domenica 12 luglio 2026

UN ANNO SENZA EMILIO MOLINARI: TRA SEVESO E LO STARI MOST, DALLE LOTTE OPERAIE, AI NUOVI MOVIMENTI. LA SEMINA DELL'ACQUA BENE COMUNE.

1. Premessa 

23 luglio 2004, Mostar.

Avevo appena terminato la prima stesura della mia tesi di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, sulla difficile ricostruzione di democrazia e comunità in Bosnia: a Prijedor, "buco nero d'Europa, e a Zavidovici, nella federazione croato-musulmana.

Il titolo della tesi, azzeccato, "La diplomazia dell'Europa "minore" (enti locali e società civile), sarebbe stato scelto di lì a poche settimane non da me, ma dal mio relatore, il sociologo Alberto Gasparini, direttore dell'ISIG, lo storico istituto, appunto, di sociologia internazionale di Gorizia.

Tra il 2003 e il 2004 avevo svolto numerosi viaggi di studio e ricerca in Bosnia, accompagnato (in loco o nella preparazione) da figure "grandi" come Agostino Zanotti, bresciano storico leader dell'Ambascitata della Democrazia Locale, in Bosnia, scampato fortunosamente ad un eccidio (nel suo caso di milizie croate). 

Agostino aveva fatto della pace e del perdono, la cifra della sua rinascita, anche personale, e del suo impegno civile, ma fui molto ispirato anche, in  particolare nell'approccio critico e consapevole alla cooperazione internazionale, dall'attivista e pensatore trentino Michele Nardelli.

Agostino è una persona dolcissima, quasi sempre. Ha perdonato gli assassini dei suoi compagni di viaggio che, per un nonnulla, non avevano ucciso anche lui. 

Racconto spesso, però, l'aneddoto, che. veramente esausto rispetto ai miei gusti musicali, durante un lungo tragitto verso Zenica, inchiodò il fuoristrada bianco, proprio a lato di un campo minato, e mi impose di riporre immediatamente, per tutta la mia successiva permanenza con lui in Bosnia il cd di Luca Barbarossa che, effettivamente con qualche eccesso, gli avevo più volte fatto ascoltare mentre guidava...

Il 2003-2004 ci aveva poi visto impegnatissimi su due fronti: l'avvio della Carovana della Pace promossa dai missionari comboniani proprio da Gorizia, con la testimonianza di Agostino a Gradisca d'Isonzo, dove era (ed è) situato il localo Centro di Permanenza per Migranti, un'offesa alla dignità della persona e al diritto, prodotto della nostra assurda legislazione bipartisan sull'immigrazione.

Feci poi entrare con clamore, con tanto di mio, evitabile, articoletto pubblicato dal quotidiano il Manifesto, padre Alex Zanotelli nella mia università, "pubblica, ma d'elites". Erano tempi di convenzioni chiacchierate tra Università di Trieste ed esercito italiano per lauree, sostanzialmente facilitate, da assegnare agli ufficiali. Tutto ciò mi sarebbe stato fatto sdegnatamente pagare in sede di discussione della tesi, mangiandomi la lode nella votazione finale (sono tranquillamente sopravvissuto). Ma non è questo il luogo per parlarne.

A Gorizia, allora frontiera dell'Europa di Schengen, avevamo creato, immediatamente dopo Genova 2001, un, enorme per la città, No Border Social Forum transfrontaliero, insieme agli attivisti della vicinissima città slovena di Nova Gorica. Il fermento, ancora sull'onda lunga di Genova e sulla reazione militante a quanto era avvenuto, era altissimo: volevamo, con tutte le nostre forze, trasformare Gorizia, "città maledetta" come nell'antica canzone, in simbolo concreto di un dialogo di pace europeo e mediterraneo.

Il 2004 fu poi, un anno non privo di contraddizioni, ma che sarebbe stato fondamentale, in vista dell'adesione della Slovenia all'Unione Europea, per la ricomposizione delle due città che costituivano una sorta di piccola "Berlino divisa tra occidente e oriente", abitata, nella parte italiana, dal nostro drappello di studenti in Scienze Internazionali e Diplomatiche, provenienti da tutto il mondo.

Mai avremmo potuto sperare, allora, che Gorizia e Nova Gorica sarebbero state nominate città europee della cultura, insieme, nel 2025.

