giovedì 30 aprile 2026

"LA MODA E' POTERE". IL PRIMO MAGGIO DEI DIRITTI GLOBALI AL TEMPO DELLA FLOTILLA E DELLA GUERRA PERMANENTE

Abbiamo ancora negli occhi la carta straccia realizzata dal governo di estrema destra israliano rispetto al diritto internazionale e l'arresto di molti/e militanti a bordo della Flotilla diretta verso Gaza in acque internazionali.

Si chiederà, legittimamente, che cosa c'entra tutto questo, pur estremamente grave, con il primo maggio e con la transizione ecologica nella moda?

Ce lo spiega bene l'intervista di Luca Martinelli a Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna Abiti puliti, pubblicata ieri dal quotidiano Il Manifesto che anticipa di un giorno l'uscita di: "La moda è potere", scritto da Deborah insieme alle giornaliste Alessia Cesana e Martina Ferlisi.

«La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice»

Il nesso è ovviamente quello di un'insostenibile economia dello scarto (per usare le parole del compianto Papa Francesco) che si alimenta di un'economia della guerra permanente che, a sua volta, produce, oltre che il tragico genocidio del popolo palestinese, una compressione, a livello globale, dei diritti civili e democratici, come quello di manifestare e portare aiuti umanitari.

Spesso si utilizzano parole a vanvera, come una foglia di fico, una di questa è la c.d. "rivoluzione verde" o "transizione verde" che dir si voglia.

La moda, appare chiaramente dal libro in via di imminente pubblicazione, non è un alleato della transizione ecologica: nel 2024, a livello globale, sono stati prodotti circa 16,2 chilogrammi di fibre tessili per persona, 2,3 chili in più rispetto al 2020. Secondo alcune stime, diventeranno 19,4 nel 2030. 

Nell’Unione Europea, lo stesso livello di consumo pro capite è già stato toccato nel 2022, quando in media ogni cittadino ha consumato ben 19 chili di beni in un anno, di cui 8 di abbigliamento e 4 di scarpe.

Insieme al tema dei diritti e della salute e sicurezza in Bangladesh, a tredici anni dal dramma della vergogna del Rana Plaza, dove morirono oltre 1300 lavoratori e lavoratrici che operavano in gran parte come terzisti per marchi occidentali e anche italiani (Benetton, in particolare...) ne abbiamo parlato su Rosso Fastidio, proprio con Deborah Lucchetti e con il prof. dell'Università di Bologna Emanuele Leonardi, studioso dell'ecologia del lavoro.

Dal Bangladesh a Prato, il primo di maggio, giorno internazionale, della festa dei lavoratori e delle lavoratrici, al tempo della guerra globale permanente.

Qui il link dal titolo: "Per una moda dei diritti"https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Come si evince anche dal filmato coordinato da Filomeno Viscido e da me e come si legge sul Manifesto di ieri: «L’acquisto bulimico è incentivato dalle piattaforme online, che complicano ulteriormente il compito già arduo di calcolare quanti vestiti vengono comprati, usati e buttati ogni anno» 

Lo spiega, appunto, il libro La moda è potere, in libreria da domani per Altreconomia.

Una bulimia, al tempo della policrisi, che lega in modo indissolubile la questione ambientale con quella dei diritti umani, legata allo sfruttamento del lavoro e ai salari inadeguati, nel Nord e nel Sud del mondo.

Chiede Luca Martinelli:

Lucchetti, il libro e le cronache hanno fatto emergere una scomoda verità: non è solo la fast fashion a sfruttare il lavoro. Ha senso definirlo un problema strutturale?

Non è una novità. Da sempre denunciamo il carattere sistemico dello sfruttamento che attraversa le filiere globali, in ogni fase e in ogni Paese dove atterrano per drenare valore, dal basso verso l’alto. Oggi finalmente, anche grazie alle inchieste della Procura di Milano, questa realtà non si può più negare o nascondere dietro la retorica delle mele marce.

Nel libro si distingue tra caporalato e padronato: perché occuparsi del secondo?

Perché il primo dipende dal secondo: il fenomeno del caporalato, piaga diffusa in molti settori inclusa la moda, è conseguenza logica di un modello imprenditoriale organizzato per trarre il massimo profitto dall’attività economica, sfruttando senza limiti risorse umane e ambiente. Siamo alla normalizzazione di strategie e prassi più o meno illecite che rivelano modelli organizzativi d’impresa inadeguati a prevenire i reati lungo la filiera, perché ne sono la causa.

«Per cambiare l’industria della modavi chiedete nel libroserve intervenire prima sulla domanda, perciò sui comportamenti dei consumatori, o sull’offerta, cioè sulle politiche di impresa?»

Sono fermamente convinta che a maggiore potere debba corrispondere maggiore responsabilità. Le imprese, in particolare i brand committenti, determinano i modi di produzione, i salari e le condizioni di lavoro in tutta la filiera, appositamente lunga e frammentata per esternalizzare i rischi e comprimere i costi mentre nelle parti alte si trattiene la maggior parte del valore aggiunto e del potere. Certamente il consumatore può svolgere una funzione importante premiando o sanzionando il mercato ma per cambiare l’industria serve cambiare il sistema, non l’armadio.

Prato è oggi epicentro di una lotta sindacale nel mondo del subappalto. Perché ha assunto questa valenza? Chi sono i protagonisti di queste vertenze?

Prato è il distretto tessile più importante d’Europa, uno dei cuori del sistema di produzione e di servizi legati al pronto-moda ma anche al lusso. Nel Macrolotto lavorano migliaia di lavoratori immigrati da tanti Paesi, principalmente in aziende a conduzione cinese, anelli efficienti della catena di fornitura che si avvale del vantaggio competitivo di manodopera mantenuta in stato di bisogno, spesso senza permesso di soggiorno. Questi lavoratori segregati e invisibilizzati, dipinti come fragili e vulnerabili, hanno alzato la testa quando hanno incontrato un sindacato combattivo, il Sudd Cobas, che ha creato uno spazio di protagonismo e cambiamento dove sembrava impossibile. La lotta paga ed è contagiosa.

In che modo Nord e Sud del Mondo (ricordiamo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh) sono collegati da questi meccanismi?

Intanto, l’Europa è il principale mercato di sbocco dei prodotti della fast fashion confezionati in Bangladesh in condizioni miserabili da più di 4 milioni di lavoratrici. Qualunque consumatore italiano indossa vestiti che incorporano il lavoro sfruttato di quelle operaie. Nei distretti produttivi italiani, a partire da Prato, lavorano migliaia di lavoratori asiatici, molti del Bangladesh, della Cina e del Pakistan, sfruttati e intrappolati nella spirale della povertà e nelle maglie del subappalto.

Ma il collegamento è anche simbolico: lo scorso 24 aprile sono passati 13 anni dal crollo del Rana Plaza in Bangladesh, l’edificio di otto piani dove morirono 1.138 operaie di cinque fabbriche tessili che rifornivano noti brand internazionali. Pochi mesi dopo morivano bruciati vivi sette operai cinesi alla Tersa Moda nel Macrolotto di Prato, a ricordarci che questo sistema è ovunque regolato da un’unica legge: quella del profitto.

Che significa affermare che nel mondo della moda c’è bisogno di una giusta transizione?

