venerdì 6 novembre 2026

“ARRIVA” PINO RAUTI A PISTOIA. E IO, FRANCESCA, CREDO DI SAPERE COSA DIRE…

 “Noooo, davvero vuoi scrivere qualcosa su Pino Rauti, l’“Almirante mancato”?

Laurì, sei coraggioso, anzi temerario…”

No, non credo di essere particolarmente coraggioso e non credo nemmeno che si possa definire sprezzantemente Pino Rauti un "Almirante mancato".

Tuttalpiù mi ritengo una persona libera e sufficientemente curiosa, patologicamente attratta ad approfondire (non certo ad abbracciare) qualsiasi eresia filosofica, politica e religiosa e il suo rapporto con il potere.

Sono passati esattamente cento anni dalla nascita di Rauti, leader eretico della destra italiana ed europea nel Novecento, e io penso davvero che sia importante confrontarsi con il suo pensiero, ma anche la sua controversa figura pubblica.

Sabato 7 novembre a Pistoia, ci sarà, opportunamente, l’occasione di approfondire.

Rimango ovviamente lontanissimo da qualsiasi destra, anche eretica, e ci sono alcuni aspetti del pensiero (e ancor più dell’azione) di Rauti che mi vedono un feroce oppositore. Certo non tutti.

Come ho raccontato qualche giorno fa alla capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio comunale, Francesca Capecchi, che della tradizione rautiana, mi pare parzialmente erede, a  Pistoia con l'ex sindaco Alessandro Tomasi, mi capitò, nel 1990, avevo undici anni e già iniziavo a interessarmi di politica (si, concedo, questo non è tanto “normale...”) di seguire per caso l’esito, abbastanza cruento, ma non internamente dirompente, del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano.

Il mio interesse di bambino fu catturato in realtà dalle sedie che proprio volavano, dalle grida delle due fazioni contrapposte, nella notte conclusiva del congresso di Rimini del Msi del gennaio del 1990, dove si confrontavano all’ultimo voto e all’ultima tessera, a tre anni dalla morte del leader indiscusso Giorgio Almirante, lo stesso Rauti, che di Almirante era considerato l’alter ego e Gianfranco Fini che, invece, ne era stato designato delfino e che aveva preso le redini del Msi nel 1987, quando il vecchio leader era già molto malato.

Ero già di sinistra, un cattocomunista con venature anarchiche e terzomondiste, certamente lontanissimo sia da Fini che da Rauti, però mi interessavo alle forme e alle idee della politica, i movimenti e i partiti, e, come tutti, mentre cominciavo a veder franare il blocco sovietico, mai mi sarei aspettato, nel 1990, quando, nell’estate, Totò Schillaci e Roberto Baggio ci facevano sognare nelle “notti magiche” dei mondiali di calcio giocati nei nostri stadi, che il sistema dei partiti della Prima Repubblica sarebbe di lì a poco crollato.

Ancor più sorprendente sarebbe stato vedere, negli anni successivi, l’Msi che, all’inizio degli anni Novanta, sia sotto la prima guida Fini, sia sotto la fugace segreteria rautiana, era arrivato ai suoi minimi storici, sarebbe schizzato in alto nei consensi, divenendo poi determinante nel sistema politico italiano in un’alleanza, non priva di fortissime contraddizioni, con la dirompente Lega Nord di Umberto Bossi e la neonata Forza Italia, “partito azienda”, fondato e guidato da Silvio Berlusconi.

Rauti vinse quel congresso e, oggettivamente, compì un vero miracolo perché veniva da cinquant’anni di battaglie di minoranza e di sconfitte interne, con anche fuoriuscite anche dal partito stesso.

Nato in provincia di Catanzaro nel 1926, Rauti, come è noto fu, fin dall’inizio, dalla parte sbagliata della storia, servì la Rsi, la Repubblica Sociale Italiana.

Già nel 1947, ventunenne propose un posizionamento della galassia “postfascista” al di là della destra e della sinistra, ma si sarebbe spinto molto oltre proponendo nel 1990, quando in Italia si sviluppava nelle scuole e nelle università, il movimento studentesco della Pantera il c.d. “sfondamento a sinistra”.

In molte scuole e università d'Italia i giovani rautiani del Movimento Sociale, proprio in quel 1990, occupavano insieme agli studenti di sinistra, partecipavano alla rivolta giovanile.

Una “lezione” valida ancora oggi, anche per l'odierna Gioventù Nazionale e che, secondo me, i giovani della destra dovrebbero saper cogliere, sapendo prendere anche le distanze critiche dal partito di Governo, al potere. Non è un caso che si svilupparono, proprio in quegli anni, i dialoghi, ad esempio, con il giudice antimafia Paolo Borsellino.

Tornando alle origini, al 1947, Rauti scrisse così sulla rivista Rivolta Ideale: “"Non eravamo una forza conservatrice né un filone del socialismo: avevamo una filosofia specifica e originale, una nostra concezione della vita".

Come è noto, seguendo le idee di Julius Evola, al primo congresso missino di Napoli, Rauti si schierò, come la gran parte dei giovani, in opposizione ai vecchi schieramenti contrapposti tra destra e sinistra o tra Unione Sovietica e Stati Uniti d'America, oppure tra socialismo e capitalismo.

Nel gennaio 1950 venne fondata, anche da Rauti, la rivista Imperium e nello stesso anno numerosi furono i dibattiti organizzati dal Partito Comunista Italiano, favoriti da Enrico Berlinguer, all'epoca segretario della FGCI, cui erano invitati i giovani missini. A molti di questi dibattiti fu invitato direttamente Rauti.

Disse Rauti: «Il dialogo con i comunisti era un modo per uscire dalla logica dello scontro frontale, che permetteva alla DC di presentarsi come baluardo rispetto agli opposti estremismi. I tumulti di piazza intimorivano l'opinione pubblica, perché riproponevano la prospettiva della guerra civile, e a guadagnarci erano i democristiani. Quindi confrontarsi con la FGCI poteva essere utile, anche perché io pensavo che avessimo argomenti validi da sottoporre alla gioventù di sinistra. La critica al capitalismo, all'americanismo e all'atlantismo costituiva un possibile terreno d'intesa.»

Chi volesse approfondire tutto il suo percorso politico può leggere le sue varie biografie pubblicate online raccolte sul sito del Centro Studi Pino Rauti: https://pinorauti.org/biografia/

Rauti ha conosciuto, fin dagli anni Quaranta, più volte il carcere, le accuse che gli sono state rivolte hanno visto la sua assoluzione, almeno dal punto di vista giuridico mentre, ovviamente, il giudizio morale e politico è più complesso, articolato.

Alla guida della componente di Ordine Nuovo, Rauti uscì dal Movimento Sociale e, come è noto, si rivelò punto di riferimento anche di giovani che, negli anni Sessanta e Settanta, sarebbero passati alla lotta armata e anche sarebbero diventate pedine dell’eversiva strategia atlantista della tensione.

Non va dimenticato che nel maggio del 1965 l'istituto di studi militari Alberto Pollio organizzò un convegno sulla "guerra rivoluzionaria", a Roma all'Hotel Parco dei Principi, che venne finanziato dallo Stato Maggiore dell'esercito: si trattava di un raduno fra fascisti, alte cariche dello Stato e imprenditori: Rauti presentò una relazione su "La tattica della penetrazione comunista in Italia".

Il convegno passerà alla storia per aver raccolto i principali imputati e organizzatori della strategia della tensione, delle stragi e dei tentativi di golpe che si susseguiranno nei successivi venti anni, in parte anticipati e schematizzati teoricamente nel corso del convegno.

Va detto che le responsabilità personali da un punto di vista di Rauti non furono mai dimostrate e Rauti, in diversi processi, fu sempre assolto, compreso nel 2010, in cui fu esclusa la sua responsabilità diretta nella strage fascista e di stato di Piazza della Loggia a Brescia.

