“E, invece, è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare..."
Mi ha colpito molto, questo passaggio, insieme ad altri, dell'intervista dell'ex Ministro della Cultura e politico di lungo corso Dario Franceschini, letto alle sei del mattino, mentre mi recavo, per le Lodi mattutine, alla Porziuncola di Assisi.
Dario, lo chiamo così perchè, pur ormai parecchi anni fa e con ruoli infinitamente diversi per importanza, ci siamo incrociati sulle strade della politica, ha raccontato, anche come messaggio agli altri malati, la sua convivenza, ormai da sei anni, con il morbo di Parkinson.
Chi è un po' nell'ambiente della politica, persino io, sapeva, magari senza conoscere tutti i dettagli, della sua malattia, ma l'opinione pubblica generale, ne era, fino a ieri, all'oscuro.
Non ero solo: ma con alcuni/e partecipanti alla Route Estiva, sulle orme di San Francesco, del Movimento per il Volontariato della Campania e l'Associazione Luciano Tavazza, tra cui l'ex parlmentare e compagna di storia politica di Franceschini Silvia Costa, una scoperta (insieme a Beppe Lumia) devo dire per me bellissima e preziosa, di queste giornate.
Cè un altro passaggio dell'intervista a Dario Franceschini, che in passato è stato colpito da un infarto, che mi ha particolarmente colpito: "il Parkinson ti accompagna per sempre..."
Franceschini continuerà a fare politica, la sua intervista non è un congedo, e questo è un altro aspetto molto importante, ma ha anche aggiunto con grande sincerità: "la malattia azzera le tue ambizioni personali" e, in particolare per un politico, "porta via il senso di invincibilità".
Dopo cinque giorni vissuti con persone e volontari di tutte le provenienza ed età, protrei dire di "tutti i colori", a parlare di cura, fraternità, sguardo sull'altro/a e con l'altro/a, questo irrompere della fragilità di un uomo indubbiamente, "potente", mi ha fatto riflettere molto, in particolare mentre tornavo dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli alla casa dove svolgevamo la Route del volontariato.
Ho pensato, in particolare, a tre libri che mi hanno accompagnato in fasi diverse del mio percorso, piuttosto diversi tra loro.
Il primo è del filosofo e teologo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han, e si intitola significativamente: "La società senza dolore. Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite" ed è uscito, nella sua versione in lingua originale, alla fine del 2020, proprio quando a Franceschini veniva diagnosticata la malattia.
Han chiarisce subito, e questo è importante anche per esorcizzare qualche reazione un po' sopra le righe ed un tantino ipocrita-superficiale, all'intervista di Dario Franceschini: "Non glorifico il dolore, tuttavia senza di esso la nostra esistenza sarebbe incompleta".
Lo studioso che, nel 2019, ha scritto un altro libro per la mia vita molto importante: "Che cosa è il potere", ci parla di un mondo contemporaneo terrorizzato dalla sofferenza e caratterezzato da una paura del dolore pervasiva e diffusa.
Anche Franceschini ci parla della, comprensibile, da abbracciare "vergogna provata dai malati di Parkinson", che hanno paura di mostrare sia la malattia, con i suoi effetti esteriori che la sofferenza con le sue conseguenze interiori.
Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante, finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perchè è solo attraverso il dolore, anche qui risuonano ancora le parole dell'ex ministro, che ci si apre davvero al mondo.
Eppure, e qui ci sono lezioni, domande utili anche per il volontariato, per il sindacato, per la politica, la condizione in cui tutti viviamo (non parliamo solo dei "fragili") è ammantata dal rifiuto collettivo della nostra fragilità.
Una rimozione, risuona di nuovo l'intervista al Corriere della Sera, che dobbiamo imparare a superare.
Dobbiamo mettere in discussione le nostre certezze e, farlo, pur attigendo anche ai grandi del pensiero del Novecento, tornando, echeggio altre opere di Han, a "vivere il reale", superando: "l'espulsione dell'Altro".
