"Ho conosciuto la parte peggiore di te e ho deciso di prendermene cura".
No, non è una mia frase e quando l'ho sentita pronunciare ad Anna Chiara Corsi, durante la trasmizione Tangram di Tvl, mi si è fermato il cuore.
Erano ore, infatti, che cercavo il senso di uno sguardo mancato, di un silenzio, di un vuoto, di un dialogo che sembra non poter mai ripartire.
E mai come in queste settimane mi sono sentito vittima: non solo e non tanto di una persona, ma di un sistema di potere, di singoli senza scrupoli, di tanti e tante che sono semplicemente superficiali e privi di empatia.
Vittima anche dei miei limiti, del mio essere troppo spesso giudicante, di sentirmi inesorabilmente, sempre, al centro.
Sentita Anna Chiara citare Fabrizio Caramagna, ho pensato ad una bellissima lezione ascoltata durante il quarantesimo anniversario di Ipsia, la Ong delle Acli, a Milano. Tema: la giustizia riparativa nel mondo.
Ho pensato ai simboli tradizionali della giustizia nei secoli: spesso la spada, quando va bene la bilancia.
Quel giorno, ascoltando rapito la lezione, scoprii che nel Sudafrica guidato da Nelson Mandela, per il nuovo simbolo della Corte Costituzionale, si scelse, invece, un albero, dalle foglie ampie, multicolore.
Un albero che, innanzitutto offre riparo, dove certamente rimane la distinzione tra vittima e colpevole, perchè la Pace e il Perdono, non possono resistere senza la Giustizia, senza la ricerca, condivisa, ma ferma, della Verità, presupposto di ogni vera Riconciliazione.
E' però la spada e la bilancia non bastano.
Ho pensato ad una donna bosniaca, di fede musulmana e di mezza età, dagli occhi verdi, profondissimi, i capelli corti e biondi e il viso ancora velato di tristezza.
La intervistai per la mia tesi di laurea, nella parte legata a Prijedor, nella Repubblica serba di Bosnia, il buco nero d'Europa, dove i tunnuel della miniera di ferro erano stati usati per le fosse comuni, di vittime, in prevalenza, musulmane, bosniacche.
Che poi, in una terra dove, a Sarajevo, nel 1991, il 41 per cento dei matrimoni era "misto", come lo si misura il sangue, come la si classifica, in percentuale etnica, una morte?
Quella donna, di cui non ricordo ora il nome, in quei giorni del 2004 tornava a lavorare al mercato di Prijedor.
A vendere le sue fragole, in tarda primavera.
Aveva riconquistato, non senza enormi difficoltà, un posto al mercato della frutta di Priejdor, nonostante al governo vi fossero stati sempre i turbonazionalisti serbi e, davvero, fossero state inventate mille scuse burocratiche, per impedire che, vedova e priva di alcuni dei figli, uccisi in guerra, provasse a riconquistare, insieme, la dignità e l'indipendenza economica.
Il sucesso, l'obiettivo di quella donna, silenziosa ed eccezionale, era di poter vendere le fragole al mercato, attorniata da banchi di "ex nemici", spesso di maschi che l'avrebbero voluta probabilmente stuprare, uccidere, annientare.
Non ci erano riusciti.
E, ovviamente, se ci spostiamo in Krajna o nella parte croato-musulmana di Bosnia, su cui ho svolto altri studi sul campo, la situazione si capovolge: non esistono etnie naturalmente violente, solo: "comunità maledette".
E così nello stringerle la mano, nel trattenere le lacrime mentre mi veniva spiegatata da un componente dell'Ambasciata della Democrazia Locale, la sua storia, io pensavo che quella donna aveva lottato, con tutte le sue forze, per trovarsi a fianco a fianco, rispetto ai suoi carnefici, ma a testa alta, altissima.
Quelle fragole, per me, avevano fermato il tempo e lo spazio: i proiettili della guerra, dopo dieci anni, erano ancora lì, ma c'era anche la voglia di ricominciare a vivere, ad amare, a sognare.
Così in altri paesi, magari del Sud del mondo, le vittime si possono trovare a prendere l'autobus proprio a fianco ai propri carnefici.
Come possiamo uscirne?
Solo l'Amore, quello vero, può spezzare l'odio.
E il dialogo, magari a partire dai giovani, se non vengono educati loro stessi all'odio, può spezzare le catene, le tenebre del male, divenire strumento eretico di Pace.
Il perdono è, sempre, un fatto individuale, personale, intimo.
Ma ricercare verità e giustizia e poi riconciliazione è, invece, un fatto estremamente politico.
Ce lo ha insegnato, non solo con le sue parole, ma con tutta la sua vita Nelson Mandela.
Allora, mentre ascoltavo Anna Chiara, parlare in televisione di carcere a Pistoia e di seconde possibilità, il mio cuore ha fatto questo lungo viaggio nel tempo e nello spazio, fino al buco nero d'Europa.
Prijedor e le sue fragole, quella donna infinita e coraggiosa, così normale, nella sua forza, ricolma non di vendetta, ma di consapevole e riconquistata dignità.
Mi sono detto che laddove non c'è solo lotta per il potere e per il dominio, ma una persona, essa ha sempre diritto a una seconda, anche a una terza possibilità.
Diritto nell'incontro intimo con l'altro, ma anche diritto a riparare l'errore e a tornare vivere nella società.
E' troppo facile amare e sorridere agli altri facili.
Sono gli altri/e difficili il nostro vero banco di prova.
Anche se non ci sono eccidi o guerre, ma altri tipi di conflitti, incomprensioni, sordità.
La riforma Cartabria, nel solco del Sudafrica di Nelson Mandela e di Desmond Tutu, ha recentemente aperto in Italia lo spazio alla "giustizia riparativa".
E' ancora un sentiero timido, a volte contraddittorio che, certamente, necessita di enorme cura, a volte, persino, di ricercata lentezza.
E' la dolcezza del Perdono che non può che accomapagnarsi all'Albero, alto e forte, riparatore e riparativo della Giustizia.
Che non è spada, non è solo bilancia.
E' ombra, cura, ascolto, democrazia.
E' prendersi cura anche del prorpio altro difficile.
Partire da lui e da lei. Curando anche la propria ferita.
Devi renderti conto che, se anche l'altro può averti fatti il più grande torto del mondo, se può averti fatto soffrire come nemmeno immaginavi si potesse soffrire, è, pur sempre, una persona.
Che non va schiacciata, annientata e nemmeno ignorata.
Ma che merita il tempo necessario del prendersi cura.
Sempre.
La fragole, quando hanno preso il giusto sole e la giusta acqua, sono buonissime e coloratissime. Sono il segno del domani, di un futuro che, magari, non sarà facile, ma che, certamente, sarà migliore.
Quel giorno in cui le ho incontrata, quelle fragole non portavano più il segno del rosso del sangue, ma la scommessa fragile e ostinata dell'Amore, anche nel segno e nel ricordo, nella memoria di chi, purtroppo, non c'era piu'.
Un amore che, poi, pensiamo a Pistoia e a chi ci entra nel carcere, quotidianamente, non è altro che il salto libero di un Delfino in mare aperto.
Francesco Lauria




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