martedì 23 giugno 2026

"L'INTELLIGENZA DEL BOSCO" E LO STERILE CEMENTO DI PISTOIA. LETTERA APERTA A TIZIANO CARRADORI (VICE CONDOR...)

Mi sono chiesto come spiegare a Tiziano Carradori, per molti in città, vera mente ideatrice, insieme a poche altre, dalla candidatura del mitico sindaco di Pistoia Giovanni "Condor" Capecchi, qual sia la concezione di politica (ma, se fossimo a scuola o all'università potremmo dire anche di sapere e di apprendimento) che io ritengo già tradita con la nuova amministrazione comunale di centrosinistra (e questo, ovviamente, non vuol dire che difenda  o propenda per le precedenti).

Provo a farlo, senza livore, nonostante il Carradori (da me ampiamente rintuzzato) abbia dedicato alla mia persona e ai mei scritti epiteti del tipo (solo per fare un sunto...): presuntuoso, verboso, insopportabile insolente, e molti altri peggiori che, potrei sbagliarmi nel profluvio social, mi sembra abbia provveduto a cancellare, con un po' di coda di paglia.

Il top è stata l'intimazione che mi ha rivolto a non scrivere più, degna del peggior editto bulgaro (no, Carradori, non mi ritengo Enzo Biagi, tranquillo, era un esempio...)

Quante volte Giovanni Capecchi, prima durante la campagna delle primarie e poi in quella che lo ha contrapposto ad Annamaria Celesti e al centrodestra, ci ha ricordato la sua professione di insegnante universitario, i suoi studenti, ma anche gli studenti fragili del padre, nel doposcuola fondato dal genitore?

Rispondo io.

Tantissime.

Allora proviamo a seguire, per giungere alla politiche e alle sue scelte, il filo del sapere, dell'educazione.

C'è una frase di Don Lorenzo Milani,  che può essere condivisa oppure no, che afferma:  “il sapere serve solo per darlo”.

Ritengo che questa frase racchiuda l’essenza più autentica dell’educazione, ma anche della politica (i due temi per don Lorenzo erano molto legati): la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà e futuro.

Se a conoscenza, sostituiamo "potere" otteniamo l'idea di don Lorenzo per la politica, quel "sortirne insieme" che ha affascinato, motivato, messo in moto generazioni e generazioni.

Carradori che è un antico comunista ordinario incallito (nel senso del Pci e non degli altri gruppi della sinistra che, pur erano rappresentati a Pistoia), per questo, immagino, non sia stato particolarmente interessato, all'insediamento del nuovo vescovo Augusto.

In un passaggio che ho molto apprezzato, ma non conosco bene, non voglio tirarlo per la giacchetta, il nuovo vescovo di Pistoia e Pescia, ha parlato della disobbedienza e dei No necessari per dire, con la Vita, dei sì.

E' un tema, per esempio, che un Don Biancalani non capirà mai, bestemmiando da sempre i veri insegnamenti di Don Lorenzo Milani, con l'incapacità assoluta del presbitero quarratino di affiancare i doveri ai diritti.

Molto meglio di come posso fare io, che sono verboso e chissà che altro, può spiegare a Tiziano Carradori il fulcro del tema, il cantante e romanziere italo-albanese Ermal Meta, come riportato (dalla seconda edizione) nel libro su Don Milani e il lavoro che ho curato, per la prima volta, ormai quasi dieci anni fa: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana".

Si tratta di un testo di Ermal Meta ed è il discorso svolto dal cantautore pronunciato a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:

“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. 

Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è. 

La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) 

Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. 

Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) 

Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”

Il fine dell’istruzione, come quello, pur in ambiti diversi della Politica, ci dicono Don Lorenzo ed Ermal Meta, è, pertanto, rendere ciascuno capace di dedicarsi al prossimo e di prendersi cura, fin da subito e consapevolmente, della realtà che lo circonda.

Ma voglio sfidare Tiziano Carradori, se gli aggrada, a leggere ancora un po'. Magari si può sforzare, nonostante il caldo.

In un discorso pubblico mia cugina Raffaella Lauria, Presidente di un liceo in Alto Adige, mi ha ricordato che:

"la scuola può essere paragonata a ciò che la biologa/ecologa canadese, Suzanne Simard definisce “l’intelligenza del bosco”.

