14 di luglio. Come quest'anno, giorno del mio compleanno.
Ero solamente più giovane.
Non mi trovavo, sfortunatamente, tra le valli ladine in Alta Val Badia come ora, ma nella calda piana di Pistoia; facevo la spesa al supermercato, cercando di refrigerarmi dal caldo.
Era tarda mattinata e mancavano solo due giorni al congresso nazionale della Cisl a cui, per la prima volta in vent'anni, con una vicenda davvero farsesca e malvagia, sostanzialmente unico tra quasi duecento operatori confederali, non ero stato invitato (in realtà c'era qualche altro epurato/a, ma era già stato distaccato/a fuori dalla confederazione).
Il mio ultimo libro: "Prospettive Sindacali", che era uscito per poche ore sul sito della casa editrice della Cisl Edizioni Lavoro il 30 di giugno, era stato bloccato senza fornire alcuna spiegazione plausibile e, pur stampato, non era stato portato al congresso.
Le numerose prenotazioni, poi, erano state ignorate, sostanzialmente annullate.
La mia colpa? Aver fatto presente alla segreteria generale della Cisl, riservatamente e nell'ambito di un'attività che mi era stata esplicitamente delegata, alcune incongruenze: etiche, prima che politiche, come poi denunciarono principalmente i media nazionali (il tema non era solo l'asservimento al centrodestra al potere, ma, in generale, la progressiva perdita di autonomia, trasparenza e memoria della Cisl).
A nulla erano valse le lettere riservate a Daniela Fumarola, scritte da me anche fin troppo in ginocchio: massima cattiveria e nessuna risposta, nemmeno l'alzarsi di un sopracciglio.
Con, credo, grandissima professionalità e infinita capacità di resilienza (sinceramente oggi mi chiedo come io abbia fatto), nonostante tutto, avevo terminato il numero 7 della rivista il Progetto che, qualunque fesseria dica l'attuale direttore unico, era una testata che avevo ripreso io dall'oblio e ricreato, recuperando con qualità, apertura mentale e desiderio di innovazione e libertà, l'antica tradizione, fino a quel momento perduta da decenni, delle riviste cisline.
Il numero 7 de il Progetto era stato, in gran parte, dedicato proprio al congresso confederale con interviste a tutto campo sulla Cisl e, come tradizione, anche con qualche osservazione critica, volta a migliorare, non a denigrare.
Le interviste, mai nessuna accondiscendente, mai nessuna melliflua, erano tutte mie, tranne una, anche quando venivano, per convenienza, co-firmate da Emmanuele Massagli, Presidente della Fondazione Tarantelli, futuro nuovo potente di turno.
Oggi, follemente, con una malvagità davvero unica e priva di qualsiasi dignità, si riesce persino a negare l'evidenza e cioè che il direttore della rivista fossi io (peraltro ho firmato ogni numero, ma non c'è, davvero, limite al male).
Questi gli/le intervistati/e (non tutti, mi pare, dei Tupac Amaru, peraltro...): Daniela Fumarola (sì, proprio lei, con una conversazione tra noi che rimase, beffardamente per me, in home page per tutto il congresso nazionale, con grande evidenza, sul sito confederale della Cis); Sergio D'Antoni, Lia Ghisani, Giorgio Santini, Michele Tiraboschi, Ilaria Armaroli, Gianni Bocchieri, Tiziano Treu, Ambrogio Brenna, Giovanni Teneggi, Stefano Zamagni, Roberto Benaglia, Annamaria Parente, Giuliano Cazzola, Francesco Verbaro.
Quel giorno, credo anche perchè sopraffatto da una sorta di frantumazione interiore, tra un ciuffo di insalata e uno yogurt, decisi, dopo qualche settimana che non lo sentivo, di chiamare Sandro Antoniazzi.
Sapevo che la malattia procedeva inesorabile, non avevo alcuna intenzione di parlare di me e delle mie piccole disgrazie, volevo solo abbracciarlo forte, fortissimo.
Così fu. Sandro sarebbe morto il 16 di luglio, proprio il giorno di apertura del congresso, quarantotto ore dopo quella dolorosa, mai triste, ma stupenda (grazie a lui), indimenticabile, nostra telefonata.
Ma di questo scriverò successivamente.
