mercoledì 31 dicembre 2025

INIZIAMO IL 2026 "CON GLI OCCHI DI ANNA". UN VOLTO PIENO DI "COSE"...

"Nel cuore di Milano c’è una targa, unico segno di una casa che non esiste più. 

Lì, quasi un secolo fa, viveva Anna Kuliscioff, che aveva scelto Milano come la sua città. 

In quelle stanze accoglieva politici e intellettuali, ma soprattutto donne: operaie, sartine, lavoratrici che cercavano ascolto, diritti, dignità. 

Sono le loro voci, fragili, spesso ignorate, a guidare il suo impegno. 

Nonostante le origini nella borghesia russa, Anna orienta presto il suo sguardo sulle disuguaglianze di genere e di classe. 

Vive molte vite: medica che cura le donne povere, rivoluzionaria in giovinezza e riformista poi, militante socialista che lotta per il suffragio femminile, convinta che senza il voto non ci sia emancipazione possibile. 

Attraversa cambiamenti epocali con una lucidità che anticipa il futuro, lasciando un pensiero che sorprende per quanto sia ancora vivo e necessario. 

Questo podcast ripercorre la sua vita e le sue battaglie.

Con gli occhi di Anna è un podcast di Chora Media.

Scritto e raccontato da Sara Poma con la cura editoriale di Francesca Berardi.

https://choramedia.com/podcast/con-gli-occhi-di-anna/#:~:text=Con%20gli%20occhi%20di%20Anna:%20il%20Podcast,il%20contributo%20di%20Fondazione%20Cariplo.

martedì 30 dicembre 2025

GIUSEPPE... OCCHI PROFONDI CHE NON DISTOLGONO LO SGUARDO. ESSERE SINDACATO AL CENTRO DEI MARGINI DELL'UMANITA'


Oggi è l'ultimo giorno di lavoro, nel Dipartimento Internazionale della Cisl confederale di Giuseppe "Beppe" Iuliano.
Non è un giorno qualsiasi, sappiatelo.

Come ha ricordato nella sua bella lettera di saluto (che ha avuto l'attenzione di inviarmi, essendo io stato cancellato da tutti i canali interni alla Cisl) Beppe ha avuto il "privilegio" di cominciare a lavorare per la Cisl di Pierre Carniti ed Emilio Gabaglio, due autentici visionari, che avevano proiettato il sindacato italiano sugli scenari internazionali come un attore importante, un soggetto che grazie alla sua “autonomia ” è stato capace di esprimere una “diplomazia parallela” in grado di ottenere spesso risultati che la diplomazia ufficiale, per la dipendenza dalle istituzioni, dai governi e dalla politica in generale, non poteva raggiungere.

Colpisce il fatto che tutti i responsabili internazionali della Cisl prima di Beppe, fino a Luigi Cal, e, immediatamente quello successivo, Andrea Mone, siano stati cooptati o eletti direttamente nel Consiglio Generale della Cisl.
Beppe no, ed è, sinceramente, una ingiustizia profonda, quasi incredibile, pur se legata anche a una serie di coincidenze sfortunate.
Proprio per questo Beppe ha scritto pubblicamente che ricorderà sempre con gratitudine Savino Pezzotta che lo invitò, unica occasione della vita, a parlare ai membri del Consiglio Generale Cisl convocato a Torino per una riunione straordinaria nel 2001, subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York… 

Un momento altissimo in cui Beppe sottolineò il ruolo fondamentale del sindacato nel movimento della nonviolenza, il “dna” identificativo della sua storia e il significato profondo della sua esistenza come strumento di tutela e affermazione dei diritti dei più deboli con le uniche “armi” delle parole, della negoziazione, della pazienza, dello sciopero, della resilienza, della solidarietà.

Le parole e lo sguardo, gli occhi profondi di Beppe mi hanno fatto venire in mente altri occhi, un altro sguardo, altre simili parole, rivolte a me che, notoriamente, sono una persona portata al conflitto: 

"Chiediamoci: ma l'altro come sta, davvero, dentro? 
Cosa lo muove, cosa sente, cosa vive?! 
ll dialogo é il primo strumento di pace che abbiamo a disposizione; (...); non c'è tempo per odiare; chi è umile é ricco; chiedersi sempre il perché delle cose; la violenza è debolezza; la verità ha un prezzo; la coerenza è di pochi onesti; c’è un tempo per far sentire la propria voce e uno per tacere; ci vuole un misurato giudizio, e tanto altro…"

Non posso, tra i tantissimi, non ricordare un evento che ci ha legato profondamente, pur in una non totale consonanza delle nostre opinioni e cioè, ovviamente, la lettera aperta che, a titolo personale, Beppe ha scritto alla segretaria generale Cisl Daniela Fumarola e all'intera segreteria confederale.

Il titolo della lettera cui faccio eco oggi era, semplicemente, "Francesco..."

Beppe iniziava il testo così: "Non posso restare in silenzio. Sono certo che mi comprenderete".
Il testo della lettera non era, a differenza di altri, in alcun modo concordato con me, Beppe: "non si aggiungeva a nessun coro".

