venerdì 1 maggio 2026

"QUESTA NOTTE MI BASTA DAVVERO SOGNARE". UNA "MAY DAY" CONTRO UN MODELLO PERVERSO, MILITARIZZATO, INGIUSTO.

Quando ho scelto, non senza qualche dubbio, di non passare il primo maggio a Pistoia (e nemmeno a Parma), ma a Milano, l'ho fatto per due ragioni.

Sarebbe stato troppo doloroso e forse anche politicamente incoerente, dopo l'impegno, non solo lavorativo ma anche militante degli ultimi mesi, partecipare ad una iniziativa, pur ampia, organizzata da Cgil Cisl e Uil (in entrambi i cortei, in realtà, i partecipanti vanno dai componenti del centrodestra politico agli antagonisti di sinistra). 

Ma c'era anche una seconda ragione, forse più pratica: il mio lavoro di ricerca storico, di attualità e prospettiva sul sindacato alternativo nel contesto metropolitano, commissionatomi dalla Cub (Confederazione Unitaria di Base) di Milano, sarebbe risultato "monco" se non avessi partecipato, almeno una volta, alla May Day Parade che, ogni anno, Cub, Usi Cit e molti centri sociali milanesi organizzano con la partecipazione di decine di migliaia di giovani.

Un Primo Maggio alternativo, quello di Milano, che ha preceduto, di qualche anno, l'altro grande appuntamento non "istituzionale" che si svolge in Italia in questa data, tra i residui dei disastri ambientali dell'Ilva, a Taranto.

Quest'anno poi il tema scelto dalla Cub, che guida da sempre i contenuti prevalenti della May Day, era solo apparentemente locale: "CONTRO IL MODELLO MILANO".

Un modello che spesso viene preso in giro anche al cinema: quello dell'iperproduttività che si mangia la vita, i sogni, le relazioni.  

Che si mangia il tempo.

Quello, approfondendo, di un'economia predatoria che si basa sullo sfruttamento delle persone, ma anche dei luoghi, del territorio, di tutti gli esseri viventi, quello che, come è noto, rende spesso irrespirabile anche l'aria.

La May Day poi parla da sempre a una città che è cambiata moltissimo: la Milano delle fabbriche, piccole, medie, grandi, familiari e multinazionali, si è trasformata dalla fine degli anni Ottanta nella Milano dei servizi, della tecnologia, della turbofinanza senza frontiere, persino, a tratti, chi lo avrebbe mai detto, del turismo.

Infine quello del 2026, era, per me, anche un Primo Maggio dopo quindici anni esatti da quadro subordinato, vissuto di nuovo da precario, anzi da iperprecario. Non sono più, infatti, il lavoratore a progetto e dottorando di ricerca dei primi anni duemila, ma una partita Iva, sostanzialmente involontaria, sottoposta a tutti i rischi, le fatiche, le salite di questa, chiamiamola imprecisamente, complicata, ma molto ipermoderna, almeno per me, tipologia contrattuale.

Una partita Iva di provincia (registrata a Pistoia) nell'immensa metropoli dagli alti grattacieli, appena uscita dalle Olimpiadi, dicesi Olimpiadi.

Se dovessi usare un'immagine per descrivere il "modello Milano", userei quella delle lotte della Cub, e in particolare di Mattia Scolari, il giovane segretario generale del sindacato.

Mattia è uno che non si arrende mai, nemmeno quando lo portano fuori a forza delle aziende, perchè cerca di sindacalizzare gli addetti alla sicurezza.

In questi mesi, ha rafforzato l'impegno della confederazione di base, attraverso la Flaica, la categoria che segue commercio e turismo, negli alberghi di lusso.

Si, è proprio, pari pari, (senza il famoso boulevard) la Los Angeles di Ken Loach, che, nel bellissimo film Bread and Roses,  racconta le lotte dei lavoratori ispanici immigrati, addetti alle pulizie negli uffici e negli alberghi del centro cittadino, descrivendo lo sfruttamento nel contesto della California del Sud.

