martedì 23 giugno 2026

CARNE OPERAIA SULL'ASFALTO BOLLENTE A CARMIGNANO. E QUELLA "FABBRICA DELLE DONNE" CHE, A MILANO, SFONDO' L'ARROGANZA DEL PADRONE.

Italia, 23 giugno 2026

C'era molto caldo ieri a Carmignano (Prato).

Come in tante parti d'Italia, il cemento ributtava calore, il sole cocente faceva male alla testa.

Eppure proprio nella testa di tanti operai della logistica risuona solo una cifra: 100.

Cento, 100, in lettere e in numeri.

Sono i licenziamenti annunciati dall'azienda che si occupa del trasporto in tutta Europa dell'abbigliamento del pronto moda e che, anche perchè messa di fronte a diffuse e inaccettabili sue pratiche illegali, da ogni punto di vista, ha annunciato il ricatto più bieco: chiusura.

Una chiusura che è anche, ovviamente, trasferimento dove lo sfruttamento è più pesante dello sfruttamento, enorme, che già c'è.

Sono le 13 e il sole batte forte sulla piana pratese, batte forte sulle colline, anche sulle montagne che sono spettatrici dell'ordinaria follia del capitalismo dello scarto, come lo chiamava, inascoltato e bestemmiato, Papa Francesco.

Un Papa che ci insegnava a pregare e a vedere.

Ma anche, con l'urgenza della profezia e della razionalità, ad agire.

Collettivamente.

E allora, un piccolo, eroico, prezioso sindacato di base, il Sudd Cobas decide che basta, non si può più stare in silenzio.

Subire lo scempio, abbassare la testa. Accettare turni totalmente illegali, nessuna regola di salute e sicurezza, inquadramenti ridicoli  (quando ci sono), ricatti su ricatti, su ricatti.

C'è una parola antica, ormai forse desueta, certamente contro corrente, in direzione ostinata e contraria in tempi di malefici pacchetti sicurezza che colpiscono in maniera indiscriminata e vigliacca lavoratori, immigrati, cittadini, manifestanti.

La parola è "picchetto". 

Il picchetto ti da forza, è un Noi, un essere in tanti di fronte allo strapotere padronale.

Ma lì, nel piazzale dei camion, i padroni danno un ordine a tutti i padroncini, proprio fuori dai pronto moda dell'area pratese.

La parola d'ordine è "forzare", costi quel che costi.

Quanto per loro è più importante la merce, di una qualità più che scadente, di qualsiasi persona, di qualsiasi lavoratore/lavoratrice, di qualsiasi legge, di qualsiasi dignità.

Fa caldo, anche per i padroncini, i furgoni sudano benzina sull'asfalto.

Si mette in moto. Tutti insieme, fa più paura.

Cosa può un uomo, un senza nome, un miserevole ingranaggio del capitalismo dello scarto, di fronte ad una fila di furgoni accesi dall'illegalità?

Può farsi scudo, nonviolento con il proprio corpo. Con il proprio vissuto, con la propria anima, con la propria rivolta.

L'operaio, parola antica, viene trascinato per diversi metri sull'asfalto bollente, la carne si fa sangue. Il grido di un uomo, una persona vera, spezza il rumore di fondo.

Non è importante la lingua, il colore della pelle, l'età. E' un uomo. Un uomo che lavora e che è lì per difendere la sua e la nostra dignità.

Questa volta, no. Non c'è scappato il morto. Anzi, la ferita pare pure lieve, "di che si lamenta...?"

In Via Copernico, si può, almeno per ora, continuare a lavorare, a scaricare, a ignorare, all'infinito, tutto quello che succede.

Da anni e anni...


Italia, 23 giugno 2026

Google maps fatica a funzionare a causa del mio sudore, ci sono trentotto gradi. Un'ora prima di mezzogiorno.

Incontro Uliano Lucas, ad Asti, dopo una lunga camminata sotto il sole e quattro treni regionali presi al volo, tra coincidenze strette e rincorse verso i binari-tronco, quelli posti alla fine delle stazioni, di quelli che nemmeno ti accorgi che esistono se non devi prendere il treno da lì.

Ne vale, davvero, la pena.

Ci tuffiamo, anche grazie al suo ultimo, bellissimo e recente libro fotografico, intitolato: "Sguardi sulla fabbrica" nel pieno del Novecento, delle lotte operaie, ma anche di quelle sociali, a partire dall'impegno con i "matti" di Franco Basaglia, a Trieste e Gorizia, ma anche a Parma e Colorno, ricordando, insieme, con nostalgia il comune amico, eretico per amore, Mario Tommasini.

Scatti in tutto il mondo che, oltre che nei libri e nelle mostre, possono essere, almeno in parte, raggiunti sul sito che raccoglie gli sguardi di una vita: www.ulianolucas.it 

Discutiamo, insieme, di potere e di comunicazione, di verità e di scelte.

Torniamo agli anni Sessanta a Milano, alla crescita della città industriale, tante, tantissime fabbriche.

E arriviamo subito dopo al 1968, ma prima dello Statuto dei Lavoratori, della Costituzione nelle fabbriche. Ci fermiamo ai cancelli.

Già me li immagino i cancelli della Borletti, cinquemila lavoratori e lavoratrici, tantissime donne.

Si fabbricano orologi e macchine da cucire, alla Borletti, nella grande Milano, in Via Washington.

