giovedì 30 aprile 2026

"LA MODA E' POTERE". IL PRIMO MAGGIO DEI DIRITTI GLOBALI AL TEMPO DELLA FLOTILLA E DELLA GUERRA PERMANENTE

Abbiamo ancora negli occhi la carta straccia realizzata dal governo di estrema destra israliano rispetto al diritto internazionale e l'arresto di molti/e militanti a bordo della Flotilla diretta verso Gaza in acque internazionali.

Si chiederà, legittimamente, che cosa c'entra tutto questo, pur estremamente grave, con il primo maggio e con la transizione ecologica nella moda?

Ce lo spiega bene l'intervista di Luca Martinelli a Deborah Lucchetti, coordinatrice della campagna Abiti puliti, pubblicata ieri dal quotidiano Il Manifesto che anticipa di un giorno l'uscita di: "La moda è potere", scritto da Deborah insieme alle giornaliste Alessia Cesana e Martina Ferlisi.

«La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice»

Il nesso è ovviamente quello di un'insostenibile economia dello scarto (per usare le parole del compianto Papa Francesco) che si alimenta di un'economia della guerra permanente che, a sua volta, produce, oltre che il tragico genocidio del popolo palestinese, una compressione, a livello globale, dei diritti civili e democratici, come quello di manifestare e portare aiuti umanitari.

Spesso si utilizzano parole a vanvera, come una foglia di fico, una di questa è la c.d. "rivoluzione verde" o "transizione verde" che dir si voglia.

La moda, appare chiaramente dal libro in via di imminente pubblicazione, non è un alleato della transizione ecologica: nel 2024, a livello globale, sono stati prodotti circa 16,2 chilogrammi di fibre tessili per persona, 2,3 chili in più rispetto al 2020. Secondo alcune stime, diventeranno 19,4 nel 2030. 

Nell’Unione Europea, lo stesso livello di consumo pro capite è già stato toccato nel 2022, quando in media ogni cittadino ha consumato ben 19 chili di beni in un anno, di cui 8 di abbigliamento e 4 di scarpe.

Insieme al tema dei diritti e della salute e sicurezza in Bangladesh, a tredici anni dal dramma della vergogna del Rana Plaza, dove morirono oltre 1300 lavoratori e lavoratrici che operavano in gran parte come terzisti per marchi occidentali e anche italiani (Benetton, in particolare...) ne abbiamo parlato su Rosso Fastidio, proprio con Deborah Lucchetti e con il prof. dell'Università di Bologna Emanuele Leonardi, studioso dell'ecologia del lavoro.

Dal Bangladesh a Prato, il primo di maggio, giorno internazionale, della festa dei lavoratori e delle lavoratrici, al tempo della guerra globale permanente.

Qui il link dal titolo: "Per una moda dei diritti"https://www.youtube.com/watch?v=ZxsRr6U72Ec

Come si evince anche dal filmato coordinato da Filomeno Viscido e da me e come si legge sul Manifesto di ieri: «L’acquisto bulimico è incentivato dalle piattaforme online, che complicano ulteriormente il compito già arduo di calcolare quanti vestiti vengono comprati, usati e buttati ogni anno» 

Lo spiega, appunto, il libro La moda è potere, in libreria da domani per Altreconomia.

Una bulimia, al tempo della policrisi, che lega in modo indissolubile la questione ambientale con quella dei diritti umani, legata allo sfruttamento del lavoro e ai salari inadeguati, nel Nord e nel Sud del mondo.

Chiede Luca Martinelli:

Lucchetti, il libro e le cronache hanno fatto emergere una scomoda verità: non è solo la fast fashion a sfruttare il lavoro. Ha senso definirlo un problema strutturale?

