"Non ti preoccupare caro Francesco, finchè ci sarò io attorno a questo Palazzo tu non corri alcun rischio, ti proteggo io..."
Ricorderò sempre questa frase di "Gigi Bonfanti", parmigiano come me, potente segretario confederale nazionale della Cisl, in passato braccio destro del segretario generale Sergio D'Antoni, infine segretario generale della potente federazione dei pensionati del sindacato di Via Po.
Il Palazzo in questione era, appunto, la sede confederale Cisl di Via Po a Roma, un ex bellissima palazzina liberty, stravolta e sommersa di cemento armato negli anni Settanta (Pierre Carniti ha fatto anche qualche errore...)
Per capire il contesto di quella frase, occorre sapere che io, che di padrini e madrine ero proprio volutamente sprovvisto, avevo scontato, a partire dal luglio 2005, oltre sei anni di precariato, tra il Cesos (il Centro di Studi Economici e Sociali, promosso dalla Cisl e ora chiuso) e la confederazione stessa.
Arrivato poco dopo la defenestrazione violenta, per alcuni "congiura di palazzo" che aveva eliminato senza appello il segretario generale Savino Pezzotta, pochi mesi dopo che un congresso nazionale lo aveva riconfermato con il 93% dei voti, fin da subito, in Via Po, non avevo mai fatto parte dei "vincenti".
Bonfanti, pur mio concittadino, anche per la differenza anagrafica, l'avevo conosciuto direttamente a Roma e il segretario confederale e poi generale aggiunto con cui lavoravo e di cui, a un certo punto, ero considerato il braccio "sinistro" (in senso politico...) veniva dalla, allora, gloriosa storia dei metalmeccanici e, pur essendo venuto pericolosamente a patti con la destra interna, imperiale e stravittoriosa, di Raffaele Bonanni, era visto, costantemente, con sospetto e come un pericoloso "comunista" da esorcizzare e, il prima possibile, allontanare.
Il fatto, poi, che fosse (sia) considerato da tutti/e una persona competente e laboriosa, come ha ampiamente dimostrato nell'unico mandato parlamentare che il sistema ottuso dei partiti del centrosinistra e in particolare il Partito Democratico, gli ha concesso, costituiva una vera e propria, pietra dello scandalo.
Il mio "capo" era uno, per di più, che si era laureato da adulto (a Padova, Università vera...) e che, tanti anni prima, per carità, aveva discusso una tesi con dei pericolosi rivoluzionari, vicini a quella sinistra extraparlamentare che, in quei tempi, aveva la Cisl (ancora pluralista e ben meno irreggimentata della Cgil...) come la propria principale casa sindacale.
Certo, nel frattempo, avevo anche avuto modo di concludere, proprio pochi giorni prima de mio colloquio con Bonfanti, parmigiano come me, il dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia.
La mia piccola storia è semplice, anche se sono passati ormai più di sedici anni da quel colloquio: ero salito, su indicazione del mio "capo", al piano nobile (il quinto, con tanto di vista su Villa Borghese) del Palazzo per sancire e firmare l'agognata e, direi, sacrosanta, assunzione a tempo determinato come quadro direttivo.
Un'assunzione che sarebbe dovuta arrivare dopo una sequela, lunga, di contratti annuali a progetto, sempre meno adatti a uno, come il sottoscritto, che, nel lavoro sindacale, aveva ormai assunto responsabilità, anche formali, nazionali ed europee e cominciava anche ad avere a che fare, nell'interlocuzione quotidiana sulle leggi sul mercato del lavoro, la formazione, l'istruzione, l'apprendistato, la lotta al lavoro sommerso, con parlamentari (di ogni schieramento) e, in alcuni casi, anche con Ministri.
Chi volesse compiere un gesto eroico (e inconsulto) e infliggersi il racconto della mia storia professionale (come hanno fatto, in realtà, in migliaia, incuriositi dal c.d. "caso Lauria", frettolosamente definito il "sindacalista anti Meloni, fatto fuori da Daniela Fumarola") la trova "riassunta" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2025/11/pane-e-rose-mestiere-e-missione-sapere.html
Tornando a noi, scesi dal quinto piano al primo di Via Po, furibondo, incredulo, sconvolto.
Invece dell'assunzione a tempo indeterminato e dell'inquadramento promesso e meritato (avevo anche concluso, con il massimo del giudizio, il dottorato di ricerca) mi ero ritrovato uno spelacchiato e nemmeno tanto remunerativo, contratto a progetto di sei mesi.
Sei mesi. Uno yogurt, quasi, dura di più.
Ricordo che tornai dal mio "capo", feci presente i miei diritti (ma lui, incolpevole era considerato, ormai, in uscita, quasi da espellere...) e ottenni dalla direzione di sede, battendo i pugni sul tavolo, in extremis, almeno, un piccolo, piccolo, piccolo aumento retributivo.