Certo, il tema della responsabilità indiretta, non può essere eluso e chi si rifà al pensiero di Rauti, ancora oggi, non può ignorare questi aspetti, pur nel rispetto obbligato e naturale del garantismo e delle verità processuali e anche di processi durati tantissimo, troppo.

Non si può dimenticare, ad esempio, l’attenzione molto precoce di Rauti e dei giovani rautiani all’ambientalismo, i campi Hobbit, i gruppi di “Ricerca Ecologica”, una visione complessa e di interesse e attualità politica.

Non vanno dimenticate poi le posizioni, certo non prive di qualche ragione interna, di opposizione ostruzionistica insieme con i radicali nel 1978 alle modifiche in senso restrittivo della Legge Reale, accusata di essere "liberticida" e poi all'abrogazione della stessa nel referendum nello stesso anno.

C’è un fatto importante che va ricordato: la corrente rautiana si distinse nel Msi, nel 1980 per l'opposizione alla campagna per la reintroduzione della pena di morte in Italia, che il MSI aveva lanciato raccogliendo anche l'adesione di avversari politici come il deputato socialdemocratico Matteo Matteotti.

Perdendo il congresso di Sorrento del 1987 contro Gianfranco Fini, Rauti si espose fortemente ponendo attenzione al c.d. "risveglio arabo".

Rauti perse, invece, una grande occasione quando non ebbe il coraggio politico nel 1991, da segretario nazionale dell’Msi, di opporsi all’intervento americano nel Golfo.

Penso, sinceramente, che nel 1995 sia stato naturale per Rauti, seguito da pochissimi, l’opporsi alla svolta di Fiuggi, alle facili porte del potere e del Governo con la non adesione ad Alleanza Nazionale e la fondazione della Fiamma Tricolore.

Nella prima fase del piccolo partito di Rauti ci fu anche l’apporto della figlia Isabella, mi colpirono subito i suoi quaderni e la sua rivista, significativamente denominati: “Niente mimose”.

Fini chiamava Rauti, con grande disprezzo, il “professorino”; Tremaglia definiva i rautiani, non certo positivamente, come i “Figli del Sole”.

L’anticapitalismo di questa figura, con alcuni tratti paradossalmente pasoliniani, ha alcuni tratti che mantengono interesse, così come la sua riflessione, certo molto problematica, ma non priva di originalità, di opposizione alla globalizzazione.

Io penso che l’attualità di Rauti sia il valore delle idee e della profondità nella politica, la capacità di stare in minoranza, di perdere, pur di mantenere una visione.

Non si può comprendere la sua figura se non si approfondiscono anche filosoficamente le sue radici, non lo si analizza al di fuori della storiografia di partito e non si va un po’ oltre, in una dimensione di orizzonte di senso, non solo di Governo, non certo di potere.

Non ci sono dubbi che Rauti abbia speso la sua vita per un ideale e che chi lo vuole possa sentirsi parte di una sua eredità, oltre le celebrazioni.

Non era, ovviamente, il mio di ideale.

Nel rispetto pieno delle assoluzioni, non mancano, almeno dal punto di vista morale, passaggi molto controversi, su cui sarà la storiografia, non di parte, non pregiudizialmente avversa o favorevole, a dover dare delle risposte.

Rauti era, certamente, anche i “rautiani”, così come Pierre Carniti, non poteva essere visto senza i “carnitiani”.

Essere eresia, se non si negoziano innocue rendite di posizione, o non si vive per mera testimonianza intellettuale, ma per cambiare davvero le cose, la realtà, il mondo, non è un portato facile.

Pierre Carniti, cui sono stato a fianco a fianco negli ultimi anni di vita e di impegno sociale, mi ha sempre insegnato che il suo andare avanti, si fondava sulle sconfitte, sulla testimonianza, sulla capacità di pagare dei prezzi.

Anche altissimi, anche con l'esilio, l'isolamento, il fango, la violenza, l'irrisione, la derisione, la sconfitta.

Non ci sono dubbi che, in tanti giovani, Pino Rauti, esattamente come Pierre Carniti tra i “suoi” metalmeccanici che lo “idolatravano”, lo amavano profondamente, sia stato un punto di riferimento, l’accesione di un fuoco (si, nel suo caso, una “fiamma”) nell’anima.

E' vero che Pierre e Rauti siano stati non solo sindacato e non solo partito, ma soprattutto movimento.

Pierre, nato negli anni trenta del Novecento, si chiamava così, alla francese, proprio per irridere l’autarchia fascista.

La famiglia cremonese del leader cislino era profondamente antifascista, Don Primo Mazzolari era di casa.

Io sono profondamente, radicalmente antifascista, ho nel mio sangue nonno Anesio, partigiano cristiano, la sua medaglia, il suo abitare la bassa parmense, peraltro ai confini del c.d. “triangolo rosso”.

Ma nel mio sangue c’è anche nonno Ciccio, Francesco Lauria, di cui porto orgogliosamente il nome, sindacalista della Cgil, artigiano, inviato al confino da Benito Mussolini in Sardegna, a Perdas de Fogu.

Nonno Anesio era un democristiano, nonno Ciccio era orgogliosamente comunista, antifascista e antidemocristiano, antagonista, nel suo piccolo, del lucano, come lui, Emilio Colombo.

Eppure, pensando a Pino Rauti, con tutto il portato di una stagione in cui non era chiaro il confine tra politica e violenza, a destra, come a sinistra, io non posso non pensare che “studiare prima di agire”, mi fa pensare che, come diceva lo stesso Rauti: “le radici profonde non gelano”.

Ma se io penso ai giovani Berlinguer e Rauti dialogare negli anni Quaranta del Novecento, mi chiedo perché nei roventi e furiosi anni Venti del Duemila, non possiamo riprendere a parlarci, a guardarci negli occhi.

Lontanissimi, io e Francesca Capecchi, ma anche, prima, io e Alessandro Tomasi, ci siamo riconosciuti e rispettati.

Le stelle, l’orizzonte esistenziale, può rappresentare una destinazione comune, cercata anche da fronti diversi, divisi, distanti.

La politica è anche essere comunità, i partiti, tutti conflittualissimi al loro interno, magari non privi anche di tensioni e scissioni, erano essi stessi comunità.

E non si fermavano alla gestione, anche giusta, del potere.

Non bastava il potere. Era una conseguenza, non un presupposto.

La politica insegnava a pensare, prima che ad agire.

Su questo Pino Rauti, non ci sono dubbi, è stato un testimone e un maestro.

Per me, sempre, sempre, dalla parte sbagliata della storia e dell’agone politico.

Ma le canzoni di Fabrizio De Andrè, fin da piccolo, mi hanno insegnato anche a non aver timore di stare dalla parte degli sbagliati, dei reietti, persino dei “cattivi maestri” o quantomeno di essere in grado di immedesimarmi in loro.

Io penso, ad esempio che sul “fiume Sand Creek” probabilmente saremmo stati dalla stessa parte, quella dei nativi americani, anche contro l’Occidente.

Su mille altri fronti, penso al tema della remigrazione, io non mi sento avversario, ma radicalmente l’opposto di Pino Rauti.

Ma lo rispetto, ogni uomo merita rispetto.

Soprattutto chi ha saputo spendere la vita per un ideale.

Anche se, per me, al 98 per cento, sbagliato.

Io lotto, ogni giorno, con ogni respiro, per far cadere il Governo di destra di Giorgia Meloni.

Ma oggi, a Pistoia, nel 2026, non provo “ribrezzo” per chi la pensa diversamente da me.

Per chi, in vario modo, si definisce di destra.

Certo combatto politicamente.

Ma so e su questo mi riconosco totalmente, senza alcune riserva, nelle parole opportune di Francesca Capecchi in consiglio comunale a Pistoia, che le persone vengono molto prima della politica.

Ogni persona.

Sempre.

Comunque.

E questo è un terreno per costruire, per condividere, per scegliere battaglie e lotte, in cui possiamo, come i giovani di destra e di sinistra nella Pantera nel 1990, lottare insieme per un bene più alto, talvolta anche oltre destra e sinistra.

