(...) "Ma vengono pagati come falegnami, come autisti o come facchini?", chiese Chiton.
"Come addetti alle pulizie", rispose Enzo.
(...)
"Quante ore al giorno?" Questa volta il silenzio fu più lungo.
Fu Raid a parlare , come se dovesse affrontare una salita.
"Vedi avvocato, noi non abbiamo un vero orario di lavoro. Il padrone ci dice che se non finiamo non possiamo tornare a casa. La mattina carichiamo tutti i mobili che ci viene ordinato di caricare. Il nostro compito è consegnarli e montarli tutti, se non li montiamo tutti non possiamo rientrare.
Di solito lavoriamo quattordici, sedici ore al giorno, a seconda del traffico, di quanto ci vuole per montare. Se non completiamo il lavoro quel giorno non veniamo pagati.
Il padrone ci mette assenti ingiustificati".
A Chiton fremevano le gambe che avevano iniziato a scalpitare sotto la scrivania.
"Quattordici, sedici ore al giorno" ripetè." Per quanti giorni la settimana? Cinque, sei?"
Raid tacque abbassando la testa. Fu un ragazzo di vent'anni a parlare, si chiamava Bilal. "Sette!", disse a voce molto alta, come se dovesse emergere dal fondo per darsi coraggio, pentendosi subito dopo di quello che era sembrato un grido (...)"
Siamo tra Firenze e Prato. Azienda logistica, in appalto, nel settore del mobile.
Giovani pakistani: direi polivalenti perchè, insieme, autisti, facchini, falegnami. Assunti (più o meno) come addetti alle pulizie.
Italia 2026.
Italia 1995.
Qui ci sono io ed è l'inizio dell'estate.
Campagne di Parma, prendo la bicicletta e pedalo verso le colline (e davvero non ricordo perchè, guidavo già la Vespa amaranto di mio padre...)
Di campo in campo, con i caseifici del Parmigiano Reggiano sullo sfondo.
Ho quasi sedici anni, li compirò di lì a poco (sono nato il 14 luglio, il giorno della presa della Bastiglia e ne vado molto orgoglioso).
Non è in vigore il pacchetto Treu, c'è ancora il collocamento obbligatorio nel nostro paese.
Ma a me non importa, il primo libretto di lavoro, al collocamento pubblico, lo riceverò l'anno dopo, quando verrò assunto per l'estate alla Motta-Antica Gelateria del Corso, assorbita dalla multinazionale Nestlè. Una fabbrica di gelati storica di Parma (si chiamava Tanara) che oggi non c'è più.
Io, per ora, il libretto di lavoro, dall'alto dei miei quasi sedici anni, non lo voglio proprio.
Voglio guadagnare il più possibile e subito per pagarmi le vacanze estive di agosto.
Di campo in campo chiedo: quanto date per la raccolta delle cipolle?
Ovviamente la risposta è in lire ed in paga oraria. L'unica unità di misura se si lavora in nero.
Alla fine trovo una paga che mi soddisfa e, questa volta motorizzato, comincio a partire, ogni giorno, alle cinque e mezza del mattino da casa per i campi.
Non la dimenticherò mai l'immagine della padrona che ci osserva da lontano sul suo pick up, con il binocolo.
Manco fossimo in una piantagione di cotone ai tempi di Via col Vento...
Sono concessi pochi viaggi verso la canna, dove sgorga un po' d'acqua nemmeno fredda, non so nemmeno se potabile.
Ma quando hai sete, tanta sete, non ti fai queste domande. Bevi e basta.
I bancali sono pesanti, molti dei compagni di lavoro sono albanesi, fanno molto gruppo tra loro, c'è anche qualche ragazza. Una mi piace subito, ricordo ancora il suo sguardo, ma non la mettono mai a caricare i bancali con me. E' mingherlina ed io non sono certo il compagno di lavoro più affidabile e in forze.
Ma c'è un'altra persona che non dimenticherò mai, anche se non ne ricordo più il nome.
Lui sì che è forzuto, alto più di me, nero come la pece.
Viene dal Senegal.
Chiacchieriamo, mangiando un panino sotto al sole padano di fine giugno.
Scopro che dopo le dieci, undici, dodici ore nei campi, lui torna a Parma.
E...
Va a lavorare altre tre-quattro ore in un bar. Ovviamente sempre senza contratto.
Non scorderò mai la mia domanda e la mia bocca che si ferma di fronte al panino alla frittata preparato con cura da mia madre, alla sua risposta.
"Dormire? Io, credo, dormirò a dicembre, in inverno".
Non scherzava, anche se non ho mai, mai dimenticato il suo amaro sorriso.
Lui non lavora per pagarsi, come me, le vacanze in riviera ligure.
Lavora per sopravvivere e, magari, per inviare qualche cosa alla famiglia in Senegal.
Non esiste, se non al Pentagono, ancora internet. Pochi i cellulari. Il Senegal è lontano. Così come il tramonto.
Riprendiamo a lavorare. Il binocolo incombe.
Qualche giorno dopo un bancale marcio mi si sfascerà addosso e mi procurerò una frattura scomposta e una ingessatura che mi durerà tutta l'estate, fino alla ripresa della scuola, a settembre.
Niente vacanze al mare con gli amici, ma tanti insegnamenti quell'estate...
