domenica 20 ottobre 2019

“Scelti dalla vita” e disorientati d’azzurro. Castelleone, Pierre Carniti e noi

Nelle mattine autunnali, prima del ritorno ora solare,  la luce del giorno fa capolino piuttosto tardi.

E’ buio quando esco da casa e mi dirigo ai piedi delle colline dell’Appennino pistoiese, per raggiungere un distributore di metano. Mentre attendo che apra i battenti, calcolo che per raggiungere Castelleone, paese natale di Pierre Carniti in provincia di Cremona, un pieno non mi basterà. Dovrò, uscito dall’autostrada, cercarne un altro di distributore, d'altronde la zona è quella giusta.
Oltrepasso il Vincio e l’Ombrone, i due fiumi che sfiorano casa mia a Gello, frazione di Pistoia. Per un attimo ho la sensazione che sia domenica, ma il traffico della superstrada, che se non girassi si diramerebbe verso l’Abetone, mi ricorda che, invece, è solo sabato.
Provo a re-immaginarmela Castelleone. Quando Pierre Carniti me ne aveva parlato, di sfuggita, in un incontro che avevo avuto nella sua casa sull'Appia, nell’ottobre di sette anni fa, la sera prima di lasciare Roma e il mio impegno diretto nella sede nazionale della Cisl di Via Po per trasferirmi al Centro Studi di Firenze, me la ero disegnata nella mente. 
Mi ero immaginato Don Primo Mazzolari, come mi aveva raccontato Carniti e come avrebbe riportato nel libro pubblicato per i suoi ottant’anni, “Pensiero, azione, autonomia”, raccontare e intervenire nella casa di famiglia, discutere, in amicizia, con il padre di Pierre.
E me la ero immaginata non troppo dissimile dalle terre pianeggianti di mia madre e di mia nonna, vissute, prima di trasferirsi nel capoluogo, nel più piccolo dei tre Mezzani in provincia di Parma, terra di confine e di protestantesimo, ex colonia penale di galeotti, forte della sua parziale extraterritorialità, prima della costituzione del Regno d’Italia, divisa dalla provincia di Cremona da poche centinaia di metri e dal grande fiume.
Terre agricole, in cui da piccolo tornavo spesso, e dove mi facevo raccontare, nella stalla, tra le tante cose, l’alluvione del 1953, la fuga sui tetti delle case e la speranza riportata dal ritorno del sole.
Paesi in cui la terra la senti dentro e la nebbia, ancora oggi, nasconde la strada e i pochi alberi che si stagliano nei campi. Mentre mi avvicino alla meta ascolto per caso Radio Popolare.Trasmettono un'intensa intervista a Mario Deaglio sul suo nuovo libro su Piazza Fontana. Capto il segnale proprio nel momento in cui Deaglio racconta della reazione, in un contesto difficilissimo, degli amici di Pinelli. Parla in particolare di Bruno Manghi (che definisce "futuro grande sociologo della Cisl") che di Pinelli e della moglie Licia era davvero grande amico.Licia, tra l'altro, batteva a macchina ed editava le tesi di laurea degli studenti di sociologia dell'Università Cattolica.
L'intervista e la strana coincidenza un po' mi distraggono.
Quando raggiungo, con qualche difficoltà, non avendo alcun navigatore, il bel teatro di Castelleone, oltrepasso di corsa le bandiere della Cisl Asse del Po e mi fiondo nella sala. Gremita.



Sul palco, presente Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, sta per prendere la parola Aldo Carera, presidente della Fondazione Pastore, non certo un “carnitiano” doc. Sono curioso di ascoltarlo, credo, sinceramente, che sia una delle prime volte che in pubblico svolge una relazione su Carniti.
Anche lui parla di Castelleone. Ricorda i grandi sindacalisti e animatori sociali di queste terre. Non solo Carniti, ma anche Guido Miglioli, Don Primo Mazzolari (se sconfiniamo verso la provincia di Mantova), Paolo Sartori, che fu peraltro avversario leale di Carniti, nella Fisba.
Usa una bellissima immagine: “scelti dalla vita”. 
Non si può essere sindacalisti prescindendo dai luoghi in cui si opera, dalla vita che si vive. E i luoghi del lavoro, le tradizioni, le sofferenze della povertà della sussistenza agricola nella prima metà del Novecento, la durezza della vita nelle cascine, irrompono nel racconto.
Si chiede Carera: che cosa hanno avuto di speciale questi luoghi, pur abbastanza periferici, per “produrre” un numero così ampio di grandi figure che hanno trasformato la sofferenza in emancipazione, la povertà in sete di eguaglianza, la religiosità, non in ribellismo, ma in inquietudine trasformativa, vissuta con profonda laicità?
Viene ricordata la tensione di Don Primo Mazzolari, quel suo: “obbedire in piedi” che anche Carniti aveva conosciuto direttamente e sottolineato spesso nelle proprie testimonianze.
Riprende il professore su come sia impossibile crescere in un ambiente senza sentirselo dentro, anche se, magari si è solo quindicenni, come il Carniti, che probabilmente incrociò un Guido Miglioli che, dopo tante battaglie, nel 1951 si avventurò, proprio nella zona di Castelleone, in un tentativo coraggioso quanto impossibile per i tempi, prendendo parte alle elezioni amministrative con la lista civica: “Avanguardia”.
In quei frangenti, al di là dei politicismi, non si può non tenere presente il confronto durissimo con gli agrari e la tensione/competizione, spesso inevitabile, con i comunisti.