Poco più di un mese prima di quel mio compleanno e di quella telefonata con Sandro, contro ogni decenza, il 12 giugno 2025, Luigi Sbarra, da pochissimo dimessosi da segretario generale della Cisl, era stato nominato super sottosegretario con specifica delega per il Sud, dal Governo più a destra della storia repubblicana, quello guidato da Giorgia Meloni.
Si era rotto un argine: quell'argine che, con grande dirittura morale, nell'aprile 1960, Giulio Pastore, dimettendosi con i ministri delle sinistre Dc Pierluigi Sullo e Carlo Bo, aveva deciso, con fermezza e generosità, di non oltrepassare, dimettendosi immediatamente dal Governo Tambroni, monocolore Dc, destinatario dei determinanti voti di fiducia del Movimento Sociale Italiano.
Tornando al 2025, aveva fatto scalpore, poco tempo prima dell'ingresso di Sbarra al Governo, l'inverecondo passaggio di consegne tra il "sindacalista" calabrese e la sua pupilla, la tarantina, nuova segretaria generale (e organizzativa e coordinatrice donne) Daniela Fumarola.
Durante l'evento, tutto, ogni istante, ogni respiro, ogni intervento, ogni inquadratura, ogni post, era stato calibrato, nel festeggiare (ahimè!) non tanto i 75 anni della Cisl, ma in accondiscente e sfacciato omaggio, la premier Giorgia Meloni: dalle standing ovation dei delegati e delle delegate fortemente caldeggiate dai massimi dirigenti, ai mazzi di fiori ostentati, ai selfie e ai sorrisi ammiccanti e condivisi.
Scherzando, un collega, poi ovviamente immediatamente riallineatosi in un lugubre silenzio, riportò a me e ad alcuni altri convenuti sconcertati una battuta fulminante e azzeccata:
"Non ci vedo nulla di male che una premier intervenga con queste modalità ad un evento interno di un sindacato (attenzione, non era un congresso in quel caso e fa la differenza). Succede anche in tanti altri paesi: dalla Russia, alla Corea del Nord, fino a numerose dittature africane...!"
Le immagini degli sfacciati inchini alla destra al potere fecero il giro di tutta Europa e di tutto il mondo, lasciando increduli ed indignando sindacati e sindacalisti stranieri davvero ad ogni latitudine.
Proprio a partire da quelli più vicini, storicamente, alla Cisl (quella vera) e tanto cari a Sandro: dal sindacato cristiano belga, alla (appunto) Cfdt francese.
Pochi giorni dopo, il 24 di giugno, Sandro Antoniazzi aveva reagito con la penna e deciso di intitolare un suo articolo, l'ultimo della sua vita, in maniera inequivocabile. Lo riporto qui sotto, senza alcun taglio o modifica.
Voglio riprenderlo, senza cambiare una virgola, dal portale C3dem (Costituzione, concilio, cittadinanza).
Un articolo netto, asciutto, perfetto e lucido (qualunque cosa abbia detto qualche vigliacco denigratore da corridoio).
Il caso Sbarra: una questione morale (di Sandro Antoniazzi)
Ho sempre rifiutato di sottoscrivere appelli contro quella o quella posizione della Cisl, pur meritevole di critiche, perché non ritengo che siano gli ex-dirigenti, ora non più attivi, ad avere titolo per giudicare.
Quando si lasciano gli incarichi tocca poi ad altri assumere le responsabilità politiche: è sbagliato intervenire sulle loro decisioni. Si fa la parte del grillo parlante, brutto ruolo, soprattutto inutile e fastidioso.
C’è un tema però su cui tutte e persone legate alla Cisl, iscritti, militanti, dirigenti, ex-dirigenti, non solo possono, ma devono intervenire: si tratta della questione morale perché, se le basi e l’indirizzo morale dell’organizzazione non sono solidi, è l’intera organizzazione a vacillare.
Invece di essere un sindacato forte della sua autonomia, libertà e coerenza, diventa un’organizzazione qualunque che chiunque può usare per i propri scopi personali: carriera, potere, guadagni, favori politici…
Inoltre, si rischia di avere un’organizzazione dove gli ideali passano in seconda linea e il lavoro sindacale diventa un lavoro come un altro.
