Cara Daniela,
negli ultimi due anni, come in parte sai, ho letto, sempre con interesse, tutto quanto da te scritto.
Apprezzo sia il tuo impegno filosofico da un punto di vista scientifico, sia la matura riflessione pacifista, sia il coinvolgimento professionale e civile contro la violenza di genere, in tutte le sue forme.
Per quel poco che posso conoscere di fronte ai miei quattordici anni vissuti a Pistoia, aggiungerei, in punta di piedi, che l'essere, per te libera da vincoli istituzionali e il vivere prevalentemente fuori dall'agorà politica pistoiese (e in questo non c'è un giudizio sulla sua esperienza amministrativa che conosco troppo poco) mi aveva dato l'impressione di averti messa in condizione di poter esprimere al meglio il tuo potenziale culturale e sociale e, soprattutto, il tuo giudizio critico.
In quest'ultimo anno, di fronte a più di un episodio di molestie o, addirittura di violenza, avvenuti in ambito lavorativo e associativo nei confronti di donne, lavoratrici, attiviste, oltre, ovviamente, ad agire, mi sono profondamente, radicalmente interrogato.
La mia prima reazione, pur in buona fede, è stata profondamente sbagliata: mi sono sentito il principe azzurro sul cavallo bianco che andava a difendere una, o addirittura, più fanciulle in difficoltà.
Donne oggetto di "tutela" e non soggetto della loro liberazione, attraverso dignità, proprie parole, resistenza, stracolma di coraggio, nei confronti di episodi continui, reiterati e infamanti di "vittimizzazione secondaria".
Ho capito, e ho sofferto tantissimo per questo, che, pur combattendo la violenza di genere e, anche, i meccanismi di potere patriarcali che la sorreggevano, io stesso, maschi, bianco, occidentale, italaino, ero prigioniero degli stessi pregiudizi, non ne ero completamente libero.
Ma ho anche constatato sul campo che i meccanismi maschili del potere, paradossalmente, non sono automaticamente assenti nel genere femminile.
La violenza di genere, così come il femminismo (almeno oggi) non si combattono con politiche "separatiste", ma come dici tu, Daniela, con rinnovate e radicali alleanze e convergenze.
Ho conosciuto Pistoia, per la prima volta, ben prima di trasferirmici, all'inizio degli anni Duemila, quando, giovanissimo, ho svolto una ricerca nazionale ed europea sull'integrazione socio-lavorativa degli immigrati in Toscana e sulla lotta alle discriminazioni, sul lavoro e non solo.
Allora Pistoia era conosciuta in tutta Italia per un, pur piccolo, fiore all'occhiello che è stato sventuratamente perduto, ancor prima dello svuotamento delle Province: il "Centro Antidiscriminazione".
Un'esperienza, certo, istituzionale (che si collegava, in un'ottica positiva, con il Centro Migranti del Comune, anch'esso scomparso...) ma che aveva il pregio di coinvolgere la società civile e anche i comuni più piccoli, montagna pistoiese compresa.
Studiai a fondo il caso di una doppia discriminazione (immigrato e gay) che il Centro aveva accompagnato egregiamente, non rapportandosi a un oggetto di tutela, ma sostenendo la soggettività di un cittadino (giovane uomo in questo caso) che vedeva minacciata la sua dignità, proprio dagli stessi pregiudizi e meccanismi di potere patriarcali che offendono, discriminano, colpiscono le donne.
Siamo in un paese, ricordiamolo tutti e tutte, che ha dovuto attendere, esattamente cinquanta anni fa, il 1976, perchè, con Tina Anselmi, una donna fosse finalmente proclamata, per la prima volta, Ministra. E altri tre anni per vedere, un'altra grande donna, Nilde Iotti presiedere la Camera dei Deputati.
Non parliamo dell'accesso, nel nostro Paese, delle donne alla Magistratura, perchè, davvero, c'è da rabbrividire.
In questi tempi, anche per correggere il mio approccio troppo paternalista e prigioniero degli stereotipi, ho conosciuto associazioni come: "Maschile plurale - Uomini contro la violenza" che mettono davvero in discussione, a partire da una riflessione maschile di genere, i pilastri della violenza sessista.
Scrivo tutto ciò perchè, sinceramente, ho trovato strumentali le ragioni del tuo sostegno a Stefania Nesi in cui hai denunciato il fatto che molti (molte?) non la sosterrebbero in quanto donna, alle primarie del 12 di aprile.