Andando avanti nella biografia sarebbe poi scontato parlare del celebre corso al Centro Studi del 1956, quello in cui, insieme a Carniti, si è formata una parte consistente della futura classe dirigente della Cisl.
E non è banale ricordare che la tesina finale di Carniti in quel corso fu proprio incentrata sulle forme di aggregazione e cooperazione tra contadini e braccianti nel cremonese volte a riequilibrare, almeno un po’, l’enorme differenza di potere con i possidenti agrari.
Vincenzo Saba, direttore del Centro Studi, scriveva di una “generazione particolare”: una generazione che ha sofferto la fame e che ha saputo reagire. Un filo che lega epoche diverse: da Pastore a Carniti.
Carera ricorda che il sindacalista cremonese frequentò, anni dopo, un altro corso a Firenze; la cosa è meno nota.
Si tratta di uno dei primi corsi per i contrattualisti aziendali, uno di quei percorsi formativi che, ci ha fatto presente recentemente Bruno Manghi, la Cisl ha messo in campo in quel di Fiesole anticipando la realtà: la contrattazione articolata si sarebbe concretizzata, infatti, solo negli anni successivi.
Una realizzazione che deve molto, non solo alle linee strategiche della Cisl da Ladispoli in poi e ai percorsi formativi, ma all’azione sul campo, determinata e innovativa, di uomini come Carniti, insieme ad altri fimmini del “rinnovamento”, due nomi per tutti: Franco Castrezzati e Pippo Morelli.
Interessante è la dinamica dei corsi a Firenze frequentati da Carniti, dinamica che Carera riprende da Saba.
Saba, che fu direttore dal 1955 al 1959, ricordava nei suoi scritti e nelle sue lettere che i corsisti erano seguiti attentamente, giorno per giorno. Si formò in quegli anni, una generazione di giovani che, con le proprie specificità, contribuirono anch’essi alla fondazione del sindacato nuovo.
Sta qui una lezione della storia della Cisl da ricordare anche oggi: essere dirigenti in una stagione o nell’altra richiama sempre e comunque a un’identità condivisa. Anche quando si deve competere per essere scelti: nel 1956, ad esempio, su 430 candidati ne furono individuati (e a quanto pare bene) solo 24.
Un altro tema ancora da approfondire è quello della cultura laburista. Una riflessione che Saba ha posto vent’anni fa tracciando il legame tra Pastore, Romani e Dossetti e che Carniti ha seppe poi declinare in forme nuove, anche nella sua esperienza con i Cristiano Sociali. L’obiettivo è costante: saper portare in sede politica i temi del lavoro.
Quando, nel giugno del 2019, scelsi, durante la giornata di storiografia e cultura sindacale, di accostare Pastore e Carniti pensavo, sinceramente, di operare una forzatura, pur calcolata e ragionevole.
D’altronde ricorderò sempre una riunione sui temi dell’arbitrato di una decina di anni fa, nella sede della Fondazione Pastore in via del Viminale. Rappresentavo la confederazione e in quella occasione il compianto, ma particolarmente tagliente prof. Mario Grandi, facendomi imbufalire, esordì così: “Carniti, nel 1983, ricordandosi, per un attimo, di essere un sindacalista della Cisl….”
In realtà Carera, e poi anche Annamaria Furlan hanno sviluppato diversi elementi di continuità tra Carniti e Pastore. Ce n’è un altro che mi convince molto: il saper organizzare la squadra e, contemporaneamente, valorizzare, senza sudditanza, un gruppo plurale di intelligenze.
Come ricordato da Giuseppe De Rita, in una recente commemorazione di Pastore, va colta, anche per la difficile temperie odierna, l’importanza della costruzione di relazioni, dell’aggregare persone che possano aiutare i grandi leader nel trovare risposte valorizzando la collaborazione con chi, anche nel mondo accademico, è attento ai temi sociali e del lavoro.
Davvero, senza cercarne altri più forzati, è questo il grande tratto comune, direi unico tra i due: Pastore e Carniti. Basti ricordare da un lato la creazione del Centro Studi di Firenze e del gruppo di supporto al Ministero del Mezzogiorno e dall’altro l’eccezionale esperienza della rivista Dibattito Sindacale, alla Fim di Milano e il grande sviluppo della cultura cislina durante la segreteria generale di Carniti a cavallo del difficile passaggio tra anni settanta e ottanta del Novecento.
Ci sono ovviamente momenti epocali che sviluppano “cose nuove”. Viene ricordato il bellissimo manifesto della Fim del 1968 e la tensione carnitiana nel riscoprire la dimensione tradeunionistica, il ripartire dalla base per impegnarsi con esigenza per l’incompatibilità e per l’unità sindacale.
Un tema complesso: partire dal potere nella fabbrica per poter affermare un potere reale nella società, a volte etichettato dai critici di Carniti con il termine che, se interpretato alla lettera, a me non è mai dispiaciuto: “pansindacalismo”.
Carera, con gentilezza anche eccessiva, mi cita diverse volte. Riprende da un mio scritto un bellissimo incipit di una relazione di Carniti ad un consiglio generale Cisl del 1977, quello in cui diverrà segretario generale aggiunto di Macario.
Il sindacato non deve: “fare da guardia alle istituzioni”, ma ripartire dalla base, anche quella più povera, arrabbiata, scarsamente rappresentata. Pochi giorni dopo quel consiglio generale Luciano Lama, il mite segretario generale della Cgil, molto stimato da Carniti, verrà cacciato in malo modo dagli studenti e dai movimenti “metropolitani” dall’Università di Roma.
Carera chiude citando un testo di Carniti che non conoscevo, l’intervento del 2013 nel volume degli scritti in onore di Gian Primo Cella, uno di quegli intellettuali a cui l’incontro con il sindacato e con Carniti ha cambiato la vita.
In quello scritto, in un testo pieno di interventi accademici, Carniti ricorda che occorre: “partire dai poveri per capire le cose”.
Torno per un attimo ai miei pensieri.
A mia madre che, proprio alla stessa età di Giulio Pastore, rimane, bambina, orfana del padre, amatissimo.
Alla Resistenza delle pianure della Bassa, non solo quella delle montagne, alla politica e al sindacato, alle generazioni, ai dialoghi interrotti e alle parole nuove.
Intervengono poi i figli Flavio e Pierre jr, che ricorda a tutti l’uscita del bando del premio per i giovani ricercatori dedicato al padre, la sorella di Pierre, in un intreccio di emozioni che è difficile riportare.



