venerdì 24 luglio 2026

"L'AVVENTURA DELLA LETTURA" E UN SAPERE CHE: "ESISTE SOLO PER DARLO". FARE, ESSERE COMUNITA' NEL GIORNO DI SAN JACOPO

"Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni è responsabile del destino dell'umanità".

E' una celebre frase di Dom Helder Camara, il "vescovo dei poveri e dei perseguitati", voce coraggiosa e profetica, nel Brasile sottoposto a una dittatura autoritaria e militare di estrema destra, di un Vangelo e di un grido laico di pace e di giustizia che ci ha indicato la strada della conversione e della nonviolenza.

Dom Helder, tra mille difficoltà, anche dovute ad ampi settori della Chiesa brasiliana e vaticana, cercò di tradurre in realtà, come scrive nella sua belle biografia Anselmo Palini, il sogno di un altro mondo possibile, basato non solo sulla giustizia e sulla pace, ma anche sulla fraternità, sognando e costruendo, frammento dopo frammento, una Chiesa aperta allo Spirito, povera e serva del Regno.

La frase del vescovo brasiliano mi ha fatto venire in mente l'incipit delle bellissime riflessioni del nuovo vescovo di Pistoia Augusto Mascagna in vista del giorno di San Jacopo che, soprattutto nella loro prima parte, ci paiono essere adatte sia a credenti che a non credenti (e d'altronde San Jacopo è, da sempre, sia una festa religiosa che civile).

Scrive il vescovo Augusto in occasione di questa giornata così importante per Pistoia che non si può ridurre solo a turismo e folclore:

"Lassù in alto, sulla facciata della Cattedrale, la statua di San Jacopo continua ad attirare la nostra attenzione con il suo mantello rosso e sembra dirci: «E tu? Verso dove cammini? Per chi sei disposto a dare la vita? Qual è la passione che ti smuove?».

Il vescovo ci racconta, poi, della passione di San Jacopo, della sua lotta con la morte.

Un pensiero di morte, sottoposto ad un'economia "che uccide", come avrebbe detto Papa Francesco o "disumana" come dice oggi Papa Leone.

Una realtà di dolore che, pensiamo a Gaza e a tutti i conflitti, scrive ancora il nostro vescovo: "uccide gli innocenti, sfrutta i deboli e i piccoli della Terra".

Vengono alla mente le parole e la testimonianza dolorosissima del cardinale Pizzaballa che recentemente, durante la consegna di un premio, non ha voluto parlare di sè, ma dei bambini di Gaza morsi, divorati dai topi nel nostro complice silenzio e del rischio dello scoppio di gravissime (e forse volute) epidemie.

Di che cosa abbiamo bisogno/desiderio oggi, nel giorno in cui ricordiamo e (per chi ci crede) celebriamo San Jacopo?

Io penso, sinceramente, che abbiamo, soprattuttto, bisogno di testimoni credibili.

Non di eroi perfetti, per carità, non di superuomini che pensano di poter risolvere, da soli, tutti i problemi, magari con l'uso della forza e dell'autoritarismo repressivo! Ma di uomini e donne che, sempre come ci ricorda il Vescovo Augusto. ci donino luce, fede (non per forza confessionale) e speranza.

Un dono, un "germoglio di vita" afferma ancora il vescovo Augusto che, partendo dai giovani, possa illuminare la "nostra Pistoia, ma anche il "mondo intero".

Sì, perchè non c'è contraddizione fra guardare alle proprie profonde radici (come nella festa religiosa e civile di San Jacopo), e il fermare il nostro sguardo sul mondo, a partire da chi è scartato, da chi non ha voce, ed è risucchiato da un pozzo nero di morte e di indifferenza.

Il vescovo ci parla di un'"occasione di speranza valida per tutti" e aggiunge: "noi".

Già, ma che cosa significa quel "noi"?

Dove è la comunità? Quali sono, se ci sono, i suoi confini? Quali sono le sue note, il suo spartito condiviso?

Forse più di confini, si può parlare di: "limiti".

Soprattutto per chi non vuole costruire comunità di esclusione, "maledette", ma positivamente "inoperose", "rispettose dei limiti e dei corpi", avrebbe scritto Jean Luc Nancy, e del pianeta, potremmo fagli eco oggi.

Abitare il limite, senza frantumarlo, senza ignorarlo ci dà anche il segno di una nuova responsabilità verso le giovani, ma soprattutto future generazioni: la prima conversione in direzione del futuro e della speranza, ce lo ha spiegato benissimo Papa Francesco nella "Laudato sì", e lo ricordiamo oggi, a ottocento anni dalla scomparsa terrena del santo di Assisi, è, infatti, quella ecologica.

Se quel noi è una comunità che non costruisce confini, ma si pone dei limiti, essa diviene un luogo, uno spazio, aperto e libero, coerente con il proprio nome.

Il termine "comunità" viene, infatti, da: "cum munus", lo abbiamo ricordato ieri a Pontepetri ad un evento organizzato dalle Acli provinciali di Pistoia sul lavoro povero e fragile.

Il tutto in un luogo, come quello dell'Ecomuseo diffuso della montagna pistoiese che fa memoria della fatica dell'uomo, ma anche del suo rapporto con l'ambiente e l'innovazione produttiva, a partire da un'area interna, a sua volta debole, fragile, apparentemente periferica.

Com munus, ci parla anche di un vuoto, meglio di uno spazio.

Uno spazio o, come afferma il vescovo Augusto in occasione di San Jacopo: "un'occasione di speranza".