La frase, apparentemente rassicurante e protettiva, di Gigi Bonfanti si situava nel contesto che ho descritto.
Avrebbe dovuto rassicurarmi, ma non lo fece.
Io, che sono da sempre un "rompicoglioni" (affettuosa e assolutamente corretta definizione del sociologo cislino e mio "padre" sindacale, Bruno Manghi), non mi sentivo per nulla protetto da quella affermazione.
Perchè io, che avevo un profilo tecnico e non politico (in senso interno, avrei dovuto stare tranquillo per la protezione, peraltro mai richiesta, di un alto dirigente?
Perchè non dovevano contare le tante alzatacce alle cinque del mattino, l'aver girato varie volte l'Italia (come altri colleghi/colleghe per carità...) ad ogni riforma del lavoro (e, in quegli anni se ne susseguivano tante), perchè non contavano i tanti articoli scientifici, l'aver rappresentato, con successo, in svariati contesti stranieri la Cisl, il massimo titolo di studio conseguito, i mille e mille comunicati stampa, circolari etc. etc. etc.
Perchè doveva contare solo, esclusivamente, non la lealtà all'organizzazione, ma la fedeltà ai singoli dirigenti apicali?
La frase, in sè affettuosa e anche generosa, direi rispetto a me disinteressata, di Gigi Bonfanti che mi stimava molto e a cui stavo, pur nella nostra radicale, direi assoluta diversità, pure simpatico, mi aveva fatto venire in mente la confidenza del mio primo capo: un altro ex metalmeccanico, un intellettuale, operaio e sindacalista, autodidatta, come Domenico Paparella.
Uno che era in grado di farti correggere pervicacemente anche il modo in cui scrivevi il tuo nome e cognome (e che spiegava sempre, assertivo, ai tassisti la strada che dovevano fare, come raccontò, con ironia, al funerale di Domenico il prof. Guido Baglioni, in occasione della prematura scomparsa, dovuta, da ex saldatore adolescente, a Genova, a una maledetta e antica fibra/scheggia di amianto che aveva causato, dopo oltre trent'anni, un inesorabile mesotelioma)
Ma Domenico Paparella era anche un fine intellettuale e un grande e competente lavoratore, che era sempre il primo, la mattina presto dopo la corsa a Villa Borghese, a entrare al lavoro e l'ultimo ad andarsene. Un dirigente che aveva, con severa e affidabile etica francescana, sempre e comunque, una parola sola.
Paparella mi disse, di fronte ad una mia scelta di vita che mi avrebbe portato via dal Cesos per approdare, appunto in Via Po, chiamato da Bruno Manghi:
"Mi raccomando Francesco, mantieni sempre una seconda possibilità/strada. Non significa tenere il piede in due scarpe, ma il sindacato, te lo dico per esperienza personale, è spietato, non perdona. Devi sempre, sempre, pur sapendo stare alle regole di una grande organizzazione, preservare una cosa sola: la tua libertà. La tua libertà di pensare e di agire, Ma soprattutto di essere".
Ho ripensato tante volte, con nostalgia, a Domenico.
Mi sono impegnato, a fondo, per custodirne la memoria e il pensiero.
Come quando, per la redazione del volume in sua memoria, ho incontrato gli "ex ragazzi" dell'Istituto per Ciechi, il David Chiossone di Genova.
Domenica Paparella fu il sindacalista della Fim, insieme ad un collega comunista della Fiom, che offrì il proprio importante sostegno e la propria competenza ai ragazzi del Chiossone in rivolta.
A quella grande "lotta da orbi", come il titolo del libro che poi l'ha raccontata, che contribuì, in maniera fondamentale, a superare le scuole differenziali e separate per ciechi e disabili in Italia.
Quelle stesse scuole differenziali che, in Germania, l'estrema destra dell'Afd vorrebbe oggi, ignobilmente, sventuratamente, reintrodurre.
L'ho immaginato tante volte, Domenico, con il suo grande quaderno ordinato, segnare, una ad una, le richieste, le aspirazioni dei ragazzi, e aiutarli nel vittorioso negoziato seguito poi al conflitto.
Gli ultimi degli ultimi, come raccontato nel film: "Rosso come il cielo", avevano vinto, i fragili fra i fragili, avevano affermato la loro soggettività, si erano visti riconosciuti, con la fatica e con la lotta, la loro dignità, al di fuori di ogni paternalismo.
Dignità di persone e di cittadini. Di studenti.
Il sindacato, allora potentissimo, eravamo all'inizio degli anni Settanta, aveva saputo guardare fuori da sè, farsi positivamente contaminare, era stato visionariamente e concretamente in grado di ascoltare, accompagnare, sostenere, sollevare.
Uscire dalla logica di potenza, dalla zona di confort.
Le sirene delle acciaierie e delle fabbriche sul lungomare e sulle colline di Genova, avevano salutato, come le campane di una chiesa laica e diffusa, la vittoria dei ragazzi del Chiossone.
