sabato 18 aprile 2026

"UNO PIU' UNO NON FA DUE". POLITICHE E POETICHE NUOVE NELLE RELAZIONI TRA RIFUGIATI E ITALIANI. OLTRE LA NOTTE DI DON MASSIMO BIANCALANI

 

Questa mattina, non potendomi recare a Messa poichè a breve avrei dovuto portare mio figlio Jacopo a Calenzano per una gara agonistica di nuoto, come faccio, comunque di solito ogni domenica, mi sono fermato per leggere e meditare le Letture, il Vangelo in particolare.

Non ricordavo che oggi Luca (24, 13-35) ci regalasse il passo che in assoluto, fin da piccolo, mi ha colpito sempre tantissimo, quello relativo ai discepoli di Emmaus.

Ciò che mi è sempre piaciuto dell'incontro di Gesù con i due discepoli sono tre aspetti: il primo è che camminano insieme. Il secondo è che Gesù non ha paura di scuoterli, di parlare chiaramente, di mostrare loro che la notte, che la morte è finita, superata.

Il terzo è il più bello è commovente: i tre diventano compagni (cum-panis), spezzano il pane insieme ed è lì, in quel preciso istante, che si riconoscono.

Riconoscersi nello spezzare il pane: penso sia un messaggio potentissimo e al tempo stesso intimo, familiare, positivamente dirompente.

I due discepoli scoprono, con Gesù, che sotto la cenere del disincanto e della stanchezza c'è sempre una brace viva, che attende solo di essere riattizzata.  

Questo incontro, questo spezzare insieme il pane, ci spiega che nessuna caduta è definitiva, nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a rimanere aperta per sempre. 

Non avevo ancora riletto il Vangelo di Luca, ma pensavo proprio questo ieri, di fronte alla Curia pistoiese (desolantemente vuota) mentre dialogavo, ascoltavo gli abitanti di Ramini in presidio.

Pensavo di trovarmi di fronte un manipolo di giovani arditi fascisti, mi sono trovato, invece, a parlare con persone, prevalentemente dai cinquanta anni in sù, nessuna (tranne una) di destra, tutte preoccupate per se stesse, per gli anziani genitori, per i propri figli e nipoti. Per il paese che vivono e animano anche da cinquanta, sessanta, settanta anni.

Tutto quello che viene detto con dolore e indignazione dai residenti di Ramini è tremendamente vero: non c'è alcun catechismo a Ramini (e don Massimo Biancalani, lo pseudoparroco confonde volutamente cause ed effetti), ma soprattutto le ragazze non vanno più in bicicletta in paese, nemmeno di giorno.

Tutto questo il parroco lo sa, non gli interessa, non lo tocca, anzi si permette, persino, di giudicare.

Anche il campo sportivo, mi dicono (lo verificherò), è stato danneggiato o, comunque, reso inutilizzabile, trasformato in un luogo da fruire a pagamento.

La Chiesa, altro che ospedale da campo, si è ridotta ad un orinatoio, un po' come capitava (ne sono testimone diretto) a Vicofaro.

Mi chiedo allora: è questa la vera accoglienza, la vera integrazione? La vera convivialità delle differenze?

Ammassare persone su persone, senza seguirle minimamente, tollerando e giustificando qualsiasi comportamento e reato, potenziali violenze sessuali comprese?

E' questo il servizio che si rende ai tanti ragazzi migranti in gamba, di valore che diventano numeri gestiti da una persona che, almeno a me, sembra (spero di sbagliarmi) da anni e a anni, un megalomane che ha perso il senno e che si crede quasi il Messia? (peraltro, di solito, in contumacia!)

Tutto questo, peraltro, fornisce spazio davvero alla paura, al pregiudizio, ai muri, ai fraintendimenti, al razzismo, all'impossibilità del dialogo e dell'incontro.

Tutto questo non crea comunità, la distrugge, la disintegra, la frantuma.

Tutto questo non è Resurrezione, è morte. 

Non è Parola, è imbarazzante silenzio.

Non rappresenta, ricordando i discepoli di Emmaus e il Vangelo di oggi, il camminare insieme, il correggersi fraternamente insieme, lo spezzare il pane insieme. 

Nel rispetto di ogni credo, anche di chi non si riconosce in Dio.

Esattamente un anno fa, esploravo in un podcast con Chiara Marchetti e Bertrand Babakalak qualcosa di profondamente evangelico, ma anche di splendidamente pratico, tanto che è diventato il titolo di un libro di Chiara (la quale, che io sappia, non è nemmeno credente): "Uno più uno non fa due".

Il tema: "Promuovere comunità interculturali: il community matching tra rifugiati e italiani. Verso una nuova poetica e politica delle relazioni sociali".

Qui il link per chi lo volesse ascoltare: https://ilprogetto.fondazionetarantelli.it/podcast/podcast-n4-il-progetto/

Ecco a chi mi ha insultato minacciandomi, dandomi  addirittua del suprematista, del razzista, della quarta colonna di Vannacci  e della destra più becera, rispondo con amore e con intelligenza.

A differenza di Don Massimo Biancalani, io, con tutti i miei difetti, non sono un distruttore di sogni (di ragazzi e ragazze) o un frantumatore di comunità.

Non sono un pietista travestito con i panni farlocchi di un Vangelo strumentale.

Cerco di imparare dagli esempi che ho di fronte (quelli buoni) e dagli incontri che faccio.

Spero che presto anche Pistoia possa, a sua volta, prendere esempio e che, invece che il "community bombing", come a Vicofaro e a Ramini, residenti e rifugiati (siamo tutti migranti e stranieri in questo mondo, ci dice San Paolo, sempre nelle Letture di oggi) sperimentino insieme, invece, il "community matching".

Con buona pace di "Don" Massimo Biancalani, dei suoi imbarazzanti sostenitori e "picchiatori" (almeno con le parole, vediamo con il resto) e di ostinate, ossessive, sterili, buie bugie.

Francesco Lauria

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