Significa innanzitutto riconoscere il fallimento della green economy guidata dal mercato. Come dimostra la nostra ultima ricerca sulle fabbriche verdi in Bangladesh (vedi l’ExtraTerrestre del 20 febbraio 2026), le iniziative ambientali calate dall’alto non portano significativi benefici ai lavoratori, esclusi da qualunque forma di partecipazione e sempre confinati in un destino sociale di povertà e sfruttamento. E poi occorre prendere una netta posizione contro le politiche di riarmo, nemiche dei lavoratori e fattore di accelerazione del collasso ecologico.

Una transizione giusta parte dalla centralità della classe lavoratrice, detentrice di saperi e competenze necessari ad abbracciare una reale trasformazione socio-ecologica dei processi e dei prodotti, per bandire il modello fast fashion e tutelare diritti e lavoro dignitoso. In altre parole, serve un cambio di paradigma, fondato sulla redistribuzione del valore e del potere tra capitale e lavoro.

Alla vigilia del primo maggio il governo ha approvato un decreto in cui si parla di salario giusto. È cosi?

La questione salariale va affrontata parlando di salario dignitoso, dell’esigenza di ancorare il salario al costo della vita, perché i lavoratori abbiano un potere d’acquisto sufficiente a garantire i bisogni fondamentali. Il concetto di salario giusto rischia di venire confuso con i temi della produttività e del recupero inflattivo, giusta risposta a trent’anni di salari poveri ma senza mettere in discussione la ragione di fondo: politiche salariali disancorate dal reale costo della vita.

Si chiude così l'intervista al Manifesto di ieri da parte di Deborah Lucchetti, ex sindacalista della Fim Cisl.

Un grande leader di quel sindacato, in un tempo ormai lontano, lontanissimo, all'avanguardia delle lotte sulla riduzione dell'orario di lavoro e sulla riconversione ecologica e disarmata dell'economia, fu il sindacalista emiliano Pippo Morelli.

Già nel 1979, Morelli, che, all'inizio degli anni Novanta del Novecento, insieme ad altri sindacalisti ed in rapporto con Alexander Langer e la fiera delle utopie concrete, avrebbe proposto una nuova stagione di unità sindacale fondata sull'ecologia del lavoro e della rappresentanza, si chiedeva, in una relazione per la Federazione Cgil Cisl Uil dell'Emilia Romagna: "come possiamo agire come sindacato di fronte agli interrogativi sul come produrre, ma soprattutto sul cosa produrre?"

Una visione profetica che si alimentava di futuro, di un'economia della Pace e non della guerra, contro ogni sfruttamento, in qualsiasi parte del mondo, mentre si avviava, inesorabile, il processo di una globalizzazione senza governo e senza diritti.

Sta qui il senso, quasi cinquanta anni dopo, del primo maggio dei diritti globali: tra il Bangladesh, Prato e la Flottilla.

La mia biografia di Pippo Morelli, pubblicata a fine 2020, si intitola, non a caso, "Sapere, Libertà, Mondo".

Sapere operaio, libertà globale.

Un'utopia concreta che ci impegna 365 giorni all'anno, in ogni parte del mondo, a partire dal Primo di Maggio. 

Giorno di lotta, di futuro, di donne e uomini in "rivolta". 

Uomini e donne di Pace: https://www.youtube.com/watch?v=aATAiRxSyAE&list=RDaATAiRxSyAE&start_radio=1

"(...) Ritorneranno giorni e notti di Speranza,

Avremo Amore in petto e non potremo stare senza

Arriverà il Silenzio e vorrà dire Pace". (...)

Non vincerà la paura.

Arriveranno giorni da vivere d'un fiato...

Ritornerà il coraggio.

Ritroveremo Pace.

In nome dell'Amore e della Libertà 

La Pace per ritrovare a dare un senso a questa umanità (...)

Dov'è finito il Buon Senso, il Senso Buono delle cose?

Chi ha spento il fuoco della Speranza?

La Speranza è la voce dell'infinito che ci guida verso la salvezza.

Siamo Noi la Vita.

Siamo Noi il Coraggio.

Siamo Noi la Pace."

Francesco Lauria

mercoledì 29 aprile 2026

IL CASO 137: STELLE INCORONATE DI BUIO. FISCHIETTARE SULLA COLLINA. "CONTINUIAMO A LOTTARE PER UN SOCIETA' PIU' GIUSTA"

"Sono stato qui, io?

Sono stato qui?

Dentro questo vapore d'anni,

a cercarmi? (...)

Scorrono i titoli di coda. 

Siamo incerti se guardarli o guardarci negli occhi.

Io, in tutta fretta, me li stropiccio. 

Tra le persone con me, a Roma, al Nuovo Cinema Sacher, sì, quello di Nanni Moretti, c'è una ragazza che ancora non conosco. E' a due posti da me.

Atavici stereotipi maschili, usciti fuori tutti in una volta, mi impongono di non farmi vedere commosso di fronte a questa, pur toccante, storia. Di asciugare, in tutta fretta, le mie lacrime.

In realtà, nel guardare sul grande schermo il volto di Guillaume, ragazzo ventenne di una cittadina francese, il "caso 137" che ha dato il titolo al film proiettato al Sacher, ho pensato anche a me, a vent'anni.

Tra le speranze, i lacrimogeni, le cariche  e le spietate perquisizioni di Genova 2001.

Ma il "vapore degli anni" fa compiere turbinose giravolte nella memoria.

Pochi di più ne aveva Livia Bottardi Milani, insegnante, sognatrice e sindacalista, moglie di Manlio, quando morì, sull'altare della strategia della tensione, falcidiata da una bomba fascista e di Stato, nella sua città, Brescia.

Ed è così, tra sopite lacrime, che salta fuori nella mia mente l'incipit della poesia di Pierluigi Cappello che Benedetta Tobagi ha scelto, persino nel titolo, per raccontarne un'altra di storia, proprio quella della strage di Piazza della Loggia, a Brescia, 28 maggio 1974.

"Una stella incoronata di buio" è, appunto, il titolo del libro, come della poesia.

Già, ma che cosa significa?

Come ha spiegato molte volte Benedetta Tobagi, significa vedere nitida la luce nella notte.

Vedere, voler vedere il contrasto tra la luce delle vite spezzate (giovani insegnanti, lavoratori, antifascisti) e l'oscurità del "buio" rappresentato dalla violenza terroristica e stragista, coperta da settori dello Stato, delle forze armate e della polizia, dei servizi segreti.

Significa mistero e, per ora, sostanziale, quasi completa (anche se con significativi scricchiolii) impunità di una strage.

Le vittime sono stelle, ma purtroppo anche esplosioni, proprio come nel quadro in cui un maturo Matisse, rivisitando completamente il mito di Icaro. riecheggia le deflagrazioni della Seconda Guerra Mondiale, ma anche un "cuore rosso" che non si spegne.

Le vittime sono "sacre", circondate, paradossalmente "incoronate", dall'oscurità del male e della giustizia negata.

Ed è sacro, per me, anche il volto di Guillaume.

Così, tra le lacrime, ho cominciato a cercare il senso nei suoi occhi tumefatti, quelli di un ragazzo non politicizzato, partito con la famiglia alla volta di Parigi per partecipare a una manifestazione dei "gilettes gialli" e ferito gravemente da un proiettile di un fucile antisommossa, sparato a tradimento da poliziotti in borghese, mentre camminava pacificamente, pur durante i disordini.

Nel film ci sono altri occhi, fieri quanto sofferenti, che non si dimenticano.

