frequentava il Politecnico (dove conobbe Bruno Zevi, con cui legò per tutta la vita) e si avvicinò a realtà come la Corsia dei Servi, animata da David Maria Turoldo e Camillo De Piaz. Era alla ricerca di un cristianesimo lontano dall’ortodossia, più attento alla dimensione sociale.
Colpisce molto l’eclettismo filosofico di questa prima opera: accanto ai testi sacri cristiani troviamo la Bhagavadgītā, Marco Aurelio, Bertrand Russell. Possiamo considerarlo il primo esperimento di quella “maieutica reciproca” che diventerà il suo marchio di fabbrica?
GB Assolutamente sì. Anche se Danilo non parlava ancora di “maieutica”, l’intuizione era già radicata. Franco Alasia, che diventerà per molti anni il suo principale collaboratore, racconta lo stupore di quegli operai nel trovarsi di fronte un insegnante che, invece di spiegare le cose, poneva domande ed era interessato alle loro risposte. Che educava non solo a riflettere e esprimersi, ma anche all’esercizio della democrazia. La scelta di testi così diversi dimostra la sua enorme curiosità, ma soprattutto il metodo: quei brani non erano lì per essere imparati, ma per interrogare il lettore. C’era già l’idea fondamentale che ogni persona -operaio, contadino o bambino- ha un pensiero che va riconosciuto e valorizzato. Danilo capisce fin da subito che le risposte ai problemi non devono essere calate dall’alto da “pochi scaltri dominatori”, ma vanno cercate insieme. E c’è anche la consapevolezza che ogni risposta è “provvisoria”, legata al suo tempo, proprio come l’occhio umano che Danilo definirà in una sua poesia un “miracolo, condizionato, provvisorio”.
Tra le influenze della sua formazione, hai citato Ernesto Buonaiuti, teologo, uno dei pochi accademici che non giurò fedeltà al regime fascista agli esordi e fu espulso dall’università. Quanto ha pesato sul suo pensiero?
GB Molto, unitamente a altre figure di attivisti e pensatori “irregolari”. Danilo a Roma aveva seguito le lezioni di Buonaiuti, prima che il professore fosse colpito dalla scomunica vitandi, la forma più dura di repressione ecclesiastica: i suoi libri erano all’indice, nessuno poteva parlargli o salutarlo. Per un giovane come Danilo, che sentiva una forte tensione religiosa ma rifiutava le gerarchie asfissianti, Buonaiuti rappresentò un esempio potente. Questo ci aiuta a comprendere la sua ricerca di una religione fatta di “progetti” e azioni concrete sulla terra, piuttosto che di sguardi rivolti al cielo. Ritroviamo questa matrice nelle prime esperienze comunitarie, come a Nomadelfia, con don Zeno Saltini, o al “Borgo di Dio” in Sicilia: rifiuto della proprietà privata, condivisione, lavoro manuale. Un ritorno ideale alle prime comunità cristiane, prima che il suo percorso evolvesse verso una laicità più matura.
Un giovane Dolci probabilmente volontario a Nomadelfia Per chiudere, vedi un filo rosso che collega questa prima opera all’ultima fase della sua vita, penso a testi come “La legge come germe musicale”? GB Ci sono fili rossi che percorrono tutta la sua opera. Uno è sicuramente l’idea della progettazione partecipata, dal basso. Come per la nuova sede di Nomadelfia, progettata ascoltando le esigenze della comunità, o il centro educativo di Mirto, dove chiese ai bambini di 4, 5 anni come volevano la loro scuola (e loro risposero “con il fiume e gli animaletti”, e così è stato). L’educazione per Dolci è un processo permanente che coinvolge tutti. Un altro filo è il concetto di comunicare. Già in questo testo giovanile c’è il germe della distinzione tra “trasmettere” e “comunicare” che svilupperà dopo. La comunicazione di massa per lui era un ossimoro, perché la massa è inerte. La vera legge della vita è la comunicazione intesa come scambio, reciprocità e crescita comune. Grazie Giuseppe. Prima di salutarci, so che ci sarà un’occasione imminente per parlare di questi temi. GB Sì, ci sarà il festival “Palpitare di Nessi”, giunto alla sua terza edizione e dedicato proprio a Dolci e a questi argomenti, con una prima giornata a Palermo e poi tre giorni a Trappeto, dal 25 al 28 giugno. Il tema di quest’anno sarà “Disobbedienza e legalità”. Avremo ospiti come Lorenzo Guadagnucci, Mimmo Lucano, Enrico Calamai, Davide Enia, Duccio Facchini, Antonio Marchesi di Amnesty International, Ettore De Conciliis, autore degli straordinari murales del Borgo, e molti altri ancora. Sarà un’occasione per riflettere a più voci, con mostre fotografiche, concerti, spettacoli teatrali, tavole rotonde e momenti di incontro in quei luoghi così significativi.
