domenica 4 ottobre 2026

UN "BENE FRAGILE": IL POTERE DELLE EMOZIONI E DEL VOLONTARIATO. ASCOLTANDO SOFIA, AMMIRATI E RAPITI, ALL'OASI DYNAMO CAMP.

Mentre, insieme agli altri volontari e volontarie del doposcuola-oratorio Carlo Acutis, aspettiamo, nel giardino della chiesa di San Bartolomeo, centro di Pistoia padre Nicola, vero irriducibile delle lodi mattutine (peraltro post Messa), rifletto, tra me e me, su quante volte, nel corso degli anni, ci sono passato senza fermarmi.

Cinquanta? Cento? Certamente di più.

Come tutti i "cittadini" che, provenienti dalla "piana",  attraversano le curve in salita che da Firenze, Prato, Pistoia oltrepassano le varie frazioni per poi superare Campo Tizzoro e raggiungere il comune di San Marcello Piteglio, ho osservato, i grandi caratteri che mostrano in vari punti il logo e il nome: Dynamo Camp.

Come tanti/e mi sono spesso fermato sulla soglia di questa grande, immensa realtà di cura e di volontariato che ieri, attraverso un affollatissimo Open Day, festeggiava i vent'anni di vita.

Questa volta, però, in un contesto accogliente e organizzatissimo, ma davvero invaso di persone da tutta Italia e non solo, manco fossimo ai cancelli sold out di un concerto del cantante Ultimo, sono entrato. 

Siamo entrati. E abbiamo visto, con i nostri occhi.

Come è scritto sul sito web Dynamo Camp è un’isola di felicità ospitata in un’oasi naturale. 

A San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, in un’area ormai enorme di oltre 900 ettari, Dynamo Campo offre gratuitamente, da venti anni e con numeri e modalità sempre crescenti, programmi di Terapia Ricreativa a minori affetti da patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità. 

Le attività si svolgono presso Dynamo Camp, nella sede principale in provincia di Pistoia, e nei Dynamo City Camp in alcune delle principali città del territorio nazionale, durante l’estate o lungo l’intero arco dell’anno.

E' nata anche un'accademia formativa (Dynamo Caring School), con sede per ora a Firenze, che sta terminando di formare i primi tecnici dell'Animazione sociale e socio-educativa, coerentemente con i percorsi professionali riconosciuti dalla Regione Toscana.

Sono circa 90.000, nell'arco di vent'anni, le persone accolte a Dynamo Camp.

Le attività di terapia ricreativa di Dynamo sono progettate per stimolare le capacità dei bambini con patologie gravi o croniche, focalizzandosi sul divertimento e sul superamento dei propri limiti in totale sicurezza e con l'apporto di personale competente.

Professionisti e medici oltre che dei "Dynamici", volontari e volontarie provenienti da tutta Italia e che iniziano il loro servizio dopo un accurato percorso di formazione.

Alcune delle principali attività, tutte supervisionate da staff qualificato e personale medico, sono:

•Arrampicata, percorsi avventura sugli alberi, ponti tibetani e attività di orientamento nell'Oasi Dynamo.

• Terapia assistita con gli animali, che include l'ippoterapia (attività con i cavalli) e la pet therapy con i cani.

• Nuoto e giochi in piscina, tiro con l'arco e vari sport adattati alle abilità di ogni bambino.

• Arte e Creatività: Laboratori di ceramica, fotografia, radiofonia (con la Dynamo Radio) e studi cinematografici (Dynamo Studios) per la creazione di video e cortometraggi.

C'è poi un fatto non noto a tutti e che mi appare davvero significativo: Dynamo Camp è nata dalla riqualificazione degli spazi di un ex stabilimento della SMI - Società Metallurgica Italiana situato a Limestre, nel comune di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia.

La fabbrica di Limestre, attiva dal 1899 e legata alla storica, influente e notissima famiglia Orlando, produceva semilavorati e munizioni prima della definitiva chiusura avvenuta a metà anni Ottanta del Novecento, ben prima della definitiva chiusura dello stabilimento principale della Smi di Campo Tizzoro, avvenuta circa venti anni dopo.

A partire dal 2006, i vecchi edifici industriali dismessi e l'area circostante sono stati convertiti per ospitare il primo centro di terapia ricreativa in Italia, inaugurato nel 2007 e immerso nell'attuale Oasi Dynamo con un processo di sviluppo davvero eccezionale, quasi disorientante.

Laddove si costruivano principalmente munizioni da guerra, strumenti di morte si è sviluppato un eccezionale spazio di cura e di volontariato competente e, come sempre arricchente su più direttrici, attraverso il "potere delle emozioni".

E una grande, grandissima emozione ha lasciato, in tutti e tutte, la testimonianza di Sofia.

Nove anni, una patologia davvero severa, una disabilità molto grave direbbero i manuali.

Ma Sofia è molto, molto di più delle sue patologie, della sua, certo innegabile, concreta, vissuta malattia.

Sofia è intera, è speranza e timore, consapevolezza e fiducia, racconto, lacrime e sorriso.

E, con le salite di ogni giorno sulla sua carrozzina, ma anche con le nuotate, l'arrampicata (sì l'arrampicata!) è anche il suo italiano forbitissimo, ma comunque bambino, pur da dottorato di ricerca (conseguito nella scuola della vita), non da scuola elementare.

Sofia, certo cresciuta necessariamente in fretta, è anche il segno di un orizzonte che rappresenta, insieme, prossimità e visione, concretezza nella carne di una bambina e grande, grandissima necessaria responsabilità.

In decine di aule di formazione in tutta Italia e non solo, durante la mia lunga esperienza di formatore sindacale, affrontando con la massima serietà e il massimo rigore possibili, il tema della responsabilità sociale, sono sempre partito, come mio consueto, dall'etimologia delle parole.

Da "spondeo" e "respondeo" che in latino ci ricordano la sacralità e la "responsabilità" appunto, di una promessa e di una risposta.

Alla fine ho pensato, ascoltando i numeri impressionanti (anche per la quantità di persone impiegate, tra dipendenti e collaboratori) forniti ieri, con emozione e sobrietà, dal fondatore di Dynamo Camp Vincenzo Manes, che la Dynamo, in super grande, è un po' come il nostro doposcuola e oratorio che parte questa settimana: "una comunità che si costruisce".

Dove certo, ci sono ruoli, organizzazione, progettualità, ma esistono, sempre, in un approccio realmente inclusivo, lo spazio e il tempo dell'incanto, del "si può fare".

Le difficoltà, le sfide, gli errori, i cambiamenti, per carità, non mancano, ma c'è spazio per tutti e per tutte, anche per chi pensa di non potercela fare, di rimanere, come troppo spesso prima nella vita, in panchina e in disparte.

Se è vero che Dynamo Camp, in rapporto con oltre cento ospedali, in gran parte pubblici, italiani ed europei, con associazioni di familiari e malati, con mille altre realtà, offre cure e terapie mediche all'avanguardia, il suo "segreto", abbiamo capito e visto, non sta in questo.

