“Noooo, davvero vuoi scrivere qualcosa su Pino Rauti, l’“Almirante mancato”?
Laurì,
sei coraggioso, anzi temerario…”
No, non credo di essere particolarmente coraggioso e non credo nemmeno che si possa definire sprezzantemente Pino Rauti un "Almirante mancato".
Tuttalpiù mi ritengo una
persona libera e sufficientemente curiosa, patologicamente attratta ad
approfondire (non certo ad abbracciare) qualsiasi eresia filosofica, politica e
religiosa e il suo rapporto con il potere.
Sono passati esattamente cento anni dalla nascita di Rauti,
leader eretico della destra italiana ed europea nel Novecento, e io penso
davvero che sia importante confrontarsi con il suo pensiero, ma anche la sua
controversa figura pubblica.
Sabato 7 novembre a Pistoia, ci sarà, opportunamente, l’occasione
di approfondire.
Rimango ovviamente lontanissimo da qualsiasi destra, anche
eretica, e ci sono alcuni aspetti del pensiero (e ancor più dell’azione) di Rauti
che mi vedono un feroce oppositore. Certo non tutti.
Come ho raccontato qualche giorno fa alla capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio comunale, Francesca Capecchi,
che della tradizione rautiana, mi pare parzialmente erede, a Pistoia con l'ex sindaco Alessandro Tomasi, mi capitò, nel 1990, avevo undici anni e già iniziavo a interessarmi
di politica (si, concedo, questo non è tanto “normale...”) di seguire per caso
l’esito, abbastanza cruento, ma non internamente dirompente, del congresso nazionale
del Movimento Sociale Italiano.
Il mio interesse di bambino fu catturato in realtà dalle
sedie che proprio volavano, dalle grida delle due fazioni contrapposte, nella notte conclusiva del congresso di Rimini del
Msi del gennaio del 1990, dove si confrontavano all’ultimo voto e all’ultima
tessera, a tre anni dalla morte del leader indiscusso Giorgio Almirante, lo
stesso Rauti, che di Almirante era considerato l’alter ego e Gianfranco Fini
che, invece, ne era stato designato delfino e che aveva preso le redini del Msi
nel 1987, quando il vecchio leader era già molto malato.
Ero già di sinistra, un cattocomunista con venature
anarchiche e terzomondiste, certamente lontanissimo sia da Fini che da Rauti, però mi
interessavo alle forme e alle idee della politica, i movimenti e i partiti, e, come tutti,
mentre cominciavo a veder franare il blocco sovietico, mai mi sarei aspettato, nel
1990, quando, nell’estate, Totò Schillaci e Roberto Baggio ci facevano sognare
nelle “notti magiche” dei mondiali di calcio giocati nei nostri stadi, che il
sistema dei partiti della Prima Repubblica sarebbe di lì a poco crollato.
Ancor più sorprendente sarebbe stato vedere, negli anni successivi,
l’Msi che, all’inizio degli anni Novanta, sia sotto la prima guida Fini, sia
sotto la fugace segreteria rautiana, era arrivato ai suoi minimi storici, sarebbe
schizzato in alto nei consensi, divenendo poi determinante nel sistema politico
italiano in un’alleanza, non priva di fortissime contraddizioni, con la dirompente
Lega Nord di Umberto Bossi e la neonata Forza Italia, “partito azienda”, fondato
e guidato da Silvio Berlusconi.
Rauti vinse quel congresso e, oggettivamente, compì un vero
miracolo perché veniva da cinquant’anni di battaglie di minoranza e di
sconfitte interne, con anche fuoriuscite anche dal partito stesso.
Nato in provincia di Catanzaro nel 1926, Rauti, come è noto
fu, fin dall’inizio, dalla parte sbagliata della storia, servì la Rsi, la
Repubblica Sociale Italiana.
Già nel 1947, ventunenne propose un posizionamento della
galassia “postfascista” al di là della destra e della sinistra, ma si sarebbe
spinto molto oltre proponendo nel 1990, quando in Italia si sviluppava nelle
scuole e nelle università, il movimento studentesco della Pantera il c.d. “sfondamento
a sinistra”.
In molte scuole e università d'Italia i giovani rautiani del Movimento Sociale,
proprio in quel 1990, occupavano insieme agli studenti di sinistra,
partecipavano alla rivolta giovanile.
