Ieri questa bella immagine di una giovane sindacalista e militante della Cub mi ha molto colpito nel suo contesto, ci trovavamo durante il primo, riuscitissimi, sciopero generale delle lavoratrici e dei lavoratori della cultura, dopo cinquanta anni.
Come scrive la Cub Milano: "contro gli appalti selvaggi, i salari poveri, la precarietà..."
Nel capoluogo lombardo il presidio, con i suoi cori, con i suoi striscioni, con la sua rivolta, è entrato in corteo dentro il palazzo dell'arte della Triennale.
Sapere e lavoro, cultura e lotta, come nella grande stagione delle 150 ore per il diritto allo studio che ottennero, contrattualmente, una nuova e rivoluzionaria idee di sapere, di cultura, di revisione radicale dei meccanismi autoritari di trasmissione del sapere stesso.
Pane e rose, poesia e prosa, aspirazioni e bisogni concreti, desideri e concretezza: dall'ottenimento di un titolo di studio, all'assalto al cielo.
Dalle scuole elementari, alle medie, alle superiori, fino all'Università.
Discutendo di organizzazione del lavoro, ma anche di tempi di vita, di orizzonti di genere e salute e sicurezza fuori e dentro la fabbrica, di compiti a casa dei figli e di trasformazione radicale della società.
Tutto INSIEME.
Perchè un operaio, o un'operaia possono anche sognare di imparare a suonare il clavicembalo, e non c'è niente di male, niente di strano.
Questo è stato il movimento delle 150 ore del 1973, cui ho dedicato, credo, il più importante dei miei libri, fino al suo declino negli anni Ottanta, in cui si è trasformato da conquista operaia, in qualcosa di diverso, un diritto di cittadinanza, che la società sempre più frammentata e un sindacato sempre meno attento alla progettualità, si sono lasciati sfuggire di mano (e di testa) con le sue inevitabili trasformazioni nella postmodernità e nella società del riflusso.
Ma il 1973 è anche l'anno del nuovo processo del lavoro: inversione della prova, spese eque di giustizia, celerità nelle procedure: tutele speciali per colmare la grande asimmetria di potere tra lavoratori e padroni, tra chi licenzia, magari arbitrariamente, magari ritorsivamente, magari discriminatoriamente, e chi vede la propria vita sconvolta, spesso nella solitudine dell'essere fragile, debole, solo.
Se gli avvocati della potente Federazione dei Metalmeccanici Unita di Cgil Cisl e Uil a un certo punto, negli anni Settanta, decisero di mettere sotto accusa addirittura il Presidente Usa Nixon per temi inerenti il lavoro e la base di Bagnoli, e qualche eccesso forse ci fu, ciò che conta è preservare questa specificità del diritto del lavoro: che non è un diritto tra pari che stipulano contratti commerciali, è il diritto che regola i rapporti tra una parte debole, individuale o associata e una parte forte, spesso prepotente, spesso preponderante, certamente più sempre più ricca.
Oggi, per questo, dal mattino fino a sera saremo a Firenze. Prima per un convegno e poi per un presidio.
Contro la repressione al lavoro, contro l'attacco ai diritti sindacali, contro il licenziamento, operato dalla Tim, di Simone Vivoli, della segreteria nazionale della Flmu Cub, per ragioni risibili e fantasiose, volte solo alla frantumazione dei diritti, individuali e collettivi.
Appuntamento, dalla ore 10, a Firenze, in Piazza della Stazione 4/a (Sala Infopoint Comune di Firenze). Ci sarà anche Delio Fantasia, licenziato da Stellantis. Alle 15 il microfono sarò aperto a tutte e a tutti.
Ma il pensiero, soprattutto il mio, non può non andare a Milano.
Alla Fisascat Cisl di Milano e ad Alessandro Ingrosso, sindacalista Cisl da oltre trent'anni, messo alla porta violentemente da quella che, decenni e decenni fa, era la confederazione più plurale e democratica d'Europa e che accoglieva sindacalisti e dirigenti che andavano da Democrazia Proletaria alla Democrazia Cristiana.
