Rigenerare Democrazia
Firenze, Sabato 31 Gennaio 2026
“L’armonia degli sguardi. Politica e potere non sono la stessa cosa. Verso una Rivoluzione, una Rivolta della Speranza”.
Intervento di Francesco Lauria (e non solo…)
Non domandare:
“Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”,
poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza.
Qoèlet 7,10
Chi non spera l'insperabile, non lo
troverà
Eraclito, Frammenti, 18
La Speranza, diceva Aristotele, è un bellissimo sogno.
Da fare da svegli!
Pierre Carniti
Marco Deriu ci ha appena spiegato, con lungimiranza e precisione, come le questioni ecologica e climatica pongano, oggi, una sfida radicale al modo tradizionale di pensare la democrazia, facendo emergere conflitti e limiti, ma anche le opportunità di ripensamento e di reinvenzione.
Marco ci ha ricordato, inoltre, che occorre contrastare le seduzioni dell’autoritarismo ecologico e tecnocratico, e mostrare come l’unica strada percorribile per una politica ecologica sia quella di ripensare ciò che includiamo nel demos e nella cittadinanza.
Ciò significa riconoscere ed esplorare le diverse soggettività viventi e i diversi rapporti di interdipendenza che ci legano assieme in un destino comune e immaginare nuove forme di partecipazione e di pratiche istituenti considerando che la democrazia non è una realtà data una volta per tutti, ma un meccanismo capace di ripensarsi e di rigenerarsi, anche nella vulnerabilità, maturando in rapporto alle sfide e alle aspirazioni cui deve rispondere.
Occorre dunque – ha concluso - riconoscere che non può esistere una reale transizione ecologica senza una transizione democratica e viceversa.
Alle parole di Marco, voglio aggiungere quelle di una donna, una sindacalista che, in questi mesi mi ha insegnato molto, cambiando radicalmente, ho la presunzione di affermare in meglio, il mio sguardo: “Forse una transizione ecologica e democratica comincia anche da qui: dall’imparare ad ascoltare non solo le voci che parlano, ma i silenzi che ci interrogano. I silenzi dei territori feriti, delle generazioni future, dei viventi che non hanno linguaggio politico ma condividono il nostro stesso destino. Uno sguardo davvero democratico non è solo inclusivo: è responsabile anche verso ciò che non può difendersi, né rappresentarsi da sé”.
Proverò a
proporvi una riflessione in tre parti: la prima dedicata di una nuova “armonia degli sguardi”, la seconda
al rapporto tra “politica e potere”,
senza dimenticare la dimensione della violenza, l’ultima, sempre
accompagnata dalla metafora dello sguardo e del volto, relativa
ad una desiderabile: “rivoluzione e
rivolta della Speranza”.
1. Una rinnovata: “armonia degli sguardi”
Riprendo le
suggestioni di un testo di Luigi Maria Epicoco: (“Io sono come guardo”, Tau Editrice, 2025): prima di affermare
qualsiasi cosa sul mondo che ci circonda dobbiamo porci questa domanda: “Io come guardo?”
Ci ricorda, infatti,
Epicoco, il modo in cui guardiamo afferma: “chi
siamo, chi sei”.
Se pensiamo, ad esempio, alla Bibbia, che non è un libro di persone perfette, ma di uomini e donne veri, con ferite, fragilità e ombre, ricorda il sacerdote abruzzese, troviamo un’insistenza straordinaria proprio sullo: “sguardo”.
Gli occhi entrano in gioco sempre prima
sia del cuore che della mente, e cambiano tutto: “aprono la vita o la chiudono”.
Non è un dettaglio: è la sostanza del
cammino umano.
Dobbiamo, innanzitutto, “guarire per vedere”.
Un testo perfettamente in linea con
questa riflessione è il volume pubblicato meno di un paio di anni fa dal
Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia che si intitola
appunto: “L’armonia degli sguardi”
(San Paolo, 2024).
