sabato 7 novembre 2026

"MI ACCORSI CHE PER CAMBIARE IL MONDO BISOGNAVA ESSERCI". TINA , ANESIO E CORINA: TRA RESISTENZA E INASPETTATO MIRACOLO DI UN VOLO, DANZA DI VITA...

“Forse questa mia giornata terrena potrebbe non vedere l’alba di domani.  Non mi spaventa la morte. (…) Nell’istante prima del mio tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia: quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa: l’odio non è mai stato ospite della mia casa. 

Ho creduto in Dio, perché la sua fede è stata la sola ed unica forza che mi ha sorretto” (9 agosto 1947, dal diario di Giorgio Morelli, partigiano cristiano, nome di battaglia “Il Solitario”, primo liberatore della città di Reggio Emilia dal nazifascismo. La riflessione risale a due giorni prima della sua morte, a seguito delle conseguenze di un attentato da parte di militanti comunisti che non furono mai personalmente  individuati).

Mi tremavano il cuore, la voce e le gambe quando, alcuni giorni fa, all'Istituto Luigi Sturzo, sono intervenuto, a Roma, al congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani (Anpc).

Nella tasca della mia giacca e poi nelle mie mani, fra le mie dita tenevo stretta la medaglia dedicata alla memoria di nonno Anesio Finardi, consegnata nel 1970, al Passo della Cisa, confine e attraversamento naturale tra Emilia, Toscana e Liguria, a dieci anni dalla sua prematura scomparsa, a venticinque anni dalla Liberazione dal nazifascismo.

Ho letto e riletto, fin da quando ero piccolo quella sobria frase incisa nella medaglia: "Alla memoria di Anesio Finardi. Valoroso partigiano cristiano".

Crescendo mi sono fatto, sempre, cinque domande scaturite, direi naturalmente, da quella frase incisa nel metallo: 

La prima: "che cosa significa fare, rendere memoria?"

Come "ricordare, fare, appunto, memoria, senza meramente celebrare, come tradurre opportunamente una scelta nel presente, senza tradirla con futili idealizzazioni o illusioni di perfezione"?

La seconda: "Chi era nonno Anesio Finardi, che cosa ha fatto nella sua vita, come ha vissuto la sua prematura e dolorosissima malattia? Perchè, credente e certamente nonviolento, ha scelto di diventare partigiano cristiano? Di prendere le armi contro la Repubblica Sociale Italiana e le truppe di occupazione nazista? Di voler essere, proprio come Giorgio Morelli, a pochi chilometri di distanza, proprio come Teresio Olivelli a Brescia, e tanti altri/e ribelle per amore? 

E poi: "che cosa significa essere valorosi? Come si è santi ed eroi? Ma poi è necessario davvero diventare degli eroi per essere valorosi, o forse basta non tradire la nostra essenziale, magnifica umanità?

La quarta: "chi è il partigiano?" E' colui che rappresenta una sola parte, o colui che prende parte e, pur con tutti i propri limiti, le proprie paure, sta con chi soffre, difende i fragili, i deboli, vive con loro, in mezzo a loro e li aiuta ad uscire dai margini, a prendere parola? E' colui che, semplicemente imbraccia il fucile, asseconda la terribile naturalezza della guerra, o colui che sogna di spezzarlo il prima possibile il suo fucile, costruire la Pace, e considera la patria, non una fortezza identitaria, ma un sogno aperto, a partire dall'Europa?

E' un "irregolare da guerriglia terrorista", colui che considera i propri nemici come "assoluti", semplificando la teoria di Carl Schmitt, o, invece, avvicinandoci opportunamente a Michel Foucault e alle sue critiche all'eroismo e al sovranismo di Schmitt, un artigiano di una pace e di una convivenza future possibili, pur senza negare l'esistenza dei conflitti e dei rapporti di forza?

Infine: "che cosa significa, davvero, essere cristiani? Laici cristiani?"

Era ed è la domanda, per me, più difficile e complessa, ma credo che non lasciasse indifferente nemmeno mio nonno, avendo avuto, negli anni Novanta del Novecento, qualche racconto diretto di lui, anche dai suoi compagni di battaglia, nella vecchia sede dell'APC (allora la declinavamo senza la "n") a Parma, presso i Giardini di San Paolo.

Mi immagino quella scelta di nonno Anesio che era nato nel 1920 e quindi cresciuto integralmente nel fascismo, i suoi vent'anni o poco più, la nebbia della pianura, il Po, Mezzani, Colorno, il confine tra l'Emilia e la Lombardia e poi, ovviamente, anche la montagna, l'Appennino, con i suoi boschi e i suoi rifugi, i suoi silenzi, i suoi lanci, i suoi spari.

Nonno Anesio è stato educato, dopo i Patti Lateranensi, il compromesso tra la Chiesa e il regime fascista (peraltro non disconosciuto, a maggioranza, dall'Assemblea costituente repubblicana) e aveva quindi anche visto e vissuto, almeno indirettamente, la religione come strumento di potere e come spazio di identificazione politica.

Mi immagino il suo risveglio e quello dei suoi compagni e le sue compagne, non solo di chi ha preso, costretto, le armi, ma anche di chi ha nascosto un partigiano nel fienile, chi ha portato messaggi, chi ha semplicemente pregato per loro.

Ha scritto Kahil Gibran: "il risveglio spirituale è la cosa più essenziale nella vita dell'uomo, è l'unico scopo dell'Esistenza".

