Un forte e coraggioso discorso di Ermal Meta, membro del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, sul patriarcato, la violenza sulle donne e i femminicidi… (di Valentina Dirindin, Vanity Fair)
Le parole di Ermal Meta sulla violenza sulle donne
sono tutt'altro che banali, e mettono in luce un aspetto della questione
(drammatica) su cui si fa ancora troppa poca luce: la responsabilità
collettiva degli uomini, e quella individuale di ogni singolo uomo, di
abbandonare la propria posizione dominante in cui secoli di patriarcato lo
hanno posto. Una posizione di cui originariamente non ha certamente
colpa: ogni uomo nasce così, socialmente, culturalmente, economicamente
superiore a una donna, senza che nulla abbia fatto per meritarselo, ma solo
perché la storia lo sistema lì, in un luogo inarrivabile per una donna a pari
condizioni. E in un luogo che talvolta - purtroppo - lo porta a esercitare un
potere tale che degenera in violenza, in supremazia, in sopraffazione. Finanche
in un omicidio, quando la donna sembra non accettare la sua posizione di
sottomissione, e magari osa dire un no.
Nonostante il singolo uomo non abbia
alcuna colpa di questo, nonostante la maggior parte degli uomini si dissocino -
a parole e con i fatti - da tutto questo, quello che può fare ogni uomo, prima
di tutto, è prendere atto del fatto che questa situazione esiste,
esiste da secoli, e rende coinvolto anche l'uomo migliore del mondo,
quello che mai approfitterebbe di una situazione di dominanza che comunque la
storia e la cultura ancora gli assegnano.
Ed è esattamente quello che ha fatto Ermal Meta, uno dei più attivi
membri del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, dal
palco della prima tappa del suo tour nei teatri, all'Auditorium Parco
della Musica.
«In quanto uomo sono spaventato dal
mostro che dorme dentro di me. Perché io so che c'è, così come lo
sente dentro di sé ogni uomo», ha esordito il giovane cantante in un
messaggio di grande forza e di coraggio.
«Quando io e quella Fondazione di cui
faccio fieramente parte, Una Nessuna Centomila ci riuniamo,
nei laboratori ci chiediamo sempre “Ma noi uomini cosa possiamo fare?
cos'è che possiamo dire noi?” Dobbiamo prendere consapevolezza del
fatto che dentro di noi c'è un cane che dorme. Il più delle volte è un lupo ed
è spaventoso. Attraverso l'educazione, attraverso l'amore, attraverso
il dialogo il più delle volte, la maggioranza delle volte in verità, riusciamo
a tenerlo a bada. Riusciamo a non cedere a quel tipo di istinto, ma c'è».
«Inutile negarlo, c'è», ha concluso Ermal Meta, che sul tema del consenso ha dichiarato «Un'altra cosa che mi spaventa è quando la vittima viene vittimizzata due volte. Quando la colpa è sempre sua.
In quale percorso della
nostra società si è interrotto qualcosa, dove si è spaccato qualcosa per
colpevolizzare chi sta soffrendo? Per addossargli anche questo peso?». Un tema
che ritorna tristemente di attualità a ogni femminicidio che avviene in questo Paese.
«Molti di voi conoscono la mia storia. Io ci sono
passato, quando ero piccolo», ha proseguito. «Però adesso non sono più piccolo,
adesso ho una figlia piccola che è la luce dei miei occhi. La mia domanda
è: “Ma io cosa posso insegnare a questa bambina? Ed è giusto insegnarle di non
avere paura? Perché a volte la pura è autoconservazione”», ha detto Ermal Meta,
facendo riferimento alla figlia Fortuna, nata a luglio scorso dalla relazione
con la sua compagna Chiara Sturdà.
«Io non
ho una risposta a questa domanda, ma secondo me noi tutti insieme ce lo
chiediamo forse ad una risposta ci arriviamo, ognuno nel suo piccolo. Di cosa bisognerebbe veramente avere
paura? Di se stessi.
Perché noi siamo capaci di qualsiasi cosa.
Ognuno di noi così come siamo capaci del bene, siamo capaci anche del male.
Dobbiamo decidere da quale parte della palizzata vogliamo cadere
ogni volta. Cerchiamo di cadere dal lato della gentilezza. Dal lato del
non irrimediabile perché si può essere irrimediabili anche a parole, non
solo nei gesti. Le cose che più mi ricordo con dolore della mia vita non sono
schiaffi, non mi hanno mai lasciato tanti lividi, ma sono le parole che più mi hanno accoltellato, che più mi hanno fatto
sanguinare.
Partiamo da quelle. A tutti i miei fratelli dico: “Tenete gli occhi aperti, un occhio verso di voi e un occhio verso quella donna lì, quella ragazza, quella bambina lì”. Perché tutti insieme possiamo fare rete e la rete è il simbolo del salvataggio».
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