Leggere il libro di Emiliano mi
ha fatto venire in mente la toccante testimonianza di un mio corsista, nel
percorso nazionale dei contrattualisti, attivo, durante il Covid 19 a Nembro e nei comuni vicini, nel martoriato territorio bergamasco.
Daniele Vedovati raccontava nel suo testo,
che non ho mai potuto dimenticare, che a volte il sindacalista, il sindacato
non sempre possono fornire tutte le risposte, a volte basta esserci, basta: “non distogliere lo sguardo”.
Quella testimonianza venne rilanciata da Gad
Lerner su Repubblica a monito di un’economia che, avrebbe detto Papa Francesco, letteralmente uccide,
un’economia che nemmeno di fronte alla mancanza del respiro, di fronte alla
pervasività della morte, aveva accettato di fermarsi, di arrestare il profitto.
Nel suo volume, Manfredonia ci confida che alle domande che la contemporaneità moltiplica, non sempre i paradigmi
sociali, politici, valoriali in cui viviamo immersi sono in grado di offrire risposte.
Il Presidente nazionale delle
Acli mi ha aperto, qualche mese fa, uno squarcio nella sua vita.
Mi ha ricordato quando, per fortuna solo per una notte, in terapia intensiva
con il Covid, c’è finito lui stesso.
In quel periodo, mi ha confidato, ha imparato, forse per la prima volta: “l’importanza
dello sguardo”.
L’importanza degli occhi, della loro dignità quando i volti sono celati dalle
mascherine.
L’importanza del respiro, un atto che può sembrare naturale e scontato, ma che
per molti, per troppi, purtroppo, durante la pandemia, non lo è stato
assolutamente.
Oggi sembriamo più vicini, magari
attraverso i social e gli schermi, ma in realtà siamo più lontani, proprio
perché possiamo innaturalmente “guardare
senza essere guardati”.
Il Presidente delle Acli
nazionali, mi ha confidato, in una intervista edita da Il Diario del Lavoro che
la forza per scrivere il suo libro gli è arrivata da un piccolo volumetto dal
titolo: “Tornino i volti” di Don Italo Mancini (Lampi di stampa,
1999).
Si chiedeva Mancini, e con lui
Emiliano, “Come mettere insieme l’umanità
sconfitta e quei pochi germogli che riescono a crescere in terreni diserbati?”
Torniamo ai volti, riconoscendo
l’altro/a, perché, come scriveva Fedor
Dostoevskij: “Io mi sento responsabile
appena un uomo posa lo sguardo su di me”.
“Tutto nasce e si risolve nel volto dell’altro”. Questa è
la grande verità, la lezione di Italo Mancini, mi ha ribadito Emiliano
Manfredonia.
Non ci sono i tempi, per citare
Sant’Agostino, ci siamo noi che possiamo “fare
buoni i tempi” e lo possiamo realizzare guardando l’altro negli occhi,
riconoscendolo per quello che è, per le sue paure, le sue aspettative, le
fragilità, le sue risorse. Il volto è il
confine che abbiamo per incontrare l’altro, aprirsi all’incontro può solo renderci più umani.
Aprirsi al dialogo, “strumento prezioso
di Pace” è la vera risposta alla diffidenza, all’individualismo strisciante
che ci rende tutti egoisti.
“Coesistere – concludeva Manfredonia nella nostra
intervista - è prendere parte insieme,
partendo dal volto di ognuno”, dobbiamo fare nostra, aggiungo, io la
lezione di Emmanuel Levinas e Jacques Derrida, che, proprio nel nome
del “Volto” e dell’”Altro”, hanno costruito una filosofia,
per la quale, insieme allo sguardo, “occorre
cominciare con il rispondere” proprio a chi si trova di fronte a noi.