Sono quelli di Stephanie, un'ispettrice dell'IGPN, l'organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese.

Se quella di Guillaume, in un contesto di gravi responsabilità anche politiche degli apparati dello Stato, messi alle strette dalle continue manifestazioni, uno Stato che ha inviato in prima linea, quasi disperatamente, anche molti agenti non addestrati e non preparati, è la storia di chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, quella di Stephanie è la storia di chi prova, purtroppo vanamente, ad andare fino in fondo, a resistere alle pressioni dei "pezzi grossi", a non accontentarsi di comode e rassicuranti, quanto false, corporative verità.

E' attraverso i suoi occhi che conosciamo la storia del caso 137, che per noi ora ha un nome, un volto, una famiglia, persino una canzone, a tratti malinconica, ma prevalentemente allegra.

La canzone è "Siffler sur la colline", di Joe Dassin e ci riporta ancora più indietro negli anni, al 1968, al maggio francese, anche se "Fischiare sulla collina" non è propriamente una canzone politica.

E' peraltro la cover di un brano italiano, il cui titolo originale sembra il ritratto di Guillaume: "Uno tranquillo".

Guillaume e la sua famiglia la cantano spensierati mentre si dirigono in macchina alla manifestazione da una piccola cittadina di provincia.

Fa così, ovviamente con in più la dolcezza della lingua francese:

"L'ho vista vicino a un albero di alloro, 
sorvegliava le sue pecore bianche.
Quando le ho chiesto da dove veniva la sua pelle fresca, mi ha detto:
È il rotolarsi nella rugiada che rende bella una pastorella.
Ma quando ho detto che anche a me piacerebbe rotolarmi dentro
Mi ha detto...
Mi ha detto di andare a fischiare sulla collina
Di aspettarla con un mazzetto di roseline (...)"

"Siffler su la colline" rappresenta anche, per Guillaume e la sua famiglia, gli amici, un'attesa, probabilmente vana, di giustizia.
Vengono sacrificati, insieme alla coraggiosa, onesta, determinata poliziotta Stephanie, sull'altare spietato della ragion di Stato, fattasi scudo della violenza scatenata a Parigi non dal ragazzo, ma da altri manifestanti.

C'è un punto, fondamentale, in cui il film si fonde, idealmente, con il volume di Benedetta Tobagi sulla strage di Piazza della Loggia: "solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto".

Solo la verità può porre fine all'ingiustizia e fare in modo che una strage non si riduca semplicemente a un luogo e a una data e un caso, come quello francese, semplicemente a un numero tra i tanti.

E' un gran film: "il caso 137", anche perchè ci parla di una manifestazione controversa che non è stata la paladina delle lotte della sinistra.

L'abuso, purtroppo, coperto oltre che dalle istituzioni anche da un sindacato aggressivo e corporativo, ci ricorda altri casi, più traumatici (Guillaume non morirà anche se sarà segnato perpetuamente e medicalmente dai segni di un'infame ingiustizia) del nostro paese: da Federico Aldovrandi a Stefano Cucchi.

Storie individuali che si fanno storie collettive di fronte allo scempio della Verità e alla messinscena della menzogna e dei depistaggi.

Soprattutto, come dicono gli agenti antisommossa, se si tratta di: "salvare la Repubblica" che, a Brescia, non erano una famiglia povera ed esasperata di periferia come in Francia, ma giovani antifascisti che avevano, da poco, festeggiato la vittoria nel referendum sul divorzio.

E a cui: "bisognava farla pagare".

Già, gli anni Settanta, tra: "terrore e diritti", come ci hanno ricordato Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Sara Poma, con un recente e bellissimo, toccante spettacolo.

Noi, "nel vapore degli anni" abbiamo vissuto, invece, la ferita del potere di Genova 2001, abbiamo creduto e ancora crediamo in un altro mondo possibile e necessario.

Ma che facciamo, ora, nei "furiosi anni Venti del Duemila"?

Siamo con Livia, con Manlio, con Guillaume, con gli uomini e le donne della scuola Diaz, siamo anche, senza mitizzarlo e senza giustificare mai alcun tipo di violenza politica, con Carlo Giuliani, ragazzo come noi.

Siamo con gli uomini e le donne che muoiono senza sosta nel mare Mediterraneo, con i disertori e i più deboli delle guerre, tutte le guerre, a partire dalla Palestina e dall'Ucraina.

Siamo che le donne e con gli uomini che quel mare lo attraversano, salvaguardandone le vere leggi, salvando vite umane e portando aiuti umanitari e concreta solidarietà politica.

Siamo con i lavoratori e le lavoratrici che bloccano le armi nei porti.

Ci siamo ripresi dal fumo dei lacrimogeni e abbiamo superato il fumo di morte della bomba.

Continua, continuiamo la poesia di Pierluigi Cappello:

"Dentro il fumo,
Dentro ogni gola pietrificata
Qui, dove non volevo
Dentro il rumore di prima
Il rumore di dopo
Dove sempre ci si ritrova (...)
Dopo che non si è capito
E qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall'incendio
una nota, dai vetri, una voce.

Sono qui con voi, perchè sia voce
La mia dentro le vostre
Voce dimenticata
E l'assolata fantasia dei vostri anni
La forza che reclama da ogni radice il frutto
Salvata intatta nel vostro guardare di uomini

Questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
Le tasche piene di sassi, la memoria di voi
Che trema in noi
Come una stella incoronata di buio."

Ne parleremo, di tutto questo, a Pistoia il 15 maggio prossimo, al circolo Arci di Capostrada, insieme all'Associazione Sognare da Svegli.


Ne parleremo con Giovanni Bachelet, ascolteremo Benedetta Tobagi e Manlio Milani, discuteremo con Daniela Preziosi, torneremo ai sogni di ventenne di Renzo Innocenti, indagheremo la dimensione politica e internazionale con Piero Graglia e le ragioni dell'iniziativa con Valentina Vettori.

Ne parleremo, anche, con Giovanni Capecchi, per discutere insieme il progetto di Pistoia come città della Pace e antifascista, ma anche della partecipazione e della "democrazia compiuta".

Soprattutto faremo quello che, nella nostra ultima bellissima, indimenticabile intervista, ha chiesto Franco Castrezzati, il partigiano cristiano, sindacalista coraggioso e intelligente che interveniva, nel nome del comitato cittadino antifascista, dal palco di Piazza della Loggia, quel maledetto 28 maggio 1974.

Una frase che Franco, scomparso pochi mesi fa all'età di 99 anni, mi disse, alcuni anni fa, tra le lacrime, in un abbraccio:

"Continuiamo, ragazzi, continuate a lottare per una società più giusta. Noi a Brescia, in piazza eravamo lì, insieme, tutti insieme, proprio per questo".

E noi continueremo a farlo, nelle nostre città, con i nostri sogni feriti, ma non domi.

Con la nostra Rabbia e con il nostro Amore.

Alla ricerca della Verità.

Guardando, accarezzando stelle: "Incoronate di buio".

"Nel vapore degli anni, Fischiettando sulla collina": https://www.youtube.com/watch?v=2fkWJmtQk8c


Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

martedì 28 aprile 2026

VICTORIA, LAVINIA (E SILVANO), PARMA E PISTOIA. LA GIOVENTU' MIGLIORE SPEZZERA' RAZZISMO E PATRIARCATO.

