venerdì 17 luglio 2026

"SIAMO CERCHI NELL'ACQUA CHE NON SANNO NUOTARE". EPPURE...

Ieri notte, per la prima volta in dodici mesi di insonnia più o meno grave, sono riuscito, del tutto inaspettatamente, a dormire otto ore di seguito.

Il clima di San Vigilio di Marebbe ("Al Plan de Mareo" in ladino), in Val Badia, con i suoi quindici gradi o poco più, ha aiutato. 

Così come sono state importanti le nuotate e le camminate in montagna, praticate cercando, ovviamente senza successo, di tenere il ritmo di mio figlio Jacopo che, oltre che quindicenne, è anche un super sportivo di livello agonistico.

Una notizia bella era stata, però, decisiva per il mio riposo, dopo le delusioni profonde e il dolore, per me frantumante, di quest'ultimo anno.

Forse posso esprimere il mio sentire con una poesia.

Sarà la stupefacente resistenza/resilienza centenaria del popolo ladino, frammentato in cinque province diverse, ma in me, in questo piccolo paese in cui il novantadue per cento della popolazione parla questa lingua, si è risvegliata la passione per le piccole lingue minoritarie. 

Quelle che curano le radici, senza per questo produrre micro-nazionalismi.

Come ha ben scritto il poeta curdo Allawi, a stupirci, accompagnarci, curarci sono le "matrie", le patrie dei popoli senza stato, talvolta, come i ladini, anche senza armi e senza eserciti. 

Angelo Trebo, forse il più grande dei poeti ladini, scrisse, centocinquanta anni fa, una stupenda poesia, magari, proprio dopo una notte come la mia.

In lingua originale suona così:

Ala net 

Net tan dejidrada, vi!

Vi, o regno scür dai semi!

Vi con töa pêsc dal ci!

Tèmo sö te tü bi grëmi!

Stopa con to velo grisc

düć chisc gragn tormonć dla vita!

Pôrtemo tʼ en bel paîsc,

co ligrëzes inće pîta!

Döt le bel spo ôi somié;

da zacan spo les ligrëzes

dötes ôi alerch cherdé,

desmonćé mʼ ôi les tristëzes.

Che in italiano si può tradurre (non senza "tradire" Trebo un po'...) in questo modo:

Alla notte 

Notte, tanto agognata, vieni!
Vieni, o regno oscuro dei sogni!
Vieni con la tua pace dal cielo!
Accoglimi nel tuo bel grembo!
Copri con il tuo velo grigio
tutti questi grandi tramonti della vita!
Portami in un bel paese,
che offra anche delle gioie!
Allora vorrei sognare tutto il bello;
del tempo passato poi le gioie
vorrei tutte chiamare a raccolta,
vorrei dimenticare le tristezze.
La novità, bella e anche ufficiale, complice della piena notte di sonno è che, da settembre, dopo aver vinto una selezione, insegnerò, con un piccolo contratto annuale, presso l'Università di Torino, corso di Relazioni Industriali, Dipartimento di Giurisprudenza.
Non è una delle notizie che, economicamente, ti cambiano la vita, specialmente quando, dopo venti anni da dipendente, hai aperto una Partita Iva.
Soprattutto dopo aver scoperto, tuo malgrado, di dover consegnare al fisco circa il 60% dei tuoi ricavi, essendo obbligato a utilizzare, almeno per un anno, il regime meno vantaggioso.
Ma, come  ha detto qualcuno o qualcuna, "i soldi non fanno la felicità" e, comunque, ho altri quattro, dicasi quattro, contratti in essere (sembra notevole, ma si veda l'amara frase precedente...)
Tornando a noi, stavo macinando un tornante di montagna e, quando ho avuto la lieta novella, memore di tutta la fatica e la solitudine di quest'anno, non so come, ma mi sono messo a piangere come un bambino.
Alla fine la formazione, la didattica, mi mancano tantissimo, più della ricerca che ho continuato costantemente a praticare. 
Mi mancano gli occhi, i cuori, l'anima delle persone, persino nei corsi online (certo, quando le webcam sono accese...)
Mi manca quel "guscio fragile" che è la formazione, specialmente degli adulti, quell'istante lungo da ascoltare, praticare attraverso il dialogo ("sfregamento" delle idee). 
Un istante in cui si può raggiungere insieme, come affermava Platone,  l'intuizione, la scintilla, il fuoco della verità.
Proprio per questo oggi, mentre circumnavigavo l'incommensurabilmente bello lago di Braies con Jacopo (che, per fortuna, si era fatto male a un dito del piede, inciampando comicamente in camera sua sulla valigia, e andava un pochino più piano...) ero sereno, finalmente un po' pacificato.
I tradimenti, i silenzi, gli opportunismi, il conformismo, le menzogne susseguitisi dopo la fine traumatica del mio rapporto di lavoro e di militanza con la Cisl, sembravano volati via, in qualche modo assorbiti.
Così come le fatiche e le salite più recenti, arrivate, a Pistoia, come un'astronave inaspettata e maledetta, certamente in divieto di sosta.
Osservavo l'acqua del lago, le sculture "artigianali" di sassi bianchi, le barchette in legno, i giapponesi con il bastone del selfie e pensavo al fatto che, spesso, nella vita, da soli, non sappiamo nuotare.
I nostri pensieri, le nostre speranze, le nostre fatiche, i nostri respiri sono come: "cerchi nell'acqua".
Frantumi e ricomposizioni allo stesso tempo, così uguali, ma anche così diversi, irripetibili.
Respiri comunque democratici, come nella canzone di Paolo Benvegnù...
Alla fine circumnavigare insieme un lago glaciale, tornando al punto di partenza, è proprio, sanamente, "riconoscersi per creare", ma soprattutto: "camminare senza chiedersi il perchè... proprio come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare".
E, forse, proprio per questo, almeno qualche volta, sanno riconoscersi, dandosi la mano, accompagnati da una: "Luce invisibile. Da succhiare"...

Cerchi nell'acqua (Paolo Benvegnù)

"Frantumare le distanze
Superare resistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché

Il tuo viso le mie mani
Sono la stessa gioia immensa
È luce invisibile da succhiare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
Che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali
Come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare e si infrangono

Frantumare le distanze
Superare le esistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
Che ogni istante si scioglie in quello a venire
Come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare
E si infrangono."
Francesco Lauria

Nessun commento:

Posta un commento