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Mentre il mondo, soprattutto per folclore e dopo un, anche eccessivamente comprensivo appello di Papa Leone, dava ampio spazio alla riunione scismatica tra le ricche montagne svizzere, di alcune migliaia di fanatici tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebre, un altra voce, importante, troppo solitaria, si levava dalla Chiesa.
Una voce non gridata, ma ferma, sofferente: quella del cardinal Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.
Il dialogo con Lucio Caracciolo è più ampio: ma le parole del cardinale, il "cardinale di Gaza", hanno colpito (non abbastanza) tutto il mondo.
Una settimana fa Pizzaballa entrava a Gaza potendo vederla tutta da Sud a Nord: "è un disastro. Ci sono alcune città che non esistono più, livellate nel senso letterale della parola. Quando si entra dentro si viaggia su strade fortuite in mezzo alle tende in mezzo alle fognature, dove i topi mordono frequentamente i bambini".
Cosa possiamo fare?
Intanto sostenere chi, palestinese o israeliano non ci sta.
In questi giorni è nato il partito misto Makom Lekulanu (Un posto per tutti noi) dall'esperienza del movimento pacifista della società civile "Standing together".
Queste persone, coraggiosissime, sono un segno, resistente, tenacissimo di Speranza.
Sono quel pensiero critico, quei corpi, quelle intelligenze che provano ad andare in "direzione ostinata e contraria", magari isolati nelle loro stesse comunità sempre più polarizzate dall'odio.
Se non sosterremo quelle parti nelle società israeliana che rifiutano la barbarie del governo Netanyau, opponendosi alla polverizzazione di Gaza e alla colonizzazione spudorata dalla Cisgiordania (territorio dove, per i palestinesi, dice Pizzaballa: "non esiste più la legge"...) non faremo mai passi avanti.
Se non sosterremo chi, nella società palestinese, porta avanti la storia, calpestata dall'Anp del dinosauro corrotto e non più credibile Abu Mazen, delle parti più laiche, autentiche e nonviolente del movimento di liberazione, non faremo mai passi avanti.
E' questo il vero gemellaggio da compiere a partire dagli enti locali e dalla società civile.
Un gemellaggio simile a quello realizzato, durante e dopo la guerra nei Balcani, attraverso le "Ambasciate della democrazia locale".
All'epoca istituzioni locali, società civile, associazioni, in quel caso sotto il cappello del Consiglio d'Europa, qui dovrebbero agire le Nazioni Unite, furono un segno tangibile e duraturo di impegno per la pace e la ricostruzione di comunità, oltre l'inerzia e l'inedia degli Stati nazionali.
Il tempo di agire, di "alzarsi insieme", è ora.
Come ha detto il cardinale Pizzaballa in conclusione: "C'è bisogno di empatia e di dialogo (pur mantenendo posizioni e valori) e non di costruire nuove barriere. Tiriamoci fuori dal pozzo!"
Oggi. Non domani.
Francesco Lauria
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