venerdì 23 gennaio 2026

IL SOGNO DELLA FIM CISL DI MILANO E DI RADIO POPOLARE: L'ANOMALIA E IL "CORAGGIO DI VOLARE".

Nella mia mente è impressa un'immagine che ho ricavato ricostruendo le registrazioni di Radio Radicale del congresso confederale Cisl del 1989 (quello che il sociologo cislino milanese Gian Primo Cella, all'epoca, su una rivista della Cisl nazionale, Prospettiva Sindacale, aveva definito il congresso che: "sanciva la fine delle due anime (destra e sinistra interna) per proseguire, probabilmente, in un percorso...senz'anima").

Come ho già scritto altre volte, in quel congresso, Piergiorgio Tiboni (l'ala di "estrema sinistra") tornato, dopo la sospensione dei probiviri, dovuta al "caso Alfa Romeo", alla guida della Fim Cisl di Milano e Raffaele Bonanni, abruzzese, trasferitosi sindacalmente a Palermo (già carnitiano, ma già straconvertito ad un percorso conservatore che lo porterà, nel 2006, alla guida della Cisl post-pezzottiana, facendola aderire, adesiva, per dirla ancora con Cella, alla linea "Sacconi") intervennero, casualmente, uno dopo l'altro.

Non furono nè l'uno, nè l'altro, discorsi sinceramente memorabili; si avvertiva, anche allora, un enorme brusio di fondo, di quelli che si sviluppano inesorabili quando nei congressi non parlano i big e i delegati discutono di dove andare a mangiare a cena o, semplicemente, si salutano, ritrovandosi dopo tanto tempo.

Ho sempre pensato che quella Cisl, pur già in declino, rappresentasse plasticamente una splendida anomalia: tenere tutti dentro, con capacità di sintesi, da Tiboni a Bonanni, da Bonanni e Tiboni.

Una Cisl in cui ci si poteva prendere a sediate, si cominciavano ad usare i probiviri e i commissariamenti come clava (il 1991 con il licenziamento di Tiboni e il commissariamento della Fim di Milano è alle porte...), ma in cui permaneva un importante pluralismo politico e un'idea e una pratica di sindacato che, pur con risultati sempre più discordanti, aveva una radice, una cultura comune e condivisa.

La Cisl, secondo me, fin da Giulio Pastore e, soprattutto, Mario Romani è stata: "pansindacalista".

Non ci vollero Castrezzati e Carniti, no, per renderla una splendida anomalia, dentro aveva già tutto. Franco Castrezzati, Pierre Carniti, Pippo Morelli, Franco Bentivogli, etc. non fecero altro che (come peraltro hanno sempre rivendicato) mettere in pratica davvero le idee forza della confederazione.

Un tutto riassumibile con una sola, semplice, parola titolo di un libro di quanto Guido Baglioni era Guido Baglioni: "Il sindacato dell'autonomia". 

Basti dire che all'Ufficio Studi, con un ruolo quasi pari a quello di Mario Romani, si insediò un trotzkista e grande studioso come Franco Archibugi.

Negli anni Cinquanta del Novecento, non dopo il '68-'69.

Questa "splendida" anomalia e autonomia, per decenni (e nel 2025, da Gennaio a Luglio, ci ho provato anche io, rifondando e dirigendo i sette numeri del rinato: "Il Progetto") si è espressa, oltre che nella contrattazione e nelle mobilitazioni, nelle vertenze individuali come in quelle collettive, nelle riviste e nei media.

Se si riprende la rivista "carnitiana" Dibattito Sindacale, attiva negli anni Sessanta, si scopre un tesoro inesauribile, interessantissimo anche per le sfide, per le domande impellenti di oggi.

Ma se scavalliamo gli anni, incrociamo, persino gli anni Ottanta del riflusso, di Reagan e della Thatcher, dei minatori inglesi sconfitti, degli impiegati e quadri Fiat, dei licenziamenti di massa all'Olivetti (passati sotto silenzio sindacale...), troviamo altri tesori.

Perchè la "tiboniana" rivista Azimut altro non è stata che un ulteriore tesoro, pansindacalista, certo, attento ai problemi dei diritti, della democrazia e della rappresentanza in tutto il mondo certo, ma radicato in una riconoscibilissima cultura sindacale cislina (checchè ne abbia detto, infelicemente un Guido Baglioni irriconoscibile in più tarda età...)

Ma non ci furono solo le riviste (anche prettamente sindacali e di vertenze, ricordo, solo come esempio; "Lavoro '80").

A Milano, a partire dal 1975, ci fu anche un'esperienza enorme, bellissima, con le sue contraddizioni e deviazioni, arrivata fino ad oggi: Radio Popolare, nata proprio grazie al contributo di idee, denaro e uomini (pensiamo allo storico direttore Biagio Longo) della Fim Cisl di Milano.

 

Non fu una bizzarria tiboniana, anche a Torino, la Fim e la Cisl, promossero una radio "pirata", una radio libera, di quelle che piacciono tanto a Luciano Ligabue e che, pur nella istituzionalizzazione inevitabile delle frequenze che ci fu, ci fanno pensare, ancora oggi, alle lotte, alla musica, al vino, alla notte, alla libertà emancipante, appunto.

Fino a domenica 25 gennaio a Milano, alla Fabbrica del Vapore, va in scena la mostra dei cinquant'anni di Radio Popolare, tutt'ora orgogliosamente viva e vegeta, anche se un po'  più educata, ordinaria, diremmo.

Io alla mostra ci sono stato martedì scorso e, posso dire, che, pur non essendo perfetta, vale proprio la pena di visitarla.

