sabato 14 marzo 2026

L'ANGELO DEL FOCOLARE. NELLA NOTTE A PISTOIA. E' "VIETATO MORIRE"!

Due ciabatte, spaiate, sul palco.

Silenzio.

Qualcosa è già accaduto, accade e accadrà. Se stiamo attenti, lo possiamo intuire.

Lei appare vestita di chiaro sulla scena, il sangue sulla fronte, quasi come se non se ne accorgesse, cicatrice radicata.

Lei, l’Angelo del focolare, è inseguita da una sagoma nera, che, in pugliese strettissimo, la insulta in un vortice di parole.

È ’ l’anziana madre di lui.

Suona, infinita e molesta, una sveglia, finchè lei, la moglie, madre, nuora, non la ferma con le mani.

E mentre cerca, con grande fatica, di far alzare dal letto il pigro e fragile figlio, spunta lui.

Seminudo, barba incolta, scansa la moglie come un rifiuto. Le piscia praticamente in faccia.

Rutto. Caffè.

Il figlio, ora che c’è il padre, obbedisce, si alza, sembra quasi fuggire dalla scena.

C’è la casa da sistemare, ci sono i panni da stirare, una colazione da preparare ai maschi.

Lui, il padre, marito, non lavora, chiede venti euro alla madre, ruba gli spiccioli.

Non ci sono chiaroscuri sul palco, almeno nella coppia.

Ci sono, però, i ricordi.

Un vestito colorato, delle scarpe da ballo luccicanti. Lei, la pizzica, la musica, fugace felicità.

Tanto tempo fa, Una luna turchese, un mazzo di sogni, una giovane ragazza, una notte blu.

Una notte che cambia la vita, un matrimonio non voluto, un figlio amatissimo che non sa però chi è o, forse, non sa essere chi deve essere. E’già stato scelto tutto per lui.

“Sai cantare figlio mio, canta!” “Ma, ma a cosa serve cantare?”

All’improvviso, il ragazzo dimentica le cavernicole lezioni di seduzione del padre e indossa, come in una magia, prima le ballerine luccicanti e poi il vestito colorato di tanti anni prima, infine una coroncina d’argento.

E balla e canta, con la madre, persino con la nonna. Le parole e le note sono bellissime, vere e, finalmente, sincere.

Poi torna lui.

Il ragazzo piange e fugge.

Si sveste, torna nel letto. Scompare.

Lui gli urla addosso: “Tua madre, una sola cosa voleva da me. Diventare femmina!”

Risuonano le antiche parole di lui: “Lo so che ti piace, lo so che lo vuoi!”.

Campagna, stupro. Fine dei ricordi. Fine dei sogni.

Ora, oggi, ci sono di nuovo solo loro due sul palco della vita. Lui e lei.

“Tu non sei nulla! Tu hai rovinato nostro figlio!” Tu non sai fare un cazzo, tu non sei un cazzo. Senza di me, una nullità!” “Tu devi solo sparire!”

Un primo schiaffo, poi un altro e poi un altro ancora.

Lei cade, si rialza, prova, invano, a fuggire, reagire.

Sul tavolo il ferro da stiro e il pigiama bianco di lui, già piegato.

Un filo che la soffoca, lei reagisce di nuovo, lo morde, scappa ancora, gli urla e ci urla addosso.

Aiuto! Aiuto! Aiuto!

Nessuno la ascolta.

Il ferro, da sempre nelle mani di lei, è ora nelle mani di lui.

Cazzo e muscoli, dice.

Una volta, due volte, tre volte, infinite volte.

Ecco perché.

La tempia è rossa, da sempre e forse per sempre. Rossa di sangue.

Il suono è sordo, pesante. Si ripete e, in un attimo, il teatro Manzoni rabbrividisce, sobbalza insieme a lei.

L’angelo del focolare che, ogni mattina, si alza e sveglia gli altri, sistema la casa, pulisce piegata i pavimenti, ascolta gli insulti, prepara il caffè, il latte caldo.

E muore, ogni mattina, ogni giorno, ogni notte. Una danza macabra. Poi si rialza.

Davanti a lui. Davanti a noi.

Ma noi, noi dove siamo? Dove cazzo siamo?

Surreale ci risponde la musica, Branduardi.

Siamo alla “Fiera dell’Est”.

Arriva anche l’Angelo della morte, in un ballo grottesco che coinvolge tutti e quattro, ora tutti bianchi, come fantasmi danzanti.

Smarrimento.

Silenzio.

Le luci si riaccendono.

L’applauso è forte, lunghissimo, lacerato. Lacerante.

Esco, cammino, fatico a respirare.

Le luci e i ragazzi e le ragazze del sabato sera pistoiese sembrano circondarmi.

Proseguo, cammino, oltrepasso volutamente la mia macchina, trovo un po’ di notte, un po’ di silenzio, finalmente un po’ di buio.

Non ci sono stelle a Pistoia, questa notte. Sembrano non esserci né parole, né note.

Eppure, piano piano, io ascolto e continuo a camminare.

Ora riesco a comprendere le parole:

“Ricordo quegli occhi pieni di vita

E il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia.

Ricordo la notte con poche luci

Ma almeno là fuori non c’erano i lupi (…)

E la fatica che hai dovuto fare

Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore.

Hai smesso di sognare per farmi sognare

Le tue parole sono adesso una canzone

Cambia le tue stelle, se ci provi riuscirai,

E ricorda che l’amore non colpisce in faccia mai

Figlio mio ricorda

L’uomo che tu diventerai

Non sarà mai più grande dell’amore che dai…”

Nel video di questa canzone, Vietato Morire,

Ermal Meta inizia a camminare da solo, in bianco e nero.

Ha occhi pesti, è graffiato di sangue.

Piano piano il grigio si trasforma in colore.

La solitudine, in moltitudine.

Le stelle cambiano.

I finali cambiano. Possono cambiare.

Possiamo, insieme, cambiarli.

“Una ferita si chiude. E dentro non si vede.”

Non è tardi Angelo. Per ricominciare.

Non è tardi per disobbedire.

Perché… “E’ Vietato Morire!”.


Ma anche perché l’Amore non è dominio/possesso dell’altro/a.

L’Amore, quello vero, lo ha sussurrato, proprio a Sanremo quest’anno, Gino Cecchettin:

“L’Amore, Libera la Vita!”.

E può fare la differenza.

Cambiare i finali, scovare i sogni.

Far tornare le stelle, la pizzica.

E la musica.

https://www.youtube.com/watch?v=4WMejmcT9ZY

Francesco Lauria



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