Ero quasi pronto, per una volta, ad accontentarmi
dell’ascolto, ma poi ho letto il resoconto di Tiziano Carradori, ovviamente
molto sindaco-centrico e, mi sono detto: verifichiamo anche il resto.
Stiamo parlando di una seduta fiume, in cui ci sono stati,
solo nella sessione delle comunicazioni dei consiglieri, circa venticinque
interventi; si è scelto di far parlare tutti e non solo i
capigruppo.
Ammetto, come Carradori, di aver ascoltato, anche on line,
molte altre ore in streaming, ma confesso, come il portavoce naturale di
Giovanni Capecchi, di non aver sentito integralmente proprio tutte le quasi sette ore di interventi.
Seguiamo la linea Carradori (Tiziano):
intanto per la sintesi (innamorata come sempre, ma direi
completa) di quanto detto nell’intervento e nella replica dal sindaco faccio
tranquillamente riferimento a lui che è, come detto, una fonte quasi ufficiale.
Ci sono poi due cattivi, scovati da Carradori stesso: Alvaro
Alberti (del Pd, lato Stefania Nesi, ovviamente) e Francesca Capecchi, capogruppo di
Fratelli d’Italia.
Ho ascoltato i due interventi che mi sono parsi, invece,
entrambi di buon livello certo, nessuno dei due scontato, perfettamente in
linea, privo di scomodità.
Alberti da perugino-pistoiese ha parlato della negatività di
Pistoia, ha ammesso, essendo stato organizzatore del Blues, che occorra
recuperare l’identità di quella che si potrebbe oggi chiamare più
correttamente: “Pistoia musica”. Ha parlato di lavoro da fare ambizioso, ma
anche difficile per la Giunta.
Francesca Capecchi, che interveniva dopo Tina Nuti e Francesco Branchetti, ha goduto (lo spiegherò fra poco) di un’autostrada a otto corsie con l’asfalto appena rifatto.
Infatti ha esordito così: “Sindaco, noto che probabilmente c’è un po’ di minoranza nella sua maggioranza!”.
Ha poi stupito la platea
affermando di essersi preparata al consiglio comunale leggendo Enrico
Berlinguer sulla questione morale. Seguendo il grande leader del Pci, ma anche
e soprattutto la propria storia politica, ha sottolineato quanto non sia disposta
a rinunciare alle proprie idee e a scendere a compromessi. “Non rinnego, ha
detto con forza, il nostro modo di governare la città in questi anni”.
Secondo me, con una squadra molto giovane, e con altre figure significative e nuove (non solo di Fdi) Francesca Capecchi è già la leader dell’opposizione in consiglio, non me ne voglia Annamaria Celesti che, a me pare, sempre, troppo forzatamente istituzionale.
Mi ha stupito, ad esempio, la scelta, per me incomprensibile, di votare alla terza chiama Paolo Tosi come
Presidente del Consiglio Comunale, nonostante non fosse sostenuto nemmeno da
tutta la maggioranza…)
Dicevamo dell’autostrada a otto corsie che Tina Nuti e
Francesco Branchetti, con due bellissimi interventi, hanno predisposto a
Francesca Capecchi.
In realtà, sia chiaro, hanno fatto molto di più, con due
interventi di altissimo profilo, certo molto critici verso il neo sindaco (non me
ne voglia l’innamoratissimo Carradori che mi invita spesso, con una certa arroganza,
vista la sua posizione, al forzato silenzio e poi parla e scrive, quasi, più di
me…).
Tina Nuti che ha una capacità magistrale (che a me, ad esempio, manca completamente) di essere durissima nei contenuti e garbatissima nei toni, ha parlato della necessità di non ascoltare le insistenti voci sul ruolo di pressioni, capibastone, e gigli fiorentini. E si è schierata con immane durezza contro la neo assessora “riformista” Olimpia Banci, preferita alla rosa proposta dalla sua lista, ma soprattutto rea di aver a lungo simpatizzato con forze politiche che, secondo Nuti, faticano, ancora oggi, a prendere le distanze dal fascismo.
Ha rincarato la dose con riferimenti a Giacomo Matteotti
(padre spirituale della Lista riformista) e a un giovane partigiano Sandro
Pertini che respinge con forza la richiesta che sua madre fa a Mussolini.
Non avrei voluto essere nei panni di Banci (Olimpia) e
Capecchi (Giovanni) in quel momento.
Ha preso, poi la parola Francesco Branchetti. Il più votato
di Avs-Sce-Possibile e il candidato sindaco che ho sostenuto, convintissimamente,
nel 2022.
