Questa volta, essendo carico di tanti libri su Bruno Buozzi e il sindacalismo socialista, recuperati il giorno prima all'Istituto Parri di Milano, non me la ero sentita di affrontare, nella notte di gennaio, i 45 minuti a piedi che separano casa mia dalla stazione ferroviaria di Parma.
Sceso quindi dal mio comodo passaggio, sono entrato in una stazione quasi deserta.
Pochi minuti prima delle sei del mattino, treno anticipato e percorso incognito causa sciopero.
Una parola antica, che Don Lorenzo Milani spiegava ai suoi ragazzi e alle sue ragazze come una fondamentale "arma non violenta", proprio come il voto.
Avevo barattato quindi il mio comodo intercity Parma-Prato (cancellato) con un regionale, di quelli lenti, ottocenteschi, che salutano i condomini sulla Via Emilia (tra la Via Emilia e il West avrebbe detto qualche scrittore ispirato...) fino a Bologna.
Un viaggio quindi, abbastanza lungo, di cui sinceramente non ricordo praticamente nulla.
Devo aver anche russato, viste le espressioni non proprio amichevoli, al mio risveglio, dei vicini di posto, proprio mentre si approssimavano i molteplici binari dello snodo ferroviario più importante del Paese.
Scendo speranzoso.
Il successivo regionale per Prato mi era stato garantito al..."99%".
Niente, ieri eravamo nel famigerato 1%, d'altronde io sono, come è noto, un uomo testardamente di minoranza. Il regionale per Prato, già non proprio una freccia alata, si sarebbe, infatti, fermato, nel nulla a San Benedetto val di Sambro.
Mentre cerco di capire cosa fare per arrivare alla meta finale di Pistoia (la più emiliana delle città toscane, come ci dice il buon Francesco Guccini...) vago per Piazzale Ovest della Stazione (l'Est, quello dei treni per Prato aveva perso di interesse...).
Ascolto due anziani dai tratti inequivocabilmente arabi parlare tra loro, proprio vicino alle aiuole abbastanza curate del piazzale, appena spruzzate da una resistente neve.
L'accento sarebbe da studiare da parte degli antropologi: un misto di vocali aspirate (arabe non toscane!) e di accento emiliano, un mix stupefacente, tra memoria, baffi argentati e globalizzazione.
Riascolto la frase: "Oggi scioperano".
Guardo meglio i giubbotti dei due. C'è un marchio blu scuro di una cooperativa di pulizie, abbastanza nota.
Ecco il senso di quello...: "scioperano".
Uno dei due anziani lavoratori mediorientali emiliani dice all'altro: "E' importante, è per la sicurezza. Hai visto quello che è successo, proprio qui?"
L'altro lavoratore annuisce e questa volta non c'è accento. Non ci sono, infatti, parole. Solo uno sguardo profondo, di chi ne ha vissute probabilmente tante nella vita, ma che non si abitua alla morte, soprattutto se insensata, violenta.
Alzo gli occhi. Guardo il cielo, oltre la tettoia.
Mi vergogno un po'. Io che mi ero pure quasi lamentato dei disagi dello sciopero!
Poi guardo dietro i due. Proprio lì, a Piazzale Ovest. Luogo di tante mie corse per prendere nei decenni della mia vita, un sempre incombente regionale in coincidenza, diretto verso Parma.
Uno striscione bianco, le scritte nere.
"Ciao Ambro. IC Bo"
Ambro è Alessandro Ambrosio, giovane capotreno ucciso sul lavoro, nel parcheggio aziendale, dai fendenti del tutto gratuiti e folli di un coltello.
L'autopsia dice morto in: "tre secondi".
Accendo il telefono. Apprendo delle foto sfogliate, quel tardo fatale pomeriggio, due ore prima del fatto, insieme a Francesca, la fidanzata: guardavano, insieme le immagini del paese di lui: San Giuseppe Vesuviano.
Il sogno di una vita insieme, figli meticci, tra il Vesuvio e il West.
Purtroppo questa volta l'Emilia è diventata davvero il selvaggio West, senza regole, senza pudore, senza pietà. Senza appello.
E Alessandro, il capotreno con il sorriso nella neve, chitarrista nella sua band, in tre secondi ha cessato di vivere, sognare, suonare, attraversare binari e paesi sulle rotaie.
Quasi come in un sogno, non bello lo confesso, alzo ancora lo sguardo e, questa volta, mi accorgo di un inatteso treno per Porretta Terme, in grande ritardo.
Se mi sbrigo posso prenderlo, al volo, di corsa, come al solito.