"Tutti noi, uomini e donne dobbiamo cambiare. Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi. Altrimenti cambieranno solo i nomi delle vittime."

Era tardi, purtroppo, ma mi sono chiesto più volte, in queste settimane, in questi mesi, se il discorso, accorato e commosso, pronunciato in diretta televisiva durante il Festival di Sanremo da Gino Cecchettin, padre di Giulia, abbia scosso le coscienze. Almeno un po'.

Nel gruppo dei miei amici risalenti al tempo del liceo a Parma e in altri social, quasi subito non sono mancati all'epoca i vari: "ma lui ora ci mangia...", "ma che vuole questo!", "ma perchè non se ne sta zitto?", "ma che frocio di merda..." Etc. etc. etc.

Un mese più tardi, sempre a Parma, la mia città natale, sono rimasto sconvolto, esterrefatto dalla lettura dell'egemone quotidiano locale: la Gazzetta di Parma.

Come è (abbastanza) noto, anche a livello nazionale, una duplice sentenza di condanna, anche del tribunale del lavoro, ha colpito il regista Walter Le Moli, da decenni capo assoluto del teatro locale di prosa: Il Teatro Due, peraltro, storicamente tempio del c.d. "progressismo culturale cittadino".

La sentenza ha delineato un quadro in cui, nei decenni, è stato purtroppo coinvolto un numero molto ampio di donne e ha, in ogni caso, riconosciuto la gravissime molestie/violenze sessuali subite da due attrici, il cui nome è stato subito dato in pasto ai media locali, al contrario del direttore/factotum del Teatro (segreto di pulcinella, tra l'altro in una piccola città...)

La sentenza ha scoperchiato un mondo esteso di connivenza, omertà, violenza manipolatoria, asimmetria di potere, ed ha provocato numerose riflessioni e dibattiti tra cui spicca il documentato commento del Prof. Marco Deriu, dell'Università di Parma dal titolo: "La sentenza sulle violenze in Teatro e gli impliciti della violenza maschile".

Ad esempio, la Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima

Tutto ciò è stato davvero indigeribile, scandaloso, sconcertante, quasi un manuale perfetto della vittimizzazione secondaria nei casi di violenza di genere.

Insieme a uomini e donne di varie parti d'Italia ci siamo quindi impegnati in una lettera al giornale e poi, vista la reiterata mancata pubblicazione, in una lettera aperta, con l'intento di uscire dal contesto territoriale e di promuovere riflessioni e azioni più ampie.

La lettera può essere letta qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/03/caso-teatro-due-e-cultura-dello-stupro_23.html 

Purtroppo non posso fermarmi qui.

Sempre a Parma, corteo del 25 aprile, l'incontro periodico più bello della mia città: da sempre un luogo inclusivo, plurale e partecipato nei suoi capisaldi antifascisti.

Un luogo intergenerazionale ed educativo, un abbraccio aperto su passato, presente e futuro di una democrazia compiuta, da difendere ogni giorno.

Quello di Victoria Luboyo Inioluwa magari è un nome non conosciutissimo e nemmeno così tanto facile da pronunciare. 

E' il nome di una trentenne, consigliera comunale di Parma, componente della direzione nazionale del Pd, di un'attivista femminista intersezionale, professionalmente impegnata nell'ambito dell'accoglienza migratoria, che ha vissuto spesso, nella sua vita, la tripla discriminazione dell'essere donna, immigrata e di colore.

Come sempre, negli ultimi anni, Victoria ha partecipato al corteo del 25 aprile.

Questa volta è bastata una foto con il suo sorriso fiero per scatenare una "reazione" corale, diffusa, parassitaria.

Non starò a ripetere gli insulti sessisti e razzisti che ha subito sulla sua pagina social, immaginateli e, magari, aggiungete anche la vigliaccheria digitale dell'anonimato e dei profili criptati.

E', più o meno, quello che è successo a Lavinia Ferrari, giovane attivista impegnata nella cooperazione internazionale e nell'accoglienza e candidata al consiglio comunale, a sostegno del candidato di centrosinistra a Pistoia, Giovanni Capecchi.

Lavinia ha compiuto un gesto, ancor più grave dell'esserci di Victoria, fiera delle proprie battaglie, della propria passione, della propria competenza, della propria militanza, del rappresentare, anche istituzionalmente, i suoi concittadini.

Lavinia ha, cosa gravissima, donna e giovane, osato, forse, di più.

Ha preso la parola.

Ha accompagnato, ad esempio, forte come Victoria di una militanza nata ai tempi delle scuole superiori, con entusiasmo intelligente e travalicante energia la piazza che ha poi portato alla vittoria alle primarie del centrosinistra Giovanni Capecchi.

Nel suo caso (non potendosela prendere con il colore della pelle) gli insulti sessisti e sessuali sono stati reiterati espliciti, affiancati da una variante: quella dell'età, dei suoi 24 anni appena compiuti.

"Come osi, le scrivono, vomitare delle idee, hai appena smesso di ciucciare la tetta di tua madre!".

Ed è il commento più composto, seguito da infiniti insulti violenti e di matrice sessuale.

Augurando a Lavinia, alle sue idee, ai suoi sogni lunga, lunghissima vita e, soprattutto di non perire, colta di sorpresa durante un agguato nazifascista, ho pensato che oggi Lavinia ha, esattamente, l'età di Silvano Fedi. Gli stessi anni, e, più o meno, gli stessi mesi, giorni.

Chi era Silvano Fedi? 

Lo scrivo, soprattutto per i non pistoiesi, era la guida, ferma, intelligente, sicura delle Squadre Franche Libertarie, formazione partigiana autrice di azioni leggendarie, come la liberazione dei prigionieri rinchiusi nelle Ville Sbertoli (il vecchio manicomio cittadino), di matrice anarchica e libertaria, autonoma dal Cln.

Silvano Fedi è il simbolo (a volte un po' scomodo, essendo stato un "irregolare", non figlio del grande Pci) di una città intera che, qualche anno fa, quasi all'unanimità, lo ha proclamato: "cittadino illustre".

Ma se Silvano Fedi è un simbolo certo, è stato anche e soprattutto un ragazzo. Con le sue speranze e le sue paure, i suoi studi e i suoi amori, la sua eccezionalità e il suo non essere, sempre e per forza, perfetto. Il suo impegno generoso e coraggioso per gli altri, fino alla morte per la libertà dal nazismo e dal fascismo.

Davvero, in un'Italia sempre più vecchia, triste, isolata, povera, avvitata su se stessa, possiamo fare a meno dei giovani, dei cittadini immigrati (o di origine immigrata, magari nati qui e senza cittadinanza!)? 

Possiamo fare a meno dei ragazzi e delle ragazze?

Davvero, nella politica, nella guida di questo "maledetto" Paese, possiamo fare a meno delle donne? Delle giovani donne? (proprio in questi giorni ricordiamo Tina Anselmi, partigiana, sindacalista e prima donna Ministro, in Italia, nel tardissimo 1976...).

No, la risposta è semplice.

Non possiamo, ma soprattutto non vogliamo farne a meno.

"La scelta della convivenza", come ci ricordava Alexander Langer, non è un'ipotesi, è una direzione, un cammino, un impegno, individuale e collettivo.

Ne parleremo, anche con Lavinia Ferrari, anche con Giovanni Capecchi a Pistoia, il 13 maggio prossimo, alla libreria Lo Spazio.