La Cub mobilita dal basso le lavoratrici (quasi tutte donne e molte sono ispaniche) degli alberghi dell'iper lusso del modello Milano, quello che espelle i cittadini dal centro storico e spinge sempre più in alto i vetri dei grattacieli (che peraltro hanno bisogno di chi li pulisca), fino al cielo, spesso ingrigito dallo smog.

Non è facile, lo sappiamo, perchè in Italia le regole della rappresentanza nei luoghi di lavoro, sono molto complesse.

Soprattutto dopo gli scellerati referendum di metà anni Novanta, inopinatamente sostenuti anche da parte della sinistra, oltre che attraverso i patti tra sindacati confederali e Confindustria, queste regole (che possono comunque ancora peggiorare) rendono complicatissimo quello che dovrebbe essere semplice come bere un bicchiere d'acqua: permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di scegliersi i propri rappresentanti e dare piena cittadinanza all'azione, in primis contrattuale, di tutti i sindacati veri, rappresentativi anche se conflittuali, non gialli, non corporativi.

Tutto questo è stato descritto benissimo, in preparazione del corteo, da Mattia Scolari nella sua intervista a RaiNews: https://www.rainews.it/tgr/lombardia/articoli/2026/05/a-milano-la-mayday-parade-di-cub-e-centri-sociali-86c5b9a4-11be-4194-9fe4-2b9ec4c46f51.html

Non pensavo davvero, infine, che, durante la May Day mi sarebbe stato chiesto di prendere la parola.

Ero emozionato, mentre Carlos, l'esperto percussionista venezuelano che aveva guidato la parte musicale del corteo, lanciava l'ultima canzone (peraltro una canzone, stranamente in italiano e non in spagnolo, che parlava di andare "oltre l'odio") prima di passarmi il microfono.

Prima di me, oltre ovviamente a Mattia, tra gli altri, erano intervenuti un lavoratore italo-senegalese, impiegato come carrellista da una cooperativa che non gli applica interamente il contratto e Marfgerita, una delle pasionarie di tante lotte della Cub nel mondo della sanità privata, in particolare nel grande ospedale milanese San Raffaele.

Avevo appena fatto una foto con Dionisio Masella, uno dei più stretti collaboratori e compagni di Pier Giorgio Tiboni, storico, grandissimo segretario generale della Fim Cisl di Milano e poi ideatore fondatore della Cub.

Dioniso rappresenta, pur con ammirabile energia e voglia mai sopita di confrontarsi con il nuovo, sempre attraverso l'antica lezione del valore della contrattazione collettiva aziendale, anche la Milano che non c'è più.

Lui, venuto dal Sud, è stato, infatti, uno storico leader operaio del consiglio di fabbrica dell'Alfa Romeo di Arese, una delle tante grandi fabbriche chiuse a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila nel capoluogo lombardo.

Carlos mi guarda e mi dice: "tocca a te companero!"

Decido, quasi sul momento, di non parlare di me.

Mai come quest'anno avrei potuto parlare di licenziamenti discriminatori e illegittimi, di pericolosa solitudine e abbandono del lavoratore, ma anche di bella, abbracciante solidarietà senza confini e senza paura.

Ma voglio parlare della terra dove abito, quella piana che da Firenze, passando per Sesto Fiorentino e Calenzano, arriva a Prato, poi a Pistoia e poi prosegue verso il mare...

Ecco il link: https://youtu.be/nhvHqUur5LU

Non posso non parlare di Luana d'Orazio, di quella stradina della frazione di Oste, nel comune di Montemurlo, a tre brevi curve dalla Provincia di Pistoia.

Luana è morta non come nell'Ottocento, ma ancora prima, vittima di un modello, in questo caso toscano e NON IN UN'AZIENDA A PROPRIETA' CINESE, che preferiva eliminare tutele minime e antiche rispetto alla salute e sicurezza degli orditoi tessili, per produrre di più e più in fretta.

