domenica 11 gennaio 2026

LA CRISI DI PENSIERO DEL SINDACALISMO (OLTRE LA METAFISICA). ABSTRACT INTERVENTO DI SAVINO PEZZOTTA (FIRENZE 31 GENNAIO 2026)

Il 31 Gennaio prossimo, dalle 10 alle 17 si terrà a Firenze l'incontro: "Rigenerare democrazia". 

Tutte le informazioni sul programma e le modalità di iscrizione sono raggiungibili a questo link: www.prendereparola.it 

Pubblichiamo, per stimolare il dibattito in vista di Firenze, un abstract dell'intervento che Savino Pezzotta (già segretario generale Cisl nazionale) terrà in apertura dei lavori del pomeriggio del 31 Gennaio prossimo.

Oltre la metafisica del sindacalismo (di Savino Pezzotta)

In questi anni nel discutere con gli amici dell’associazione Prendere Parola e quelli che frequento nella quotidianità e nel valutare i loro interventi mi sono convinto che la crisi attuale del sindacalismo non sia organizzativa, ma di pensiero.

1. Una crisi non organizzativa, ma di pensiero

La crisi del sindacalismo contemporaneo viene raccontata come una questione di numeri: iscritti che diminuiscono, rappresentanza che si assottiglia, capacità contrattuale che si indebolisce. È una lettura comoda, perché consente di intervenire con correttivi tecnici: campagne di tesseramento, riforme statutarie, rinnovamento generazionale delle classi dirigenti. Ma questa spiegazione è insufficiente. La difficoltà che il sindacato attraversa oggi è più profonda: riguarda il modo stesso in cui pensa il lavoro, il conflitto e la rappresentanza.

Siamo di fronte non a una crisi contingente, ma al logoramento di una metafisica. Una metafisica pratica, mai dichiarata, che ha sostenuto il sindacalismo moderno per tutto il Novecento e che oggi non regge più l’urto della realtà.

2. Il non detto che reggeva il sindacato

Il sindacato continua a cercare un soggetto che non c’è più e, non trovandolo, finisce per rappresentare soprattutto ciò che resiste ancora alle trasformazioni: lavoro stabile, settori protetti, identità già riconosciute. Così facendo, perde contatto con una parte crescente dell’esperienza lavorativa contemporanea.

3. La dissoluzione del soggetto unitario

Il lavoro oggi è frammentato, intermittente, mobile. Spesso non ha un luogo preciso, ne orari definiti, spesso non produce un’identità riconoscibile. È lavoro cognitivo, affettivo, relazionale; è lavoro che invade la vita e che, proprio per questo, fatica a essere nominato come tale.

Non si tratta di dire che il lavoro è scomparso. Al contrario: ha colonizzato l’esistenza. Ma proprio perché è ovunque, non è più facilmente rappresentabile. Il sindacato rischia di diventare cieco di fronte alle nuove forme di sfruttamento.

4. Rappresentanza: una crisi che non è solo politica

La crisi della rappresentanza sindacale viene spesso letta come disaffezione o individualismo. Ma questa interpretazione rovescia il problema. Non è che i lavoratori non vogliano più partecipare; è che non si riconoscono nelle forme della partecipazione offerte.

La crisi della rappresentanza, dunque, non è solo organizzativa. È una crisi ontologica: riguarda ciò che il sindacato pensa di rappresentare e il modo in cui pensa di farlo.

5. Oltre le grandi narrazioni

Per uscire da questa impasse è necessario un cambio di sguardo. Pensare a un oltre la storia compiuta non va inteso come una moda teorica o come resa al relativismo, ma come presa d’atto della fine delle grandi narrazioni totalizzanti.

Continuare a ridurre il conflitto a ciò che è negoziabile ai tavoli istituzionali significa lasciare senza nome una parte decisiva della sofferenza sociale.

6. Dal sindacato-istituzione al sindacato-pratica

Il passaggio cruciale riguarda la forma. Il sindacato si è pensato prevalentemente come istituzione: apparati, ruoli, procedure, mediazioni. Ma oggi questa forma rischia di diventare autoreferenziale.

Una visione attuale del sindacalismo vuol dire spostare l’asse: dal sindacato come struttura al sindacato come pratica situata. Non un soggetto sovrano che parla a nome di altri, ma un dispositivo che ascolta, accompagna, rende visibile ciò che è invisibile.

7. La nostalgia come forma di rimozione

Il mondo del lavoro non tornerà com’era, insistere su questa attesa significa ritardare l’unico compito serio oggi possibile: inventare forme nuove di azione collettiva dentro un mondo radicalmente cambiato.

8. Un sindacalismo senza fondamenti, ma capace di stare nella ferita

Andare oltre la metafisica del sindacalismo significa accettare che non esistono più fondamenti garantiti, né soggetti privilegiati della storia, né automatismi emancipativi. Il sindacato, se vuole tornare a essere una forza viva, deve accettare di abitare l’incertezza.

Un sindacalismo capace di stare nella frattura, di nominare ciò che ancora non ha nome, di accompagnare vite lavorative spezzate senza pretendere di ricomporle dall’alto. Solo così potrà tornare a essere non un residuo del passato, ma una pratica necessaria del presente.

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