Ma quali furono i valori, le voci, le parole che, anche grazie alla Fim Cisl (e, in parte alla Cisl) di Milano, Radio Popolare diffuse in quegli anni ruggenti?

 

"La Fim di Milano - mi ha raccontato Piergiorgio Tiboni in un'intervista pubblicata nella mia rubrica sindacale su Adapt e poi nel libro edito da Giuffrè: "A tu per tu con il sindacato" - è stata un’esperienza straordinaria  avviata  da  Pierre  Carniti,  e  poi  proseguita  da  altri  dirigenti  sindacali  come  Bruno  Manghi,  che  aveva  come  caratteristica  una  grande  apertura  a  quello che di nuovo si muoveva nella società. 

I  quadri  della  Fim  di  Milano  arrivavano,  ad  esempio, dalle lotte studentesche, oltre che dai luoghi di lavoro.  Fu  un  grande  laboratorio.  

Quell’esperienza  - continuava Tiboni - esprimeva anche un modo non burocratico di vivere  il  sindacato,  la  delega  era  ridotta  al  minimo,  gli  obiettivi  tenevano  aperte  prospettive  non  solo  di  tutela  immediata,  ma  anche  di  cambiamento  dei  rapporti di potere che ci sono nella società. 

Non volevamo semplicemente “abbattere il capitalismo”,  ma  avevamo  la  consapevolezza  di  poter  profondamente    migliorare    il    contesto    sociale    nell’ambito dei rapporti tra capitale e lavoro. 

È un’esperienza che io ricordo come positiva e che, a  mio  parere,  è  terminata  quando  non  si  è  voluto  più     accettare     il     pluralismo     reale     interno     all’organizzazione. L’esperienza della Fim di Milano era in larga parte anche  l’esperienza  della  Cisl  milanese,  non  si  fermava   a   una   categoria.   Era   anche,   in   parte,   l’esperienza  della  Fiom  e  della  Uilm  di  Milano.  

L’intervento  “normalizzatore”  colpì  tutte  e  tre  le  organizzazioni - concludeva la mia intervista il sindacalista lombardo - ovviamente  in  modo  eclatante  con  il nostro gruppo dirigente. 

L’esperienza,  nella  mia  visione,  fu  quella  di  un  gruppo che non accettò di adeguarsi alla linea politica  largamente  prevalente,  pur  non  mettendo  in  discussione l’unità dell’organizzazione, rivendicando un pluralismo di idee. L’antefatto  organizzativo  fu  lo  scioglimento,  a  livello sindacale, delle province per costituire i comprensori.   

Allora   la   Fim   di   Milano   aveva   oltre   52.000  iscritti,  era  la  più  grande  organizzazione  della Cisl nell’industria (...)

Un intervento normalizzatore che, ovviamente, colpì, senza distruggerla, ma allentando i rapporti, anche Radio Popolare.

"Radio Popolare - mi confidava Tiboni nel luglio del 2010 - corrispondeva all’esigenza di avere un  mezzo  di  informazione  indipendente.  Realizzammo un accordo con un’area molto ampia di organizzazioni,  dai  gruppi  della  sinistra  extraparlamentare,  a  pezzi  della  Cgil,  ad  altri  e  organizzammo l’idea di una forma nuova di comunicazione. 

Il  progetto  venne  presentato  da  Piero  Scaramucci,  ma  lo  discutemmo  insieme.  Tentammo  anche  di  realizzare una televisione, ma per una serie di motivi  (tra  cui  il  mancato  accordo  con  Dario  Fo)  la  cosa non andò in porto. Decollò  invece  la  radio  che  aveva  una  redazione  autonoma, e veniva gestita in forma cooperativa..."

La mostra, pur senza valorizzarlo troppo, riconosce il ruolo del sindacato e, in particolare, della Fim Cisl di Milano nella fondazione di questa storica Radio.

Quello che fa amaramente sorridere è che, se è vero, che Tiboni fu prima sospeso per motivi politici (anche se con enorme strumentalità) legati alla vicenda della privatizzazione e svendita alla Fiat dell'Alfa Romeo, fu poi licenziato e con lui allontanati un'enormità di delegati, prendendo a pretesto problemi economici.

Che c'erano per carità, ma che furono usati strumentalmente per cancellare un'esperienza di punta che resisteva con grande dignità e caparbietà.

La splendida anomalia nell'anomalia (la Fim Cisl di Milano nella Cisl) fu, infatti, distrutta, stracciata, almeno nella confederazione e nella federazione nazionale di categoria, con l'accusa di aver: "investito troppo in... cultura".

Azimut e Radio Popolare furono la pietra dello scandalo.

Aver pensato troppo e averlo fatto in maniera troppo innovativa, non erano lussi che, alla vigilia della concertazione e dei sanguinosi accordi di luglio del 1992, che portarono alle dimissioni (poi ritirate) dalla segreteria generale della Cgil di Bruno Trentin, ci si poteva, ancora, concedere.

Ma di lì nacquero prima la Flmu e poi la Cub, proprio di fronte alla storica sede della Cisl di Milano, in Via Tadino, abbandonata definitivamente, ironia della storia, in questi ultimissimi giorni.

Da quell'altro lato di Via Tadino, da uno dei primi negozi biologici della storia del nostro paese, la storia ha ricominciato a ritrovare, pur tra mille difficoltà e tornanti, il: "coraggio di volare".

Sempre calabroni ostinati.

Sempre paradossi, in una società frammentata, che, troppo spesso, appare senza sogni.

Sempre ostinati e contrari.

Contrari non ai sogni, ma al calpestarli.

Come è, invece successo, ahimè, con l'anima "sindacale" e cislina di Radio Popolare.

E non solo.

Francesco Lauria

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