E continuava rivolgendosi direttamente a Daniela Fumarola:
"So che Francesco ti ha chiesto un incontro… Ecco io voglio ancora sperare che un incontro vero, fatto guardandosi negli occhi, confidando nella profonda e straordinaria stima e nell’incredibile attaccamento che Francesco ha sempre avuto per la storia e l’identità della Cisl, possa far superare questo momento così doloroso…

Non faccio nessun appello per “risolvere” alcun contenzioso, no… io ti chiedo solo di concedere a Francesco un incontro diretto, qualunque sia l’esito di questo momento di confronto, sia per ricomporre quanto sia possibile ricomporre, sia anche soltanto per salutarsi e lasciarsi andare reciprocamente…
Io sono sicuro che sarà un bene sia per la Cisl, che Francesco ama più di ogni altra cosa (c’è una identificazione totale con il nostro sindacato), sia per Francesco stesso, che proseguirà eventualmente altrove il suo percorso professionale ma che in ogni caso continuerà ad arricchire ed esaltare tutti i valori ed i principi che hanno caratterizzato la Cisl, il “sindacato nuovo”, con la sua autonomia, la luce e la speranza che dal 1950 ha rappresentato per tanti lavoratori nel nostro paese e con la solidarietà concreta che ha saputo manifestare in tutto il mondo, con una tessitura di relazioni internazionali di cui sono testimone orgoglioso.

Cara Daniela, cari amici, soltanto questo vi chiedo: ho sempre creduto nella potenza straordinaria degli incontri tra le persone, (...) nell’importanza della comunicazione, del confronto, che si basa spesso sulla fiducia nell’essere umano, nella sensibilità, nell’intelligenza, nella “speranza” che risiede in ogni cuore.
Ecco, ti chiedo e vi chiedo semplicemente di accordare l’ incontro richiesto a Francesco e di parlarvi con “sapientia cordis”. (...)

Ovviamente questa lettera non ebbe alcuna risposta, se non le allucinanti affermazioni verbali del segretario confederale Sauro Rossi, uno cui io avevo anche, incredibilmente e ingenuamente, creduto.

Ma torniamo a Beppe.

Perchè il dipartimento internazionale della Cisl, senza di lui, non sarà, mai più lo stesso (e questo non vuol dire che non sarà valido, ma lo sarà diversamente...)


Scrive Beppe nella sua stupenda missiva di saluto:

"Soprattutto, indossando gli occhiali della “relatività internazionale”, ho avuto il privilegio di seguire la storia da un osservatorio particolare dal quale, pur vivendo in un angolo del mondo “garantito”, dove dietro la “democrazia” di cui ci vantiamo nascondiamo spesso avidità, assenza di etica e valori sbiaditi, ho avuto il “dono” di poter lavorare a contatto con situazioni di vera “marginalità”, dove le sperequazioni sociali erano la norma, le “zone franche” cancellavano ogni briciolo di tutela, paesi come Haiti o Perù o Guatemala, o la stessa Albania dopo Enver Hoxha, mostravano “ricchezze ostentate e miserie esposte”…

Ho visto i paesi dell’Africa e quelli tormentati del Mediterraneo, teatro dell’assurda odissea di un esodo tragico, non paragonabile alle “migrazioni” pur dolorose cui avevo assistito nella mia infanzia dai paesi dell’Irpinia. 
Tutto è diventato per me “relativo”, il grigio delle nostre realtà quotidiane, di una politica povera di misericordia e di un sindacato spesso adagiato solo su conquiste di antiche stagioni, si scontrava con il “bianco e nero” netto di realtà dove le organizzazioni dei lavoratori erano perseguitate, dove la testimonianza si pagava con la vita, dove gli ultimi e i disperati erano la ragione profonda di un impegno sociale e politico che non ammetteva margini di ambiguità."

Scrive ancora Giuseppe Iuliano e, io sono orgoglioso e grato, di aver condiviso tanti momenti insieme, soprattutto nella formazione sindacale, aprendo nuovi cammini insieme a lui, dietro di lui, in tanti, tantissimi anni della nostra vita:

"Ho condiviso situazioni di disagio e pericoli estremi, sperimentando il senso più profondo della solidarietà internazionale che ho provato a trasmettere nei momenti della formazione e degli incontri con i quadri della nostra organizzazione, dalle periferie fino ai vertici di Via Po."

E il futuro?

Scrive ancora Beppe:

"Il futuro sarà difficile ma affascinante, ci sarà bisogno di interpretare i bisogni e costruire nuovi circuiti “collettivi” di solidarietà (...)".

Beppe continuerà il suo cammino in tre principali forme: da nonno (totalizzante e gemellare eh...), da docente universitario e da: "musicista amatoriale".

Perchè Beppe, come me, ha il difetto di suonare e dedicare spesso, spessissimo canzoni.

Qualche giorno fa ho ricevuto l'ultima, direi un degno passaggio nel suo lasciare il suo prestigioso incarico nella confederazione che abbiamo condiviso per più di venti anni.

Andate oltre il titolo di questa stupenda canzone.
Alle fine lo ritroverete, lasciandoci rotolare nel Vento della Speranza.

Bob Dylan e Joan Baez: "With God on our side":


Grazie Beppe. Grazie di cuore.

Dei tuoi occhi profondi, del tuo sguardo delicato, della tua generosità allegra senza fine di cui voglio continuare a godere ancora.

Grazie perchè prima che fare sindacato, giustizia insieme, lo sai essere, intimamente e pubblicamente.
Lo sai condividere, con i tuoi gesti "mediterranei" e il tuo sorriso intelligente che sa non spegnersi nemmeno di fronte al dolore, al male, all'inopportuno silenzio.

Grazie per la tua Fede.

Si, nonostante quello che ci siamo confidati recentemente, io ti ringrazio anche per questo.

Perchè non serve etichettare la Speranza, basta viverla e farla vivere.

Con gratitudine infinita e infinita gioia, perchè: "Se Dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra".