2. Emilio Molinari e lo Stari Most,  l'Isonzo-Soca e la Neretva: "Acqua Bene Comune".

In quel luglio 2004 fu quindi per me naturale, con una mia amica proprio di Gradisca d'Isonzo, compagna di università, prendere il pullmann che, da Gorizia e Trieste, con un lungo viaggio, principalmente notturno, ci avrebbe portato in Bosnia, a Mostar.

Non erano giorni qualunque, per la città bosniaca, come scrissi nelle mie testimonianze per Osservatorio Balcani.

L'antico ponte sulla Neretva, risalente al 1566, era stato fatto saltare, anche simbolicamente, nel 1993, dalle "cattolicissime" milizie croate. 

Un po' tutto il mondo, occidentale ed arabo, aveva fatto a gara per finanziare il restauro e noi, società civile globale, ma soprattutto "Movimento Acqua Bene Comune", eravamo lì, a celebrare la riapertura del Ponte Vecchio (Stari Most).

Sapevo bene chi era Emilio Molinari e subito facemmo amicizia, nelle serate che avevano preceduto e susseguito la riapertura del ponte.

Emilio, con i suoi inconfondibili baffi, era come un fratello maggiore, se non, soprattutto per ragioni anagrafiche, un padre, per noi giovani attivisti e attiviste, ma rappresentava, per tutti noi, soprattutto una persona inclusiva, tessitrice instancabile di relazioni, progetti e futuro.

Parlammo, molto, proprio a partire dall'impegno, anche educativo, dell'Acqua Bene Comune, dell'Isonzo (Soca) in sloveno, fiume di Gorizia che travalica, oltrepassa i confini nazionali, a differenza di tanti corsi d'acqua che li delimitano, delle edizioni Punto Rosso, di cui ero lettore e che vedevano Emilio protagonista, dei suoi trascorsi in Democrazia Proletaria.

Ancora non conoscevo la figura per me fondamentale del sindacalista cislino torinese Alberto Tridente, cui Emilio, per effetto delle rotazioni che erano la norma nell'estrema sinistra non comunista italiana, aveva lasciato, nel 1984, il seggio al Parlamento Europeo, conquistato con Democrazia Proletaria.

In Parlamento (questa volta italiano) Emilio sarebbe rientrato, con la Federazione dei Verdi, nella breve e turbolenta legislatura 1992-1994.

Ma parlammo insieme di Padre Eugenio Melandri, missionario (pure lui!) saveriano, che aveva "sospeso" il sacerdozio, per essere eletto, alle europee del 1987, sempre al Parlamento Europeo e sempre con Dp.

Non conoscevo, allora, i trascorsi "operaisti" di Emilio, in Avanguardia Operaia, ma comprendevo bene che la sua vita di militante della sinistra del Novecento, aveva saputo incontrare con curiosità e intelligenza, il nuovo, il movimento per un'altra globalizzazione che dagli scontri di Genova, aveva saputo avere cura della proposta di un altro mondo possibile e necessario, passando prima per Firenze e poi per Porto Alegre, in Brasile, nel Sud globale, de-occidentalizzandosi.

Non sapevo, fino ad oggi, che era stato operaio (poi divenne perito industriale), dopo la madre, operaia anch'ella nella stessa fabbrica, alla Borletti, di Milano, la fabbrica delle donne: quella degli scioperi "preresistenziali" dell'aprile del 1943 e della "rivoluzione femminile" che aveva, nel 1969, sfondato i cancelli della fabbrica, per farvi entrare, trionfalmente, sorretti a braccia e per la prima volta, i sindacalisti della Fim Cisl Piergiorgio Tiboni e della Fiom Cgil, Antonio Pizzinato, partigiano e futuro segretario generale, pur per poco tempo, della confederazione di Corso d'Italia.

Emilio, come detto, divenne il leader italiano del Movimento mondiale per l'Acqua pubblica, e guidò la vittoriosa e difficile campagna referendaria su questo tema, svoltasi nel 2011.

In quei mesi non tolsi mai la bandiera del comitato per l'acqua pubblica nel mio ufficio alla Cisl di Via Po. Era chiaramente esposta e lo fu con ancora più evidenza, quando l'allora leader della Cisl il "destro" Raffaele Bonanni si pronunciò, senza avere il mandato di alcun organismo del sindacato, invece,per il sì a tutti i referendum, a partire, proprio, dall'acqua pubblica.

