martedì 7 luglio 2026

"PER I MORTI DI REGGIO EMILIA". PENSANDO, PREOCCUPATI, AL PRESENTE.

Mentre, con un treno regionale in forte ritardo, passo, senza fermarmi, da Reggio Emilia, non posso non pensare che oggi non è un giorno qualsiasi.

Oggi è quel giorno. Il 7 luglio, come sessantasei anni fa.

Sembra passato un intervallo giurassico, soprattutto in un tempo imprigionato dall'eterno presente, in cui la storia e la memoria ci sembrano corte, magari legate semplicemente all'esito di un click passivo in mano, senza controlli, all'intelligenza artificiale.

C'è chi dice che, ormai, usando l'Ia si potrebbe costruire un passato parallelo, del tutto avulso dai fatti realmente avvenuti.

E allora no. Senza retorica, ma con intelligenza, responsabilità e rigore, bisogna ricordare, tramandare, narrare, documentare.

«Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,

e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli

dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti

Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli»

La canzone di Franco Amodei, "Per i morti di Reggio Emilia", oltrepassa, con la sua dolorosa poesia, i margini del tempo, il silenzio dell'oblio, la sciatteria dell'ignoranza.

La strage di Reggio Emilia avvenne quindi il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città, dove le forze dell'ordine uccisero cinque civili inermi e ne ferirono altri ventuno, le vittime furono tutti operai iscritti al PCI: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli.

Sono, appunto, per sempre, “i morti di Reggio Emilia”.

La gravissima strage fu l'apice di un periodo di grande tensione in tutta Italia, in cui avvennero scontri molto duri con la polizia. 

I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino, per la prima volta davvero determinante per le sorti della Repubblica nata dalla Resistenza.

Va ricordato che la scelta di Tambroni di accettare, direi di chiedere i voti del Msi, spaccò anche la Democrazia Cristiana: i ministri Giorgio Bo, Giulio Pastore (ex leader della Cisl) e Fiorentino Sullo si dimisero subito, già ad aprile del 1960.

Le reazioni d'indignazione allo sviluppo dell'azione del Governo più a destra dell'ancora recente storia repubblicana furono molteplici mentre la tensione in tutto il paese portò, progressivamente, a una grande mobilitazione popolare.

L'allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, di cui è uscita abbastanza recentemente una documentata ed equilibrata biografia, era prima che di destra (fu piuttosto girovago tra le correnti democristiane) soprattutto un grande, oscuro, pittoresco opportunista del potere.

Il notabile democristiano marchigiano diede alle forze dell'ordine e all'esercito libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. 

Per fortuna le dimissioni di Tambroni, che peraltro resistette ostinatamente il più possibile, furono, alla fine, inevitabili.

Tornando a Reggio Emilia, la sera del 6 luglio la Camera Confederale del Lavoro di Reggio proclamò per giovedì 7, uno sciopero generale provinciale dalle 12 alle 24 «in seguito a gravi fatti avvenuti a Licata e a Roma».

La macchina preventiva della repressione governativa si era già mossa: era, infatti, previsto solo un comizio al coperto nella centrale Sala Verdi (ridotto del teatro Ariosto) perché la Prefettura lo aveva proibito all'aperto, negando anche la possibilità di usare altoparlanti per diffondere all'esterno le voci dei relatori.

I manifestanti del 7 luglio furono circa ventimila, compresi trecento operai delle Officine Reggiane.

Riprendo da una cronaca dei fatti:

"Alle 16:45 una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vicequestore Giulio Cafari Panico, investì la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, parteciparono alla carica entrando in piazza dal lato opposto. 

Sorpresi e incalzati dai caroselli delle camionette, dai getti d'acqua e dai lacrimogeni, gli scioperanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, tentando di proteggersi dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. 

Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell'ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. Secondo diversi testimoni i primi spari cominciarono persino prima della resistenza dei manifestanti." 

Alcuni lavoratori provarono a rifugiatisi in chiese limitrofe che trovarono sventuratamente chiuse.

Cinque persone rimasero uccise:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;

Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;

Marino Serri (1919), operaio[3] di 41 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;

Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, è il quinto di otto fratelli;

Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, ex-partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi (commissario politico distaccamento "Amendola"), sposato, con due figli.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.

Risultarono crivellati tutti gli edifici che danno sulle due piazze attigue, così come molte vetrine di negozi mentre nel corso della giornata vennero inoltre effettuati 23 arresti, e decine di persone furono denunciate.

Ai funerali delle vittime parteciparono circa centocinquatamila persone mentre è meglio non raccontare le deludenti vicende processuali che portarono quanto meno dopo circa venti anni a dei sacrosanti risarcimenti destinati ai parenti delle vittime.

Oggi, nel 2026, la repressione, anche dei lavoratori e degli scioperi, risulta sempre più forte. I presidi degli operai vengono sgomberati con la violenza e i molteplici decreti sicurezza cercano di intimidire ogni anelito di libertà e giustizia.

Proprio per questo non bisogna dimenticare e, al di là di ogni sfumatura politica, anche se non si è comunisti, non si può cessare di ricordare e di cantare: "Per i morti di Reggio Emilia"...

https://www.youtube.com/watch?v=aWRm1zcbZk0

"Compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo la` in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera Fischia il vento infuria la bufera A diciannove anni e` morto Ovidio Franchi per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli e` morto per riparare al torto di chi si è gia` scordato di Duccio Galimberti Son morti sui vent'anni per il nostro domani Son morti come vecchi partigiani Marino Serri e` morto e` morto Afro Tondelli ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia e` sangue di noi tutti Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi Come fu quello dei Fratelli Cervi Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso e` sempre quello stesso che fu con noi in montagna Ed il nemico attuale e` sempre ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna Uguale la canzone che abbiamo da cantare Scarpe rotte eppur bisogna andare Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!"

Francesco Lauria

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