venerdì 12 giugno 2026

"NOI SIAMO CONFINE": UNA MATTINATA IN ASCOLTO, TRA RAMINI E BELFAST

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Questa mattina ho visionato alcune immagini terribili di Belfast, in Irlanda del Nord, dove, dopo l’accoltellamento di un radiologo di un ospedale pubblico da parte di un rifugiato sudanese, si è scatenata per moltissime ore una terribile e violentissima caccia al migrante, con disordini estremamente estesi.

Inutile dire che la politica, fino ad Elon Musk, ha soffiato malignamente sul fuoco di un episodio, in sé molto grave, ma del tutto circoscritto.

Sapevo bene che, recandomi a Ramini, non mi sarei trovato a Belfast, ma mi è venuto in mente che un luogo apparentemente tranquillo e privo di segnali evidenti potrebbe non certo esplodere come la capitale nordirlandese, ma evolvere progressivamente verso un disagio sempre più manifesto e marcato.

Così, mentre guidavo tra i vivai, dovendo anche schivare la chiusura temporanea di Via San Pantaleo, mi chiedevo che cosa avrei trovato nella frazione, anche perché, tutte le volte che mi ero confrontato con i cittadini e i parrocchiani, esausti ed esasperati di Ramini, lo avevo fatto “all’estero”, sotto la Curia o presso il circolo Arci di Bonelle, in un incontro di campagna elettorale.

Supero una serie di aziende agricole e parcheggio l’auto dietro la chiesa parrocchiale intitolata a San Niccolò. che, pur ricostruita nel Settecento, è davvero antichissima, documentata già nel 1035, circa cento anni dopo il primo documento che cita la località di Ramini, con la donazione di una sorta di corte al Vescovo di Pistoia da parte di un conte, dall’originale nome di Teudicio.

Siamo davvero a poche curve dal comune di Serravalle Pistoiese, Ramini, prima che nel 1877 venisse creato il Comune di Pistoia, faceva non a caso parte del comune di Porta Lucchese, uno dei quattro in cui era diviso il territorio di Pistoia.

Il retro della chiesa, pur non in condizioni drammatiche, è parecchio in disordine, ci sono sacchi di rifiuti qua e là, mobili mal messi, mentre un migrante africano dorme su un materasso, avvolto nelle coperte delle logge nel cortile, di fronte all’ingresso del luogo sacro.

Provo a entrare da entrambe le porte, ma la Chiesa è sbarrata.

Non è una sorpresa, pregare in Chiesa, mi avevano detto i parrocchiani di Ramini è, oggi, assolutamente impossibile.

Ci sono alcuni ospiti che su sedie di metallo prendono il sole nel giardino sul retro, ma per il momento decido di parlare con i cittadini e non posso che entrare nella bottega locale, di fianco al circolo Arci (che apre solo la sera) e alla Chiesa di cui, scrive ufficalmente la Diocesi di Pistoia, è parroco don Massimo Biancalani.

Mi chiedo, mentre ordino a un caffè e non so resistere ad un fiammante bombolone alla crema, come approcciare l’argomento con i diversi avventori del bar-alimentari: è sempre facile, parlando di Vicofaro, Ramini, rifugiati, essere inesorabilmente etichettati.

Non ho bisogno di ulteriori riflessioni, al bancone si parla già dell’argomento.

“Non ne possiamo più, speriamo qualcuno venga a prenderli sti neri. Basta!”

La riporto così, come la ho ascoltata, senza edulcorarla, la battuta ascoltata al bar, mentre purtroppo uno schizzo della crema del bombolone si assestava preciso, preciso sulla manica della mia camicia.

Decido di ascoltare. Ma allora è vero, mi chiedo, ha ragione Biancalani, qui a Ramini sono razzisti!

La conversazione prosegue. Scopro dall’accento, ma poi anche lo verificherò, che uno dei due che dialogano non è italiano, ma è un nordafricano impiegato in un vivaio vicino.

“Io non ce l’ho con loro, prosegue l’italiano - abitante a Ramini da generazioni e generazioni - ma la situazione è insostenibile, di degrado. Non si sa mai quanti sono, le condizioni igieniche sono iperprecarie e molti di loro, non tutti, sono semplicemente abbandonati a loro stessi”.

A quel punto mi smaschero, dico che anche io sono immigrato a Pistoia e a Ramini e che mi interessa approfondire l’argomento, sono lì per quello.

Il mio interlocutore prosegue: “tra gli ospiti di Biancalani ci sono alcune persone che sono qui da anni, hanno un lavoro regolare, anche nei nostri vivai o vicino, sono ineccepibili, ci conosciamo ormai. Ma anche loro in quello schifo, mi creda, non ce la fanno più. Rimangono perché gli stipendi non permettono loro di pagarsi un affitto…!”

Su quest’ultimo aspetto, così come sull’emergenza e la pressione abitativa si dovrebbe aprire una riflessione, uno spazio di azione concreto per la politica.

Interviene una signora: “Una volta, anzi fino a pochi anni fa, venivano fino a cento bambini e bambine alla volta per il catechismo. La domenica, la bottega rimaneva aperta anche per loro. Era una festa di tutta la comunità”.