Sono parole, al telefono, intercorse tra Stati Uniti e Italia, nell'ultima conversazione tra Giovanni Bachelet e il padre Vittorio, 54 anni, già Presidente di Azione Cattolica, docente universitario e vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, pochi giorni prima dell'attentato mortale delle Brigate Rosse, presso l'Università La Sapienza, nei pressi dell'aula dedicata ad Aldo Moro, a Roma: il 12 febbraio 1980.
Prima dei colpi esplosi, per primi, dalla mano di una donna, Anna Laura Braghetti, Bachelet stava conversando con la sua giovane assistente Rosy Bindi, nel giorno del suo ventinovesimo compleanno.
Ho immaginato il dialogo telefonico tra Giovanni e Vittorio tante volte, dopo aver letto il ricordo consegnato da Giovanni a Walter Veltroni che, giovanissimo, condivideva con suo padre la presenza in consiglio comunale nella capitale.
Giovanni, giovane ricercatore in fisica, si trovava all'estero, in New Jersey, e dall'altra parte del mondo e, alle sei del mattino, apprese del terribile assassinio del padre da parte delle Brigate Rosse.
Si precipitò a Roma per i solenni funerali del padre, dove pronunciò, a nome di tutta la famiglia, parole che cambiarono la storia e sconvolsero (non senza polemiche) l'intero paese, terroristi compresi:
“Preghiamo per il nostro presidente Sandro Pertini, per Francesco Cossiga, per i nostri governanti”, disse Giovanni Bachelet al funerale, “per tutti i giudici, i poliziotti, i carabinieri, gli agenti di custodia e quanti oggi, nelle diverse responsabilità, nella società, nel Parlamento, nelle strade continuano a combattere in prima fila la battaglia per la democrazia, con coraggio e amore”.
E aggiunse: “Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la Vita e mai la richiesta della morte degli altri”.
Una gigantesca testimonianza, coerente con gli insegnamenti di Vittorio, che è ancora più forte se si osserva la forza timida di Giovanni, magro e pallido, nel filmato dell'epoca.
Le poche parole di Vittorio a Giovanni sono certamente meno famose dell'intervento, pronunciato a nome di tutta la famiglia, da Giovanni Bachelet durante il funerale del padre, talvolta messo in discussione, talvolta "celebrato" senza il necessario approfondimento.
Vittorio, ha ricordato Walter Veltroni, nell'intervista a Giovanni, pubblicata da Il Corriere della Sera nel 2023, era, peraltro, un: "bersaglio facilissimo", letteralmente annunciato.
Come Walter Tobagi.
Ed è grazie alla figlia di Walter, Benedettasu Wikiradio, che è stata registrata una delle trasmissioni più belle e complete sulla terribile vicenda, sia per quel che riguarda la risposta nonviolenta di Giovanni, il potere dirompente del perdono e della preghiera per i terroristi, per gli assassini, (senza mai rinunciare alla giustizia!) sia per la ricostruzione minuziosa della Vita di Vittorio Bachelet: "un uomo fatto principalmente di silenzio e di sorriso".
E' poi noto che, anni dopo l'assassinio, diciotto terroristi brigatisti scriveranno una lettera al fratello di Vittorio Bachelet, Adolfo, sacerdote gesuita, chiedendo un incontro in carcere alla famiglia.
Tutto questo mi ha ricordato anche lo straordinario impegno di un sindacalista milanese della Cisl, Sandro Antoniazzi, recentemente scomparso, che molto si spese nella ricerca della "conversione" dei terroristi, dando loro la possibilità di ritrovare, nella loro vita, la Verità.
Ovviamente pentendosi, dissociandosi e pagando il "conto" con una giustizia da considerare riparativa e non meramente repressiva (Vittorio Bachelet, anche nel suo ruolo di vice Presidente del Csm, fu totalmente contrario alla logica dell'emergenza e alle leggi speciali contro il terrorismo).
Anche io ho intervistato Giovanni Bachelet a lungo, ormai molti anni fa, per Via Po, l'inserto culturale di Conquiste del Lavoro.
Avvenne in occasione dell'uscita per la casa editrice Il Margine, di Trento, del volume "Sedie Vuote", dedicato alle vittime del terrorismo (le "sedie vuote", appunto) e ai loro familiari, troppo spesso dimenticati, non considerati da una narrazione pubblica che, per decenni, li ha quasi paradossalmente cancellati.
Ricordo, come fosse oggi, la mia emozione nel salire le scale dell'appartamento, vicino alla Chiesa del Cristo Re, nei pressi della casa di un'altra famiglia importante del cattolicesimo democratico romano e italiano: la famiglia Giuntella.
Ricordo il sorriso di Giovanni e il suo racconto.
Nessun buonismo facile.
La sua richiesta di Giustizia e di Verità, non era meno forte di quella dell'offerta della preghiera e del perdono. Mai più dimenticabile era, per me, la sua "ricerca della Verità".