Candidato, tra i primissimi sostenitori di Capecchi
(Giovanni) e lasciato a piedi prima dalla Giunta e poi dalla Presidenza del
Consiglio comunale su cui, sinceramente, siccome non si è pesatori all’ingrosso
di preferenze, il suo profilo appariva molto più indicato di quello di Paolo
Tosi (e anche, sinceramente, di Samuela Breschi, vicepresidente, per la sua
storia no vax, altrettanto divisiva…)
Branchetti che, appena presentate le liste avevo annunciato
che avrei votato, insieme alla giovane Lavinia Ferrari, è stato, come lui spesso sa
fare, davvero eccezionale.
Mi ha ricordato quando, un po’ scherzando e un po’ no, a
latere di uno degli incontri più ispirati del futuro sindaco, gli dissi, davanti
a Francesco, “Giovanni, sei davvero bravo negli interventi, quasi quanto
Branchetti!”
Lo psicologo pistoiese ha parlato, nel suo intervento, completo, concreto e ispirato, di un passato che ci riguarda e di non dimenticare la progettualità dei quattro anni di opposizione.
E’ intervenuto sulle parole, non pellegrine eteree, ma espressioni di concretezza.
Ha subito punzecchiato Mattia Nesti, interloquendo con colui che: “vorrei poter chiamare nostro assessore…”
La rottura tra i due è nota, netta e risalente già alla campagna elettorale.
Quando, dai banchi della
minoranza, gli chiedono provocatori: “Già lo disconosci?”, Branchetti, con
esperienza risponde con una sorridente e velata “minaccia”: “ce ne prenderemo
cura”.
Mi sono immaginato il solito sorrisetto silenziosissimo di
Nesti, ma ammetto di non averlo visto.
Branchetti ha così continuato: “Dobbiamo evitare ipocrisie e
coni d’ombra anche nella maggioranza. La nostra volontà è l’unità vera del
centrosinistra, ma crediamo in una politica espressa maggiormente fuori che
dentro i palazzi. Certo, come ha detto Giovanni Capecchi, a una politica del
fare. Ma non solo".
Caro sindaco ha detto Branchetti: “le propongo come metodo un percorso a
ritroso: dove la politica del fare è un risultato di idee. Prima del fare ci
devono essere le idee che rendono evidenti i ragionamenti alla loro base. Così
si evita anche che la “politica del fare” sia discontinua e a macchia di
leopardo che è un rischio reale".
Qui, poi verrà ripreso molto bene anche da Irene Bottacci, Branchetti aggiunge: “le idee dovrebbero andare a pescare in quello che è il sognare: è dentro i sogni che crescono le idee. Se io non sogno una città, quel sogno non si potrà mai avverare.”
Sono parole, immagini, visioni che, una volta, usava anche
Capecchi che ora pare sempre più realista, riformista.
Continua Branchetti che mi sembra tornato quello di quattro anni fa: “Osiamo sognare e rendiamolo evidente!”
Dentro i sogni, ,ma anche nella politica del fare, si dovranno trovare delle
priorità.”
Branchetti ha chiesto la massima radicalità, perchè: "non c’è centrosinistra senza coraggiosa radicalità".
Seguire un percorso, difendere
quell’idea, un sogno perentorio.
Francesco, capo scout, educatore, di partenza infermiere e
poi tre lauree, ha lanciato la sua di priorità: il principio di fragilità.
“Se la fragilità è la mia priorità la declinerò – ha detto
Branchetti - sulle persone e sui territori (dobbiamo cercare le povertà)".
Non basta il dossier povertà della Caritas, pur
importantissimo. Il 10 per centro dei lavoratori a tempo pieno a Pistoia e in
Italia, sono a rischio povertà.
Ancora Branchetti: "E’ questo che vuol dire stare sui territori. Il mio sogno
riguarda questa gente: i più poveri, persone deboli che ci sono e vanno stanate per essere
ascoltate e incluse".
C’è poi un punto che, con l’Associazione Sognare da Svegli e, soprattutto, l’Associazione Il Delfino, in assenza di Capecchi (ma si confida in un suo recupero), abbiamo affrontato il 13 maggio anche in rapporto alla quedstione immigrazione: “un’altra grande fragilità che è il carcere".
"A
Pistoia - ha sottolineato l'ex candidato - riscontriamo il doppio di persone rispetto alla capienza. Lo sapete
che, se diminuiscono i metri quadri si va contro la arta dei diritti
universali dell’uomo?”
