Molestie/violenze o amichevoli confidenze? Una questione di potere.
Sono rimasto letteralmente sconvolto dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo.
Non abito più stabilmente nella mia città da molti anni, ma sto seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condanato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.
Una figura, direi da decenni, assolutamente apicale nel Teatro, dove, a lungo, hanno peraltro lavorato anche componenti della sua famiglia.
La Casa delle donne di Parma ha giustamente fatto notare che, domenica 15 marzo, per la prima volta da quando la questione di TeatroDue è balzata agli onori della cronaca, il giornale ha "osato" pubblicare il nome del regista Walter Le Moli.
Non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta e passa anni risulta aver commesso manipolazioni, abusi e violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sta subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.
Scrive la Casa delle Donne di Parma: "A raccontarlo così a un giornalista compiacente è il suo avvocato che si dice convinto di ribaltare presto le sentenze del Tribunale del Lavoro, restituendoci un Le Moli immacolato. Come se sei anni di processi e tre sentenze fossero carta straccia.
Come se fosse possibile - continua indignata la Casa delle donne di Parma -leggere in altro modo l’agire predatorio di un uomo che, per decenni, si è sentito onnipotente e ha abusato del suo potere in ogni modo, andando ben oltre il possibile e il pensabile".
Ciò che mi ha lasciato basito nell'articolo della Gazzetta di Parma, non è il richiamo alla presenuzione di innocenza fino alla Cassazione (e oltre?) ma l'approccio inaccettabile di un giornalista e di un giornale che, in maniera direi sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.
La vicenda principale, quella di due attrici coinvolte, è abilmente distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, hanno delineato 30 anni (trenta) di stupri, abusi, molestie.
Come alla Casa delle Donne l'articolo della Gazzetta di Parma, ma anche l'ampio silenzio omertoso provinciale che ha caratterizzato la vicenda "Teatro Due", anche a me sono sembrati agenti normalizzatori della violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che anziché di conclamati atti di violenza stiamo forse parlando di relazioni sentimentali.
Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive.
Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoci della sola difesa del "potente" senza apportare alcun dubbio.
Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.
Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?
Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro?
Come ha sottolineato il sociologo parmigiano Marco Deriu, coordinatore dell'Associazione "Maschi che si immischiano", in numerosi articoli e in una recente intervista a Francesco Dradi per il sito internet Parmaparallela (si veda: https://parmaparallela.it/occorre-uno-scatto-di-coraggio/ ) occorre uno scatto di coraggio: nelle persone, nei cittadini e nelle cittadine, ma anche nel contesto sociale, civico, istituzionale.
Nella comunità.
Non dimentichiamo poi i rischi connessi con il c.d. DDL Bongiorno.
Come spiega benissimo Deriu: "parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale.
È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna - conclude il sociologo parmigiano - che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio."
Non dimentichiamo, a Parma come ovunque, che se assecondiamo non solo la norma, ma la "cultura" sottesa al Ddl Bongiorno rischiamo di rafforzare contro le vittime, gravissime forme di vittimizzazione secondaria, perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce.
I toni liquidanti dell'Avvocato di Walter Le Moli (immagino con pieno consenso del suo assistito) e del quotidiano di proprietà degli industriali parmensi, mi hanno fatto tornare indietro di più di 120 anni e venire in mente l'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.
Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.
Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.
Tutte queste iscrizioni furono respinte. Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".
In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".
Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi.
Parma, non solo per il Teatro Due, ma anche per altre vicende avvenuta in questi anni e che descrivono un contesto omertoso, complice, sempre pronto alla vittimizzazione secondaria delle donne che hanno coraggio, ci fa tornare indietro, almeno di dodici decenni.
E dire che, proprio da una giovane e valente regista e autrice parmigiana, pur nata in Germania, venti anni fa è stato scritto per Rai Cinema il documentario "Antigone e l'Impero" dove, a partire dall'Antigone di Sofocle, i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono, come consuetudine, due tesi politiche e filosofiche opposte.
Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".
Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze, ma noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire".
Perchè dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.
Che, come ha affermato Gino Cecchettin, non sono mai generativi di dominio e violenza (anche in ipotetiche relazioni, persino coniugali), ma un sogno vissuto insieme.
L'Amore, infatti, "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro.
Il potere, il patriarcato, il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. Mai più. Nemmeno a mezzo stampa.
Francesco Lauria
Associazione Sognare da Svegli




Nessun commento:
Posta un commento