Prima delle belle conclusioni, a braccio, di Annamaria Furlan, prende la parola Antonia Carlino, moglie di Giuseppe Garraffo che, con il marito, ha condiviso la stagione della nascita della Cisl Medici e l’amicizia profonda con tutta la famiglia Carniti.
Parlando di questa amicizia e di queste stagioni, intrecciando la Sicilia alla nebbia delle curve tra Castelleone e Crema, Antonia trova un’immagine che mi porterò nel cuore e nell’anima per tutto il viaggio di ritorno: “Koinonia di pensieri”.
Ripenso a questo concetto mentre rileggo un messaggio ricevuto qualche ora prima.
“Fermati, guarda il cielo e… respira”.
Koinonia non è una parola qualunque: significa comunione, mettere insieme, non solo le “cose”, ma se stessi.
Come le prime comunità cristiane.
Se il sindacato continua ad essere questo ha certamente un futuro importante davanti a sè.
I testimoni come Carniti, tra storia e memoria, non devono, però, diventare santini, comodi quanto superficialmente traditi.
Devono aiutarci a remare controcorrente, a scegliere di respirare e, insieme ai poveri, di puntare gli occhi proprio dritti verso le nuvole del cielo.
Non occorre “assaltarle”, basta accorgersi di esse.
Mi accorgo, mentre cerco sempre senza navigatore l’imbocco dell’autostrada che mi riporti ai piedi degli Appennini a Pistoia, che sono nuvole inaspettatamente disorientate d’azzurro.
Un azzurro che riporti a casa con te, persino se hai tante salite e più di una paura, fuori e dentro, da attraversare.
Persino se riparti nell’autunno, piovigginoso, di Castelleone. In un sabato che, anche grazie alla memoria viva di Pierre Carniti, torna a sembrare, altrettanto inaspettatamente, domenica.
Chissà dove si posa la cenere dei sigari, lassù nel cielo.

Francesco Lauria

venerdì 4 ottobre 2019

WE DO! I CARE. Presentazione Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana a Rubiera (RE)


Il filo intrecciato tra la periferia di Barbiana e la bellissima esperienza della cooperazione di comunità nelle aree fragili. Un'occasione di memoria e di progetto. 
A Rubiera (RE), martedì 15 ottobre con la FNP Cisl Emilia Romagna.




sabato 21 settembre 2019

Don Milani precursore del ’68 e del ’69?