Francesco Lauria

giovedì 5 novembre 2026

CITTA' SENZA PAURA, DI CHI ABBIAMO PAURA? UN INCONTRO, IN DIALOGO.

Sognare da Svegli - Libertà e Democrazia

CITTA' SENZA PAURA
DI CHI ABBIAMO PAURA?
UN INCONTRO, IN DIALOGO

Di chi e di che cosa abbiamo paura oggi?

Come ricuciamo le nostre comunità in un'ottica intergenerazionale?

Come osserviamo e interveniamo per contrastare le solitudini del nostro tempo?

Che cosa decide la politica e quali sono i suoi confini?

Che cosa significa partecipare?

Che cosa, invece, includere? Come ci si impegna concretamente per farlo?

Come le costruiamo, insieme, le città senza paura o, almeno, che la paura la attraversano, la curano e, quindi, progressivamente la superano?

A partire da questi interrogativi, le realtà associative Sognare da Svegli e Libertà e Democrazia propongono un incontro che vuole essere una ricerca comune di risposte possibili, anche nelle differenze, nella verità.

Una ricerca di libertà e responsabilità che si svolgerà, sotto forma di dialogo e conversazione pubblica Sabato 14 novembre dalle ore 16.30 presso la Galleria Vittorio Emanuele in via degli Orafi.

A introdurre i lavori sarà Francesco Lauria, Presidente dell'Associazione Sognare da Svegli, a moderarli Luca Cipriani segretario provinciale di Libertà e Democrazia.

Interverranno: 

- Francesca Capecchi, capogruppo in consiglio comunale di Fratelli d'Italia;

- Irene Bottacci, segretaria comunale e capogruppo in consiglio comunale del Partito Democratico;

- Dario Baldassarri, consigliere comunale di Forza Italia;

- Sandro Giannessi, esponente della Lista Civica Capecchi Sindaco e assessore a casa, sociale e salute presso il Comune di Pistoia.

mercoledì 4 novembre 2026

UN ANNUNCIO MERAVIGLIOSO, UNA ROSA BIANCA NEL SILENZIO. PAPA FRANCESCO, LE PECORE PERDUTE E IL DIALOGO CON E TRA GLI STUDENTI E LE STUDENTESSE. SOTTO LE STELLE, PARLANDO ALLA LUNA, CON I PIEDI RADICATI NELLA TERRA.

E' stato davvero bello, ispirante e anche foriero di una giornata ben più positiva della precedente, iniziare il dì, sempre a Roma, con una visita alla tomba di Papa Francesco, nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Sono arrivato sul sagrato della chiesa qualche minuto prima delle sette del mattino, orario di apertura: di fronte a tornelli bianchi, camionette dell'esercito e un gruppo, non enorme, multinazionale ed intergenerazionale di fedeli, giunti prima di me.

Avevo con me un piccolo trolley data la mia permanenza di tre giorni nella capitale con diversi committenti lavorativi e la necessità di alloggiare in posti sempre spartani, ma anche sempre differenti.

Un senzatetto subito mi avverte: "attento se c'è la polizia, con il trolley (manco fossi a Pistoia :-) ) non ti fanno entrare".

Sono, apparentemente, fortunato, entro.

Ma mi devo, però, fermare subito: un nugolo di sacerdoti, vescovi, cardinali, anche di chiese cattoliche orientali, mi passa di fronte, diretto verso una cappella laterale per celebrare l'Eucarestia.

Passato il clero arriva, inesorabile, un agente in borghese, che mi dice, gentile, quello che mi aveva anticipato, con la stessa gentilezza, il senza dimora/mendicante che mi aveva avvertito: "con il trolley, pur piccolo, in Basilica non si può stare".

Lo guardo come Calimero il suo guscio e lo intenerisco.

Ho il permesso di posizionare temporaneamente il trolley in un angolino nascosto dai confessionali e di pregare per tre minuti, tre sulla tomba di Papa Francesco.

Contento e, come sempre maestro al contrario di orientamento, seguo un gruppetto di fedeli, ma toppo in pieno: la tomba non c'è, c'è un'altra Messa.

Osservo una signora, con il velo nero, sempre come un piccolo, indifeso Calimero.

Mi dice, quasi compassionevole: "hai sbagliato di poco, è qui accanto".

Memore del timer dell'agente, manco fossi Carl Lewis dei tempi d'oro, pronto per la medaglia d'oro olimimpica dei cento metri e, se occorresse, anche del salto in lungo senza trolley, mi dirigo verso la tomba del pontefice: "arrivato e scelto dalla fine del mondo".

Siamo soli, insieme.

Io e lui. Lui e io.

Non proprio soli, quaggiù. Si sente, sento la forza dello Spirito Santo, non su di me, per carità, nell'aria, nel respiro, nel battito, nella preghiera al fotofinish.

Sapevo dell'essenzialità della tomba, un pugno e uno schiaffo all'eccesivo barocco che, ancora oggi, purtroppo c'è nella Chiesa cattolica e che anche Papa Francesco non è riuscito a limitare davvero, solo a scalfire.

Mi concentro, ho ancora pochissimi istanti liberi.

Sorrido di fronte a una rosa bianca, simile a quella che era sbocciata, inaspettata e opportuna a Gello (Pistoia) nel mio giardino, nel giugno 2018, un istante dopo la scomparsa di Pierre Carniti, grande, indimenticabile sindacalista da marciapiedi, cattolico adulto, cresciuto tra nebbia e pianura, con don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") amico della sua famiglia e di suo padre in particolare.

Accarezzo Pierre con il pensiero.

Il mio tempo scade.

Recupero il trolley, il confessionale, di prima mattina, è più solo della tomba di Papa Francesco.

Saluto l'agente, lo ringrazio, gli auguro, ricambiato, buona giornata e buon lavoro.

Esco e questa volta i carabinieri (giusto per essere ecumenici) mi aprono la transenna, posso dirigermi verso la sede nazionale delle Acli, dove incontrerò il Presidente Nazionale Emiliano Manfredonia, sfidando il traffico intensissimo causato dalle deviazioni dovute alle installazioni militari connesse alla festa del 4 di novembre.

Porto dentro di me quella rosa bianca, certo non priva di spine, ma cosparsa di candida e autentica poesia, di Vita e non di morte.

Perchè, come scrisse il giornalista Paolo Giuntella in un suo bellissimo e, purtroppo, ultimo libro ("L'Ipod, l'aratro e le stelle"): "la morte non avrà l'ultima parola".

Quel silenzio, quella inaspettata "solitudine" di Papa Francesco, mi ha parlato, mi parla, mi sostiene, mi solleva, perchè segno di condivisione, pur nella differenza.

Si può essere il Papa, un Papa certo discusso e discutibile, ma infinitamente amato (soprattutto da chi stava ai margini della Chiesa e "fuori dalla città del lavoro"), ed essere soli, pur vigilati da agenti in borghese e sfiorati da mille cardinali.

Si possono toccare le stelle o, per citare Papa Giovanni XXIII, rivolgere un, indimenticabile "discorso alla Luna", aprire, dopo secoli e secoli, addirittura un Concilio.

Ma, insieme a fuoco e spirito, aria e acqua, siamo tutti cielo e terra, terra e cielo.

Insieme e soli, viviamo nascite ed addii, gioia e dolore, silenzio e parola, testimonianza e cadute, interi e ferite, pane e poesia, amore e rabbia, agorà ed esili.

Di lì a poco, all'Archivio storico nazionale delle Acli, insieme all'insostituibile Simone Cittadini, avrei analizzato gli ultimi faldoni da visionare, frutto della donazione di Emilio Gabaglio, grandissimo presidente nazionale delle Acli (pur "deplorato" da Paolo VI per la svolta a sinistra e "anti DC" dell'Associazione Cristiana dei lavoratori Italiani all'inizio degli anni Settanta del Novecento).

Emilio, indimenticato sindacalista senza frontiere, a livello nazionale, europeo e mondiale.