Dei ragazzi, ma anche di Domenico, ormai promosso da Pierre Carniti verso Roma e verso la segreteria nazionale della Fim Cisl e, poi, dell'Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici.
Oggi a Parma, verrà inaugurata, dalla segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, la sala Ermenegildo "Gigi" Bonfanti.
Bonfanti è scomparso, improvvisamente, circa cinque anni fa, mentre era sulla nave che lo avrebbe portato, per le ferie estive, in Sardegna.
Lui medico, con di fronte la figlia medico, si è accasciato mentre si allacciava una scarpa, nel porto di Livorno.
Non c'è stato nulla da fare.
Aveva lasciato da tempo il palazzo di Via Po 21 in cemento armato.
Ma io, nel giugno del 2025, solo due mesi prima l'esplodere, urbi et orbi, del c.d. "caso Lauria", solo quattro mesi prima il mio infame e ritorsivo, illegittimo licenziamento, ho svolto, con responsabilità e impegno, un particolare compito, assegnatomi da Edizioni Lavoro, la casa editrice della Cisl.
Ho redazionato (e ci ho messo molto, molto del mio) il volumetto di Alberto Aibino (anche lui parmigiano...): "Gigi Bonfanti. Il medico e il sindacalista illuminato".
Prima che qualcuno dica, consapevolmente mentendo, che io "millanto", basta andare a pagina 2 del libro, c'è scritto.
L'inaugurazione della sala Bonfanti, presso la Cisl di Parma, avviene pochi giorni dopo un fatto cruento e, per me, anche se non mi riguarda direttamente, un "calcolo" terribile, spietato, dolorosissimo, pur in un contesto complesso.
Molto spesso non mi trovavo d'accordo, sindacalmente, con Gigi Bonfanti.
Avevamo anche stili diametralmente opposti, io pauperistico e proletario, viaggiando sempre in seconda classe e, se ci fosse stata una terza, in terza classe, lui sempre raffinato, ai confini del lusso.
Ma sono certo, certissimo che, protezioni e simpatie, a parte, lui non avrebbe mai parlato, come altre dirigenti apicali della Cisl, di un "sindacato che può, senza tanti problemi, frantumare le persone".
Il sindacato, quello vero, con tutti i suoi limiti e i difetti, le persone le tutela, le organizza, le innalza, le protegge (per davvero), ne ha cura, le mette in relazione.
Le ascolta.
Non le frantuma. Nemmeno lo meritassero, magari un po'.
Pensateci oggi in Via Lanfranco, a Parma, cari/e dirigenti sindacali, giovani rampanti e volpi attempate, prime, seconde, terze e quarte file, mentre mangiate le tartine, fate gossip nei corridoi, celebrate, ipocritamente, un potere che non è più, ma che vi ha protetto, disinteressatamente e non.
Pensate alle promesse tradite, al desiderio e al diritto di rinascita frantumato, ad una seconda possibilità negata.
Non parlo di me.
Pensate al silenzio dell'etica del vostro brusio e del vostro volgare gozzovigliare, magari dopo aver ascoltato distratti, una, almeno per voi, benedizione vacua e insincera.
In questi lunghi, difficili mesi ho imparato che la persona, ogni persona, anche se frantumata, annientata, vilipesa, vittimizzata, ignorata, violata, derisa, diffamata, calunniata, anche se essa stessa può sbagliare, commettere degli errori, sopravvive, intera, alla propria ferita, anche senza doverla cancellare.
Una cicatrice può fare male, anche nella memoria, e la mia è dolore quotidiano, intenso, inesorabile, indelebile.
Ma di fronte agli occhi dell'altro, dell'altra, alla ferita dell'altro, dell'altra, si riscopre il senso profondo della parola sindacato, "sun dike": "fare, essere giustizia insieme".
Anche e soprattutto nelle difficoltà, nel pozzo nero.
Quello in cui non ti chiama e non ti sente nessuno/a. Per convinzione o, più probabilmente, per interesse, per conformismo, per vigliaccheria.
E lotterò, senza moralismo, ma con moralità.
Senza aver paura o vergogna della sconfitta e della caduta, imparando dai ragazzi del Chiossone, lotterò con tutte le mie forze. Tutte.
Per il riconoscimento della dignità. Non solo della mia.
E' scritto nella prefazione dell'antologia di Padre David Maria Turoldo: "Amare":
"Cantate al Signore un canto nuovo, proclama il Salmo 149, il canto, cioè, definitivo e perfetto. Ma Agostino ricorda (Discorso 34) che soltanto l'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il canto è espressione di gioia e d'amore: solo chi è innamorato della vita nuova - la vita che ci è stata donata da Colui che ci ha ha amato per primo - può cantare il canto nuovo. E l'unica preoccupazione deve essere quella della coerenza.
Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti.
Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce".
Francesco Lauria

.jpg)




.jpg)