Perchè, come giustamente mi ha detto ieri Lavinia, insegnandomi qualcosa di importante, non si può e non si deve far finta di niente. Andare semplicemente oltre. Il coraggio della denuncia non è mai, mai un fatto accessorio.

Altrimenti non cambierà la cultura, non cambierà questo Paese.

Come ricordavo prima, citando Gino Cecchettin, "cambieranno, invece, soltanto i nomi delle vittime".

Ma a noi, carissima Victoria, carissima Lavinia, carissimo Silvano, tutto questo non sta bene.

Siamo con voi, pienamente con voi, nella vostra/nostra lotta per una città migliore, per un'Italia migliore, per un Mondo migliore.

Inclusività e cittadinanza. 

Politica dell'abbraccio, non politica dell'insulto, cultura della convivialità delle differenze e dell'educazione emotiva, non "cultura" della violenza e dello stupro.

Insieme, se necessario abbracciati, ce la faremo!

Francesco Lauria

domenica 26 aprile 2026

TRA L'OMBRONE E L'HUDSON: IL PANE E LE ROSE DI GIOVANNI "ZOHRAN" CAPECCHI.

"Quel giorno abbiamo parlato della visione della città come un luogo dove le persone che l'hanno costruita possano permettersi di vivere... possano permettersi tutti i beni di prima necessità e anche di più.

Ha poi aggiunto il candidato sindaco: "Questa è una città dove dovremmo permetterci di sognare".

No, non siamo sulle rive dell'Ombrone, a Pistoia

Eravamo, nel 2022, sulle rive dell'Hudson. New York City.

Prima che tutto accadesse. Prima che tutto apparisse, anche lontanamente, possibile.

Non erano in tanti, solo quattro, anche tre anni fa, a scommettere su Zohran Mamdani, quando il neo sindaco di New York ha iniziato la corsa i sondaggi gli davano l'1%.

Con centomila volontari Mamdani, il sindaco "socialista" di New York ha sconfitto un candidato che, per la campagna elettorale, ha speso 55 milioni di dollari.

E' molto istruttivo leggere, per intero, il reportage di Lize Featherstone, editorialista di JacobinMag, tradotta e pubblicata nell'ultimo numero della stratosferica rivista Jacobin Italia, dedicato alle nuove forme globali del socialismo.

Diciamocelo chiaramente Mamdani ha trionfato contro ogni previsione anche perchè ha detto ai cittadini e alle cittadine che la vita che si meritano è fatta anche di diritti, sport, divertimento, cultura, piacere.

E' fatta anche di Sogni (individuali e collettivi) che si avverano.

E', se ci si fa caso, esattamente l'approccio (vedremo a fine maggio se in questo caso vincente) che ha adottato a Pistoia Giovanni Capecchi, sin dall'inizio, sin da quando non era nemmeno un candidato alle primarie di centrosinistra.

Inondando Pistoia, di energie, volontari/e, ambizione di partecipazione il professore di letteratura italiana dell'Università per stranieri di Perugia, tra i massimi esperti mondiali di Pinocchio, icona del territorio della sua città, altro non ha fatto che rovesciare paludi e campi minati, scetticismo e sensi partitici di superiorità, appiattimento sul politichese e sull'esistente, disunità priva di speranza.

La strada è lunga, il centrodestra pistoiese si è rafforzato con nove anni di potere e mostra il volto moderato, esperto e rassicurante del sindaco facente funzioni Annamaria Celesti, una che ha saputo svolgere un discorso per il 25 aprile che farebbe invidia a molti politici navigati di centrosinistra.

Qualcosa che al suo predecessore nella carica di sindaco, AlessandroTomasi, da sempre militante di destra destra non è mai riuscito. Nemmeno lontanamente.

Ci sono alcuni insegnamenti, peraltro, della campagna newyorkese che possono risultare utili, nel suo piccolo, a Giovanni Capecchi, in questo ultimo mese, scarso, di rush finale.

Mamdani non si è concentrato mai, oltremisura, nell'attaccare, a differenza di altri candidati di "sinistra" l'establishment del Partito democratico. La sua campagna non ha mai perso di vista il fatto che aveva di fronte la destra repubblicana a New York, ma soprattutto Donald Trump a Washington.

La chiave di volta è stato parlare alla working class che aveva votato, disillusa, a destra o non aveva votato proprio. Quella che fatica ad arrivare a fine mese.

Ha parlato molto anche contro l'Ice, contro la militarizzazione delle città americane e la compressione, forzata, dei diritti di tutti, a partire dai più fragili.

Ogni punto della campagna di Mamdani per New York su è concentrato su una parola: accessibilità.

Parliamo di alloggi e affitti, prezzi accessibili, assistenza all'infanzia universale, autobus gratuiti, ma anche, ad esempio, di cultura.

Tutti, o gran parte dei cittadini di New York, hanno capito, gradualmente, che una vittoria di Mamdani sarebbe andata a loro vantaggio.

Anche la classe medio-alta (pur se in misura minore) è stata mobilitata, ed è stato questo il vero miracolo del neo sindaco di New York, accendere una Speranza di cambiamento migliorativo, non priva di radicalità, ma soprattutto diffusa, ampia.

C'è un episodio che è stato davvero iconico per la nuova amministrazione.

Una donna, un'infermiera, qualche tempo fa, è salita su un bus. E ha iniziato, nervosamente, a cercare la sua MetroCard, senza successo. Quando l'autista (non lo sono ancora tutte) le ha segnalato che quella corsa nel Bronx era gratuita, la passeggera, per la gioia, ha iniziato a ballare il cha-cha-cha.

Dopo che il video è diventato virale, il neosindaco ha chiesto a tutti i suoi consiglieri/e di mettersi nei panni dell'infermiera e di: "espandere in tutta la città quel sentimento di gioia e di sollievo" che l'aveva portata a ballare davanti a degli sconosciuti.

Come in Italia il comune di New York non ha, sostanzialmente, poteri fiscali propri, quindi per realizzare completamente il programma di accessibilità sui mezzi pubblici, ci vorrà molto tempo.

Ma un segno, vivo e vero, un sogno di Speranza è già iniziato.

C'è un punto ancora più importante.

Mamdani nella sua campagna si è dichiaratamente ispirato ad una donna, la lavoratrice tessile e sindacalista Rose Schneiderman.

Nel 1912, durante lo sciopero dei lavoratori tessili delle fabbriche di Lawrence in Massachusetts, concluso con una grande e decisiva vittoria, la leader sindacale tenne un celebre discorso i cui contenuti sono sono stati asse portante la vittoriosa campagna elettorale:

"Ciò che vuole la donna che lavora è il diritto a vivere, non semplicemente a esistere: lo stesso diritto alla vita che ha una donna ricca: il diritto al sole, alla musica e all'arte. I ricchi non hanno nulla che anche il lavoratore più umile non abbia il diritto ad avere. Chi lavora deve avere il pane, ma anche le rose".

Non era una sua frase originale, ma la sindacalista, centoquindici anni fa, la rese immortale, con quel memorabile discorso, all'indomani di una vittoria concreta per le condizioni materiali delle lavoratrici tessili.

Mamdani ha certamente messo il pane, l'economia, in tempi, peraltro, di crisi al centro della sua campagna elettorale, ma non ha mai dimenticato, un po' come Giovanni Capecchi, andando su e giù, per il territorio di Pistoia che non sarà New Yo5k, ma da Bottegone a Orsigna è parecchio ampio, di parlare, sempre, anche di rose.