Il carcere della città è, anche per tipologia, meno problematico, aggiungo io, di Prato o Sollicciano, ma vive comunque una situazione grave.
Branchetti ha poi detto una cosa sacrosanta, cruciale: “I
diritti per propria natura sono tutti fragili, sono costati forza, energia,
lacrime e sangue. Proprio per questo dobbiamo difendere anche i diritti
consolidati. Nel mio sogno di città perfetta, si perfetta: ci si deve esprimere
in questa maniera”.
Il leader di Sinistra Civica Ecologista, in una sorta di
extra-relazione rispetto al sindaco, ha parlato anche di servizi socio-sanitari
e degli indicatori di Pistoia non positivi per la qualità di vita per gli over
65, con la necessità di un patto esigente con l’Asl.
L'ex candidato sindaco ha parlato poi di
un sogno che ha a che fare con il linguaggio della cura.
Non basta, infatti, parlare genericamente di cura.
"Occorre – ha detto preciso - scavare un po’: ci sono diversi
tipi di cura, di filosofia della cura.
Non basta, anche se è necessaria, la merimna, la
preoccupazione quotidiana, il salvaguardare la sopravvivenza.
Viene poi la therapeia, la cura delle ferite, il servizio,
l’attento accudimento, l’eudaimonia, con il far fiorire la possibilità di
vivere bene.
Infine si raggiunge, ha sottolineato Branchetti, l’epimeleia
che, pur con la necessaria sollecitudine, i greci intendevano come un progetto
di cura davvero compiuto".
Dovrei completare il mio resoconto con l’altra figura a cui
con Branchetti avevo promesso (per poi cambiare idea) il mio voto: la giovane consigliera
Lavinia Ferrari.
Non ho, sinceramente, ora, la serenità interiore e politica per farlo, anche se la ho ascoltata attentamente e rifletterò a tempo debito sui
temi, importanti, che Lavinia ha toccato, meritandosi, insieme a Lorenzo
Scalise, un, probabilmente eccessivo, rimbrotto finale di Annamaria Celesti,
coordinatrice dell’opposizione.
A Lavinia, voglio riconoscere un merito. È stata la prima persona
a parlarmi politicamente, mentre preparavamo insieme e su sua iniziativa
un’iniziativa su immigrazione e accoglienza, di Bruno Leka. “Culturalmente diverso
da me - mi disse Lavinia - ma dalla storia e dai contenuti davvero
interessanti”.
Bruno, e non mi stupisce, perché nel frattempo l’ho
conosciuto molto meglio, ha pronunciato ieri in consiglio comunale un
intervento di altissimo profilo. Non ha sbagliato proprio nulla, nonostante
all’inizio abbia citato l’esordio, in una lontana notte romana, di Papa
Giovanni Paolo II° (“Se sbaglio, mi corriggerete”).
Devo dire che il suo intervento, da “semplice cristiano”, mi
ha emozionato, così come mi ha emozionato la sua storia personale, che ha
molto, moltissimo da insegnarci, senza per questo distinguerlo, farne uno “un
po’ diverso anche se bravo.”
Bruno è uno di noi, oserei dire, da immigrato interno, è
Noi.
Anche se presto non sarà solo, è il primo consigliere
comunale di Pistoia con background migratorio, arrivato qui piccolissimo.
Tornerò, come su quello di Lavinia, anche sul suo
intervento. Ma mi soffermo solo sulle conclusioni: “basta, basta, basta, per
favore parlare di integrazione”.
Il futuro (Valditara permettendo) passa, invece, proprio dalla
conoscenza di altre culture, nel dialogo come straordinario strumento, musica
universale di Pace (e Giustizia).
“Dobbiamo parlare, invece, - ha sottolineato Bruno Leka,
persona che sono assolutamente orgoglioso mi rappresenti in questa città, pur
non essendo un suo diretto elettore - di intercultura. Non esiste, infatti, più una cultura da sola.”
L’identità, me lo hanno insegnato nel sindacato (quello vero),
è qualcosa che è in continuo divenire.
Su questo ci ho scritto, perfino un intero libro, insieme alla ricercatrice e formatrice, Adriana Coppola: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo".
Si nutre di realtà e di incontri, di positiva
contaminazione. Non di esclusione e di prevaricazione. Men che meno di
superiorità.
E i gemellaggi che verranno promossi dal Comune di Pistoia,
ha notato giustamente il neoconsigliere, costituiranno un primo, concreto,
banco di prova.
Francesco Lauria (Fine prima parte…)






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