"Sono stato qui, io?
Sono stato qui?
Dentro questo vapore d'anni,
a cercarmi? (...)
Scorrono i titoli di coda.
Siamo incerti se guardarli o guardarci negli occhi.
Io, in tutta fretta, me li stropiccio.
Tra le persone con me, a Roma, al Nuovo Cinema Sacher, sì, quello di Nanni Moretti, c'è una ragazza che ancora non conosco. E' a due posti da me.
Atavici stereotipi maschili, usciti fuori tutti in una volta, mi impongono di non farmi vedere commosso di fronte a questa, pur toccante, storia. Di asciugare, in tutta fretta, le mie lacrime.
In realtà, nel guardare sul grande schermo il volto di Guillaume, ragazzo ventenne di una cittadina francese, il "caso 137" che ha dato il titolo al film proiettato al Sacher, ho pensato anche a me, a vent'anni.
Tra le speranze, i lacrimogeni, le cariche e le spietate perquisizioni di Genova 2001.
Ma il "vapore degli anni" fa compiere turbinose giravolte nella memoria.
Pochi di più ne aveva Livia Bottardi Milani, insegnante, sognatrice e sindacalista, moglie di Manlio, quando morì, sull'altare della strategia della tensione, falcidiata da una bomba fascista e di Stato, nella sua città, Brescia.
Ed è così, tra sopite lacrime, che salta fuori nella mia mente l'incipit della poesia di Pierluigi Cappello che Benedetta Tobagi ha scelto, persino nel titolo, per raccontarne un'altra di storia, proprio quella della strage di Piazza della Loggia, a Brescia, 28 maggio 1974.
"Una stella incoronata di buio" è, appunto, il titolo del libro, come della poesia.
Già, ma che cosa significa?
Come ha spiegato molte volte Benedetta Tobagi, significa vedere nitida la luce nella notte.
Vedere, voler vedere il contrasto tra la luce delle vite spezzate (giovani insegnanti, lavoratori, antifascisti) e l'oscurità del "buio" rappresentato dalla violenza terroristica e stragista, coperta da settori dello Stato, delle forze armate e della polizia, dei servizi segreti.
Significa mistero e, per ora, sostanziale, quasi completa (anche se con significativi scricchiolii) impunità di una strage.
Le vittime sono stelle, ma purtroppo anche esplosioni, proprio come nel quadro in cui un maturo Matisse, rivisitando completamente il mito di Icaro. riecheggia le deflagrazioni della Seconda Guerra Mondiale, ma anche un "cuore rosso" che non si spegne.
Le vittime sono "sacre", circondate, paradossalmente "incoronate", dall'oscurità del male e della giustizia negata.
Ed è sacro, per me, anche il volto di Guillaume.
Così, tra le lacrime, ho cominciato a cercare il senso nei suoi occhi tumefatti, quelli di un ragazzo non politicizzato, partito con la famiglia alla volta di Parigi per partecipare a una manifestazione dei "gilettes gialli" e ferito gravemente da un proiettile di un fucile antisommossa, sparato a tradimento da poliziotti in borghese, mentre camminava pacificamente, pur durante i disordini.
Nel film ci sono altri occhi, fieri quanto sofferenti, che non si dimenticano.
Sono quelli di Stephanie, un'ispettrice dell'IGPN, l'organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese.
Se quella di Guillaume, in un contesto di gravi responsabilità anche politiche degli apparati dello Stato, messi alle strette dalle continue manifestazioni, uno Stato che ha inviato in prima linea, quasi disperatamente, anche molti agenti non addestrati e non preparati, è la storia di chi si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, quella di Stephanie è la storia di chi prova, purtroppo vanamente, ad andare fino in fondo, a resistere alle pressioni dei "pezzi grossi", a non accontentarsi di comode e rassicuranti, quanto false, corporative verità.
E' attraverso i suoi occhi che conosciamo la storia del caso 137, che per noi ora ha un nome, un volto, una famiglia, persino una canzone, a tratti malinconica, ma prevalentemente allegra.
La canzone è "Siffler sur la colline", di Joe Dassin e ci riporta ancora più indietro negli anni, al 1968, al maggio francese, anche se "Fischiare sulla collina" non è propriamente una canzone politica.
E' peraltro la cover di un brano italiano, il cui titolo originale sembra il ritratto di Guillaume: "Uno tranquillo".
Guillaume e la sua famiglia la cantano spensierati mentre si dirigono in macchina alla manifestazione da una piccola cittadina di provincia.
Fa così, ovviamente con in più la dolcezza della lingua francese:
"L'ho vista vicino a un albero di alloro,
sorvegliava le sue pecore bianche.
Quando le ho chiesto da dove veniva la sua pelle fresca, mi ha detto:
È il rotolarsi nella rugiada che rende bella una pastorella.
Ma quando ho detto che anche a me piacerebbe rotolarmi dentro
Mi ha detto...
Mi ha detto di andare a fischiare sulla collina
Di aspettarla con un mazzetto di roseline (...)"
"Siffler su la colline" rappresenta anche, per Guillaume e la sua famiglia, gli amici, un'attesa, probabilmente vana, di giustizia.