E sarà un bella sorpresa riscoprire tra le sue carte, tra un'intervista in spagnolo, un discorso in francese e un articolo di giornale in tedesco, il suo contributo al dossier della Fondazione Ezio Tarantelli/Centro Studi Cisl sul sindacato mondiale (in una collana online allora da me diretta, su mandato del Presidente Giuseppe Gallo e della segreteria generale nazionale della Cisl).

Trovo le sottolineature blu di Emilio al suo testo, dedicato al decisivo impegno a Vienna, nel 2006, esattamente venti anni fa, nel costituire un'unica, più forte, plurale e pluralista, centrale confederale sindacale a livello planetario.

Un sindacato che prova ad essere, tra mille limiti e difficoltà, adatto alle sfide del presente e del futuro e che è oggi guidato dal sindacalista cristiano belga (ma un po' anche "calabrese", almeno per matrimonio...) Luc Triangle.

In quel dossier, insieme a un mio ricordo, credo bello e significativo di Alberto Tridente, intitolato: "Mia patria è il mondo intero", c'è il testo dell'intervento in Vaticano che avevo predisposto per la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan che, peraltro, incrocerò del tutto per caso, dopo anni e anni, vicino al Pantheon, proprio nel pomeriggio.

Il titolo: "Il lavoro e il movimento dei lavoratori al centro dello sviluppo umano, integrale, sostenibile e solidale".

Tutto il Dossier-Working Paper "Radici e sfide del sindacato mondiale", è scaricabile qui: https://www.centrostudi.cisl.it/wp-content/uploads/2018/02/WP11_2018.pdf

Mi appresto a raggiungere Piazza Navona per la Messa che inaugura la seconda giornata del congresso nazionale Anpc, l'Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (programma in buona parte dedicato a Tina Anselmi) con la medaglia al valore di mio nonno, il partigiano cristiano Anesio Finardi, orgogliosamente e responsabilmente nel taschino della giacca.

Prima di uscir ho dato, come sempre, una lettura, uno scorcio al Vangelo del giorno.

Scrive l'evangelista Luca (Lc 15,1-10).

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 

Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Commentò così questo Vangelo, nell'Angelus del 15 settembre 2019, lo stesso Papa Francesco:

"Il Vangelo di oggi (…) inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: 

«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v. 2). 

Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. 

Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. 

È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. 

E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano (…), dice: 

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» (v. 4) Chi di voi? 

Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore. 

Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. 

Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. 

Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio". (Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2019)

"Tu sei tu e nessuno può sostituirti".

E' una carezza bellissima, in tempi di esili e di "bandi", non tanto europei, ma proprio dalla, nella "città dell'uomo".

Di carceri e di fortezze, non di porti aperti e spazi di inclusione.

So che il mio prossimo incontro, il mio prossimo pane spezzato insieme (compagni, "cum panis") preferibilmente non sarà con un potente, un vincente, un segretario generale, un onorevole, un ricco.

Nulla contro di loro (o quasi...)

Ma è quasi al margine che si ascoltano i consigli giusti, quelli che ti aiutano a non sbagliare strada anche se, come me, hai scarso senso dell'orientamento.

Sono i poveri che ci indicano la "strada verso la libertà", altro libro di Paolo Giuntella, certo, senza idealizzare la loro condizione perchè, come scrive il Presidente dell'Alleanza contro la Povertà, l'aclista Antonio Russo: "Non è destino, si chiama povertà" (è il titolo del suo ultimo libro che l'editore Franco Angeli porta in tutte le librerie dal 10 di novembre...) 

Bisogna stare, sostare davvero con i poveri, condividere con loro la vita, come ci hanno insegnato San Francesco e Papa Francesco, per superarla la povertà, non con le donazioni paternalistiche e compassionevoli, ma cancellando insieme le cause delle diseguaglianze, l'economia e la società dello scarto e dell'esclusione.

Ascoltando in differita, in una delle mie tante aurore da sveglio, Emma, rappresentante degli studenti e delle studentesse di Pistoia, intervistata, sotto le stelle e la luna, da Tvl, una emittente locale, mi ha colpito molto il suo appello, di diciassettenne, piena di fuoco, ma anche di intelligenza a: "non essere divisivi, ad andare oltre i colori di parte, a concentrarsi sulla soluzione dei problemi e sui doveri" (si ha detto proprio così..., i "doveri").

E ancora: a "non rinunciare al dialogo, a costruire patti sociali e politici, fatti anche di alti compromessi".

Chapeu Emma.

Chapeu.

Non so se leggi il Vangelo di Luca, ma proprio non mi importa, spesso, come ci ha insegnato il Cardinal Carlo Maria Martini (uno che voleva una Chiesa più femminile e non in ruolo ancillare...): a insegnarci di più sono le "cattedre dei non credenti".

Allora oggi, con nonno Anesio, scomparso quasi settanta anni fa, con una rosa bianca nel cuore, senza ignorarne le spine, pecora smarrita, ma in ricerca e in ascolto, cammino, ascolto, con stima, Emma, la studentessa che parlava in televisione tra le stelle di Piazza Duomo, a Pistoia.

Agorà spirituale, ma anche civile.

Perchè, credenti o non credenti, la politica è sortirne insieme, parlandosi, confliggendo quando serve, agape di fratellanza e di sorellanza, senza contrapposizioni tra i generi, unendoli, abitandoli, pur nella differenza.

Papa Francesco, però ci invitava, soprattutto negli incontri con i movimenti popolari e il sindacato, con i "cartoleros", i movimenti dei senza casa argentini che lui amava tantissimo, a studiare, prima di giudicare, a vedere, prima di parlare, a progettare, prima di agire.

Il dialogo, cari politici, di ogni colore e di ogni divisa, è uno straordinario strumento di Pace.

San Francesco, durante la crociata, va ad incontrare il sultano, senza rinnegare se stesso e il suo credo, ovviamente.

Non va a omaggiare il Papa, con il Papa, invece, ci discute.

Ricordiamocelo, specialmente in un ottavo centenario che deve "tradurre" Francesco nel nostro tempo.

Non tradirlo.

Al lavoro, alla lotta, alla Messa (per chi vuole eh...) e alla... poesia!

Francesco Lauria

martedì 3 novembre 2026

"PARTIGIANI CRISTIANI PER L'EUROPA, COSTRUTTORI DI PACE": IL 4 E 5 NOVEMBRE, A ROMA, IL XVIII CONGRESSO NAZIONALE ANPC.

Si tiene a Roma presso l’Istituto Sturzo, in Via delle Coppelle 35, il 4 e 5 novembre il diciottesimo congresso nazionale dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani.

I lavori congressuali inizieranno alle ore 16 di mercoledì 4 novembre con la relazione della presidente uscente, l’onorevole Maria Pia Garavaglia, per proseguire con gli interventi dei delegati e delle delegate e la proiezione del documentario: “Storie della Resistenza. 80 anni di libertà”, realizzato da Alessandro Arangio Ruiz e Isabella Insolvibile.

Giovedì 5 novembre, dopo la Santa Messa che verrà celebrata alle ore 9.30 presso la Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore nella centralissima Piazza Navona, si svolgerà la “lectio” del senatore Mario Monti, intitolata: “L’Unità europea di fronte alle ipocrisie nazionali. Poteri politici, interessi economici e coscienza civile”.

Dopo i saluti istituzionali si svolgerà successivamente un panel in ricordo di Tina Anselmi, partigiana e prima Ministra donna nel nostro Paese, con gli interventi di: Silvia Costa, Vice Presidente Nazionale Anpc, Albertina Soliani, Presidente di “Paesaggi della memoria”, Valentina Magrin, nipote della stessa Tina Anselmi.

Al termine della tavola rotonda interverrà anche Kim Aris, figlio della leader birmana Aung San Su Kyi.