Francesco

With God On Our Side

Oh il mio nome non conta
La mia età ancora meno
Il paese da cui provengo
è chiamato Midwest
sono stato cresciuto ed educato per
obbedire le sue leggi
e la terra in cui vivo
ha Dio dalla propria parte

Oh i libri di storia lo dicono
e lo raccontano così bene
La cavalleria caricava
gli indiani cadevano
La cavalleria caricava
gli indiani morivano
poiché il paese era giovane
con Dio dalla propria parte

Oh la guerra ispano-americana
aveva fatto il suo tempo
e la Guerra Civile
è stata presto dimenticata
e i nomi degli eroi
li ho imparati a memoria
con le armi nelle loro mani
e Dio dalla loro parte

Oh la Prima Guerra Mondiale, ragazzi
è cominciata ed è finita
La ragione per combattere
non l'ho mai capita
ma ho imparato ad accettarla
accettarla con orgoglio
Perché non si contano i morti
quando Dio è dalla nostra parte

Quando la Seconda Guerra Mondiale
si concluse
Perdonammo i tedeschi
ed ora siamo amici
nonostante ne abbiano ammazzati sei milioni
li hanno cotti nei forni
I tedeschi, adesso anche loro,
hanno Dio dalla loro parte

Ho imparato ad odiare i Russi
per tutta la mia vita
Se dovesse iniziare una nuova guerra
saranno loro che dovremmo combattere
Dovremmo odiarli e temerli
per scappare e nasconderci
e accettare tutto coraggiosamente
con Dio dalla nostra parte.

Ma ora abbiamo armo
con polvere chimica
e se saremo costretti ad usarle
quando noi dovremo usarle
uno premerà il bottone
facendo saltare il mondo intero
e tu non devi mai fare domande
quando Dio è dalla nostra parte

Per molte lunghe ore
ho pensato a questo
che Gesù Cristo
fu tradito da un bacio
ma non posso pensare per voi,
voi dovete decidere
se Giuda Iscariota
avesse Dio dalla sua parte.

ma ora bisogna che vi lasci
ho addosso una stanchezza infernale
la confusione che sento
non può descriverla nessuna lingua
Le parole riempiono la mia testa
e si spargono sul pavimento
Se Dio è dalla nostra parte
fermerà la prossima guerra.

lunedì 29 dicembre 2025

GLI INADEGUATI. UN'OMBRA NELLA NOTTE SCURA DI FIRENZE. RACCONTATE LA MIA STORIA. RACCONTATE...

San Felice e Piteccio sono i due comuni della collina pistoiese che si incontrano passata, o meglio sfiorata, la frazione di Pistoia in cui ho vissuto molti anni, Gello, dove ho abitato la casa nata dalla trasformazione urbanistica degli uffici del vecchio stabilimento Permaflex cui si affiancava l'abitazione della famiglia prima proprietaria dell'azienda: i Pofferi.

Una famiglia così importante da dare il nome alla frazione della frazione e da essere citata, proprio con la scritta, nei dipinti della Chiesa di Gello.

E' un luogo in cui, segretamente, si sono giocate alcune vicende oscure della storia del nostro Paese e della loggia massonica P2, tanto che ho fatto in tempo a gestire alcune questioni sull'abitabilità della casa con il geometra Osvaldo Gori, numero 50, dell'ordine di Pistoia, allora novantenne, amico fraterno del venerabile Licio Gelli, fin da quando lo aveva salvato dalla quasi certa fucilazione dei partigiani.

Il nome di Osvaldo Gori viene peraltro citato nelle carte del processo sulla bomba fatta scoppiare sul treno Italicus.

Tornando a noi ero proprio nel verde tra San Felice e Piteccio, consumato un veloce pasto al circolo di quest'ultimo paese, penultimo avamposto di socialità post comunista del territorio (c'è un bel circolo anche a San Felice che, il sabato fa un'ottima ed economica pizza, mentre il circolo di Gello, ironia della storia si è trasformato nella "bianca" Misericordia) quando ho deciso, alle 12.22, di anticipare il mio viaggio verso Firenze Sud.

Lì avrei incontrato mio figlio Jacopo che avrebbe gareggiato di nuovo nella velocità e non nel mezzofondo in una piscina del capoluogo toscano.

Firenze.

Firenze Sud.

Per anni luogo di lavoro e missione, sogni, incontri, progetti, apertura sul mondo.

Ora ricordo lontano di sofferenza e menzogna, silenzio e mendace complicità.

Vabbè pazienza, non mi dirigerò verso il Centro Studi Cisl, mi dico.

E così faccio.

La meta è il Conventino.

Un luogo che non conoscevo e che mi viene proposto da un'amica, indigena fiorentina.

Un luogo splendido, dove tra chiostri e pianoforti, libri e ottimi piatti, sole d'inverno con tanto di sdraio verdi si entra in un'alternativa dimensione del tempo.

Io che sono tarato sul traffico dell'A11 e, talvolta, anche del pezzo supplementare di A1, calcolo male i tempi e, domenicalmente, arrivo con un anticipo sconsiderato ed abbondante.

Poco male.

C'è uno spazio edicola interessantissimo, colmo di riviste, ma, soprattutto di libri: romanzi, saggi, arte, viaggi...

Mi rendo conto che molti libri sono stati presentati al Conventino e sono tutti, o quasi, firmati dagli autori.

Ne scelgo uno, quasi a caso.

Copertina nera e un titolo: "Gli inadeguati", di Cosimo Calamini.

Sottotitolo, non del tutto veritiero, "Romanzo".

Comincio a leggerlo prima che arrivi la mia ex collega, mi interrompo, ma faccio in tempo ad appassionarmi sia alla storia, quella della morte violenta di Riccardo Magherini, a San Frediano (Fi) nel 2014, che al narratore che, poi, è l'autore, in crisi esistenziale da risolvere, del libro.

Con delicatezza e cura, pluralità di linguaggi (poesia, cinema, canzoni) e apertura quasi onirica, Cosimo Calamini ci racconta una storia crudelmente e cruentemente vera.

