“Ciao Federica, ma tu non pensi che nella vicenda di Simona, abbiamo davvero perso tutte? Che non abbiamo saputo ascoltare, dialogare, proteggere, tutelare?”
Le due donne
si sono ritrovate a pranzo a discutere di un fatto che ha sconvolto e scompaginato,
da diversi mesi, il sindacato della loro città. Ambito in cui, da molti anni, da
quando erano giovanissime, entrambe operano, pur in settori diversi.
Il
fallimento, comunque la si pensi sul caso specifico, è davvero di fronte agli
occhi di tutte e di tutti, così come il paradosso di un luogo, uno spazio, una
comunità che dovrebbe tutelare il lavoro e la persona e che, invece, almeno in
quel caso, ha frantumato la vita.
“No Giovanna, risponde senza guardarla negli
occhi Federica, non lo penso.
Io ho fatto semplicemente quello che
mi è stato detto perché sono una donna di organizzazione. Non mi sono fatta e
non ho fatto domande. Fai così anche tu, credimi, ti conviene. Siamo in regime
di patriarcato, ricordalo”.
Non è facile
buttare giù il pranzo, in quella pausa strappata alle incombenze quotidiane, nella
tavola calda non proprio vicina alla sede, scelta di comune accordo, per non
essere visibili agli occhi e alle orecchie del chiacchiericcio.
E dei capi.
Si perché è
facile parlare e sparlare, più difficile è agire, vedere, interrogarsi, ascoltare
e ascoltarsi davvero. Dialogare.
È molto semplice
anche condannare, magari diffamare, prendere la strada più comoda, non approfondire,
non fare domande. Appunto.
“Ma si dai - dice spietato il chiacchiericcio - alla fine magari se l’è cercata. Chissà quali altri fatti nascosti non conosciamo, perché farci domande, perché provare a vedere, a capire, a iniziare a risolvere prendendosi cura? Non conviene a nessuno/a…"
È un dialogo
immaginario (anche se non troppo), in un luogo immaginario (anche se non
troppo), in un sindacato immaginario (anche se non troppo).
Me lo ha
ispirato la recente lettura della recensione su un quotidiano del film, opera
prima di Juan Pablo Sallato, intitolato: “Hangar
Rojo”.
Un film, sul
Cile del golpe del 1973 e sulla violenza del potere, che è stato presentato
nella sezione “Perspectives” che la
Berlinale ha voluto dedicare proprio alle opere prime.
Un film in
bianco e nero, come il dialogo che ho immaginato (ma non troppo) e che si
sviluppa appunto nel momento del colpo di stato e dell’assassinio di Salvador
Allende.
Il
protagonista è un ex capo dei servizi segreti dell’aeronautica militare al quale
viene chiesto di trasformare l’accademia dei giovani cadetti in un centro di
detenzione e tortura.
Si tratta proprio
dell’Hangar Rojo del titolo.
Come è
scritto nella recensione, di fronte a una scelta che di fatto è impossibile, perché
la sua condizione è obbedire agli ordini, l’uomo evita inizialmente il
confronto con quanto accade, anche perché la situazione peggiora con l’arrivo
di un suo antico rivale.
Ma per quanto
si può sostenere ciò che accade lì dentro?
Mentre i
camion continuano ad arrivare pieni di prigionieri e il regime mette in atto i
suoi massacri il capitano (Nicolas Zarate) deve prendere una decisione sulle
sue scelte e responsabilità.
Il film, è questo
il suo principale pregio, prova a rimanere, nella sua narrazione, all’interno
della macchina del potere.
Il protagonista
è ispirato a una figura reale che ha collaborato all’opera fino alla sua morte,
avvenuta nel 2024 mentre il lungometraggio, peraltro co-prodotto in Italia, si
ispira anche al libro di Fernando Villagran Disparen
a la Bandada, volume che si concentra sulle contraddizioni all’interno dell’esercito
cileno (molti militari finirono in carcere, torturati o in esilio).
Dove sta nel
racconto la realtà? Dove si colloca la verità nella sua sostanza profonda?
Ma
soprattutto, quali sono le conseguenze di “eseguire
gli ordini”, magari di essere, uso il lessico sindacale, non militare, “donne e uomini di organizzazione?”
Sono stato pesantemente criticato per questo, ma non ho alcun problema a ripeterlo, è scritto anche nella
recensione del film, si tratta di frasi in cui risuonano gli echi sinistri degli
Eichmann e della "banalità del male" di ogni tempo.
E ciò è valido
soprattutto quando c’è la consapevolezza dell’orrore.
Scrive il
regista nelle note alla sua opera: “Mentre
il Paese crolla sotto il peso del colpo di Stato militare, il film osserva quel
momento fondante di orrore, quando l’apparato repressivo non ha ancora preso
pienamente forma. Qui non ci sono eroi, solo uomini intrappolati tra la logica
del potere e il peso della colpa, e uno spettatore invitato a guardarsi allo
specchio e a chiedersi quale ruolo avrebbe svolto”.
Già, ma noi,
sinceramente, onestamente, quale ruolo avremmo svolto?
Soprattutto, quale ruolo svolgiamo, qui ed ora, nelle nostre vite?
Che ruolo
giochiamo “nei silenzi dei non detti”, “nelle
complicità ambigue”, “nelle posizioni scomode”?
Il film pone
più domande delle risposte che dà.
Per un’opera
cinematografica, pur ispirata ad un periodo reale e ad una storia vera, è un
bene.
Ma le
domande precedenti rimangono ad interrogarci nella nostra storia. La nostra storia di
vita, il nostro presente, l’immaginazione del nostro futuro.
Personalmente,
in questi mesi, ho sperimentato la violenza cieca del potere, pur trovandomi in
un’apparente democrazia, non nel Cile di Pinochet.
Ho
sperimentato il silenzio complice, la macchina del fango, la scelta dello stare
comodi, del non ascoltare, soprattutto, anche da posizioni differenti, del non
dialogare.
Tutto questo
l’ho visto, l’ho vissuto su di me, proprio sopra di me, schiacciato, annientato, frantumato, ma l’ho
visto realizzato anche su altre e su altri che si trovavano nelle mie stesse, o
simili, condizioni.
Sono
abbastanza certo che il “vedere la ferita dell’altro o dell’altra” molto più che il subire la mia, mi abbia, spero non
provvisoriamente, aperto gli occhi, il cuore, la mente.
È vero,
spesso siamo immersi in sistemi di potere (il capitalismo è il più ampio, poi ci sono le
organizzazioni) che sembrano, davvero, senza via di uscita, senza vie di fuga.
Ogni risposta,
peraltro, non è semplice, né banalmente moralistica.
Quante
volte, infatti, non abbiamo visto, o meglio, non abbiamo voluto vedere?
Cominciare a
riflettere è un punto di partenza che deve aiutarci a iniziare a convertire il
nostro sguardo.
La paura si può
superare se impariamo a non rimanere soli. E, ad esempio, sindacato significa: "fare, essere giustizia insieme".
Almeno possiamo provarci, ricordandoci che l’eresia, che in greco antico significa principalmente “scelta”, è sempre un’opzione possibile. Non solo per gli eroi, ma per tutte/i le donne e gli uomini che: "ci credono ancora".
Francesco Lauria



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