Oggi non è più così.
Il 21 ottobre prossimo, sempre a Firenze, ci sarà la prima udienza del mio infame, illegittimo, illegale, discriminatorio licenziamento, dopo oltre vent'anni di impegno e passione, certo con la schiena dritta, certo salvaguardando l'autonomia da tutti, ma in primis dagli eredi del fascismo, seguendo l'esempio di Giulio Pastore che, dal Governo Tambroni, nel 1960, una volta appreso che si reggeva con i voti determinanti del Movimento Sociale Italiano, si dimise, immediatamente.
Così come con la schiena dritta, a Milano, lo sono stati Alessandro Ingrosso e gli oltre settanta iscritti, militanti, delegati, dirigenti della Fisascat Cisl meneghina che sono stati violentemente accompagnati alla porta e che hanno provato ad occupare simbolicamente la sede della Cisl di Milano.
La loro colpa? Quello di pensare con la propria testa e di non chiudere gli occhi su quello (tanto) che non va. Quello di volere un sindacato al servizio dei lavoratori e delle lavoratrici e non dei sindacalisti.
La repressione, nel più puro stile padronale, è stata assicurata, fulminea: commissariamento, proposte tombali, demansionamenti, cancellazione dei distacchi sindacali, impossibilità, come a lungo è avvenuto anche a me a Firenze, presso il Centro Studi Nazionale della Cisl, di recuperare negli uffici, persino gli effetti personali.
Il sindacato così diventa una cosa diversa. Tradisce la sua anima, il suo esistere concreto nella società, il suo ruolo di tutela e organizzazione a partire dai più deboli.
Ma non è la prima volta che la sede della Cisl di Milano (anche se nel frattempo l'indirizzo è cambiato...), viene occupata.
Successe a Milano, nella storica sede di Via Tadino, all'inizio degli anni '90 con il brutale commissariamento della mitica Fim di Milano, guidata da Piergiorgio Tiboni.
Duecento delegati, pronti a decurtarsi lo stipendio, a perdere il posto di lavoro, il distacco sindacale, per difendere un'idea di sindacato che affondava la propria anima e il proprio agire nel vero spirito contrattualista portato avanti da Pierre Carniti, sempre a Milano trent'anni prima.
Oltre parole spesso vuote come: "concertazione", "scambio politico", "austerità".
Come si vede dall'articolo l'accusa, alla Fim di Milano (che, a dicembre 1991, diventerà Flmu Cub), non era e non fu mai di linea politica, ma di aver investito troppo in cultura, pensiero, sapere, progettualità, a partire da due grandi esperienze, come Radio Popolare e una rivista sindacale, la stupenda, Azimut.
Giorgio La Pira, indimenticabile sindaco di Firenze, molto vicino ai deboli, al sindacato e alle lotte operaie, affermava che gli uomini sono: "chiamati a costruire una città nuova intorno alla fontana antica".
Dobbiamo costruire, dal basso, un sindacato nuovo.
Uno spazio di azione e pensiero, tutela e lotta, creatività e impegno, cammino e carovana, a partire dai luoghi di lavoro, anche quelli più poveri, informali, invisibili.
Se l'impegno nelle fabbriche continua, esso non può più rappresentare da solo, da molti anni, l'ambito centrale del lavoro organizzato.
Occorre rinfrescarsi alla fontana antica, alle radici, alla memoria delle lotte.
Ma per costruire una città nuova, occorrono nuove idee, nuove parole, nuovo ascolto, ostinato coraggio.
Sulla linea Milano-Firenze, ma anche altrove noi ci siamo e ci saremo.
"Sortirne da soli è avarizia", ci ammoniva Don Lorenzo Milani, ed è anche poco efficace, "sortire insieme è politica", ma soprattutto, sindacato.
Quello vero!
Francesco Lauria




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