Ho immaginato mille e mille volte nonno Anesio, al buio, sotto le stelle, con il fucile, solo o con altri, nella terra di mezzo tra la paura e la speranza e ho ritrovato recentemente queste parole di padre Guidalberto Bormolini, monaco Ricostruttore, oggi, di Vita, tra gli Appennini, laddove prima c'erano il buio e l'assenza della vita stessa:

"Nella letteratura mistica si trova una bella espressione, il santo desiderio di cui deve essere animato il ricercatore cioè sentire letteralmente la mancanza delle stelle, tendere verso di esse. Questo è fare meditazione, chiudere gli occhi e accorgersi che mancano le stelle e chi le anima, chi le muove".

Aggiungo io, sulla scia di Pierre Carniti: "Questa è la Speranza, un sogno fatto da svegli".

So, poi, che posso anche farmi tutte le migliori domande, anzi tutte le domande perfette.

Ma sono consapevole che non troverò tutte le risposte, sicuramente non le troverò solo in me stesso, ma forse, più probabilmente  nell'armonia dello sguardo condiviso con l'altro/a.

Scriveva Pierre Teilhard de Chardin, non senza avere qualche problema con le gerarchie ecclesiastiche: "Noi non siamo esseri umani che vivono un'esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un'esperienza umana".

Infine, Claude Levi-Strauss: "Lo scienziato non è l'uomo che fornisce le vere risposte, è quello che pone le vere domande".

Qual è, quindi, il nostro vero "diario di viaggio", cito l'indimenticato Paolo Giuntella, "povero laico cristiano"?

Come imbocchiamo il "sentiero della felicità, alla ricerca dell'Incontro?"

Scriveva Paolo nel suo lascito, il libro: "L'aratro, l'Ipod e le stelle", rifiutando con forza i: "cristiani devoti", ma, cosa meno scontata, anche i "cristiani progressisti a ogni costo e per partito preso"...:

"La strada che vi propongo di intraprendere è quella di un viaggio che nelle mie intenzioni imperfette dovrebbe arrivare alla conclusione del bel racconto dei chassidim citato da Bruno Forte nelle prime pagine della sua Piccola introduzione alla fede:

"Mio nonno era paralitico. Un giorno gli chiesero di raccontare una storia del suo maestro, il grande Baal Schem. Allora raccontò come Baal Schem avesse l'abitudine di saltare e ballare sempre mentre pregava. Mio nonno si alzò e raccontò; la storia lo eccitò a tal punto da mostrare, saltando e ballando, come avesse agito il maestro. Da quel momento egli fu guarito".

Chissà, se nelle freddi notte di quel terribile inverno del 1944, l'inverno delle stragi nazifasciste, nonno Anesio, per riscaldare il corpo, il cuore e l'anima ha provato a danzare e ballare il Vangelo?

Chissà se è riuscito a cantare, intonare l'alleluja nella canoa sulle acque del grande fiume?

No, io non l'ho conosciuto nonno Anesio, è morto, tra atroci sofferenze, divorato dalle sanguisughe che si pensava potessero salvarlo, a soli quaranta anni, circa venti anni prima che io nascessi, quando mia madre aveva poco più di dieci anni.

Ma ho conosciuto, anzi mi ha cresciuto la sua sposa, nonna Corina, classe 1923, scomparsa l'ultimo giorno dell'anno 2001.

Mia nonna ha combattuto per circa dieci anni con un Alzheimer precoce e inesorabile che l'ha privata prima del senso dell'orientamento, poi del pensiero, poi del riconoscere i propri cari, infine, solo alla fine, dell'uso delle gambe.

Perchè mia nonna, rimasta vedova a trentasette anni, era una tosta, aveva iniziato a lavorare a nove, nelle risaie del vercellese, come mondina.

E poi aveva fatto l'operaia, andando al lavoro con una piccola moto.

Ha vissuto in casa con noi, tra mille problemi, quasi fino alla fine.

Solo negli ultimissimi anni, davvero ingestibile, ha vissuto nel "nucleo Alzheimer-Speranza" in una casa di riposo nelle campagne che ormai si fondono nella città del consumo di suolo, vicinissimo a casa nostra.

Io l'andavo spessissimo a trovare e qualche volta anche non da solo, con un gruppo musicale cantavamo e danzavamo insieme agli anziani e soprattutto alle anziane del gruppo Alzheimer, a Porporano.

Ricordo, ad esempio, Ines e la forza, la "Resistenza e la Resa", nei suoi occhi.

Sopra il letto di mia nonna era scritto: "Corina Temilli, operaia".

E a me, che in tutte le estati, fin dalla mia adolescenza, lavoravo nelle fabbriche alimentari, chimiche e metalmeccaniche del parmense o del reggiano, come l'ultimo degli operai, quella parola, mi risuonava, piena di fatica e di concreta verità, ma anche di poesia.

Ma c'è una cosa, un lungo, infinito, poetico istante che non scorderò mai. Che mi porterò dentro. Per sempre.

Mia nonna non mi riconosceva più, non riconosceva più nemmeno mia madre, sua figlia.

Ma io sapevo che, in gioventù, con nonno Anesio, era stata una grande ballerina, danzatrice.

Me li sono immaginati nelle feste e nelle sagre di paese, ballare il valzer.

E così, una volta, non tanto lontano dalla fine terrena, ma quando ancora le reggevano le gambe e non era costretta in una carrozzina, io ebbi un'intuizione di bellezza:

Accesi lo stereo e feci fluire la musica.

Fu come veder accadere un miracolo in diretta, mia nonna, inaspettata Baal Schem, una fragile, ma esperta farfalla, iniziò a danzare il valzer insieme a me, guidando me, che a ballare sono poco più di un tronco sostanzialmente immobile.

Il miracolo della musica, invece, ci fece volare insieme, e in quella danza, in quell'abbraccio, in quelle note, intime e miracolose, c'erano anche mia madre e, naturalmente, nonno Anesio.

Senza fucile.

