Ho riflettuto a lungo su quanto avvenuto ieri rispetto, apparentemente, a un tema capzioso e locale: le regole delle primarie del c.d. "campo largo" in programma per il prossimo 12 aprile, a Pistoia.
Se la "gente" si interessa poco della legge elettorale (anche perchè, sempre di più, tra listini bloccati, annientamento delle preferenze, partiti non democratici e, spesso, personali, soglie di sbarramento inique, fagocitamento del potere legislativo da parte di quello esecutivo, è facile disamorarsene) figuriamoci se può appassionarsi a regolamenti pattizi di un campo sempre più litigioso e, almeno a Pistoia, almeno negli ultimi nove anni, popolarmente ristretto ed elettoralmente perdente.
In realtà ieri ho visto il filo della mia vita recente degli ultimi dieci mesi, dipanarsi chiaramente: ho, infatti, coordinato anche un dibattito online sulle regole della rappresentanza sindacale e sulla democrazia nei luoghi di lavoro.
Rigenerare Democrazia, a partire dai corpi intermedi, con una visione circolare della sussidiarietà e un'attenzione particolare al futuro, forzatamente di minoranza, delle giovani generazioni, non è un esercizio teorico e, nemmeno, una riorganizzazione del potere: rappresenta una opportuna re-distribuzione del potere.
Ho già spiegato, ampiamente e nel merito, perchè escludere giovani e immigrati dalle primarie di un campo che si presumerebbe inclusivo (si chiama: "largo"...) sia stato un errore profondo: ( https://www.reportpistoia.com/le-primarie-ristrette-del-12-aprile-rischiano-di-rappresentare-unoccasione-persa-a-partire-dai-giovani/ ) e ho anche lanciato un conseguente appello ai due contendenti: Stefania Nesi (lei lo ha raccolto ieri sera) e Giovanni Capecchi (per ora non pervenuto), per cambiare una decisione sbagliata. (https://www.reportpistoia.com/raccolta-di-firme-per-il-voto-di-sedicenni-e-immigrati-alla-primarie/ )
Mi sono impegnato in prima persona, mettendoci la faccia, perchè ritengo che "cambiare" il potere e distribuirlo significa, innanzitutto, ricostruire fiducia e giustizia e inclusione, il tutto da una serie articolata di punti di vista: da quello generazionale, a quello ecologico, da quello relazionale, a quello interculturale, e così via...
Ieri il quotidiano Avvenire ha pubblicato ampi stralci di un discorso inedito in Italia del filosofo francese Paul Ricœur dal titolo: “Una fragile identità e il rispetto dell’altro”.
Fu pronunciato a Praga nell’ottobre del 2000 al congresso della Federazione internazionale dell’Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura.
La questione dell’identità abbinata a quella del riconoscimento dell’altro ci pone, secondo il grande filosofo francese - di fronte a una grande perplessità che si esprime in forma interrogativa: chi siamo?
Chi siamo, diremmo noi a Pistoia, "popolo" del centrosinstra, da nove anni all'opposizione in questa città, ma anche cittadini e cittadine in generale?
Qual è la nostra identità presente? Quale la nostra memoria? Quale il nostro desiderio e progetto di futuro?
"Più seriamente - continua Ricoeur - ci troviamo a confrontarci in maniera diretta con il carattere presunto, addotto, preteso delle rivendicazioni di identità. Tale presunzione si annida nelle risposte tese a mascherare l’ansia della domanda.
Alla domanda chi? – Chi sono io? – opponiamo risposte su che cosa.
Del tipo: ecco cosa siamo, noi altri. Siamo questi, così e non altrimenti. La fragilità dell’identità si mostra - conclude Paul Ricoeur - nella fragilità di queste risposte su “cosa?” che pretendono di dare la ricetta dell’identità stessa (...)".
Quindi il tema, prima che sulle regole, verte sull'identità del chi siamo.
Un chi siamo, ovviamente, non immobile nel divenire del tempo, sia esso considerato in forma lineare, il kronos, che in forma circolare, il kairos.
