domenica 9 agosto 2026

"COME LEGNI STORTI SUL CRINALE". LETTERA APERTA A GIANNESSI (GIOVANNI).

Caro Giovanni (Giannessi),

dopo che ci siamo "scontrati" la sera del ricordo di Francesco Guccini in Piazza Duomo, sì, la sera in cui le mie ultime sprezzanti parole a te rivolte sono state: "tanto tu sei il solito figlio di papà",  ho, alla fine, imparato il tuo nome.

Prima di quella sera per me sei sempre stato, anche in contesti ufficiali in cui ho dovuto fare, mio malgrado riferimento a te, il "figlio del Primario e Assessore Giannessi" o, al massimo: "quello dell'Ho Chi Minh".

Penso che riconoscere, in alcuni casi, persino restituire alle persone il proprio nome sia un primo basilare e dovuto segno di rispetto.

Se ci si pensa un po' su, allargando lo sguardo, l'atto, ad esempio, di togliere il nome originale alle popolazioni indigene è stata una pratica sistematica di assimilazione culturale forzata utilizzata dai governi coloniali.

Un'azione violenta, nei secoli, portata avanti non solo dagli Stati, dal potere politico, ma anche dalla Chiesa, dal potere religioso, con conversioni spesso estorte, in cui i nomi tradizionali venivano sostituiti, cancellati, con nomi cristiani od occidentali, in larga parte durante battesimi, appunto, forzati.

Se, poi, ci allarghiamo dai nomi ai cognomi vediamo come, ad esempio nei sistemi giuridici anglosassoni, la donna sposata perdeva normalmente la propria identità legale. Si diceva letteralmente che venisse "coperta" da quella del marito.

Il passaggio del cognome simboleggiava il trasferimento della donna dall'autorità del padre a quella del marito e serviva a identificare la discendenza dei beni e del patrimonio per via unicamente maschile.

In Italia, solo nel 2022, con una riforma costituzionale, il rigido automatismo del passaggio del cognome del padre ai figli/figlie è stato dichiarato illegittimo.

Tornando a noi, ti scrivo perchè la mia rabbia e, forse, nel tuo caso, un po' di vino bevuto di troppo (ti eri appena sgolato un'intera bottiglia davanti a tutti) non ci hanno permesso un dialogo, non dico sereno, ma civile.

Non avendo altro modo preferisco renderlo pubblico, trasparente, non ci sono, tra noi due, infatti, problemi personali, ma politici.

Almeno questa è la mia personale visione.

Quando ti ho lievemente urtato, goffamente lo ammetto, e tu mi sei corso dietro sotto i portici di Palazzo di Giano mi hai sputato verbalmente in faccia due cose: come mi sentissi ora che (a tuo parere) non potessi più scrivere quello che volevo e se non mi convenisse tacere e sparire: "vista la mia situazione".

Devo essere stato molto sfortunato con te perchè in tutto, nella nostra vita, ci siamo visti tre volte (due al circolo Arci Ho Chi Minh e lì i rapporti di forza erano chiaramente a tuo favore...) e due volte su tre ho misurato in te, da te alcuni degli atti (principalmente parole sia chiaro) più violenti che io abbia subito in vita mia.

E' vero, da un anno esatto, la mia vita, principalmente lavorativa, ma non solo, è stata stravolta, sono, come succede a molte persone, prima o poi quasi tutte, caduto. E anche piuttosto male. 

Non posso poi dire, in sincerità, che gli ultimi quattro mesi siano stati, in minima parte anche grazie a te, migliori dei precedenti otto.

Ma questi sono fatti personali che, immagino, a te e a molti altri/e, che magari si riempiono quotidianamente la bocca con termini impostori come cura, servizio, ascolto, non importano un fico secco,  peraltro legittimamente.

Quello che però mi ha colpito, senza voler dare un giudizio generale su di te visto che, di fatto non ci conosciamo ed eventi esterni precedenti hanno giocato molto negativamente sui nostri incontri, è stata la "chirurgica" volontà (passami questa volta il termine di famiglia...) di annientare, zittire, disconoscere la dignità dell'altro.

Un altro che, stando alle tue parole di qualche giorno fa, ma anche del nostro precedente incontro, deve tacere, sparire, preoccuparsi, piuttosto, della propria incolumità e salute. Non si sa mai.

Un altro che, come successe un paio di mesi fa all'Ho Chi Min, in "territorio tuo", manco tu fossi un autoritario ufficiale coloniale, non può nemmeno terminare in fretta una birra piccola, peraltro regolarmente già pagata.

Mi sono sinceramente interrogato, credimi, sulle tue parole.

E' vero, non per responsabilità mia (nell'ultimo più recente caso, nemmeno un po', nemmeno un briciolo) vivo un momento di difficoltà, posso dire tranquillamente di forte fragilità.

Peraltro tra un paio di mesi a Firenze, come forse sai, si svolgerà finalmente la prima udienza del processo del lavoro per la mia reintegra/risarcimento, dopo un licenziamento politico, discriminatorio, ritorsivo, illegittimo e, per me, infame.

Un licenziamento che mi ha forzatamente allontanato, per meri contrasti di opinione, da un posto di lavoro di cui, credimi, mi prendevo cura da vent'anni con tutto me stesso, vivendolo non solo come un "mestiere", ma come una vera e propria "missione".

Stiamo parlando di un periodo equivalente all'intera tua età, anno più, anno meno.

