Quarantadue anni fa esatti un referendum spaccava e faceva discutere il Paese.
Non si trattava, come oggi, del tema della riforma della giustizia e, soprattutto, della magistratura, ma di un quesito etico: il mantenimento o meno della legislazione del 1970 che aveva introdotto, anche in Italia, il divorzio.
Il Vaticano, la Cei e la Democrazia Cristiana, guidata allora da Amintore Fanfani, si impegnarono a testa bassa, uno slogan, molto esemplificativo del clima che venne diffuso da committenti ecclesiastici fu: "Sì, come il giorno delle nozze!"
Il 17 febbraio 1974 fu, in senso contrario, promulgato l'Appello dei cattolici democratici per il No al referendum.
75 furono i primi firmatari, capitanati dallo storico Pietro Scoppola e guidati anche dai leader Cisl Luigi Macario (pur democristiano) e Pierre Carniti oltre che dall'ex Presidente Nazionale delle Acli Emilio Gabaglio, "dimissionato" da Vaticano e Cei solo due anni prima a causa dell'opzione/scelta socialista intrapresa proprio dalle Acli che, in quel momento, fronteggiavano anche un'insidiosa scissione alla loro destra con la nascita del Movimento Cristiano Lavoratori (McL).
Colpisce il fatto che tra i primi 75 firmatari dell'Appello dei c.d. "cattolici del no" su 75 firmatari figurino solo tre donne: Paola Gorla, Paola Gagliardi e Adriana Zarri.
Emilio Gabaglio ebbe un ruolo significativo anche nell'organizzare i rapporti con la stampa del Comitato dei Cattolici del No e dichiarò, senza peli sulla lingua, ad Adista: "Non è possibile nascondersi che una vittoria dello schieramento abrogazionista aprirebbe la strada ad una grave involuzione politica e che su questa eventualità hanno scommesso le forze integraliste, reazionarie, gli stessi fascisti e tutti coloro che puntano alla divisione della classe operaia e delle masse popolari e a soluzioni autoritarie".
Su una linea simile si schierarono Gioventù Aclista e alcune Acli regionali, mentre, nonostante la presa di posizione di Luigi Borroni, della Presidenza Nazionale, anche a seguito delle turbolenze interne ancora non sopite, le Acli nazionali si allinearono, sostanzialmente, alle posizioni della Cei, pur rigettando, per usare le parole di Borroni, un: "ruolo propagandistico".
A sostegno delle tesi del referendum la Cei promulgò, la settimana successiva alla diffusione dell'Appello, una notificazione mentre si mobilitarono alcune personalità (si pensi a Luigi Gedda) e movimenti come la neonata Comunione e Liberazione, insieme ovviamente alla Democrazia Cristiana e al Movimento Sociale Italiano (con un, sinceramente, davvero imbarazzante e paradossale ruolo di Giorgio Almirante, divorziato all'estero e risposato che sosteneva, con grande faccia tosta, anche in televisione, le ragioni del sì al referendum...)
La notificazione della Cei sosteneva che: «Il cristiano, come cittadino, ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia».
Si oppose in modo argomentato a questa presa di posizione dei vertici della Cei Giovanni Franzoni, ex abate della basilica Ostiense, dimessosi da quella carica – a causa delle pressioni vaticane – nel luglio del ’73.
Come ha ricordato la rivista Confronti, il 14 aprile ’74 l’allora monaco benedettino pubblicò Il mio regno non è di questo mondo. Una risposta alla Notificazione della Cei sul referendum: un libro nel quale demoliva le argomentazioni teologiche accampate dai vescovi e proclamava il diritto di tutti, cattolici compresi, alla libertà di scelta nell’incombente referendum.
Pochi giorni dopo fu proibito a Franzoni di andare a parlare del divorzio; egli, pur ritenendo ingiusto l’ordine, obbedì, ma egualmente il 27 aprile fu sospeso a divinis. Il tutto senza alcun processo canonico.
