80 anni fa, nel marzo del 1946, le donne votavano per la prima volta, proprio alle elezioni amministrative.
Un evento che ha segnato la storia del nostro Paese, milioni di donne,
evento del tutto inedito nel nostro Paese, entrarono in un seggio esercitando
un diritto fino a quel giorno negato.
Un passo decisivo verso una democrazia finalmente più giusta e rappresentativa della vita reale dell’Italia.
Come ha ricordato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella:
“Il loro ruolo protagonista le donne lo avevano testimoniato sempre e lo avevano ribadito sostenendo la società e l’economia italiana durante i penosi anni dei due conflitti mondiali, prendendo anche parte attiva alla Liberazione, come staffette partigiane, come attiviste, come combattenti. Dopo secoli in cui la donna era considerata in posizione subordinata e il suo ruolo nella società era confinato nella sfera familiare e domestica, il voto alle donne rappresentò il traguardo per il quale tante si erano impegnate”.
80 anni dopo, senza un minimo di reale dibattito, al di là delle segrete
stanze di partito, sono state identificate le regole per le primarie del c.d.
“campo largo” (pur con qualche aiuola dispersa…) tra Giovanni Capecchi e
Stefania Nesi.
Per queste primarie, in fretta e furia, era stata originariamente proposta
la data del 29 di marzo.
Si è optato per avere molto più tempo, fissando le consultazioni dopo la settimana Santa, il 12 di aprile.
Proprio mentre il centrosinistra a livello nazionale, criticava il Governo
per aver escluso i fuorisede del voto referendario del 22 e 23 marzo, a
Pistoia, compiva l’ennesimo, gravissimo errore.
Il c.d. tavolo dei partiti ha, infatti, deciso, mi pare senza alcuna protesta dei due candidati: nessun voto ai sedicenni, nessun voto ai cittadini comunitari (e non).
Scrivevo su Report Pistoia, lo scorso 6 febbraio, come un politologo italiano, Carlo Galli, abbia sottolineato come:
“Il disagio della
democrazia è l’impressione di essere finiti in un vicolo cieco, o meglio in un
sentiero che non si interrompe bruscamente, ma che digrada (e si degrada) in
una sorta di pista, sempre meno visibile nella giungla del nostro presente. Il
disagio è l’adeguarsi, rabbioso o rassegnato, alla cattiva democrazia, alla sua
pretesa necessità"..
Siamo passati, anche a Pistoia, nel giro di pochi decenni, da
regimi democratici ‘‘relativamente’’ partecipati (in termini elettorali, di grandi
partiti politici, di organizzazioni sindacali, di movimenti politici) a quelle
che Colin Crouch ha chiamato «Postdemocrazie», regimi, nazioni, regioni e città
nei quali: «La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente,
persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve» fino ad
affacciarci a oligarchie illiberali apertamente repressive con tratti
fascistoidi.
Durante la presentazione della candidatura di Giovanni Capecchi,
Agostino Fragai ha ricordato che il Pci a Pistoia, nel 1985, quando lui iniziò
il suo impegno politico, contava oltre 7.000 iscritti. Con tutti i suoi limiti
e il suo essere radicato nel potere, pertanto, il Partito rappresentava
anche una palestra di democrazia e partecipazione.
Come ha sottolineato recentemente il Prof. Marco Deriu,
dell’Università di Parma: “In questo
momento abbiamo bisogno più che mai di rilanciare l’immaginazione democratica”.
La democrazia, anche a Pistoia, non è un fatto dato, può
rappresentare, piuttosto, un progetto, un percorso da condividere, anche
attraverso le primarie di coalizione che, per molti, sono sembrate, invece, una
sorta di ultima spiaggia obbligata per evitare (in tempi di guerre purtroppo
reali) una sorta di guerra civile politica intestina al centrosinistra più o meno
allargato.
In coerenza con quanto ha sottolineato Marco Cei, sempre su Reportpistoia, la responsabilità socio-ambientale (verso le esistenze presenti, future e di altre specie) di fronte alla crisi ecologica è diventata a tutti gli effetti la questione politica centrale del nostro tempo, anche a livello urbano, cittadino.
La crisi ecologica, ma anche demografica, anche in vista
delle prossime imminenti elezioni, costituisce un attrattore epocale attorno a
cui si stanno ridisegnando tutte le questioni fondamentali della politica
moderna: la giustizia sociale, quella tra generazioni, tra generi, tra specie.
Di fronte al rinvio al 12 aprile della consultazione l’aver
negato il voto ai sedicenni e ai cittadini comunitari, asserendo improbabili
giustificazioni organizzative e, sotto sotto, la paura di brogli, è stato, a
mio parere, un grave atto di pigrizia e di mancanza di visione politica.
Si deve discutere il 12 aprile e poi a maggio della Pistoia del
2036, del 2046, e quindi non solo i sedicenni, ma i cittadini non italiani
residenti, i ragazzi e le ragazze ancora più giovani, sono il nostro principale
target di riferimento, gli investitori di futuro per Pistoia e il suo
territorio.
Non vanno dimenticati, infatti, tra i fattori della necessaria
rigenerazione ecologica e democratica di Pistoia la presenza e il
coinvolgimento attivo delle giovani generazioni e dei talenti (con il tema
educativo che vi è connesso), oppure, al contrario, la gestione del progressivo
invecchiamento della popolazione.
Ripensare la democrazia in un’ottica intergenerazionale, anche
in vista delle prossime elezioni (primarie e non), significa pertanto affermare
che è realmente democratico un sistema che non depriva delle condizioni di vita
e quindi delle stesse possibilità di scelta e di libertà politica le
generazioni a venire.
Se la logica della democrazia rappresentativa tradizionale era
quella di soddisfare le esigenze e le preferenze più immediate ed urgenti della
popolazione (o quantomeno della sua maggioranza), la logica della democrazia
ecologica, anche urbana, ma anche delle primarie “vere”, deve essere quella di
garantire le condizioni di riproducibilità della vita e contemporaneamente
delle stesse condizioni di libertà democratica.
Il cambiamento richiesto, a partire dalla nostra città, non
potrà essere semplicemente di tipo quantitativo – “più democrazia” piuttosto
che “meno democrazia”, “più partecipazione” (a proposito che fine hanno fatto
le più che auspicabili primarie di coalizione?) piuttosto che “più delega” -,
ma dovrà essere di tipo qualitativo o strutturale.
Purtroppo, se non si cambia immediatamente marcia, le primarie sempre meno “larghe” del 12 aprile rischiano di rappresentare, colpevolmente, un’occasione persa e, soprattutto, di aprire, invece che restringere, le praterie gentilmente concesse al centrodestra di Annamaria Celesti, ma anche di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Francesco Lauria, Associazione “Sognare da Svegli”.

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