Don Milani precursore del ’68 e del ’69?
Firenze 18 settembre 2019

Incontro Centro Studi Cisl Firenze – Corso Contrattualisti
Traccia Intervento Francesco Lauria
'67-'68'- 69: Confronto con Luciano Pero e Bruno Manghi



Gli usi della parola…
“Facciamo chiarezza.
Gira in rete questa falsa citazione rodariana: «Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo».
Qualche giorno fa l'ha condivisa una cara amica qui su facebook e le ho fatto notare l'errore.
Poi incuriosita sono andata a vedere google e lì ho trovato decine di foto e meme con la citazione (sbagliata) suddetta.
Quella buona invece dice così: 
"Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo".
La cogliete la differenza? Beh Rodari sì la coglieva: tutti gli usi delle parole è un motto che passando da Barbiana rivendica storicamente l'importanza del possesso della lingua, perché le parole uguali rendono liberi.
Non la lettura che ne è semmai una conseguenza. Si possono imparare parole leggendo ma anche ascoltando e dialogando.
Non c'è nessuna gerarchia nelle parole di Rodari: il testo scritto non viene prima, non rende migliori.
Un bel punto di vista, dal suono democratico.
Vanessa Roghi, 18 settembre 2019


Disobbedire a scuola…
“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente, disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire di sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada. (…) C’è sempre spazio dentro di noi: per tutto quello che c’è stato e per quello che c’è. La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a far del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno, fondamentalmente il mondo siamo noi: siamo migranti del tempo. Attraversando questo tempo dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare delle tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”
 Ermal Meta, cantautore, “Tutti a scuola, Taranto, 18 settembre 2017”.


Perché un libro su Don Milani e il mondo del lavoro (Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana, Don Milani e il mondo del lavoro).

L’idea non del libro, ma di approfondire il messaggio di Don Milani rispetto al sindacato e alla Cisl, nasce nel giugno 2017. Dai due momenti che ricordo nel testo:

·        la preghiera di Papa Francesco sulla tomba prima di Don Primo Mazzolari e poi su quella di Don Milani
·        la settimana successiva con l’incontro con Papa Francesco in occasione del congresso della Cisl.

Di lì è nata la necessità di risalire a Barbiana e l’incontro con la testimonianza e il libro di Michele Gesualdi, “L’esilio di Barbiana”, e, anche a causa della malattia di Michele, con la figlia Sandra.
Tutto il 2018 è stato dedicato a questo a rilanciare e rafforzare il filo teso tra: “Fiesole e Barbiana”, con due mostre presso il Centro Studi: “Barbiana, il silenzio che diventa voce” e: “Gianni e Pierino. La scuola di Lettera a una professoressa”, una serie innumerevole di visite guidate e di confronti, tante salite a Barbiana e uno spettacolo sferzante e spiazzante con cui abbiamo terminato il percorso del corso contrattualisti 2018: “Cammelli a Barbiana”.
Si tratta di un filo che non si è mai spezzato, nel corso dei decenn, infatti tantissimi gruppi sindacali hanno percorso il tragitto di circa un’ora che separa la collina di Fiesole da quella di Barbiana.

Non ci serve un Don Milani, così come non ci serve un Carniti in pillole.

In questo percorso fatto di incontri, testimonianze, interrogativi, Non abbiamo costruito un’icona. L’altro rischio è quello di mitizzare una figura, come quella di Don Milani, senza cogliere il profondo nesso, prima a Calenzano, poi a Barbiana, con il suo “popolo”. Due contesti diversissimi, uno industriale, come quello a cavallo tra Prato e Firenze, uno agricolo, montano, direi, disperso, come quello di Barbiana.

Dobbiamo quindi approcciare una figura che si “staglia” come quella di Don Milani e calarla nei contesti sociali (senza dimenticare la sua provenienza familiare e, in particolare, il rapporto con la madre).

La seconda edizione

Questa seconda edizione, che presentiamo oggi, include un testo in memoria, ma allo stesso tempo anche uno scritto di Maresco Ballini, l’allievo che è punto di congiunzione tra Calenzano, Fiesole e Barbiana. Come ci insegnava Pierre Carniti, non siamo qui per celebrare o autocelebrare. E’ questo la miglior via per dimenticare.
Noi vogliamo “ricordare insieme”, con occhi nel mondo.
L’altro grande tema approfondito nella seconda edizione è quello de L’obbedienza non è piu una virtù. C’è qui sia l’approccio storico (la “germinazione fiorentina”, per dirla con La Pira dell’obiezione di coscienza), sia una quello delle esperienze individuali (Franco Bentivogli, Maurizio Locatelli) che quell’dell’attualità (da Don Milani a Konrad, l’elemosiniere “disobbediente” di Papa Francesco).
C’è una frase della Lettera ai giudici che ne precede una celeberrima che credo sia utile ricordare qui: “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto… I Care”