Nel tuo scritto hai elencato il tema dei c.d. "padrini" di Stefania Nesi per i quali lei sarebbe stata attaccata e, sostanzialmente, non presa sul serio quando è: "uscita dal gruppo" per candidarsi.
Al di là che ci siano oggettivamente almeno quattro ex sindaci (maschi, ovviamente) che, platealmente o meno, sostengono, in piena legittimità, per carità, una candidatura, come quella di Stefania Nesi, mi sembra, invece, evidente che chi abbia subito una reiterata speculare e molto grave macchina del fango sia stato, al contrario, Giovanni Capecchi.
Capecchi è stato descritto e additato prima come un: "servo dei vivaisti", poi come un "potenziale distruttore di ospedali", poi come un ecologista estremista che mangia gli scarafaggi, poi come un: "professorino all'Estero" (magari confondendo Perugia con qualche omonimo piccolo centro nel pieno degli Stati Uniti...), infine, più recentemente, come un approfittatore, dispensatore di bandi pubblici (senza minimamente conoscere, se in buona fede, come funzioni un organo collegiale non esecutivo di una Fondazione Bancaria).
In tutti questi ambiti Giovanni Capecchi ha sempre risposto con il Noi, mai con l'Io.
Con la gentilezza e mai con la rabbia. Con l'abbraccio e mai, ostinatamente mai, con i pugni.
Ha dimostrato una "forza dolce", una capacità di ascolto e di dialogo, atteggiamento nonviolento, nei confronti degli attacchi ricevuti in prima persona, ma anche da Stefania Nesi.
Se la libertà femminile, come scrivi tu, non è solo quella delle donne, ma di chi esce dal gruppo, dalle logiche di dominio, penso che Giovanni Capecchi sia uscito, certamente non da ora, totalmente dal gruppo di chi difende, vive, si nutre di una cultura patriarcale.
Di un "potere su", dominio, appunto, per preferire un "potere per", meglio ancora un "potere con": i cittadini e le cittadine, in una logica di democrazia partecipativa.
Lo si è visto anche nell'approccio ai dibattiti in cui, anzi, rispetto ai toni della sua competitor, è stato accusato, anzi, di essere stato troppo pacato e riflessivo, magari, persino, troppo poco virile.
Sono contento che Stefania Nesi, pur rimanendo chilometri e chilometri, a mio parere, al di sotto della visione di Giovanni Capecchi della città, abbia condotto una più che buona campagna elettorale, smentendo i frettolosi giudizi che molti, me compreso, avevano mal speso su di lei.
E sono anche convinto che, non come ancella, ovviamente, potrà dare un ottimo contributo alla prossima amministrazione comunale che tutti e tutte, speriamo, torni di centrosinistra.
Però, cara Daniela, se mi chiedi chi, in questa campagna elettorale, sia stato il candidato/la candidata, autenticamente femminista, con la costruzione di ponti e non di muri, con l'ascolto e non con il profluvio di video e di parole e anche con la sua onestissima comunicazione di non volersi presentare per il consiglio comunale in caso di sconfitta alle primarie, stiamo parlando non di Stefania Nesi, ma di Giovanni Capecchi.
Le parole: mondo, clima, futuro, rigenerazione, ecologia, Gaza, Pace, convivialità delle differenze, fragilità, margini, cultura delle differenze, parità, lotta alle discrminazioni, policentrismo, io le ho sentite, sinceramente, quasi solo da Giovanni durante la campagna elettorale per le primarie.
Infine, quando ho ascoltato Lavinia Ferrari, 24enne pistoiese nel mondo, libera di dire davvero ciò che voleva in Piazza Spirito Santo, nel presentare, lei e non altri, la candidatura di Giovanni Capecchi, non ho avuto, davvero, più dubbi.
Chi vuole davvero cambiare e aprire Pistoia alla soggettività delle donne e degli uomini che si immischiano e si alleano, nel mondo, per rovesciare i meccanismi perversi, negativi e ottusi del patriarcato e per liberare Pistoia dalla cultura della violenza e delle guerra, ha una sola opzione domani:
votare il vero candidato femminista alle primarie: Giovanni Capecchi.
Una scelta che, cara Daniela, con il tuo backgroud politico e pacifista, sinceramente avevo dato per scontato, sbagliando, avresti fatto, davvero a occhi chiusi, anche tu.
Con stima,
Francesco Lauria


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