L’attività di catechesi è completamente distrutta, non esiste più.

Rimane la messa domenicale, frequentata solo da alcuni, pochissimi, volontari legati a Don Biancalani, nessun abitante del paese, tra i 2500 e oltre che vi sono insediati, vi partecipa più, soprattutto dopo che il sacerdote ha pubblicamente bollato come squadristi, razzisti e fascisti coloro che gli muovevano critiche.

Interviene un anziano: “Io non sono contro l’accoglienza, anzi. Ma non può essere indiscriminata, senza regole, senza controllo, senza sicurezza. Se Don Massimo avesse accolto, a rotazione, una decina di persone, quante ne possono accogliere gli spazi, al di là della Chiesa, noi saremmo stati subito con lui, lo avremmo aiutato, anzi ci abbiamo proprio provato, offrendo alcuni lavori regolari ai migranti. E poi, scusa, la Chiesa deve rimanere una Chiesa, non può diventare un orinatoio o giù di lì!”.

Chiedo se in paese qualcuno non la pensa come loro.

“Pochissimi, ma qualcuno al circolo Arci c’è, anche se la maggior parte di chi decide lì è di Bonelle…”

Un'altra persona delinea il quadro con onestà: “se fino a pochi mesi fa abbiamo avuto anche paura e alcune ragazze, inseguite, sono dovute andare a denunciare i fatti in Questura a Pistoia, oggi, che da un po’ non accadono più questi episodi, riscontriamo soprattutto il degrado, una parrocchia che non è più una parrocchia e una chiesa che non è più un luogo di culto, se non per pochi adepti, quasi fossero una setta”.

“Ma – aggiungono – non è solo questione di Chiesa. Tenga presente che molte frazioni come Ramini una piazza non la hanno. Molte frazioni sono costituite solo da una strada e dai vivai. La nostra piazza, che una volta era frequentatissima, è sempre deserta, ovviamente soprattutto la sera, quando peraltro Don Biancalani non c’è quasi mai, perché a Ramini, come è noto, nemmeno ci abita”.

Chiedo qual è stato il rapporto con le istituzioni in questi anni e mi si risponde, in coro, con un sorriso amaro vicino al settore panificio della bottega.

“Istituzioni? Ma sta scherzando? Abbiamo fatto tantissime denunce, che sono state in gran parte archiviate. Don Massimo ha uno stuolo di avvocati che lo segue gratis è come andare contro una multinazionale. Di fianco alla Misericordia, utilizzando uno spazio dismesso che è davanti a tutti, con uno spudorato abuso edilizio evidente a tutti, ha aperto un altro dormitorio sempre sovraffollato, anche se più dignitoso degli altri spazi per carità. E senza che nessuno dicesse nulla. Lui a Pistoia può fare ciò che vuole e figuriamoci ora che è amico del nuovo sindaco!”

Ecco entra la politica nella conversazione. Provo a pungolare.

“Ma voi del comitato e cittadini siete di destra? In fin dei conti qui è praticamente l’unico posto in cui ha vinto Annamaria Celesti…”

La risposta si fa concitata: “Nooooo! Io non tollero, non tollero quando la politica si mette in mezzo alla vita e ai problemi delle persone, invece che risolverli. Qui non c’è destra e non c’è sinistra, c’è degrado, mancanza di controllo, sovraffollamento, dispregio delle regole. Le regole non sono di destra o di sinistra. Dovrebbero valere per tutti. Altrimenti è il Far West…”

Mentre un po’ di vento si alza e un po’ di terra, effettivamente proveniendo da un vivaio vicino ci sfiora di fronte alla bottega, come fossimo all’ultimo paese prima della ricerca dell’oro, ringrazio i miei tanti intervistati, un campione casuale e variegato.

Anche il bimbo che si mangia un dolcetto in bottega e corre tra i tavoli è biondo, ha un accento toscano, ma una madre che, invece, mi appare ucraina, o comunque dell’Est Europa, ma potrei anche sbagliarmi.

Capisco chiaramente che, al di là di qualche scivolone deprecabile, il razzismo a Ramini non c’è. Non siamo, per fortuna, a Belfast, nemmeno per sogno.

Ci sono, però, stanchezza, esasperazione, senso di ingiustizia, silenzio inopportuno, disorientamento, anche un po’ di rabbia.

Torno verso la piazza. Un ragazzo africano è da tempo seduto su una panchina, sotto il sole, con lo sguardo nel vuoto.

Mi avvicino, con cura e rispetto, gli chiedo se posso parlare con lui.

Mi fa cenno di sì. Parla italiano, anche se non bene.

“Ciao, io sono Francesco, tu di dove sei?

Il ragazzo che avrà venti anni, non di più, mi risponde: “Senegal, ma non Dakar… T.”

Inutile dire che le mie conoscenze sulle città del Senegal si fermano alla capitale e non comprendo il nome della sua cittadina, a parte per l’iniziale.

Entriamo un po’ più in confidenza, mi accorgo che è disorientato, parla lentamente e non solo per i problemi di lingua.