Un’immagine che vi voglio proporre è quella dell’Astrolabio.
Abbiamo scelto l’Astrolabio del sociale anche come simbolo del Premio Pierre Carniti. E’ il simbolo dell’intreccio tra studio e lavoro. Dell’imparare facendo e, grazie a questo, del trovare una direzione, meglio la propria direzione e affermazione.
In questo c’’è poi il grande messaggio di Lettera a una professoressa. Del rapporto tra i “Gianni” e i “Pierini”: “Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Non dimentichiamo, nel cominciare a riflettere sul rapporto tra l’esperienza di Don Milani e della sua scuola, con il sindacato, il ruolo di Lettera a una professoressa nell’ideazione e implementazione di una scuola diversa per adulti: la grande esperienza delle 150 ore per il diritto allo studio e il progetto, dopo la scuola popolare di Calenzano, di una scuola sociale a Firenze, mai realizzata per la Fondazione Lavoratori Officine Galileo.

Don Milani, il lavoro, il sindacato

“Praticare l’amore, con la politica, il sindacato, la scuola..”, è una frase molto celebre del priore di Barbiana.
Don Milani e il suo rapporto con il lavoro e il sindacato sono i temi conduttori di: “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana.
Una frase che però non è sufficiente per comprendere la ricchezza e la peculiarità, il fortissimo legame che c’è nel percorso sociale ed educativo di Don Milani con il lavoro e la sua rappresentanza.
Sono tanti, ad esempio, i contratti di lavoro presenti nella canonica in cui i ragazzi facevano scuola.
Il primo testo pubblico a noi conosciuto di Don Milani è del 1949 nella rivista Adesso di Don Primo Mazzolari. L’articolo racconta di Franco, giovane disoccupato di Calenzano. Don Milani si rivolge a lui con una frase fulminante: “Perdonaci tutti, comunisti, industriali e preti”.
In questa frase si riassume mirabilmente la crisi profonda, l’inadempienza, la miseria del capitalismo, del comunismo e dell’istituzione ecclesiastica, le “ideologie” dominanti del tempo.
Tornando al rapporto con la Cisl e con il Centro Studi di Fiesole, nel libro proprio Agostino Burberi riporta l’immagine di Don Milani in lambretta che incontra Luigi Macario al Centro Studi per perorare la causa di Maresco Ballini, che era destinato ad essere inviato nell’alto milanese e che Don Milani avrebbe voluto trattenere in Toscana, vicino alla madre del suo allievo, rimasta vedova.
Agostino, Paolo Landi, entrambi i fratelli Gesualdi ci raccontano del “filo” teso con il sindacato dei tessili, anche se non va dimenticato che, ad esempio, Michele Gesualdi incontra il sindacato in Germania. Paolo Landi, come tanti altri allievi e come tanti giovani italiani di oggi, va a lavorare a Londra.
Una dimensione cosmopolita, anche attraverso il lavoro, che è, appunto, di insegnamento anche per il tempo presente.
Scriveva Don Milani, da San Donato al regista francese Maurice Cloche nel 1952: “Il disoccupato e l’operaio di oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù ha vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore”.
Se poi ci avviciniamo alla lettera ai giudici, all’obbedienza non è più una virtù penso sia significativa la pubblicazione, nel libro, il documento dei lavoratori del nuovo Pignone e di altre aziende fiorentine a sostegno dei sacerdoti fiorentini che si erano pronunciati per l’obiezione di coscienza.

Il laboratorio fiorentino: Pistelli, Turoldo, Balducci, La Pira, Benedetto de Cesaris. Un pensiero che coinvolge la Cisl e il suo Centro Studi
Fermento preconciliare: “E’ tempo di costruire: tempo eccezionale della storia della Chiesa. Finisce un’epoca e una nuova sorge” (Giorgio La Pira).

