giovedì 23 aprile 2026

STORIE CHE SI FANNO STORIA: IL RIVOLUZIONARIO E LA MAESTRA

"I nomi degli amici che sono stati interrati con me: Mauricio, Pepe, Henry, Jorge, Raùl, Julio, Eleuterio, Jorge. Nove eravamo, spero che lo siamo ancora, ma temo che lo resteremo per poco, perchè a me non resta molto da vivere. Nonostante la mia malatti, i dodici anni di torture e sradicamenti da un calabozo all'altro, ricordo i nomi dei miei amici".

Se il nome, ad esempio del dittatore argentino Videla, o, ovviamente di quello cileno Pinochet, sono ancora oggi presenti nell'immaginario popolare, almeno di quello più avveduto, poco si ricorda di altre dittature sudamericane: non molto si sa, ad esempio del Brasile prima del ritorno alla democrazia, quasi nulla della dittatura da guinnes dei primati in Paraguay del generale Stroessner (al potere, addirittura, dal 1954 al 1989) e, forse, ancor meno della dittatura militare dell'Uruguay che, nel 1973, precedette quella cilena di un paio di mesi e terminò il primo di marzo 1985.

Strano per un paese, pur piccolo come l'Uruguay, ma in cui il quaranta per cento della popolazione è di origine italiana.

Io, in realtà, dell'Urugay, negli anni Ottanta del Novecento, ero piccolissimo, ammiravo tanto, un calciatore: Enzo Francescoli, detto "El principe", una specie di Michel Platinì sudamericano, fortissimo. 

Sapevo che il paese aveva ospitato e vinto il primo mondiale di calcio nel 1930 e, decenni dopo, avrei scoperto il Rio Negro, il fiume che attraversa il Paese e che la mia amica, scrittrice mugellana Simona Baldanzi, aveva, con un certo coraggio, accostato all'Arno, nel suo bellissimo romanzo: "Maldifiume".

Insomma, fino a ieri pomeriggio, quando ho varcato la pesante porta di vetro della libreria Lo Spazio a Pistoia, magistralmente diretta dai mitici Mauro e Mario, i nomi di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera, due importanti oppositori del regime uruguayano, marito e moglie, non li conoscevo proprio.

Non sapevo, nemmeno cosa fosse un "calabozo", cella di isolamento dove non si può stare nè in piedi e nè completamente sdraiati e dove fu rinchiuso e torturato, in particolare Wasem, come tanti oppositori al regime.

Il regime uruguayano non voleva ingombranti martiri (anche se Wasem, con il suo sciopero della fame, che aggravò definitivamente un tumore al cervello, lo diventò), ma semplicemente oppositori impazziti, annientati, direbbe una dirigente "sindacale" italiana, "frantumati".

Certo, come tutti, ho amato la parabola del Presidente povero Pepe Mujica (uno degli amici ricordati nella citazione iniziale proprio dal morente Wasem) e conoscevo, a grandi linee la storia dei Tupamaros, il loro gruppo clandestino di opposizione.

Wasem morì nel 1984, alla vigilia della fine del regime militare, la moglie Sonia Mosquera sopravvisse alle immani torture ed è scomparsa solo pochi mesi fa.

La loro vicenda è raccontata da Gaja Cenciarelli, nel suo recente romanzo, edito da Marsilio: "Il rivoluzionario e la maestra" 

Come le ho detto, il suo volume, mi ha rapito, colpito nel profondo.

Ma il romanzo della scrittrice romana non si esaurisce in Uruguy, arriva fino a noi nel tempo e nello spazio.

Privati della casa e del loro rapporto coniugali Wasem e Mosquera sembrano lontani anni luce dalla periferia di Roma e da una giovane maestra precaria.

Ma scopriamo, piano piano, che non è così.

Passano quaranta anni, arriviamo ai giorni nostri. Durante l'ennesimo trasloco, segno che la precarietà della vita viaggia insieme a quelle lavorativa e abitativa, la maestra romana trova, per caso, un libro che racconta la storia, eroica e terribile, proprio di Adolfo Wasem.

La storia del perseguitato politico urugayano le insegna che ciascuno/a può realizzare la rivoluzione a modo suo, e che aver perso soldi, famiglia, casa, amici, non significa dover rinunciare alla libertà.

Pensando anche alla mia piccola storia di libertà, ho riletto commosso questo passo nella seconda di copertina: "Tutte le storie del mondo, anche quando sembrano slegate l'una all'altra, distanti nel tempo e nella geografia, nella condizione politica e sociale, viaggino unite da un filo che si chiama libertà, cercare di stare in piedi (aggiungerei io nei tanti colabozos, reali e virtuali...), per poter cadere e rialzarsi, andare a capo.

La rivoluzione, insomma, è sempre possibile anche quando si chiama "cambiare casa", "lavoro", o, perchè no, "fiume".

Come ci racconta il romanzo di Cenciarelli, le storie di un rivoluzionario e di una maestra sono, come si diceva nei corsi delle 150 ore per il diritto allo studio: "storie che si fanno storia".

Che poi sono una storia sola.

La Nostra.

Francesco Lauria

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