Leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grande poeta
palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice israeliana Helit
Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio meno, in arabo ed in ebraico,
poesia si scrive sostanzialmente allo stesso modo: "sh ir".
Mentre "verso" si scrive bait in arabo e bayt in
ebraico e, non casualmente, significa, in entrambe le lingue anche:
"casa".
Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può significare,
anche, intonare una poesia o un canto.
È un insegnamento paradossale da cogliere da un poeta
dell'esilio come Mahmud Darwish. Lui e la sua interlocutrice nell'intervista,
che è lunga 100 pagine, discutono anche duramente, rivendicano, ciascuno/a le proprie
ragioni.
Però, comprendono che serve una lingua comune o comunque
condivisa, un dialogo per parlare, spiegare, capire, l'altro/a, senza cercare a
tutti i costi un compromesso, ma incontrandosi nella chiarezza.
Darwish ci dice: "Tornare alla persona di un tempo, al
luogo che fu, è impossibile".
Ma aggiunge anche che occorre continuare a raccontare,
narrare e narrarsi “storie nella storia” per sopravvivere, per vivere, per convivere.
D’altronde sottolinea ancora: "Se Dio creò il mondo,
l'uomo può creare la poesia".
Spesso, nei conflitti, che, ovviamente hanno ragioni economiche,
geopolitiche, di potere, etc. mancano le parole per parlarsi.
Io penso che si possa fare di più che, come è stato
giustamente proposto da Giovanni Capecchi in queste settimane, di proclamare semplicemente Pistoia: “città della Pace”.
Penso che sia certamente importantissimo, come da Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato, dal basso e non solo
istituzionale, con una città palestinese (possibilità gravemente impedita dalla
giunta Tomasi-Celesti).
Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.
Cominciamo a spargere antidoti rispetto al veleno
dell’odio.
Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre la sua
curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in Israele e
Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul bene, si
muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che organizzano le loro
forze attorno alla creazione di spazi sicuri nei quali superare le barriere e
realizzare un presente e un futuro per sé e per i propri figli.
Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel destino), Zazim . Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an (Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad (Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di Pace).
Pensiamo, infine, alla storia stupenda
dei due “padri per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin
(palestinese) che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a
donarci una potente testimonianza di riconciliazione condivisa.
Ecco io penso a Pistoia anche come città della: “diserzione”.
Diserzione dall’odio, dal nazionalismo, dall'inevitabilità della guerra, dalla
violenza, dai muri.
Pistoia come bait/bayt casa, ma anche poesia, canto della
nonviolenza e del dialogo, anche franco, anche difficile, anche doloroso, perché
le ferite non si cancellano, si attraversano insieme.
Bait/bayt come "verso, strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.
Anche e soprattutto: "l'altro/a difficile", come si dice nella "giustizia riparativa".
Pistoia, insomma, come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono vive
anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.
Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile, a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere”
la Pace, non solo proclamarla da lontano.
Perché, come direbbe un altro “esule”, Ermal Meta: “E’ vietato
morire”.
Pensiamoci e sognamoci su.
Da svegli.
Francesco Lauria
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