domenica 25 gennaio 2026

DEMOCRAZIA E SINDACATO: UNA FERITA APERTA, UN'INVERSIONE DI ROTTA NECESSARIA

Intervento di Salvatore Topo, in preparazione dell'evento: "Rigenerare Democrazia", in programma a Firenze, sabato 31 gennaio 2026.

Per info e iscrizionihttps://sindacalmente.org/content/firenze-idee-per-rigenerare-sindacato-e-democrazia/

Salvatore Topo è stato Segretario Regionale Organizzativo  dell'Usr Cisl Campania da ottobre 2017 a maggio 2025 e, in precedenza, Segretario Generale Regionale Fistel Cisl Campania.


DEMOCRAZIA E SINDACATO: UNA FERITA APERTA, UNA NECESSARIA INVERSIONE DI ROTTA

1. La crisi della rappresentanza nella democrazia italiana

La democrazia italiana attraversa una crisi di rappresentanza che non è figlia del caso, ma della progressiva evaporazione identitaria dei corpi intermedi, e in particolare del sindacato. Siamo passati dall'essere le colonne portanti della partecipazione a diventare comparse in una rappresentazione teatrale di cui non controlliamo né il copione né la regia.

Parlare oggi di democrazia e sindacato significa, purtroppo, parlare di una ferita aperta. Non possiamo limitarci a un’analisi tecnica, perché quello che stiamo vivendo è lo svuotamento dell’anima della nostra convivenza civile. 

Infatti, la democrazia non è un set di regole scritte sulla carta, è un muscolo che se non viene allenato si atrofizza. E oggi, quel muscolo è quasi immobile.

Siamo di fronte a una tempesta perfetta che colpisce le fondamenta del nostro vivere civile. Non si tratta di crisi isolate, ma di un indebolimento dei corpi intermedi che un tempo collegavano il cittadino alle istituzioni. 

Se vogliamo capire perché la democrazia e il sindacato boccheggiano, dobbiamo guardare a come è cambiata la nostra struttura sociale. Non siamo più la società delle grandi masse organiche, ma quella che Zygmunt Bauman definiva "Modernità Liquida".

È ora di smettere di usare eufemismi.

Quella che chiamiamo "crisi della partecipazione" non è un fenomeno casuale: è il risultato di una scelta politica deliberata. 


2. Svuotati dall’interno

La democrazia è stata svuotata dall'interno.

Se oggi le piazze sono vuote e le tessere sindacali pesano meno della carta su cui sono stampate, dobbiamo avere il coraggio di fare i nomi dei colpevoli e delle tappe di questo declino. 

Il peccato originale risiede nell'idea che il sindacato dovesse farsi carico della "tenuta del Paese" a scapito dei lavoratori.

Sociologicamente e politicamente, il sindacato ha assunto il linguaggio del "nemico" perdendo la sua funzione di controparte. Il dissenso è stato sacrificato sull'altare della "responsabilità nazionale", ma la responsabilità non può essere mai a senso unico. Se il sacrificio è sempre dei soliti, quella non è responsabilità, è resa incondizionata.


3. La favola della “concertazione”

Per decenni ci hanno raccontato la favola della "concertazione".

Ci hanno detto che sedersi a un tavolo con il governo e le imprese, da "partner responsabili", fosse l'unico modo per contare. Ma guardiamoci intorno: dopo trent'anni di questa presunta responsabilità, cosa resta nelle mani di chi lavora? Non tutele, non protezione, non dignità, ma salari fermi da anni, una precarietà esistenziale che impedisce di sognare il domani e una solitudine sociale che fa paura.

Nel caso di specie quindi, il panorama attuale ci offre uno spettacolo desolante.

Da una parte, assistiamo a un sindacalismo che si è autoeletto a baluardo dell'opposizione politica, occupando spazi che appartengono ai partiti e trasformando la rivendicazione salariale in un pretesto per la propaganda elettorale. Dall'altra, osserviamo un sindacalismo che agisce in osmosi con il potere, quasi come un membro ombra delle maggioranze di Governo, più preoccupato di mantenere intatti i canali delle nuove ma incomprensibili prerogative barattandoli con la difesa della dignità di chi lavora.

Per parlare di nuovo lealmente con cittadini, famiglie e lavoratori, bisognerà rinunciare definitivamente alle astrazioni accademiche.

Ritornare a parlare della vita che accade fuori dalla porta di casa: il carovita, l’ansia per il futuro dei figli, la sensazione di non contare nulla nelle decisioni che pesano sulle nostre tasche.

Oggi, quella che i sociologi chiamano "società della prestazione" ha convinto l'individuo di essere l'unico responsabile del proprio destino.

Se sei precario, è colpa tua. Se non arrivi a fine mese, non hai studiato abbastanza. 

