"Figlia di una vestaglia blu", il primo libro di Simona Baldanzi è uscito esattamente venti anni fa.
Io ero a Roma, al Cesos, come "stagista" (senza rimborso) e davo il cambio al fiorentino Alberto Gherardini, oggi stimato docente di relazioni industriali presso l'Università degli Studi di Torino.
Simona e Alberto erano stati compagni di Università a Firenze e Simona, già nei suoi primi racconti, ingegnava sempre uno scherzo al futuro professore, comune amico: lo faceva apparire fugacemente, proprio come Hitchcock nei suoi film.
Incuriosito da Alberto, corsi subito in libreria in Piazza Fiume, a Roma, a comprare il romanzo di Simona.
Il testo racconta una storia raccolta attraverso la tesi di laurea dell'autrice, quella delle "tute arancioni", gli edili, le talpe moderne che hanno scavato invisibili, devastando il territorio, l'alta velocità tra Firenze e Bologna, infrastruttura che tutti noi usiamo.
Ascoltando le tute arancioni Simona è ritornata alla storia operaia di sua madre, lavoratrice della Rifle (letto come si scrive nel Mugello, la sua terra): una vestaglia blu, appunto.
Mi innamorai subito di quella storia, o meglio, di quelle storie e del modo di scrivere di Simona (e di parlare, ascoltatela nel suo intervento a Firenze).
Rifle è anche il nome di un fucile. La mamma per la piccola futura scrittrice stava: "in catena" e, insieme alle altre colleghe, viveva in prima persona tante altre parole di lavoro e di guerra.
E se anche la Pace, ogni Pace, porta con sè le proprie ferite, la guerra del lavoro di Simona, bambina degli anni Ottanta, è quella di chi ha visto e subìto, anche negli occhi dei propri genitori e della propria comunità, il declino, la sconfitta della forza operaia.
Il racconto che usciva allora fuori, però, era sempre quello maschile delle tute blu (pur in sventura).
Le "vestaglie blu", come la mamma di Simona, novecento donne operaie tessili solo a Barberino del Mugello, erano, invece, invisibili, proprio come lo sarebbero stati, anni dopo, i minatori, le talpe arancioni.
La nostra scrittrice racconta anche della tessitura di un sogno per il nuovo mercato della quasi ex Jugoslavia, un sogno spedito via Trieste, via babbo magazziniere, il suo.
Vale la pena di ascoltarla, viaggiare con lei nel suo Appennino (che è un po' ora anche il mio..) e seguire il suo racconto.
I suoi tanti profondi racconti che hanno anche incontrato, non senza ferite, il sindacato, non sulle montagne, ma nella piana pratese, a partire dai temi, delicati e violenti, della salute e della sicurezza.
Un sindacato, questa volta parliamo della Cgil, che i dirigenti tendono a portare avanti soprattutto con i protocolli e i tavoli e che Simona ha sempre, invece, preferito organizzare, respirare ai cancelli delle fabbriche.
Anche quelle piccole, piccolissime...
https://www.youtube.com/watch?v=YG1eBUTZffU&t=634s


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