La giornata del 2 giugno 1946 con il primo riconoscimento nazionale del voto alle donne deve spingerci a riflettere: che cosa è avvenuto prima?
Se ci fermiamo all'immediatamente prima una lettera molto interessante è il recente saggio della storica emiliana Margherita Becchetti: "Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana", Mup Editore.
Il volume prende il proprio titolo da una frase della partigiana Elsa Oliva.
Quando salì in montagna per unirsi alla Resistenza, pretese subito un'arma dai compagni maschi, chiarendo che l'avrebbe tenuta con sé "non per bellezza", rifiutando i ruoli tradizionali di cura, di servizio o di semplice compagna.
Il tema centrale del libro della Becchetti è l'analisi profonda e documentata sul ruolo attivo, armato e politico delle donne nella Resistenza italiana.
Spesso, infatti, le figure femminili sono state messe in secondo piano o silenziate dalla narrazione storica ufficiale, prevalentemente maschile.
Ma non possiamo fermarci qui.
Possiamo/dobbiamo tornare indietro di più di 120 anni, all'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.
Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.
Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.
Tutte queste iscrizioni furono respinte.
Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".
In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".
Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi che seguì di un anno la riforma dell'arcaico diritto di famiglia italiano.
In questa ricostruzione storica può allargare il nostro riflettere il teatro greco.
Torniamo all'Antigone di Sofocle in cui i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono due tesi politiche e filosofiche opposte.
Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".
Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze; ha dominato per secoli, anche sostenuto da un diritto totalmente avulso dal buon senso e dalla realtà.
Noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire" a tutto ciò. A quello (non poco) che rimane.
Ma disobbediremo, diremo di no, anche a quelle donne che, nel fare propri modelli e modalità maschili, si sono dimostrate più realiste del re, più violente della violenza, più patriarcali del patriarcato.
Dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.
Come ha giustamente affermato Gino Cecchettin, l'Amore, infatti: "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro. Anche politicamente.
Il potere, il patriarcato (anche quello femminile), il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare.
E questo non vale solo per il 2 giugno 2026, esattamente ottanta anni dopo che, con il riconoscimento generale del voto alle donne in Italia, un assurdo no è divenuto un normalissimo, lapalissiano, molto più che tardivo sì.
Francesco Lauria
Presidente Associazione Sognare da Svegli
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