Sta in Sofia e in tutti gli altri 90.000 tra bambini, ragazzi e familiari ospitati, accolti (compresi i fratelli e sorelle "normali", quelli che, a loro volta, nelle famiglie che crescono bambini malati, si sentono spesso non riconosciuti, messi in secondo piano...), sta anche, ovviamente, nei 16.000 volontari e volontarie che si sono alternati in venti anni e negli attuali circa 600 tra dipendenti e collaboratori, anche stagionali.

Dynamo è, insieme, un percorso di autonomia, soggettività, coscientizzazione non vissuto individualmente, ma nel gruppo dei "pari", nella comunità, pur provvisoria, "eccezionale" che si costruisce.

Permette di aspirare, sbloccare emozioni, speranze e capacità, certo, con la responsabilità non semplice, che dopo la settimana o il "campo" estivo si ritorna a casa, diversi, ma anche uguali, con le fatiche e le salite di sempre.

Ho imparato dalla teologia indigena di suor Antonietta Potente che Dynamo Camp, anche dal punto di vista di un piccolo oratorio che questa settimana muove i suoi primi passi, è, alla fine, non solo quella corazzata della sussidiarietà e della cura che fa quasi paura per le sue dimensioni e il suo impatto nella sempre più spopolata e svuotata montagna pistoiese, ma rappresenta, soprattutto, un "bene fragile".

Qualcosa di cui tutti sentirci responsabili, non distanti o solo ammirati, di cui avere, prendere, essere cura.

Dynamo Camp, parafraso ancora le parole di Antonietta Potente, non rappresenta solo qualcosa di straordinario (e ovviamente a Pistoia, in Toscana, in Italia, in Europa, nel mondo lo è!), ma è anche un viaggio che tutti possiamo affrontare perchè tutti/e riflettiamo, respiriamo e scriviamo sulla e nella vita.

Proprio come Sofia, dal suo punto di vista delicato e difficile, ma che, giustamente, non vuole essere definito, con un po' di pietismo paternalista, "speciale".

Sofia ci sprona, perchè ci ha fatto entrare negli occhi della sua normalità.

Una normalità complessa, che sembra a tratti quasi insormontabile.

Sofia, con tutti e tutte le bambine e i bambini, la mamme e i papà del Camp, i fratelli e le sorelle "normali", parla a noi, ma anche di noi.

E' kairòs, un tempo e uno specchio opportuni, preziosi e da non sciupare.

E così, Sofia è il nostro legame prezioso, Vita vera, reale, vissuta, respiro e battito, emozione e quotidianità, tra ethos e oikos.

Tornando alle riflessioni di Antonietta Potente, lei, da religiosa ligure e andina allo stesso tempo, recupera la radice filosofica e antropologica che lega strettamente il concetto di ethos (carattere, costume, comportamento etico) a quello di oikos (casa, dimora, ambiente). 

L'etica ci appare non come un insieme astratto di leggi rigide, ma come il processo di costruzione di una dimora umana, uno spazio abitabile e relazionale. 

Proprio come Dynamo o come il nostro piccolo oratorio. 

Uno spazio da vivere ogni giorno dove, per dirla ancora con Antonietta Potente, costruire l'etica significa letteralmente "imparare ad abitare" il mondo.

Grazie anche all'esperienza di vita in Bolivia con il popolo indigeno aymara e coerentemente con la cosmovisione andina, la casa, ogni casa-oikos, cessa di essere, infatti, un semplice guscio privato e isolato e diventa il fulcro di un'etica della cura, dell'interconnessione e della salvaguardia dell'ambiente, in cui l'essere umano riconosce la vulnerabilità propria e del mondo che abita.

Non è solo dai numeri strabilianti e crescenti, ci hanno spiegato ieri, che si misurano il successo e l'orizzonte di Dynamo Camp, ma dai "piccoli fatti", dalla grandezza delle "piccole cose".

Sono gesti, infatti, profondamente connessi ed è proprio dall'osservazione e dalla cura dei dettagli che si compone la quotidianità, che è possibile riconciliarci con la vita, affrontandola in modo più consapevole, etico.

C'è una parola, un gesto, una consapevolezza condivisa che lega noi e la Dynamo Camp: tornare ad essere protagonisti/e nella (nostra) storia.

"Power to the people" cantava ieri, dopo la presentazione dibattito nel teatro della Dynamo, la "Si può fare Band".

Come fare e che si può fare ce lo ha spiegato, lasciandoci ammirati e rapiti, proprio Sofia.

La luce di Sofia l'abbiamo vista sempre, durante tutta la sua bellissima testimonianza, ma si è accesa autenticamente ancora di più quando ha parlato dalla sua felicità nella condivisione con gli altri/e, con le loro ferite e i loro sorrisi, con il disegnare insieme, certo nella sofferenza, nessuno la nega, non solo un tratto di presente, ma una pennellata pastello di futuro.

Alla fine, il volontariato, quello vero, quello che non è "mera barella dello Stato", ma spazio di dignità, solidarietà, gratuità, libertà, liberazione, ha ragione il sociologo torinese Bruno Manghi, è anche un sano "atto egoistico".

Lo scrivo proprio oggi in cui, in collaborazione con il Comitato per il centenario di Luciano Tavazza e una piccola fondazione bancaria, inizio, da Bologna, il mio piccolo, fragile viaggio, il mio racconto nelle "oasi del volontariato", nella "ricucitura" del presente e dei presenti. 

Qui ed ora.

"Fare del bene" ci fa bene.

Ci permette, direbbe a Barbiana Don Lorenzo Milani, ai suoi bambini/e, ragazzi/e:  di "praticare l'amore", "cercare un fine", "dare un senso, un timone, un astrolabio tra le stelle, alla nostra Vita".

Ne parlavo, scendendo piedi per un tratto con S., nata nel 2000, occhi verdi come la Speranza, che nella "cura con le persone" ha trovato la propria strada, anche professionale.

La propria intima vocazione dopo la delusione accademica e scientifica ricevuta da chi promette la sostenibilità e poi propina, senza pudore, il "green washing".

"Fare del bene" è una casa che (ci) accoglie. 

Una comunità inclusiva che si costruisce.

Ogni giorno, per tutto il giorno. 

Nelle curve e nei boschi profumati dai mirtilli delle montagne, come nella pianura della città, tra semafori, solitudini da far incontrare e piazze da abitare. In cui reimparare a giocare.

Insieme. Mille colori.

Francesco Lauria

sabato 3 ottobre 2026

FINE DELLA STORIA? MERCANTI E SERVI: L'IPOCRISIA AL POTERE. L'ALTERNATIVA E' UN SOGNO "GENIALE" CON SIMONE E FRANCESCO (SENZA "FATTURARLO"...)

Oggi, persino a Pistoia, la città che mi "ospita", è il 4 di ottobre, memoria di San Francesco d'Assisi.

Già dalla mezzanotte e un minuto ho cominciato a ricevere su whatsup automatici e standardizzati auguri di buon onomastico anche proprio da chi, da quando è iniziato il mio contenzioso politico e di lavoro con la Cisl (realtà che ho servito con impegno e passione, mestiere e missione, e con i limiti che hanno tutti, per venti lunghi bellissimi e complessi anni) è magicamente sparito.