Non è una novità. Da sempre denunciamo il carattere sistemico dello sfruttamento che attraversa le filiere globali, in ogni fase e in ogni Paese dove atterrano per drenare valore, dal basso verso l’alto. Oggi finalmente, anche grazie alle inchieste della Procura di Milano, questa realtà non si può più negare o nascondere dietro la retorica delle mele marce.

Nel libro si distingue tra caporalato e padronato: perché occuparsi del secondo?

Perché il primo dipende dal secondo: il fenomeno del caporalato, piaga diffusa in molti settori inclusa la moda, è conseguenza logica di un modello imprenditoriale organizzato per trarre il massimo profitto dall’attività economica, sfruttando senza limiti risorse umane e ambiente. Siamo alla normalizzazione di strategie e prassi più o meno illecite che rivelano modelli organizzativi d’impresa inadeguati a prevenire i reati lungo la filiera, perché ne sono la causa.

«Per cambiare l’industria della modavi chiedete nel libroserve intervenire prima sulla domanda, perciò sui comportamenti dei consumatori, o sull’offerta, cioè sulle politiche di impresa?»

Sono fermamente convinta che a maggiore potere debba corrispondere maggiore responsabilità. Le imprese, in particolare i brand committenti, determinano i modi di produzione, i salari e le condizioni di lavoro in tutta la filiera, appositamente lunga e frammentata per esternalizzare i rischi e comprimere i costi mentre nelle parti alte si trattiene la maggior parte del valore aggiunto e del potere. Certamente il consumatore può svolgere una funzione importante premiando o sanzionando il mercato ma per cambiare l’industria serve cambiare il sistema, non l’armadio.

Prato è oggi epicentro di una lotta sindacale nel mondo del subappalto. Perché ha assunto questa valenza? Chi sono i protagonisti di queste vertenze?

Prato è il distretto tessile più importante d’Europa, uno dei cuori del sistema di produzione e di servizi legati al pronto-moda ma anche al lusso. Nel Macrolotto lavorano migliaia di lavoratori immigrati da tanti Paesi, principalmente in aziende a conduzione cinese, anelli efficienti della catena di fornitura che si avvale del vantaggio competitivo di manodopera mantenuta in stato di bisogno, spesso senza permesso di soggiorno. Questi lavoratori segregati e invisibilizzati, dipinti come fragili e vulnerabili, hanno alzato la testa quando hanno incontrato un sindacato combattivo, il Sudd Cobas, che ha creato uno spazio di protagonismo e cambiamento dove sembrava impossibile. La lotta paga ed è contagiosa.

In che modo Nord e Sud del Mondo (ricordiamo la tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh) sono collegati da questi meccanismi?

Intanto, l’Europa è il principale mercato di sbocco dei prodotti della fast fashion confezionati in Bangladesh in condizioni miserabili da più di 4 milioni di lavoratrici. Qualunque consumatore italiano indossa vestiti che incorporano il lavoro sfruttato di quelle operaie. Nei distretti produttivi italiani, a partire da Prato, lavorano migliaia di lavoratori asiatici, molti del Bangladesh, della Cina e del Pakistan, sfruttati e intrappolati nella spirale della povertà e nelle maglie del subappalto.

Ma il collegamento è anche simbolico: lo scorso 24 aprile sono passati 13 anni dal crollo del Rana Plaza in Bangladesh, l’edificio di otto piani dove morirono 1.138 operaie di cinque fabbriche tessili che rifornivano noti brand internazionali. Pochi mesi dopo morivano bruciati vivi sette operai cinesi alla Tersa Moda nel Macrolotto di Prato, a ricordarci che questo sistema è ovunque regolato da un’unica legge: quella del profitto.

Che significa affermare che nel mondo della moda c’è bisogno di una giusta transizione?

