LETTERA APERTA AL CONSIGLIO COMUNALE DI PISTOIA
"A incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire".
Marco Aime
"Potrete ingannare tutti per un po', potrete ingannare qualcuno per sempre, ma non potrete ingannare tutti per sempre".
Abramo Lincoln
Nel giugno 2013 (inizio dell'amministrazione di Samuele Bertinelli) il consiglio comunale di Pistoia, attivato allora come ora, da Tommaso Braccesi approvò, con ampio consenso, la costituizione Comitato cittadino per i gemellaggi.
E' facile immaginare le critiche preventive ad una riflessione/interpellanza su questo tema: "ci sono il caro vita, la guerra permanente, il cambiamento climatico, l'aumento enorme delle tariffe dei rifiuti, siamo pure preoccupati per il campionato della Pistoiese, e tu Lauria (ma anche tu, "caro" Braccesi...), ora rompi pure anche con sti gemellaggi?
In realtà, in queste ultime settimane, la Giunta del Comune di Pistoia e, in primis, il sindaco della città Giovanni Capecchi, molto si sono impegnati su un gemellaggio in fieri, quello con l'antica città di Gerico in Cisgiordania, nell'area sotto il controllo (sempre più eroso) dell'Autorità Nazionale Palestinese.
Qui il link ad uno dei tanti articoli usciti in merito:
https://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/verso-il-gemellaggio-con-gerico-41946d8b
Qui il link ad uno dei tanti articoli usciti in merito:
https://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/verso-il-gemellaggio-con-gerico-41946d8b
Quello con Gerico è un gemellaggio di cui si è discusso anche durante la precedente amministrazione di centrodestra e che, almeno in parte, ha anche diviso il c.d. "movimento Pro Pal", allorchè, con una scelta più che discutibile, sembrava che la maggioranza, guidata prima da Alessandro Tomasi e poi da Annamaria Celesti, lo volesse derubricare ad una sorta di improbabile (almeno in questo tempo, purtroppo consolidato, di guerra) accordo turistico, di fatto depotenziandolo.
Una parte dei "Pro Pal" pistoiesi, compresi alcuni presunti "duri/e e puri/e, sembrava incline a voler salvare il salvabile e ad accettare il compromesso in mezzo tra il no secco al gemellaggio con una città palestinese e la scelta (che si sta sviluppando ora) di una piena collaborazione sociale, politica, educativa e, solo in seconda battuta, economico/turistico/commerciale.
La maggior parte, dei c.d. "Pro Pal", ma anche dei consiglieri di opposizione, fortunatamente, si è opposta a quella che, sembrava essere nulla più che una foglia di fico.
Le elezioni, come è noto, le ha vinte trionfalmente il centrosinistra larghissimo, lanciando l'ambizioso: "Laboratorio nazionale Pistoia", e il percorso verso il gemellaggio pieno con Gerico sembra essere partito con un minimo di celerità ed efficacia anche se non mancano alcune perplessità/incongruenze/mancanze/omissioni.
Uno dei problemi di Pistoia è che si tratta una città che, permanentemente, ha perso e perde la memoria.
Lo dimostra, plasticamente, l'ordine del giorno del Consiglio comunale cittadino del prossimo 7 settembre, reperito sui social (a proposito: Comune di Pistoia, Svegliaaa!: non c'è nulla sul consiglio, e siamo alla mattina del 4 settembre, sul sito del Comune e la cosa mi pare davvero inaccettabile anche da un punto di vista democratico, non solo informativo...)
Pistoia ha perso completamente la memoria, per più di tredici anni, ad esempio, proprio in merito al comitato cittadino per i gemellaggi, proposto e fatto approvare dal consigliere Tommaso Braccesi (insieme a Giovanni Sarteschi) nel giugno 2013 e rilanciato solitariamente e meritoriamente fuori dall'oblio, sempre dal consigliere Braccesi, nell'agosto del 2016.