Come ha affermato Rosy Bindi: "Si può, si deve, da cristiani, perdonare, non si può dimenticare, non si può rinunciare a fare chiarezza nei misteri oscuri del nostro Paese".
Quella stessa Verità che nel saggio: "Verità e politica" (1967), Hannah Arendt esplora nel conflitto intrinseco con la natura dell'agire politico, in un'opera che nasce come risposta alle polemiche suscitate dal suo reportage sul processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, dove era stata accusata di aver manipolato i fatti storici.
Non si tratta della verità razionale, ma della verità "fattuale" che riguarda gli eventi accaduti nel mondo. Una Verità estremamente fragile perché dipendente dalla testimonianza umana e cancellabile o alterabile dal potere politico.
Vittorio Bachelet, come Hannah Arendt, credeva fermamente nella Politica come regno della pluralità delle opinioni e del loro scambio.
I fatti, però possono essere distrutti dalla menzogna organizzata. Senza una base comune di: "verità di fatto", la libertà di opinione diventa debolissima, a tratti pericolosamente evanescente.
Il potere come dominio, secondo la filosofa ebrea tedesca, mira a distruggere la capacità stessa degli individui (e delle comunità politiche) di distinguere tra vero e falso, rendendoli facilmente manipolabili.
Sta qui per Arendt, il ruolo cruciale del "testimone": Vittorio, Giovanni.
Il testimone è colui che cerca e dice la Verità (spesso si tratta di filosofi, scienziati, storici, giornalisti, come Walter Tobagi) e che si trova in una posizione difficile e quasi sempre esterna alla politica.
Il compito dei testimoni è preservare la realtà dei fatti affinché i politici possano agire su un terreno solido senza che siano assecondate le menzogne del potere come dominio.
Sebbene per Arendt la Verità possa essere, talvolta anche "anti-politica", essa è, senza dubbio, il presupposto indispensabile per l'esistenza di un mondo comune.
Ma qual è il rapporto tra la Verità e la (almeno apparente) sconfitta, la morte, il dono, il sacrificio di una Vita stroncata?
E' ancora la trasmissione di Benedetta Tobagi, con le parole di Giovanni Bachelet, a darci una risposta profondissima:
"Il martirio è il segno di una scelta. E' forse più facile capire il senso di una morte causata da un ideale, rispetto al senso generale della Morte, cui tutti siamo destinati (...)
Siamo anche di fronte alla sconfitta dell'uomo che uccide. Il più sconfitto di tutti. (...)
Il senso è l'importanza di queste battaglie si capisce proprio perchè si dà la vita per esse.
Diceva Emmanuel Mounier:non si può amare la Vita, se non si ama qualche cosa che vale più della Vita.
In fondo il significato di tutto si capisce anche dal fatto che si è pronti ad essere sconfitti. Ma non si fugge."
Non si fugge.
Infine, dalla splendida trasmissione di Benedetta, in cui la giornalista parla anche del suo di papà, "rubo" una delle canzoni preferite di Vittorio Bachelet.
Un inno di Pace che risuona nel nostro disperante tempo di guerra. Una breve e intensa preghiera d'Amore.
Una canzone che ci propone anche un NO, fermo, deciso.
Proprio come quello che, anche qui ci sono maestri Giovanni Bachelet e Benedetta Tobagi, dovrà essere affermato con forza nell'urna i prossimi 22 e 23 marzo, nel Referendum su una riforma che vuole: "togliere di mezzo la Magistratura".
Un No, perfettamente coerente, anche con l'insegnamento, l'impostazione democratica, la Vita, il sacrificio, la Verità di Vittorio Bachelet.
E se ci diranno Che per rifare il mondo C'è un mucchio di gente Da mandare a fondo
Noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare Per poi dire troppo tardi che è stato un errore Noi risponderemo Noi risponderemo
E se ci diranno Che nel mondo la gente O la pensa in un modo O non vale niente
Noi che non abbiam finito ancora di contare Quelli che il fanatismo ha fatto eliminare Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO! Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO!
E se ci diranno Che è un gran traditore Chi difende la gente Di un altro colore
Noi che abbiamo visto gente con la pelle chiara Fare cose di cui ci dovremmo vergognare Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO! Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO!
E se ci diranno Che è un destino della terra Selezionare i migliori Attraverso la guerra
Noi che ormai sappiamo bene che i più forti Sono sempre stati i primi a finir morti Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO! Noi risponderemo NO! NO! NO! NO! NO!
Spesso ci lamentiamo delle regole, ma vi siete mai chiesti come sarebbe lavorare senza un contratto nazionale? In questo estratto della nostra ultima puntata, facciamo chiarezza sulla nascita e sullo scopo reale del CCNL.
Capire il passato è l'unico modo per difendere il futuro (e la nostra busta paga).