Soltanto pieno di gioia e di amore, con il suo sorriso composto, il suo sguardo buono, che ho imparato a immaginare attraverso alcune vecchie fotografie.

Nonno Anesio che, quaranta anni dopo una morte, "che non avrà mai l'ultima parola", danzava il Vangelo e il Valzer con me e con la sua sposa, con la sua amatissima, unica figlia Liviana, mia madre.

Guarito dalle sanguisughe, "Kumbaja, my Lord".

La felicità, mi ha insegnato, ancora Paolo Giuntella, non vuol dire "chiedere di scendere dalla croce".

E allora, in questa destinazione, in questa imperfetta "strada verso la libertà" ciò che conta davvero è il tentare ostinato di essere, di esistere, davvero in una fede, che non è certezza, ma "santa inquietudine". Non è solo risposte, ma soprattutto domande.

Come scrisse Tina Anselmi, la partigiana Gabriella, insegnante, sindacalista, prima donna Ministro della Repubblica, in quell'istante, con di fronte gli occhi verdi bellissimi e poetici, anche perchè feriti e malati, di mia nonna Corina, ho capito che cosa significasse quella frase di Tina che, con la nipote Valentina Magrin, abbiamo ricordato proprio al congresso nazionale dell'Associazione dei Partigiani cristiani riunito a Roma:

"Mi accorsi che per cambiare il mondo bisognava esserci".

In una casa di riposo, ma anche di fronte ai giovani partigiani impiccati ed esposti in un paese, come è successo a Tina Anselmi; o di fronte al proprio tramonto, senza perdere la dolcezza della fede, come Giorgio Morelli, il partigiano "Solitario".

Nella normalità di un miracolo di un ballo imperfetto, ma stretto nel corpo, nel cuore e nell'anima, come tra me e mia nonna.

Perchè, se è pur vero che: "le querce non fanno limoni", siamo tutti/e crisalidi e farfalle, già e non ancora.

Siamo anche tutti/e calabroni, che, come mi hanno insegnato nel sindacato, non hanno paura del paradosso di volare, dell'utopia concreta di "essere insieme giustizia", consapevoli della propria imperfezione.

E che hanno, ogni giorno, il privilegio della felicità e la gioia di voler provare a danzare.

Non sappiamo: "nè il giorno, nè l'ora" (Mt, 25, 13). 

L'Amore, come l'olio delle lampade, non si può comprare, si può custodire.

"Sogniamo da svegli"...

Francesco Lauria

P.S. A mia nonna Corina, mondina bambina e alle sue compagne, al loro sogno di un "lavoro nella libertà", voglio dedicare, con la voce indimenticabile di Giovanna Marini, "Bella ciao" delle mondine, che poi è la "madre" della canzone partigiana, che tutto il mondo conosce e intona... 

Link: https://www.youtube.com/watch?v=v8pgt6scZ1g

venerdì 6 novembre 2026

“ARRIVA” PINO RAUTI A PISTOIA. E IO, FRANCESCA, CREDO DI SAPERE COSA DIRE… "LE RADICI PROFONDE NON GELANO".

“Noooo, davvero vuoi scrivere qualcosa su Pino Rauti, l’“Almirante mancato”?

Laurì, sei coraggioso, anzi temerario…”

No, non credo di essere particolarmente coraggioso e non credo nemmeno che si possa definire sprezzantemente Pino Rauti un "Almirante mancato".

Tuttalpiù mi ritengo una persona libera e sufficientemente curiosa, patologicamente attratta ad approfondire (non certo ad abbracciare) qualsiasi eresia filosofica, politica e religiosa e il suo rapporto con il potere.

Sono passati esattamente cento anni dalla nascita di Rauti, leader eretico della destra italiana ed europea nel Novecento, e io penso davvero che sia importante confrontarsi con il suo pensiero, ma anche la sua controversa figura pubblica.

Sabato 7 novembre a Pistoia, ci sarà, opportunamente, l’occasione di approfondire.

Rimango ovviamente lontanissimo da qualsiasi destra, anche eretica, e ci sono alcuni aspetti del pensiero (e ancor più dell’azione) di Rauti che mi vedono un feroce oppositore. Certo non tutti.

Come ho raccontato qualche giorno fa alla capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio comunale, Francesca Capecchi, che della tradizione rautiana, mi pare parzialmente erede, a  Pistoia con l'ex sindaco Alessandro Tomasi, mi capitò, nel 1990, avevo undici anni e già iniziavo a interessarmi di politica (si, concedo, questo non è tanto “normale...”) di seguire per caso l’esito, abbastanza cruento, ma non internamente dirompente, del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano.

Il mio interesse di bambino fu catturato in realtà dalle sedie che proprio volavano, dalle grida delle due fazioni contrapposte, nella notte conclusiva del congresso di Rimini del Msi del gennaio del 1990, dove si confrontavano all’ultimo voto e all’ultima tessera, a tre anni dalla morte del leader indiscusso Giorgio Almirante, lo stesso Rauti, che di Almirante era considerato l’alter ego e Gianfranco Fini che, invece, ne era stato designato delfino e che aveva preso le redini del Msi nel 1987, quando il vecchio leader era già molto malato.

Ero già di sinistra, un cattocomunista con venature anarchiche e terzomondiste, certamente lontanissimo sia da Fini che da Rauti, però mi interessavo alle forme e alle idee della politica, i movimenti e i partiti, e, come tutti, mentre cominciavo a veder franare il blocco sovietico, mai mi sarei aspettato, nel 1990, quando, nell’estate, Totò Schillaci e Roberto Baggio ci facevano sognare nelle “notti magiche” dei mondiali di calcio giocati nei nostri stadi, che il sistema dei partiti della Prima Repubblica sarebbe di lì a poco crollato.