Di lì, anche allungando un braccio, Pistoia si vede, si tocca, è laggiù, verso un'altra pianura, quella che porta anche a Prato e a Firenze.
Anche se la storica e diradata ferrovia Porrettana è più economica della direttissima via Prato, con gli algoritmi dei biglietti ora non si scherza.
Fermo una giovane con la divisa di Trenitalia, sembra trattenere un sorriso sotto gli occhiali.
Mi ispira fiducia.
Ci prendo.
"A volte basta guardare bene gli occhi delle persone per capire tante cose".
Mi sorride e mi dice: "Non ti preoccupare, sono io la capotreno del Porretta. Lo aspettiamo insieme."
Salgo, appoggio i miei tanti libri e, questa volta, non dormo.
Fin da Vergato la neve cresce sempre di più. Non solo nelle montagne, anche nei paesi, nelle piccole stazioni.
Io che non ho trovato a dicembre la neve in Islanda, penso tra me e me, la trovo a Vergato, viaggiando lento, lento, fino a Porretta.
Arriviamo.
I naufraghi del treno, in ritardo, delle 7.17 da Bologna (tre o quattro oltre a me) si riconoscono perchè vagano con lo sguardo, nonostante la neve e il Reno appaiano splendidi di fronte agli occhi.
Gli altri tirano fuori le bacchette da trekking e fermano felici la corriera blu per Corno alle Scale e per l'Abetone.
Quanto dovrò aspettare?
Quando scenderò le colline verso Pistoia?
Trascino il trolley (si i libri non stavano tutti nello zaino, sono fatto così...) e la prima cosa che rischio di assaporare di Porretta è una lastra di ghiaccio.
Barcollo, barcollo.
Scivolo. Ma non cado.
Con un po' più di accortezza raggiungo la vicina, e a me nota, stazione delle corriere. Con i suoi murales jazz e folk, i suoi fiati, i volti "negri" che significano musica, ritmo, festival.
Mentre i ricordi e le stelle musicate del Porretta Soul Festival di tanti anni prima fanno capolino nella mente e nel cuore, apprendo, non senza qualche titubanza da un autista ("io sono di San Marcello, quelli di Pistoia sono sempre poco affidabili...") che ho due ore di tempo e di attesa.
Già l'attesa.
Chi si ricorda cosa è?
Oggi ci sono i cellulari, non esiste più l'attesa.
Ci sono i whatsup, di cui sono un consumatore seriale, non si ascolta più il silenzio.
O quasi.
A Porretta oltre alla neve, c'è il mercato.
E io mi avventuro, sempre a colpi di trolley e di libri sul sindacalismo riformista tra Ottocento e Novecento, tra le bancarelle.
Resisto alla pasticceria, per fortuna dei gradini ghiacciati mi fanno da muro.
Raggiungo la chiesa (ovviamente in salita, mai una gioia eh!) attraversando un passaggio fluviale pieno zeppo di anatre.
Uno sguardo verso l'alto, una preghiera per Alessandro e per Francesca.
Negli occhi gli occhi proprio di San Giuseppe, in questo caso emiliano, di confine, non proprio vesuviano.
Piano piano, viene quasi il tempo di salire sulla corriera blu per Pistoia, che, nonostante le dicerie di campanile provenienti da San Marcello Pistoiese, arriva in perfetto orario.
Poche curve e passiamo, come sempre da Pavana, comune di Sambuca Pistoiese.
La strada non può farmi risuonare nella mente di versi di Vorrei e al suo indigeno abitante, proprio Francesco Guccini..
Penso a Francesca, intenta quel giorno a guardare, insieme al suo Alessandro, presa nel sognare le case, le strade, i campanili di San Giuseppe Vesuviano.
Risuona Vorrei, nei versi dal poeta cantautore più emiliano che esista...
"Vorrei
Camminare di casa nel tuo giardino
Respirare nell'aria sale e maggese
Gli aromi della tua salvia e del rosmarino
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
Parlando con me del tempo e dei giorni andati
Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero
Come se amici fossimo sempre stati
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
E i ciuffi di parietaria attaccati ai muri
Le strisce delle lumache nei loro gusci
Capire tutti gli sguardi dietro agli scuri
E lo vorrei
Perché non sono
quando non ci sei..."
La neve si scioglie sulla Porrettana,
questa volta fatta di asfalto, non di rotaie.
Goccia dopo goccia, il tempo, troppo veloce,
la trasforma in acqua.
Il canto di Guccini continua, intimamente universale:






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