Seguirà nel pomeriggio una sezione dedicata agli 80 anni della Repubblica e al contributo dei cattolici alla Resistenza e alla democrazia in Italia e in Europa, con gli interventi di Suor Grazia Loparco, docente alla Pontificia Facoltà Ausilium, Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Giorgio Vecchio, Presidente del Comitato scientifico dell’Istituto Alcide Cervi.

Interverrà ai lavori anche Pier Virgilio Dastoli, Presidente del consiglio Italiano del Movimento Europeo.

Il congresso, che sarà anche trasmesso in diretta streaming sul canale You Tube di Anpc Nazionale, si concluderà con l’elezione e la proclamazione delle nuove cariche sociali a compimento di quello che la Presidente di Anpc Maria Pia Garavaglia ha definito un: “eccezionale triennio di anniversari – ottantesimo della Liberazione, del voto della costituente e, nei prossimi anni, della promulgazione della Costituzione – che hanno visto e vedranno l’Associazione Nazionale dei Partigiani cristiani pienamente operativa e dedita a molteplici e significativi eventi”.

Ulteriori info: https://anpcnazionale.com/

lunedì 2 novembre 2026

"LETTERE A NESSUNO", AMORE CHIAMA AMORE. IL MIO VIAGGIO E QUELLO DI BRUNO (LEKA), LAVINIA (FERRARI), SHAHRAM (KHOSRAVI), ALAN (KURDI). MIGRARE E' UN DIRITTO. NESSUNO/A E' ILLEGALE.

"Chi vince genera odio, chi è vinto
soffre, con serenità e gioia si vive
se si superano vittoria e sconfitta."
-Dhammapada
(versetti della tradizione buddhista, XV, 5 (201).

"Secondo me Francesco, se vogliamo raccontare una storia di migrazione e impegno significativi e di successo dobbiamo coinvolgere Bruno, Bruno Leka.... E' politicamente parecchio diverso da me, ma è davvero bravo, una persona interessante. Lo conosci?"

No (ancora per poco) non lo conoscevo.

Avevo solo letto, anni prima, un trafiletto sul giornale con una piccola foto sfuocata: "Leka (Giovani Pd), eletto alla consulta degli studenti", o giù di lì.

Come per molti/e a Pistoia, io a differenza di Lavinia, non lo conoscevo direttamente, non avevo condiviso con lui lotte e battaglie, per me Bruno Leka, superficialmente, era una sorta di anagramma mal riuscito del ben più noto Bernard Dika, una operazione, come dicono nelle parti del Pd a lui avverse, a Pistoia, come a Quarrata, "degli albanesi".

Oggi, insieme, con Bruno, su questa stupida e ignorante definizione, ci scherziamo sopra (anche se è vero, che se digiti "Bruno Leka" su Google, una foto su tre che ti appare è di Bernard, ma vabbè, è anche vero che esiste la teoria che ci siano più Bernard Dika, contemporaneamente, ogni giorno, in giro per la Toscana :-) )

Con Lavinia, stavamo preparando l'evento sull'immigrazione che si sarebbe tenuto alla Libreria Lo Spazio di lì a tre settimane, in Via Curtatone e Montanara, a Pistoia.

Titolo: "La scelta della convivenza".  echeggiante Alexander Langer, valicatore di confini, costruttore di ponti.

Obiettivo dell'iniziativa, peraltro idea più sua che mia, virare in positivo, anche con un intervento deciso del candidato del c.d. "campo largo" Giovanni Capecchi, fresco vincitore delle primarie, e di Lavinia stessa, anche lei candidata, l'involuta riflessione pistoiese su Ramini e Vicofaro, parliamo di accoglienza e integrazione dei migranti.

Non solo: sul tema delle migrazioni (rifugiati e migranti economici) mostrare modelli, esperienze, investimenti di comunità, storie personali e collettive importanti, con un ruolo di primo piano degli enti locali, territoriali.

Non modelli perfetti, buone prassi in assoluto, ma azioni concrete che, a livello di letteratura internazionale, vengono definite "meaningful", che significa: "meritevoli di attenzione", ma anche volte ad "apprendimento e comprensione reali".

Io avevo alle spalle circa trent'anni di impegno volontario e ventuno di impegno professionale (non esclusivo) sul tema dei migranti e in particolare della loro integrazione socio-lavorativa e sindacale.

Lavinia, oltre probabilmente a molto altro, penso all'impegno contro la marginalità dei senza dimora, anche a Pistoia, era da poco tornata da circa sei mesi passati nell'inferno greco.

Si, quell'inferno, vicino ai paradisi del turismo, che ho visto lateralmente anche io, oltre dieci anni fa, in viaggio di nozze, mentre l'Unione Europea, la nostra Unione Europea minacciava, ricattava il governo Tsipras di tagliare i fondi, persino i contanti nei bancomat.

Me lo ricordo bene quel ricatto, successivo al referendum dell'orgoglio, del popolo, della democrazia, della partecipazione che aveva ribaltato, purtroppo solo provvisoriamente, l'imposizione dell'austerità: 5 luglio 2015. 

Pochi giorni più tardi il voto popolare, mentre a Kos e a Rodi io, Serena e il piccolo Jacopo, ci dirigevamo nei luoghi e nei villaggi turistici e incrociavamo, un po' di sfuggita, i naufraghi della notte, famiglie intere, anche minori soli, costretti a lunghe code e permanenze nelle gabbie delle stazioni di polizia, spesso sotto un sole rovente.

Noi li guardavamo da lontano, sui pullman turistici delle escursioni del villaggio, da privilegiati. Oserei dire, io in primis, da privilegiati distanti.

Era, appunto, l'anno 2015. 

L'anno della morte sulla spiaggia di Alan Kurdi, di soli tre anni.  

Alan era morto, e la sua foto, inerme sulla spiaggia,, aveva sensazionalisticamente, e purtroppo anche voyeuristicamente, fatto il giro del mondo, poco tempo dopo il nostro rientro dalla Grecia.

Era l'inizio di settembre: eravamo tornati in Italia, a Pistoia, ma ci trovavamo, inesorabilmente, con il pensiero, ancora di fronte a quelle coste turche, a Bodrum, che videro il suo naufragio, la sua morte solitaria e disperante e la nostra orrenda, consueta, pressochè silente complicità.

Complicità personale e politica.

Su questi temi io e Lavinia, che su molto altro siamo parecchio diversi, forse antitetici, un po' come lei e Bruno Leka (invece, secondo me io e Bruno differiamo solo per la "fede" calcistica...) ci capivamo con uno sguardo, non serviva una sola parola.

Quando, come me, in una notte, accogli a Gorizia, quarantacinque curdi, bambini compresi, al confine di Schengen o, come Lavinia, vedi con i tuoi occhi l'orrore di un bambino in un naufragio, nella tua testa, nel tuo cuore, nel tuo cervello, non c'è spazio per la teoria, l'ideologia, la filosofia.

C'è solo un'idea, ricorrente e costante: mai più frontiere, mai più naufragi e naufraghi, mai più persone definite illegali solo perchè persone, mai più morte, mai più silenzio.

Tanta, tantissima rabbia, tante urla nel petto.

Sul blog dell'Associazione Sognare da Svegli: http://sognaredasvegli.blogspot.com si trovano tante delle idee e proposte sorte prima, durante e dopo l'iniziativa del 13 di maggio scorso.

Perchè sull'immigrazione, sulla "convivenza", per citare Alex Langer, sulla "co-esistenza", per usare un termine ancora più vicino, deve tornare la politica.

Basta paura, basta sensazionalismi, basta opportunismo, basta distorsioni mediatiche.

A parlarmi di Bruno Leka, in un primaverile pomeriggio di metà aprile, come molti/e avranno già compreso, era stata Lavinia Ferrari, futura consigliera comunale a Pistoia per Sinistra Italiana, e un'esperienza significativa sul campo, in Grecia, nel soccorso umanitario ai migranti che giungono esausti dopo migliaia e migliaia di chilometri, per terra e per mare.

Dalla Turchia, ma anche dalle carceri libiche.

Un racconto di questo faticosissimo, lunghissimo itinerario che poi prosegue spesso con la c.d. "rotta balcanica" si trova in molti libri.

