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https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/nella-citta-della-loggia-p2-la-scelta.html
Comincerei col dire, per quel che può valere la mia opinione, siamo professionalmente colleghi, che Marica Setaro è una ricercatrice di valore, una ricercatrice militante, senza che questo aggettivo, sminuisca in alcun modo l'accuratezza scientifica delle sue opere e anche del suo impegno didattico, svolto prevalentemente presso l'Università di Pisa.
So che lei è stata, in passato, vicina ai Disobbedienti (lato Rifondazione Comunista), senatrice accademica, allieva del filosofo e scrittore Alfonso Maurizio Iacono.
Siamo quasi coetanei, io sono del 1979, lei del 1980, e abbiamo vissuto, credo, le stesse stagioni politiche, con l'impegno universitario e lo spartiacque del G8 di Genova nel 2001.
C'è un prima e c'è un dopo Genova, tema di cui abbiamo riflettuto lo scorso luglio sulla rivista culturale Le Parole e Le Cose, con l'artista e attivista contro la crisi climatrica Lotta (significativamente nata nel 2002) e con il filosofo dell'educazione, coordinatore nazionale delle scuole per la Pace, Aluisi Tosolini.
Il risultato del dialogo è qui: https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/
Le radici dell'attuale assessora alla cultura del Comune di Pistoia sono nel Cilento interno e montano, a San Rufo, fuori dai grandi flussi turistici, non molto distante, però, dalla terra, bellissima, del sindaco pescatore Salvatore Vassallo, assassinato per le sue lotte in difesa dell'ambiente e contro il traffico di droga e la criminalità organizzata.
Sono terre che ho nel cuore e che ho battuto, anche per ragioni familiari passate, in lungo e in largo.
Il Cilento, un po' come Trieste e Gorizia (almeno considerando la provincia) mette insieme splendidamente il mare e la montagna, anche se, rispetto alle terre in cui hanno operato Franco Basaglia e Franca Ongaro, manca un terzo fondamentale elemento: il confine.
Non scorderò mai la frazione di San Pietro-San Peter a Gorizia, a un passo letterale dal confine tra Occidente e Oriente, tra l'Italia e la Jugoslavia di Tito, ora Slovenia.
Lì, proprio sul confine, sorgeva il manicomio, istituzione sociale, totale e concentrazionaria, che Franco Basaglia contribuì a smontare, aprire, liberare, coscientizzare, trasformare radicalmente.
A pochi passi, allungando il braccio, appunto, il confine: in una città in Italia, Gorizia, nome che, in sloveno significa "piccolo monte", e in una frazione San Pietro-San Peter che, pur essendo di là, in terra slava, ha un nome latino.
Un simpatico scherzo del destino che smonta ogni "eccesso di frontiera", ogni nazionalismo col fiato corto, così come il Monte Sabotino che, ancora alla fine degli anni Novanta, quando frequentavo io l'Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia, vedeva confrontarsi, da un lato, le luci tricolori della caserma italiana e dall'alto le scritte con le pietre, resistenti alle erbacce: "Nas Tito-Grande Tito".
E poi l'Isonzo, Soca in sloveno, un fiume stupendo che unisce e attraversa, non è confine, testardamente, beffardamente, spiritualmente non si fa confine.
L'allargamento a est dell'Unione Europea era ancora di là da venire, eravamo ancora la frontiera di Schengen, dell'Europa fortezza e, ogni notte, passavano decine, centinaia di migranti: kurdi, iraniani, siriani, palestinesi, africani.
Non scorderò mai una notte (ero un volontario piuttosto saltuario, altri ed altre erano ben più costanti) in cui, per un caso, mi trovavo da solo al Centro Caritas San Giusepppe, arrivarono, tutti in una volta, quarantacinque curdi, bambini compresi.
C'era, appesa a un muro del centro, una vecchia, grande cartina geografica del mondo.
Un giovane con la kefiah (sono passati venticinque anni, ma lo ricordo come fosse oggi), che non stava mai zitto (vi ricorda qualcuno?) prese a mostrarmi il Kurdistan, facendolo sembrare più grande degli Stati Uniti.