Una “lezione” valida ancora oggi, anche per l'odierna Gioventù Nazionale e che, secondo me, i
giovani della destra dovrebbero saper cogliere, sapendo prendere anche le distanze critiche
dal partito di Governo, al potere. Non è un caso che si svilupparono, proprio
in quegli anni, i dialoghi, ad esempio, con il giudice antimafia Paolo
Borsellino.
Tornando alle origini, al 1947, Rauti scrisse così sulla
rivista Rivolta Ideale: “"Non eravamo una forza conservatrice né un filone del
socialismo: avevamo una filosofia specifica e originale, una nostra concezione
della vita".
Come è noto, seguendo le idee di Julius Evola, al primo congresso
missino di Napoli, Rauti si schierò, come la gran parte dei giovani, in
opposizione ai vecchi schieramenti contrapposti tra destra e sinistra o tra
Unione Sovietica e Stati Uniti d'America, oppure tra socialismo e capitalismo.
Nel gennaio 1950 venne fondata, anche da Rauti, la rivista Imperium e nello stesso anno numerosi furono i dibattiti organizzati dal
Partito Comunista Italiano, favoriti da Enrico Berlinguer, all'epoca segretario
della FGCI, cui erano invitati i giovani missini. A molti di questi dibattiti
fu invitato direttamente Rauti.
Disse Rauti: «Il
dialogo con i comunisti era un modo per uscire dalla logica dello scontro
frontale, che permetteva alla DC di presentarsi come baluardo rispetto agli
opposti estremismi. I tumulti di piazza intimorivano l'opinione pubblica,
perché riproponevano la prospettiva della guerra civile, e a guadagnarci erano
i democristiani. Quindi confrontarsi con la FGCI poteva essere utile, anche
perché io pensavo che avessimo argomenti validi da sottoporre alla gioventù di
sinistra. La critica al capitalismo, all'americanismo e all'atlantismo
costituiva un possibile terreno d'intesa.»
Chi volesse approfondire tutto il suo percorso politico può
leggere le sue varie biografie pubblicate online raccolte sul sito del Centro
Studi Pino Rauti: https://pinorauti.org/biografia/
Rauti ha conosciuto, fin dagli anni Quaranta, più volte il
carcere, le accuse che gli sono state rivolte hanno visto la sua assoluzione,
almeno dal punto di vista giuridico mentre, ovviamente, il giudizio morale e
politico è più complesso, articolato.
Alla guida della componente di Ordine Nuovo, Rauti uscì dal
Movimento Sociale e, come è noto, si rivelò punto di riferimento anche di
giovani che, negli anni Sessanta e Settanta, sarebbero passati alla lotta
armata e anche sarebbero diventate pedine dell’eversiva strategia atlantista
della tensione.
Non va dimenticato che nel maggio del 1965 l'istituto di
studi militari Alberto Pollio organizzò un convegno sulla "guerra
rivoluzionaria", a Roma all'Hotel Parco dei Principi, che venne finanziato
dallo Stato Maggiore dell'esercito: si trattava di un raduno fra fascisti, alte
cariche dello Stato e imprenditori: Rauti presentò una relazione su "La tattica della penetrazione
comunista in Italia".
Il convegno passerà alla storia per aver raccolto i
principali imputati e organizzatori della strategia della tensione, delle
stragi e dei tentativi di golpe che si susseguiranno nei successivi venti anni,
in parte anticipati e schematizzati teoricamente nel corso del convegno.
Va detto che le responsabilità personali da un punto di vista
di Rauti non furono mai dimostrate e Rauti, in diversi processi, fu sempre
assolto, compreso nel 2010, in cui fu esclusa la sua responsabilità diretta
nella strage fascista e di stato di Piazza della Loggia a Brescia.
Certo, il tema della responsabilità indiretta, non può
essere eluso e chi si rifà al pensiero di Rauti, ancora oggi, non può ignorare
questi aspetti, pur nel rispetto obbligato e naturale del garantismo e delle verità
processuali e anche di processi durati tantissimo, troppo.
Non si può dimenticare, ad esempio, l’attenzione
molto precoce di Rauti e dei giovani rautiani all’ambientalismo, i campi
Hobbit, i gruppi di “Ricerca Ecologica”, una visione complessa e di interesse e
attualità politica.