Sembra sotto effetto di psicofarmaci, oppure è solamente molto triste.

“Sono Italia da prima, ma qui a Ramini da due settimane”.

Gli chiedo: “Come ti trovi?”.

“Io bene, ma tu parli con Massimo”.

Faccio finta di non capire. E gli chiedo, “come ti accolgono qua, cosa fai?”

“Parla con Massimo”.

Piano piano un muro di incomunicabilità si alza tra noi e decido di non forzare. Gli do la mano e gli faccio i miei auguri, ci scambiamo uno sguardo occhi negli occhi, ma mi arrendo. Peraltro non è giusto entrare nell’intimità di una persona che, certamente, dal Senegal a qui, ne ha probabilmente viste e vissute di ogni tipo.

Riprendo la macchina. Il migrante che dormiva fuori è ancora lì, sotto le coperte. Mi hanno spiegato che lo fa da tre anni, anche quando c’è posto dentro. È abituato a dormire fuori, tranne proprio quando non fa davvero freddo.

Noto una cosa strana. In mezzo al disordine, ai calzini e ai vestiti, ai mobiletti mezzi rotti, ai materassi sfondati per Alia, c’è su una sedia, proprio di fianco a dove lui dorme. Sopra la sedia scorgo un quadro, davvero bello che, in quel contesto, fa ancora più contrasto.

Prima di partire chiedo a quello che mi sembra una sorta di portavoce informale del paese, ma voi a Biancalani, alla politica che cosa chiedete?

“Rivogliamo la nostra parrocchia e la nostra Chiesa. Un posto sicuro e accogliente per i nostri bambini, per tutti i bambini. E poi, con un numero sostenibile di migranti, noi siamo anche pronti a ricominciare a dare una mano. Magari non tutti, perché c’è chi è davvero molto arrabbiato con il prete…”

Mentre mi allontano leggo il manifesto che don Biancalani ha affisso di fronte all’ingresso, sbarrato, della chiesa di San Niccolò.

Parla di una festa.

“Domenica 14 giugno, i volontari e i sostenitori dei Centri di accoglienza di Vicofaro e di Ramini organizzano una festa per ricordare che da dieci anni nelle due parrocchie, per scelta pastorale di don Massimo Biancalani, si svolge un’iniziativa che ha segnato profondamente le coscienze, costituendo un presidio solidale e critico per una società aperta a orizzonti di senso e di autentica umanità. 

La festa vuole svolgersi nella massima apertura alla partecipazione, alla riflessione e al dialogo con la popolazione del territorio sulla linea della responsabilità condivisa verso chi cerca speranza e ha bisogno di attenzione e di cura, incontrando invece spesso solo ostilità e indifferenza, mentre la politica manca di concreta progettualità verso il fenomeno epocale dell’emigrazione”.

Sarà. Ma i dubbi rimangono.

Salgo in macchina, prima di prendere in moto penso ad una recente alba nei Paesi Baschi, quasi all’inizio del Cammino del Nord, verso Santiago.

Un golfo, le prime luci, alcune barche che tornano. E un anziano pescatore che mi dice, indicando la costa e poi il mare: “Guarda pellegrino, qui è Spagna, ma appena di là è Francia. Ma per noi baschi, è tutto un unico paese”.

Non sembrava, sinceramente un ex terrorista nazionalista dell’Eta, anzi, un semplice artigiano, un anziano pescatore di pace.

Tornato a casa, a Pistoia centro, superati mille e mille vivai, riprendo in mano un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto, è di Sharam Khosravi, iraniano uscito per Eleuthera, storica casa editrice anarchica, nel 2019, appena prima del Covid.

Il titolo ci dice tutto: “Io sono confine”. Un libro che parla di frontiere, ma soprattutto di coloro che le violano. Nostri fratelli e sorelle.

Ma non è quella la prospettiva. L’autore è davvero grande persona, un rifugiato che ha attraversato a piedi Afghanistan, Pakistan, India, Turchia, fino a raggiungere la sua destinazione finale, la Svezia, dove è poi divenuto docente di Antropologia presso l’Università di Stoccolma.

Sharam Khosravi ci pone, alla fine del suo incredibile racconto di vita, con urgenza, questa domanda:

“Che cosa vedremmo se il confine lo guardassimo stando dall’altra parte?”

Noi siamo confine. E non è questione di legalità o illegalità. Almeno non è il tema principale, perché qualsiasi persona è più importante di qualsiasi legge.

È una questione di una scelta condivisa nella convivenza.

Una scelta che non si costruisce con i muri, con le etichette, con gli insulti, con un senso di superiorità che porta solo a steccati più alti, stereotipi più profondi, paure sempre più percepite, ma inesorabilmente anche reali.

Quando parla troppo spesso uno solo, il dialogo non si potrà mai aprire.

E il dialogo può essere, anche a Ramini, uno straordinario strumento, una straordinaria e necessaria musica universale di Pace.

L’alternativa, speriamo per fortuna ancora abbastanza lontana, è Belfast.

Meglio di no.

Francesco Lauria

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