Il secondo libro è un romanzo, pubblicato, ormai più di tredici anni fa, da Alessandra Fiori e si intitola: "Il cielo è dei potenti".
Ricordo che il volume mi piacque tantissimo e che ne scrissi una recensione entusiasta per Via Po, l'inserto culturale del quotidiano della Cisl Conquiste del Lavoro, allora ancora cartaceo.
E' il racconto della vita di chi è stato un uomo potente, un politico della Prima Repubblica che ha visto premiato definitivamente il suo "demone del potere", con l'arrivo della Seconda.
Il romanzo è, sostanzialmente, il racconto di una corsa per il successo che parte con la fine del fascismo e la nascita dei Comitati civici di Gedda e prosegue in coda con i "fagottari" sulla Via del Mare e dentro i bordelli affollati del centro storico di Roma, sempre di più, nel gioco spesso perverso delle correnti locali e nazionali democristiane, tra: "protettori e compari".
Alessandra è la figlia di Publio Fiori, politico romano scomparso due anni fa, vittima di un grave attentato delle Brigate Rosse, democristiano della Prima Repubblica (controversa è la sua appartenenza o meno alla loggia massonica P2), divenuto finalmente Ministro nella Seconda, grazie alla tempestiva adesione prima al Movimento Sociale Italiano e poi, con la "svolta" di Fiuggi, ad Alleanza Nazionale.
Il libro di Alessandra Fiori non è, ovviamente la biografia del padre, ma è lei stessa a rivelare di aver utilizzato e romanzato nel testo, con il suo permesso, molti degli anche più proibiti ricordi del suo "potente" genitore.
"Il cielo è dei potenti" è il racconto dell'"irrinunciabile lotta" per rimanere in alto, di compromessi al ribasso come pane quotidiano della politica, del sacrificio di ogni cosa per la battaglia finale della ricerca del potere per il potere, il potere per se stessi.
Afferma Claudio Bucci, alter ego e protagonista del romanzo:
"Non ero sopravvissuto al terrorismo, alla massoneria e a tangentopoli per fare la fine del sorcio in qualche ente di terza categoria. Ero pronto a lottare più che mai".
Tra sezioni, congressi (ne ho vissuti diversi, da comprimario, con protagonista Dario Franceschini), "bussolotti", tessere, trame, sotterfugi, trucchi, servilismi, ci si innamora della propria vita e del gioco del potere, un potere, che, falsamente, fa sentire vivi.
Sarebbe troppo facile additare il solo "Claudio Bucci - Publio Fiori", tra i cattivi, perchè accanto alla sua storia, c'è la storia degli italiani, che Alessadra Fiori racconta con ironia e leggerezza, con pagine godibilissime e divertenti, ma in cui la morale (almeno quella di molti...) è stata travolta dall'ambizione e dall'avidità.
Ma c'è un terzo libro che ho scoperto proprio durante la Route del Movi, a Spello, sulle orme non solo di San Francesco e di Luciano Tavazza, ma, almeno in quella giornata, anche di fratel Carlo Carretto (a proposito, non me ne voglia fratel Carlo, che a lui a un certo punto si ribellò, di Gedda...)
Anche qui ci viene in "soccorso" un teologo, in questo caso un sacerdote, Gianluca Zurra, già assistente nazionale per il Settore giovani dell'Azione Cattolica.
Il libro si intitola: "Uscire all'aperto", un po' come ha fatto, coraggiosamente e opportunamente Dario Franceschini con la sua intervista su se stesso, prima che sulla sua malattia.
Il sottotitolo è altrettanto significativo e non riguarda solo i credenti: "l'imprevisto e la fede".
Il testo ci parla, appunto, degli eventi difficili della vita, che spesso ci bloccano e ci fanno ripiegare su noi stessi, non sembrano permetterci di osare: "una nuova traversata".
Sono, invece, gli imprevisti per Gianluca Zurra, a permetterci di "uscire all'aperto", a vivere la fiducia, non solo in noi stessi.
Il testo di parla, invece, di nascere (e rinascere), scegliere, persino di congedarsi, di lasciare, "mollare", senza mai smettere di sperare.