Lo ribadisco, però, nell’azione
sociale ci ricorda proprio Derrida, commentando Levinas: siamo proprio
costretti a partire dall’Altro, e, partendo dall’altro, senza pretendere di
avere tutte le risposte, “bisogna
cominciare con il rispondere”.
L’altro non merita, il silenzio, si
merita, appunto, il nostro sguardo, il nostro tentativo di risposta,
individuale e collettivo.
Spesso nel nostro agire sociale e
sindacale siamo, però, abituati a “fare” e a parlare troppo, senza chiederci: “Ma l’altro/a come sta, davvero, dentro?
Cosa lo muove, cosa sente, cosa vive?”
Non possiamo “rappresentare” nessuno/a,
a maggior ragione nel sindacato,
senza farci, quotidianamente, queste domande, nella sincerità degli occhi.
Per guardare avanti, per guardare
l’altro/a, infatti, occorre prima: “essere”
e solo, dopo, “fare”, o, persino,
“fare bene”, solo così possiamo non
smettere di interrogarci, di cercare nel “mistero” dell’altro la ricerca della
verità, senza affossarlo con le nostre aspettative, con le nostre,
autoreferenziali, private, certezze.
Mentre scrivevo queste parole mi
è venuta in mente una poesia del poeta palestinese Maḥmūd Darwīsh:
“Pensa agli altri”.
Ve la leggo.
"Pensa agli altri"
di Maḥmūd Darwīsh
“Mentre prepari la tua colazione, pensa
agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli
altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua,
pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa
tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa
agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore,
pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani,
pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio”.
2.
Rispondere
al volto e alla domanda dell’altro/a: politica e potere
Proprio Mahmud Darwish, nella sua
Trilogia palestinese, si chiedeva «Cos’è la patria? Custodire la tua memoria,
questo è la patria. Le parole sono le materie prime per costruire una casa. Le
parole sono una patria».
Come è stato opportunamente
ricordato da Carlo Vulpio sul
Corriere della Sera del 23 gennaio scorso, quello che Josè Saramago definitiva il
“più grande poeta del mondo”, scriveva della tragedia di essere scacciati dalla propria terra
(l’esilio) e della condizione umana in cui non solo non si sa più di chi si è
figli (il pater, la patria), ma si dubita della propria stessa esistenza,
perché, scriveva Darwish, «chi è nato in
un Paese che non esiste, a sua volta non esiste».
Tuttavia – continua Vulpio
- per il figlio che custodisca la memoria della patria, sarà sempre possibile
tracciare la linea che lo riconduca al padre. E se c’è un padre, a maggior
ragione deve esserci anche una madre,
la quale, a differenza del padre, è sempre certa ed è sempre una sola.
La patria, dunque, ma anche la “matria”. Anzi, la patria che è al tempo
stesso matria, così come «Dio è papà, e più ancora è madre»,
secondo le parole che, anche se pronunciate quando non ero ancora nato, mi
hanno sempre colpito e commosso. Sono le parole di Papa Giovanni Paolo I – Albino Luciani, il Papa dei trentatré
giorni – durante l’Angelus del 10 settembre 1978.
Matria anche come terra dei popoli senza stato, senza “potere”
istituito: i palestinesi, i baschi, gli inuit, e, soprattutto, i curdi, circa quaranta milioni di
persone, sparse in più Stati.
Un figlio di questo popolo senza
Stato, il poeta curdo siriano Hisam
Jamil Allawi, 45 anni, di Aleppo, ha scritto “Matria. La madre e la patria” (Infinito edizioni, 2025), una
raccolta di poesie stupende, opportune, talvolta, anche intime, per i tempi
folli e “violentemente violenti” di
oggi, che è stata presentata a Parma,
la mia città natale e la sua città di adozione, lo scorso 29 gennaio.
