«Se dunque presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Matteo 5,23-24).
Questo brano, tratto dal Vangelo di Matteo, è stato letto nelle Chiese la scorsa domenica, l'ultima del tempo ordinario prima dell'inizio della Quaresima.
Il testo, come ha ricordato don Umberto Cocconi a Parma, è un ordine preciso che non ammette compromessi, una priorità assoluta: prima la riconciliazione, poi il resto.
Ha continuato don Umberto nella sua omelia, pubblicata anche dalla Gazzetta di Parma:
"Perché? Perché tra noi e il nostro prossimo si è creato un muro. Il problema non è nemmeno che io abbia qualcosa contro di lui.
Il testo dice una cosa ancora più scomoda: «se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te». Non basta sentirsi innocenti e dire: “Io non ho fatto niente”.
Se agli occhi dell’altro io sono diventato un nemico, ho ferito, ho deluso, oppure ho creato una distanza, allora la mia preghiera non può essere tranquilla. Prima devo cercare il suo perdono.
Questa pagina del Vangelo non parla di teorie astratte, ma di vita quotidiana. Parla di: litigi in famiglia, silenzi che durano anni, parole che non si riescono a ritirare, tradimenti, piccole o grandi ferite, amicizie spezzate.
Gesù non dice: “Prega e tutto si sistemerà”. Dice: «Va’». Cioè: alzati, esci, fai il primo passo, senza aspettarti che l’altro venga da te.
Questo capovolge - ha concluso Don Cocconi - la logica dell’orgoglio. Perché quasi sempre pensiamo: “Se vuole, venga lui a chiedere scusa”. “È lui che ha sbagliato”. “Io non ho niente da farmi perdonare”.
Ha ammonito Don Umberto nella sua predica: "il Vangelo non entra in discussioni. Non fa processi. Non stabilisce chi ha torto e chi ragione. Dice soltanto che la relazione vale più del rito."
Domenica scorsa, dopo tanti giorni di pioggia, a Parma c'era un bellissimo sole.
Alla Chiesa di San Pellegrino la Messa domenicale si svolge piuttosto tardi, alle 11.15, e io, dopo una lunga camminata con un amico, ci sono arrivato passando, deviando volutamente, dall'Oltretorrente, il quartiere storico e oggi multiculturale e multietnico della mia città (ricordate la barricate antifasciste del 1922 e le scritte sui muri dedicate al trasvolatore mussoliniano Italo Balbo: "Hai attraversato l'oceano, ma il torrente Parma no!?").
Mentre attendevo altre persone che avrebbero raggiunto la Chiesa in macchina, avendo un po' di anticipo, mi sono seduto all'aperto, su una panchina del giardino della parrocchia.
Don Umberto non c'era, stava terminando di celebrare l'Eucarestia a San Giacomo, ormai i preti sono così pochi, che non possono certo adagiarsi...
Ma c'era Adam, il cane di don Umberto, che già mi conosceva, e che ha meritato persino un ampio articolo sul quotidiano della mia città:
Adam è un pitbull, lasciato a Don Umberto, da una delle tantissime persone in ricerca di aiuto, che, da sempre, si rivolgono a lui.
Una razza "maledetta", si direbbe. Invece, come tutti sanno a San Pellegrino e non solo, Adam è il cane più affettuoso del mondo.
Mi ha subito distolto dalle mie austere letture e ha cominciato a leccarmi la mano, senza aspettarsi nulla in cambio, nessun croccantino, solo sorrisi e carezze.
Un cane fragile, lasciato da una persona fragile, eppure così pieno di esuberante e gratuita gioia che non può non allargarti il cuore e aiutarti a trascinare via il dolore, il risentimento, la rabbia, il silenzio, l'asserita e assoluta sensazione di avere ragione.
E' con questo intendimento, con questa Gioia e Speranza che inizio la Quaresima, cammino paziente non di espiazione, ma di vera liberazione, verso la Rigenerazione, la Resurrezione.
Questi ultimi otto mesi di conflitto all'arma bianca con la Cisl hanno portato, volenti o nolenti, alla distruzione, disintegrazione di tantissime, anche consolidate, antiche relazioni.
Certo, ci sono stati anche nuovi incontri, nuove speranze, nuove ferite condivise, nuovi sogni sognati da svegli.
E' chiaro, lo voglio dire chiaramente, che la riconciliazione non può prescindere dalla Verità e dalla Giustizia.
Ma, ho imparato studiando la "giustizia riparativa" e anche quella "trasformativa" (ancora più difficile e complessa) che, anche in un rapporto di conflitto, non può mancare la ricerca della relazione.
So che non riuscirò a scalfire del tutto il muro assordante del silenzio.
So anche che non bastano, non sono sufficienti, le parole.
Però, senza assolutamente rinunciare, anzi impegnandomi ancora di più ogni giorno, quotidianamente, per la ricerca della Verità e della Giustizia (non della Vendetta) io sono disponibile, anzi mi sento proprio alla ricerca di riprendere la relazione.
Sono pronto a comprendere il silenzio, le paure, le fatiche, il disagio, le ragioni dell'altro/a.
Non tanto dell'organizzazione, sinceramente, ma delle persone sì.
Ho, infatti, girato decisamente pagina, anche sindacalmente.
Ha concluso così Don Umberto Cocconi la sua omelia, domenica scorsa:
"Perché quando tra noi regna la Pace: il mondo cambia, il cuore si alleggerisce, l’anima si libera. Il rancore, invece, ci imprigiona. Il non perdono consuma le energie, avvelena i pensieri, rovina le giornate.
Gesù non chiede la riconciliazione per farci sentire in colpa. La chiede per renderci liberi. Forse, alla fine, l’altare più importante non è quello di pietra nelle chiese, ma quello invisibile delle nostre relazioni."
Queste parole, almeno per me, sono state come un farmaco del cuore, mi hanno reso, se non felice (no, non sono felice), contento.
L'orizzonte, infatti, non sono più io con la mia ferita.
Ma l'altro/a, con tutto quello che ha dentro. O meglio l'altro/a insieme a me, reciprocamente: "negli occhi".
Noi.
Nella piena consapevolezza che è possibile scoprire, vivere tutto questo, solo con una relazione che crei legami non tossici, ma che rappresentino, in una Verità ostinatamente condivisa, straordinari strumenti, orizzonti e compimenti di Dialogo e di Pace.
Francesco Lauria
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