Ancor più sorprendente sarebbe stato vedere, negli anni successivi, l’Msi che, all’inizio degli anni Novanta, sia sotto la prima guida Fini, sia sotto la fugace segreteria rautiana, era arrivato ai suoi minimi storici, sarebbe schizzato in alto nei consensi, divenendo poi determinante nel sistema politico italiano in un’alleanza, non priva di fortissime contraddizioni, con la dirompente Lega Nord di Umberto Bossi e la neonata Forza Italia, “partito azienda”, fondato e guidato da Silvio Berlusconi.

Rauti vinse quel congresso e, oggettivamente, compì un vero miracolo perché veniva da cinquant’anni di battaglie di minoranza e di sconfitte interne, con anche fuoriuscite anche dal partito stesso.

Nato in provincia di Catanzaro nel 1926, Rauti, come è noto fu, fin dall’inizio, dalla parte sbagliata della storia, servì la Rsi, la Repubblica Sociale Italiana.

Già nel 1947, ventunenne propose un posizionamento della galassia “postfascista” al di là della destra e della sinistra, ma si sarebbe spinto molto oltre proponendo nel 1990, quando in Italia si sviluppava nelle scuole e nelle università, il movimento studentesco della Pantera il c.d. “sfondamento a sinistra”.

In molte scuole e università d'Italia i giovani rautiani del Movimento Sociale, proprio in quel 1990, occupavano insieme agli studenti di sinistra, partecipavano alla rivolta giovanile.

Una “lezione” valida ancora oggi, anche per l'odierna Gioventù Nazionale e che, secondo me, i giovani della destra dovrebbero saper cogliere, sapendo prendere anche le distanze critiche dal partito di Governo, al potere. Non è un caso che si svilupparono, proprio in quegli anni, i dialoghi, ad esempio, con il giudice antimafia Paolo Borsellino.

Tornando alle origini, al 1947, Rauti scrisse così sulla rivista Rivolta Ideale: “"Non eravamo una forza conservatrice né un filone del socialismo: avevamo una filosofia specifica e originale, una nostra concezione della vita".

Come è noto, seguendo le idee di Julius Evola, al primo congresso missino di Napoli, Rauti si schierò, come la gran parte dei giovani, in opposizione ai vecchi schieramenti contrapposti tra destra e sinistra o tra Unione Sovietica e Stati Uniti d'America, oppure tra socialismo e capitalismo.

Nel gennaio 1950 venne fondata, anche da Rauti, la rivista Imperium e nello stesso anno numerosi furono i dibattiti organizzati dal Partito Comunista Italiano, favoriti da Enrico Berlinguer, all'epoca segretario della FGCI, cui erano invitati i giovani missini. A molti di questi dibattiti fu invitato direttamente Rauti.

Disse Rauti: «Il dialogo con i comunisti era un modo per uscire dalla logica dello scontro frontale, che permetteva alla DC di presentarsi come baluardo rispetto agli opposti estremismi. I tumulti di piazza intimorivano l'opinione pubblica, perché riproponevano la prospettiva della guerra civile, e a guadagnarci erano i democristiani. Quindi confrontarsi con la FGCI poteva essere utile, anche perché io pensavo che avessimo argomenti validi da sottoporre alla gioventù di sinistra. La critica al capitalismo, all'americanismo e all'atlantismo costituiva un possibile terreno d'intesa.»

Chi volesse approfondire tutto il suo percorso politico può leggere le sue varie biografie pubblicate online raccolte sul sito del Centro Studi Pino Rauti: https://pinorauti.org/biografia/

Rauti ha conosciuto, fin dagli anni Quaranta, più volte il carcere, le accuse che gli sono state rivolte hanno visto la sua assoluzione, almeno dal punto di vista giuridico mentre, ovviamente, il giudizio morale e politico è più complesso, articolato.

Alla guida della componente di Ordine Nuovo, Rauti uscì dal Movimento Sociale e, come è noto, si rivelò punto di riferimento anche di giovani che, negli anni Sessanta e Settanta, sarebbero passati alla lotta armata e anche sarebbero diventate pedine dell’eversiva strategia atlantista della tensione.

Non va dimenticato che nel maggio del 1965 l'istituto di studi militari Alberto Pollio organizzò un convegno sulla "guerra rivoluzionaria", a Roma all'Hotel Parco dei Principi, che venne finanziato dallo Stato Maggiore dell'esercito: si trattava di un raduno fra fascisti, alte cariche dello Stato e imprenditori: Rauti presentò una relazione su "La tattica della penetrazione comunista in Italia".

Il convegno passerà alla storia per aver raccolto i principali imputati e organizzatori della strategia della tensione, delle stragi e dei tentativi di golpe che si susseguiranno nei successivi venti anni, in parte anticipati e schematizzati teoricamente nel corso del convegno.

Va detto che le responsabilità personali da un punto di vista di Rauti non furono mai dimostrate e Rauti, in diversi processi, fu sempre assolto, compreso nel 2010, in cui fu esclusa la sua responsabilità diretta nella strage fascista e di stato di Piazza della Loggia a Brescia.

Certo, il tema della responsabilità indiretta, non può essere eluso e chi si rifà al pensiero di Rauti, ancora oggi, non può ignorare questi aspetti, pur nel rispetto obbligato e naturale del garantismo e delle verità processuali e anche di processi durati tantissimo, troppo.

Non si può dimenticare, ad esempio, l’attenzione molto precoce di Rauti e dei giovani rautiani all’ambientalismo, i campi Hobbit, i gruppi di “Ricerca Ecologica”, una visione complessa e di interesse e attualità politica.

Non vanno dimenticate poi le posizioni, certo non prive di qualche ragione interna, di opposizione ostruzionistica insieme con i radicali nel 1978 alle modifiche in senso restrittivo della Legge Reale, accusata di essere "liberticida" e poi all'abrogazione della stessa nel referendum nello stesso anno.