E' vero, in questi mesi ho sperimentato la solitudine, la paura di non farcela, la caduta. nonostante cinque appelli nazionali e internazionali di solidarietà, nonostante sulla mia vicenda sindacale siano stati scritti articoli (a mio supporto) persino in Svezia o in Brasile, nonostante trasmissioni web, interviste radio, cinque quotidiani nazionali che si sono spesi (mentre, per dire la verità, a Pistoia, tranne per Report, è calato un lugubre e complice silenzio).

E' vero, la mia non è una caduta qualsiasi, ma una di quelle in cui ti esce contemporaneamente il sangue alle ginocchia e ai polsi e in cui la pelle ti fa male, ti si strappa, brucia fin dentro al cuore e all'anima, non solo nel corpo.

Ti dirò anche di più.

Per almeno due mesi, forse più, sono riuscito a vedere, guardare solo me stesso.

Il mio dolore, la mia ingiustizia, il mio peso pesantissimo da portare, da solo, sulla schiena.

Il resto del mondo, il resto delle persone non contava, mi trovavo disorientato nella mia rabbia e, come canterebbero i Gang, perduto tra: "silenzi e spari".

Poi ho incontrato (mi ha cercato) una giovane sindacalista che, anche in quanto donna, aveva subito torti ben peggiori e violenti dei miei, ed è stata solo la prima di decine e decine di telefonate, di volti, di sguardi, di nomi.

Tante solitudini, tante "fragili situazioni", avevano soltanto bisogno di condividere dolore, reciproco ascolto e solidarietà, senza particolari strategie.

Ma è stato il messaggio recente di un amico, anche lui caduto che, insieme a lui, mi ha aiutato a rialzarmi e mi ha dato anche lo spunto di scriverti pubblicamente oggi.

Questo mio amico mi ha inviato la stupenda, serena, viva testimonianza di Mario Calabresi, intitolata: "Scegliere la strada", risalante al Festival della Spiritualità di Torino di due anni fa.

Il titolo del Festival di Torino del settembre 2024, caro Giovanni, ci parla da solo: «Come legni storti. L’imperfezione, l’errore, l’inciampo».

Al titolo del Festival si è ispirata la testimonianza di Mario Calabresi, dal racconto del bosco  nel crinale sull'Appennino Casentinese, tra Romagna e Toscana (Sasso Fratino) inaccessibile e di rigenerazione integrale (legni storti...) alla vera e propria rinascita di sua nonna materna.

Una neonata incredibilmente più resistente della rovinosa caduta della madre (la bisnonna di Mario) e di un parto indotto e prematuro, al tempo in cui le incubatrici non esistevano.

Mario Calabresi, "spingendo la notte più in là", spiegandoci che: "la fortuna non esiste" e raccontandoci il: "tempo del bosco", non ci parla solo degli altri, affronta, generosamente, anche se stesso, le sue cadute, i suoi inciampi.

Ci racconta anche del suo traumatico licenziamento da direttore di Repubblica nel 2019, del suo non sapere cosa fare, del suo senso di vuoto, del tempo fermo, del telefono muto e del suo stare male.

Ci racconta anche del tentativo, fallace, di far finta di nulla con gli amici e i colleghi, e, soprattutto, di non far trasparire, al di fuori la propria sofferenza, la propria incertezza, il proprio "morire dentro".

Diresti tu Giovanni: "la propria precaria situazione..."

Come spiega Mario Calabresi, però, la Vita non si misura giorno per giorno, ma su un tempo più lungo, in cui si riparte, ci si rialza, si accetta una mano aperta, tesa, si comincia a uscire dal pozzo.

La Vita, caro Giovanni, con le sue "situazioni", non è un algoritmo, non concepisce percorsi piatti, lineari.

La Vita ci sorprende, ma solo se teniamo gli occhi aperti, lo sguardo acceso, se viviamo pienamente la difficoltà e la accompagniamo, pur nei frantumi, con un passo diverso, che ci non ci nasconda le nuove opportunità, i nuovi percorsi, i nuovi incontri, le nuove ripartenze possibili.

Certo, dobbiamo saper: "scegliere la strada" e pensare a qualcosa di nuovo, a un passo diverso.

L'imprecisione rifiorisce anche dalle rotture e, come canta Leonard Cohen in Anthem, in "ogni cosa c'è una crepa, ed è da lì che passa la luce".

Magari: "alzandosi all'alba", sognando da svegli "la mattina dopo", per citare due altri titoli di libri di Mario Calabresi.

Quindi, no, caro Giovanni, non starò zitto e continuerò, magari sbagliando, magari con mille, diecimila imperfezioni, a: "prendere parola".

Ma concludo con il punto più importante:

magari non ti interessa nulla, ma oltre a non rinunciare a pronunciare le mie parole, sono pronto a confrontarmi con le tue, sia privatamente che pubblicamente, scegli tu.

Ad ascoltarle, a prendermene cura.

Magari litigheremo ancora, ma il dialogo è uno straordinario "strumento" di Pace, come mi ha insegnato proprio quella giovane sindacalista, che oggi, con le sue forze, si è rialzata dal baratro e macina da sola migliaia di chilometri.

Per fare una citazione di una generazione precedente alle nostre (persino alla mia!): "Il personale è politico".

Pertanto il dialogo è, prima di tutto, specialmente per chi si impegna pubblicamente come noi, un atto politico.

Il dialogo non è fatto solo di parole, ma può anche diventare suono, musica, incanto.

E' vero, siamo "come legni storti", ma proprio per questo possiamo, entrambi, resistere meglio e più a lungo al vento del crinale.

Pensaci.

Francesco Lauria

P.S. Questo è il link alla testimonianza integrale di Mario Calabresi al Festival della Spiritualità di Torino... Link: https://youtu.be/-49SbxWy69E?is=kXzzBi845qYWUQPE

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