Nel tempo del terribile e
probabilmente definitivo assedio di Kobane,
leggere Allawi è quasi una (piacevole e ispirante) espiazione per la nostra
cecità e il nostro silenzio:
«La patria prima di essere una terra/ è una donna che trasforma
l’assenza in presenza/ e la presenza in una preghiera/ che si sussurra solo nel
silenzio del cuore»
E ancora: “ La madre è una patria che non si occupa/ e la patria è una madre che
non muore…/ Le ho unite in un solo nome, in un solo corpo,/ e ne ho scritto
come si scrive della luce:/ non si tocca, ma si vede,/e si abita nel cuore come
un tatuaggio eterno.”
A partire da questi versi, proverò,
in questa seconda parte, ad entrare in uno dei cuori della mia riflessione: il rapporto tra politica, potere, il rapporto,
la relazione con l’altro/a”.
A proposito di esilio, è un tema, non posso non
ammetterlo, al quale penso, ormai ogni giorno, dal mese di giugno 2025 e cioè
da quanto la mia esperienza
professionale e umana nella Cisl è progressivamente esplosa. Ci ho pensato,
proprio il 29 gennaio, quando, dopo tre mesi di lettere tra avvocati, sono
finalmente riuscito a recuperare i miei effetti personali, tra cui le foto di
mio figlio quando era piccolo, a pochi passi da qui, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze,
dove ho lavorato fin dall’ottobre 2012 e fino all’ottobre 2025.
Ho incontrato, infatti, in questi
mesi tutta la violenza, il fragore e l’assordante silenzio del potere per il potere, un potere che è “potere su”, vero e proprio dominio su persone e “cose”, e non un “potere per”… in una logica di servizio e progetto.
Ho pensato, ogni giorno, tra me e
me, ma anche incontrato altri volti, altri occhi, altre lacrime nella mia stessa
identica condizione, ad un potere strabordantemente maschile (anche quando, paradossalmente, è guidato da donne),
simbolo del vuoto, della mancanza assoluta, non solo di ideali e di politica, ma
anche di un’etica ordinaria,
quotidiana, minimale.
Ho pensato, a lungo, al rapporto
tra potere e violenza e mi è venuta in mente una frase di un grande
protagonista, quasi inavvertito, del nostro Novecento: Pietro Ingrao. Nella biografia di Ingrao scritta da Antonio Galdo, (Pietro Ingrao, il
compagno disarmato, 2004), il politico sardo afferma:
“Ho speso un’esistenza battendomi per cose essenziali: il
diritto di mangiare, crescere, istruirsi, curarsi, essere creativi nel proprio
lavoro. Ma la mia biografia, come quella di tanti compagni, dimostra che non
abbiamo avuto una vera distanza critica dalla violenza. È venuto il momento di
affermarla…”
Ovviamente Ingrao, la sua storia/biografia
lo testimonia, non si riferiva alla violenza
di natura prettamente politica, da lui sempre condannata, è stato un
baluardo contro il terrorismo di ogni colore, Presidente della Camera, durante
gli anni di piombo, si riferiva, invece, alle dinamiche potenzialmente violente
del potere, nei diversi contesti, anche istituzionali, soprattutto tra le
persone.
Luisa Muraro e Chiara
Zamboni, nell’introdurre il volume del collettivo Diotima: “Potere e politica non sono la stessa cosa”
(Liguori, 2009) affermano che, in tutto il femminismo del ventesimo secolo, non
si sono cercati né i posti, né i mezzi per il potere.
Le due autrici intendono i mezzi
di chi può comandare su altri senza
misurarsi con la loro libertà e i loro desideri, così come i mezzi
impersonali della vita pubblica, dalle leggi alle organizzazioni.
C’è quindi un nesso tra mezzi del potere e cultura patriarcale.