Mentre scaldavo il latte per i bambini e ascoltavo attonito, in inglese, il racconto di migliaia, migliaia e migliaia di chilometri a piedi, ci mettemmo a ridere, perchè io raccontavo che, invece, venivo da una grande pianura, da quella Parma che per noi autoctoni era da considerare, quasi senza pudore, una "piccola Parigi".
Insomma, in una lunga notte sul confine, piena di stelle, per lui un Kurdistan più grande dei cinquantuno stati americani e, per me, Parma, con il suo omonimo bizzoso torrente e le sue storiche barricate antifasciste, che faceva invidia agli Champs-Élysées.
Meno male che i manicomi erano già stati chiusi...! :-)
Il Kurdistan, come ha raccontato, più recentemente, nella sua poesia più famosa, il poeta curdo-parmigiano Allawi, proprio come la Palestina è un territorio senza Stato, una "matria", una contraddizione opportuna tra le patrie del potere, della guerra e dei nazionalismi proni agli interessi dell'industria e dell'economia militare.
Quella di Gorizia, un tempo terra basagliana, era l'approdo della prima rotta migratoria balcanica, sorvegliata dalle pattuglie miste italo-slovene.
Vivemmo anche una grandissima, irripetibile, forse anche un po' eroica esperienza: il primo social forum trasfontaliero, nato a cavallo di Genova 2001, anche come risposta dal basso alla repressione da parte del potere: il No Border Social Forum.
Qual era, quindi, la linea di "sconfine", la "linea d'ombra"?
Tra gli stati nazionali, tra l'Europa e la non Europa, di fronte al buco nero, ancora caldo di massacri, dei Balcani, ma anche tra normalità e follia.
Per me, San Peter, rappresentava anche il convitto di confine delle suore in cui abitava, almeno al primo anno, la mia ragazza, "straniera come me" e quindi priva di "prepusnica", il lasciapassare per i valichi di seconda categoria destinato ai soli residenti, italiani e sloveni.
Ma perchè, da Pistoia e dal Cilento, sono passato a parlare di Gorizia e anche di Trieste, quest'ultima con i suoi monti di confine e la grande scultura blu di Marco Cavallo che scende su binari di ghisa, oltrepassa l'impossibile e arriva al mare, con i sogni dei matti, non più rinchiusi dentro.
Perchè, dal punto di vista accademico, è lì che, principalmente (senza dimenticare Arezzo) si è concentrata l'attività di ricerca di Marica Setaro, esperta e divulgatrice di storia della psichiatria e dell'epistemologia storica dei concetti scientifici.
Setaro ha curato il volume di testi inediti di Franco Basaglia, "Fare l'impossibile. Ragionando di psichiatria e di potere" (Donzelli, 2024), insieme alla riedizione dell'importante libro di Anna Maria Bruzzone, "Ci chiamavano matti. Voci dal manicomio (1968-1977)" (Il Saggiatore, 2021).
E con il compagno e, da questa estate marito, Massimo Bucciantini, successore del sindaco Giovanni Capecchi alla direzione di Naturart, ha anche portato a Pistoia l'esperienza e il viaggio de "Le parole di Hurbinek".
Hurbinek: un bambino, un inno alla fragilità e alla cura, di nazionalità sconosciuta e figlio di genitori ignoti, quasi certamente nato nel campo di concentramento di Auschwitz da una madre, con ogni probabilità, deceduta poco dopo il parto.
Dargli parola in questi anni, a partire dal Giorno della Memoria, ha rappresentato un gesto e un viaggio bellissimi.
Questa estate, però, "Le Parole di Hurbinek" hanno incontrato, sul loro confine, un bando legato a Pistoia Capitale Italiana del libro 2026.
E sono arrivate, insieme alle polemiche, le richieste, motivate, di dimissioni di Marica Setaro.
Si è sviluppata una vera e propria "guerra delle parole", tra luglio e agosto scorsi, soprattutto con Francesca Capecchi, giovane capogruppo di Fratelli d'Italia in comune a Pistoia, insegnante, candidata sindaca possibile, anche lei, checchè ne dicano alla Libreria Lo Spazio, persona di valore...
(continua...)





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