Nei boschi, gli alberi non competono per le risorse: si sostengono. Quando uno di loro è in difficoltà, altri, anche di specie diverse, gli inviano sostanze nutritive attraverso la rete a noi invisibile delle radici. Ogni albero cresce perché altri lo aiutano a farlo e gli alberi madre assicurano che le nuove generazioni possano crescere forti. 

Così la scuola, ma anche la politica, direi persino la Chiesa se funzionasse, dovrebbero vivere come rete di relazioni, dove chi ha più esperienza sostiene chi inizia e dove ciascuno/a, a sua volta, può diventare radice per un altro/a. Quando la scuola o una città sono vive, come il bosco, diventano una comunità dove il sapere non si trasmette soltanto, ma si condivide.

Anche qui proviamo, caro Tiziano, a sostituire sapere con "fede", o "potere".

Ecco io ho misurato, sulla mia pelle, che tutto questo per la massima guida dell'amministrazione di Pistoia, nella concretezza dell'esistere, non nella vacuità del comunicare, non vale, non conta, non esiste.

Al  di là dello storytelling ben costruito, il potere non si condivide, la partecipazione è un farlocco o una foglia di fico e si preferisce la zona di confort dei propri stretti cortigiani, alla verità e alla politica. Quella vera. Quella che comporta l'eresia, che in greco significa: "la scelta".

Si preferisce il silenzio al coraggio, l'inedia (si sono un po' verboso) alla trasparenza, il conformismo al dibattito, franco e netto, quanto opportuno.

Si insegna oggi a Pistoia, ma al contrario.

Non a sortirne insieme, ma a guadagnarci il più possibile, per se stessi o, siamo a Pistoia, per il proprio clan, la propria dinastia, il proprio gruppo o gruppetto di potere, la propria associazione.

Non mi riferisco ovviamente nello specifico a Giovanni, non denuncio nulla di individuale, ma rivendico il mio diritto di descrivere e denunciare il sistema che ha vinto e ora: "si riprende finalmente la città", come si urlava o ci si diceva intorno a San Domenico il lunedì dei risultati elettorali, del laboratorio Pistoia.

No, caro Tiziano Carradori, in questa città, non da ora, non si sviluppa: "l'intelligenza del bosco", nonostante i propositi di recupero del consumo di suolo, si delinea la sterilità di una sterile colata di cemento, dove la scomparsa dell'etica, annulla qualsiasi buon proposito o competenza esibiti (e comunque non acquisiti e tutti da dimostrare nella concretezza del quotidiano).

Mi dirai che è sempre stato così, fin dai tempi del tuo Pci imperante, dominatore nella città.

Mi dirai che, invece, è giusto barattare un'amministrazione tutto sommato dignitosa, con qualche guizzo anche di bravura e di attenzione ai più deboli, rispetto ad una fragile, ma vera costruzione di comunità, che superi realmente i privilegi bloccati dei soliti noti, le scontate vassallerie, le inesorabili cinghie di trasmissione, i poteri consolidati che bloccano lo sviluppo e la democrazia compiuta, per usare un termine che era proprio di Aldo Moro.

Dirai, magari, che oltre a tutto il resto, sono anche un cocciuto, pervicace moralista.

Può essere.

Come dissi, anche pubblicamente, a Giovanni Capecchi, durante l'iniziativa sulla cultura in campagna elettorale, prima di tutto io mi ritengo, con un'altra parola desueta, un: "militante".

E per un militante, al di là di se stesso, parliamo della città, non di ferite dei singoli:

"La differenza tra fatti e valori è una questione personale".

Vale, ad esempio, per la cultura, la politica della Pace.

Insomma, Carradori vice Condor, così ho fatto.

Così faccio.

Così farò,

nonostante i tuoi insulti e i tuoi risibili "warning".

Francesco Lauria

P.S. Parlando di cose serie, so, come tutti in città, dei tuoi problemi di salute. Ti auguro una piena guarigione, senza alcun rancore personale. Perchè le persone, spiegalo al Condor, vengono prima di tutto. Prima della politica, figuriamoci del potere o dello scontro per esso.

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