C’è un fatto importante che va ricordato: la corrente rautiana si distinse nel Msi, nel 1980 per l'opposizione alla campagna per la reintroduzione della pena di morte in Italia, che il MSI aveva lanciato raccogliendo anche l'adesione di avversari politici come il deputato socialdemocratico Matteo Matteotti.

Perdendo il congresso di Sorrento del 1987 contro Gianfranco Fini, Rauti si espose fortemente ponendo attenzione al c.d. "risveglio arabo".

Rauti perse, invece, una grande occasione quando non ebbe il coraggio politico nel 1991, da segretario nazionale dell’Msi, di opporsi all’intervento americano nel Golfo.

Penso, sinceramente, che nel 1995 sia stato naturale per Rauti, seguito da pochissimi, l’opporsi alla svolta di Fiuggi, alle facili porte del potere e del Governo con la non adesione ad Alleanza Nazionale e la fondazione della Fiamma Tricolore.

Nella prima fase del piccolo partito di Rauti ci fu anche l’apporto della figlia Isabella, mi colpirono subito i suoi quaderni e la sua rivista, significativamente denominati: “Niente mimose”.

Fini chiamava Rauti, con grande disprezzo, il “professorino”; Tremaglia definiva i rautiani, non certo positivamente, come i “Figli del Sole”.

L’anticapitalismo di questa figura, con alcuni tratti paradossalmente pasoliniani, ha alcuni tratti che mantengono interesse, così come la sua riflessione, certo molto problematica, ma non priva di originalità, di opposizione alla globalizzazione.

Io penso che l’attualità di Rauti sia il valore delle idee e della profondità nella politica, la capacità di stare in minoranza, di perdere, pur di mantenere una visione.

Non si può comprendere la sua figura se non si approfondiscono anche filosoficamente le sue radici, non lo si analizza al di fuori della storiografia di partito e non si va un po’ oltre, in una dimensione di orizzonte di senso, non solo di Governo, non certo di potere.

Non ci sono dubbi che Rauti abbia speso la sua vita per un ideale e che chi lo vuole possa sentirsi parte di una sua eredità, oltre le celebrazioni.

Non era, ovviamente, il mio di ideale.

Nel rispetto pieno delle assoluzioni, non mancano, almeno dal punto di vista morale, passaggi molto controversi, su cui sarà la storiografia, non di parte, non pregiudizialmente avversa o favorevole, a dover dare delle risposte.

Pino Rauti viveva, certamente, anche nei c.d“rautiani”, a partire dai giovani, così come Pierre Carniti, non poteva essere visto senza i “carnitiani”.

Essere eresia, essere leader "eretici", se non si negoziano innocue rendite di posizione, o non si vive per mera testimonianza intellettuale, ma per cambiare davvero le cose, la realtà, il mondo, non è un portato facile.

Pierre Carniti, cui sono stato a fianco a fianco negli ultimi anni di vita e di impegno sociale, mi ha sempre insegnato che il suo andare avanti, si fondava sulle sconfitte, sulla testimonianza, sulla capacità di pagare dei prezzi.

Anche altissimi, anche con l'esilio, l'isolamento, il fango, la violenza, l'irrisione, la derisione, la sconfitta.

Non ci sono dubbi che, in tanti giovani, Pino Rauti, esattamente come Pierre Carniti tra i “suoi” metalmeccanici che quasi lo “idolatravano”, meglio lo amavano profondamente, sia stato un punto di riferimento, l’accesione di un fuoco (si, nel suo caso, una “fiamma”) nell’anima.

E' vero che Pierre e Rauti siano stati non solo sindacato e non solo partito, ma soprattutto movimento.

Pierre, nato negli anni trenta del Novecento, si chiamava così, alla francese, proprio per irridere l’autarchia fascista.

La famiglia cremonese del leader cislino era profondamente antifascista, Don Primo Mazzolari era di casa.

Io sono profondamente, radicalmente antifascista, ho nel mio sangue nonno Anesio, partigiano cristiano, la sua medaglia, il suo abitare la bassa parmense, peraltro ai confini del c.d. “triangolo rosso”.

Ma nel mio sangue c’è anche nonno Ciccio, Francesco Lauria, di cui porto orgogliosamente il nome, sindacalista della Cgil, artigiano, inviato al confino da Benito Mussolini in Sardegna, a Perdas de Fogu.

Nonno Anesio era un democristiano, nonno Ciccio era orgogliosamente comunista, antifascista e antidemocristiano, antagonista, nel suo piccolo, del lucano, come lui, Emilio Colombo.

Eppure, pensando a Pino Rauti, al suo "andare oltre", con tutto il portato di una stagione complessiva in cui non sempre era chiaro il confine tra politica e violenza, a destra, come a sinistra, io non posso non pensare che “studiare prima di agire”, mi fa pensare che, come diceva lo stesso Rauti: “le radici profonde non gelano”.

Ma se penso ai giovani Berlinguer e Rauti dialogare negli anni Quaranta del Novecento, mi chiedo perché nei roventi e furiosi anni Venti del Duemila, non possiamo riprendere a parlarci, a guardarci negli occhi.

A rispettarci, pur nella redicale, esistenziale diversità.

Lontanissimi, io e Francesca Capecchi, ma ancora, prima, io e Alessandro Tomasi, ci siamo riconosciuti e rispettati.

Le stelle, l’orizzonte esistenziale, possono rappresentare una destinazione comune, cercata anche da fronti diversi, divisi, distanti.

La politica è anche essere comunità, i partiti, quelli veri, tutti conflittualissimi al loro interno, magari non privi anche di tensioni e scissioni, erano essi stessi comunità.

