Pubblicato da Report Pistoia: https://www.reportpistoia.com/la-frontiera-ferita-ricordare-nella-complessita/
"Li vedi Francesco, tutti quei segni di proiettile sul muro della pizzeria del valico della Casa Rossa?"
In quel tempo, sette anni prima, nella frontiera ferita, la guerra era sconfinata a Gorizia.
Non si trattava di un giorno qualunque, ma del 28 giugno.
Siamo nel 1991, meno di un anno dopo Italia '90, Totò Schillaci e Roberto Baggio, le "notti magiche", Bennato e la Nannini, un'estate che nessuno può dimenticare, anche se non si concluse con l'agognata conquista del campionato del mondo di calcio.
Ricorderò sempre come solo un anno prima di quel 28 giugno 1991, aveva colpito la mia fantasia di undicenne tifoso un servizio del Tg1 in cui il giornalista si era intrufolato proprio in un quartiere di lingua slovena a Gorizia, dove, diceva, si tifa da sempre Jugoslavia, non Italia.
In realtà, già nell'estate del 1990, sulla frontiera ferita le cose stavano cambiando in fretta, o meglio, forse erano già cambiate.
Il blocco comunista dell'Est era crollato, frantumandosi, l'anno prima, con un atto finale tragico e perverso, il processo televisivo di Natale al dittatore rumeno Ceaucescu e alla moglie, tiranni sanguinari certo, ma fucilati da burocrati totalmente loro complici e che ne avrebbero preso beffardamente il posto.
Tutto questo, immerso nella vicenda ex Jugoslava, è stato raccontato magistralmente lo scrittore triestino Paolo Rumiz in un libro cardine per la mia formazione: "Maschere per un massacro".
Ma torniamo al 28 giugno 1991.
Il 28 giugno è una data simbolicamente centrale per i popoli dell’ex Jugoslavia. Si tratta infatti del giorno di Vidovdan, che segna la sconfitta serba contro i turchi sulla Piana dei Merli (Kosovo Polje) nel 1389, così come l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 (che sancì l l'inizio della Prima guerra mondiale), fino al giorno in cui, nel 1989, il leader serbo jugoslavo Slobodan Milošević tenne (non a caso) l'incendiario discorso di Gazimestan in Kosovo in difesa della popolazione serba locale.
Questa data si accompagna a un ulteriore evento del passato recente, sostanzialmente dimenticato, rimosso. Proprio ciò che, al mio arrivo a Gorizia, nell'autunno del 1998, mi veniva mostrato da un amico locale, testimone diretto dei fatti narrati e che ho riportato all'inizio del mio scritto.
il 28 giugno 1991 fu una data spartiacque, per la "frontiera ferita", una data che segnò l’immaginario del confine orientale fra Italia ed ex Jugoslavia: fu il giorno infatti in cui, trentacinque anni fa, la guerra indipendentista slovena giunse letteralmente alle porte di Gorizia, in Italia, al valico internazionale della Casa Rossa, proprio sotto l'Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche in Via Alviano che avrei frequentato anche io qualche anno dopo.
Come ricorda il giornale web Eastjournal.net, la “guerra dei dieci giorni” era cominciata ufficialmente il 26 giugno (di fatto, però, tutto fu anticipato al 25 per spiazzare le autorità di Belgrado), in seguito alla dichiarazione d’indipendenza adottata dal parlamento sloveno il giorno precedente che aveva segnato l’inizio della fine della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (SFRJ). Il conflitto provocò un totale di 65 morti, per la maggior parte giovani soldati dell’esercito jugoslavo, ma anche civili e dieci cittadini stranieri (tra cui due giornalisti austriaci e alcuni camionisti bulgari).
Il 23 dicembre 1990 si era tenuto un referendum sull’indipendenza slovena dalla Jugoslavia.
I risultati del plebiscito, resi pubblici qualche giorno dopo, confermarono ciò che tutti si aspettavano: l’88,5% dell’elettorato sloveno si era espresso a favore della trasformazione del piccolo paese di nemmeno 2 milioni di abitanti in una nazione sovrana.
