Capisco che con tutti/e i/le Capecchi che ci sono a Pistoia, anche in politica, a destra, come a sinistra si possa fare confusione.
Ma qui parliamo di Giovanni Capecchi, mister laboratorio
nazionale, eletto trionfalmente una settimana fa, sindaco della città.
Ieri, alla fine della Messa di commiato del Vescovo Fausto Tardelli,
sono stato avvicinato dal neo sindaco mentre ero con un amico e, sinceramente,
ne avrei anche volentieri fatto a meno (peraltro tutti, tutti i
sacerdoti della diocesi erano presenti, anche malati, anche in sedia a rotelle,
tranne uno, indovinate chi?).
Platealmente Giovanni Capecchi mi ha voluto stringere la
mano dichiarando a voce alta: “Francesco non ce l’ho con te, io sono uno che
non porta rancore, dai stringiamoci la mano!”
Non sarebbe stato coerente, dopo aver celebrato l’Eucarestia
(Capecchi mi ha detto in campagna elettorale di essere un credente che non va a
Messa, ma, evidentemente, ieri aveva anche un ruolo di rappresentanza politica
cittadina) negare, anche se ne ero sinceramente tentato, la stretta di mano a
chi mi aveva e mi ha profondamente deluso, sia dal punto di vista umano che
politico. Così, pur senza grande entusiasmo, non l’ho rifiutata.
Peraltro ero appena stato fermato da una cittadina del centro storico che mi voleva fare i complimenti per l’intervento durante la campagna elettorale nell’incontro con i residenti: un intervento che, tra i vari punti, non era contrario ad un possibile graduale ampiamento della Ztl e che, almeno in quel momento, sembrava essere stato condiviso anche dallo stesso Capecchi.
Quel mio intervento, di meno di quattro minuti, mi è stato contestato violentemente
ex post sui social da una degli hoolingan digitali di Capecchi (già assessora
provinciale) che mi imputava, abitando solo ai confini del centro, di aver
rubato preziosi minuti (quattro!) ad inesistenti altri relatori (tutti avevano
potuto parlare e contribuire a quell’incontro in piena serenità).
Solo per dire che molti fanatici “capecchiani” di
spargimenti di fango, digitale e non, se ne intendono perfettamente.
Tornando a noi, sempre in Chiesa, dopo un paio di minuti in
cui non avevo minimamente parlato di cose che lo riguardassero, Capecchi è tornato
sui suoi passi, scuro in volto e mi detto esattamente il contrario di quanto
affermato pubblicamente due minuti prima: “Francesco, mi hai attaccato a testa
bassa, hai attaccato la mia famiglia colpendo mio nonno, così non si fa!”.
Dentro di me si sono aperte le ipotesi più disparate: 1) è stato
morso da un serpente; 2) ha letto cose di una settimana prima, telepaticamente
(si sa, molti tra i fan di Capecchi gli attribuiscono superpoteri e facoltà
taumaturgiche); 3) è così stressato dal braccio di ferro con i partiti sulla
nuova giunta che da non risultare, provvisoriamente per carità, particolarmente
equilibrato e lucido.
Uscito dalla cattedrale, mentre lui era marcato strettissimamente,
come sempre, dalla onnipresente Simona Querci, consigliera regionale nominata
nel listino bloccato del candidato Presidente Giani, gli ho scritto un
messaggio chiedendogli conto della sua piazzata, peraltro in un edificio sacro
(per fortuna aveva già tolto la fascia tricolore).
Il vocale di risposta è stato un capolavoro: “Francesco se
vuoi parlare della mia famiglia non ti affidare ad ex sindaci di Pistoia, ma
parla direttamente con me. Per questo blocco il tuo numero”.
Vista la palese incoerenza anche psicologica di questo
messaggio, ho optato, quindi, per una delle ipotesi uno e tre e mi sono messo
il cuore in pace, in questo periodo, Giovanni Capecchi è forse l’ultimo dei miei
problemi, ho anche diradato i miei commenti su di lui.