Un volume che davvero consiglio, edito dalla casa editrice anarchica Eleuthera (che, a proposito di greco antico e moderno, significa: "libertà") e si intitola: "Io sono confine", scritto, raccontando la sua incredibile vita, fino in Svezia, dall'iraniano Shahram Khosravi.

Non voglio sintetizzarlo, dico solo che è uno di quei libri che, dopo averlo letto, non ti lascia uguale. Ti cambia. Ti cambia lo sguardo.

Ed è una definizione più che positiva che ho condiviso con Mauro Pompei, fondatore della Libreria Lo Spazio.

Ci sono tante, infinite cose, bruttissime e terribili, spesso anche molto sbagliate. che io e Lavinia ci siamo scambiati in questi difficili, tormentati, violenti mesi.

E pure io, per alcuni aspetti, davvero paradossalmente, le sono riconoscente.

Per avermi fatto conoscere, indirettamente, Bruno Leka.

Di fronte alla becera propaganda di Giorgia Meloni e dello sbagliato Ministro Valditara sui tetti ai bambini stranieri in classe (problema, in parte, reale, soluzioni del tutto irreali...) Bruno, oggi anche lui consigliere comunale e, poi, ha voluto esagerare, anche provinciale, (il primo """straniero""") ci ha opportunamente raccontato la sua storia di bambino migrante.

Mentre sul tema politico generale, suggerisco questo approfondimento della rivista Il Mulino: https://www.rivistailmulino.it/a/di-studenti-stranieri-e-segregazione-scolastica ; sulla sua bella, commovente, autentica storia (proprio come diceva Lavinia) ci sono i suoi post sui social e questo servizio di Tvl: https://tvl.it/notizie/qualche-anno-fa-ero-il-bambino-straniero/

Ma ringrazio Lavinia, per avermi aperto gli occhi, non solo, in positivo, su Bruno, ma indirettamente anche sull'ipocrisia disperante di buona parte della sinistra pistoiese.

Ma anche perchè, questo l'ho sempre pensato, oltre a dipingere davvero bene, ad avere una cultura ampia e multiforme, ad avere una creatività ammirevole, Lavinia scrive come pochi.

Forse così bene come nessuno/a.

E certe cose, più di me, ce le raccontano, "Maremma cane" (è il titolo della newsletter da cui è tratto il testo che segue), con autenticità, con verità proprio le sue: "Lettere a nessuno", pubblicate, all'inizio di marzo scorso, quando era appena tornata a Pistoia dalla Grecia.

Proprio come me in quella estate nuziale del 2015, quando lei aveva solo 13 anni...

Le parole, ma soprattutto gli occhi di Lavinia, non meritano solo di essere lette, meritano di essere viste, visti... 

Altrimenti, davvero, di fronte alle Persone, che "passeranno anche questa notte", siamo solo dei ciechi egoisti.

Bastardi.

Scrive, con splendido, umano, consapevole dolore, Lavinia Ferrari:

https://farinalevvari.substack.com/p/lettere-a-nessuno

"Ho lasciato i miei casi alle altre ragazze, me ne sono andata. Li ho messi in fila tutti, otto pagine di fogli word. Un numero telefonico dopo l’altro, un numero di caso registrato, per quelli che sono riuscita a registrare. Poi un nome, di solito, ma non sempre. I nomi non servono. Servono nel logorarti, nel dare una faccia a dei numeri. Tremendo. Poi una, due frasi, per spiegare brevemente cosa ho fatto in questi mesi per queste persone. Due, tre parole per spiegare quali erano le loro richieste. Sei sezioni: i casi attivi, divisi per i nomi delle nuove ragazze, i casi chiusi, i casi dormienti. Poi: sezione casi chiusi di cui non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer, e i casi dormienti di cui, ancora, non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer. Perchè ci sono troppe chat attive, whatsapp smette di funzionare. Il conto totale fa 150 casi. 25 persone al mese, se fosse una media perfetta. Ma io questo lavoro ho dovuto imparare a farlo, quindi possiamo pure dirci che i mesi passati a lavorare sono stati 5, non 6. La media sale, 30. Un giorno a persona, ma non bastano i giorni lavorativi in un mese; nel caso di Febbraio nemmeno quelli reali, ne fa 28 di giorni. Ma a cosa serve dirsi queste cose? A niente, a rimuginare, a vomitare, avrei voglia di vomitare.

Non ho salutato nessuno andandomene. Non ho detto a Khaled che non mi avrebbe più vista, non ho avvisato nessuna delle persone con cui ho parlato tutti i giorni per sei mesi. Perchè l’ho fatto? Forse anche io, come Hussein, non sono brava con gli addii. Anche io mi sono alzata dal tavolo e me ne sono andata a pagare senza dire niente a nessuno. Sono a pagare qua, in Italia. Sapessi cosa pago, poi. Pago le parole, pago i lamenti, pago gli occhi lucidi e i fazzoletti regalati per asciugare le lacrime. Pago la colpa che sento, tutta mia, tutta su di me. La colpa di aver visto e aver fatto poco. Mariangela — l’assistente sociale che ci ha formato e con cui abbiamo lavorato in questa metà anno — dice che non sappiamo mai quello che facciamo per gli altri, che una volta un collega ha convinto a parlare un uomo senza saperlo. Che quest’uomo portava tante persone al community center, le accompagnava, ma non si fidava di nessuno. Faceva gli esami medici venti volte per ogni esame, diciannove volte di troppo, che sembrerebbe una follia, ma so che è possibile. La quantità di cose, l’estensione delle cose che posso credere, si è ampliata. So che è possibile che un uomo abbia lavorato per pagarsi esami medici non una, ma venti volte, decidendo se mangiare o meno. È una speciale forma di follia che coglie nella miseria: non riuscire a mettere più i pensieri in fila, fare scelte insensate per il resto del mondo, perchè sei stato tradito tante volte che non ti fidi più nemmeno dei risultati dei tuoi esami del sangue. Divago: vorrei sapere che vi fidate di quello che racconto.

Quest’uomo portava tante persone in cerca d’aiuto e non chiedeva mai niente per sé. Per mesi, per anni, inseguendo la sua follia e offrendo razionalità agli altri. Il collega di Mariangela lo incontra per qualcosa di burocratico, una minuzia di fronte al resto. Gli spiega cosa è possibile fare, molto chiaro su quello che invece non è possibile fare. Qualche tempo dopo quest’uomo chiede un colloquio privato a Mariangela, e dice cose brutte, cose bruttissime. Dice delle torture nelle carceri libiche, di quanto tempo ci abbia passato, e di tutto il resto che Mariangela non riesce a dire perchè le si rompe la voce. Chissà cos’era, per non riuscire a ripeterlo. Non io, io sono debole, ma Mariangela, che fa questo lavoro da vent’anni. Chissà lui, quest’uomo, che violenza si è fatto, per raccontarlo dopo così tanto tempo, e che bisogno di dire aveva. Ma perchè lo ha raccontato a lei, e in quel momento? Perchè non prima? Questo Mariangela glielo ha chiesto. Cos’è cambiato? È cambiato che il collega di Mariangela, che era strato molto chiaro su cosa fosse possibile fare e cosa no, aveva fatto quel poco che aveva detto. Mariangela allora era andata da lui per complimentarsi. Il collega non aveva idea di chi fosse questa persona che aveva aiutato. Il collega non ricordava né il nome, né il volto. Nemmeno la nazionalità, nemmeno cosa aveva fatto per questa persona. Una come tante, una come tutte, l’ennesima, per cui fai le cose che fai per tutti, niente di più e niente di meno. Mariangela allora ci dice: non sapete mai quando cambia la vita di una persona, le cose succedono mentre ne pianifichi altre.