In sintesi il fulcro di questa campagna è stato il diritto collettivo ad avere una vita bella, piena.

La forza di Mamdani, esattamente, come quella di Giovanni Capecchi, è stata il passaparola tra i cittadini, il moltiplicarsi sostanzialmente automatico, spontaneo dei volontari e delle volontarie, che andavano a bussare ai vicini, con cui, forse mai, avevano parlato di politica precedentemente.

Zohran ha dimostrato, sinceramente, che tutto è davvero possibile.

Giovanni Capecchi è anche molto diverso da lui, non ce lo immaginiamo, ad esempio, a pochi giorni dal voto a ballare fino a notte fonda in una discoteca queer.

Ed è giusto così, troppe volte la sinistra italiana ha adottato acriticamente come modelli Papi stranieri.

Ma, pur nelle differenze e con la necessaria consapevolezza che, almeno per ora, pur essendo "la più bella città d'Italia" (G. Capecchi cit.) Pistoia non è (ancora...) New York, un seme importante di ispirazione, mobilitazione e speranza è stato già gettato.

Pistoia, come New York, città di Pace, aperta al mondo. Inclusiva per davvero. Sostenibile.

Contro cinismo e tecnofascismo.

Con una: "rabbia che significa, esserci per se stessi, ma soprattutto per gli altri/le altre, uscire dall'invisibilità, prendere parola" (cit. Lavinia Ferrari); una rabbia che può e vuole trasformarsi in abbraccio generativo, amore politico, "politica della cura, del servizio, del sogno" (cit. Francesco Branchetti).

Incrociamo le dita, mobilitiamo i cuori, suoniamo la porta ai vicini...

Camminando, correndo sull'Ombrone e sui suoi affluenti, come se fossimo sull'Hudson!

Con Giovanni "Zohran" Capecchi!

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

sabato 25 aprile 2026

LA "DON BIANCALANI SRL" VA ESPULSA DA PISTOIA. UN PO' COME L'ECCESSO DI GLIFOSATO.

Avvertenza: la ragione e gli obiettivi di questa riflessione non sono la rissa o tantomeno la diffazione di una persona che ritengo in grave difficoltà, ma chiarire i fondamenti e le modalità vere di accoglienza e integrazione, connesse al fenomeno migratorio, in un tempo complesso come quello che viviamo.

Personalmente mi sono sempre occupato di integrazione e accoglienza, in primis come volontario, anche in situazioni molto complesse e difficili, come la Gorizia frontiera di Schengen dei primi anni Duemila, punto di approdo della prima c.d. "rotta balcanica".

Ho chiarito quali siano le mie idee sulle politiche migratorie e le fondamentali e necessarie azioni di accoglienza e integrazione, ad esempio, qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/04/uno-piu-uno-non-fa-due-per-politiche-e.html

Ma mi sono sempre, anche professionalmente, per circa venti anni occupato anche di lavoro sommerso, irregolare, capolarato, dumping, distacco illecito transnazionale di manodopera, falsi distacchi, cooperazione anche transfrontaliera con le attività ispettive del lavoro etc.

Qualche riflessione, forse utile, si può, ad esempio, trovare qui, in particolare sui temi di lavoro, sfruttamento, discriminazione, diseguaglianze: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/search?q=bilal

Ovviamente non parlo di espellere fisicamente Don Biancalani, "parroco" di Ramini,  frazione di Pistoia, come persona, ma di approfondire il suo "sistema" che, a tratti, a me pare perverso, certamente totalmente contraddittorio e controproducente.

Ne ho lungamente parlato su Report Pistoia, l'articolo è stato letto da migliaia di pistoiesi e non solo (Don Biancalani è molto conosciuto fuori dalla città, a partire dai salotti della sinistra radical chic di Firenze...): https://www.reportpistoia.com/don-biancalani-pietismo-non-vera-accoglienza-e-integrazione-occorre-cambiare-rotta/

Ieri, su un social, sono stato minacciato di querela con tanto di coinvolgimento pubblico di un avvocato non da un profilo personale, ho scoperto, ma da un fantomatico e impersonale: "Don Massimo Biancalani - Volontari Vicofaro", impresa locale SrL.

Non volevo credere a tanti detrattori estremi del "parroco" di Ramini e che fosse vero che ci fosse un profluvio di utenze social riconducibili a Don Biancalani.

Invece è così. Mi si dirà, ma che male c'è che ci sia un social degli ex volontari di Vicofaro? Ci mancherebbe.

Ma perchè, personalizzare, e chiamarlo con il nome dell'insegnante e del sacerdote pistoiese?

Perchè, ad esempio, pubblicamente appare sempre e solo Don Biancalani (recentemente anche su Sat 2000) e mai, dico mai un volontario o una volontaria, mai un migrante (e ce ne sono in tanti che parlano l'italiano?)

Il degrado assoluto cui era giunta (gradualmente e inesorabilmente) la vicenda di Vicofaro è certificato dai verbali dello sgombero. 

La parrocchia era stata svuotata di fedeli, volontari, espropriata alla cittadinanza. Il Giardino dei giusti che era stato realizzato con il Centro Studi Donati e a cui anche io avevo presenziato all'inaugurazione era stato ridotto ad un orinatoio/immondezzaio.

Soprattutto: ma di quale accoglienza parlavamo e parliamo? 

L'ammasso di persone, senza un minimo di guida, presenza, attenzione, cura.

La stessa cosa, ma è ancora più grave, perchè la vicenda Vicofaro sembra non aver insegnato nulla è successa a Ramini ed è stato davvero scandaloso (io c'ero, ho visto e posso valutare con cognizione di causa) che Don Biancalani (in questo caso in persona) approfittando della presenza di uno, dicesi un, candidato di centrodestra, abbia apostrofato i suoi parrocchiani esausti e fin troppo pazienti (almeno fino ad ora...) come degli "sparuti fascisti" o poco ci manca.

L'arroganza e direi la cattiveria di Don Biancalani non sono descrivibili, così come i danni, forse irreparabili, almeno a Vicofaro e Ramini, su future, assennate, politiche di accoglienza, integrazione, convivenza.

Pistoia ha ben altra tradizione di gestione delle politiche migratorie: ho citato, in passato il Centro Antidiscriminazione della Provincia e il Centro Stranieri del Comune.

La maggioranza di centrodestra ha fatto poco, sostanzialmente nulla, ma il declino era già cominciato prima con l'ultima giunta Berti e con la giunta Bertinelli, almeno io la penso così.

Poi, è chiaro, il Comune non ha tutte le competenze, ma non è vero che non ne abbia alcuna, come ha scritto recentemente, a commento di una mia riflessione, l'assessore ex Tomasi ora giunta Celesti, il leghista Bartolomei.

E' chiaro che Matteo Salvini e Massimo Biancalani (un tempo entrambi in auge, oggi entrambi in declino) si sorreggono e si alimentano reciprocamente.

L'uno è necessario all'altro. 

Ed è significativo che un social come la Biancalani Srl (o come si chiama, ho perso il conto...)che dovrebbe essere un organismo parrocchiale, rilanci, invece, acriticamente i post di forze politiche che hanno, in realtà, molto da rimproverarsi su come hanno gestito le politiche migratorie della Legge Turco Napolitano e dai respingimenti in Libia in poi...