Per fortuna, all'epoca, in Cisl c'era ancora un po' di dibattito, e la Fim Cisl fece, plasticamente, la scelta contraria. I due quesiti sull'acqua furono sentitissimi e, contro ogni previsione, oltre alla vittoria del sì, si raggiunse ampiamente il quorum.

3. Emilio: da Seveso alla Laudato sì. La semina di un non credente...

In questi giorni in maniera molto superficiale e rituale sono stati ricordati i  cinquanta anni dal disastro ambientale e sociale di Seveso.

Il disastro di Seveso è stato, come è noto, un grave incidente industriale avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda svizzera ICMESA, di proprietà prima della Givaudan e dal 1963 della Hoffmann-La Roche, che causò la fuoriuscita e la dispersione nell'atmosfera di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale estremamente tossica. Il veleno, con gravissime conseguenze, investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.

Nel 2025, un attimo prima di andarsene, a dire come erano andate veramente le cose, è stato proprio Emilio Molinari, che da ambientalista e consigliere regionale denunciò “gestione” e menzogne della giunta guidata dall’allora presidente Giuseppe Guzzetti, poi sovrano di Cariplo. 

Emilio ricostuì lo scandalo dei 41 fusti contenenti le scorie del reattore bonificato gettati in un macello francese; il testo, meritevolmente ripubblicato da Altreconomia su può trovare qui: https://altreconomia.it/che-fitta-nube-di-falsa-ipocrisia-50-anni-dopo-seveso-per-fortuna-ce-stato-emilio-molinari/

La storia completa è raccontata nella splendida autobiografia di Emilio, intitolata: "La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce": https://www.redstarpress.it/prodotto/la-fabbrica-la-politica-i-beni-comuni/

Ma di Emilio, allora vicepresidente dell'Associazione Laudato sì, ci rimane la sua lettera a Papa Francesco, scritta, nel 2024, da non credente.

“Sono un non credente - scriveva appunto Emilio - sono un ex senatore della Repubblica italiana disincantato e deluso dalla sinistra, sono indignato per le ingiustizie e la disumanità di questo mondo e non me la sento di rivolgermi a Lei chiamandola Sua Santità. 

Ma le Sue parole nell’Enciclica Laudato si’ e il riferimento all’acqua che non può essere oggetto di mercato sono diventate una guida per me e per le associazioni in cui mi impegno… 

Mi rivolgo dunque a Lei, Papa Francesco, perché è la sola autorità che può cacciare i mercanti dal tempio e chiedere a tanti parroci sparsi in tutto il mondo: tuonate dai vostri pulpiti, tuonate che l’acqua non può essere quotata in Borsa, perché l’acqua è la vita.”

Pensando al non credente, amico Emilio e al nostro scherzare e sognare insieme, di oltre venti anni fa sulle rive della Neretva, non posso, da credente, ascoltare e riecheggiare il Vangelo di questa domenica che ci propone la celebre, non sempre pienamente compresa, "parabola del seminatore", testo che, proprio Papa Francesco, definiva: "la madre di tutte le parabole".

Noi non siamo Dio, ma proprio come ci insegnava Papa Francesco, non dobbiamo, per forza, selezionare il terreno della semina, nè scoraggiarci di fronte ai fallimenti.

Noi siamo il terreno che, come ricordava sempre Papa Francesco, dipende dalle "condizioni del cuore".

Possiamo far scivolare i semi in fretta, lungo la strada, possiamo essere sassoni e incostanti, o spinosi, ingannati dalla ricchezza e dai vizi del potere.

Ma, pazienti e perseveranti, possiamo anche essere, le etichette e le autoattribuzioni di fede non contano nulla, terreno buono, non inquinato e non inquinante.

Possiamo essere acqua pulita e soffio d'aria ristoratrice.

Possiamo far ardere il fuoco, la fiamma di una rivolta mai doma, che ci rinfresca di gioia: "bene comune".

Emilio è stato, per tanti/tante di noi tutto questo: seme e terreno, acqua e fuoco, vento e sorriso.

Un comunista certo. 

Ma dolce, ristoratore: come un seme che diviene fiore, che diviene frutto per la bellezza, la fame d'Amore, la felicità, pur sempre imperfetta, dell'altro/a.

Ciao Emilio, ci manchi.

Francesco Lauria

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