Più di tredici anni, tre diversi sindaci (Bertinelli, Tomasi e Celesti), di diverso colore: nessuno/a che si sia peritato di realizzare quello che doveva realizzare secondo il voto del Consiglio comunale e cioè rendere operativa la decisione della realizzazione del Comitato cittadino per i gemellaggi.
Nel 2013 sono stati approvati non solo la costituzione, ma anche il regolamento per l'istituzione del comitato.
Chi scrive, dopo un'ampia ricerca sul campo, svolta sia nella parte serba che in quella croato-bosniaca dello "spezzatino" Bosnia, post accordi di Dayton, si è occupato, ormai ben ventidue anni fa, con la propria tesi di laura e anche dopo, di ricostruzione partecipata delle comunità locali dopo un conflitto terribile, sanguinario, interrogante come la guerra civile ex jugoslava.
La mia tesi, discussa letteralmente sulla frontiera (Università di Trieste, sede di Gorizia) si intitolava, non a caso, e grazie all'intuizione non mia, ma del sociologo Alberto Gasparini: "La diplomazia dell'Europa minore" e si occupava del caso concrete dell'Agenzie (prima Ambasciate) della Democrazia Locale in generale nei Balcani e nello specifico in Bosnia-Erzegovina.
Di fronte all'inerzia complice, terribile dell'Europa sia comunitaria che degli stati nazionali, di fronte alla carneficina, non solo etnica e religiosa, ma anche di poteri ed interessi economici, che si sviluppava annientando persone e comunità, il Consiglio d'Europa, realtà della società civile e una serie di comuni europei (da ricordare, in particolare rispetto all'eroica città di Tuzla, il compianto, visionario, coraggioso sindaco di Bologna, Renzo Imbeni...), decisero di fare qualcosa, a partire da una nuova concezione di cooperazione internazionale decentrata di comunità.
Attraversavamo le "comunità maledette", etniche, monoreligiose, chiuse, identitarie come a Prijedor, "buco nero d'Europa", nella repubblica Srpska di Bosnia, quella di Radko Mladic, dove nelle miniere di ferro, un tempo centro di cittadinanza attraverso il lavoro, poi vendute ad un euro, inquinate ed inquinanti a guerra finita, ad una multinazionale indiana, erano stati ammassati uomini, donne, bambini, trucidati in un genocidio agghiacciante e colpevolmente dimenticato.
Proprio da queste comunità maledette, partendo dal locale e non da un'illusione umanitaria presuntuosa, travalicante, affaristica, provavamo a ricostruire insieme la possibilità di comunità solidali e sconfinanti, inclusive, aperte, pacifiche, operose, ecologiche.
Provavamo a osare, a sostenere quella che Alexander Langer, dal suo Sudtirolo delle irrisolte e comode "gabbie etniche", aveva definito intellgentemente, coraggiosamente: "la scelta della convivenza".
Perno di questa scelta era, provava ad essere ed esistere, da entrambe le sponde dell'Adriatico e dello Ionio, l'Europa minore che partiva dalla propria fragilità, dalla propria piccolezza, dalla propria imperfezione, dalla propria necessità dello sguardo, degli occhi dell'altro/a.
Dall'intreccio delle tre diverse e intrecciate dimensioni della sussidiarietà, anche transnazionale: verticale, orizzontale, circolare.
Dall'impegno comune, condiviso, paritario, contruito su una reciprocità non utilitaristica: tra dimensione europea, poteri locali, società civile organizzata, volontariato, resilienti imprese sociali.
Questo anche nella parte c.d."croato-musulmana" nella "pace fredda" della Bosnia: a Zavidovici, vicino a Zenica, dove ha giocato recentemente la nazionale italiana di calcio e dove, allora, ho incontrato diverse vedove del massacro genocida di Srebrenica, nel freddo dell'inverno bosniaco e ho ricevuto da loro in dono un paio di ciabatte calde che, per anni e annim ho portato spesso anche d'estate, commosso fino alla punta dei miei capelli.