Vengono sacrificati, insieme alla coraggiosa, onesta, determinata poliziotta Stephanie, sull'altare spietato della ragion di Stato, fattasi scudo della violenza scatenata a Parigi non dal ragazzo, ma da altri manifestanti.
C'è un punto, fondamentale, in cui il film si fonde, idealmente, con il volume di Benedetta Tobagi sulla strage di Piazza della Loggia: "solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto".
Solo la verità può porre fine all'ingiustizia e fare in modo che una strage non si riduca semplicemente a un luogo e a una data e un caso, come quello francese, semplicemente a un numero tra i tanti.
E' un gran film: "il caso 137", anche perchè ci parla di una manifestazione controversa che non è stata la paladina delle lotte della sinistra.
L'abuso, purtroppo, coperto oltre che dalle istituzioni anche da un sindacato aggressivo e corporativo, ci ricorda altri casi, più traumatici (Guillaume non morirà anche se sarà segnato perpetuamente e medicalmente dai segni di un'infame ingiustizia) del nostro paese: da Federico Aldovrandi a Stefano Cucchi.
Storie individuali che si fanno storie collettive di fronte allo scempio della Verità e alla messinscena della menzogna e dei depistaggi.
Soprattutto, come dicono gli agenti antisommossa, se si tratta di: "salvare la Repubblica" che, a Brescia, non erano una famiglia povera ed esasperata di periferia come in Francia, ma giovani antifascisti che avevano, da poco, festeggiato la vittoria nel referendum sul divorzio.
E a cui: "bisognava farla pagare".
Già, gli anni Settanta, tra: "terrore e diritti", come ci hanno ricordato Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Sara Poma, con un recente e bellissimo, toccante spettacolo.
Noi, "nel vapore degli anni" abbiamo vissuto, invece, la ferita del potere di Genova 2001, abbiamo creduto e ancora crediamo in un altro mondo possibile e necessario.
Ma che facciamo, ora, nei "furiosi anni Venti del Duemila"?
Siamo con Livia, con Manlio, con Guillaume, con gli uomini e le donne della scuola Diaz, siamo anche, senza mitizzarlo e senza giustificare mai alcun tipo di violenza politica, con Carlo Giuliani, ragazzo come noi.
Siamo con gli uomini e le donne che muoiono senza sosta nel mare Mediterraneo, con i disertori e i più deboli delle guerre, tutte le guerre, a partire dalla Palestina e dall'Ucraina.
Siamo che le donne e con gli uomini che quel mare lo attraversano, salvaguardandone le vere leggi, salvando vite umane e portando aiuti umanitari e concreta solidarietà politica.
Siamo con i lavoratori e le lavoratrici che bloccano le armi nei porti.
Ci siamo ripresi dal fumo dei lacrimogeni e abbiamo superato il fumo di morte della bomba.
Continua, continuiamo la poesia di Pierluigi Cappello:
"Dentro il fumo,
Dentro ogni gola pietrificata
Qui, dove non volevo
Dentro il rumore di prima
Il rumore di dopo
Dove sempre ci si ritrova (...)
Dopo che non si è capito
E qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall'incendio
una nota, dai vetri, una voce.
Sono qui con voi, perchè sia voce
La mia dentro le vostre
Voce dimenticata
E l'assolata fantasia dei vostri anni
La forza che reclama da ogni radice il frutto
Salvata intatta nel vostro guardare di uomini
Questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
Le tasche piene di sassi, la memoria di voi
Che trema in noi
Come una stella incoronata di buio."
Ne parleremo, di tutto questo, a Pistoia il 15 maggio prossimo, al circolo Arci di Capostrada, insieme all'Associazione Sognare da Svegli.
Ne parleremo con Giovanni Bachelet, ascolteremo Benedetta Tobagi e Manlio Milani, discuteremo con Daniela Preziosi, torneremo ai sogni di ventenne di Renzo Innocenti, indagheremo la dimensione politica e internazionale con Piero Graglia e le ragioni dell'iniziativa con Valentina Vettori.
Ne parleremo, anche, con Giovanni Capecchi, per discutere insieme il progetto di Pistoia come città della Pace e antifascista, ma anche della partecipazione e della "democrazia compiuta".
Soprattutto faremo quello che, nella nostra ultima bellissima, indimenticabile intervista, ha chiesto Franco Castrezzati, il partigiano cristiano, sindacalista coraggioso e intelligente che interveniva, nel nome del comitato cittadino antifascista, dal palco di Piazza della Loggia, quel maledetto 28 maggio 1974.
Una frase che Franco, scomparso pochi mesi fa all'età di 99 anni, mi disse, alcuni anni fa, tra le lacrime, in un abbraccio:
"Continuiamo, ragazzi, continuate a lottare per una società più giusta. Noi a Brescia, in piazza eravamo lì, insieme, tutti insieme, proprio per questo".
E noi continueremo a farlo, nelle nostre città, con i nostri sogni feriti, ma non domi.
Con la nostra Rabbia e con il nostro Amore.
Alla ricerca della Verità.
Guardando, accarezzando stelle: "Incoronate di buio".
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.
Nessun commento:
Posta un commento