Tuttavia, il programma indipendentista non si concretizzò fino a sei mesi dopo, il 21 giugno 1991, quando, in una conferenza stampa, il ministro dell’informazione Jelko Kacin ebbe a dichiarare che la Slovenia si sarebbe resa indipendente di lì a pochi giorni, ovvero il 26 giugno.
I carri armati dell’esercito jugoslavo raggiunsero già nella giornata del 26 giugno alcuni dei valichi di confine con l’Italia, occupando i posti di blocco, e fu ufficialmente a Divača, vicino al confine italo-sloveno, che il primo colpo di arma da fuoco della guerra venne sparato dall’esercito jugoslavo nel pomeriggio del 27 giugno.
Importante rimarcare come molti soldati jugoslavi, e in particolare i giovani militari di leva, furono mandati ai valichi di confine esterni della Slovenia (Italia, Ungheria ed Austria) senza sapere contro chi si dovesse combattere, non essendo stati informati dagli ufficiali dell’esercito della dichiarazione di indipendenza della Slovenia, e pensando che il nemico ed il pericolo fossero “esterni”, e non “interni”.
In quei giorni concitati di 35 anni fa, la popolazione della "frontiera ferita" visse con angoscia il susseguirsi degli eventi bellici. Nella serata del 28 giugno, intensi combattimenti scoppiarono fra l’esercito federale jugoslavo e le forze speciali slovene proprio al confine internazionale di Rožna Dolina – Casa rossa, il principale valico di frontiera fra le città di Gorizia e Nova Gorica.
Furono gli sloveni ad avere la meglio, riuscendo a distruggere due carri armati federali T-55 e prendendo possesso di altri tre.
La battaglia fra le due parti, che proseguì fino a tarda notte, lasciò a terra quattro vittime: i tre occupanti di un carro armato dell’esercito federale ed un altro militare jugoslavo. Una cinquantina di militari si consegnò all’unità di difesa territoriale slovena e diverse decine furono i feriti fra l’esercito federale, alcuni dei quali vennero curati all’ospedale di Gorizia (all'epoca alla frontiera di secondo livello di San Peter, ma questa è un'altra lunga e complessa storia...).
Questa battaglia viene considerata come decisiva per le sorti della fugace guerra d’indipendenza slovena.
Un video girato dal lato italiano del confine testimonia il susseguirsi drammatico degli eventi in quella serata del 28 giugno. Si sentono i carri armati dell’esercito jugoslavo, a cui segue l’annuncio concitato della polizia di frontiera italiana con cui viene intimato ai civili di allontanarsi dalla piazza a causa del pericolo costituito dal conflitto a fuoco.
Quella sera, alcuni colpi di kalashnikov raggiunsero appunto anche gli edifici dal lato italiano, ed alcuni proiettili andarono a conficcarsi sulla parete della pizzeria-bar “Casa rossa” situata a pochi metri dal valico, lasciando visibili i fori dei proiettili, come mi fu mostrato, nella mia ingenua incredulità, anni dopo.
Attraverso gli avvenimenti che ebbero luogo al valico di Casa rossa-Rožna dolina, uno dei cuori pulsanti della vitale attività transfrontaliera fra i due paesi, Gorizia e Nova Gorica, città divise eppure simbioticamente interdipendenti, specchio ognuna dell’altra, si ritrovarono a condividere i momenti fra i più drammatici della guerra d’indipendenza slovena.
Io ho incontrato la frontiera ferita quando ci trovavamo ancora nel Novecento.
Ancora non esistevano mezzi di trasporto pubblici tra Gorizia e Nova Gorica e quando andavo a trovare la mia fidanzata in un'altra zona di frontiera, il Monte Santo, essendo anche lei studentessa fuori sede priva di "prepusnica" (lasciapassare per i residenti) insieme dovevamo fare chilometri a piedi o in bicicletta.
La stazione austroungarica dei treni di Nova Gorica ci guardava al di là del reticolato della Piazza alla Transalpina, allora ferita (aggettivo ricorrente), divisa quasi come fossimo a Berlino e osservata dall'alto dalla grande stella rossa.