Quello che vorrei ribadire e che Capecchi Giovanni, studioso di Pinocchio, nonostante la sua proverbiale intelligenza, non ha capito o non ha voluto capire, è che il suo problema non sono i nonni, uno maestro e docente, l’altro, Ilvo, esponente della Democrazia Cristiana locale, primo Presidente della Casa di Risparmio di Pistoia e Pescia e pure saggista (si veda l'illustrazione...)
Ilvo Capecchi: un importante democristiano in tempi in cui il Pci a
Pistoia deteneva il potere politico (e a cui era affidato il famoso tre su
quattro alla Breda: tre assunzioni a noi e una alla Dc…) e la Dc quello
economico (Camera di Commercio, Asso Industria, Caript, Iacp, Copit, etc.)
La mia affermazione, in campagna elettorale, sui nonni di Capecchi
non era certo mancanza di rispetto (saranno stati anche, come afferma Giovanni
e anche diversi testimoni che ho incontrato, “bravissime persone”), ma un dato
lapalissiano.
Giovanni Capecchi è establishment pistoiese, è nato per fare
il sindaco, l’assessore, il componente di Cda della Fondazione Caript, il
Presidente di Uniser etc.
Questa è un’arma a doppio taglio: se da un lato può
rivendicare un “humus culturale” favorevole, dall’altro, guidando, tra l’altro,
un’ampia coalizione progressista, la favola del candidato trovato sotto un
albero, mentre un paio di cittadini pistoiesi ormai in pensione, andavano a
funghi nel settembre 2025, regge, a mio parere, poco.
Pistoia, soprattutto nel centrosinistra (ma non mancano esempi
nel centrodestra, anche in questa ultima tornata…) è fatta di dinastie
politiche, di mancanza di mobilità sociale, di un ruolo, assolutamente non
secondario, nella selezione della classe dirigente, della massoneria (parola che,
in città, andrebbe, peraltro, declinata al plurale).
Con questo sto dicendo che Giovanni Capecchi è espressione
dei poteri forti e, addirittura, delle potenti logge della città di Licio
Gelli?
Ovviamente no.
Sto solo dicendo che la vocazione politica nata da
ragazzetto nella sede di Democrazia Proletaria a Pistoia, guardando i
doposcuola per i ragazzi svantaggiati e occupando l’Università di Firenze con
il movimento della Pantera nel 1990 è una storia vera, ma solo parziale, diciamo
sapientemente narrata.
Nessuno, peraltro, nega che Giovanni Capecchi, una parte del
suo consenso se lo sia costruito da solo, che abbia saputo mobilitare energie e
competenze e creare entusiasmo e mobilitazione intorno a sé (anzi, in un primo
momento aveva contagiato anche il sottoscritto, sempre pronto, troppo, a dare
credito alle persone).
In sintesi, come già detto, il problema politico di Capecchi
non sono tanto i rispettabilissimi (ma anche affermatissimi) nonni, ma Capecchi
stesso, nella sua bambagia.
La sua incapacità di decidere, schierarsi, esporsi (un po’
come è successo non molto più di un anno fa con l’illuminazione farlocca
installata dalla giunta Tomasi, e poi, dopo ampia mobilitazione, sostituita,
nel borgo medioevale di Castello di Cireglio dove Capecchi presiede il Parco
Letterario).
Quanto scritto è valido, ovviamente, a meno che in gioco non
ci siano lui stesso e la sua carriera, in questo caso le cose, ovviamente,
cambiano.
Tutto qui, come dice il neo sindaco, salvo poi subito
pentirsi: “senza rancore”.
Per quel che mi riguarda, in conclusione, faccio mia una
poesia di Franco Arminio, dato che anche lo stesso Capecchi, citando Sciascia ha
ricordato in campagna elettorale che: “i poeti danno il certificato di
esistenza in vita ai luoghi”.
“Se arriva un lutto,
una grande delusione,
se il mondo si fa
brutale
è il tempo della
grande alleanza
con te stesso,
fuggi con i tuoi
piedi, con le tue ciglia,
porta via il tuo
sguardo,
portalo in salvo,
attraversa il muro dei
passanti,
il silenzio, il gelo,
il vento
che si getta in faccia
come una cassa
di coltelli.
Questa paura sia l’ultima
che ti sta cercando”. (F. Arminio).
Francesco Lauria


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