E non si fermavano alla gestione, anche giusta, del potere.

Non bastava, il potere. Era una conseguenza, non un presupposto, non un obiettivo in sè.

I partiti, alcuni partiti, forse non tutti, sapevano anche essere movimento, non senza abitare una contraddizione, realizzare comunità giovanili capaci di educare all'impegno e alla militanza, all'appartenere, senza eccedere in settarismi.

E questi sono stati, certamente, almeno per una generazione di militanti giovanili della destra italiana, i Campi Hobbit... con anche la loro musica alternativa.

La politica, quella vera, insegna a pensare, prima che ad agire.

La politica, quella vera, NON è carriera, ma vocazione e servizio.

Su questo Pino Rauti, certo nel suo per noi difficile campo, è stato un testimone e un maestro.

Per me, rispetto a me, sempre, sempre, dalla parte sbagliata della storia e dell’agone politico.

Ma le canzoni di Fabrizio De Andrè, fin da piccolo, mi hanno insegnato a non aver timore di stare anche dalla parte degli sbagliati, dei reietti, persino dei “cattivi maestri” o quantomeno di essere in grado di parlare con loro.

Io penso, ad esempio che sul “fiume Sand Creek” probabilmente saremmo stati dalla stessa parte, quella dei nativi americani, anche contro l’imperialismo dell'Occidente.

Su mille altri fronti, penso al tema della remigrazione, io non mi sento avversario, ma radicalmente l’opposto di Pino Rauti.

Ma lo rispetto, ogni uomo merita rispetto.

Soprattutto chi ha saputo spendere la vita per un ideale.

Anche se, per me, al 98 per cento, sbagliato.

Io lotto, ogni giorno, con ogni respiro, per far cadere il Governo di destra di Giorgia Meloni.

Ma oggi, a Pistoia, nel 2026, non provo, a differenza di altri/e, “ribrezzo” per chi la pensa diversamente da me.

Per chi, in vario modo, si definisce di destra.

No Francesca Capecchi, ad esempio, non mi fa ribrezzo, anzi spesso mi insegna, con essenzialità ed intelligenza, un sacco di cose.

Certo la combatto politicamente.

Ma so e su questo mi riconosco totalmente, senza alcune riserva, nelle sue parole opportune in consiglio comunale a Pistoia, che le "persone vengono molto prima della politica"

Penso, in questo caso nella scia di Aldo Moro, che la politica, su questo dobbiamo uscire dal Novecento, ha dei limiti, non è tutto, anche se "tutto è politica".

Ogni persona, sempre e omunque, vale di più della politica.

Questo è un terreno di dialogo per costruire, per condividere, per scegliere battaglie e lotte, in cui possiamo, come i giovani di destra e di sinistra nella Pantera nel 1990, impegnarci insieme per un bene più alto, talvolta anche oltre destra e sinistra.

Perchè il bene comune può esserci, vivere anche in un universo, molteplice, di colori e di emozioni.

Colori e respiri di Speranza e, perchè no, non mi vergogno, laicamente, qui io delle mie radici, anche di Carità.

Francesco Lauria

giovedì 5 novembre 2026

CITTA' SENZA PAURA, DI CHI ABBIAMO PAURA? UN INCONTRO, IN DIALOGO.

Sognare da Svegli - Libertà e Democrazia

CITTA' SENZA PAURA
DI CHI ABBIAMO PAURA?
UN INCONTRO, IN DIALOGO

Di chi e di che cosa abbiamo paura oggi?

Come ricuciamo le nostre comunità in un'ottica intergenerazionale?

Come osserviamo e interveniamo per contrastare le solitudini del nostro tempo?

Che cosa decide la politica e quali sono i suoi confini?

Che cosa significa partecipare?

Che cosa, invece, includere? Come ci si impegna concretamente per farlo?

Come le costruiamo, insieme, le città senza paura o, almeno, che la paura la attraversano, la curano e, quindi, progressivamente la superano?

A partire da questi interrogativi, le realtà associative Sognare da Svegli e Libertà e Democrazia propongono un incontro che vuole essere una ricerca comune di risposte possibili, anche nelle differenze, nella verità.

Una ricerca di libertà e responsabilità che si svolgerà, sotto forma di dialogo e conversazione pubblica Sabato 14 novembre dalle ore 16.30 presso la Galleria Vittorio Emanuele in via degli Orafi.

A introdurre i lavori sarà Francesco Lauria, Presidente dell'Associazione Sognare da Svegli, a moderarli Luca Cipriani segretario provinciale di Libertà e Democrazia.

Interverranno: 

- Francesca Capecchi, capogruppo in consiglio comunale di Fratelli d'Italia;

- Irene Bottacci, segretaria comunale e capogruppo in consiglio comunale del Partito Democratico;

- Dario Baldassarri, consigliere comunale di Forza Italia;

- Sandro Giannessi, esponente della Lista Civica Capecchi Sindaco e assessore a casa, sociale e salute presso il Comune di Pistoia.

mercoledì 4 novembre 2026

UN ANNUNCIO MERAVIGLIOSO, UNA ROSA BIANCA NEL SILENZIO. PAPA FRANCESCO, LE PECORE PERDUTE E IL DIALOGO CON E TRA GLI STUDENTI E LE STUDENTESSE. SOTTO LE STELLE, PARLANDO ALLA LUNA, CON I PIEDI RADICATI NELLA TERRA.

E' stato davvero bello, ispirante e anche foriero di una giornata ben più positiva della precedente, iniziare il dì, sempre a Roma, con una visita alla tomba di Papa Francesco, nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Sono arrivato sul sagrato della chiesa qualche minuto prima delle sette del mattino, orario di apertura: di fronte a tornelli bianchi, camionette dell'esercito e un gruppo, non enorme, multinazionale ed intergenerazionale di fedeli, giunti prima di me.