Tralasciando, per brevità, molte riflessioni interessanti di Ricoeur, ma rimando qui per la lettura integrale (https://short.do/zJ59MM ) ciò che mi interessa riportare e proporre è la riflessione del filosofo sul rapporto tra identità e fragilità, cui lui aggiunge, opportunamente, appunto, la dimensione del tempo.
Afferma: "Come prima causa della fragilità dell’identità bisogna citare il suo difficile rapporto con il tempo: difficoltà primaria che giustifica il ricorso alla memoria in quanto componente temporale dell’identità, congiuntamente con la valutazione del presente e la proiezione del futuro.
Ebbene, il rapporto con il tempo fa difficoltà a motivo del carattere equivoco del concetto dello stesso, implicito in quello dell’identità. Che cosa significa restare gli stessi attraverso il tempo?"
E', a mio parere, una domanda difficile, articolata e bellissima.
Ricoeur, semplifico, si oppone alla "rigidità inflessibile di un carattere", di cui ci da proprio l'immagine metaforica della tipogragia e del tema.
E' proprio quello che è avvenuto plasticamente a Pistoia con le regole delle primarie (e su molto altro...) dell'"altro avvertito come una minaccia".
Non stiamo, aggiungo, parlando dell'avversario, magari del "nemico", del naturale competitore: no, stiamo parlando del fratello, della sorella, di chi ci sta accanto, di chi sogna un cambiamento insieme a noi.
Continua il pensatore: "La nostra identità dev’essere dunque fragile al punto da non poter sopportare, non poter tollerare, che altri abbiano modi diversi da noi di condurre la loro vita, di comprendersi, d’iscrivere la propria identità nella trama del vivere insieme?"
Ricoeur continua magistralmente: "Hannah Arendt dice da qualche parte che il racconto dice il “chi” dell’azione. Ebbene, il racconto contribuisce facilmente all’avvitamento dell’identità di una memoria su se stessa; i miei ricordi non sono i vostri; se necessario, escludono i vostri.
A complicare le cose, alla sensazione di minaccia risultante da un’alterità mal tollerata si aggiunge la relazione di invidia che non è meno di ostacolo al riconoscimento dell’altro; l’invidia, dice un dizionario, consiste in un sentimento di tristezza, irritazione e odio verso chi possiede un bene che non abbiamo. L’invidia rende intollerabile la felicità degli altri.
Alla difficoltà di condividere l’infelicità si aggiunge il rifiuto di condividere la felicità."
Ricoeur continua e compie una riflessione molto anticipatrice sul rapporto tra fragilità e totalitarismi, ma, per fortuna, questo, almeno per ora, non riguarda Pistoia.
Come mi ha insegnato, indelebilmente, con l'esempio, non con le sole parole, una giovane sindacalista: la ferita dell'altro/a, peraltro non si racconta, non si cuce, non si cancella per procura.
La ferita dell'altro/a, invece, si deve prima vedere e poi, soprattutto, lentamente, si ascolta.
Con rispetto infinito e solo dopo un opportuno silenzio, questa ferita la si può provare a trasformare insieme, ad attraversare insieme.
Come ci insegna, ad esempio, la giustizia riparativa, ma senza mai rinunciare alla giustizia, senza mai, quando ci sono, confondere vittima e colpevole.
Insomma: non si tratta di cambiare una regola tecnica: si tratta, di ricominciare, a Pistoia, a vedere l'altro, nella sua ferita, ma anche nelle sue aspirazioni, nei suoi talenti, ascoltarlo, chiedersi cosa pensa, come vive, cosa sogna, perchè soffre, cosa sogna, cosa possiamo fare insieme, come possiamo essere insieme.
Tutto ciò soprattutto se parliamo di adolescenti e giovani, soprattutto se parliamo di immigrati residenti (e io non mi fermo, sinceramente, a quelli provenienti da paesi interni all'Unione Europea, lo dico anche a Stefania Nesi).
Sta qui la scommessa dell'inclusione e di quella che Alexander Langer chiamava: "La scelta della convivenza".
Da qui, dallo spalancare porte e finestre, dal costruire percorsi e orizzonti di fiducia, sta la strada, stretta, per carità, di sognare una città e un territorio se non felici, incamminati verso il desiderio e il diritto alla felicità.
Francesco Lauria
Associazione Sognare da Svegli




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