Anche alcune decine di preti «divorzisti» furono variamente puniti dai rispettivi superiori. Ma anche «laici» furono puniti: a Venezia il patriarca Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I, sciolse la Fuci, gli universitari cattolici che si erano espressi per il No.
Il Referendum sul divorzio ebbe luogo il 12 e 13 maggio 1974, il responso fu davvero inequivocabile: Sì 40,7%, No 59,3%.
Anche nelle regioni dove vinse il Sì – Veneto, Trentino-Alto Adige, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Molise – esso prevalse comunque di pochissimo.
Le gerarchie, sconvolte, ma anche la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale, scoprirono un paese laico, secolarizzato e con il gusto per la libertà di coscienza.
Tornando all'oggi, ovviamente appare forzato paragonare i due referendum, quello del 1974 e quello del 2026, in particolare perchè il primo era, certamente, maggiormente "eticamente sensibile" da un punto di vista confessionale.
Ha scatenato, a mio parere, giuste polemiche il fatto che, a Roma, lo scorso gennaio, sia stato "ruinianamente" organizzato e certificato con atto notarile un "Comitato di cattolici per il sì, al referendum sulla magistratura".
Ha ben spiegato a Famiglia Cristiana il cattolico Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato della Società Civile per il No al referendum sulla giustizia: «Sotto lo schiaffo dell’azione disciplinare mi chiedo se i magistrati potranno fare inchieste come quella sulla P2, sulle stragi di mafia, sulla corruzione. E da cattolico, ribadisco: «Impegnàti in prima persona, non per appartenenza religiosa»
Qui il link all'intervista: urly.it/31f5r0
Anche il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, a differenza di quanto successe nel 1974, ha preso, a nome di tutta la sua organizzazione, una posizione inequivocabile a favore del No, ben espressa al quotidiano: Domani: urly.it/31f5rb
Chi volesse approfondire ulteriormente il percorso del referendum sul divorzio può leggere l'intero articolo della rivista Confronti a questo link:
https://confronti.net/2014/04/1974-quel-benedetto-referendum-sul-divorzio/
Di seguito, sempre tornando al 1974, il testo completo dell'Appello dei cattolici per il NO, ancora attualissimo rispetto ai temi della laicità della politica e della convivenza civile.
Francesco Lauria
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APPELLO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI PER IL NO NEL REFERENDUM
17 febbraio 1974
Uniti da una comune adesione ai valori della democrazia, pure nella diversità di orientamenti politici e di esperienze individuali, crediamo di dover portare un contributo al dibattito in corso nel Paese nell'imminenza del referendum.
La scelta proposta agli elettori italiani nella scheda è all'apparenza semplice e chiara: "sì" all'abrogazione e il divorzio sarà cancellato; "no" e il divorzio resterà.
Si tratta in realtà di una scelta sommaria e astratta: nulla dice sulle condizioni di vita che realmente contano per l'unione o la disunione delle famiglie, nè si preoccupa di che cosa accada quando un matrimonio è fallito. I promotori del referendum si curano solo che nella legge italiana stia scritto che il matrimonio è indissolubile: vogliono un "modello" e solo su questo chiamano l'elettorato a decidere, come se un modello giuridico determinasse, per sè solo, la realtà.
Il modello di matrimonio in vigore dino al dicembre 1970, quando fu approvata la legge Fortuna, non ha ispirato una politica capace di rispondere alle esigenze della famiglia, nè ha impedito profonde trasformazioni di costume. Ripristare ora quel modello giuridico non rappresenta una risposta costruttiva ai problemi della famiglia; potrebbe anzi essere un alibi, per credere di aver tutto risolto.
Per la vita familiare in senso stretto non ci aspettiamo gran che di bene, nè grandi mali, dall'esito del referendum. Ben più gravi sono invece le nostre preoccupazioni per il significato politico generale di questo referendum. Il successo della iniziativa abrogazionista potrebbe dare infatti spazio a operazioni politiche pericolose per le libertà civili e per lo sviluppo della democrazia italiana.
