Dopo il “caso Lauria” si è tenuto a Firenze un incontro nazionale su una nuova rappresentanza possibile.
Dove va il sindacato, in Italia e nel mondo? Perché si ha sempre più l’impressione che non sia più in grado né di rappresentare efficacemente il lavoro (o i lavori…) né di costituire un baluardo di partecipazione di fronte all’incombente declino, generale e generalizzato, della democrazia?
Come rigenerare meccanismi, processi, spazi e tempi per una necessaria e urgente inversione di rotta?
Di tutto questo si è discusso lo scorso 31 gennaio a Firenze, in una sala posta sul percorso che, dal capoluogo toscano, porta a Fiesole e a Barbiana, a poche centinaia di metri dalla Badia Fiesolana dove ha operato padre Ernesto Balducci.
Una sfida: pochi, pochissimi passi dal Centro Studi Cisl di Fiesole, un tempo luogo di elaborazione, dibattito e formazione libera e che, in questi mesi, ha visto prima il procedimento disciplinare e poi il licenziamento (prontamente impugnato), voluto e firmato dalla leader Cisl, Daniela Fumarola, di Francesco Lauria, ricercatore e formatore, responsabile dei rapporti e dei progetti internazionali proprio del glorioso Centro Studi.
L’incontro è stato organizzato dalle associazioni ‘Prendere Parola’ (un nome che fa eco a don Lorenzo Milani e alla sua scuola), presieduta dall’ex segretario generale Cisl, Savino Pezzotta, e ‘Sognare da Svegli’ (realtà nascente che riprende nel nome un’espressione abituale dell’indimenticato segretario generale Cisl, Pierre Carniti).
L’iniziativa è stata strutturata in due sessioni: la prima dedicata alla crisi della democrazia e della partecipazione, al sempre più forte “patriarcato” imperante non solo nelle relazioni tra le persone ma nei meccanismi organizzativi, persino in quelli istituzionali; la seconda rivolta, più specificamente, al declino del sindacato, della contrattazione, della rappresentanza del lavoro, così evidente a partire dalle filiere del tessile e della logistica ma anche considerando il caporalato agricolo ed edilizio. E non solo.
Numerosi i relatori: dal docente dell’Università di Parma, Marco Deriu, all’ex leader del consiglio di fabbrica di Mirafiori, Adriano Serafino, ad una dirigente pubblica come la “pasionaria” Simona Laing, fino a Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara, sindacalista Cgil a livello nazionale e saggista, Simona Baldanzi, scrittrice e già sindacalista, a Mattia Scolari, leader di un sindacato di base, la Cub di Milano, che pur ispirandosi alla migliore tradizione della Fim e della Cisl degli anni ruggenti, sperimenta ogni giorno la difficoltà di rappresentare il lavoro di fronte a regole della rappresentanza inique, antidemocratiche e penalizzanti, a tutto vantaggio di un sindacalismo “istituzionale” spesso assente, talvolta complice.
Si legge nel documento che ha accompagnato l’incontro di Firenze: “la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma.
La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo e l’economia di guerra, alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, strumento di pace, pur senza trascendere, senza minimamente archiviare il conflitto, quando necessario”.
Le due associazioni promotrici hanno poi sottolineato che “la diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato sono spesso messe in discussione più della sua utilità concreta”.
Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane, gesti di solidarietà informale e strategie silenziose, rappresentano micro-resistenze reali.
Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale e non solo, è uno degli obiettivi scaturiti dall’incontro: è necessario trasformare l’impegno dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.
Negli ultimi decenni, la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in strumento di carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale, ispirandosi ai modelli e ai “santi minori” del sindacalismo italiano: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, abolendo oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori.
Proprio per questo durante il convegno è stata ricordata la figura del sindacalista milanese Sandro Antoniazzi, uno dei leader della sinistra sindacale, scomparso lo scorso luglio, subito dopo aver dato alle stampe una splendida autobiografia intitolata, non a caso: “Combattere la bella battaglia. Il sindacato come soggetto di trasformazione della società”.
La decisione collettiva non può che nascere dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo contrattazione e coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.