Riprendo, su
questo tema, ancora le parole della sindacalista della Cisl senza la quale oggi
non sarei qui o, meglio non sarei qui così: “Il
confine più profondo tra politica e potere passa dal rapporto con il limite. Il potere tende a rimuoverlo, a dominarlo o
a negarlo; la politica, quando è tale, lo assume come misura e come spazio di
relazione. Dove tutto deve essere controllato, l’altro scompare; dove il limite
è riconosciuto, può nascere una responsabilità condivisa”.
La riflessione di Muraro e
Zamboni su potere e politica nel contesto odierno si rapporta con l’osmosi tra privato e pubblico, con il
ruolo dei media e dell’invadenza digitale e social.
Anche nel lavoro l’intervallo tra privato e pubblico si va assottigliando per
effetto di due fattori: da un lato nuove forme produttive che adoperano le
risorse delle persone prese nella loro interezza, comprese dunque le relazioni,
le passioni e gli affetti, dall’altro la crescente presenza di donne nel
mercato del lavoro, donne che tendono a non separare la vita dal lavoro o,
meglio, non interamente come hanno fatto e come continuerebbero a fare gli
uomini.
Passando dal lavoro alla politica
(in senso ampio) le due autrici si soffermano non tanto sulla scontata “sete di potere”, ma sul più insidioso e
pervadente “attaccamento al potere” come surrogato all’incapacità di
agire, diremmo di rispondere efficacemente all’altro/a.
Non si tratta, ammoniscono, solo
di una questione morale, ma di uscire, letteralmente e strategicamente
dall’impotenza, facendo leva sul: “reale
che racchiude possibilità inedite”.
Come agire di fronte alla
molteplice crisi politica, economica,
antropologica ed ecologica del nostro tempo?
È possibile un agire politico che
non soccomba meramente ai rapporti di
forza?
Dov’è la politica se non quando
si prende a cuore un problema, quando si sente l’impulso di uscire
dall’interesse privato e ci si coinvolge (nell’armonia degli sguardi) con altri?
Quanto questo coinvolgimento suscita passione e risposte?
È proprio mettendo in gioco il
nostro vissuto, la nostra vita, il nostro sguardo che possiamo rapportarci al passaggio simbolico tra politica e potere
e viceversa.
Relazione politica, significa,
infatti, da un lato: “strappo interiore”,
dall’altro relazione verso l’esterno, sempre nella consapevolezza che
partire da se stessi, se si è consapevoli che esiste l’altro/a, significhi
anche mettersi a distanza da sé anche
per leggere attraverso di sé la realtà cui partecipiamo.
Viene in mente un altro libro
pubblicato dal collettivo Diotima: “Immaginazione
e politica”, (Liguori, 2009).
Un testo che si dedica all’attenzione
alla capacità simbolica della politica, ma anche dell’essere e del fare
sindacato in un certo modo, di aprire, all’interno della realtà data, nel
tessuto dei fatti, un cammino nuovo, costellato di eventi che rivelano noi a
noi stessi insieme alle possibilità racchiuse nel reale, nel possibile e nel
desiderabile. Anche in rapporto alla dimensione
del lavoro e del rapporto tra vita e lavoro.
Senza mai dimenticare, qui sulle
orme della sola Luisa Muraro, che l’impegno condiviso è un “fieri” per
l’essenziale, cioè un accadere e un diventare, ed è sempre attuale perché, come
sottolinea la pensatrice femminista: “non
c’è istituzione al mondo che sia capace di sostituire la fiducia tra gli esseri
umani e d’impedire che i conflitti degenerino in guerre”.
Il potere sottolinea Muraro, ripercorrendo anche la storia del
movimento operaio e socialista, da mezzo
che doveva essere, ha finito per diventare il fine di tutto e la fine di tutto.
C’è, infine, una bellissima
immagine che voglio riprendere, contenuta nel saggio di Muraro nell’ambito
dell’interscambio tra il gioco della
lotta per il potere (gli scacchi) a quello delle relazioni (la dama).
L’intuizione è davvero
importante: appare possibile passare
dall’uno all’altro gioco, utilizzando la medesima scacchiera.