Stiamo assistendo alla privatizzazione del disagio. Il sindacato, smarrendo la sua capacità di analisi sociologica, ha permesso che il conflitto si spostasse dall'esterno all'interno dell'individuo. 

La depressione ha sostituito la protesta; l'astensionismo ha sostituito lo sciopero.

Ecco perché dobbiamo denunciare a gran voce una crisi che non è solo economica o istituzionale, ma profondamente antropologica. 

Quando parliamo di crisi della democrazia e del sindacato, non stiamo discutendo di statistiche. Stiamo parlando ormai, della decomposizione del nostro tessuto sociale.

 

4. Un bivio che dirime

Oggi siamo a un bivio. 

O continuiamo a essere complici dei notai del declino, dei liquidatori dei diritti conquistati dai padri costituenti del sindacalismo popolare, oppure torniamo a essere un elemento una voce di dissenso e di rottura

La democrazia ha bisogno di voci fuori dal coro, ha bisogno di gente che sappia alzarsi e dire: "No, questo non è negoziabile!".

Siamo diventati una società di individui isolati, chiusi nel proprio rancore, perché qualcuno ha distrutto i luoghi dove il dibattito e il dissenso si trasformava in progetto.

Dobbiamo avere il coraggio della verità: il sindacato ha tradito il valore del dissenso!

Quella che chiamiamo ipocritamente "crisi della partecipazione" non è una malattia del destino, è un deserto che è stato costruito pezzo dopo pezzo.

È il risultato di un progetto politico che ha voluto svuotare la democrazia della sua anima pura attraverso l'utilizzo di "camere di compensazione", cancellando i luoghi dove il dolore individuale diventava rivendicazione collettiva. 

La democrazia muore non con un colpo di stato, ma con il silenzio di chi non si sente più rappresentato da nessuno.

 

5. Il crollo della partecipazione

Entriamo nel cuore politico della questione. Perché la partecipazione è crollata? Perché nessuno ha più voglia di mobilitarsi?

La risposta è dura, ma necessaria: perché il sindacato, per troppo tempo, ha smesso di essere la voce dei lavoratori per farsi garante.

Non siamo di fronte a una semplice stanchezza burocratica, ma a una vera e propria crisi di ruolo che sta trascinando con sé i resti della nostra democrazia partecipativa.

​Oggi infatti stiamo assistendo a una spaccatura che non è più basata su visioni diverse del lavoro, ma su posizionamenti politici che nulla hanno a che fare con i bisogni dei lavoratori.

​Da un lato, abbiamo chi si erge a forza di opposizione politica, trasformando il sindacato in una sorta di "partito ombra". Quando il sindacato scende in piazza non contro un provvedimento specifico, ma "contro il Governo" a prescindere, smette di essere un corpo intermedio e diventa un attore politico tra gli altri.

​Dall'altro lato, abbiamo chi si atteggia a membro aggiunto della maggioranza, vivendo nei corridoi dei Ministeri con l’ossessione della "responsabilità nazionale".

È il sindacato che ratifica tutto, che cerca il compromesso prima ancora di aver iniziato il confronto politico.

Se il sindacato parla la stessa lingua della politica, il lavoratore smette di essere un soggetto sociale e diventa un semplice "cliente" da orientare.

Il sindacato è nato per trasformare la solitudine del singolo in una forza collettiva.

La partecipazione quindi non crolla per pigrizia, ma per inutilità percepita.

 

6. Tornare a parlare del lavoro e a occuparsi della vita: un cambiamento radicale necessario

​Il danno politico più grave per uscire da questo pantano, passa attraverso un ritorno alle origini dove il sindacato è soltanto controparte sociale e non un'appendice politica.

​La partecipazione rinasce solo se il lavoratore torna a sentire che il sindacato è un luogo dove si discute del suo turno di lavoro, del suo salario e della sua dignità, e non del prossimo rimpasto di governo o della prossima candidatura.

Dobbiamo contribuire a rompere questa finta alternanza tra "amici” e "oppositori di professione". Abbiamo bisogno di un sindacato che sappia dire "no" ai Governi quando calpestano i diritti e "sì" quando li estendono a vantaggio della persona.

Il sindacato italiano, diviso tra l'ambizione di sostituire la politica e il desiderio di servirla, ha creato un vuoto di rappresentanza che oggi viene riempito da populismi ciechi o dal silenzio dell'astensionismo.

Abbiamo trasformato la partecipazione democratica in un "obbligo di firma".

Se il lavoratore percepisce che la sua tessera serve solo a finanziare la prossima campagna d'immagine del suo Segretario Nazionale, quel lavoratore non parteciperà più: si limiterà a sopravvivere, solo, in una società sempre più frammentata.

Senza questa inversione di rotta, la democrazia della partecipazione non sarà che un ricordo sbiadito in un paese di spettatori rassegnati, di una "comunità" di persone sole.

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