Ma l'automomia dalla politica (non l'indifferenza), l'autonomia dai partiti è qualcosa di avulso, alieno a Don Biancalani, lo abbiamo visto ampiamente.

Infine, credo di essere stato attaccato, per aver ricordato i noti trascorsi di destra del "sacerdote-insegnante".

Li ricordano in tanti, a partire dai suoi ex alunni/e (alcuni sono anche di Ramini...)

Ricordano le copie de Il Giornale e di Libero portate in classe, la giusficazione e il sostegno, sostanzialmente acritico, agli attacchi Usa in Iraq e in Afganistan (ricordate le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein?) in un tempo in cui l'amministrazione Bush era guidata culturalmente dai c.d. "atei devoti".

Intellettuali, si fa per dire, che utilizzavano la religione, il cristianesimo (ora nella versione del cattolicesimo, più frequentemente nelle varianti più estreme del protestantesimo suprematista) magari pur non essendo credenti, come spada dell'Occidente, in moderne crociate, giustificate, in realtà, solo dagli appetiti neoliberisti e dalla sete di petrolio.

Altro che Papa Francesco!

Insomma, ripenso agli epiteti che mi sono stati lanciati sia da candidati di Pistoia Rossa (che poi nel suo programma prende, correttamente, distanze nettissime dalle esperienze di Vicofaro e Ramini, proponendo, per le politiche di accoglienza, il "modello Riace") sia da Don Biancalani, sia dai suoi (sempre meno e sempre meno convinti) pasdaran.

Biancalani in persona ha anche fatto allusioni pubbliche, lavorative sulla mia personale vicenda con un una confederazione sindacale che, dopo venti anni mi ha messo alla porta, solo perchè ho tenuto la barra dritta, dei diritti, del lavoro e della rappresentanza. Dell'etica.

La cosa, credo, si commenti da sola. Fa davvero schifo.

Chi volesse approfondire trova tantissimi articoli, ma il più breve ed efficace è questo, legato ad una mia intervista a Radio Onda d'Urto (Radio Onda d'Urto, don Biancalani srL, non Radio Casapound!): https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw

Mi sono sentito dare del coglione, del suprematista bianco, dell'iperprotagonista (ho la stessa posizione su Biancalani e le sue sciagurate politiche dal 2016...), del razzista, della zecca che deve liberare Pistoia, di una persona che deve essere, intimorita, cancellata, denunciata...

So bene di aver toccato un tasto duro, con parole dure, senza porgere, granchè, l'altra guancia.

Ma so anche che ragazze minorenni a Ramini non escono più di strada, hanno dovuto fare denuncia di tentata aggressione.

So bene che a Ramini nessuno, nessuno (non c'entrano nulla le idee politiche) va alla messa domenicale.

Non c'è più il catechismo, non si somministrano, spesso, più nemeneno le estreme unzioni a chi ha vissuto una vita in quella frazione.

Non si tratta di essere di destra (cosa peraltro legittima), non si tratta di essere, come mi è stato scritto, dei "baciapile".

Non si tratta nemmeno, sempre, di difendere acriticamente la c.d. legalità o leggi inique.

Quando l'elemosiniere di Papa Francesco, un cardinale polacco, è andato a riattaccare la corrente a un centro sociale romano, io ci ho scritto un saggio di sostegno per un libro, non ho condannato questo gesto.

Ma quando un sacerdote che, incredibilmente, si richiama a Don Lorenzo Milani, sembra giustificare qualsiasi abuso, a partire da quelli sulle donne, io non ci sto.

Ci sono diritti, ma ci sono doveri. E' questa la cittadinanza. E' questa la comunità.

E il sistema Biancalani va espulso. Da Pistoia, da Ramini.

Un po' come l'eccesso di glifosato dai vivai.

Si può fare molto meglio e di più e senza inquinare l'aria, alimentare la paura, erigere muri che minano la convivenza e curano solo le apparenze.

Senza buttare qui e lì querele, solo per intimorire le voci critiche (altro che disobbediente libertario...)

Costruiamo, insieme, una pistoia multiculturale, città di Pace, aperta al mondo.

Davvero antirazzista e antifascista.

Senza la Don Biancalani SrL che per me può querelarmi pure, così faremo ulteriore luce su questo disastroso, perverso e dannoso sistema.

Francesco Lauria

venerdì 24 aprile 2026

PORTIAMO IL MARE, L'OCEANO A PISTOIA. BUON 25 APRILE! DI RESISTENZA E DI PACE. TRA SILVANO FEDI E GIUSEPPE GOZZINI

Come tutti i "vecchi", in circostanze importanti ed evocatrici di memoria mi capita di riprendere parole, dialoghi passati.

Vale anche per questo 25 aprile, importantissimo, pur se forse di passaggio, a Pistoia come, in generale, in Italia.

Nel 2013, mentre mi trasferivo definitivamente da Roma proprio a Pistoia, svolsi per la rivista Contromano un dialogo molto profondo con uno dei mei mastri di politica, vita, poesia: Giovanni Bianchi, già Presidente Nazionale delle Acli e, allora, Presidente dell'Associazione dei Partigiani Cristiani (Apc).

Riprendo le parole di Giovanni:

"Quando si strappano o si dimenticano le radici in genere si evocano i fantasmi del nuovismo, ma la perdita delle radici e della memoria consente soltanto di passare dal vecchio al vuoto. 

Guidare una grande associazione confrontandosi con le aggressioni dell’anagrafe significa soprattutto tenere culturalmente e concretamente insieme passato e futuro. 

Le grandi idealità del passato e gli esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. Chi ha il coraggio della discontinuità deve avere acuto il senso della storia: la grande politica è in grado di andare anche “contro” la storia, perché la conosce, la rispetta, sa che è indispensabile miniera nella quale è bene continuare a discendere.”

Come ricordai anche nel 2022, in un mio complesso pezzo su Adista, una delle prima idee di Giovanni Bianchi da Presidente Apc, fu quella di promuovere gruppi di incontro intergenerazionali sul rapporto tra “Resistenza e Costituzione” introducendo anche il tema dell’art.11 e del ripudio della guerra:

L’ex presidente nazionale delle Acli spiegava: “Una grande epopea popolare come la Resistenza rischia la noia delle liturgie ripetute

I protagonisti di allora sono tutti da tempo avviati verso l’altra sponda. I superstiti hanno tenuto e tengono ancora alta la fiaccola, ma i più baldi hanno superato gli ottantacinque anni (era il 2013 ndR). 

L’idea va letta in questa prospettiva: messa in comune di storie ed energie con la possibilità concreta di aprire alle nuove generazioni. 

Fu Dossetti a indicare il legame profondo tra Resistenza e Costituzione. Nel senso che il patrimonio antropologico e ideale della Resistenza trova sbocco e architettura nella “più bella Costituzione del mondo”.

Continuava, con parole attualissime:

“La Costituzione non è leggibile infatti (si pensi all’articolo 11 e a quel verbo inedito che recita “l’Italia ripudia la guerra”) senza la pressione della seconda guerra mondiale e la spinta di ideale delle Resistenze europee. Sarebbe sufficiente una rilettura dei testi poetici e teatrali di padre Turoldo a ricreare una irripetibile atmosfera. 

Possiamo risalire all’epopea resistenziale, connubio di lotta armata sui monti e trasformazione delle coscienze nelle città, a partire dalla codificazione degli articoli forgiati alla Costituente. 