È bello, probabilmente è vero. Non mi basta, come non mi è mai bastato niente. Non so cosa farmene di questo accontentarsi continuo a cui le persone sono costrette. Non so come fare a accontentarmi, anche volessi farlo: mi inseguono gli occhi di tutti, mi insegue la rabbia che non vedo in quegli occhi. Mi sento di aver contratto un debito con queste vite: averle viste e doverle raccontare, condannata a non trovare pace fino a che tutti non le conosceranno. Fino a quando non saremo in debito tutti, non solo io, al di là di questo mare. Il debito di questo mondo, che vive mangiandosi quell’altro: quello in cui veder morire una persona non è cosa strana. Non dico la Libia, dico la Grecia, dico i confini meridionali dei nostri Stati, in cui diventiamo tutti cannibali.

Non so dove cominciare a raccontare, mi scappa il filo. Le immagini si sovrappoingono, vogliono uscire tutte insieme. Ma io non ho una bocca abbastanza grande, nemmeno gli occhi: la bocca si tappa, gli occhi, strato su strato, mescolano figure e colori. Diventa tutto nero. Un nero denso, fitto, in cui è difficile addentrarsi. Vorrei saper dare un ordine, ma non c’è ordine. L’ordine non mi appartiene, lo ha preso tutto il Sistema, e io non sono il Sistema. Non voglio avere niente in comune con il Sistema. Voglio essere il resto, ogni spazio che rimane. Ma ne rimane di spazio? O il buio ha occupato tutto? Mi sembra di vivere queste vite per tramite. Come fossi la protesi del braccio mancante. Del braccio di Ahmad, perso in guerra, o la protesi inesistente dei due moncherini — un pensiero di braccia, un’idea formatasi troppo velocemente, di fretta — con cui l’uomo basso e sempre sorridente sulla porta del community center maneggia il telefono. Penseranno, le protesi? A me sembra di pensare troppo, mi aggroviglio. Che pace che c’è qui. Che pace la mattina, con gli uccellini che cinguettano fuori dalla finestra. Ma cosa cinguettano? Non si accorgono di cos’è il mondo? Che pace la sera, quando cala il sole, e non c’è nessuno a dormire sotto la porta di casa. Perchè sono tutti sotto la porta della mia casa precedente, ad Atene.

Che pace, quando tornando a casa a notte, non devo pensare a guardarmi i piedi, per evitare di pestare un braccio sul marciapiede piuttosto che una radice. Come si descrive una pace fatta di fantasmi? I corpi dei morti girano per le nostre città.

Dormono fuori dai nostri esercizi commerciali, spiriti che non hanno fatto pace con il loro modo di vivere e morire: sono anche qui, in italia, a Pistoia, tra noi, non li vedete? Se non li vedete siete ciechi. Se non li vedete, forse aveva ragione Abe nel sogno dello Sfo, quello che mi ha raccontato l’altro giorno, quello che ha fatto lo stesso giorno in cui anche io ho sognato Abe, a mangiare insieme a tutte le persone che conosco. Ecco, finalmente cos’era! Non riuscivo a capire, mancava qualcosa. Ho sognato tutti, è vero, ma tutti quelli che appartengono al di qua e non al di là del confine in cui mangiamo gli uomini. Strana la testa, ma insomma, nel mio sogno siamo tutti e tutti insieme, io arrivo tardi e abbraccio qualcuno, dico, Scusate, siete già tutti qua! E poi mi siedo, mangiamo e ridiamo e beviamo, e c’è anche Abe che è morto, e invece a tavola con noi è vivo, e ride. Finisce.

Nel sogno di Sfo siamo sempre a tavola, ma siamo meno, e ci sono anch’io e c’è anche Abe, e Sfo gli chiede, Ma tu che ci fai qua, che sei morto? E Abe dice, Sfo, siamo tutti morti.

Davvero non vi accorgete, negli spostamenti d’aria, che accanto a voi c’è qualcuno che non vedete? Mangiato dai pesci, mangiato dalla droga presa per dormire, per addormentarsi per strada un anno a fila. Se non li vedete ha ragione Abe, siete tutti morti. Morti che camminano, morti ciechi, morti che lascieranno questo mondo senza traccia. Gli altri, invece, che tracce lasciano! Pesanti, corpi troppo pesanti per volare. Potrei scommetterci, anche per arrivare a Pistoia hanno dovuto attraversare i Balcani. Qualcuno magari è morto congelato, e poi trovandosi ancora lì, ha deciso di continuare questo sporco pellegrinaggio fino a qua. Pistoia, la via Jacopina. Pellergini arrivati da morti. Forse trovano almeno ora spazio nelle chiese, che di solito per loro non si aprono. Per quelli morti prima, non dubito che esistano trafficanti di morti, Caronti contemporanei, che chiedono pegno come quelli per i vivi.

Nella morte, gli spiriti delle persone in movimento possono finalmente attraversare i confini, la polizia di frontiera è più morta di voi, cieca di odio, più di voi. Non li vede, eppure vorrebbe. L’odio cieco — quello che non vede — li protegge da morti, ma li ha ammazzati da vivi.

Chissà come sta Ramadan, se ha smesso con la droga, o se si approssima alla morte il più possibile.

Dormire se ho capito bene è la radice quadrata di quando si muore, lo cantava Giorgio Poi.

Ramadan ha comprato un mese fa una dose di fronte a casa mia, e io l’ho visto. E sono entrata in casa, mentre Ramadan mi guardava. Mi sono fermata a fumare una sigaretta sul terrazzo, per guardarlo. Non l’avrei fatto, a dire la verità, perchè ero stanca, perchè non volevo guardare. Volevo chiudere gli occhi e correre veloce fino al giorno successivo. Ma Bea voleva controllare che fosse tutto apposto, dolce Bea. È sempre questione di qualche minuto in più in cui non chiudi gli occhi. Ramadan è caduto, spento, di colpo, la macchina lo ha nascosto. Si vedevano solo i piedi dal terrazzo, i piedi dei morti all’obitorio. Siamo volate giù in ciabatte, piedi vivi, veloci. Ramadan era tra la ruota della macchina e il marciapiede, incastrato, un uomo incastrato tra le ruote della macchina e la strada. L’ho scosso, l’ho schiaffeggiato, abbiamo cercato di metterlo su: gli abbiamo urlato. Il suo nome, il suo nome e poi Alzati, e poi Apri gli occhi, e ancora Se non ti svegli dobbiamo chiamare l’ambulanza, se l’ambulanza arriva viene anche la polizia, ti portano dentro, Per favore Ramadan svegliati, che i tuoi documenti Libanesi te li hanno rubati, quelli Greci anche, sei un senza niente, sei un nessuno, e tu là dentro ci muori. L’ultima parte l’ho pensata, mi sembrava pericoloso dirla.

Ramadan non si è alzato, è stato a terra senza sensi per quindici minuti, mentre io e Bea ci parlavamo l’un l’altra senza finire le frasi.

— Aspettiamo cinque minuti,

— Non voglio un morto sulla cosienza,

— Lo portano dentro,

— È troppo tempo,

— Due minuti,

— Prendo l’acqua,

— Chiamo,

— Lo portano dentro,

— Chiamo io.

Ramadan si è svegliato dopo venti minuti, mentre cercavo di non dare i suoi dati personali all’ambulanza. Al centralino mi hanno detto, Se è sveglio è meglio che attacchi ora. Ho attaccato. Ramadan ha aperto gli occhi e mi ha chiesto quando era l’appuntamento. Appuntamento? È notte, non hai un appuntamento. E lui, cercando di tirarsi su dal buco in cui era finito, Domattina, domattina, quando è? Non ho l’orologio, non ho il telefono, mi hanno rubato tutto, me lo hai detto tu dell’appuntamento domani, quando è? Muhami, muhami.

L’avvocato. Ramadan si era svegliato dopo venti minuti in cui aveva perso i sensi e l’unica cosa a cui sapeva pensare era l’appuntamento con gli avvocati, per fare denuncia di smarrimento dei documenti. Mi ci vogliono vari minuti per capirlo. Pensavo dicesse cose senza senso, è pericoloso perdere i sensi così a lungo, il cervello non torna intero, muore un po’ alla volta. Pensavo fosse confuso, ed era lucido, maledettamente lucido, più di me, più di Bea. Non conosciamo, noi due, bisogni così impellenti e necessari. Che ti vogliono lucido.