Ci racconta gli abissi del successo e il restare nel fallimento, per poi fuggire, dall'umano e dal divino, dall'amico che ti tende l'abbraccio di sempre, ma che, questa volta, non si sa cogliere appieno.

Una grande promessa del calcio, le donne, tante, tantissime donne (e un uomo, Riccardo, sospeso tra Don Giovanni e Kirkegaard) e poi la discesa, l'infortunio non risolvibile, la fuga in Australia, non agli inferi, ma quasi, sempre ai margini di una caduta definitiva, complice l'intervento dissennato (anche se c'è una sentenza della Cassazione di assoluzione, dopo le condanne in primo e secondo grado) di due pattuglie dei carabinieri.

C'è un uomo terra, un grido nella notte di Firenze.

2 marzo 2014.

Ombre scure sopra quell'uomo.

Un quartiere osserva. Non capisce. Forse.

Se l'è cercata, bischero, era anche fatto di cocaina!

No. Non se la è cercata. Aveva un bimbo di due anni. Brando.

Piuttosto: "Il posto sbagliato, nel momento (della vita?) sbagliato".

"Raccontate la mia storia" avrebbe detto Riccardo, ex calciatore della Fiorentina, bomber assoluto, prima del silenzio, prima del non respiro, della morte.

Riccardo è anche quello che ha segnato, da bambino, ad un bravissimo portiere.

Quel portiere è proprio Cosimo Calamini.

Mi rimane una frase del libro scolpita dentro.

Mentre penso alla mia prossima puntata al Conventino. 

Al prossimo libro.

"Al vostro amore unite la coscienza del vostro amore".

che possiamo, Calamini è il primo a proporlo, allargare così:

"Alla vostra vita unite la coscienza della vostra vita".

E' un monito.

Ma arriva alla fine del racconto, con la poesia del poeta,

non all'inizio.

Sapendo bene che siamo e rimaniamo tutti: "Inadeguati".

Come Riccardo.

Come Cosimo.

Come me.

Francesco Lauria

domenica 28 dicembre 2025

"TUTTO E' VITA!". LA CAMPANA SEPOLTA E RITROVATA. UNA CREPA CHE CURA E PROTEGGE, A REYKJAVJK E NON SOLO...

Era buio e pioveva nel mattino di Reykjavjk.

Nell'inverno più caldo di sempre, invece, non faceva freddo.

La mia lettura frettolosa di Wikipedia mi aveva portato, per sbaglio, nella cattedrale luterana della città, una bella e sobria chiesa che sfoggia uno splendido organo a canne.

Il pastore, capendo che fossi un turista, mi ha chiesto se cercassi la cattedrale cattolica, la Chiesa di Cristo Re.

Gli ho risposto con un sorriso che ritenevo che Cristo non facesse poi tante differenze, ma che sì, visto che la messa cattolica era prevista mezz'ora prima (mio figlio ronfava intanto nell'appartamento sotto svariate coperte), mi sarei incamminato verso l'altra cattedrale.

Pochi minuti a piedi, una piccola collina.

Sulla sommità, appunto la Chiesa di Cristo Re.

Oltre la pioggia.

Era ancora buio.

La Messa inizia quasi subito, non ho tempo se non di notare che, se la cattedrale era molto bella e con un Cristo un croce molte particolare, sull'organo a canne vincevano, invece, indubbiamente, i luterani.

La Chiesa si riempie velocemente.

Tanti bambini e bambine e una sorpresa inaspettata.

Gli islandesi (forse, si dice, il popolo più ateo del mondo) non sono poi tanti.

C'è, invece, tutto il mondo, rappresentato anche nel clero, c'erano, forse una per continente, anche le suore di Madre Teresa di Calcutta.

Ci sono varie Afriche, certamente il Giappone, le Filippine, turisti da varie parti d'Europa, sento pregare in spagnolo, sottovoce.

A fianco mio, invece, un signore abbastanza anziano, ma imponente, che sembra proprio uscito da un film sui vichinghi.

Avendo studiato prima le Letture, seguo senza troppa fatica la Messa, cerco con gli occhi una statua di San Giuseppe e ascolto la celebrazione, presieduta da un anziano sacerdote islandese che scandisce le parole nella sua lingua madre.

Ho tutto il mondo intorno.

L'aspetto più bello, davvero, sono i bambini, le bambine, se ne vedono diversi mulatti o con gli occhi non completamente a mandorla, ma nemmeno occidentali.

Il segno del futuro, di un mondo che misura i confini, ma sa anche oltrepassarli, mischiarli, intrecciarli, anche alla "fine" proprio del mondo.

Ascolto il Credo e il Padre Nostro in islandese.

Pregare in una lingua lontanissima dalla propria è un esercizio particolare, un segno di Fede, di Fiducia piena, di abbandono alla Parola, nella Parola.

Arriva il momento della Comunione.

Un'altra sorpresa.

Qui si riceve il Corpo di Cristo solo da inginocchiati.

Il sacerdote mi guarda con profondità, pronuncia verso di me parole in latino.

Protendo le mani. Accolgo l'Eucarestia.

La Messa termina con tanto, tanto incenso e una Benedizione che non necessita di traduzioni.

Esco dalla Cattedrale di Cristo Re.

La prima sorpresa, gradita, è la Luce.

Si entra al buio la domenica a Messa in Islanda e si esce con la Luce.

Da Cristo Re, senza troppo fatica, si scorge, non lontano l'Oceano, con le sue grandi navi attraccate, purtroppo qualcuna da guerra.

Ma la sorpresa più grande è l'ultima.

C'è una campana nel giardino intorno alla cattedrale.