L’idea ha cominciato a funzionare. Il ponte tra le generazioni vede la costruzione delle prime campate, pur lavorando con i “mezzi poveri” consigliati da Giuseppe Lazzati.”

Era il 2013, ed era appena arrivato, in Italia e nel mondo, il turbine bello e sconvolgente di Papa Francesco.

Rispondeva così, alle mie sollecitazioni, Giovanni:

“La prima enciclica di Papa Francesco consiste nel nome. Il Papa gesuita che indica per il discernimento e per la pratica le “periferie esistenziali”. 

Il cristianesimo ha bisogno di riflettere non soltanto sul rapporto con l’illuminismo, ma sui luoghi che ne sollecitano l’incarnazione e la testimonianza. (…) 

Occorre tornare, come invitava padre Turoldo, “a riprendere i nomi di battaglia, indossare le armi della luce” significa testimoniare, assumerci i rischi della condizione umana in questa complicata fase storica. 

Anche in Italia, i punti di riferimento non mancano. Da don Tonino Bello al cardinale Martini, a don Luigi Ciotti, per restare tra i presbiteri.

Chi avesse voglia di leggere integralmente questo lungo dialogo e le riflessioni su Resistenza e nonviolenza su Adista (Giovanni curò, prima di morire anche un libro su cui si è discusso molto: "Resistenza senza fucile") può trovare tutto qui: https://www.adista.it/articolo/67944

Non ci sono dubbi, ovviamente, che la nostra Resistenza sia stata, principalmente una Resistenza con il fucile, senza dimenticare, quanto di pienamente civile c'è stato, penso, ad esempio, al ruolo nonviolento degli scioperi nelle fabbriche del 1943, 1944 e, ovviamente, allo sciopero insurrezionale del 25 aprile.

Un recente libro della storica emiliana Margherita Becchetti si intitola appunto: "Non per bellezza" e ci racconta la resistenza soprattutto delle donne che decisero di liberare il Paese anche imbracciando le armi, specificando appunto: "non per bellezza".

Un altro volume importantissimo, ad opera di Benedetta Tobagi, "La Resistenza delle donne", riporta in copertina proprio una iconica fotografia pistoiese ed anche lì, sulle spalle delle donne e degli uomini della Resistenza toscani, insieme agli sguardi fieri, non mancano le armi.

Come ricordava nella mia intervista Giovanni Bianchi, ma come si è ricordato alla vigilia del 25 aprile al Circolo Arci Niccolò Puccini di Capostrada, di fronte ad una sala più che gremita, l'antifascismo evolve, travalica i decenni, accoglie nuove generazioni e nuove istanze.

Tra le tante, tantissime c'è, centrale oggi, il tema della nonviolenza, di città di Pace, di un Mondo che si diriga, sempre più con urgenza, in "direzione ostinata e contraria" alla guerra, ma anche alla militarizzazione che è già presente nelle nostre città, nelle nostre vite, nel nostro linguaggio, persino nelle nostre scuole.

Tutto, purtroppo, già reale.

Proprio per questo Pistoia che ha già un eroe, anomalo e stupendo, come l'anarchico libertario Silvano Fedi, non può, ho detto ieri a Capostrada, non ricordare un altro giovane, folle e poetico, appassionato e coraggioso: Giuseppe Gozzini.

Gozzini non fu, in assoluto, il primo obiettore di coscienza in Italia, prima di lui testimoni di Geova, anarchici, Pietro Pinna.

Ma quando, con un coraggio infinito, l'8 novembre 1962, al Car di Pistoia (Pistoia, Pistoia...) rifiutò di arruolarsi, stabilendo, nel tempo trionfante dei cappellani militari, che non ci poteva essere nesso tra cristianesimo e guerra, fece saltare molti muri.

Uno scandalo immane. Non ci potevano che essere due destinazioni: il manicomio e il carcere militari.

Però, grazie anche al supporto di Don Lorenzo Milani e Padre Ernesto Balducci, di tanti operai nelle fabbriche toscane, in primis alla Pignone, la rivolta, prima eroicamente individuale e poi sempre più collettiva, fu piena, danzante.

Da quel giorno, nulla, davvero nulla, fu più come prima. 

Quasi sei anni in anticipo rispetto al mitico '68!

Ma, come ricordava Giovanni Bianchi nella mia vecchia intervista: "Le grandi idealità del passato devono dialogare, trasformarsi in esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. 

Io penso, e lo dico in primis al bravissimo, portatore di Speranza, Giovanni Capecchi, candidato a concretizzare il Sogno di Pistoia città della Pace, città nel Mondo, che non si possa, nel riprendere, raccontare, approfondire, la memoria di Giuseppe Gozzini e dell'obiezione (fiscale e non) di coscienza alle spese militari e alla guerra, tema iper attuale, confrontarsi con un drammatico presente.

Non basta, Giovanni, un gemellaggio.

Bisogna portare il mare, l'oceano a Pistoia.

Don Milani, lo fece, costruendo con i suoi ragazzi/e, nell'esilio di Barbiana, una piscina.

Serviva ad una cosa sola quella piccola piscina: a permettere di nuotare a ragazzi e ragazze che non lo avevano mai potuto fare e che il mare, forse, non lo avrebbero visto mai, nelle colline del Mugello.

Non si nuota da soli. A Barbiana, si nuota insieme

Insieme contro la paura, contro ogni paura.

Contro la paura di non farcela e di non essere all'altezza, contro la paura del diverso, contro la paura della guerra.

Ti faccio un appello Giovanni (Capecchi): Pistoia dovrà diventare un porto contro ogni paura, un porto franco per tutti/e coloro che: "disonorano la guerra e scelgono la Pace".

Per gli obiettori di coscienza perseguitati in Israele (a parte quando sono ebrei ultraortodossi) e per i ragazzi e le ragazze palestinesi che riescono ad uscire, torturati, stuprati, dalle terribili carceri israeliane.

Per coloro, ma è solo un esempio, ebrei ed arabi, che costruiscono la convivialità delle differenze, l'orizzonte della convivenza, come direbbe, Alexander Langer.

Sono tanti, tante. Silenziate dai media, dal potere, dalla guerra, dalle bombe.

Partendo dal basso, dalla disobbedienza, "dire no, per dire sì", dal gesto individuale che si fa abbraccio collettivo al mondo di Giuseppe Gozzini, Pistoia può lanciare un segno e un sogno, un passo concreto di Pace.

Giovanni ci hai detto in Piazza dello Spirito Santo, che: "i sogni, (quelli fatti da svegli), si avverano"...

Come proponeva, con le sue splendide poesie Padre David Maria Turoldo: "trasformiamo, a partire da noi stessi, le coscienze nella città".

Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare, costruire, ogni giorno, con ostinata Speranza, la Pace.

Pace è il nuovo nome dell'antifascismo, il nuovo nome della Resistenza, il nostro alzarci ogni mattina, questa mattina... 

Come nella Bella Ciao coraggiosamente rivisitata dal mio amico cantautore, insegnante parmigiano Francesco Camattini... Link: https://www.youtube.com/watch?v=yU3MR-k-BEk&list=RDyU3MR-k-BEk&start_radio=1

Buon 25 Aprile Giovanni! Buon 25 Aprile Pistoia! Buon 25 Aprile Mondo!

Francesco Lauria