Magari dopo avermi confidato, sussurrando e biascicando, che "sì, la pensava totalmente come me", ma; "aveva il mutuo" o: "doveva mantenere i figli o le figlie all'università" o "come faccio, poi, a finire di pagare le rate della macchina nuova?".

Immagino, più semplicemente, che ci sia qualcuno/a che abbia, distratto/a, dimenticato di togliermi dalla sua rubrica. 

Pazienza.

Ho imparato a non chiedere più agli altri alcun atto di eroismo, ma direi nemmeno di decenza, soltanto quando misuro a camionate l'ipocrisia dei gesti, dopo mille e mille vacue e inutili parole, provenienti da chi dovrebbe esercitare con onestà il potere, non riesco a trattenere, nessuno è perfetto, un modesto riflesso di ribrezzo, un sobrio conato di vomito.

Così oggi, giorno e anniversario di San Francesco, novella festività anche civile, sfortunatamente caduta di domenica, ricordando il santo che porta il nome che, immeritevole, provo ad onorare dalla nascita, senza riuscirci, avevo pensato di riflettere sul bel saggio di Sabina Moser: "Una santità geniale. Simone Weil in dialogo con San Francesco".

Un libro nato, insieme a tanti altri (d'altronde anche San Francesco a modo suo "tira" e nell'ottocentesimo anniversario dalla sua terrena morte, in questo bellico 2026, fa pure "fatturare", ma io feci lo stesso tre anni fa con la terza edizione del mio libro su Don Lorenzo Milani, chi è senza peccato scagli la prima pietra...).

Simone Weil, nel suo tempo, scriveva che: "Il mondo ha bisogno di santi che abbiano genio come una città dove infierisce la pesta ha bisogno di medici".

Come sempre Weil utilizzava immagini e metafore molto reali e concrete, non parlava o, semplicemente, scriveva, viveva. Sino all'ultimo respiro della sua anima, tra le stelle.

Quando Simone affermava che: "il momento presente esige una santità nuova, anch'essa senza precedenti", quando cercava "d'improvviso una invenzione più prodigiosa" ci indicava una strada che, pagando i prezzi anche più alti possibili, era pronta, prontissima a tentare lei stessa di percorrere, di portare fino al compimento. Cammino e meta.

Nessuno vuole assimilare una pensatrice anarchica, pur intrisa fino al midollo di spiritualità, a San Francesco senza cogliere anche le differenze e le difformità.

Però la rivoluzione, il cambiamento radicale, il mantello che viene posato affrontando la nudità attiva della vita, li accomunano eccome,

Ci indicano, senza alcun moralismo, senza pretendere alcuna santità perfetta, una via stretta di futuro.

No, oggi non parlerò solo di Simone Weil, o di San Francesco.

D'altronde, penso ad esempio alle stragi di Stato o a quelle nazifasciste alla fine del secondo conflitto mondiale, sono da sempre uso ricordarle o il giorno prima o il giorno dopo il loro anniversario.

Penso, infatti, che la memoria opportuna si viva e si costruisca giorno per giorno, non una volta all'anno o, addirittura, mezza volta ogni ottocento anni.

In questi mesi, in queste ultime roventi e sanguinose settimane, fin troppo imbevute delle due difficili e, forse troppo solitarie lotte, che sto combattendo come un leone inerme, spesso mi è venuta in mente una canzone del gruppo dei Nomadi risalente al 1990: "Mercanti e servi".

Cantava Augusto Daolio nel bravo contenuto nell'album "Solo Nomadi", immediatamente successivo alla riorganizzazione interna del gruppo emiliano:

"In casa dei mercanti sembra sempre grande festase c'è il maiale gli tagliano la testa,la casa dei mercanti, nascosta, blindatadal resto del mondo, protetta isolata".

Ci spiegava con la sua indimenticabile e calda voce, che il potere protegge se stesso.

Non per forza il potere dei giganti, il dominio delle grandi multinazionali, ma anche quello dei nani e delle ballerine, quello che, a volte, si insinua persino dentro di noi.

Continua il brano...

"In casa dei servi si aspetta la festama se non è quel giorno la speranza resta,la casa dei servi, casa da rifare,ai primi scossoni, può anche crollare".

Questo passaggio ci spiega e ci da speranza, perchè anche il potere che sembra più saldo o che è appena arrivato, può anche crollare, magari bastano anche solo i primi scossoni.

La festa, l'orgia del potere è la falsa e illusoria speranza che pervade il nichilismo individualista o di clan,  un istinto di sopravvivenza e di riconoscimento della nostra dignità ci spinge a provare a "rifare la casa fin dalle fondamenta".

Continuano Augusto e i Nomadi...

"La casa dei mercanti è alta su quel montela casa dei servi è in basso dopo il ponte.Ma le paure, scendono giùmentre i sogni, salgono su,salgono su..."

C'è chi, senza pudore e senza vergogna, prova persino a fatturarli i sogni, a monetizzare la resistenza della Speranza.

Chi produce lentezza a parole e sputa, invece, catene di montaggio, "spazio" di eventi e penosi favori, in cui, magari, ognuno/a presenta il libro dell'altro/a, con reciproci, sperticati, elogi fasulli ed ipocriti.

Catene di montaggio dove i libri diventano bulloni di acciaio rovente, da tirare in faccia un po' a caso, così per mero divertimento o agile consumo della propria rabbia disperata o complice, ancillare al potere e falsamente repressa.

Ma i sogni, pur se si possono forse fatturare, bagnare, sporcandoli, con il vino scaduto e scadente dell'inedia e dell'ipocrisia, non si possono nemmeno soffocare.

Risalgono dal pozzo, anche quello più nero, risalgono su, verso il cielo e verso le stelle, magari dagli abissi del mare. Con energia.

Persino a Pistoia o, che ne so, a Bottegone.

Continua l'iper progressista Augusto Daolio che oggi, per questi versi, verrebbe lapidato senza pietà in piazza in quanto potenziale sessista dalle frange più radicalizzate di "Non una di meno" o, peggio, del movimento estremista, patriarcale e pure un po' fascista mediterraneo: "Sorella io ti credo...":

"Le figlie dei mercanti, pallide e belleapron le finestre è normale ci son le stelle,sembrano felici ma la noia è in agguatonel loro dorato privilegio incantato.

Le figlie dei servi hanno guance rosse,soffrono tingono gonne rosse,leggono romanzi con intrecci rosa,sognano palazzi e abiti da sposa."

La canzone si conclude così:

"La casa dei mercanti è alta su quel montela casa dei servi è in basso dopo il ponte.Ma le paure, scendono giùmentre i sogni, salgono su,salgono su.Mercanti e servi,la stessa vita,sogni o denari,sabbia fra le dita,sabbia fra le dita".

Allora i sogni attraversano le paure e le pianure, la solitudine e le menzogne.

Risalgono, resuscitano.

I mercanti e i servi, talvolta, lo ripeto possiamo anche essere noi stessi, con la nostra vigliaccheria, il nostro conformismo, la nostra disattenzione, il nostro non avere tempo in questo tempo.

Nessuno è bianco, nessuno è nero, tutti/ ci dividiamo tra: "sogni o denari".