Fin dagli anni Cinquanta, mi spiega Lucas, la Borletti era chiamata la "fabbrica delle donne".

I primi grandi scioperi in azienda sono ancora precedenti, addirittura anticipano la Resistenza, risaliamo alla primavera del 1943.

Ma torniamo a quei cancelli. 

Bisogna far entrare i sindacalisti in fabbrica. Devono parlare dentro, non fuori per strada, ai cancelli appunto.

Il sindacato deve entrare dentro al cuore dei luoghi di lavoro, interessarsi dell'organizzazione del lavoro, dell'istruzione di lavoratori e lavoratrici, della salute e della sicurezza.

E' un onda che si trasmette di uomo in uomo, di donna in donna.

Il lavoro è dignità, la lotta non è più un tabù, i diritti non solo più concessioni padronali, chissenefrega del panettone a Natale.

E allora Antonio Pizzinato, della Fiom, futuro segretario generale della Cgil e Piergiorgio Tiboni, della Fim Cisl, vengono presi in spalla dalle donne della Borletti, con gli operai uomini che, increduli, stanno a guardare...

E' una grande marea allegra e impetuosa che, piano piano, si fa strada, fino all'impensabile.

I cancelli, sfondati, si aprono e i due sindacalisti, insieme ad operaie ed operai, portati in spalla, in trionfo, entrano nella grande sala mensa, quella sala che lo Statuto dei Lavoratori, porterà ad essere unica per operai ed impiegati/dirigenti.

Immagino gli occhi che ho ben conosciuto di Pier Giorgio Tiboni, ma anche quelli di Antonio Pizzinato, anche lui "immigrato" a Milano, dall'allora povero Nord-Est.

Immagino la gioia incredula di quegli occhi: siamo dentro. E ci rimarremo. 

Alla Borletti, come in tante piccole, medie, grandi fabbriche della metropoli.

Insieme a noi, a me e ad Uliano Lucas, mentre ritroviamo le immagini e la speranza di quegli anni c'è una persona che, per una malattia, ha perso la memoria di lungo termine, vive, con ironia, gioia fragilità, solo il presente.

Ci scatta, davvero felice in quell'istante, una fotografia:

Si può, però, collettivamente, vivere solo nel presente?

Perdere completamente la memoria di queste lotte, queste radici fondamentali della nostra democrazia e, insieme, privarsi dell'orizzonte di un futuro desiderabile e condiviso?

Ce lo chiediamo, senza probabilmente avere un'univoca risposta, rimettendo via i ricordi.

Eppure, in particolare nella fotografia di Uliano, fotoreporter sempre free lance, libertario e anarchico per scelta, narratore, con le immagini di un'umanità libera, dignitosa e resistente, non c'è spazio per la nostalgia.

Anche gli ultimi lavori, nei centri di accoglienza per i migranti, così come nelle esperienze più avanzate di accompagnamento alla salute mentale nel Mezzogiorno, ci regalano una ferita che è feritoia, spazio di futuro.

Cercano la verità come Uliano la cercava con le sue foto controcorrente durante l'assedio di Sarajevo, tra mortai e bombe, certo, ma narrando anche una città che continuava a vivere, miracolo di convivenza e resistenza civile, sfacciato messaggio di umanità e di sofferta poesia.

Cercare, anticipare il futuro.

Come quella famosissima immagine di Lucas, all'Alfa Romeo, in catena di montaggio, 1987, credo pubblicata dal Corriere della Sera.

L'operaio in fabbrica, per la prima volta, legittimamente, perchè non serve più, è senza tuta blu.

Oggi non ci faremmo più caso, al tempo della Thatcher e di Reagan, fu, invece, una rivoluzione, anche del costume.

Già, gli anni Ottanta. Il riflusso, il ritorno al privato, i walkmen...

Ma torniamo ad oggi.

Come si collegano l'asfalto di Carmignano, il pronto moda e la logistica, con gli orologi della Borletti del 1969 (e non dimentichiamoci, quell'anno la strage di Piazza Fontana, a Milano) e l'Alfa Romeo, post vendita alla Fiat, del 1987?

Qual è il filo che nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social, del digitale (anche nella fotografia) non possiamo/vogliamo spezzare?

Quel filo è uno solo: l'uomo non può essere lasciato solo.

Sindacato, significa, anche questo ce lo ricordava spesso, molto spesso, Papa Francesco: "fare, essere giustizia INSIEME", "sun dike".

Oggi, nella frammentazione estrema del lavoro e nell'esplosione dell'individualismo è tutto ancora più difficile di quando alla Borletti, per un discorso di un'ora in sala mensa, a fine turno, si dovevano sfondare i cancelli.

Ma rimane necessario. 

Bisogna essere grati a quei lavoratori, a quei giovani sindacalisti che, nella piana fiorentina-pratese-pistoiese, come altrove, non si rassegnano.

Non sono cenere del passato.

Ma luce necessaria di futuro.

Uliano mi sorride, e mi da appuntamento alle prossime lotte, alle prossime storie di vita, al prossimo fotografico sguardo, stupito mai rassegnato., su un mondo che cambia.

Un mondo che certamente, non può però perdere l'umanità.

Anche al caldo di una ferita che lascia la carne sull'asfalto, sfidando una troppo silenziosa, amara, complice indifferenza.

Francesco Lauria

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