Tutto ciò ci spiega i rapporti di
estrema vicinanza, ma anche di reciproca esclusione, tra potere e politica nel
continuo interscambio tra relazioni basate sui rapporti di forza e di scambio tra
le persone.
L’immagine finale di Muraro a me
pare centrale: “L’imparare a parlare si
può perfino leggere come una specie di successo politico, risultato di uno
sbilanciarsi che mette al centro lo scambio con l’altro”.
L’agire politico, insomma, può essere visto come
un:
“imparare a parlare”, ma, se
vogliamo tornare a Levinas, anche come il: “respirare il volto dell’altro/a”.
3. Verso una Rivoluzione e una Rivolta della Speranza
Suonate le campane che
possono ancora suonare
Dimenticate la vostra
offerta perfetta
c’è una crepa in ogni
cosa
È così che entra la
luce.
Leonard Cohen, Anthem, 1992
https://www.youtube.com/watch?v=c8-BT6y_wYg&list=RDc8-BT6y_wYg&start_radio=1
Ma tu
ci vedi?
E i colori... come sono?
Sono belli.
Il blu, ad esempio, è come quando vai in bicicletta e il vento ti si spiaccica in faccia.
Anche toccando il viso
di una persona si può capire se è bella o brutta.
Sai, possiamo sentire anche la luna.
----------
"La libertà è un lusso
che noi ciechi non ci
possiamo permettere!"
"Gli togliamo la cosa più bella che in questi anni si portano dentro: i loro sogni… "
No, non ce la faccio oggi
a non parlare di Domenico.
Fra poco
più di un mese saranno passati cinquantacinque anni dall’occupazione e dalla stupenda vertenza dell’Istituto
per ciechi di Genova, David Chiossone.
Una vicenda che
dovremmo raccontare in tutte le scuole, le aule di formazione, e in tutti i
luoghi in cui possiamo rieducarci a imparare dalla realtà rivoluzionante e di
Speranza dei nostri sogni.
Come ci hanno
ricordato con il loro bellissimo spettacolo Mario Calabresi e Benedetta
Tobagi, noi ricordiamo gli anni
Settanta per lo Statuto dei lavoratori, i diritti civili, magari le 150 ore
per il diritto allo studio, il
servizio sanitario nazionale, la svolta nella psichiatria. E, certo, anche per
le stragi e il terrorismo.
Ma c’è una lotta, una
vittoria apparentemente minore, su cui è bene soffiare via la polvere dell’oblio.
Una lotta che ho
conosciuto anche grazie al sindacato, meglio a un sindacalista, operaio e
intellettuale, un punto di riferimento per la mia vita e il mio lavoro: Domenico Paparella.
Preparando questo intervento non ho potuto non pensare a lui
e a quella storia.
Nel 1971, nel nostro Paese, i ragazzi ciechi non potevano frequentare
la scuola pubblica. La scuola dei “normali”.
Una legge lo vietava.
Per loro si aprivano le porte degli
istituti e percorsi di vita già preordinati, solo apparentemente “protetti”.
Come Mirco, il protagonista reale della
favola cinematografica (il film, “Rosso
come il cielo”) che ha raccontato venti anni fa questa lotta, dalla
Toscana, i bambini potevano essere costretti ad allontanarsi di centinaia di
chilometri dalle loro famiglie, per arrivare a Genova.
C’è una data: il 5 marzo 1971.
La polizia caricò gli
studenti ciechi dell’Istituto Chiossone di
Genova e i loro amici. Quella data è un simbolo: significa l’inizio della
rivolta degli handicappati, degli emarginati, davvero gli ultimi, l’inizio di
una lotta per una nuova organizzazione
sociale.