I nostri erano un impegno, ma anche una ricerca che tenevano salde le radici nel socialismo municipale e nel movimento comunale europeo tra Ottocento e Novecento, così come nel federalismo europeo integrale, non solo istituzionale, ma multidimensionale, multiculturale e personalista.
Proprio da quel federalismo europeo, dall'idea di un'Europa che si unisce dal basso, non solo tra gli Stati nazionali, cito due grandi figure da me conosciute, due maestri: Umberto Serafini (inventore dei gemellaggi europei, attraverso il Crre e l'Aiccre) e Gianfranco Martini (ideatore delle Ambasciate/Agenzie della Democrazia Locale, prima nei Balcani e poi anche nel Caucaso) che nasce l'occasione di pace e convivenza dei gemellaggi transnazionali.
Non un'occasione di folclore, di qualche fiera e di qualche superficiale gita scolastica o di pensionati, ma, fedeli al motto: "liberare e federare" di Silvio Trentin (grande esponente della resistenza antifascista europea, come il figlio Bruno, poi importantissimo sindacalista).
Di questo, anche a partire dal gemellaggio con Gerico, si discuterà, dalle ore 14, il prossimo lunedì 7 settembre, presso il consiglio comunale di Pistoia.
Il gemellaggio con Gerico (e gli altri che, magari seguiranno), può rappresentare un mero atto istituzionale, peggio, simbolico, un suggello politico, o, invece, mettere in gioco l'incontro vero, multiforme, esigente tra due comunità e società che sconfinano, si conoscono gradualmente, imparano l'una dall'altra, mettono in comune società civile, progetti municipali, percorsi formativi ed educativi, storie millenarie, cultura, solidarietà, pace.
Non in una logica binaria, ma aperta al mondo.
Come per l'ex Jugoslavia, dove ho imparato e decostruito molto il mio comodo immaginario visitando le chiese ortodosse serbe sbarrate e crivellate di proiettili nella Kraina croata.
Proiettili della c.d. "Operazione Tempesta", di provenienza Nato, magari prodotti e commercializzati, triangolizzando, con tanti saluti alla Legge 185/90 sul commercio delle armi con i paesi in conflitto, dalla Smi di Campo Tizzoro.
Piangendo, da cattolico, lacrime colme di vergogna e mangiando una indimenticabile, terribile, pessima, indigesta pizza margherita nella "polvere di Knin", ribadisco, con forza, che non possiamo che ripartire dal dialogo con tutte le parti coinvolte, senza, ovviamente, confondere vittime e carnefici.
Proiettili della c.d. "Operazione Tempesta", di provenienza Nato, magari prodotti e commercializzati, triangolizzando, con tanti saluti alla Legge 185/90 sul commercio delle armi con i paesi in conflitto, dalla Smi di Campo Tizzoro.
Piangendo, da cattolico, lacrime colme di vergogna e mangiando una indimenticabile, terribile, pessima, indigesta pizza margherita nella "polvere di Knin", ribadisco, con forza, che non possiamo che ripartire dal dialogo con tutte le parti coinvolte, senza, ovviamente, confondere vittime e carnefici.
Verità e Giustizia, ma anche la Pace possono compiere dei passi solo insieme: così il gemellaggio con Gerico non potrà che coinvolgere non solo le comunità islamiche e cristiane palestinesi, ma anche gli ebrei, gli israeliani che non ci stanno, che si alzano in piedi, ascoltano la propria coscienza, disobbediscono, disertano, sopportano l'accusa di essere dei traditori, dei venduti, reprobi degenerati/e.
Solo così, includendo, non escludendo, si potranno provare a costruire sentieri trasnazionali di pace, nonviolenza e convivenza, fragilmente duraturi.
Solo così, un atto apparentemente burocratico, come la costituzione tardiva di un comitato cittadino per i gemellaggi, messo negli scatoloni e impolveratosi per tredici anni, potrà, invee, diventare segno decisivo, in direzione ostinata e contraria, rispetto alle politiche armate della guerra permanente, dell'economia dello scarto, dell'annientamento che si sostituisce, con la violenza, al mosaico opportuno e molteplice delle differenze e delle diversità.