Riteniamo perchè necessario rivolgere un duplice appello:
A tutti i democratici di fede cristiana, affinchè rifiutino colo loro voto la proposta abrogazionista, affermando così valori di convivenza civile e di libertà religiosa essenziali in una società pluralista e democratica. Sentiamo tutta la responsabilità di questa scelta, ma nella nostra coscienza, riteniamo di doverla compiere e proporre per concorrere al bene comune.
Il principio morale e religioso dell'unità della famiglia e dell'indissolubilità del matrimonio può e deve essere custodito e rafforzato con valore, ma non può essere assunto in maniera intransigente dalla legge civile così da escludere che la legge stessa possa prevedere casi di scioglimento allorchè il matrimonio, di fatto, è fallito.
Il rifiuto dell'abrogazione servirà a sbarrare la strada ad ogni utilizzazione del referendum in senso conservatore e autoritario e al tentativo dei fascisti di reinserirsi nella vita politica del paese.
Alle forze politiche divorziste, affinchè confermino e chiariscano l'impegno a promuovere domani in parlamento, vinta civilmente la prova del referendum, una politica sociale e un diritto di famiglia che meglio tutelino, insieme al coniuge più debole e ai figli minori, esigenze di coscienza oggi trascurate e che hanno bisogno di un solido fondamento anchenella tradizione religiosa del popolo italiano.
Il miglioramento della legislazione divorzista, che già si sarebbe ottenuto senza la rigidità che il referendum ha introdotto nella dialettica politica e parlamentare, è di fatto largamente maturo nelle coscienze più responsabili dei vari settori di opinione.
Esso sarà possibile domani senza traumi e umiliazioni per nessuno: nella Repubblica italiana è possibile attuare una politica della famiglia, una politica socile e un rapporto fra Stato e Chiesa, complessivamente e coerentemente degni della nostra Costituzione e della Chiesa dopo il Concilio.
A quanti condividono la nostra proposta chiediamo un contributo di idee e di iniziativa per una scelta democratica nel referendum e oltre il referendum.
Tra i primi firmatari dell'appello figurano:
Sabino Samuele Acquaviva, Franco Bassanini, Paolo Brezzi, Piergiorgio Camaiani, Luigi Frey, Giancarlo Lizzeri, Giancarlo Mazzocchi, Pietro Paolo Onida, Valerio Onida, Ettore Passerin d'Entreves, Luigi Pedrazzi, Paolo Prodi, Pasquale Saraceno, Pietro Scoppola, Tuttlio Tentori, Francesco Traniello, Tiziano Treu, docenti universitari; Enzo Bertuccelli, Lino Bracchi, Pierre Carniti, Mario Colombo, Eraldo Crea, Cesare Del Piano, Luigi Macario, Mario Manfredda, Idolo Marcone, Vittorio Meraviglia, Luigi Paganelli, Nino Pagani, Guido Pasqua, Marcello Ponzi, Stelvio Ravizza, Manlio Spadonaro, sindacalisti della CISL; Piergiorio Agnelli, Geo Brenna, Angelo Cozzarini, Emilio Gabaglio, Gabriele Gherardi, Michele Giacomantonio, Paola Gorla, Renato Morandina, Giuseppe Reburdo, dirigenti delle ACLI; Nuccio Fava, Laberto Furno, Raniero La Valle, Dina Luce, Ettore Masina, Francesco Mattioli, Ruggero Orfei, Mario Pastore, Pietro Pratesi, Giancarlo Zizola, giornalisti; e inoltre: Giuseppe Alberigo, Giorgio Battistacci, Franco Briatico, Pasquale Colella, Benedetto De Cesaris, Angelo Detragiache, Nando Fabro, Giuseppe Farias, Paola Gagliardi, Angelo Gennari, Sandro Magister, Sergio Mariani, Gian Paolo Meucci, Stefani Minelli, Gino Montesanto, Italo Moscati, Franco Pasinello, Alfonso Prandi, Ezio Raimondi, Angelo Romanò, Sandro Zambetti, Andriana Zarri.

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