Mi avvicino, la spiegazione è in tantissime lingue, italiano compreso, devo essere importante.

Nel 1927 vennero consacrate, infatti, tre campane.

Una di questa, però, dovette subito essere sostituita, conteneva all'interno una crepa.

Fu, in tutta fretta, sepolta nel giardino della Chiesa, totalmente interrata, quasi ce ne si vergognasse.

La campana crepata è stata ritrovata, se ne era persino persa la memoria, meno di dieci anni fa, ed è stata ri consacrata nella festa di Ognissanti e posta di fronte all'ingresso della Chiesa, tutti ci devono passare, tutti la devono vedere.

La campana con la crepa ritrovata, rappresenta oggi, per i cattolici islandesi, un simbolo di: "protezione della Vita".

E' un segno bellissimo, che mi porto dentro, anche perchè il mio cellulare è scarico e non posso farne una foto.

La fotografo, però, con gli occhi.

Ogni crepa, ogni ferita, porta con sè una Luce.

"Tutto è Vita!".

A Reykjavjk, ma non solo qui.

Francesco Lauria

sabato 27 dicembre 2025

28 DICEMBRE. LA PIANURA DEI SETTE FRATELLI, IL PRESENTIMENTO DI GIORGIO, IL PERDONO DI PIPPO.

"E terra e acqua e vento / Non c'era tempo per la paura.

Nati sotto la stella / Quella più bella della pianura.

Avevano una falce / E mani grandi da contadini

E prima di dormire / Un padre nostro, come da bambini.

Sette figlioli sette / di pane e miele a chi li do?

Sette come le note / Una canzone gli canterò.

"Francesco, ma come mai prima delle testimonianze, a pag. 391, hai messo questa canzone, è un errore?"

Quando, cinque anni fa, ho ricevuto questa telefonata dalla casa editrice, poco prima che il libro su Pippo Morelli andasse in stampa, ammetto di avere abbozzato un sorriso.

Questa stupenda canzone della band marchigiana dei Gang, dedicata alla vita e al sacrificio dei sette fratelli Cervi, non era un refuso, ma rappresentava qualcosa, per me, di intimamente importante.

Quella di Pippo Morelli e della sua famiglia è, infatti, una storia emiliana, come, in buona parte, la mia.

Affonda le radici, vale per tutta la mia terra, nella Resistenza partigiana, in uno spazio, come scrivono i fratelli Severini, nato: "sotto la stella, quella più bella della pianura".

Una terra delimitata dal grande fiume che ne congiunge le province e ne delimita il confine.

La mia generazione, adolescente nella metà degli anni Novanta del Novecento, è forse l'ultima ad essere cresciuta a contatto con la memoria viva della Resistenza, fosse essa rappresentata dai propri nonni o meno.

Ricordo come oggi i vecchi partigiani cristiani nel complesso dei Giardini di San Paolo a Parma mettere in ordine documenti e vecchie sedie, rispolverare quadri, racconti e memorie.

Tra quei partigiani, durante la lotta resistenziale, c'era anche mio nonno Anesio Finardi, scomparso prematuramente nel 1960, di cui ho racconti molti frammentati dei compagni di lotta, conosciuti superficialmente, come direbbero gli austriaci, "un attimo prima del Mezzogiorno".

Ecco, quella canzone dei Gang rappresenta la centralità dell'esperienza resistenziale della mia Emilia, certo un racconto spesso non sufficientemente plurale che ha oscurato per tanti decenni anche le proprie ombre.

E così, proprio nell'anniversario del sacrificio dei sette fratelli Cervi e di Quarto Cimurri, non è contraddittorio ricordare anche Giorgio Morelli, il partigiano "Solitario", fratello di Pippo. Il primo ad issare il tricolore nella Reggio Emilia liberata, cui, recentemente, la storica Marta Busani, ha dedicato una splendida biografia.

  

La nostra pianura, come cantano ancora i Gang, ci dice ancora oggi che: "i figli di Alcide non sono mai morti" ci fa commuovere in mezzo alla nebbia, anche alla neve, pensando a loro.

Ma ci restituisce anche le intense parole di Giorgio Morelli, tratte dal suo diario, scritte due giorni prima di morire, non per mano fascista, ma per mano comunista, una mano fratricida, in quello che sarebbe stato poi definito, pur tra tante strumentalizzazioni, il "triangolo rosso", a guerra ampiamente finita.

Scriveva il Solitario: "Ho una tristezza infinita nell'anima. Quasi un presentimento che debba avvenire qualcosa di inatteso, di acerbo. Forse questa mia giornata terrena potrebbe non vedere l'alba di domani. Non mi spaventa la morte. Mi è amica, poichè da tempo l'ho sentita vicina. (...) 

Nell'istante prima del mio tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia, quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa: l'odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perchè la sua fede è stata la sola e unica forza che mi ha sorretto".

Un'eredità non semplice da portare per Pippo, specialmente nel suo territorio. 

Ha testimoniato nel libro Massimo Storchi:

"Fu Morelli a chiedermi se avessi scoperto qualcosa di più sul fratello Giorgio. Il clima a Reggio Emilia non era semplice, ma lui non aveva quel più di astio, spesso visceralmente anticomunista, comprensibilissimo e piuttosto diffuso tra i familiari delle vittime della violenza politica comunista nel dopoguerra. Quello che Morelli cercava, con grande attenzione e sensibilità, era di conoscere meglio quello che era avvenuto al fratello, il contesto socio-politico e, ovviamente, anche le responsabilità. Pippo Morelli era stato capace di rielaborare il lutto. Non gli interessava il martirologio, ma un confronto aperto, maturo. Gliene sono sempre stato riconoscente".