Don Milani, Lettera a una professoressa e il ‘68

Quando nell’autunno 1967 prese inizio nelle università italiane il ciclo di proteste studentesche, Lettera a una professoressa, ancora fresca di stampa, divenne rapidamente uno dei testi più importanti di riferimento della contestazione.
Il contesto in cui era nata la Lettera era molto diverso da quello universitario e l’obiettivo della sua pungente polemica non era il sistema accademico, ma la scuola dell’obbligo e superiore.
Come giustamente è scritto nel bel testo: “Salire a Barbiana. Don Milani dal sessantotto a oggi (Velia, 2017), c’è da chiedersi se è vera l’ipotesi di Lettera a una professoressa come un “fatto” nel pieno di quello che è stato definito un unico ciclo di contestazione, partito nell’estate del ’60 a Genova contro il governo Tambroni di centro-destra, passando per la mobilitazione dei giovani operai di Piazza Statuto a Torino nel 1962. Allargando lo sguardo possiamo citare i sit-in degli studenti di colore nel Nord Carolina nel 1962, la nascita del Civil Rights Movement, e le famose manifestazioni studentesche di Berkley, iniziate nel 1964 ed esplose nel 1968.
I giovani compaiono prepotentemente nell’agone sociale, come soggetto, portatore di proprie istanze culturali e di partecipazione.
L’idea della Lettera nasce nell’estate del 1966, quando due ragazzi di Barbiana, presentatisi per la seconda volta come privatisti alla fine del primo anno dell’Istituto magistrale di Firenze, erano stati nuovamente respinti.
La professoressa che aveva “immotivatamente respinto” i due ragazzi rappresentava tutto un sistema scolastico visto con gli occhi del ragazzo che era stato respinto. Il libro metteva in luce la dispersione scolastica nelle scuole elementari e medie e che le vittime principali della dispersione fossero le classi sociali più povere. Denunciava le storture di un sistema che impartiva un’istruzione nozionistica molto lontana dalla vita reale, funzionale a preservare e consolidare i privilegi delle classi più ricche.
Le Lettera divenne uno dei testi più citati, insieme a Guevara, Mao, Lenin, Marcuse, Dutschke. La si leggeva in classe, nelle commissioni delle scuole occupate, in assemblea, nei gruppi di amici, nelle parrocchie e nei gruppi cattolici.
Il contesto sociale in cui era nata la Lettera era molto diverso dalla realtà giovanile delle università italiane, era il mondo dei contadini di montagna.
Nonostante ciò la lettera fu un filo conduttore nella sfida all’intero sistema di istruzione dalla scuola elementare all’università, affrontando la questione comune delle selezione e del suo significato sociale.
La connessione tra scuola e società, anche grazie a Lettera a una professoressa, divenne un tema cruciale della contestazione.

Non dimentichiamo però alcuni spunti da scritti precedenti come la Lettera ai giudici: “La scuola deve essere per quanto può un profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.”

In un'altra ottica possiamo dire anche che Don Milani non è l’ultimo, ma il primo, non chiude, ma apre. E’ spesso solo, ma non isolato.
Scrive Vanessa Roghi: viene in mente, pensando a Don Milani, quello che scrive Alex Langer di un altro educatore, Ivan Illich: “qualcuno ne rimane deluso e lo trova poco organico, altri ne ricavano spunti decisivi per orientare la propria visione del mondo.”

Cinquanta anni dopo: quali parole per l’oggi?

La parola: ai confini della città del lavoro. Quali sfide per il sindacato e le associazioni laicali, per la scuola, l’Università e la formazione?
Papa Francesco: il suo monito nel porci come sindacato tra profezia e innovazione.
Stare ai confini della città del lavoro e aprire, rappresentare gli ultimi, coloro che sono ai margini, nel mondo dei frammenti. Si vedano gli interventi di Maresco Ballini e Michele Gesualdi al congresso Cisl del 1969 (Potere contro Potere, tema della sussidiarietà e della “fine” della politica).
Scriveva Giancarlo Zizola nel 1987 e le sue parole sono assolutamente attualissime: “Sono passati venti anni dalla morte di Don Milani e la parola ai poveri continua ad essere un messaggio estremamente valido, purchè sia reinterpretato alla luce della nuova condizione dei saperi tecnologici, oggi. Noi viviamo in un processo di crescente omologazione. Il problema, quindi, non è quello di dare la parola. Essa è data, ma è una parola che fa poveri. Questa è la differenza fondamentale. E’ una parola che non libera più poveri, ma li rende schiavi”.
Questo è uno dei punti decisivi per la discussione.
Non è un caso che Pasolini fosse molto affascinato dalla scuola di Barbiana.
Gunther Anders ha definito la società consumistica come: “sirenico-spettacolare”. L’uomo odierno sembra quasi completamente irretito e in questo contesto la presa di coscienza e la radicale presa di responsabilità che ha insegnato Don Milani anche come fine dei processi educativi e formativi appaiono sempre più difficili.
E’ questo irretimento che favorisce etero direzione, controllo, manipolazione politico-mediatica, crescita del conformismo, del populismo e oblio della consapevolezza liberante dalla subalternità.

Che fare?