Avevo con me un piccolo trolley data la mia permanenza di tre giorni nella capitale con diversi committenti lavorativi e la necessità di alloggiare in posti sempre spartani, ma anche sempre differenti.

Un senzatetto subito mi avverte: "attento se c'è la polizia, con il trolley (manco fossi a Pistoia :-) ) non ti fanno entrare".

Sono, apparentemente, fortunato, entro.

Ma mi devo, però, fermare subito: un nugolo di sacerdoti, vescovi, cardinali, anche di chiese cattoliche orientali, mi passa di fronte, diretto verso una cappella laterale per celebrare l'Eucarestia.

Passato il clero arriva, inesorabile, un agente in borghese, che mi dice, gentile, quello che mi aveva anticipato, con la stessa gentilezza, il senza dimora/mendicante che mi aveva avvertito: "con il trolley, pur piccolo, in Basilica non si può stare".

Lo guardo come Calimero il suo guscio e lo intenerisco.

Ho il permesso di posizionare temporaneamente il trolley in un angolino nascosto dai confessionali e di pregare per tre minuti, tre sulla tomba di Papa Francesco.

Contento e, come sempre maestro al contrario di orientamento, seguo un gruppetto di fedeli, ma toppo in pieno: la tomba non c'è, c'è un'altra Messa.

Osservo una signora, con il velo nero, sempre come un piccolo, indifeso Calimero.

Mi dice, quasi compassionevole: "hai sbagliato di poco, è qui accanto".

Memore del timer dell'agente, manco fossi Carl Lewis dei tempi d'oro, pronto per la medaglia d'oro olimimpica dei cento metri e, se occorresse, anche del salto in lungo senza trolley, mi dirigo verso la tomba del pontefice: "arrivato e scelto dalla fine del mondo".

Siamo soli, insieme.

Io e lui. Lui e io.

Non proprio soli, quaggiù. Si sente, sento la forza dello Spirito Santo, non su di me, per carità, nell'aria, nel respiro, nel battito, nella preghiera al fotofinish.

Sapevo dell'essenzialità della tomba, un pugno e uno schiaffo all'eccesivo barocco che, ancora oggi, purtroppo c'è nella Chiesa cattolica e che anche Papa Francesco non è riuscito a limitare davvero, solo a scalfire.

Mi concentro, ho ancora pochissimi istanti liberi.

Sorrido di fronte a una rosa bianca, simile a quella che era sbocciata, inaspettata e opportuna a Gello (Pistoia) nel mio giardino, nel giugno 2018, un istante dopo la scomparsa di Pierre Carniti, grande, indimenticabile sindacalista da marciapiedi, cattolico adulto, cresciuto tra nebbia e pianura, con don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") amico della sua famiglia e di suo padre in particolare.

Accarezzo Pierre con il pensiero.

Il mio tempo scade.

Recupero il trolley, il confessionale, di prima mattina, è più solo della tomba di Papa Francesco.

Saluto l'agente, lo ringrazio, gli auguro, ricambiato, buona giornata e buon lavoro.

Esco e questa volta i carabinieri (giusto per essere ecumenici) mi aprono la transenna, posso dirigermi verso la sede nazionale delle Acli, dove incontrerò il Presidente Nazionale Emiliano Manfredonia, sfidando il traffico intensissimo causato dalle deviazioni dovute alle installazioni militari connesse alla festa del 4 di novembre.

Porto dentro di me quella rosa bianca, certo non priva di spine, ma cosparsa di candida e autentica poesia, di Vita e non di morte.

Perchè, come scrisse il giornalista Paolo Giuntella in un suo bellissimo e, purtroppo, ultimo libro ("L'Ipod, l'aratro e le stelle"): "la morte non avrà l'ultima parola".

Quel silenzio, quella inaspettata "solitudine" di Papa Francesco, mi ha parlato, mi parla, mi sostiene, mi solleva, perchè segno di condivisione, pur nella differenza.

Si può essere il Papa, un Papa certo discusso e discutibile, ma infinitamente amato (soprattutto da chi stava ai margini della Chiesa e "fuori dalla città del lavoro"), ed essere soli, pur vigilati da agenti in borghese e sfiorati da mille cardinali.

Si possono toccare le stelle o, per citare Papa Giovanni XXIII, rivolgere un, indimenticabile "discorso alla Luna", aprire, dopo secoli e secoli, addirittura un Concilio.

Ma, insieme a fuoco e spirito, aria e acqua, siamo tutti cielo e terra, terra e cielo.

Insieme e soli, viviamo nascite ed addii, gioia e dolore, silenzio e parola, testimonianza e cadute, interi e ferite, pane e poesia, amore e rabbia, agorà ed esili.

Di lì a poco, all'Archivio storico nazionale delle Acli, insieme all'insostituibile Simone Cittadini, avrei analizzato gli ultimi faldoni da visionare, frutto della donazione di Emilio Gabaglio, grandissimo presidente nazionale delle Acli (pur "deplorato" da Paolo VI per la svolta a sinistra e "anti DC" dell'Associazione Cristiana dei lavoratori Italiani all'inizio degli anni Settanta del Novecento).

Emilio, indimenticato sindacalista senza frontiere, a livello nazionale, europeo e mondiale.

E sarà un bella sorpresa riscoprire tra le sue carte, tra un'intervista in spagnolo, un discorso in francese e un articolo di giornale in tedesco, il suo contributo al dossier della Fondazione Ezio Tarantelli/Centro Studi Cisl sul sindacato mondiale (in una collana online allora da me diretta, su mandato del Presidente Giuseppe Gallo e della segreteria generale nazionale della Cisl).