Forse è per questo che dalla pianura, anzi dal grande fiume di mio nonno Anesio, che era di Colorno, le note e le parole si incamminano verso i monti, attraverso quei sentieri partigiani che Pippo Morelli contribuì a riscoprire proprio all'inizio degli anni Novanta del Novecento, da vice presidente del Parco del Gigante.

Me li immagino, nonno Anesio, Giorgio, Pippo, i sette fratelli, Quarto Cimurri, incamminarsi verso altre terre emiliane che hanno conosciuto, contemporaneamente, un'immane tragedia e poi un sogno, infinito, certo a volte contraddittorio, ma genuino, di Pace e Giustizia.

Sì, non è breve, la strada della Pianura verso le Querce di Montesole. 

Ma io me li immagino davvero, insieme, tutti quanti camminare in salita e incrociare lo sguardo del cielo insieme all'esile figura di Don Giuseppe Dossetti che li benedice, con i loro canti...

"E in quella pianura / Da Valle Re ai Campi Rossi

noi ci passammo un giorno / e in mezzo alla nebbia

ci scoprimmo commossi.

Sette figlioli sette / di pane e miele a chi li do?

Sette come le note / Una canzone gli canterò.

E anche io, oggi da Reykjavjk, guardo i monti appena spruzzati dalla neve del 28 dicembre di questo strano 2025.  

L'inverno più caldo, qui in Islanda, da sempre, con punte, incredibili e inquietanti, fino a venti gradi sopra lo zero, nei fiordi orientali.

Commosso, penso, da lontano, al mio grande Fiume e ad una lotta per la libertà e la democrazia che molto è costata, ma in cui tantissimo, pur tra sanguinanti contraddizioni, si è donato ed amato.

https://www.youtube.com/watch?v=pfCTz_7XdqM&list=RDpfCTz_7XdqM&start_radio=1

Francesco Lauria

giovedì 25 dicembre 2025

I GIOIELLI E I FAVORI DEL SIULP POSSONO INFANGARE UNA STORIA SINDACALE DEMOCRATICA E GLORIOSA

Soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, in particolare da quando nel paese parmense di Langhirano (si, quello dei prosciutti…) mi è stato conferito per il mio libro, “Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli”, il premio letterario: “Sapori del giallo” (si c’è anche una sezione di saggistica…) ho approfondito, talvolta anche con i corsisti presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, il percorso, importantissimo, della democratizzazione e della sindacalizzazione della polizia in Italia.

Il premio, mi è stato consegnato da Luigi Notari, figura significativa, a livello nazionale, proprio di questo percorso di estensione della cultura democratica nel nostro paese.

Un percorso, patrocinato, forse più che dalle confederazioni, dall’Flm (il potente sindacato unitario dei lavoratori e delle lavoratrici metalmeccanici/che) e che si sviluppò, curiosamente, in parallelo con la sindacalizzazione dei calciatori. 

Una sindacalizzazione, quella dei calciatori, anch’essa, almeno all’inizio, in rapporto, in questo caso, in particolare con la Federazione Cgil Cisl e Uil, ma che vide Gianni Rivera e soci, intraprendere ad un certo punto, anche comprensibilmente, percorsi del tutto extraconfederali.

Tornando alla polizia, e all’uscita dai difficili anni Settanta del Novecento, contrassegnati, come ben ricordano nel loro bellissimo spettacolo teatrale Mario Calabresi, Benedetta Tobagi e Sara Poma, da “terrore e diritti”, il percorso che ha portato alla nascita del Siulp e al ribaltamento della legge che vietava, in Italia, la sindacalizzazione della polizia, è stato non facile, ma democraticamente importantissimo.

Come ha ben rilevato Michele Ainis in un suo testo sul sindacato che affronta la questione della sindacalizzazione democratica e della smilitarizzazione della polizia, (“Sindacati, autonomia, imparzialità”): 

“Lo Stato, diceva Max Weber, ha il monopolio della forza legittima. Ma in democrazia deve usare la forza per garantire le libertà dei cittadini, non certo per opprimerli. E questo il lascito del costituzionalismo, inaugurato dalle Carte rivoluzionarie di fine Settecento. Da qui, allora, una domanda: come può la macchina statale proteggere i diritti, se non li riconosce al proprio interno? 

La risposta si trova scritta nella legge 1 aprile 1981, n. 121, che ha avviato il processo di democratizzazione della Polizia di Stato. Attuando, sia pure con trent'anni di ritardo, un principio costituzionale. "L'organizzazione sindacale è libera", dichiara infatti l'articolo 39 della Carta repubblicana. Ma in precedenza i sindacati, nel cuore pulsante dello Stato, non erano liberi, bensì vietati. Ora non più: l'articolo 82 di questa legge enuncia i diritti sindacali delle Forze di polizia».

Nel corso degli Anni '70 sull'onda della crescente sindacalizzazione della società italiana, scrive ancora Ainis - i movimenti democratici rivendicativi di spazi di libertà finirono per coinvolgere anche le forze armate e, in particolare modo, la Polizia per la quale si richiedeva oltre alla smilitarizzazione, anche il riconoscimento della rappresentanza sindacale. 

Sotto questo punto di vista la legge 121 ha rappresentato davvero ulteriore tassello nel processo di democratizzazione dell'Italia: fino a quel momento, infatti, il sindacato restava escluso del tutto dalla struttura militare della pubblica sicurezza.

 «L'importante riconoscimento della libertà sindacale per il personale della Polizia di Stato – affermava il prefetto Carlo Mosca - si fonda sulla pluralità di organizzazioni sindacali dirette e rappresentate da personale di polizia in servizio o in quiescenza, organizzazioni che tutelano gli interessi degli operatori di polizia senza interferire nella direzione dei servizi o nei compiti operativi».