Costruire un diverso modello di sviluppo. Fridays for future?
Come? Stare dentro il sistema e al tempo stesso spingerlo verso soluzioni alternative.
Noi dobbiamo renderci conto che un mondo diverso è possibile e necessario.
Esportare il Metodo della Barbiana del Mugello nelle Barbiane del mondo.
Costituzione, Resistenza, nonviolenza. Punti di riferimento nella scuola di Barbiana e in quella di Calenzano.
Stiamo perdendo gli ultimi testimoni.  Stiamo scivolando sui valori fondamentali.  Per questo non dobbiamo mai fermarci, educare, educare ancora.
Una traccia di lavoro da riscoprire: Pippo Morelli, ma anche su un terreno diverso Tullio De Mauro e Alexander Langer, attraverso una formazione trasformativa.

Una proposta concreta per abitare le periferie:
Reinventare nel tempo di oggi le 150 ore per il diritto allo studio, la scuole popolari, (pensiamo al tema dei migranti e delle nuove tecnologie, ma anche dell’analfabetismo di ritorno e al lavoro come emancipazione per le fasce più fragili e deboli, alla narrazione e al teatro) . E all’impegno del sindacato, attraverso la promozione del lavoro come fatto sociale, relazione ed emancipativo, nelle frontiere più difficili della società come, ad esempio tra i carcerati, gli alcolisti, i soggetti affetti da dipendenze in generale. Su questo ci aiuta, fra le altre, la testimonianza viva di Maresco Ballini, a partire dal suo intervento al congresso nazionale della Cisl del 1969.

Conclusioni

Scriveva Balducci nel 1987 (Ci aspetta domani).  Se noi ricostruiamo la realtà storica di Milani, anche nella sua lontananza, tenendo conto della diversità della situazione e poi la interroghiamo, scopriamo che Don Milani è uno di quei maestri che non ci richiamano al ricordo del passato, ma che ci hanno dato appuntamento nel futuro.
Soltanto una società e, io aggiungo, un sindacato fondati sulla partecipazione cosciente e responsabile, possono contrastare la globalizzazione neoliberista e rifondare la politica e la rappresentanza, ricollegare etica, politica e diritto, ridare pienezza ad una democrazia spesso ormai solo formale.
Forse, ancora di più, senza rinunciare ad un profilo di senso, dobbiamo ripartire dalla società dei frammenti, come ci insegna Ivo Lizzola. Ripartire dal cooperare e da una comunità inclusiva, da luoghi apparentemente deboli e periferici come le montagne spopolate (le Barbiana di oggi) nella megalopoli interconessa e supersonica globale.
In tutto questo Don Milani e i suoi allievi ci hanno lasciato un percorso peculiare che incontra il valore del sindacato come strumento comune della giustizia, come luogo educativo, trasformativo, esperienziale di una società più giusta. A partire dagli ultimi, anche nel lavoro. A partire da quella dimensione planetaria che ha a cupre l’umanità e la terra.
Il lavoro come cura, il sindacato come tessuto di uguaglianza.
Lavoro e sindacato di ieri, di oggi, ma certamente, pur con profondissime trasformazioni, di domani.

lunedì 8 luglio 2019

Il Cielo sopra San Pietro (Podcast puntata 7 luglio)

ll podcast della puntata...
La visita di Putin a Papa francesco; la situazione del Venezuela; il libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro." Subito dopo la celebrazione della Messa il libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro". Arianna Voto ne ha parlato con il curatore Francesco Lauria, ricercatore del Centro Studi CISL.
Conduce Francesca Paltracca.

sabato 6 luglio 2019

Quel filo teso oggi a: "Il cielo sopra San Pietro"

"Il sindacato come via per praticare l'amore e dare una finalità alla vita".
Oggi su Radio Uno Rai ,nel corso della trasmissione: "Il cielo sopra San Pietro", conversazione sul libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro", Edizioni Lavoro 2019, a cura di Francesco Lauria. Al centro la storia degli allievi di Don Milani diventati sindacalisti e le sfide della rappresentanza ai confini della città del lavoro, come la definisce Papa Francesco. 
Appuntamento tra le 10.30 e le 12 su Radio Uno.


lunedì 1 luglio 2019

La necessità della disobbedienza civile. Da Don Milani a Konrad a Carola.

https://www.c3dem.it/la-necessita-della-disobbedienza-civile-da-don-milani-a-don-konrad-a-carola/



Di Francesco Lauria[1]

Nel mese di maggio 2019, il cardinale elemosiniere vaticano Konrad Krajewski, con il pieno sostegno di Papa Francesco, si è personalmente calato in un tombino per riallacciare l’energia elettrica agli occupanti di uno stabile romano.
Si è trattato di un gesto di disobbedienza civile che ha fatto molto scalpore nell'opinione pubblica e che affonda le proprie radici nella coscienza che alimenta atti concreti, fino alla scelta di non rispettare norme giuridiche ritenute inconciliabili con la religione o l’etica.