Significa innanzitutto riconoscere il fallimento della green economy guidata dal mercato. Come dimostra la nostra ultima ricerca sulle fabbriche verdi in Bangladesh (vedi l’ExtraTerrestre del 20 febbraio 2026), le iniziative ambientali calate dall’alto non portano significativi benefici ai lavoratori, esclusi da qualunque forma di partecipazione e sempre confinati in un destino sociale di povertà e sfruttamento. E poi occorre prendere una netta posizione contro le politiche di riarmo, nemiche dei lavoratori e fattore di accelerazione del collasso ecologico.

Una transizione giusta parte dalla centralità della classe lavoratrice, detentrice di saperi e competenze necessari ad abbracciare una reale trasformazione socio-ecologica dei processi e dei prodotti, per bandire il modello fast fashion e tutelare diritti e lavoro dignitoso. In altre parole, serve un cambio di paradigma, fondato sulla redistribuzione del valore e del potere tra capitale e lavoro.

Alla vigilia del primo maggio il governo ha approvato un decreto in cui si parla di salario giusto. È cosi?

La questione salariale va affrontata parlando di salario dignitoso, dell’esigenza di ancorare il salario al costo della vita, perché i lavoratori abbiano un potere d’acquisto sufficiente a garantire i bisogni fondamentali. Il concetto di salario giusto rischia di venire confuso con i temi della produttività e del recupero inflattivo, giusta risposta a trent’anni di salari poveri ma senza mettere in discussione la ragione di fondo: politiche salariali disancorate dal reale costo della vita.

Si chiude così l'intervista al Manifesto di ieri da parte di Deborah Lucchetti, ex sindacalista della Fim Cisl.

Un grande leader di quel sindacato, in un tempo ormai lontano, lontanissimo, all'avanguardia delle lotte sulla riduzione dell'orario di lavoro e sulla riconversione ecologica e disarmata dell'economia, fu il sindacalista emiliano Pippo Morelli.

Già nel 1979, Morelli, che, all'inizio degli anni Novanta del Novecento, insieme ad altri sindacalisti ed in rapporto con Alexander Langer e la fiera delle utopie concrete, avrebbe proposto una nuova stagione di unità sindacale fondata sull'ecologia del lavoro e della rappresentanza, si chiedeva, in una relazione per la Federazione Cgil Cisl Uil dell'Emilia Romagna: "come possiamo agire come sindacato di fronte agli interrogativi sul come produrre, ma soprattutto sul cosa produrre?"

Una visione profetica che si alimentava di futuro, di un'economia della Pace e non della guerra, contro ogni sfruttamento, in qualsiasi parte del mondo, mentre si avviava, inesorabile, il processo di una globalizzazione senza governo e senza diritti.

Sta qui il senso, quasi cinquanta anni dopo, del primo maggio dei diritti globali: tra il Bangladesh, Prato e la Flottilla.

La mia biografia di Pippo Morelli, pubblicata a fine 2020, si intitola, non a caso, "Sapere, Libertà, Mondo".

Sapere operaio, libertà globale.

Un'utopia concreta che ci impegna 365 giorni all'anno, in ogni parte del mondo, a partire dal Primo di Maggio. 

Giorno di lotta, di futuro, di donne e uomini in "rivolta". 

Uomini e donne di Pace: https://www.youtube.com/watch?v=aATAiRxSyAE&list=RDaATAiRxSyAE&start_radio=1

"(...) Ritorneranno giorni e notti di Speranza,

Avremo Amore in petto e non potremo stare senza

Arriverà il Silenzio e vorrà dire Pace". (...)

Non vincerà la paura.

Arriveranno giorni da vivere d'un fiato...

Ritornerà il coraggio.

Ritroveremo Pace.

In nome dell'Amore e della Libertà 

La Pace per ritrovare a dare un senso a questa umanità (...)

Dov'è finito il Buon Senso, il Senso Buono delle cose?

Chi ha spento il fuoco della Speranza?

La Speranza è la voce dell'infinito che ci guida verso la salvezza.

Siamo Noi la Vita.

Siamo Noi il Coraggio.

Siamo Noi la Pace."

Francesco Lauria

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