Gorizia, Trieste, Pola, Zara, Capodistria, Pirano, Verteneglio, Muggia, San Dorligo.
A cavallo tra Novecento e nuovo secolo avrei attraversato tante volte quella frontiera, meglio quelle frontiere (perchè vanno considerate anche la Croazia e Schengen, destino subito dell'Europa fortezza di fronte ai migranti).
Avrei scoperto la storia e l'oblio dell'esilio e dell'esodo. Delle foibe.
Ma anche la storia delle violenze antislave fasciste e non solo e dei nostri campi di concentramento, vergogna della storia e della memoria.
Avrei salito con gli amici e le amiche slovene il Monte Sabotino da entrambi i versanti, mentre avrei visto sfiorire la scritta sul monto vicino, inneggiante al "grande" Tito.
Dalla Casa Rossa sarei partito nel 2000 per il vertice Bush Putin di Lubiana (corsi e ricorsi storici...), ma soprattutto per la mia Bosnia, per Prijedor e Zavidovici, "mangiando, on the road, in un'altra pizzeria rispetto a quella della Casa Rossa, una margherita nella polvere di Knin", facendo luce su un altro disastro realizzato, nel 1995, con le armi della Nato, la riconquista della Krajina croata.
Mi sarei emozionato alla riapertura dello Stari Most, il Ponte Vecchio di Mostar, toccando con mano la follia di una guerra asimmetrica e di croci e minareti l'un contro l'altro armati. Senza pietà.
Tra l'Isonzo-Soca e la Neretva avrei riflettuto sulla democrazia dell'acqua come bene pubblico e comune, un bene che non sempre delinea, attraverso i fiumi i confini, ma che li sa anche travalicare, come può insegnarci un rafting proprio sull'Isonzo.
Sarei tornato, finalmente a Trieste, in uno scampolo finale del 2025, sedendo a cena a fianco di Raul Pupo, lo studioso che meglio di chiunque altro, ha saputo fare luce sulle foibe, sull'esodo, ma anche su quello (che non giustifica nulla) che è avvenuto prima per vigliacca mano istituzionale fascista.
A distanza di 35 anni da quel giorno le cui scene ci sembrano così distanti e quasi surreali, a trenta chilometri da Trieste, Gorizia e Nova Gorica, le due città un tempo (anche il mio) divise hanno ricordato assieme gli eventi di allora e sono apparse ora più che mai unite, grazie alla scelta comune di Capitale Europea della cultura 2025.
Surreali e lontani appaiamo anche noi, studenti fuorisede che prendevano il pullmino gratuito del Grande Casinò Perla, per ascoltare i concerti, magari salendo senza portafogli per non essere invogliati dalla tentazione dei tavoli da gioco.
E che, romanticamente, inforcavano le biciclette, da Montesanto per andare alla Casa Rossa e tornare a Montesanto per prendere un vecchio treno ex juvoslavo a gasolio.
E raggiungere Bled, il lago, una piccola barca a remi, disorientati d'azzurro, tra le nuvole.
La guerra, nella frontiera ferita, allora nei nostri occhi era un ricordo, una sensazione lontana.
Ma la lontananza di quel ricordo, vista con gli occhi dell'Amore, era purtroppo anche un'illusione.
Per questo il 10 febbraio, Giorno del Ricordo della frontiera ferita, depurato da ogni strumentalizzazione e vissuto dalle genti dell'Adriatico, "il mare dell'intimità", solcato dal piroscafo dell'esilio, può rappresentare un'occasione importante.
Se rispetta la "complessità" di quel confine, di quei confini e di quella ferita, di quelle ferite.
La complessità di questa giornata, come ha saputo ben fare con il suo prezioso piccolo libro, intitolato proprio: "La frontiera ferita", il triestino Gianni Cuperlo.
Tra generazioni di proiettili che meritano oggi un respiro mittleuropeo e non solo, un tamburo italiano, asburgico e balcanico.
Un ritmo che scandisca la danza della Pace (mai priva di ferite) e non il tragico 'inciampo nazionalistico e opportunistico della Guerra (mai rivelatrice di futuro).
Francesco Lauria


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