Trovo le sottolineature blu di Emilio al suo testo, dedicato al decisivo impegno a Vienna, nel 2006, esattamente venti anni fa, nel costituire un'unica, più forte, plurale e pluralista, centrale confederale sindacale a livello planetario.

Un sindacato che prova ad essere, tra mille limiti e difficoltà, adatto alle sfide del presente e del futuro e che è oggi guidato dal sindacalista cristiano belga (ma un po' anche "calabrese", almeno per matrimonio...) Luc Triangle.

In quel dossier, insieme a un mio ricordo, credo bello e significativo di Alberto Tridente, intitolato: "Mia patria è il mondo intero", c'è il testo dell'intervento in Vaticano che avevo predisposto per la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan che, peraltro, incrocerò del tutto per caso, dopo anni e anni, vicino al Pantheon, proprio nel pomeriggio.

Il titolo: "Il lavoro e il movimento dei lavoratori al centro dello sviluppo umano, integrale, sostenibile e solidale".

Tutto il Dossier-Working Paper "Radici e sfide del sindacato mondiale", è scaricabile qui: https://www.centrostudi.cisl.it/wp-content/uploads/2018/02/WP11_2018.pdf

Mi appresto a raggiungere Piazza Navona per la Messa che inaugura la seconda giornata del congresso nazionale Anpc, l'Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (programma in buona parte dedicato a Tina Anselmi) con la medaglia al valore di mio nonno, il partigiano cristiano Anesio Finardi, orgogliosamente e responsabilmente nel taschino della giacca.

Prima di uscir ho dato, come sempre, una lettura, uno scorcio al Vangelo del giorno.

Scrive l'evangelista Luca (Lc 15,1-10).

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 

Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Commentò così questo Vangelo, nell'Angelus del 15 settembre 2019, lo stesso Papa Francesco:

"Il Vangelo di oggi (…) inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: 

«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v. 2). 

Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. 

Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. 

È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. 

E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano (…), dice: 

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» (v. 4) Chi di voi? 

Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore. 

Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. 

Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. 

Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio". (Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2019)

"Tu sei tu e nessuno può sostituirti".

E' una carezza bellissima, in tempi di esili e di "bandi", non tanto europei, ma proprio dalla, nella "città dell'uomo".

Di carceri e di fortezze, non di porti aperti e spazi di inclusione.

So che il mio prossimo incontro, il mio prossimo pane spezzato insieme (compagni, "cum panis") preferibilmente non sarà con un potente, un vincente, un segretario generale, un onorevole, un ricco.

Nulla contro di loro (o quasi...)

Ma è quasi al margine che si ascoltano i consigli giusti, quelli che ti aiutano a non sbagliare strada anche se, come me, hai scarso senso dell'orientamento.

Sono i poveri che ci indicano la "strada verso la libertà", altro libro di Paolo Giuntella, certo, senza idealizzare la loro condizione perchè, come scrive il Presidente dell'Alleanza contro la Povertà, l'aclista Antonio Russo: "Non è destino, si chiama povertà" (è il titolo del suo ultimo libro che l'editore Franco Angeli porta in tutte le librerie dal 10 di novembre...) 

Bisogna stare, sostare davvero con i poveri, condividere con loro la vita, come ci hanno insegnato San Francesco e Papa Francesco, per superarla la povertà, non con le donazioni paternalistiche e compassionevoli, ma cancellando insieme le cause delle diseguaglianze, l'economia e la società dello scarto e dell'esclusione.

Ascoltando in differita, in una delle mie tante aurore da sveglio, Emma, rappresentante degli studenti e delle studentesse di Pistoia, intervistata, sotto le stelle e la luna, da Tvl, una emittente locale, mi ha colpito molto il suo appello, di diciassettenne, piena di fuoco, ma anche di intelligenza a: "non essere divisivi, ad andare oltre i colori di parte, a concentrarsi sulla soluzione dei problemi e sui doveri" (si ha detto proprio così..., i "doveri").

E ancora: a "non rinunciare al dialogo, a costruire patti sociali e politici, fatti anche di alti compromessi".

Chapeu Emma.

Chapeu.

Non so se leggi il Vangelo di Luca, ma proprio non mi importa, spesso, come ci ha insegnato il Cardinal Carlo Maria Martini (uno che voleva una Chiesa più femminile e non in ruolo ancillare...): a insegnarci di più sono le "cattedre dei non credenti".

Allora oggi, con nonno Anesio, scomparso quasi settanta anni fa, con una rosa bianca nel cuore, senza ignorarne le spine, pecora smarrita, ma in ricerca e in ascolto, cammino, ascolto, con stima, Emma, la studentessa che parlava in televisione tra le stelle di Piazza Duomo, a Pistoia.

Agorà spirituale, ma anche civile.

Perchè, credenti o non credenti, la politica è sortirne insieme, parlandosi, confliggendo quando serve, agape di fratellanza e di sorellanza, senza contrapposizioni tra i generi, unendoli, abitandoli, pur nella differenza.

Papa Francesco, però ci invitava, soprattutto negli incontri con i movimenti popolari e il sindacato, con i "cartoleros", i movimenti dei senza casa argentini che lui amava tantissimo, a studiare, prima di giudicare, a vedere, prima di parlare, a progettare, prima di agire.

Il dialogo, cari politici, di ogni colore e di ogni divisa, è uno straordinario strumento di Pace.

San Francesco, durante la crociata, va ad incontrare il sultano, senza rinnegare se stesso e il suo credo, ovviamente.

Non va a omaggiare il Papa, con il Papa, invece, ci discute.

Ricordiamocelo, specialmente in un ottavo centenario che deve "tradurre" Francesco nel nostro tempo.

Non tradirlo.

Al lavoro, alla lotta, alla Messa (per chi vuole eh...) e alla... poesia!

Francesco Lauria