La Speranza è un principio nascente e generativo, non un'illusione per anime belle, è un sogno, ma fatto da svegli.
Che siamo credenti o no, il libro di parla di un "Amore che ci precede" o, comunque, che, più laicamente, non può fermarsi a noi stessi, e che ci propone l'opportunità e la scelta, il gusto, di una: "destinazione buona verso cui camminiare insieme".
Il saggio inizia con "i colori dell'aurora" e l'autore prende spunto dal celebre quadro del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".
E' una contraddizione temporale solo apparente, perchè ci presenta, a differenza di molte altre opere di Monet, maestro nello "sfumare" i corpi, un'imbarcazione ben delineata, non c'è posto per la nebbia, ma solo per prendere il largo, ritrovando identità e contorni, lasciandosi cullare dalle onde, verso un orizzonte pieno di sfumature, in prevalenza serene.
Un quadro, quello di Monet, dipinto dall'autore dopo giorni e giorni di brutto tempo, ritrovando, finalmente, anche al tramonto, luce e colore, i segni di una nascita, il tratto dell'Aurora.
Quindi, come nell'intervista di Dario Franceschini che, certamente, non facciamone un eroe, avrà, come tutti i malati e i sofferenti, momenti di buio e di solitudine, questo quadro è un invito esplicito a non cedere alla paura, ad affrontare l'orizzone sulla "barchetta fragile e misteriosa della vita", con la "libertà di non difendersi" e di proseguire al largo, distendendo le vele, con fiducia, arrendendosi, liberi e liberati, all'imprevisto della Fede.
Padre Ernesto Balducci, ha scritto un altro libro, anch'esso fondamentale per me, intitolato: "La terra del tramonto: saggio sulla transizione".
Ma, come scrive Zurra: "il tramonto e l'alba hanno colori molto simili".
Morte e rinascita, infatti, sono entrambe due verità non in contraddizione tra di loro, possiamo dipingere la nostra vita, anche quelle al tramonto, (penso ad un grande amico e sindacalista, scomparso poco più di un anno fa, Sandro Antoniazzi), cogliendo, dentro e fuori di noi, le: "sfumature e i colori dell'Aurora".
Ritroviamo noi stessi e i nostri contorni fuori dalla nebbia, senza difese, rinunciandoa controllare tutto, salpando, uscendo all'aperto, ritrovando anche l'attitudine, mai passiva, dell'attesa.
I nostri occhi, il nostro sguardo, possono quindi scorgere l'aurora anche al tramonto, nel pozzo nero, nel silenzio non cercato di una solitudine vigliacca, nell'errore che non preclude una seconda o anche una terza possibilità, una nuova nascita.
"La storia siamo noi", cantava Francesco De Gregori, se smettiamo di "fare per gli altri" e cominciamo ad "essere l'altro/a", se accettiamo la "sfida della fraternità e della sorellanza", se costuiamo "legami a perdere" promuovendo l'accoglienza e resistendo al mercato, allo scarto, al capitalismo.
Se, come Francesco, siamo in grado di donare con gioia e senza rimpianti, senza paure, il "nostro mantello", se continuiamo a: "piantare alberi e costruire altalene", se non abbiamo paura di leggere e di scrivere: "lettere dal deserto anche nelle nostre città", vivendo, con tutti i nostri limiti, le nostre piccolezze, la nostra rabbia irrisolta, il "principio e il progetto di ogni Speranza".
Scegliendo di essere, insieme, giustizia, senza aver paura di tremare (torno ancora all'intervista di Dario Franceschini).
Cogliendo insieme,senza paura e senza autoreferenzialità, "tra sensori e campanelli", l'occasione, l'opportunità e la scelta di un: "volontariato che nasce".
"Una risorsa civile" tra radici e ali, fedeltà e rinnovamento, testimoni e giovani, memoria e futuro, tramonto e aurora, cielo, acqua, terra e fuoco.
Francesco Lauria





















.jpg)
.jpg)








