Siamo ormai a fine turno, in un supermercato di Pistoia, fra i più grandi.
I cassieri maschi sono davvero pochi, quelli "anziani", ancora meno.
Vado alla sua cassa, so che, pur non essendo velocissimo, sarà preciso e gentile.
Prima di me, una persona straniera ha comprato birre, patatine, salatini.
Lui si accorge subito che il cliente non parla italiano e gli chiede comunque, in perfetto, inglese se ha la tessera fidelity.
Il cliente risponde di no, che non gli interessa e lui lo saluta, sempre in perfetto inglese, anche come pronuncia.
Avevo creduto di dover intervenire, per aiutare a spiegare, ma non ce ne era stato bisogno.
Lui mi guarda e mi dice: "Sa, ho lavorato per tanti anni per una società americana, vendevamo, negli anni Ottanta, a Pistoia, le Chevrolet, poi siamo passati alla Fiat, poi, dopo trentuno anni abbiamo chiuso. Io l'inglese l'ho studiato al liceo, all'Università, l'ho praticato al lavoro. Diciamo che un po' me lo ricordo, pur tra questi benedetti scaffali".
Non ci sono, quasi un miracolo, altri clienti dopo di me.
Il cassiere aggiunge: "Oltre alla perdita del lavoro, ho avuto problemi di salute e mi sono dovuto reinventare, ed eccomi qui, alla cassa, ma fra dieci mesi, se Dio vuole, vado in pensione..."
Poi vedo che deve dirmi qualche cosa e lo fa in un sospiro: "ma ogni lavoro può essere fatto bene, con dignità".
Gli faccio i complimenti, sia per l'inglese, sia per la passione, la precisione e la gentilezza che mette nel suo lavoro quotidiano. Non è la prima volta che lo osservo, in silenzio.
Ho pensato ai miei lavori: nei campi di cipolle, nelle fabbriche dei gelati, nelle industrie metalmeccaniche che producevano scatolette di tonno per i paesi arabi, al banco degli autogrill nell'estate rovente e affollata sull'A1, nell'industria chimico farmaceutica, nelle redazioni (o meglio con le redazioni) a 5-6 euro al pezzo, come rilevatore Istat nei paesini friulani, a volte accolto con fiumi di vino e a volte quasi a fucilate.
Mentirei se dicessi che mi sono sempre trovato bene. Che non mi sono sentito, a volte, sfruttato, leso nella mia dignità.
Altre volte, invece, proprio come il mio amico cassiere, ho svolto lavori considerati umili (e nel suo caso "femminili") con dignità e apprezando quello che facevo, con chi mi relazionavo, come lo facevo, magari dopo un po' di necessario rodaggio.
A volte non conta lo stipendio, nemmeno lo stigma di genere, in questo caso, ribaltato.
Conta come si va a letto la sera.
Consapevole di aver regalato, come fa il mio amico cassiere, un sorriso gratis ad un'anziana sola o un bollino dimenticato al settecentesimo cliente che nemmeno ti saluta o ti ringrazia.
Il lavoro non è merce. Il lavoro è umanità, come diceva Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl, mio maestro: "è un fatto sociale e relazionale".
Restiamo umani.
Anche a pochi minuti dalla chiusura, in un supermercato di una città di provincia che, a volte, sa essere spietata. Anche con chi non se lo merita, anche con chi ringrazia, con chi sorride gratis. Senza volere nulla in cambio.
Con chi, nonostante tutto, non ha ancora voglia di smettere di sognare.
Da sveglio.
Francesco Lauria
