Il 31 Gennaio prossimo, dalle 10 alle 17 si terrà a Firenze l'incontro: "Rigenerare democrazia".
Tutte le informazioni sul programma e le modalità di iscrizione sono raggiungibili a questo link: www.prendereparola.it
Pubblichiamo, per stimolare il dibattito in vista di Firenze, un abstract dell'intervento che Savino Pezzotta (già segretario generale Cisl nazionale) terrà in apertura dei lavori del pomeriggio del 31 Gennaio prossimo.
Oltre la metafisica del sindacalismo (di Savino Pezzotta)
In questi anni nel discutere con gli amici
dell’associazione Prendere Parola e quelli che frequento nella quotidianità e
nel valutare i loro interventi mi sono convinto che la crisi attuale del
sindacalismo non sia organizzativa, ma di pensiero.
1. Una crisi non organizzativa, ma di pensiero
La crisi del
sindacalismo contemporaneo viene raccontata come una questione di numeri:
iscritti che diminuiscono, rappresentanza che si assottiglia, capacità
contrattuale che si indebolisce. È una lettura comoda, perché consente di
intervenire con correttivi tecnici: campagne di tesseramento, riforme
statutarie, rinnovamento generazionale delle classi dirigenti. Ma questa
spiegazione è insufficiente. La difficoltà che il sindacato attraversa oggi è
più profonda: riguarda il modo stesso in cui pensa il lavoro, il conflitto e
la rappresentanza.
Siamo di
fronte non a una crisi contingente, ma al logoramento di una metafisica.
Una metafisica pratica, mai dichiarata, che ha sostenuto il sindacalismo
moderno per tutto il Novecento e che oggi non regge più l’urto della realtà.
2. Il non detto che reggeva il sindacato
Il sindacato
continua a cercare un soggetto che non c’è più e, non trovandolo, finisce per
rappresentare soprattutto ciò che resiste ancora alle trasformazioni: lavoro
stabile, settori protetti, identità già riconosciute. Così facendo, perde
contatto con una parte crescente dell’esperienza lavorativa contemporanea.
3. La dissoluzione del soggetto unitario
Il lavoro oggi
è frammentato, intermittente, mobile. Spesso non ha un luogo preciso, ne orari
definiti, spesso non produce un’identità riconoscibile. È lavoro cognitivo,
affettivo, relazionale; è lavoro che invade la vita e che, proprio per questo,
fatica a essere nominato come tale.
Non si tratta
di dire che il lavoro è scomparso. Al contrario: ha colonizzato l’esistenza.
Ma proprio perché è ovunque, non è più facilmente rappresentabile. Il sindacato
rischia di diventare cieco di fronte alle nuove forme di sfruttamento.
4. Rappresentanza: una crisi che non è solo politica
La crisi della
rappresentanza sindacale viene spesso letta come disaffezione o individualismo.
Ma questa interpretazione rovescia il problema. Non è che i lavoratori non
vogliano più partecipare; è che non si riconoscono nelle forme della
partecipazione offerte.
La crisi della
rappresentanza, dunque, non è solo organizzativa. È una crisi ontologica:
riguarda ciò che il sindacato pensa di rappresentare e il modo in cui pensa di
farlo.
5. Oltre le grandi narrazioni
Per uscire da
questa impasse è necessario un cambio di sguardo. Pensare a un oltre la storia
compiuta non va inteso come una moda teorica o come resa al relativismo, ma
come presa d’atto della fine delle grandi narrazioni totalizzanti.
Continuare a
ridurre il conflitto a ciò che è negoziabile ai tavoli istituzionali significa lasciare
senza nome una parte decisiva della sofferenza sociale.
6. Dal sindacato-istituzione al sindacato-pratica
Il passaggio
cruciale riguarda la forma. Il sindacato si è pensato prevalentemente come
istituzione: apparati, ruoli, procedure, mediazioni. Ma oggi questa forma
rischia di diventare autoreferenziale.
Una visione attuale
del sindacalismo vuol dire spostare l’asse: dal sindacato come struttura al
sindacato come pratica situata. Non un soggetto sovrano che parla a nome
di altri, ma un dispositivo che ascolta, accompagna, rende visibile ciò che è
invisibile.
7. La nostalgia come forma di rimozione
Il mondo del
lavoro non tornerà com’era, insistere su questa attesa significa ritardare
l’unico compito serio oggi possibile: inventare forme nuove di azione
collettiva dentro un mondo radicalmente cambiato.
8. Un sindacalismo senza fondamenti, ma capace di stare nella ferita
Andare oltre la metafisica del sindacalismo
significa accettare che non esistono più fondamenti garantiti, né soggetti
privilegiati della storia, né automatismi emancipativi. Il sindacato, se vuole
tornare a essere una forza viva, deve accettare di abitare l’incertezza.
Un
sindacalismo capace di stare nella frattura, di nominare ciò che ancora non ha
nome, di accompagnare vite lavorative spezzate senza pretendere di ricomporle
dall’alto. Solo così potrà tornare a essere non un residuo del passato, ma una
pratica necessaria del presente.


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