C’erano state tre
precedenti rivolte negli istituti per ciechi: nel ’68 al “Cavazza” di Bologna,
i cui studenti poi solidarizzarono con i compagni di Genova; nello stesso anno
anche all’Istituto Configliachi di Padova, dove il movimento fu represso dalla
polizia; nel 1970 all’Istituto di Torino, che fu chiuso per il radicalismo
della protesta.
Come hanno scritto,
dopo un laboratorio con me, gli ex ragazzi del Chiossone, nel 2011, a Genova,
nell’estate del ’71, andò diversamente: scesero in campo e in piazza, in difesa
dei giovani ciechi rivoltosi, i consigli
di fabbrica, la Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici. Il
movimento sindacale contribuì in forma decisiva ad ottenere la riammissione
degli studenti espulsi, le dimissioni del direttore e il commissariamento
dell’istituto.
La lotta aprì una
nuova fase che portò al superamento dell’Istituto chiuso, all’inserimento dei ciechi nella scuola di tutti, all’integrazione
sociale.
E Mirco, insieme al
giovane sindacalista Fim Domenico, fu tra i protagonisti di una rivolta durata alcuni mesi per
rovesciare quell’atteggiamento istintivo, così comune nei confronti della
diversità che, anche se non di aperta intolleranza, è di imbarazzo e
compatimento.
La negazione della
libertà che il direttore dell’Istituto, cieco a sua volta, voleva imporre ai
suoi studenti.
Una liberazione da
quella che Franca Ongaro Basaglia,
nell’introdurre il volume dedicato alla vicenda: “Lotte da orbi”, aveva
giustamente definito: “falsa tutela e vera violenza”.
Ma non
fu solo la storia di una
lotta esistenziale, politica e culturale.
Come mi ha spiegato,
ormai quindici anni fa, quando, per ricordare Domenico, ho voluto incontrare a
Genova molti di quei “ragazzi del Chiossone” Claudio Cassinelli, protagonista della rivolta, poi divenuto
responsabile dell’istituto, questa vicenda è anche qualcosa di più.
È la storia
di un’amicizia che è motore, rivoluzione della Speranza, sogno che si fa, insieme, da svegli.
Un’amicizia tra un gruppo di giovani ciechi e un sindacato
potente, in una città industriale, un sindacato che sapeva guardare oltre
da sè, rappresentarsi, viversi come cerniera
e cura anche nella fragilità.
I ragazzi
incontrarono, infatti, nella loro difficile mobilitazione gli studenti della
scuola di assistenti sociali, i comitati studenteschi, i consigli di fabbrica e
i sindacati - che minacciarono se non fossero stati ritirati i provvedimenti
disciplinari contro gli occupanti, di spegnere l’altoforno dell’acciaieria - le
comunità cristiane di base, gruppi giovanili dei partiti e dei movimenti.
Mondi diversissimi che
aiutarono questi giovani a diventare soggetti
del cambiamento, non mere vittime da
salvare, trasformando dapprima il Chiossone e poi frantumando le leggi e le
pratiche, spesso arretratissime, sulle
scuole differenziali.
Una nuova concezione di scuola per
tutti/e stava, infatti, alla base di quella rivolta che portò a una rivoluzione
che dobbiamo, con la massima cura, preservare.
Tirando le
fila da questa vicenda non posso non sottolineare che “rappresentare - cito ancora uno sguardo femminile proveniente dal
sindacato - non significa parlare al
posto di qualcuno, ma esporsi insieme a qualcuno. Ogni vera rappresentanza
comporta il rischio di lasciarsi modificare dallo sguardo dell’altro. Se non
cambia nulla in noi, probabilmente non stiamo rappresentando nessuno”.
Mentre immagino Mirco, il ragazzo toscano, divenuto
cieco per un tragico incidente a dieci anni, sperimentare le bobine di un
vecchio registratore per poi diventare uno dei più quotati tecnici del suono
del cinema italiano, penso a Domenico
e al suo foglio in cui annotava, da contrattualista,
da un lato le richieste dei ragazzi e dall’altro le risposte della direzione
dell’Istituto.