Alla polizia non la fanno denuncia di smarrimento, ci avevo provato proprio con lui due giorni prima. In qualunque paese europeo in cui Ramadan entri, gli controlleranno le impronte, e lo rimanderanno in Grecia, primo paese UE in cui ha fatto richiesta d’asilo. Deportato. Ma in Grecia, dove ha avuto e poi perso i documenti, senza una foto del permesso di soggiorno non gliela fanno la denuncia di smarrimento. Dicono che non hanno il macchinario per controllare le impronte. Allora serve passare dagli avvocati, trovare una NGO che non te li faccia pagare, Ramadan non ha soldi, mangia un pasto al giorno dal Lunedì al Giovedì nella nostra mensa, serve prendere appuntamento, aspettare settimane. Mettersi in coda la mattina presto, scoprire se riescono a vederti.

Se altra polizia, in un controllo come tanti, o in una retata come quelle che giornalmente vengono fatte in Viktoria, lo trova senza documenti, lo mette in carcere. Quanto ci vuole prima di capire che è stato un errore del Sistema? Troppo. Ramadan ha paura, una paura che solo i disperati conoscono. Ramadan piange, si scusa, dice che ora se ne va. Dove vai? Non lo so, cammino. Devi stare attento con il Bonzai, ti fa male. Lo sa, ma dice che è un anno che dorme per strada. Non riesce più a dormire, ma deve dormire, deve. E deve farlo per strada, non c’è altro. Non trova lavoro senza documenti. Non può pagarsi 250 euro per una stanza condivisa con altre quattro persone. Ma che ne sappiamo noi? No, scusate, voi siete buone. Noi non siamo buone Ramadan, siamo preoccupate. Anche io lo sono, sono vecchio, ma non dormo. Solo il Bonzai mi fa dormire. Ma non lo fa dormire, gli fa perdere i sensi. Marjiuana sintetica, che si compra per pochi spicci, e dopo averla comprata, la fumi, poi collassi. Gli spacciatori ti scippano. Rimani in terra, da solo, con meno di quello che avevi, il mondo della miseria è cattivo, non conosce rispetto. Il Bonzai da dipendenza tanto quanto il crack, veloce come il crack, ma costa meno del crack. Basta una volta, e poi è questione di tempo prima di morire con il cervello sbrindellato, dal colpo che hai battuto per terra o dalle lesioni interne che ha causato, le connessioni neuronali che si spengono, una a una, per venti minuti, mentre sei per terra e ti scordi di respirare.

Gli abbiamo comprato le sigarette. Ci benedice, dice che con questo pacchetto va avanti due giorni, non uno, che le conta le cicche lui. Chiede di fumarne una insieme, me la offre. Non ho voglia, ma insiste, prendo un po’ di questo pane, Gesù Cristo con Giuda, fumiamo.
Ramadan cerca di alzarsi, non ce la fa, stringe le mie mani. Lo tiro su, dice Grazie, scusatemi, ci vediamo domani, andate a casa bambine. Gli si spengono gli occhi tristi, se ne va, noi rientriamo in casa. Scriviamo un messaggio sul gruppo di lavoro, prendiamo la mattina libera.

Perchè noi siamo, libere. Di fare e di non fare, di guardare e non vedere, di prendere una pausa, di fumare una sigaretta in più perchè possiamo permettercelo. Giuda, che ha casa, tradisce.

Lettere a nessuno: della rabbia che mi appesta.

Della rabbia che appesta me, perchè non riesce con gli altri, che sono troppo occupati a sopravvivere per guardare un passo indietro le vite a cui sono costretti. Della violenza e della vendetta che spero, per queste vite che nessuno conosce.

Non ci sono parole per dire la violenza di questo sistema. Ho trovato quello che cercavo. Un punto fermo, una fine, un punto di non ritorno. Eccolo: tra le mie mani. Come le tante vite che tra le mie dita e la tastiera di un computer sono passate, una dietro l’altra. Un nodo stretto, come quello che mi corre lungo la gola. Una trachea fatta di nodi che si sciolgono solo con l’urlo che ho tirato dal terrazzo con Beatrice. Ma quante urla dovrei tirare per spianare tutto. Non si può. Servirebbe un urlo collettivo, non solo mio e di Bea, ma anche di Batoul, di Balkis, di Mohamad, di Souleymane, di tutti. Un urlo per ogni corpo martoriato, ma non abbiamo abbastanza voce. Alcuni di quei corpi hanno perso le corde vocali. Tante di quelle gole non sanno articolare sillabe nelle lingue che conosciamo. Queste bocche non sanno parlarci, non possono. Abbiamo infilato loro colpe giù per la trachea, fino alla pancia. Finiscono tutte per appartenegli, e a me rimbombano nelle orecchie, come le parole dell’uomo ubriaco di fronte al Community Center, L’unico modo di salvarsi è da soli. Rimbombano, senza che possa farci niente. Aveva ragione Chiara, il cuore non si spezza; è davvero un muscolo. Aveva ragione mamma, il mio è allenato bene. Quanta rabbia che mi fa poter passare oltre. Quanto odio che provo, per l’idea che dimenticherò la maggior parte dei nomi, che già li ho dimenticati. Sapere di aver visto e poter scordare. Che privilegio infame. Che orrore abbandonare per preservarsi. Che male che fa questo cuore che si ricompone, che torna al suo posto una volta dietro l’altra, e che arroganza ha nel dire, Andrai avanti.

Non si va avanti, voglio che la mia gola urli abbastanza per tutti, o che per tutte le voci si faccia rifugio: e smetta di parlare. Per la sposa bambina che mi ha chiesto se sono sposata, guardandomi giocare con i suoi figli, esausta. Per lei, che ha due anni meno di me e, silenziosa nel suo terrore, ha chiamato la polizia a casa. Solo dopo che il marito è scappato è venuta a cercarci, per dire Ha lui paura adesso, non io. Che rabbia per questo coraggio, che le è stato strappato fuori dalle mani, fino al telefono, con la forza cieca della sopravvivenza. Tra vivere e sopravvivere esiste troppo spazio. Sei lettere che si allungano all’infinito. Sei lettere che non hanno fine, maledette come chi le allunga.

Maledette come il nostro mondo, in cui non sappiamo più niente, niente di niente, né del coraggio, né della perdita, né dello sforzo costante e immane a cui costringiamo gli altri. Cosa mi trattiene ancora? Quale ordine così ben imparato mi dice di fermarmi? Vorrei saper odiare meglio, di più, vorrei che il mio odio uscisse fuori e inondasse tutto. I padroni di questo Sistema infame, per primi, vorrei avere la forza di Dio e fare giustizia. Gli uomini, per secondi. Una giustizia privata, come lo sono tutte. E poi vorrei rifugiarmi in un angolino, spaventata dalle conseguenze del mio vomito acido, e stringere forte a me tutte le persone che l’odio degli altri lo hanno già visto, quelle che sono state costrette a prenderlo e a costruirci una casa dentro. Vorrei stringere forte e avere la capacità di proteggere. Ci sono altre parole per dire di questa rabbia? Non ci sono, andrebbero inventate. Forse ci sono e io non le so, forse devo imparare una lingua nuova, ancora. Sogno di fare cose mostruose. Odio chiama odio, ma a volte non c’è scampo".

E' vero, penso ad Alan, a volte non c'è scampo.

Rimane solo la rabbia.

Ha ragione Lavinia.

Ma, sarà il mio pallido essere cattolico, moralista e bacchettone, profondamente, ripetutamente incoerente...

Penso, davvero e per fortuna, che sia vero anche che:

..."Amore chiama Amore".

E che, cattolici o non cattolici, atei o non atei, non abbiamo diritto, MAI, anche per Alan, di perdere la Speranza.

MAI.

Francesco Lauria