Due ciabatte, spaiate, sul palco.
Silenzio.
Qualcosa è
già accaduto, accade e accadrà. Se stiamo attenti, lo possiamo intuire.
Lei appare vestita di chiaro sulla scena, il sangue sulla fronte, quasi come se non se ne accorgesse, cicatrice radicata.
Lei, l’Angelo
del focolare, è inseguita da una sagoma nera, che, in pugliese strettissimo, la
insulta in un vortice di parole.
È ’ l’anziana
madre di lui.
Suona,
infinita e molesta, una sveglia, finchè lei, la moglie, madre, nuora, non la ferma
con le mani.
E mentre
cerca, con grande fatica, di far alzare dal letto il pigro e fragile figlio, spunta
lui.
Seminudo,
barba incolta, scansa la moglie come un rifiuto. Le piscia praticamente in
faccia.
Rutto.
Caffè.
Il figlio, ora
che c’è il padre, obbedisce, si alza, sembra quasi fuggire dalla scena.
C’è la casa
da sistemare, ci sono i panni da stirare, una colazione da preparare ai maschi.
Lui, il
padre, marito, non lavora, chiede venti euro alla madre, ruba gli spiccioli.
Non ci sono
chiaroscuri sul palco, almeno nella coppia.
Ci sono,
però, i ricordi.
Un vestito
colorato, delle scarpe da ballo luccicanti. Lei, la pizzica, la musica, fugace felicità.
Tanto tempo
fa, Una luna turchese, un mazzo di sogni, una giovane ragazza, una notte blu.
Una notte
che cambia la vita, un matrimonio non voluto, un figlio amatissimo che non sa
però chi è o, forse, non sa essere chi deve essere. E’già stato scelto tutto
per lui.
“Sai cantare
figlio mio, canta!” “Ma, ma a cosa serve cantare?”
All’improvviso,
il ragazzo dimentica le cavernicole lezioni di seduzione del padre e indossa,
come in una magia, prima le ballerine luccicanti e poi il vestito colorato di
tanti anni prima, infine una coroncina d’argento.
E balla e
canta, con la madre, persino con la nonna. Le parole e le note sono bellissime,
vere e, finalmente, sincere.
Poi torna
lui.
Il ragazzo piange
e fugge.
Si sveste,
torna nel letto. Scompare.
Lui gli urla
addosso: “Tua madre, una sola cosa voleva
da me. Diventare femmina!”
Risuonano le
antiche parole di lui: “Lo so che ti
piace, lo so che lo vuoi!”.
Campagna,
stupro. Fine dei ricordi. Fine dei sogni.
Ora, oggi, ci
sono di nuovo solo loro due sul palco della vita. Lui e lei.
“Tu non sei nulla! Tu hai rovinato
nostro figlio!” Tu non sai fare un cazzo, tu non sei un cazzo. Senza di me, una
nullità!” “Tu devi solo sparire!”
Un primo
schiaffo, poi un altro e poi un altro ancora.
Lei cade, si
rialza, prova, invano, a fuggire, reagire.
Sul tavolo
il ferro da stiro e il pigiama bianco di lui, già piegato.
Un filo che
la soffoca, lei reagisce di nuovo, lo morde, scappa ancora, gli urla e ci urla
addosso.
Aiuto!
Aiuto! Aiuto!
Nessuno la
ascolta.
Il ferro, da
sempre nelle mani di lei, è ora nelle mani di lui.
Cazzo e
muscoli, dice.
Una volta,
due volte, tre volte, infinite volte.
Ecco perché.
La tempia è rossa, da sempre e forse per sempre. Rossa di sangue.
Il suono è
sordo, pesante. Si ripete e, in un attimo, il teatro Manzoni rabbrividisce,
sobbalza insieme a lei.
L’angelo del
focolare che, ogni mattina, si alza e sveglia gli altri, sistema la casa, pulisce
piegata i pavimenti, ascolta gli insulti, prepara il caffè, il latte caldo.
E muore, ogni
mattina, ogni giorno, ogni notte. Una danza macabra. Poi si rialza.
Davanti a
lui. Davanti a noi.
Ma noi, noi
dove siamo? Dove cazzo siamo?
Surreale ci
risponde la musica, Branduardi.
Siamo alla “Fiera
dell’Est”.
Arriva anche
l’Angelo della morte, in un ballo grottesco che coinvolge tutti e quattro, ora
tutti bianchi, come fantasmi danzanti.
Smarrimento.
Silenzio.
Le luci si
riaccendono.
L’applauso è
forte, lunghissimo, lacerato. Lacerante.
Esco, cammino,
fatico a respirare.
Le luci e i ragazzi
e le ragazze del sabato sera pistoiese sembrano circondarmi.
Proseguo,
cammino, oltrepasso volutamente la mia macchina, trovo un po’ di notte, un po’
di silenzio, finalmente un po’ di buio.
Non ci sono
stelle a Pistoia, questa notte. Sembrano non esserci né parole, né note.
Eppure,
piano piano, io ascolto e continuo a camminare.
Ora riesco a
comprendere le parole:
“Ricordo quegli occhi pieni di vita
E il tuo sorriso ferito dai pugni in
faccia.
Ricordo la notte con poche luci
Ma almeno là fuori non c’erano i lupi
(…)
E la fatica che hai dovuto fare
Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore.
Hai smesso di sognare per farmi
sognare
Le tue parole sono adesso una canzone
Cambia le tue stelle, se ci provi
riuscirai,
E ricorda che l’amore non colpisce in
faccia mai
Figlio mio ricorda
L’uomo che tu diventerai
Non sarà mai più grande dell’amore
che dai…”
Nel video di
questa canzone, Vietato Morire,
Ermal Meta
inizia a camminare da solo, in bianco e nero.
Ha occhi pesti,
è graffiato di sangue.
Piano piano
il grigio si trasforma in colore.
La solitudine,
in moltitudine.
Le stelle
cambiano.
I finali
cambiano. Possono cambiare.
Possiamo,
insieme, cambiarli.
“Una ferita si chiude. E dentro non si vede.”
Non è tardi
Angelo. Per ricominciare.
Non è tardi
per disobbedire.
Perché… “E’ Vietato Morire!”.
Ma anche perché
l’Amore non è dominio/possesso dell’altro/a.
L’Amore, quello
vero, lo ha sussurrato, proprio a Sanremo quest’anno, Gino Cecchettin:
“L’Amore, Libera la Vita!”.
E può fare
la differenza.
Cambiare i finali,
scovare i sogni.
Far tornare
le stelle, la pizzica.
E la musica.
https://www.youtube.com/watch?v=4WMejmcT9ZY
Francesco Lauria



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