Mentre l'avvocato del lavoro e romanziere pugliese-fiorentino Danilo Conte (l'avvocato Chiton...) presentava ieri il suo libro, intitolato: "Il rumore degli anni", non riuscivo nemmeno a stare fermo sulla sedia.
Tanti ricordi si affastellavano nella mente. Gli altri lavori (sempre in fabbrica o negli autogrill, mai più nei campi) e, soprattutto il sindacato.
Credo che sia stato per quell'esperienza che nel sindacato, in varie forme, mi è sempre piaciuto/mi ha sempre appassionato occuparmi di orario di lavoro e di lotta al lavoro sommerso, al distacco illecito di manodopera, e poi di cooperazione con le attività ispettive, anche a livello internazionale.
Una volta con un libro collettivo su questo abbiamo anche vinto un premio europeo.
Ma i premi servono a poco se non cambiano effettivamente le cose.
Danilo Conte ha raccontato ieri magistralmente altre storie, accompagnato da attrici e musiciste d'eccezione.
Dopo Bilal ha accennato ad Elvira e ad un altro caso del suo "social legal thriller", e, in quel momento, io ho pensato che. dopo il mio licenziamento illegittimo, illegale, gravatorio, infame, discriminatorio dal sindacato, mi sono trovato (quasi) solo.
Per paura, colleghi e colleghe che avevo rappresentato come delegato eletto proprio alla sede nazionale del sindacato, che magari mi chiamavano la sera di tardi o il sabato mattina, ora non mi rispondono più, sono scomparsi, svaniti nel nulla.
Il mio dito vaga sulla rubrica del telefono e, ormai, rinuncia.
Chi mi parla lo fa di nascosto, implorandomi un silenzio assoluto e desolante.
Sai Francesco: "io ho il mutuo". "Devo mandare mia figlia all'università". "Chi glielo dice a mia moglie, se mi succede quello che è successo a te?"
Poi un classico: "Francesco hai sbagliato. Bisogna attaccare l'asino dove vuole il padrone, tacere, subire. Avallare, chiudere gli occhi. E andare avanti".
Il romanzo di Danilo Conte, dopo la dedica, si apre con una citazione di una canzone del 1988 di Francesco Guccini:
Io non credo davvero
che quel tempo ritorni
ma ricordo quei giorni
ma ricordo quei giorni
Ho pensato mentre chiedevo in libreria all'avvocato Conte del perchè avesse scelto questo Guccini malinconico, quasi sfiduciato, certamente nostalgico, non di lotta, ad un altro piccolo libro/saggio collettivo che ho contribuito a scrivere una quindicina di anni fa.
Il titolo: "Il Processo del Lavoro".
Già il processo del lavoro. Chi lo avrebbe mai detto che ci sarei finito dentro!
Solo in pochi, sbagliando, lo ricordano tra le grandi conquiste degli anni Settanta.
Il nuovo processo del lavoro, in Italia, molto più tutelante (se applicato davvero...) per i lavoratori e le lavoratrici entra in vigore, infatti, nell'agosto del 1973.
Pochi mesi dopo l'inquadramento unico tra impiegati e operai e le 150 ore per il diritto allo studio nel contratto dei metalmeccanici, meno di un anno prima del divorzio e di lì a poco del nuovo diritto di famiglia che porterà le donne italiane al di fuori dal Medio Evo (un po' almeno...)
Danilo Conte mi guarda e ci da una chiave fondamentale di lettura del suo romanzo.
Senza anticipare troppo (questo libro, agile, bello, a tratti ironico, compratelo!) la storia di Bilal è una storia sostanzialmente di successo.
Quella di Elvira, drammaticamente no.
C'è una differenza sostanziale: la prima vicenda ha una dimensione solidale collettiva, la seconda sprofonda nella solitudine.
Ed Elvira perde.
Torno a casa con il libro tra le mani.
Penso al fatto che trent'anni fa promisi solennemente a me stesso, dopo l'infortunio: "Mai più lavorare in nero!".
Qualche settimana fa mi è stato proposto un buon lavoro (intellettuale) senza contratto.
Ho risposto di No, che piuttosto mi sarei tagliato il compenso.
Il lavoro è svanito, l'ho saputo definitivamente un'ora prima della presentazione in libreria.
Mentre torno verso casa, respiro profondamente, tengo il libro in mano.
Sono frantumato dentro e sento il "rumore degli anni" e dei ricordi.
Le lacrime bagnano il mio viso. Sono solo. Cammino, barcollo un po'.
Ma dentro ho, ancora, tutta la mia dignità, la mia rabbia, la volontà, che ho imparato, appreso proprio nel sindacato, di "continuare a lottare per una società più giusta". Pagando in prima persona tutti i prezzi che ci sono da pagare. Sempre.
A partire da noi stessi, ma non per noi stessi. Non solo, almeno.
Nella quarta di copertina del libro di Danilo Conte c'è scritto che l'avvocato del lavoro Chiton tratta tutti i suoi casi con una pietas degna.
Non perdiamo la Speranza. Restiamo Umani.
"E se è notte", come dicevano, in dialetto, i miei partigiani emiliani - siamo alla vigilia del 25 aprile - "Presto arriverà il giorno!".
Per rialzarsi bisogna prima cadere.
Vero avvocato Chiton?
Francesco Lauria

.jpg)


.jpg)
Nessun commento:
Posta un commento