Tutti/e: "abbiamo la sabbia tra le dita".

Ma possiamo scegliere.

Dobbiamo scegliere se solcare il mare, affrontare e ricercare con umiltà il senso nella vita, "cercare un fine, praticare l'amore" come, in forme diverse ma convergenti hanno provato a fare San Francesco e Simone Weil.

L'alternativa è abbandonarci al comodo oblio, ebbro e consumato da un vino scadente, ubriachi/e e presidenzialisti/e di noi stessi/e, senza speranza, senza un futuro possibile.

Preferendo il potere dell'ipocrisia e l'ipocrisia al potere.

E' questa è anche la "fine della storia".

 "Dormi amore che hanno fatto fuori Cappuccetto...

E quella isterica di Alice è rimandata al suo paese".

E' la "cruda verità".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=4IQRvAs1COU

Per aprire gli occhi, sognare da svegli, la mattina presto o la sera all'imbrunire sempre più incalzante dell'autunno, dobbiamo avere la "pazienza del nulla" e, ai confini della storia, "dormire e non pensarci più".

Dobbiamo anche: "Stringere i denti, perchè anche i principi son stanchi..."

Sono i versi, in musica, del mio amico e concittadino Francesco Camattini.

Che, se abbiamo la pazienza di ascoltarli tutti e fino in fondo, sanno anche restituirci, dal pozzo, la Speranza, l'Amore e la Santità.

Non una santità distante, frutto stantio di una reliquia da adorare come un idolo, segno del potere, anche nella Chiesa.

Invece una: "santità geniale, quotidiana, minore".

Un frammento che facciamo nostro, aprendo le mani e il cuore, la terra concreta della nostra anima vissuta, una fragilità attraverso la quale possiamo "aspirare" e "creare capacità".

E, aspirando, questo frammento fragile ci aiuta a camminare, pur tra cadute , deviazioni e smarrimenti, facendoci ringraziare nella "grandezza delle piccole cose", non dimenticando: "le colombe che chiedono il pane".

Papa Francesco, commentando esattamente tre anni fa (8 ottobre 2023), il drammatico, difficile Vangelo di questa domenica (Mt 21,33-43) ci ha consegnato questo lascito:

"Sì, cari fratelli e sorelle, l’ingratitudine genera violenza, ci toglie la pace e ci fa sentire e parlare urlando, senza pace, mentre un semplice “grazie” può riportare la pace!" (Francesco - Angelus).

Siamo, quindi, Nomadi. Pellegrini di Speranza e di Pace.

"Crediamo nelle favole per migliorare la realtà".

Con San Francesco e con (Papa) Francesco

Con Simone Weil...

Con Augusto Daolio.

Con Francesco (Camattini...)

Con noi. 

Tutti/e noi.

Francesco Lauria

giovedì 1 ottobre 2026

"PER CAMBIARE IL MONDO BISOGNA ESSERCI". TRA GEMELLAGGIO CON GERICO E MORTE SUL LAVORO: UN PO' DI NECESSARIA VERITA'.

Felice di potervi partecipare, ieri pomeriggio mi sono recato in Comune, a Pistoia, per assistere alla firma dell'importante patto di collaborazione/protocollo d'intesa che sarebbe stato firmato, di lì a poco, dal sindaco della città Giovanni Capecchi e dal sindaco palestinese di Gerico Salem Ghrouf.

La mia vita civile, la mia tesi di laurea, il mio impegno sociale e politico ormai più che trentennale, si sono fondati, come uno dei pilastri, sul ruolo degli enti locali e della società civile per la promozione, ad ogni livello della Pace, della nonviolenza, della democrazia.

Ne ho studiato i fondamenti morali e giuridici, la storia, le realizzazioni concrete, tra Alcide De Gasperi e Umberto Serafini, Gianfranco Martini e Alexander Langer, Luisa Morgantini (relatrice all'incontro di ieri) e Lidia Menapace. Tra Tom Benetollo, indimenticabile Presidente dell'Arci Nazionale e Giovanni Bianchi, indimenticabile presidente delle Acli nazionali.

Ho macinato chilometri e polvere tra i proiettili delle chiese ortodosse sprangate della Kraijna croata e i tunnel genocidiari della Repubblica Srpska; ho cucinato e preso il tè con le vedove di Srebrenica, ascoltandole commosso nel freddo inverno di Zenica, ricevendo in dono un paio di pantofole artigianali che, per anni, mi hanno riparato, donato tepore di fronte al freddo che, a volte, può riservare la vita.

Ho attraversato, nel 2004, nel giorno della sua riapertura, da cattolico con vergogna, ma anche con gioia e senso di rinascita, lo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar, distrutto anni prima dalle cattolicissime, inesorabili. blasfeme granate croate.

Ho assistito alle perverse gare di altezza tra le croci bianche e illuminate delle chiese parrocchiali e i minareti di nuove moschee tutte uguali, tanto da sembrare improbabili dischi volanti.

Ho camminato. Soprattutto a Prijedor, nella Repubblica serba di Bosnia, "buco nero d'Europa", quella del boia Radko Mladic, cui sono stati vergognosamente concessi - nel 2026! - funerali quasi di Stato.

E ho accompagnato una donna al mercato della città.

Quella donna, il cui sguardo trafitto e sereno non dimenticherò mai, assolutamente mai, osava vendere delle fragole nella piazza in cui erano stati uccisi a tradimento suo marito e suo figlio, vicino a dove aveva subito uno stupro etnico.

Un'azione inqualificabile, terribile sul corpo delle donne che nell'ex Jugoslavia è stata praticata da tutte le parti in causa: serbi, croati, musulmano bosniaci, senza dimenticare qualche orrenda devianza di alcuni caschi blu "occidentali", più attivi in questo che in reali attività di peacekeeping.

Non riesco, sono passati più di ventidue anni da quell'incontro, da quello scambio di sguardi avvenuti senza troppe inutili parole, a mangiare, anzi solo a guardare le fragole, senza pensare a quel momento e a quell'incontro.

Non riesco, ancora oggi, a non ammirare commosso e partecipe quel gesto infinito di coraggio, ma anche di pace, nonviolenza, giustizia riparativa, pur in assenza, purtroppo, di reale e non strumentale pentimento dei colpevoli.

La vita a Prijedor, nel 2004, a otto anni dalla fine del conflitto, doveva ricominciare e le fragole, i frutti rossi, erano un segno di vita e di speranza, laddove porpora era stato, a lungo, solo il colore del tanto sangue versato.

Sangue tributato alla guerra civile etnica, certo nessuno la nega, ma anche agli interessi economici e speculativi immensi che si erano scatenati con il conflitto e la dissoluzione della Jugoslavia.

Penso, ad esempio, alla lotta per il controllo della grande miniera di ferro di Prijedor, poi acquistata, ad un prezzo simbolico, da una multinazionale indiana del tutto insensibile al fatto che i tunnel della miniera stessa erano stati utilizzati per occultare centinaia, forse migliaia di cadaveri, in grande prevalenza di civili.

Di questo ho scritto, più volte, con articoli sul campo pubblicati dal portale Osservatorio Balcani (oggi Osservatorio Balcani-Caucaso).