Le trasformazioni sociali hanno portato ovunque e in tutte le organizzazioni in questi decenni a un’erosione dell’iniziale base etico-sociale; un motivo di più per essere estremamente attenti a questo aspetto.
A riguardo il comportamento di Sbarra rappresenta un grande vulnus all’immagine della Cisl realizzata in 75 anni di storia, grazie ai sacrifici e all’impegno di tanti dirigenti e militanti.
La loro storia è la critica più viva e più vera alla scelta di Sbarra, un pungolo che, prima o poi, anche Sbarra dovrebbe sentire.
Sbarra, passando rapidamente da Segretario Generale della Cisl a Sottosegretario per il Sud, ha infranto due principi fondamentali:
- ha usato la propria carica sindacale per favorire la carriera personale, in modo, fra l’altro, evidentemente concordato.
- Non si è curato, così, di infangare l’immagine della Cisl.
Ritengo che si sia toccato il punto morale più basso di tutta la gloriosa storia della Cisl.
C’ è poi un’aggravante molto pericolosa: è da tempo che la destra cerca di portare la Cisl nel suo alveo (molteplici presenze dei ministri, un chiaro appoggio per far passare la legge sulla partecipazione, gli abbracci Meloni/Sbarra al Consiglio Generale in cui Sbarra ha lasciato l’incarico e infine, dulcis in fundo, l’incarico governativo a Sbarra).
È una manovra di avvolgimento e di coinvolgimento che occorre rompere al più presto, prima che sia troppo tardi.
Che ci siano aderenti alla Cisl soddisfatti di tutto questo è un’opinione rispettabile, ma non può certo essere la posizione della Cisl che è indipendente dai governi, dai partiti, dalle forze imprenditoriali.
Spetta all’attuale gruppo dirigente (che dovrebbe essere riconfermato nel prossimo congresso di luglio) garantire queste condizioni etiche essenziali.
L’attuale gruppo dirigente è un’espressione congressuale, nel senso che trae la sua legittimità dal voto ottenuto al Congresso: legittimità reale, ma, per così dire, interna.
La vera legittimità esterna, pubblica, questo gruppo dirigente deve conquistarsela alla prova del fuoco nella società, per gli obiettivi che è capace di avanzare, delle battaglie sociali che saprà esprimere, del contributo che saprà apportare al miglioramento della società e della promozione dei lavoratori.
In questa impresa e per questa impresa, delle solide basi morali sindacali sono necessarie e sarà dunque l’occasione per superare questa brutta pagina.
Gli uomini e le donne della Cisl ripongono in questa prospettiva le loro speranze".
Tra i diversi commenti all'articolo di Sandro riportati dal portale C3Dem, tutti molto critici sulla Cisl e tutti firmati con nome e cognome, c'è ne è uno di Andrea Montanari che mi ha molto colpito e che riporto integralmente:
"Sono addolorato per la piega data dai dirigenti CISL (sono iscritto dal 1976, e dal 1970 FLM) al comportamento del sindacato.
In passato c’erano stati problemi anche gravi, ma mai un servilismo sfacciato al Governo come oggi.
Ricordo con gratitudine l’indipendenza sostenuta da Carniti nei confronti della politica dei partiti: si tratta ma per l’interesse e la dignità dei lavoratori.
Questo era lo spirito dell’accordo di San Valentino, ancorchè sgradito dal PCI.
L’indipendenza Carniti la manifestò anche rinunciando alla carica di presidente della RAI per una ragione essenziale di principio. L’amicizia e la stima verso Craxi non hanno mai prevalso sulla obiettività nelle trattative, spesso anche non capita da dentro la Confederazione.
Oggi l’appiattimento e la subalternità simoniaca hanno passato il limite.
Mi sono, con grande dispiacere, dimesso".
Credo, non ne posso essere sicuro, che a un uomo di grande e autentica fede, come Sandro Antoniazzi, quel termine di "subalternità simoniaca" sarebbe risultato perfettamente descrittivo della Cisl e del suo gruppo dirigente, ancorchè ora, mostri qualche recente aggiustamento tattico fuori tempo massimo, non essendo più sicuro al cento per cento della riconferma del centrodestra alle prossime elezioni politiche e rimanendo alla disperata ricerca di un potere, qualunque esso sia, da assecondare, riverire, servire, utilizzare.