Non, però, la speranza, un po' rituale e stantia di un solo giorno, ma un: "tempo opportuno", un kairos che sappia unire e, come dice oggi benissimo in un intervista al Quotidiano Nazionale, il Presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, sappia curare le ferite, nel lavoro e nel territorio.

San Jacopo, al di là di una lettura confessionale, rappresenta quindi: un'"occasione di speranza" per, cito ancora il vescovo di Pistoia: "continuare a credere".

Credere, in primis, nella fratellanza e nella sorellanza, proprio come fece con un coraggio incredibile dom Helder Camara nel Brasile della dittatura e della repressione: "in un amore capace di affrontare anche la morte".

Quest'anno il palio della Giostra dell'Orso, dipinto dall'artista Paola Imposimato, interpreta il tema: "la lettura è un'avventura".

Pistoia affronta il 2026, un anno di significativi cambiamenti nel potere civile e religioso della città, come capitale italiana del libro.

Nel pensare ai giovani e alla lettura (che ovviamente non riguarda solo loro) si potrebbe trasformare la domanda iniziale del vescovo Augusto e chiedere agli studenti (ma, perchè no, anche ai docenti e ai presidi), di Pistoia e non solo:

“Perché andate a scuola?”

Sarebbe bello poter rispondere con convinzione: “Per essere liberi di scegliere il nostro futuro, per inseguire e realizzare i nostri sogni, per sapere di esserci e di esistere.”

Certo, a leggere certe indicazioni del Ministro dell'Istruzione (e del merito...) Valditara, si potrebbe pensare altro e dipingere e giudicare la scuola con un certo disprezzo, percepirla come un mondo di regole e imposizioni dove, per citare Michel Focault, autore assolutamente indigesto all'attuale Ministro: non discutere più di tanto delle "parole e le cose", ma soprattutto: "sorvegliare e punire".

Come afferma il professor Alessandro D’Avenia, la scuola, un po' come la città, un po' come la cattedrale, invece, è un luogo bello, in cui si incontra ciò che non muore nel mondo, ciò che è vivo.

Come è stato affermato in occasione  del centenario del liceo classico di Bressanone: "È a scuola che possiamo comprendere come essere veramente vivi e fare altrettanta vita. La scuola diventa così il tempo della scoperta di ciò che ci ispira e ci muove: la passione che trasforma il dovere in desiderio."

La scuola, (ma anche la città, la comunità) non deve quindi avere la pretesa di trasmettere sé stessa, ma di realizzare sé stessa facendo in modo che lo studente (ma anche i docenti, i presidi, i gentitori, il personale non docente...) sia in grado di diventare a sua volta soggetto di un nuovo processo educativo e quindi forza generativa.

La scuola è bella perché si dedica, citando Socrate, alle “cose degne di amore” (le virtù, la conoscenza, la saggezza) cioè a quelle cose che danno vita alla vita, le danno un senso.

Ma come si connettono, al di là della crescita personale, individuale, la scuola, la lettura alla città/comunità inclusiva e al mondo?

Don Lorenzo Milani, che, insieme ai suoi ragazzi ci ha regalato il bellissimo mosaico, conservato a Barbiana, del "santo scolaro", affermava, con la sua consueta e sapiente radicalità: “il sapere serve solo per darlo”.

Questa frase racchiude l’essenza più autentica dell’educazione: la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà e futuro.

Voglio ricordare un passaggio dell’introduzione alla terza edizione del mio volume: “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro”, che riprende il discorso svolto dal cantautore e romanziere italo-albanese Ermal Meta, pronunciato a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:

“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale.  

Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. 

Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) 

C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è. 

La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) 

Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. 

Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. 

Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”

Torniamo, anche grazie ad Ermal Meta, alla frase iniziale di Dom Helder Camara, ma anche alle domande opportune, nel giorno di San Jacopo, del vescovo Augusto, a Pistoia.

E non è un caso che un grande passista di montagna come il nostro nuovo vescovo ci chieda e si chieda: "Tu dove cammini? Verso dove? Con chi? Quale l'orizzonte e il percorso del tuo viaggio, qual è la tua meta?"

Mettendo da parte le polemiche, magari solo per un giorno, in questo importante giorno, non dobbiamo iniziare a domandare all'altro/a, ma partire da noi stessi (ma quanto è opportuno discutere senza conformismi, confrontarsi apertamente, creare anche un conflitto generativo!) 

Abbiamo di fronte a noi, nel tempo e nello spazio, testimoni che non dobbiamo pensare lontani o irraggiungibili.

In ognuno/a di noi, infatti, sembra dirci dall'alto e nel suo cammino San Jacopo, c'è un frammento di infinito.

E sapere, un po' come l'avventura di leggere, è proprio un verbo che si coniuga in due modi: "insieme e all'infinito".

Rimanendo consapevoli anche che, come affermava ancora Don Lorenzo Milani in consonanza con dom Helder Camara: "ciascuno/a è responsabile di tutto".

San Jacopo veglia su di noi e ci sono molti modi di credere e di giungere alla verità.

Oggi, 25 luglio, non limitiamoci a guardare i nostri piccoli passi, inciampando.

E' più sicuro e saggio ammirare il cielo, stupirsi e lasciarsi abbandonare alla passione dell'infinito: occasione, spazio, orizzonte di senso e  di comunità, preghiera di una Speranza condivisa e rispettosa di ogni diversità e ogni credo.

Di ogni musica, di ogni strumento, di ogni nota. Camminando, insieme, e santa lasciare nessuno/a indietro, nella "convivialità delle differenze"

Francesco Lauria

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