Caro Don Massimo,
in questi giorni Pistoia è attraversata da due sentimenti profondamente diversi, direi contrapposti.
C'è, da un lato, un sentimento di sollievo e di rinascita, una "Pasqua" dopo un venerdì e un sabato santi, come ha detto, a Vicofaro, il vescovo Augusto durante la celebrazione della Messa e, dall'altro, non mancano la divisione, la contrapposizione, lo scontro tra visioni e percezioni antitetiche.
Non mi nascondo dietro, a un dito, io mi schiero.
Mi schiero, non da ora, con chi ti ha tolto la guida pastorale delle parrocchie di Vicofaro e Ramini, con chi non stima le tue modalità di insegnante, sacerdote e parroco, anzi, per alcuni aspetti ti teme; con chi ritiene che la tua pastorale sia lontana dal Vangelo che affermi di impersonare, predicare e vivere.
Tu sei per me, e per tanti/e a Pistoia un: "altro difficile".
E, però, mi hanno insegnato che con gli "altri difficili", anche i difficilissimi, non si può non dialogare, non mettersi in gioco, con attesa, verità e perseveranza.
Mi ha colpito, Don Massimo, che molti tuoi sostenitori, a voce e nei social, abbiano criticato violentemente che, qualche giorno fa, la Chiesa di Vicofaro fosse pulita, "tirata a festa".
Come se vivere e pregare nello sporco, nel disordine, nel bivacco, fosse normale, auspicabile, come se il disagio debba essere in qualche modo manifestato, ostentato, messo nella condizione di giudicare chi, magari, ha una casa tutta per sè.
Ieri sera, nel giardino della Chiesa di San Bartolomeo, salvato una decina di anni fa da un folle progetto di cementificazione e ricerca di profitto che aveva coinvolto anche la parrocchia, con l'idea insana di costruirvi un parcheggio a più piani, ho atteso l'arrivo del Vescovo e dei camminatori che, molte ore prima, si erano mossi da Baggio.
L'attesa è stata bellissima perchè ascoltavo, con sorpresa e un po' di disorientatamente, tanti giovani parlare in più lingue: inglese, francese, arabo.
Ho scoperto, poi, durante l'Eucarestia, che era presente a Pistoia, in cammino tra San Jacopo e San Bartolomeo, una comunità giovanile libanese, di Beirut, accompagnata da un sacerdote, una comunità di giovani proveniente dalla guerra, dalle bombe, dalla nostra colpevole e complice indifferenza.
E' stato rigenerante, credimi, ascoltare, con loro, il Vescovo Augusto, nel commentare il Vangelo della domenica, parlarci degli undici chilometri di cammino da Baggio (zona dove quasi non prende, incredibilmente, il cellulare e internet) al centro di Pistoia, alla chiesa di San Bartolomeo, appunto.
Undici faticosi chilometri, affrontati con il caldo, non sono un vezzo di un pomeriggio della seconda metà di agosto, ma ci pongono, in cammino come i discepoli di Emmaus, una domanda centrale per la nostra vita di uomini, donne e cristiani:
"Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt, 16, 15).
Commentando questo Vangelo, nella festività romana degli apostoli Pietro e Paolo, Papa Leone ha detto:
"Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda.
Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo?
Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa?
Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?
Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo.
Questo, insieme alla comunione, dev’essere il nostro primo desiderio."
Caro Don Massimo,
è anche con la prima lettura di oggi, il profeta Isaia (Is 22,19-23) a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri poteri, a porci questioni fondamentali:
"Così dice il Signore a Sebna,
maggiordomo del palazzo:
«Ti toglierò la carica,
ti rovescerò dal tuo posto.
In quel giorno avverrà
che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;
lo rivestirò con la tua tunica,
lo cingerò della tua cintura
e metterò il tuo potere nelle sue mani."
La domanda di Gesù non pone noi stessi al centro, prima dell'io (senza cancellarlo, però) c'è un tu.
C'è un incontro che trasforma la nostra vita, il nostro cammino, i nostri undici chilometri.
Un incontro che può trasformare l'amore per il potere, nel Potere dell'Amore.
Non è un incontro effimero, facile, quei chilometri, quell'attesa ci vogliono tutti.
E in quei chilometri, si cade, si sbaglia, si bestemmia, non si vede.
Per avere il coraggio di rialzarsi e di camminare, infatti, bisogna prima cadere.
Per incontrare la Pasqua, non si possono saltare il Venerdì e il Sabato Santo.
Affermava il filosofo esistenzialista francese Gabriel Marcel, con una frase intensa e impegnativa che:
"L'Amore è la negazione stessa dell'essenza".
Si tratta di un paradosso filosofico ed esistenziale e significa che il vero Amore cancella l'egoismo, l'identità rigida e l'isolamento del singolo per farlo esistere in funzione dell'altro.
L'Amore, caro don Massimo, anche quello politico (anzi l'Amore presuppone una relazione con l'altro/a, quindi è sempre "politico") si nutre, vive nella fragilità e nella vulnerabilità.
Perchè "negare" la propria essenza significa anche esporsi al pericolo di perdersi.
Se l'amore finisce o si perde si rischia di avvertire e di vivere un senso di vuoto totale.
Negare l'Io può portare, infatti, sia alla massima felicità che alla sofferenza più profonda
Navigando in rete, sulla bacheca di un'amica, ho trovato, infine, questa riflessione dello psicoterapeuta Oscar Travino che ti presento, ma che accolgo anche in forma di autocritica:

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