E' la prima fase della fast fashion, del "potere perverso della moda".

Ma Luana, un paio di anni prima del suo tragico omicidio sul lavoro era stata sfruttata, da cameriera in un fast food (e siamo sempre lì...) rivolgendosi al sindacato, all'ufficio vertenze, proprio a Pistoia.

Non era stata sfortunata, semplicemente, nel terziario come nell'industria, aveva sperimentato precarietà e sfruttamento, mancanza di responsabilità sociale nell'erogare gli stipendi, come nell'organizzare il lavoro (e la vita) in fabbrica.

Poi, prendendo spunto dal testo del giuslavorista Danilo Conte, "Il Rumore degli Anni", ho voluto parlare di Bilal, ventenne pachistano, e dei suoi mobili, trasportati e montati in subappalto, tra Prato e Sesto Fiorentino.

Delle sue quindici-sedici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette.

Non c'è solo il Modello Milano, ma esso è inserito in un ben più ampio e pervasivo, globale modello turbocapitalistico mondiale che oggi si alimenta anche dell'economia di guerra permanente.

Insieme ad altro che si può ascoltare nel mio breve filmato ho detto due cose semplici e chiare, pensando anche alla Flotilla e al popolo palestinese: oggi, Primo Maggio, festa delle lavoratrici e dei lavoratori in tutto il Mondo, connettiamo le lotte dal basso, disonoriamo la guerra e disertiamo questo perverso, insano modello di sviluppo".

Salutati compagni (cum panis...) e amici ho percorso tutto l'enorme corteo di ragazze e ragazzi in direzione contraria, dirigendomi verso la Stazione Centrale di Milano.

Un fiume infinito di "carri" e di giovani.

Un'umanità variegata, libera, festante, magari a volte anche frammentata, dispersa, non avulsa dalla paura e dallo smarrimento.

Non avulsa dalla solitudine, anche in mezzo a cinquantamila braccia che si alzano al volume elevato della musica techno.

Un'umanità giovane, certamente non avulsa dallo sfruttamento, da vite precarie, schiacciate una ad una dall'asimmetria di potere nel lavoro e non solo, fattore antico e postmoderno di una società in cui i padroni oggi sono spesso apolidi fondi speculativi e i capi un algoritmo di un'anonima intelligenza artificiale.

Però, mi risuonano nella mente le parole dell'avvocato Conte, alla libreria Lo Spazio a Pistoia, mentre veniva presentato il suo libro e la storia (vera e vissuta) di Bilal.

"Quella di Bilal, te lo anticipo Francesco, è una storia sostanzialmente a lieto fine, a differenza di molte altre...

E lo sai, lo sapete perchè?"

Non è una storia individuale, ma una delle storie, tra le tante che si fa storia, tessuto collettivo. Di lotta, di soggettività, di speranza, di parola, anche quando si conosce poco la lingua italiana.

Pane e Rose lo capiscono tutti e tutte.

Significa bisogni e ideali, interessi e desideri, poesia e prosa, sogno e realtà.

Significa certo, anche stringere i denti, con rabbia e con amore.

Guardarsi dentro, guardare negli occhi l'altro/a, spezzare, anche nel lavoro, il pane con lui, con lei.

Sindacato viene da "sun dike", ce lo diceva sempre Papa Francesco.

E significa due cose, simili, ma forse non del tutto uguali.

"Fare Giustizia Insieme".

"Essere Insieme Giustizia"

Il treno per Parma è all'ultimo binario in fondo ed è anche in ritardo.

Ma io non ho fretta.

Questa sera non devo produrre, d'altronde sono partita Iva individuale, "perfettamente" autonoma.

Almeno per questa volta posso muovermi e vivere, come diceva Alex (Langer) "più lento, più profondo, più dolce".

Questa sera, questa notte in fin dei conti... mi "basta" davvero sognare. 

A Milano...

Francesco Lauria