Il futuro del sindacalismo (ma anche della politica e dell’associazionismo) non può essere la mera sopravvivenza. Per restare rilevante, per contribuire, più in generale alla rigenerazione della democrazia, il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. Solo così il sindacato – “fare, essere giustizia insieme” – potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.
Bisogna però essere disponibili a pagare dei “prezzi”. Ha ricordato la dirigente pistoiese Simona Laing nell’aprire i lavori: “Rigenerare significa ripartire, riconoscere il buono che c’è. Si rigenera attraverso il nutrimento e la cura del vivente. Il buono va visto e si rigenera attraverso il conflitto costruttivo”. “Edgar Morin – ha continuato Laing – ci invita a ‘rigenerare le menti’, a ricostruire una piattaforma valoriale. Fratellanza e solidarietà non sono parole fuori moda e la violenza non porta a nulla”. “Il cambiamento – ha infine affermato Laing – si genera rischiando un po’ di noi…”.
Savino Pezzotta, già segretario generale Cisl, ha invece invocato un sindacato che “reimpari a disobbedire e a dire di no anche per ritornare soggetto politico”.
Simona Baldanzi, scrittrice ed ex sindacalista Cgil, ha raccontato la sua difficile esperienza nella piana pratese, a partire dai temi, delicati e violenti, della salute e sicurezza, spesso di fronte a dirigenti tesi a portare avanti soprattutto protocolli e tavoli, invece che organizzare, respirare i cancelli delle fabbriche, comprese quelle più piccole.
Mattia Scolari, segretario generale Cub Milano, ha allargato lo sguardo, raccontando la nuova linfa del sindacalismo negli Stati Uniti (a partire dal settore dell’automotive), ricordando anche il fatto che Tiziano Treu scriveva, negli anni Settanta, su come la nostra Costituzione riconosca il “diritto al conflitto”. Certo un conflitto pacifico e nonviolento, ma un conflitto che nasce da un sindacato partecipato e democratico al proprio interno. Ma quale sindacato, quale sindacalista e quale sindacalismo nel tempo della frammentazione assoluta e pervasiva del lavoro? Scolari ha raccontato la sua esperienza nei settori del commercio e del turismo, due ambiti in cui i diritti sono calpestati e la sindacalizzazione è difficile e scarsa.
Infine Francesco Lauria, nel suo intervento, ha incluso parole, considerazioni e speranze di diverse sindacaliste e diversi sindacalisti che ha incontrato in questi ultimi difficili mesi ed ha sottolineato: “Forse una transizione ecologica e democratica comincia anche da qui: dall’imparare ad ascoltare non solo le voci che parlano, ma i silenzi che ci interrogano. I silenzi dei territori feriti, delle generazioni future, dei viventi che non hanno linguaggio politico ma condividono il nostro stesso destino. Uno sguardo davvero democratico non è solo inclusivo: è responsabile anche verso ciò che non può difendersi, né rappresentarsi da sé”.
La relazione di Lauria si è sviluppata in tre parti: la prima dedicata a una nuova “armonia degli sguardi”; la seconda al rapporto tra “politica e potere”, senza dimenticare la dimensione della violenza; la terza e ultima, sempre accompagnata dalla metafora dello sguardo e del volto, relativa ad una desiderabile: “rivoluzione e rivolta della Speranza”.
E ora? Mentre prosegue, anche nei territori, l’attività dell’associazione ‘Prendere Parola’ è stata fissata (online) l’assemblea nazionale di lancio dell’associazione ‘Sognare da Svegli’.
L’appuntamento, per una nuova “primavera sindacale” è previsto, non casualmente, dalle 10 alle 12 del prossimo sabato 21 marzo.
(I video degli interventi dell’incontro di Firenze sono reperibili sul canale Youtube: “Il Buon Lavoro”: https://www.youtube.com/@IlBuonLavoro )
Per leggere il numero 3 di Sinistra Sindacale (si segnala, tra gli altri, un articolo di Mao Valpiana su Alexander Langer): https://www.sinistrasindacale.it/category/2026/numero-03-2026/
Per leggere questo articolo su Sinistra Sindacale:

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