Di fronte all'inerzia degli Stati nazionali e dell'Unione Europea, di fronte alla vigliaccheria impotente dell'Onu, erano stati, con il cappello e il sostegno del Consiglio d'Europa, i comuni e la società civile italiani ed europei, a realizzare ponti, azioni concrete, ambasciate, poi agenzie, di pace e democrazia locale.

E io ero lì: a Prijedor come a Zavidovici, a intervistare i cooperanti e i cittadini, i visionari e i reduci, chi alimentava la speranza e chi sognava, solamente, di fuggire via. Altrove.

Non posso, pertanto, che essere felice, e direi anche grato, per quanto realizzato dal Comune di Pistoia in questi mesi in preparazione del gemellaggio che verrà firmato con la città di Gerico, in Cisgiordania.

Un'azione difficile, purtroppo coperta di insulti e di scetticismo da parte di chi, stupidamente, non comprende che la politica per la Pace, come ci ha insegnato Giorgio La Pira, non ha nulla di velleitario o di fuorviante, ma è politica sociale, ambientale, welfare, educazione, sanità, cultura, viaggio, carovana presente e portatrice sana di concreto futuro.

La scoperta del sindaco Salem Ghrouf, è stata davvero importante anche se vissuta in una sala comunale purtroppo non piena, segno che la scelta del gemellaggio non sia stata digerita e, fino ad ora, nemmeno troppo ben comunicata alla città.

Il sindaco di Gerico ha passato, peraltro in parte senza nemmeno una regolare condanna, circa dieci anni da prigioniero politico nelle terribili e famigerate carceri israeliane.

Questo si vede, si ascolta, si vive in ogni sua singola parola. Nel suo sguardo.

Nelle sue parole ferme, di testimonianza anche dura, sincera, autentica, ma aperte al dialogo, all'inevitabilità e opportunità della riconciliazione, alla scelta, ineludibile, della convivenza.

Ed è proprio questo che Pistoia deve ascoltare, supportare, sostenere.

Non avendo, certo, paura, timore di prendere, parte, talvolta non è possibile, infatti, e nemmeno giusto, come ha ricordato il cardinale Zuppi, durante la beatificazione dei tre sacerdoti martiri della strage nazifascista di Monte Sole, essere neutrali.

Bisogna con più forza, con più visione, con più coraggio, essere al fianco, quotidianamente, di chi, in Palestina, in Israele e altrove: "disonora la guerra", diserta senza fuggire, sceglie una "maschilità di pace", obietta, getta la divisa, spezza i fucili.

E ne paga, durissimamente, il prezzo.

Un po' come lo pagò pienamente Giuseppe Gozzini, primo grande obiettore di coscienza alla leva cattolico nel nostro paese, che compì il suo coraggiosissimo, "folle" gesto, proprio a Pistoia, il 13 novembre del 1962.

I diari dei "disertori", spesso vilipesi, della guerra di Bosnia sono le pagine forse più belle, quanto dolorose che io abbia mai letto.

Chi ci ha mai detto che, ad esempio a Tuzla, ma in parte anche a Sarajevo, la difesa delle città dagli assedi era multietnica e multireligiosa?

Chi svela, cura, riapre i nostri occhi, oggi, di fronte alla cecità e agli interessi perversi della guerra e del riarmo?

Ieri, proprio mentre entrava in sala il sindaco di Gerico, ho incrociato lo sguardo di Daniele Gioffredi, segretario generale della Cgil di Pistoia e Prato.

Non sorrideva, stranamente, dondolava nervosamente la testa controllando il cellulare.

Daniele mi ha guardato e mi ha detto sconsolato, arrabbiato: "un altro, un altro morto sul lavoro. A Sant'Agostino, ancora un immigrato, ancora una caduta mortale dall'alto".

C'è forse contraddizione tra impegno per la Pace, per la nonviolenza, per la risoluzione dei conflitti, di tutti i conflitti e la lotta costante, senza quartiere alle morti sul lavoro?

All'impegno per costruire una sicurezza che non sia repressione o assenza di conflitto, ma dialogo, strumento di pace e cura delle persone, sempre, ma in particolare quando lavorano?

Ve lo dico io.

No. Non c'è alcuna contraddizione.

Zero, Nada, Niente, Nothing, Rien.

Ha affermato il cardinale, arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi: "Non possiamo restare al livello di analisi astratte, dobbiamo toccare la carne di chi soffre, guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Impegniamoci a costruire il mondo nel Bene, iniziando con la nostra Vita”.

Ne riflettevo brevemente prima dell'inizio della cerimonia con il segretario della Cgil, non ci si può fermare allo slancio emotivo, al vacuo e ripetitivo lamento delle lacrime d'occasione.

Bisogna entrare dentro, "mettersi in mezzo" e impegnarsi per risolvere le cause dei conflitti come della mancanza di salute e sicurezza sul lavoro.

Occorre promuovere una difesa civile nonviolenta, disarmata, per usare le parole di Papa Leone, ma anche il superamento non solo della malagestione degli appalti, ma proprio del sistema perverso delle esternalizzazioni, a a partire (non è il caso della morte sul lavoro a Sant'Agostino di ieri) dai lavori, dalle gare, dalle commesse pubbliche.

Le Dignità del Lavoro e della Pace marciano insieme, di pari passo.

Lo ha spiegato benissimo ieri a Pistoia anche Luisa Morgantini citando un libro importantissimo, cui lei, da sindacalista e responsabile delle politiche internazionali del sindacato. contribuì: "Israele nel Libano: testimonianze del genocidio".

Il volume fu pubblicato a Milano, nel 1983, dalla Flm (la Federazione Unitaria dei Lavoratori Metalmeccanici, purtroppo in quel caso nel suo penultimo anno di vita...).

Il testo fu curato dalla giornalista e saggista palestinese Livia Rokach e nacque dall'esigenza del sindacato dei metalmeccanici di rompere il silenzio mediatico e diffondere testimonianze dirette e materiali fotografici subito dopo i tragici massacri nei campi profughi di Sabra e Chatila, avvenuti nel settembre del 1982.

Considerando tutto questo, la Verità necessaria, a mio parere, non può che essere questa.

Come è Verità che, sul Lavoro e sulla Pace, non bastano gesti simbolici, raccolte firme (necessarie, ma non sufficienti), referendum, comunicati stampa.

Occorre cambiare nel profondo, radicalmente, la cultura della guerra come quella dello scarto.

Riconoscere la dignità al lavoro e alla persona è, in sè, un gesto concreto e più che necessario di Pace.

Non è vero, come affermavano, invece, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che "la società non esiste" e che "non esistono alternative".

Se la comunità, come a Prijedor, non per sempre, può rivelarsi "maledetta", dalla morte, come a Monte Sole, può risorgere la scuola della Pace, nelle sue varie forme e nelle sue varie lingue e confessioni (atei e agnostici, compresi, come ci ha ricordato opportunamente, ieri, l'ex sindacalista metalmeccanica, donna messaggera di Pace, Luisa Morgantini).

A volte ci ha detto l'ex vice Presidente del Parlamento Europeo, anche solo continuare a respirare significa r-esistere.