Quasi due mesi dopo, in condizioni diverse, ancor più drammatiche, la comandate della nave Sea Watch 3 Carola Rachete, dopo una lunga ed estenuante attesa, ha violato il divieto di attracco al porto di Lampedusa, portando in salvo oltre quaranta migranti, accettando l’arresto come conseguenza del proprio atto di disobbedienza civile.

Tornando a don Konrad, la motivazione del gesto è stata quella di: "soccorrere quanto prima, in stato di emergenza, piccoli e ammalati fortemente compromessi dalla mancanza di energia elettrica".
Dopo aver sollecitato inutilmente l'intervento delle istituzioni pubbliche locali, il cardinale si è assunto la piena responsabilità della propria azione, come dimostrato dal biglietto da visita lasciato sul luogo e dalla dichiarazione successiva, con la disponibilità a sanare economicamente la situazione. Un gesto politico, non solo umanitario e, come quello della giovane “capitana” tedesca della Sea Watch, di disobbedienza civile: è considerato possibile, per motivi gravi, agire contro una legge (non contro l'autorità), assumendosi la relative responsabilità.

Un gesto che aiuta a riflettere, facendo eco del pensiero di Paul Ricoeur, sul rapporto tra amore e giustizia, poichè: “il giusto appartiene al buono, prima ancora che al legale”. Se, come scriveva il filosofo francese, “l’amore obbliga ad una giustizia educata all’economia del dono”, esso ci porta anche ad “uscire” da una giustizia istituzionalizzata, assumendo, come ci insegnano Papa Francesco e in primis il Vangelo, il volto di una profezia intransigente e dell’azione dirompente, disubbidiente, destabilizzante della misericordia.

Come ha ricordato l'ex presidente dell'Azione Cattolica Luigi Alici, commentando il gesto dell'elemosiniere del Papa in una bellissima riflessione sul proprio blog, l’amore, ammoniva Ricoeur, esprime la propria forza nella fragilità, destabilizza, disorienta una concezione puramente utilitaria della giustizia e la instrada verso una nuova dimensione di cooperazione e di “mutuo indebitamento”. Per spostare di poco la barriera, scriveva ancora Ricoeur, sono stati necessari atti intempestivi, spesso illegali nei riguardi della legislazione vigente.
Coerentemente a tutte queste riflessioni è stata ampiamente rilevata, nell’occasione dei gesti del cardinal Krajewski e di Carola Rachete, ma, indirettamente anche di Papa Francesco, l'eco degli scritti e delle azioni di don Lorenzo Milani[2].
La scelta della disobbedienza civile, come è noto, costò al priore di Barbiana un processo (e una postuma condanna) per apologia di reato. Quando, nel marzo 1965, fu pubblicata la “Lettera ai cappellani militari”, l’obiezione di coscienza al servizio militare non era, infatti, un diritto riconosciuto dalla legge, nonostante già diversi anni prima, il politico cattolico fiorentino Nicola Pistelli, ne avesse proposto la piena accettazione in Parlamento.
I gesti di Konrad, Carola (e Francesco) hanno sortito un risultato concreto per famiglie,  minori e migranti in difficoltà, ma, soprattutto, hanno coraggiosamente rilanciato, il dibattito (e anche le polemiche) sul valore e la legittimità, oggi, della disobbedienza civile.

Un dibattito, non fine a se stesso, è bene ricordarlo, ma rivolto alla modifica di leggi profondamente ingiuste, come lo erano quelle che, negli anni sessanta, punivano duramente l’obiezione di cosicenza al servizio militare e così come lo sono quelle contenute nei decreti sicurezza dell’era Salvini.

Una differenza rilevante con il 1965 è che il pontificato di Papa Francesco appare chiaramente da una parte, anche se, purtroppo, non riesce a mobilitare dietro di sè l’intera comunità ecclesiale.

L’eco di Barbiana è, però, davvero forte nelle parole e nei gesti di un pontificato che ha definitivamente “riabilitato” e pienamente riconosciuto la figura, gli scritti, le opere di Don Lorenzo Milani e che si confronta apertamente con le sfide complesse della nostra modernità.

Compito di chi si sente “dalla stessa parte” non è quello di sentirsi appagato da “gesti eroici”, ma di attingere all’esempio di Konrad, Carola, Francesco.
Per cambiare il corso della storia, esattamente come nel 1965, occorre, infatti, incidere concretamente sulle contraddizioni morali, sociali, economiche, giuridiche e politiche che hanno generato la necessità e l’urgenza stessa di questi gesti di disobbedienza civile.



[2] Si veda, a mero titolo di esempio, l’articolo di Alberto Chiara: “Legge e coscienza, da Don Milani a Konrad” in Famiglia Cristiana del 15 maggio 2019.