Contribuendo a
sciogliere i nodi, uno ad uno. Questo è
il vero sindacato!
L’amicizia tra questi
giovanissimi e il “sindacato”, i sindacalisti, ci regala l’eco di una battaglia
sociale e di riscatto esemplare.
Gli ultimi si liberano e trovano il
movimento delle lavoratrici e dei lavoratori al loro fianco.
No, non è un sogno, è
la cronaca e la storia di quei mesi decisivi per la vita di molte persone.
Ha scritto Erich Fromm, in un volume, famosissimo, intitolato, non a caso: “La
rivoluzione della Speranza”.
“Un’altra definizione di uomo potrebbe essere Homo esperans, l’uomo che spera. Sperare è una condizione
essenziale dell’essere umano. Se egli ha rinunciato a ogni speranza, ha
lasciato alle spalle la sua stessa umanità”.
“La Speranza – chi
parla è ancora la ferita che si è accompagnata alla mia, trasformandosi e
trasformandomi in feritoia di luce - non
è l’attesa che le cose vadano meglio, ma la decisione di non smettere di agire
anche quando non ci sono garanzie. Non è ottimismo: è fedeltà alle relazioni,
alle persone e ai legami che rendono possibile un futuro condiviso”.
Nel continuare il nostro incontro di
oggi, penso, pensiamo a Domenico, a quel sindacato, ma soprattutto ai
coraggiosissimi ragazzi del Chiossone, portatori , con i loro corpi, i loro
cuori, le loro anime in rivolta, di Speranza.
Perché: "Il passato non ci dà risposte, ma ci aiuta a formulare,
meglio, nuove domande..."
Non scordiamolo. E non
dimentichiamo che, tornando al tema da cui abbiamo iniziato questa mattina: “la crisi
ecologica costringe la democrazia a misurarsi con un tempo che non le è
familiare: il tempo lungo. Governare
il presente non basta più; occorre rispondere, nelle varie dimensioni della
rappresentanza e della partecipazione, anche a chi non è ancora qui, ma subirà
le conseguenze delle nostre scelte”.
Al lavoro, alla lotta e… alla poesia…!
ANTHEM (Leonard Cohen)
The birds they sang
at the break of day
Start again
I heard them say
Don't dwell on what
has passed away
or what is yet to be.
The wars they will
be fought again
The holy dove
She will be caught again
bought and sold
and bought again
the dove is never free.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That's how the light gets in.
We asked for signs
the signs were sent:
the birth betrayed
the marriage spent
the widowhood
of every government –
signs for all to see.
I can't run no more
with that lawless crowd
while the killers in high places
say their prayers out loud.
But they've summoned up
a thundercloud
And they're going to hear from me.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack in everything
That's how the light gets in.
You can add up the parts
but you won't have the sum
You can strike up the march,
there is no drum
Every heart, every heart
to love will come
but like a refugee.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That's how the light gets in.
Ring the bells that still can ring
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That's how the light gets in.
That's how the light gets in.
That's how the light gets in.
INNO (Leonard Cohen)
Cantavan gli uccelli
al levar del dì
Ricomincia daccapo
li sentii dire
Non indugiare
su quel che è stato
o che ancora non è.Saranno le guerre
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata ancora
comprata e venduta
e comprata ancora
la colomba mai libera non è.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Chiedemmo dei segni
i segni furono inviati:
il natale tradito
il matrimonio esaurito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.
Non posso più correre
Con quel branco senza legge
mentre gli assassini negli alti lochi
recitano le loro preghiere ad alta voce.
Ma hanno chiamato a sé
una nube tempestosa
E avranno mie notizie.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Potete sommare le parti
Ma non avrete il tutto
Potete attaccare la marcia
Non c'è il tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all'amore
ma come un fuggiasco.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c'è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
È così che entra la luce.
È così che entra la luce.
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