Non vanno dimenticate poi le posizioni, certo non prive di
qualche ragione interna, di opposizione ostruzionistica insieme con i radicali
nel 1978 alle modifiche in senso restrittivo della Legge Reale, accusata di
essere "liberticida" e poi all'abrogazione della stessa nel
referendum nello stesso anno.
C’è un fatto importante che va ricordato: la corrente
rautiana si distinse nel Msi, nel 1980 per l'opposizione alla campagna per la
reintroduzione della pena di morte in Italia, che il MSI aveva lanciato
raccogliendo anche l'adesione di avversari politici come il deputato
socialdemocratico Matteo Matteotti.
Perdendo il congresso di Sorrento del 1987 contro Gianfranco
Fini, Rauti si espose fortemente ponendo attenzione al c.d. "risveglio
arabo".
Rauti perse, invece, una grande occasione quando non ebbe il
coraggio politico nel 1991, da segretario nazionale dell’Msi, di opporsi all’intervento
americano nel Golfo.
Penso, sinceramente, che nel 1995 sia stato naturale per
Rauti, seguito da pochissimi, l’opporsi alla svolta di Fiuggi, alle facili
porte del potere e del Governo con la non adesione ad Alleanza Nazionale e la
fondazione della Fiamma Tricolore.
Nella prima fase del piccolo partito di Rauti ci fu anche l’apporto
della figlia Isabella, mi colpirono subito i suoi quaderni e la sua rivista,
significativamente denominati: “Niente mimose”.
Fini chiamava Rauti, con grande disprezzo, il “professorino”;
Tremaglia definiva i rautiani, non certo positivamente, come i “Figli del Sole”.
L’anticapitalismo di questa figura, con alcuni tratti paradossalmente
pasoliniani, ha alcuni tratti che mantengono interesse, così come la sua
riflessione, certo molto problematica, ma non priva di originalità, di
opposizione alla globalizzazione.
Io penso che l’attualità di Rauti sia il valore delle idee
e della profondità nella politica, la capacità di stare in minoranza, di
perdere, pur di mantenere una visione.
Non si può comprendere la sua figura se non si
approfondiscono anche filosoficamente le sue radici, non lo si analizza al di
fuori della storiografia di partito e non si va un po’ oltre, in una dimensione
di orizzonte di senso, non solo di Governo, non certo di potere.
Non ci sono dubbi che Rauti abbia speso la sua vita per un
ideale e che chi lo vuole possa sentirsi parte di una sua eredità, oltre le celebrazioni.
Non era, ovviamente, il mio di ideale.
Nel rispetto pieno delle assoluzioni, non mancano, almeno
dal punto di vista morale, passaggi molto controversi, su cui sarà la
storiografia, non di parte, non pregiudizialmente avversa o favorevole, a dover
dare delle risposte.
Rauti era, certamente, anche i “rautiani”, così come Pierre Carniti, non poteva essere visto senza i “carnitiani”.
Essere eresia, se non si negoziano innocue rendite di
posizione, o non si vive per mera testimonianza intellettuale, ma per cambiare davvero le cose, la realtà, il mondo, non è un portato facile.
Pierre Carniti, cui sono stato a fianco a fianco negli ultimi anni
di vita e di impegno sociale, mi ha sempre insegnato che il suo andare avanti,
si fondava sulle sconfitte, sulla testimonianza, sulla capacità di pagare dei
prezzi.
Anche altissimi, anche con l'esilio, l'isolamento, il fango, la violenza, l'irrisione, la derisione, la sconfitta.
Non ci sono dubbi che, in tanti giovani, Pino Rauti, esattamente
come Pierre Carniti tra i “suoi” metalmeccanici che lo “idolatravano”, lo
amavano profondamente, sia stato un punto di riferimento, l’accesione di un fuoco
(si, nel suo caso, una “fiamma”) nell’anima.
E' vero che Pierre e Rauti siano stati non solo sindacato e non solo partito, ma soprattutto movimento.
Pierre, nato negli anni trenta del Novecento, si chiamava
così, alla francese, proprio per irridere l’autarchia fascista.
La famiglia cremonese del leader cislino era profondamente
antifascista, Don Primo Mazzolari era di casa.