Non dobbiamo aver paura di mettere a disposizione il nostro corpo e la nostra anima come, almeno da cinquanta anni fa Luisa, delle lotte per la Pace, per la dignità nel lavoro, per la tutela dell'ecosistema Mondo.

Non c'è proprio niente di eroico, niente di eccezionale.

E' "soltanto" la normalità del Bene.

Come ha detto ancora il cardinale Zuppi, in San Petronio, a Bologna, lo scorso 27 settembre, "non abbiamo bisogno di super-uomini o di eroi, ma di inermi innamorati della Vita, come lo erano i cittadini martiri di Monte Sole"

Semplicemente, come ci ha insegnato Tina Anselmi, partigiana coraggiosa e artigiana di Pace, Dignità e Verità: "per cambiare il mondo, bisogna esserci".

Francesco Lauria

mercoledì 30 settembre 2026

PAOLO TOSI LO "ZERISTA" E LA NON OTTEMPERANZA DEL COMUNE DI PISTOIA ALLE LEGGI SULLA TRASPARENZA. I "COSTOSI" CONSULENTI MILANESI DI GIOVANNI CAPECCHI...

Alla fine di agosto 2026 sono scaduti i termini per i consiglieri comunali, i candidati sindaci e, almeno in teoria, tutti i candidati e le candidate al consiglio, per rendicontare pubblicamente le spese sostenute in campagna elettorale.

Si tratta di un preciso obbligo di legge, non di un atto volontario, così come è obbligatorio che il Comune, sulla pagine di "amministrazione trasparente" renda fruibili e facilmente accessibili tutti i rendiconti.

Proprio per questo, avendo potuto visionare a fine agosto i rendiconti pdf, debitamente firmati, delle spese da parte dei candidati, alcuni dei quali, divenuti anche assessori, si pensi, solo per fare un esempio, a Mattia Nesti, stavo predisponendo un articolo molto dettagliato che segnalava, come avevo annunciato pubblicamente, diverse anomalie, trasversali, ma prevalentemente nel centrosinistra.

Preciso che mi riferisco ad anomalie da spiegare, non automaticamente ad aspetti illegittimi o illeciti.

Quello della rendicontazione delle spese elettorali, è un tema interessante dal punto di vista politico e partecipativo, se non altro per le polemiche furiose all'interno del campolargo di centrosinistra che ha portato all'elezione a sindaco di Pistoia di Giovanni Capecchi.

Mi riferisco, in particolare, al disorientamento diffuso rispetto alla salatissima consulenza, se ho capito bene saldata dai vari partiti di centrosinistra, lista civica compresa, da parte di un noto studio di comunicazione politica milanese che, peraltro, ha rivendicato ufficialmente sui propri canali social il proprio contributo fondamentale sia all'elezione di Giovanni Capecchi a sindaco di Pistoia che di Matteo Biffoni a sindaco di Prato.

Le polemiche interne al centrosinistra, come al solito non ancora sopite, sono relative al fatto che molti dei compiti affidati allo studio di comunicazione politica milanese, potessero, a detta di molti/e, essere svolti internamente e con spese significativamente inferiori.

Dico subito che non sono particolarmente concorde con questa critica: l'essersi rivolto allo studio Acumen di Stefano Origlia, spin doctor di fama internazionale, è stata, a mio parere, la fortuna (o la scelta) decisiva per Giovanni Capecchi.

Qui un interessante approfondimento: https://pratosfera.com/2026/06/01/lo-spin-doctor-dei-vincitori-i-segreti-del-consenso-elettorale-nel-metodo-origlia/

Un candidato, come Giovanni Capecchi, sostanzialmente assente dal dibattito pubblico della città da quasi vent'anni, che aveva, quindi, una conoscenza scarsa e deficitaria di tantissimi aspetti, anche tecnici, sia da un punto di vista amministrativo che politico, è riuscito a colmare questo vuoto, almeno secondo me, con un poderoso storytelling. 

Una narrazione affascinante, anche se visibilmente "costruita", furbamente indirizzata della propria storia e della propria visione che ha irretito e convinto molti, a lungo anche il sottoscritto.

Soldi, quelli per lo studio Origlia, quindi, assolutamente ben spesi.

Le mosse sono state sapienti e tutte legittime: nulla vieta, infatti, di valorizzare al meglio, estremizzandole, eventuali competenze possedute o dichiarate, di enfatizzare aspetti "paganti" dal punto di vista elettorale, come parte della propria storia familiare, o il proprio presunto "venire dal basso", dai cittadini e dalle cittadine, come piace affermare al neo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi.

I fattori che hanno portato alla larga vittoria del professore associato dell'Università per stranieri di Perugia sono stati molti, comprese le divisioni latenti di un centrodestra che si è presentato, incredibilmente impreparato, frammentato e "bollito" alle elezioni del maggio 2026, nonostante nove anni di governo.

Sondaggi pro Capecchi commissionati a livello nazionale, ampiamente comunicati dai media a livello locale e sapientemente diffusi ben prima del voto (persino delle primarie) che sovrastimavano l'estrema sinistra di Pistoia Rossa addirittura sopra il 5 per cento (più del doppio del risultato effettivo che è stato il 2,53, peraltro con una campagna elettorale in crescendo e il progressivo aumento di credibilità del proprio candidato sindaco) hanno poi scatenato la tempesta perfetta del "voto utile".

E' stata cos' tagliata l'erba sotto i piedi alla compagine ben guidata del Prof. Fabrizio Mancinelli, che ne ha avuto, a mio parere, un danno enorme.

Tornando alla rendicontazione delle spese elettorali c'è oggi, primo ottobre 2026, salvo miei sempre possibili errori, una grave anomalia sul sito del Comune di Pistoia relativo all'amministrazione trasparente.

Poche ore dopo il mio annuncio della pubblicazione di aspetti "scottanti" o quantomeno discutibili, relativamente alla rendicontazione delle spese dei candidati consiglieri, il sito è finito, e risulta tuttora, off line.

Da almeno un mese...

Si tratta, a mio parere, di un vulnus democratico significativo: il principio di responsabilità e di rendicontazione trasparente è, infatti, un aspetto per nulla secondario della politica odierna.

Capire chi è stato finanziato/a, quanto, da chi e perchè, peraltro in una città storicamente molto opaca e "paludosa" come Pistoia, è, a mio parere, fondamentale.

Siccome a me piace essere preciso e inattaccabile (almeno da chi è in buona fede...), preciso che i candidati a cariche comunali (sindaco e consigliere), non solo gli eletti, devono rendicontare le spese per la campagna elettorale ai sensi della Legge 6 luglio 2012, n. 96 e della Legge 10 dicembre 1993, n. 515.

La Legge n. 515/1993: disciplina le spese per la campagna elettorale e individua le tipologie di beni e servizi tracciabili mentre la Legge n. 96/2012: estende e adatta tali obblighi di rendicontazione e trasparenza anche alle elezioni amministrative nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, come, ovviamente, è il comune di Pistoia.

Rientrano nel rendiconto tutte le spese di propaganda e comunicazione sostenute direttamente o per il tramite di un mandatario elettorale. 

