lunedì 23 marzo 2026

CASO TEATRO DUE E CULTURA DELLO STUPRO: UNA QUESTIONE DI POTERE (LETTERA APERTA)

Questa lettera, nonostante la pazienza e il tentativo di dialogo degli estensori/estensitrici, non è stata pubblicata dal giornale cui era rivolta, scelta che, trattandosi della Gazzetta di Parma, sinceramente, non stupice.

Vi chiediamo di leggere, meditare, diffondere, commentare, aderire. 

Non possiamo fare finta di nulla, non possiamo pensare, "a me, a noi non accadrà mai".

Uomini e donne dobbiamo, vogliamo. cambiare.  Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi.

Altrimenti, come ha detto Gino Cecchettin: "cambieranno solo i nomi delle vittime". 

No, noi non ci stiamo. 

(per aderire alla lettera/appello: sognaredasvegli@gmail.com) 

Caro Direttore,

Siamo rimasti molto colpiti dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo. (https://www.gazzettadiparma.it/home/2026/03/15/news/parla-l-avvocato-di-walter-le-moli-ricorreremo-contro-la-sentenza-930268/ )

Pur non essendo tutti di Parma, stiamo seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con correità del Teatro perché, come ha sottolineato anche la Casa delle Donne di Parma, non è stato messo in campo tutto quello che si poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.

La Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima

Una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sembrerebbe stia subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

Ciò che ci ha lasciati basiti nell'articolo del giornale non è il richiamo alla presunzione di innocenza fino alla Cassazione, ma l'approccio che, in maniera persino sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.

La vicenda principale, che ha visto due attrici coinvolte, viene distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, risultano molto ben delineati. 

Sostanzialmente si normalizza la violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che, anziché di atti conclamati, stiamo parlando di normali relazioni sentimentali.

Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive

Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoce della sola difesa del "potente", del “capo”, senza apportare alcun dubbio.

Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.

Anzi, le prove portate coraggiosamente dalle vittime stesse non sembrano mai sufficienti, come se fosse necessario vedere il loro “sangue” sul pavimento.

Troppo spesso e, purtroppo, il vostro articolo ne è una dimostrazione plastica, si cercano spiegazioni semplici a situazioni complesse e dolorose, e spesso si finisce più per giudicare chi subisce violenza, invece di osservare chi compie del male.

È più “comodo” pensare che la vittima avrebbe potuto fare qualcosa, perché così si mantiene l’illusione di controllo: del: “a me non succederebbe”

Ma è una difesa psicologica, non la realtà. 

La realtà è molto più complessa: chi subisce violenza, spesso, è in una situazione di paura, dipendenza, manipolazione e isolamento.

Non è vero che: “non ha fatto nulla”: resistere, adattarsi, sopravvivere sono già azioni.

Denunciare non è semplice né sicuro, farlo richiede un’enorme forza. Inoltre il tempo non invalida ciò che è successo.

Non deve servire il peggio, il sangue, la tragedia irreversibile, perché le persone inizino a credere e a empatizzare con le vittime.

Il dolore non diventa più “vero” solo quando è visibile o estremo.

Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?

Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro, rafforzata da una gestione perversa e manipolatoria del potere?

A Parma, come ovunque, se assecondiamo questo tipo di "cultura", rischiamo di indirizzare contro le donne gravissime forme di vittimizzazione secondaria perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce, come si intuisce anche dai toni liquidatori dell’avvocato di Walter Le Moli pubblicati sul vostro giornale.

Francesco Lauria, Parma-Pistoia,

Francesco Camattini, Parma,

Silvia Barbanti, Sesto San Giovanni,

Savino Pezzotta, Bergamo,

Emanuele Leonardi, Parma,

Debora Lucchetti, Genova,

Sara Chierici, Parma

Vincenzo Battaglia, Cuneo,

Carmine Marmo, Bologna,

Dante Ghisani, Parma.

Per chi volesse aderire è sufficiente inviare una mail con nome, cognome e città a: sognaredasvegli@gmail.com 

Nessun commento:

Posta un commento