Io sono profondamente, radicalmente antifascista, ho nel
mio sangue nonno Anesio, partigiano cristiano, la sua medaglia, il suo abitare
la bassa parmense, peraltro ai confini del c.d. “triangolo rosso”.
Ma nel mio sangue c’è anche nonno Ciccio, Francesco Lauria,
di cui porto orgogliosamente il nome, sindacalista della Cgil, artigiano,
inviato al confino da Benito Mussolini in Sardegna, a Perdas de Fogu.
Nonno Anesio era un democristiano, nonno Ciccio era orgogliosamente
comunista, antifascista e antidemocristiano, antagonista, nel suo piccolo, del
lucano, come lui, Emilio Colombo.
Eppure, pensando a Pino Rauti, al suo "andare oltre", con tutto il portato di una
stagione complessiva in cui non sempre era chiaro il confine tra politica e violenza, a destra,
come a sinistra, io non posso non pensare che “studiare prima di agire”, mi fa
pensare che, come diceva lo stesso Rauti: “le radici profonde non gelano”.
Ma se penso ai giovani Berlinguer e Rauti dialogare
negli anni Quaranta del Novecento, mi chiedo perché nei roventi e furiosi anni Venti
del Duemila, non possiamo riprendere a parlarci, a guardarci negli occhi.
A rispettarci, pur nella redicale, esistenziale diversità.
Lontanissimi, io e Francesca Capecchi, ma ancora, prima, io
e Alessandro Tomasi, ci siamo riconosciuti e rispettati.
Le stelle, l’orizzonte esistenziale, possono rappresentare una destinazione
comune, cercata anche da fronti diversi, divisi, distanti.
La politica è anche essere comunità, i partiti, quelli veri, tutti
conflittualissimi al loro interno, magari non privi anche di tensioni e
scissioni, erano essi stessi comunità.
E non si fermavano alla gestione, anche giusta, del potere.
Non bastava il potere. Era una conseguenza, non un presupposto.
La politica insegnava a pensare, prima che ad agire.
Su questo Pino Rauti, non ci sono dubbi, certo nel suo campo, è stato un
testimone e un maestro.
Per me, rispetto a me sempre, sempre, dalla parte sbagliata della storia
e dell’agone politico.
Ma le canzoni di Fabrizio De Andrè, fin da piccolo, mi
hanno insegnato anche a non aver timore di stare anche dalla parte degli sbagliati,
dei reietti, persino dei “cattivi maestri” o quantomeno di essere in grado di parlare con loro.
Io penso, ad esempio che sul “fiume Sand Creek” probabilmente
saremmo stati dalla stessa parte, quella dei nativi americani, anche contro l’imperialismo dell'Occidente.
Su mille altri fronti, penso al tema della remigrazione, io
non mi sento avversario, ma radicalmente l’opposto di Pino Rauti.
Ma lo rispetto, ogni uomo merita rispetto.
Soprattutto chi ha saputo spendere la vita per un ideale.
Anche se, per me, al 98 per cento, sbagliato.
Io lotto, ogni giorno, con ogni respiro, per far cadere il
Governo di destra di Giorgia Meloni.
Ma oggi, a Pistoia, nel 2026, non provo, a differenza di altri/e, “ribrezzo” per chi
la pensa diversamente da me.
Per chi, in vario modo, si definisce di destra.
No Francesca Capecchi, ad esempio, non mi fa ribrezzo, anzi spesso mi insegna, con essenzialità ed intelligenza, un sacco di cose.
Certo la combatto politicamente.
Ma so e su questo mi riconosco totalmente, senza alcune
riserva, nelle sue parole opportune in consiglio comunale a
Pistoia, che le "persone vengono molto prima della politica. Che la politica, su questo dobbiamo uscire dal Novecento, ha dei limiti, non è tutto, anche se "tutto è politica".
Ogni persona.
Sempre e omunque, vale di più della politica.
Questo è un terreno di dialogo per costruire, per condividere, per
scegliere battaglie e lotte, in cui possiamo, come i giovani di destra e di
sinistra nella Pantera nel 1990, lottare insieme per un bene più alto, talvolta
anche oltre destra e sinistra.
Perchè il bene comune può esserci, vivere anche in un universo, molteplice, di colori e di emozioni.
Di Speranza.
Francesco Lauria
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