Nello specifico (secondo l'articolo 11 della L. 515/1993), si tratta di:

• Produzione e acquisto di materiali: cataloghi, manifesti, volantini, gadget e opuscoli di propaganda.

• Affitto di spazi e mezzi: noleggio di spazi pubblicitari, cartelloni, impianti di amplificazione o locali per comizi e incontri.

• Spazi sui mezzi di informazione: inserzioni su giornali, radio, televisioni private, cinema e teatri.

• Servizi di comunicazione digitale: gestione di campagne pubblicitarie online, social network o siti internet dedicati alla propaganda.

• Organizzazione di eventi: costi logistici per manifestazioni, riunioni pubbliche e spettacoli di supporto alla campagna.

Vengo ora alla prima parte del titolo di questo articolo: "gli zeristi" (e a Paolo Tosi...)

Ricordo che, nel 1990, quando si votò a Parma per le elezioni amministrative, controllai con attenzione, pur giovanissimo (undicenne), i risultati elettorali perchè il nostro dirimpettaio di condominio era candidato nelle file del Partito Liberale Italiano.

Io mi ero, infatti, preso una cotta per sua figlia di cinque anni più grande di me e volevo avere un argomento di conversazione quando ci invitavano a cena e lei, pensandomi più piccolo di quello che ero, mi mostrava sorridente i suoi vecchi album di figurine dei cartoni animati...

Il nostro vicino prese cinquanta preferenze, risultando peraltro uno dei primi della lista del Pli che normalmente viaggiava, come è noto, su percentuali non sontuose. 

Mi colpì, visionando i voti di preferenza sull'emittente televisiva locale, che nella lista del Pli vi fossero molti "zeristi".

Cioè candidati/e che non avevano raccolto, magari non essendo nemmeno residenti a Parma e quindi non votanti, nemmeno una preferenza.

Il caso del Pli non era l'unico, anche la lista di sinistra dei Verdi Arcobaleno che si sarebbero fusi, di lì a pochi mesi, con i Verdi del Sole che Ride, presentava, addirittura otto "zeristi".

Si tratta peraltro dell'area politica in cui militava, a Pistoia, dopo lo scioglimento di Democrazia Proletaria, anche il giovane Giovanni Capecchi.

Qui, però, parliamo di voti di preferenza, non di spese rendicontate per la campagna elettorale: sono due aspetti molti diversi.

A Pistoia, nel 2026, gli "zeristi" sono stati, infatti, ben altro.

Parlo di quei consiglieri eletti trionfalmente, magari dopo una sontuosa/robusta campagna elettorale, non con zero preferenze, ma con quasi mille.

Risultati che hanno indirettamente portato, ad esempio, alla loro elezione di Presidente del Consiglio Comunale.

Parlo, ovviamente, di Paolo Tosi, già esponente (sempre molto votato) della "destra" renziana di Roberto Bartoli e poi riconfluito nel Partito Democratico pistoiese, peraltro, nonostante le foto di rito, non in "quota" Giovanni Capecchi.

Io ho fatto lo scrutatore a Villa di Baggio, in condizioni singolari (non prendeva nè il cellulare, nè internet e si comunicavano i risultati o attraverso il telefono fisso come negli anni Ottanta o inerpicandosi verso il circolo delle Acli che offriva, gratuitamente, il wifi...) che è zona, bacino elettorale di Tosi.

Per esempio, ogni otto secondi otto, passava qualcuno/a dal seggio a chiedere quante preferenze (tante) stesse prendendo lo stesso Tosi.

Il "controllo" del territorio mi è apparo assoluto, scientifico, nemmeno l'andreottiano Vittorio Sbardella, soprannominato a Roma "lo squalo", ai tempi d'oro della Prima Repubblica, credo, fosse, ai suoi tempi, riuscito a fare tanto.

E questo nonostante un coraggiosissimo, direi temerario, quanto asfaltatissimo, altro candidato locale nella lista di Fratelli d'Italia.

Non lo scrivo in senso solo negativo, con tanti intellettualini da strapazzo, essere radicati nei territori, peraltro fragili, come ad esempio le Valli delle Buri, non è, di per sè, un elemento da condannare, certo con qualche limite.

Ebbene, dopo una trionfante, pervasiva, diffusa campagna elettorale, vissuta casa per casa, ma anche non poco digitale, Paolo Tosi, il cui rendiconto ho potuto visionare, prima che la pagina del Comune di Pistoia, dopo le mie anticipazioni, del tutto casualmente, fosse messa offline ("a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca", diceva qualcuno più esperto e titolato di me...), pare aver rendicontato, ma spero davvero di sbagliarmi io, ZERO EURO.

Zero euro.

Insomma Paolo Tosi, novello "zerista", pare non abbia rendicontato, pare, ripeto spero di essere da lui smentito, nemmeno la benzina della propria Vespa.

Se questo fosse vero, sinceramente, visto anche il ruolo istituzionale e di garanzia di Tosi in qualità di Presidente del Consiglio Comunale, credo vada, comunque, ampiamente ed esigentemente spiegato ai cittadini e alle cittadine.

Tutti/e, non solo, ovviamente, gli elettori di centrosinistra, non solo i quasi mille che hanno scritto Tosi sulla scheda elettorale a fianco del simbolo (questa volta eh, non siamo nel 2017 di Bertinelliana memoria...) del Partito Democratico.

Non userei, come scusa, la mancanza di linea internet e/o cellulare.

Recentissimamente Paolo Tosi e il sottosegretario Bernard Dika hanno inaugurato con grande enfasi, proprio nelle Valli delle Buri, infatti, un mega antennone 5G.

E l'antennone pare funzionare anche se ha già causato assurde e gravi (e un po' comiche a dirla tutta...) interferenze a tutti i televisori della zona...

Non è, ovviamente, solo Paolo Tosi a dover rendicontare trasparentemente e pubblicamente le spese elettorali: a norma delle leggi che ho citato, lo devono fare, ripeto, tutti i candidati e le candidate sindaco/a, i/le consiglieri/e eletti/e e i candidati/e.

Mi auguro che le pagine "trasparenti" del Comune di Pistoia, a detta di alcuni vero "Laboratorio Nazionale di partecipazione e del futuro del centrosinistra/campolargo", tornino presto online.

Scopriremo così, un po' come per le liste del Pli e dei Verdi Arcobaleno nel 1990, quanti e chi sono gli "zeristi"/le "zeriste", rispetto alle spese.

Nel centrosinistra, come nella sinistra, come nel centrodestra.

La trasparenza, anche come fattore democratico e partecipativo, deve valere, infatti, per tutti/e.

Senza sconti per nessuno/a, senza l'apparire di lati opachi e senza ambiguità.

Francesco Lauria

P.S. Benissimo parlare di Pace, di Palestina, di Gerico. Io sostengo davvero con tutte le mie forze il gemellaggio che verrà promosso dal Comune di Pistoia. Però, per essere pienamente credibili, occorre anche sapersi inchinare, con maggiore umiltà, alla "grandezza delle piccole cose".

martedì 29 settembre 2026

"QUANDO I CATTOLICI NON ERANO MODERATI". LA SAGGEZZA E L'AUDACIA, Il CUORE E L'AMBIZIONE, LO SGUARDO E IL RESPIRO DI DAVID SASSOLI.