Sono onorato grazie credo all'ostinato impegno della moglie Lea, di aver potuto rendere la mia testimonianza di Sandro all'interno del libro che, in questo primo anniversario, ne ha celebrato, con umiltà e dedizione, la memoria.
Quando ho scoperto, da lei stessa e con un certo stupore, le radici differenti rispetto a quelle di Sandro, ho, credo, capito molte cose.
Sandro sapeva abbracciare, amare, ascoltare la diversità, fondersi con essa e generare nuovi frutti, nuovo Amore, nuova sapienza, famiglia e amicizia, in senso ampio.
D'altronde chi se non lui poteva intitolare, quasi provocatoriamente, una rivista proprio così: "Politica e Amicizia"?
Riprendo quanto ho scritto in memoria di Sandro nel libro in sua memoria che può essere richiesto e diffuso in pdf da chiunque lo desideri.
E che, in piena laicità, in pieno rispetto di ogni diversità riporta, alla fine, la "parabola del gelso" (Luca 17, 5-6):
"Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”.
SANDRO: OGNI GIORNO. PER SEMPRE.
“Ciao Francesco, scusami se non ti ho
risposto subito, ma sono in Francia con Lea, mia moglie, a Cannes. Ora sto
passeggiando sul lungomare, sai, sto finendo un libro di Paul Vignaux, il
grande leader della nuova Cfdt in Francia, amico di Pierre. Tu che sei uno dei
pochi rimasti interessati a queste cose lo devi leggere. Assolutamente…”
Sandro Antoniazzi era
così, non si perdeva nemmeno la nuova edizione francese di un vecchio libro
sindacale, risalente alla fine degli anni Ottanta del Novecento.
Non ricordo,
ammetto, quando l’ho conosciuto di persona. Anche perché di lui avevo letto,
prima, diversi suoi libri, in particolare quelli relativi all’etica e alla
spiritualità del sindacalista.
Già, perché
Sandro, amava parlare dei sindacalisti e, soprattutto, ai sindacalisti e alle
sindacaliste, non affrontava solo il tema, a volte astratto, del sindacato.
Come ha
ricordato nel libro edito in occasione degli ottanta anni di Pierre Carniti, “Pensiero, Azione Autonomia”, Sandro è
entrato nel sindacato, come confederale, a Milano, nel 1958, un anno dopo
Carniti, all’Ufficio Formazione della Cisl meneghina, allora diretto dal
Professor Sergio Zaninelli.
Mi ha molto
colpito, nella testimonianza contenuta di quel volume, il racconto della
scintilla, in Sandro, insieme all’anarchico fimmino milanese Fausto Gavazzeni,
che portò alla scelta di cambiare in concreto le cose.
Di cambiare
il sindacato, prima la Fim e poi la Cisl, dal basso, smettendo i lamenti e, racconta
Sandro: “passando all’azione”.
Passare
all’azione per Sandro, che si trovava all’Ufficio Formazione, significava
incontrare le persone, gli iscritti, i delegati, dialogare con loro,
convincerli, anche ostinatamente quando necessario, ma sempre con dolcezza.
Perché
Sandro, oltre che nel sindacato, profondamente, direi messianicamente, credeva
nelle persone, nell’incontro con lo sguardo dell’altro, nel mistero
dell’ascolto dell’Altro che porta in sé, sempre, il seme di Dio.
In un periodo per me molto difficile, la seconda parte del 2023, ricordo che ricevetti una sua lettera al Centro Studi Cisl di Firenze, in accompagnamento al libro, curato da lui con Paola Melchiori: “Cura e Democrazia. Il valore politico della cura”.
Me lo aveva
preannunciato al telefono, con uno dei suoi consueti slanci di entusiasmo: “Sai
Francesco, io, alla mia età, sto curando un libro con una femminista!”.
Lì per lì
non avevo dato il peso necessario alla cosa, l’avevo attribuita alla
proverbiale poliedricità competente e curiosa di Sandro, che poteva scrivere
diffusamente di anziani, sinistra, cultura, politica, partiti, democrazia,
sindacato, etica, religione, perdono e terrorismo, spiritualità, giustizia, welfare,
pace ed ecologia, senza mai essere banale e senza mai ripetersi.