Quando, cari consiglieri e consigliere comunali di maggioranza e di opposizione, cara Giunta, cara Olimpia Banci, assessora con delega ai gemellaggi, caro sindaco, lunedì 7 settembre discuterete di avviare, incredibilmente per la prima volta, il comitato cittadino per i gemellaggi, pensate ai bambini di Gaza mangiati dai topi, ma anche, stando voi nella regione dove ha operato Giorgio La Pira, alle fragole di Sanela.
Dopo oltre vent'anni mantengo ancora i miei occhi nei suoi occhi verdi.
E' difficile descrivere un bellissimo sorriso che non riesce a liberarsi dal velo della tristezza e della perdita, ma, nonostante questo, va avanti e affronta, non senza difficoltà, il futuro.
Era la primavera del 2004, peraltro vigilia delle elezioni europee coincidenti con il più grande allargamento della storia dell'Unione, ben dieci paesi.
No, i Balcani non c'erano, continuavano ad essere: "buco nero d'Europa".
Prijedor non c'era.
E però votammo, con urne non ufficiali, ma votammo.
Nelle schede artigianali e simboliche era scritta la richiesta vibrante di essere inclusi, che un ponte fragile (ancora doveva essere riaperto il Ponte Vecchio - Stari Most di Mostar) da Bruxelles e da Strasburgo (altra storica frontiera di sangue) raggiungesse la piazza del mercato di Prijedor.
Dove Sanela, ogni mercoledì, giorno di mercato, vendeva le sue fragole.
Le vendeva tenendo il suo banco di giovane donna vedova, mussulmana, di fianco a quelli di coloro che, magari, avevano sterminato la sua famiglia, suo marito, i suoi genitori.
No, non era stato per nulla facile.
Però quello era il segno di un cambiamento, di una scommessa di ostinata speranza: un campo, non solo un banco di fragole.
Perchè Sanela era stata la prima, coraggiosissima, quasi incosciente.
Ma poi non era rimasta sola.
Senza quel gemellaggio di comunità, non solo fra istituzioni, forse Sanela non sarebbe tornata a vendere le fragole nella piazza del mercato di Prijedor, "buco nero d'Europa".
Non ha ricevuto quella forza dall'esterno, l'ha trovata dentro di sè, da donna eccezionale, di fronte al maschilismo della guerra e degli stupri etnici perpetrati da tutte le parti in conflitto.
L'ha trovata e poi condivisa dentro la sua indelebile, ma non incurabile ferita, la sua lacerata sofferenza, abitando il proprio lutto, attraversandolo senza cancellarlo.
E', però, tra memoria e oblio, le fragole rosse e gli occhi verdi di Sanela sono l'orizzonte di senso non solo di una persona, di una donna eccezionale, ma di una politica possibile e necessaria che cambia, nei cuori, nelle intelligenze, sulle spalle e con le mani delle donne e degli uomini, dei bambini, dei ragazzi, dei vecchi, il corso, apparentemente senza alternative, senza opzioni, della storia.
La fragole di Sanela, come la storia siamo (anche) noi.
Fino a Palazzo di Giano, tredici anni dopo aver approvato, senza mai costituirlo, il comitato cittadino per i gemellaggi.
Arma nonviolenta, come il voto, come lo sciopero, ci hanno insegnato don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi, le sue ragazze, per ritrovare, ricostruire dal basso, dai margini, dalle frontiere abitate, a Pistoia, come a Prijedor, come a Zavidovici, come a Gaza, come a Gerico, a Kiev, come a Barbiana, come a Sterzing/Vipiteno, un orizzonte azzurro, ma anche rosso (di fragole, non di sangue) e verde di Verità, Giustizia, Pace.
Un Sogno fatto da svegli, da comunità federate nel segno della Speranza e di una reciproca, quotidiana, permanente Liberazione.
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

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