Ricordo, come fosse oggi, quel 28 e 29 novembre 2008. 

A Modena nevicava di brutto presso il Centro Luigi Ferrari, ma io non mi sarei mai perso un convegno con un titolo come quello ed ero rimasto apposta in Emilia, ritardando il ritorno lavorativo a Roma.

Quel convegno, che ricostruiva "figure e percorsi del cattolicesimo democratico" si svolgeva ad un anno dalla morte di Pietro Scoppola, grande studioso della politica e "cattolico adulto".

Il convegno, organizzato in collaborazione con la Fondazione Ermanno Gorrieri, vide la partecipazione del gotha del cattolicesimo democratico e del cristianesimo sociale italiano, e fu concluso da Paolo Prodi, storico e fratello maggiore di Romano. Paolo era "quello più di sinistra", già parlamentare de La Rete di Leoluca Orlando.

Ma prima di Paolo Prodi intervenne David Sassoli.

David, memore del suo impegno giovanile nella Lega Democratica e nella Rosa Bianca di Paolo Giuntella, Achille Ardigò, Leopoldo Elia, con l'ex partigiano Benigno Zaccagnini come storico punto di riferimento negli anni Settanta del Novecento, stava, allora, già meditando di lasciare la Rai e il Tg1 e di entrare in politica.

Sassoli esordì così:

"Confesso che erano tanti anni che non venivo invitato a spogliarmi degli abiti  che indosso nel mio mestiere. Ho accettato con grande piacere, perchè tutti sentiamo il peso di questo tempo umiliato. Umiliato, incerto, come sempre accade quando ci si rende conto di essere a un bivio e sentiamo che imboccare una strada o un'altra, dipende, pur se in minima parte, anche da noi (...)".

Ricordo una grande emozione, la sensazione precisa e successivamente confermata, durante le nevicate nella pianura padana, che David parlasse, anche di se stesso.

Del suo bivio.

Del suo coraggio.

Del suo "esserci per il mondo".

Andari a stringergli la mano. Ero uno fra i tanti, ma incontrai senza difficoltà, in un lungo istante condiviso, i suoi occhi azzurri come il cielo e il suo proverbiale, autentico sorriso.

A Sassoli, a quattro anni dalla prematura e dolorosa morte, presente, in questo caso, Romano Prodi, il Parlamento Europeo ha appena dedicato un edificio, dopo che il Comune di Firenze gli aveva intitolato, già anni fa, un pezzetto di Via della Piazzola.

Proprio quella strada che si inerpica sulle colline di San Domenico di Fiesole a un battito dal Centro Studi Nazionale della Cisl, dove ho operato per tanti anni.

David non si accontentò di un piccolo e comodo cambio di timone, prese nelle sue mani radicalmente la rotta, si impegnò pienamente nell'avventura politica, fino a diventare uno stimatissimo, presente, ascoltato, Presidente del Parlamento Europeo.

E allora, ieri sera, dopo giorni difficili e alla ricerca del senso, della verità, della gioia dell'impegno, ho ripreso in mano il volume che raccoglie i "discorsi per l'Italia e l'Europa" del giornalista e politico romano.

Un testo, curato dal giornalista Claudio Sardo, che, opportunamente, si intitola: "La saggezza e l'audacia".

David, come scrive il Presidente Sergio Mattarella nella prefazione era: "mite e coraggioso".

Aveva grande forza e ideali, che, come scrive Mattarella, erano "radicati nella fede e maturati nelle esperienze di vita. Anche per questo era aperto all'ascolto. Cercava di cogliere i segni nuovi dei tempi, considerava il dialogo un tesoro prezioso cui attingere non soltanto nei momenti di difficoltà. Il suo sorriso era un tratto di gentilezza, che esprimeva una spontanea empatia, espressione della sua cultura".

Concordo ancora con il Presidente della Repubblica, in questa crisi profondissima dell'Europa e del Mondo, certamente pervadente anche il nostro paese, David Sassoli ci manca.

Sassoli, insediandosi nel 2019, ci disse che: "L'Europa non è un incidente della storia" e che "i giovani attendono le nostre risposte".

Quest'ultima non era una frase paternalistica, lui credeva nel protagonismo e nella soggettività dei ragazzi e delle ragazze, ma sapeva anche che sulla sua generazione gravava il peso della responsabilità, degli errori già commessi e della necessaria fedeltà al cambiamento.

Rivolgendosi ai parlamentari, da Presidente dell'Assemblea concluse così:

"Sono sicuro che tutti voi saprete dare il necessario contributo per un'Europa migliore che può nascere con noi, con voi, se sapremo metterci cuore e ambizione".

"Saggezza e audacia. Cuore e ambizione".

Sassoli sapeve dosare benissimo, da eccellente giornalista, ogni parola e concluse il suo intervento parlando dei "desideri, delle paure e delle necessità" dei cittadini e delle cittadine d'Europa.

Non va, poi dimenticato, in coerenza con la sua storia personale e politica, il suo costante impegno per un'Europa dei diritti, in primis, certamente, i diritti sociali, ma assolutamente mai visti in sterile contrapposizione con i diritti civili.

E' da rileggere con attenzione, ad esempio, il suo intervento da Presidente del Parlamento Europeo al Vertice sociale di Porto, il 7 maggio 2021, ancora in piena pandemia.

Un discorso, quello di Sassoli, intitolato, significativamente: "L'agenda sociale, spina dorsale dei Piani nazionali di ripresa" dove affrontava, con grande chiarezza e visione, i temi della lotta alla povertà, il valore del welfare pubblico e l'obiettivo del salario minimo europeo. 

Solo due giorni dopo, il 9 maggio 2021, in occasione della Giornata dell'Europa sarebbe intervenuto a Strasburgo, da federalista europeo, alla Conferenza sul futuro dell'Europa delineando il suo impegno deciso per "rigenerare la democrazia europea".

Di fronte alla trasformazione epocali del presente Sassoli invocava spesso, infatti, il coraggio di "nuove idee".

David ci manchi, anche se, nelle nostre pianure, "tra la Via Emilia e il West", proprio a Modena, ormai non nevica quasi più.

Oggi ti ricordiamo, con nostalgia e senso dell'assenza, quasi vent'anni dopo quel tuo "eccomi", rispondendo alla chiamata dell'impegno.

Siamo pericolosamente di fronte al pericolo concreto e terribile dell'implosione del processo di unificazione europea e del trionfo dei nazionalismi del riarmo e della guerra.

Ma, come disse Tina Anselmi, in tempi ancora più bui dei nostri, "per cambiare il mondo bisogna esserci".

E tu, uomo di Pace, ci sei stato. Eccome se ci sei stato.

Fino al tuo ultimo, fragile, consumato, eppure profondissimo sguardo, fino all'ultimo, difficile respiro.

David Sassoli, una rosa bianca, pur nella fatica della malattia, pur di fronte al mistero della morte, resiliente nel tuo essere, saldo, quanto strutturalmente laico nella fede, mai domo nel tuo, sempre generoso, sempre aperto, sempre umilmente audace, esistere.

Francesco Lauria