La sindacalizzazione nella Polizia di Stato italiana è oggi un fenomeno consolidato, che nato, appunto, ufficialmente con la Legge 121/1981, ha esteso i diritti sindacali agli agenti, prima vietati, trasformandoli in lavoratori con diritti.

L’Italia, che ha subito procedure di infrazione da parte dell’Unione Europea, è, invece, molto, molto indietro rispetto al percorso della sindacalizzazione dell’esercito e dei militari in generale, diffusa sostanzialmente in tutti i paesi europei.

Le sigle oggi sono numerose, ma il sindacato storico e, almeno all’inizio quasi unitario delle forze di polizia è sempre stato il Siulp, firmatario, con il Ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, del primo contratto nazionale delle forze di polizia, siglato il 15 dicembre 1982.

Nel tempo il quadro si è frammentato, ha preso forza il Sap (legato al mondo del centro destra, ma anche a un “sindacalismo senza privilegi”), e dal Siulp si è avuta una scissione negli anni Novanta, con la nascita del Silp-Cgil.

Pur se con percorsi inevitabilmente autonomi (legati anche alla legislazione sul punto) è inevitabile riconoscere che, ormai da circa trent’anni, il Siulp si riconosce ed è, pur non del tutto formalmente, una federazione di categoria della Cisl.

Pur rimanendo un garantista (ma bisogna sempre anche distinguere tra responsabilità penali e storture politico-sindacali) leggere quanto avvenuto a Felice Romano, storico leader e segretario generale del Siulp in queste settimane con le inchieste e i provvedimenti restrittivi che lo riguardano mi ha messo enorme tristezza. 

Ricordo, ormai dieci anni fa, miei amici poliziotti, operativi sul campo, ma esponenti di altro sindacato (di centro destra appunto), che mi sottolineavano: “Lo conosciamo tutti Felice Romano, ha trasformato un glorioso sindacato, in un grande patronato, in cui ci si iscrive per avere, non per forza illegittimamente, qualcosa in cambio”.

Proprio quella “grande famiglia” che, con un’accezione, sinceramente piuttosto brutta, Romano descrive nelle intercettazioni che sono state diffuse nell’ambito dell’inchiesta.

Certo gli ingredienti, quando il Corriere della Sera di Roma (non la rivista dei Tupac Amaru) titola: Concorsopoli nella polizia di Stato: buoni da Bulgari e viaggi in Spagna per favorire gli accessi al Corpo. Indagati il segretario generale del Siulp e la moglie medico | Corriere.it o altri media rincarano la dose con: Viaggi e gioielli per superare il concorso in polizia. Così si diventa agenti con il sindacato "amico" per distruggere, demolire qualsiasi fiducia nel sindacato (e in un così importante e glorioso sindacato) ci sono tutti.

Mi auguro, anche se, sinceramente ho parecchie perplessità, che Felice Romano, la moglie e la dirigenza tutta del Siulp sappiano confutare legalmente le tesi accusatorie, ma quello che emerge è comunque un quadro davvero grave, soprattutto per la pervasiva collusione con il potere.

Un sindacato che si sostituisce allo Stato, compie il processo inverso, in generale, ma ancor di più nell’ambito delle forze di polizia, per cui è nato, con tanti sacrifici, con tanta visione, schivando le pallottole dei terroristi di destra e di sinistra e gli esplosivi della criminalità organizzata.

Anche le notizie di stampa che mi parlano di un Siulp che, con azioni funamboliche, dribbla i provvedimenti restrittivi comminati ai propri dirigenti, rappresentano un quadro, da un lato di paradossale e possibile illegalità, dall’altro di profonda arroganza del potere, dell’idea di impunibilità assoluta che io ho riscontrato, in molti dirigenti della Cisl, in primis nella mia, ma anche in altrui vicende.

Proprio per questo, in tanti e in tante, ci ritroveremo a Firenze, sabato 31 gennaio, per: “Rigenerare democrazia”, a partire dalla crisi, direi “costituzionale” dei corpi intermedi, a partire da una partecipazione falcidiata da logiche perverse e corrotte di dominio.

Iscrivetevi, abbiate coraggio, venite a Firenze, sulla strada per Fiesole e Barbiana: sarà un’assemblea aperta, in cui, come diceva Pierre Carniti, “sognare da svegli” e, soprattutto, sulla scia di Don Lorenzo Milani: “prendere parola”.

Tutte le informazioni, il programma e il link di iscrizione li trovate qui:

https://www.prendereparola.it/2025/12/25/rigenerare-democrazia-la-partecipazione-nei-corpi-intermedi-per-una-politica-della-cura/

e qui:

https://sindacalmente.org/content/a-firenze-il-31-gennaio/

Francesco Lauria

NATALE IN VOLO. SU UNA FOGLIA ("CLOSE TO ME")

Parole incidono carne,

Schiaffeggiano anima.

Fragore di buio,

Silenzio assordi,

Rumore confondi.

Distolto è lo sguardo.

Riscoprire fragilità, cura,

Osata rinascita,

Generazioni, Kairòs.

Unici e soli,

Tutti noi siamo,

Ciascuno è.

Improvvisa, 

La luce,

Natale in volo, 

Con te che dormi,

Oltre le nuvole.

"Close to me" 

Croce bambina,

Entrambi abbracci.

Insieme preghiamo,

Su una foglia.