Anni dopo,
accompagnando da lontano, la fragilità di Sandro dovuta al progredire piuttosto
veloce della malattia, ho pensato che, invece, non era stato un caso che, a
ottantatrè anni, avesse promosso e coordinato un libro sulla cura come nuovo
paradigma sociale in grado di contrapporsi all’assetto predatorio e distruttivo
della società capitalista.
In Sandro
c’era, infatti, un concetto di umanità, ma anche di leadership, estraneo al
dominio su persone, cose, e organizzazioni, un approccio che privilegiava il
dialogo come straordinario strumento di pace, sul peso dei rapporti di forza
(che, per carità, nella contrattazione, come nel sindacato, come nella
politica, quando necessario, vanno agiti). Parlo, ad esempio, non solo dei
rapporti di genere, ma persino di quelli generazionali.
C’era,
insomma, un concetto di “maschile” estremamente moderno, mi sento di dire anche
in parte estraneo ad un luogo spesso tremendamente patriarcale come,
indubbiamente, può essere il sindacato, anche il più ispirato.
Non sono
nemmeno poche le occasioni pubbliche in cui ho avuto l’opportunità di
confrontarmi pubblicamente con Sandro, spesso sulle spalle di altri giganti,
come Don Lorenzo Milani e Pierre Carniti. L’ho lungamente anche intervistato
per il mio libro: “Sapere, Liberà, Mondo”,
un testo sul suo amico Pippo Morelli,
Di Sandro
voglio dire questo: il suo sguardo non cambiava mai, era sempre acceso di
interesse, di cura, di ascolto e interlocuzione, sia di fronte a una sala piena
(e qualcuna l’abbiamo condivisa) sia nel confronto intimo, a tu per tu.
Non
dimenticherò mai, l’ultima conversazione telefonica, avvenuta, un po’
casualmente, mentre stava per venirlo a prendere l’ambulanza che lo avrebbe
portato da casa all’hospice, dove avrebbe passato i pochi, ultimi giorni.
Un filo di
voce affaticatissimo, quasi irriconoscibile. Mi disse due cose: “Ti voglio
bene” e … “Hai visto. Ce l’ho fatta. Ho terminato il mio libro. Sono felice”.
In quel
preciso istante, realizzai che Sandro, pur a pochi passi dalla morte, pur in
attesa di un’ambulanza che lo avrebbe portato in un hospice, mi aveva appena
detto di essere felice.
Una
dimostrazione di Vita oltre la Morte, nella concretezza della carne e nella gioia
della Fede, lui che, da giovane, aveva pensato di lasciare il sindacato per il
sacerdozio, prima di incontrare l’Amore, quello infinito che però si concentra
in una persona: sua moglie Lea.
Ho pensato
con gratitudine alla sua gratitudine rispetto a quello che aveva vissuto e
condiviso, nelle vittorie, come nelle sconfitte, nei successi, come nell’oblio.
Non ho fatto
in tempo a parlarne con lui, ma ho pensato lungamente al titolo della sua
autobiografia “Combattere la bella
battaglia Il sindacato come soggetto di trasformazione della società”.
Dove il
“bella”, rispetto al “buona” dell’originale nel testo di San Paolo, utilizzato
nel lasciare la Cisl anche da Pierre Carniti, fa la differenza. Per Sandro,
quel “bella” tratteggia il compimento del proprio percorso di Vita e di Fede.
Ho imparato
nelle mie ricerche nei Balcani che i concetti di “bello” e di “buono” hanno, in
quei luoghi e nelle lingue che vi si parlano, radici maggiormente comuni che
nella nostra. Da noi si percepiscono come termini distinti, ma nell’ex
Jugoslavia, o in Bulgaria non è così, perché risentono di una visione del mondo
in cui qualità estetica (che è molto più della bellezza fisica) e morale sono
connesse.
Sono quindi
certo che non sia un caso, non sia un errore che Sandro abbia usato, nel titolo
della sua biografia che ha voluto dedicare a Pierre Carniti, il concetto di
bello che racchiude, in sé, anche quello di buono.
Perché
Sandro era, insieme, buono e bello come la sua Vita, che io paragonerei ad una
Preghiera spontanea e condivisa.
Sandro, la tua
Memoria Viva, ci accarezza di gratitudine e felicità ancora oggi.
Ogni giorno.
Per sempre.
Francesco Lauria



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