Francesco Lauria, Reykjavík, 25 dicembre 2025

(Foto, "In volo", di Jacopo Lauria; Musica "The Cure")


Close to me (The Cure, 1985)

https://www.youtube.com/watch?v=BjvfIJstWeg

I've waited hours for this

I've made myself so sick

I wish I'd stayed

Asleep today

I never thought this day would end

I never thought tonight could ever be

This close to me

Just try to see in the dark

Just try to make it work

To feel the fear

Before you're here

I make the shapes come much too close

I pull my eyes out

Hold my breath and wait

Until I sha-ha-ha-hake

But if I had your faith

Then I could make it safe and clean

Oh if only I was sure

That my head on the door was a dre-ea-eam

I've waited hours for this

I've made myself so sick

I wish I'd stayed

Asleep today

I never thought this day would end

I never thought tonight could ever be

This close to me

But if I had your face

Then I could make it safe and clean

Oh if only I was sure

That my head on the door was a dre-ea-eam








lunedì 22 dicembre 2025

A FIRENZE (FIESOLE) IL 31 GENNAIO. PER NUOTARE OLTRE LA PAURA, "SOGNANDO DA SVEGLI", "PRENDENDO PAROLA".

Ricorderò sempre, ormai diversi anni fa, quando raccontai a mio figlio Jacopo, mentre insieme, salivamo a piedi a Barbiana, attraverso i sentieri della Resistenza e della Costituzione, che, oltre alla scuola di Don Lorenzo, avrebbe visto una piscina.

Era piccolo e, allora, potevo usare immagini e metafore che oggi forse non apprezzerebbe così tanto.

Come avevo detto prima che a lui a centinaia, forse migliaia di sindacalisti (si, perchè al Centro Studi Cisl di Firenze, dal 2018 in avanti, tra Fiesole e Barbiana, ho organizzato decine e decine di iniziative, mostre, spettacoli teatrali, convegni, riflessioni, dibattiti, corsi, camminate, su Don Lorenzo e la sua scuola) alla scuola c'è il mare.

C'è il mare, perchè c'erano decine e decine di bambine e bambini che il mare non lo avevano mai visto.

Che avevano paura dell'acqua e di nuotare.

Fu così, che utilizzando l'acqua di fonte proveniente dal Monte Giovi, Don Lorenzo e i suoi ragazzi, un po' spostata, dopo la Chiesa e la canonica, hanno costruito una piscina.

Mi dicono non sia stato facilissimo.

All'inizio hanno anche sbagliato le pendenze.

Ma dagli errori si impara, dalle cadute ci si rialza.

Spiegavo quindi a Jacopo, mentre salivamo insiemem che a Barbiana avrebbe visto tante cose, tra cui il Santo Scolaro, ma anche e soprattutto il mare.

Non si nuota di solito, se si ha paura dell'acqua, se si teme di perdere il respiro, si teme di perdere la Vita, da soli.

Si nuota insieme.

Insieme contro la paura.

Oserei dire anche contro la violenza.

Oltre la paura dell'altro, oltre la paura di se stessi, di non farcela, di non riuscire a guardare chi si ha di fronte, a partire dalla sue ferite, ma anche dalle sue feritoie, da una luce che, a volte, può anche abbagliare, bruciare.

Imparare a nuotare, insieme.

Questa è la piscina, il mare, l'oceano di Barbiana, come, prima di me, ha scritto una rivista che oggi purtroppo non c'è più e che si chiamava, non a caso, Il Margine.

Per questo bisogna continuare a salire (e poi, pieni zeppi di Speranza a scendere) rispetto a Barbiana.

Bisogna continuare a sfidare la paura di questo tempo infame, buio.

Nella piscina, a un certo  punto, ho visto le fotografie e un filmato, non si faceva che ridere e scherzare, altro che Don Milani serioso.

Don Lorenzo guardava e sorrideva, già gravemente ammalato.

A Barbiana, alla piscina della scuola, con la Fim Cisl e Paolo Landi, allievo di Don Lorenzo. Il fotografo è Jacopo.

Oltre Barbiana, se si hanno ancora gambe, si può salire ancora, tra i pascoli di montagna del Monte Giovi.

Si può respirare sapere e libertà.

Si può avere sete di Giustizia. Insieme.

Che poi è l'etimologia della parola, dell'essere Sindacato. 

Quello vero, quello che ti inonda di giustizia e ti fa superare la paura, ogni paura.

Proprio come la piscina, il mare, l'oceano della collina di Barbiana.

Bambine e bambine che sconfiggono insieme, e in ogni tempo, anche il nostro, la  paura.

Istante immenso di Speranza condivisa.

Ci vediamo a Firenze, in cammino tra Fiesole e Barbiana, sabato 31 gennaio, dalle 10 alle 17, proprio come diceva Pierre Carniti: "Sognando da svegli", proprio come diceva Don Lorenzo: "Prendendo Parola".


Per maggiori informazioni e per iscriversi:


VORREI

VORREI SVEGLIARMI OGNI MATTINA
CON DENTRO UN FILO DI SPERANZA
VORREI PER CASA UNA COLLINA
CHE AVESSE IL CIELO 
IN OGNI STANZA...

VORREI...
PER UN ISTANTE ALMENO.


HO IMPARATO A SOGNARE

https://www.youtube.com/watch?v=--W5sM2zMfM&list=RD--W5sM2zMfM&start_radio=1

HO IMPARATO A SOGNARE
CHE NON ERO BAMBINO
CHE NON ERO NEANCHE IN META'

QUANDO UN GIORNO DI SCUOLA 

MI DURAVA UNA VITA

E IL MONDO FINIVA UN PO' LA'

TRA QUEL PRETE PALLOSO

CHE CI DAVA FARE...

HO IMPARATO A SOGNARE

QUANDO INIZI A SCOPRIRE

CHE OGNI SOGNO

TI PORTA PIU' IN LA'

CAVALCANDO AQUILONI

OLTRE MURI E CONFINI...

Francesco Lauria (THE GANG - NEGRITA)